Johnnie Walker ‘Swing’ (anni ‘70, OB, 40%)

Tante volte sentiamo dire, e diciamo, che i blended del passato avevano una marcia in più, per varie ragioni e molteplici: innanzitutto perché – banalmente – c’era molto più malto nella miscela, dato che il single malt faceva ben altri volumi. Oggi, con l’aiuto di Angelo Corbetta (il nostro personale guru del blended anni ’70), mettiamo alla prova uno dei brand più celebri al mondo, Johnnie Walker, nella sua versione “Swing” – così chiamato perché la bottiglia… dondola. Ogni commento appare superfluo, via alla degustazione.

N: miele, caramello e caramella (tipo quelle dure, di zucchero); patina di vecchi mobili, polverosi, vecchia carta umida. Mele, e soprattutto pere William mature. Dolcino, semplice ma piacevole. Anche un qualcosa di scorza d’agrume. Fiori secchi: lo statice secco, ad esser precisi, dice Angelo.

P: piacevole e con quella patina cerosa da whisky del passato. Ancora tanto miele e biscotto ai cereali, poi irrompe la pera con tanta, tantissima crema di marroni, castagna bollita. Dolce. Una lieve suggestione metallica, forse.

F: lungo e persistente, tutto tra miele e crema di marroni.

Buono, gradevole, piacevole: certo, resta un whisky tutto sommato semplice, ma ha mantenuto perfettamente l’intensità e poi, lo sapete, a noi quella nota cerosa/umida/polverosa dei whisky del passato fa proprio impazzire. Cerchiamo di mantenere l’equilibrio e spariamo un dondolante 82/100. Grazie ad Angelo per l’assaggio!

Sottofondo musicale consigliato: Jazz Lag – Shiny Stockings.

Glen Grant 12 yo (anni ’70, OB, 43%)

Due settimane fa abbiamo costretto il buon Angelo Corbetta ad aprire quattro tra le sue vecchie bottiglie di scotch, così da poterle assaggiare in compagnia di una ormai nutrita schiera di fedelissimi delle degustazioni all’Harp Pub. In questi giorni li recensiremo tutti e quattro, ma colti da improvviso spirito risorgimentale iniziamo dall’unica distilleria di proprietà italiana, vale a dire Glen Grant: abbiamo per le mani un 12 anni risalente agli anni ’70, con la bottiglia rettangolare. C’è la possibilità che nella miscela compaia qualcosa di distillato prima del 1970, cioè prima del famoso cambio del sistema di riscaldamento degli alambicchi? Se la matematica non inganna, certo.

wg0520758-44_IM199903N: ci accoglie subito un’intrigante sensazione ‘umida’ di carta vecchia e di cantina. Poi dietro ci sono note cremose (crema pasticcera e vaniglia) e fruttate (frutta gialla a gogo: albicocche e pesche; tanta mela). Anche tanto malto fragrante, tanto cereale (biscotti e brioche). Un po’ di frutta secca (nocciola) e cioccolato con scorza d’arancia.

P: possiede certo una sua apprezzabile intensità e pienezza, e come sopra è molto maltoso, ceroso/umido e con fiammate d’agrume. Brioche alla mela. A dir la verità, dopo un po’ ci si accorge che il palato è tutto qui: in un bell’impasto di cereale e scorza d’arancia. Quindi buono, ma semplice. A tratti sentiamo un po’ troppo l’alcol, ma forse qui dipende dallo stato di conservazione della bottiglia. Apprezzabile invece quel senso di allappamento delicato dei tannini, sicuramente presenti.

F: di media durata, maltoso e metallico qua e là, con ancora la mela.

La sensazione è peculiare: il naso era gentile e incantevole, con quelle note ‘vecchie’, di malto antico – il palato patisce un po’ quanto a complessità, ma la sensazione (confermata dalle note metalliche del palato) è che il tempo abbia sottratto qualcosa a questa singola bottiglia. Nondimeno nel complesso si merita un pieno 85/100, chissà se fosse rimasto intatto… La conferma che Glen Grant è distilleria degna di rispetto: e, peraltro, state pronti che nelle prossime settimane Glen Grant sarà protagonista di una cosuccia…

Sottofondo musicale consigliato: Massive Attack – Unfinished Sympathy.

