Sunny Brook 4 yo (OB, 43%)

Giovedì prossimo saremo ospiti dell’Harp Pub per una degustazione di whisky dal mondo. Avremo con noi un giapponese, un blended scozzese, un canadese e questo vecchio imbottigliamento della Sunny Brook, storica distilleria di Louisville, nel Kentucky, che ha chiuso i battenti nel 1975. Si tratta di un import per l’Italia, che a questo punto è da collocarsi almeno negli anni ’70, se non prima. Il Sunny Brook, invecchiato 4 anni, faceva parte della famiglia dei Kentucky Straight Bourbon Whiskey, ovverosia distillati ottenuti da una miscela di cereali di cui almeno il 51% sia mais, e poi invecchiati per almeno un anno nel Kentucky, vera e propria patria del Bourbon Whiskey.

20151030_225246-1N: Possiamo dirlo? Lo diciamo: non c’entra niente coi moderni bourbon. Al di là della grande espressività, qui è tutto molto levigato. Certo non si va molto per il sottile, con potenti note di cereale zuccherino ben in evidenza e si visualizzano con facilità i corn flakes glassati; tuttavia l’aroma non risulta eccessivamente connotato in questo senso. Emergono infatti poi note di uva passa davvero ben intonate, c’è una bella liquorosità di fondo, che richiama appunto i vini rinforzati. Prugne ed albicocche secche, con cioccolato al latte e miele. Marron glacè. Davvero invitante.

P: Totale assenza di sensazioni alcoliche e perfettamente coerente con il naso, sia per la ricchezza che per le suggestioni. Esplode quella medesima dolcezza cerealosa, ma il tutto si gioca in un clima liquoroso, che ricorda davvero certi passiti. C’è molta uva passa e frutta disidratata in generale. Scorzetta d’arancia e ancora ritorna un bel marron glacè. L’effetto complessivo è di grande succosità ed è molto, molto beverino.

F: pacchi di uvetta e quella dolcezza un po’ simile allo sciroppo d’acero.

Chi ci conosce sa che non andiamo matti per i whiskey d’oltreoceano, ma qui dobbiamo in effetti mettere da parte tutti i nostri pregiudizi e riconoscere l’assoluta piacevolezza di questo Sunny Brook per così dire ‘d’epoca’. Rimane un vero bourbon, con quella nota di cereale zuccheroso sparata in alto, ma riesce anche a sfumarla, a renderla accettabile con altre, ben più raffinate portate da dessert. Nel bicchiere vuoto rimane un cioccolato da paura. Andiamo con un bel 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Hank Williams III – My drinking problem (davvero non potevamo esimerci…)

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Balcones Brimstone (2013, OB, batch BRM1113, 53%)

Grazie al prode Gianni Alcini, appassionato whiskofilo che già in passato ci ha omaggiato di malti mai banali, oggi assaggiamo un prodotto veramente molto, molto inusuale: si tratta di Balcones Brimstone, un whisky texano a base di una varietà speciale di mais (è infatti un blue corn whisky), la cui peculiarità maggiore è però che è piuttosto affumicato… E che c’è di strano?, direte voi; il fatto è che qui a essere affumicato è stato proprio il whisky, cioè il distillato, e non l’orzo, come capita di solito in Scozia; ed è affumicato usando ‘scrub oak’, ovvero ciuffoli di quercia… Curioso, no? Balcones è stata per anni la distilleria di punta del ricco movimento americano di craft-distilleries, grazie soprattutto alla verve di Chip Tate, che per brevità chiameremo l’allievo americano di Jim McEwan di Bruichladdich; di recente l’ingresso di capitali nuovi ha scatenato la Balcones Controversy, ovvero una gara a chi è più puro e l’abbandono dello stesso Tate, con tanto di rivolta su twitter con hashtag #nochipnobalcones. Qui s’è parlato troppo, bere! BERE!

Schermata 2015-04-20 alle 14.22.07N: ti dà quel che promette: si sentono forti suggestioni di pannocchia abbrustolita e l’affumicatura ricorda, nel complesso, la scamorza, affumicata ovviamente. A livello di descrittori, ricorda un po’ “cose di plastica”, gomma bruciata (e la cosa è interessante, non c’è torba qui!). Melassa, sciroppo d’acero. Note inedite di panforte, a rappresentare anche una certa speziatura intensa (chiodi di garofano).