Mc Guinness Old Canada 8 yo (anni ’70, OB, 40%)

Quando si pensa al whisky canadese, inevitabilmente si pensa alla segale: è risaputo, infatti, che la componente di rye, pur non essendo dominante nella miscela di cereali (solitamente, infatti, vince il grain) svolge un compito decisivo nel caratterizzare il Canadian whisky con note, ci insegna Micheal Jackson, tipicamente agrodolci. La distillazione in Canada nasce a fine Settecento, e a metà del secolo successivo si contavano più di 200 distillerie: ora ne sono rimaste solo 12 (di cui una, Glenora, fondata da immigrati scozzesi, produce un single malt alla maniera degli scotch: e a guardarla sembra proprio di stare in Scozia!), ed è piuttosto difficile trovare espressioni di singole distillerie, data la tendenza diffusa a blendare. Oggi assaggiamo proprio un blend degli anni ’70, Old Canada: la bottiglia è bella ed evocativa, vediamo se il contenuto lo è altrettanto.

Schermata 2015-11-09 alle 10.38.31N: al primo approccio, pare quasi un cognac! Si sente molto la quota di grain, che impone un profilo molto ‘dolce’, caramellato. Innanzitutto, lucido per legno / mobili vecchi; poi, caramello, castagne / marron glacé; suggestioni di cuneesi al rum (cioccolato, con una componente quasi di pesche o ciliegie sotto spirito). Cointreau, liquore all’arancia, e anche una suggestione di salsa worchester.

P: copia-incolla del naso, con un corpo un po’ debole, forse, e in crescita netta le note di ‘cose macerate’ sotto spirito. In più, diremmo, c’è qualcosa di tostato e, soprattutto verso il finale, di mentolato…

F: cointreau, caramello, mandarino, ancora i cuneesi.

Certo non un mostro di complessità, e dopo quasi 40 anni in bottiglia forse il palato ha perso un po’ in consistenza (come detto, il corpo è quel che è); senz’altro però aromi e sapori sono piacevoli, molto ‘canadesi’ ma non del tutto banali. Premiamo questo imbottigliamento con un 79/100, e segnaliamo che alla degustazione dell’altro giorno in molti l’hanno apprezzato molto.

Sottofondo musicale consigliato: Bryan Adams – The only thing that looks good on me is you.

Oban 12 yo (fine anni ’70, Essevi Import, OB, 43%)

Sabato pomeriggio, come abbiamo già avuto modo di raccontare, all’Harp Pub di piazza Leonardo a Milano gli appassionati di whisky (e noi per primi) avranno il piacere di assaggiare quattro malti pressoché introvabili, rarissimi e generalmente, quando presenti in asta, proibitivi da aggiudicarsi date le quotazioni stellari. Occasione imperdibile dunque, e – volendo – ci sono ancora dei posti a disposizione… Chi ha orecchie per intendere, intenda. Il parterre, che prevede Macallan 1959/1973, Bowmore Bicentenary (1979) e Port Ellen 20 yo Rare Malts (1978/1998), vedrà in avvio questo Oban 12 anni, versione ufficiale di distilleria messa in commercio tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli ’80: fino alla prima metà dei ’70, infatti, la bottiglia non aveva questa caratteristica forma ‘a pera squadrata’, ma era più regolare e appariva come un decanter lavorato. La versione importata da Essevi era a 43%, ma ne circolano, per il mercato inglese, anche a 40%. Bando alle ciance, assaggiamolo come piccola anticipazione…

711887NVBNDN: inizialmente si mostra abbastanza schermato, con una sorprendente coltre torbata (no fumo), minerale (cera, nitida) e quasi costiera (aria di mare): terra bagnata. Assieme a quest’austerità spicca una robusta presenza di cereale, molto pulito e invitante (ma anche un po’ verde, erbaceo, a tratti). Ossigenando, si scopre però anche molto altro: c’è tutta una sorta di acidità di contorno, a base di scorza di limone e pompelmo, che fa da preludio a una festa fruttata (pesche bianche, ananas, albicocche, fors’anche un po’ di frutta rossa). Caramello; fa ricordare a tratti anche la marmellata. Prima parlavamo di suggestione erbacea: forse sono quegli stessi elementi a spingere verso lidi quasi mentolati… Poi, stecchette di vaniglia.

P: mantiene ancora un tappetone torbato che in imbocco monopolizza; dà una sensazione di grande masticabilità e fa venire in mente ancora suggestioni terrose, minerali e quasi marine. Ancora no fumo. Rispetto al naso, pare subito più maltato che fruttato; in un contesto di grande pulizia (no spezie, no legno) la fanno da padrone generose note di cereale, piacevolmente erbose. Si riconferma, in calo, un po’ di frutta gialla, che col malto ci fa pensare alle brioche all’albicocca. Fette biscottate. Ancora un po’ di mentolato… Schiuma da barba, un accenno?

F: molto pulito, ma non debole o gentile. Di durata medio-lunga, è scisso tra la torba, minerale e cerosa (e, qui, forse anche leggermente fumosa) e ancora un cereale spaventoso.

C’è veramente poco da dire… Come tanti altri malti restati in bottiglia ad aspettare le nostre narici e le nostre papille per lustri e lustri, sviluppa una gamma di aromi terziari davvero seducenti, che riescono a complicare ulteriormente un profilo che senz’altro doveva unire fin da subito austerità cerealosa e costiera e rotondità fruttate. 90/100 è il voto: se la degustazione inizia così…

Sottofondo musicale consigliato: Ornette Coleman – Ramblin.

Clynelish 12 yo (inizio ’70, Ainslie&Heilbron, OB for Di Chiano, 43%)

Come ogni anno, ci piace celebrare il Natale con un dram ‘speciale’: due Brora il primo e il secondo anno, un Glenfarclas del ’71 l’anno scorso… Come possiamo salire oltre? Beh, è presto detto: assaggiando un Clynelish 12 anni importato in Italia da Di Chiano a inizio anni ’70… Il che vuol dire distillato verso la fine degli anni ’50… Il che vuol dire… Beh, se studiate la storia lo sapete da voi.

wc0366e1444-74_IM221233N: ci stupisce (e quindi vogliamo iniziare proprio da qui) un lato fruttato ben pronunciato: (yogurt alla) banana, frutta gialla (albicocche con una bella acidità), forse persino un accenno di fragole. Emerge poi anche un lato floreale incredibile, nella sua intensa delicatezza: fiori freschi e umidi; rose. E ancora: pasta di mandorle e agrumi vari (pompelmo?) a dare una sensazione di acidità che resta una delle poche costatnti in un naso altrimenti in continua evoluzione. E infatti subito spunta un altro filone, a noi molto caro: quel cliché Clynelish/Brora fatto di suadenti richiami minerali e terrosi/torbosi; fantastica lana bagnata e un lievissimo accenno fumè su un sfondo tenue di cera.

P: pulitissimo e pare analcolico! il corpo non è pienissimo ma… quanta roba! Qui il lato fruttato sembra indietreggiare un po’, a favore di una torba in risalita e di una mineralità superba. Molto miele, un’esplosione di fiori zuccherini e un po’ di pasta di mandorle; si conferma una bella dimensione agrumata, acidina, tra limone e succo di pompelmo. Appenna un tocco di fumo e vari, molteplici e infiniti sentori minerali e terrosi.

F: delicato ma persistente; pulisce la bocca e lascia una scia zuccherata e minerale; ancora vegetale e floreale, ma con una sorprendente nota salamastra e punte di torba più fumosa. Rari sono i finali che esibiscono una tale complessità.