P: che bella sorpresa, ci aspettavamo un mostro d’eccessi e invece, se pur esuberante, appare molto equilibrato. Scompaiono le parti più inorganiche (che avevamo descritto come gomma bruciata), in favore di una bella zuccherosità da cereale distillato… Sa proprio di mais; ancora melassa, e una suggestione folgorante di brioche al miele. Corposissima anche l’affumicatura, proprio di legna bruciata. Chips di mele.

F: lungo, intenso, torna la sensazione di panforte speziato e dolce, unitamente a un fumo assai persistente.

L’età non è dichiarata, ma senz’altro è un whisky abbastanza giovane e ruspante; non abbiamo notizie sui legni d’invecchiamento, ma presumiamo sia quercia americana vergine, no? Comunque; non possiamo che ringraziare a mani giunte il grande Gianni per il graditissimo omaggio, si tratta di un whisky semplicemente sorprendente, una splendida espressione francamente al di là nelle nostre aspettative, o forse dei nostri pregiudizi… Ottimo lavoro di Chip Tate, dunque, congratulazioni, pacche sulle spalle e 87/100. #gotexan!

Sottofondo musicale consigliato: riffoni ignoranti come solo negli USA del sud, Texas Hippie Coalition – Pissed Off and Mad About It.

Wild Turkey (anni ’90, OB, 43,4%)

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tipico amante del Wild Turkey

Frequentiamo di rado gli Stati Uniti, e senz’altro sbagliamo: soprattutto negli ultimi anni, infatti, la produzione del nostro amato distillato nelle terre d’oltreoceano ha avuto un vero boom, quantitativo (soprattutto grazie al fenomeno delle microdistillerie) e qualitativo (soprattutto grazie al fenomeno delle microdistillerie, ehm…). Oggi non assaggiamo un prodotto d’oggidì, ma facciamo un tuffo all’indietro e diamo le nostre tasting notes di un Wild Turkey Kentucky Straight Bourbon Whiskey (cosa voglia dire lo lasciamo spiegare a Davide, che è più bravo) degli anni ’90, prodotto a Lawrenceburg, Kentucky. L’azienda definisce il suo prodotto “super-premium”, e noi, seppur con qualche dubbio, ci crediamo, anche se la percezione del brand è stata per anni quella di un whiskey da degrado sociale (non lo diciamo noi, lo dice wikipedia: “its prior reputatione for being an inexpensive, highly-alcoholic product had the bourbon showing up in popular culture often, usually to suggest a rough, macho persona; a person who has fallen on hard times; or even a person with “white trash” traits”); abbiamo aperto la bottiglia mercoledì, alla degustazione tenuta all’Harp Pub – a proposito, grazie a tutti i partecipanti, speriamo vi siate divertiti!

Schermata 2015-02-27 alle 12.45.53N: in generale, è apertissimo e per nulla alcolico. Quel che spicca rispetto ai nostri amati scotch è una ‘dolcezza’ molto marcata. Siamo nel regno della banana, molto matura e molto intensa; toffee super-dolce; stecchette di vaniglia e legno fresco; noce di Pecan, per chi la frequenta. Biscotti al miele. Semplice semplice, diretto, in perfetto stile Stati Uniti del Sud.

P: dolce, ma non così tanto come ci saremmo aspettati dal naso. Fa addirittura capolino un che di ‘grafite’, di matita (l’avrete pur masticata una matita, o no?), che con note proprio di legno (e perfino un velino di rabarbaro ed eucalipto) vanno a controbilanciare quei sapori brutalmente zuccherati di miele e di toffee, di banana e di sciroppo d’acero.

F: insistente, più che persistente. La botta di dolcezza evapora in fretta lasciando spazio a fette biscottate e frutta secca (ancora noce di Pecan).

Dobbiamo ammettere che, a dispetto dei pregiudizi nostri e di Wikipedia, non è male; certo è semplice (ma d’altro canto è un bourbon entry-level), ma lascia intravedere guizzi di qualità. Chiaro che mais e segale, abbinati a botti rigorosamente vergini e charred, portano ad una complessità ben diversa da quella cui siamo abituati: ma il 78/100 che si porta a casa non è affatto malvagio, via.

Sottofondo musicale consigliato: ZZ Top – Gimme all your lovin’.