Di fronte a certi dram, non sappiamo mai se far prevalere la luminosa gioia per il godimento che proviamo o l’atra disperazione per non averne due casse nell’armadio. Forse il palato ha un po’ perso grip, e l’intensità appena accennata (come ad esempio era capitato, anche se là con più dolorosa perdita, per il nostro Talisker del 1947) ci impedisce di esplorare, nella nostra scala, le vette più irraggiungibili: ma un 93/100 è il giusto tributo ad un malto che per complessità e qualità aromatica non ha rivali. Clynelish e Brora (e diciamo che qui le cose coincidono…) sono forse le nostre distillerie preferite: e se ce ne fosse bisogno, beh, ora ci ricordiamo il perché. Grazie infinite a Riccardo del Bar Metro per il sample.

Sottofondo musicale consigliato: Peter Pears e Benjamin Britten (quest’ultimo è compositore) eseguono Sette Sonetti di Michelangelo.

Springbank 15 yo (anni ’70/’80, ‘pear shape’, 46%)

Roma, Roma, Romaaaa… No, per quanto Gervinho ci abbia sedotti con la sua fronte ammaliante, per quanto a ogni sgroppata di Maicon ci prenda il magone, e per quanto al fantacalcio le sorti di uno di noi dipendano da Ljiajc e Destro, non siamo diventati tifosi della Maggica: è che tra poco più d’un mese torna lo Spirit of Scotland, il festival del whisky di Roma. Noi naturalmente ci saremo (che domande sono?, è ovvio! nelle prossime settimane vi sveleremo quel che bolle in pentola…), anche perché dobbiamo abbracciare, baciare e spupazzare Pino Perrone, uno degli organizzatori del festival nonché proprietario dell’Emporio del Gusto. E perché mai? Beh, perché al nostro ultimo incontro ci ha omaggiato di una chicca… Uno Springbank 15 di fine anni ’70 / inizio ’80, di quelli nella bottiglia ‘a pera’: tempo fa avevamo assaggiato, grazie alla Betty, il 21 anni della stessa serie, vediamo come se la cava il fratellino minore.

Schermata 2014-02-07 alle 20.23.00N: apertissimo e veramente, veramente intenso e generoso: non è aperto, è spalancato! Si viene letteralmente travolti da un orgasmico tripudio di frutta varia e intensissima (mela, una pera fresca e matura, davvero da panico; frutta gialla). Sul serio, l’intensità è tale che quasi ogni suggestione pare centrare il bersaglio: anche tropicana à gogo, da ananas a maracuja, a cocco… Poi un che di cremoso, non invadente (crema alle pere); un po’ di agrume maturo, ma non è l’unico trademark di casa: c’è infatti poi una intensa nota di cera che aggiunge una sfaccettatura di austera complessità, integrandosi meravigliosamente con la dolcezza fruttata di prima. Se diciamo “candela aromatizzata alla fragola” si offende qualcuno? Molto complesso; sicuramente alcuni potrebbero riscontrarvi una punta minerale, e più in generale con note maltate superbe; forse anche erbe aromatiche da cucina. 

P: attacca ancora orgogliosamente esuberante con note fruttate tropicali (maracuja) e agrumate (arancia), queste in crescita netta rispetto al naso. Poi tende a ‘normalizzarsi’, indugiando in note sfuggenti, delicate ma piacevoli, di malto, di cereali, di muesli, che regalano punte amarognole, minerali ed erbacee al contempo. E infine il cerchio si chiude, ancora su frutta cremosa (pera!) e…

F: … si ripercuote al finale con anche una preziosissima nota fumosa, come di camino spento, affogata in chili di chicchi di malto. Ancora cocco, frutta.

Se dovessimo sparare un hashtag al volo (ma perché mai?), sarebbe #senzadifetti. Oppure #nasodacento? Bah, non sappiamo, in fondo pare un esercizio di stile (e d’uno stile discutibile, pure) quanto meno sterile… Di certo c’è che questo whisky ci ha fatto impazzire: straordinaria intensità di aromi al naso, veramente privo di difetti e semplicemente ammirevole: il palato ci riporta sulla terra, in qualche modo, restando fantastico ma senza raggiungere le vette assolute dell’olfattiva. Il nostro giudizio sarà un epicureo 92/100. Grazie, Pino, che regalo!

Sottofondo musicale consigliato: Blixa Bargeld & Teho TehardoCome up and see me.

Rosebank 12 yo (fine anni ’70, Zenith Import, OB, 43%)

Ci abbiamo messo dieci giorni per riprenderci dallo shock subito di fronte allo splendore del Clynelish post natalizio; ancora non del tutto convinti che si trattasse davvero di merce terrena e non di nettare divino, cerchiamo pace nelle Lowlands, ma rimanendo sempre nel passato. Rosebank 12 anni Zenith Import, bottiglia ‘importante’ che abbiamo presentato al nostro tasting facile dello scorso ottobre.

Schermata 2014-01-06 alle 12.02.39N: non avremmo saputo indovinare ‘Lowland’, al naso, blind. Questo Rosebank è figlio del suo tempo, con una commistione di suggestioni molto affascinante e per nulla scontata: c’è sia il segno di una qualche gioventù (molto maltoso, cerealoso), sia una sorta di patina / schermo olfattivo che troviamo solo nei whisky di una volta (sughero, legno bagnato, cera, vecchie biblioteche). Poi una certa composita dolcezza liquorosa (si sente maggiore una quota di botti sherry): amaretto, confettura di fragola, zuppa inglese, mele rosse mature, uvetta… Completano un leggero senso di agrume e forse per suggestione, tocchi di fiori freschi… Una nota speziata infine, che ci ricorda le vecchie credenze da cucina con le spezie miste.

P: si mostra in tutta la sua pronta beva, in tutta la sua beverinità: coerente col naso, anche se la parte liquorosa è messa più in sordina – a essere premiate sono note di malto, di cereali (muesli), biscottose, veramente ‘pulite’ ma non per questo monodimensionali. Amaretti, una splendida cera, note di tabacco da pipa (ma è quasi affumicato?). Educatissimo ma non inerte, molto elegante. Cioccolato.

F: sorprendentemente lungo e intenso; animato da frutta secca e un po’ di fumo, su una coltre di fette biscottate con confit di fragole.

Non rimpiangiamo un passato che per noi non è mai stato presente, ma di certo dobbiamo ammettere che certi aromi, così composti assieme, nei whisky moderni non ce li sappiamo trovare. Cosa penseremo quando il presente sarà passato e il futuro presente? Boh. Intanto, 88/100 a questo gran pezzo di Rosebank.

Sottofondo musicale consigliato: Robbie Williams con uno standard del grande Frank Sinatra, Puttin’ on The Ritz.

Glenfarclas 15 yo (fine anni ’70, OB, 46%)

bttf_time_machine_ebay_leadE dopo il contemporaneo, passiamo al moderno: il Glenfarclas 15 di fine anni Settanta si presentava così, con una bottiglia tozza, quadrata e col tappo a vite. Grazie alla nostra Delorean, ci siamo presi la briga di andare per voi fino agli anni dei Movimenti e del punk rock, e lì abbiamo prelevato un sample di questo whisky del color del rame, ma di quello scuro, eh – la gradazione è di 46%, speriamo che negli oltre trent’anni di maturazione in bottiglia abbia retto. Assaggiamolo, suvvia.

14941-2N: rispetto al nipote, altra categoria, altra classe. La vecchia scuola qui si manifesta con accenti molto più scuri e pieni: botte di legno, umida, impregnata, un sacco di succosissima frutta rossa (fragola, lampone, perfino confettura di more – pare quasi gelée ai frutti di bosco); poi, quelle splendide note che abbiamo trovato solo in sherried di una certa età, ovvero suggestioni setose di rabarbaro, propoli e cera d’api; poi, nette, cola e tamarindo… E poi, il campo forse più nutrito, ovvero il laboratorio di torte: ci vengono in mente dolci al Grand Marnier, amaretti (che intensità), tiramisù… Continua a cambiare, continua a pungerci con nuove suggestioni: mou alla liquirizia, tabacco da pipa, mele rosse fragranti… Datteri? Un naso assolutamente eclatante.

P: ci piace, e anche tanto. Trova un bilanciamento mirabile e inatteso tra le asperità amare e le rotondità degli zuccheri, vista la stazza dei due pesi massimi che si contendono la cintura di campione del palato. In sostanziale coerenza col naso, rimane un profilo molto sherried e pesante, con generose note di legno imbevuto d’alcol, con rabarbaro (+++, alla grande!), propoli, note di caffè. Poi, si diceva, la succosa dolcezza: una frutta rossa grave ma splendida (fragola, mora, ciliegia), caramello, zucchero bruciato, succo di arancia rossa. Perde il lato più ‘da crostata’ (anche se queste note di tarte tatin, mmm…), ma trova un nuovo felicissimo equilibrio a metà tra il legno nervoso e la frutta rossa fresca. Mele rosse?

F: lunghissimo e intenso, ancora armoniosamente diviso tra tabacco, rabarbaro, ciliegia succosa, cioccolato…

proprio questa
proprio questa

Mamma mia signori, che qualità. Talvolta siamo stati un po’ critici verso alcuni prodotti di Glenfarclas, ma questa sola bottiglia basta a farci percepire in modo assai chiaro il nitore lucente della distilleria: un whisky equilibratissimo, che riesce a unire freschezza e gravità, ammiccamenti ed eleganza, sospiri e goduria carnale. Veramente un malto buonissimo, l’ideale – se ne avete una bottiglia – per brindare intorno a Natale; ma anche per brindare a Pasqua, perfino a ferragosto… 92/100 è il voto, chapeau.

Sottofondo musicale consigliato: un hard rock fatto in pieno stile anni ’70, e fatto bene: In solitudeSister.

Springbank 21 ‘pear shape’ (anni ’70, OB, 43%)

Non sapremmo iniziare il mese con più arroganza: il 21 anni di Springbank, in ogni sua versione, è un malto sempre eccellente; noi abbiamo tra le mani due dram di una versione in commercio negli anni ’70, versione celebre per la sua forma ‘a pera’. Grazie alla Betty per lo splendido regalo! I whisky di metà secolo ci paiono avere sempre una caratteristica comune, come un velo che li rende molto levigati… Sarà l’affinamento in bottiglia? Saranno i forni d’un tempo e una torba meno standardizzata? Sarà un malto di qualità che non è più? Saranno legni più rispettosi? Sarà ora di smetterla?

IMG_2485N: sta di fatto che anche questo Springbank pare avere quel velo, un misto di minerale, vegetale, maltoso, che esce in primo piano assieme a un poderoso lato fruttato. Frutta gialla, subito: pera e mela in evidenza, ma anche ananas (suggestione tropicale, maracuja?) e agrumi (limone, sia scorza che limonata). Legna e un po’ d’olio di mandorla. Buono così, nella sua intensa e sfaccettata ‘semplicità’ di whisky di malto.

P: l’attacco sorprende: veramente molto ‘amaro’ e discreto, con manie di protagonismo del malto. Il corpo sembra impigrito dai tanti anni di bottle-aging, tutto raffinato e levigato senza esplosioni di sapore. Attenzione però, non difetta in intensità ed anzi dopo una prima fase arriva alla carica il fruttarolo (coerenza col naso: pera e limone e ananas), poi ancora mandorla / nocciola. Malto e torba domineranno, comunque, con grande eleganza: sapori del tempo andato che non tornerà.

F: frutta, malto, lievissima torba vegetale; pulitissimo, lungo ma discreto, mandorla / nocciola e agrume.

Che goduria, non ti stanca mai. Un naso incantevole; un palato pulito, raffinatamente erbaceo e maltoso. Semplice, se vogliamo, e un po’ raffrenato dal tempo; ma – come dire – è proprio buono, buono, buono. 89/100 è il primo verdetto del mese che porterà le menti eccelse di whiskyfacile a compiere i trent’anni d’età. Siamo sempre più belli.

Sottofondo musicale consigliato: Nina SimoneI got it bad & that ain’t good.