Lagavulin 12 yo (anni ’80, OB, ‘Montenegro import’, 43%)

Dopo poco più di una settimana dalla degustazione “Classic Malts da sogno”, assaggiamo qualche campione che ci siamo portati a casa. Iniziamo dalla fine, ovvero dall’ultimo whisky assaggiato: si tratta di una bottiglia storica, Lagavulin 12 anni ‘White Horse’ Montenegro Import per il mercato italiano. Si tratta dell’imbottigliamento ufficiale di Lagavulin che occupa gli scaffali per tutta la prima metà degli anni ’80, venuto dopo il 12 anni con etichetta bianca e subito prima dell’istituzione del 16 anni, nel 1987. Il pavimento di maltazione ha chiuso nel 1974 a Lagavulin, dunque con ogni probabilità si tratta di un malto ancora prodotto in maniera tradizionale. Basta parole, avanti la storia.

IMG_8079_4N: straordinario, apertissimo e intensissimo. La cosa che ci sbalordisce a primissimo impatto è la frutta, una frutta rossa succosa e in composta: ciliegia, incredibile (avete presente la confettura di ciliegia?); more, anche qui sia fresche che in marmellata. Sentori del genere li avevamo trovati solo nel Bowmore Bicentenary, il che è tutto dire.  Arancia candita, molto carica di zucchero, e forse un cenno di zenzero (sempre candito). Spostandoci lentamente verso sentori più duri, passiamo su un tappeto di castagne arrosto, per poi finire su cuoio, tabacchi e vecchi mobili in legno. Infine, il dolce approdo sulle coste di Islay: appena un velo di catrame, di terra bruciata, bacon (o barbecue spento, col grasso di maiale che ancora cola…), qualcosa di più iodato anche, ma lontano: non aria di mare tout court, corda bagnata dall’acqua, forse. Appena un accenno di eucalipto. Non è brutale, anzi: è elegantissimo, invitante e succoso…

P: ugualmente intenso e complesso, anche se con importanti variazioni sul tema. Innanzitutto, l’isolanità si prende decisamente più spazio: è più salato, più pescioso, più bruciato (proprio legno bruciato), con una torba attiva, tra la cenere e un forte senso medicinale… Eccessivo? Neanche per idea, conserva una miracolosa eleganza che va coltivando con suggestioni di carruba, caffè, cuoio. Il lato dolce esibisce meno frutti di bosco (anche se le more sono innegabili, anche in caramella: avete presenti le fruit joy?), poi c’è il caramello salato, e poi un senso incantevole di bordo di crostata leggermente bruciato… E poi anche il chinotto, o il tamarindo…

F: lunghissimo, la torba (molto naturale, viva, cenerosa e acre) perdura all’infinito. Castagne bruciate ancora, anche arancia zuccherata… A dire la verità torna un po’ tutto qual che avevamo riconosciuto al palato (tranne forse la salinità, qui in disparte), ed è una cosa che ci sorprende – piacevolmente.

Non basteranno gli aggettivi, forse, ma la cosa che sempre ci lascia a bocca aperta quando assaggiamo prodotti del genere è che questo era un imbottigliamento base, normale, non una costosissima special release, un single cask particolarmente memorabile o altro. No, era “il Lagavulin”, e basta. Spaventosa beverinità, sesquipedale intensità, complessità da urlo: ma è possibile riconoscere una frutta del genere, così fresca, così vivace, così succosa, accanto ad una torba pesante ma delicata al contempo? Capolavoro. 94/100.

Sottofondo musicale consigliato: Captain Beefheart – Electricity.

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Glenfarclas 10 yo (anni ’80, OB, 40%)

Assaggiamo un import italiano di Glenfarclas, un dieci anni messo sul mercato nella seconda metà degli anni ’80 e importato e distribuito nel Belpaese grazie al prodigo intervento dei Fratelli Averna – come spesso accade quando assaggiamo certe chicche, dobbiamo ringraziare Angelo Corbetta (Harp Pub Guinness, Milano) e la sua bella idea di metter via bottiglie negli anni. Fondata nel 1836, Glenfarclas è dal 1865 di proprietà della stessa famiglia, con un cognome insospettabile ed unico: Grant. A dimostrazione dell’estro familiare quanto a nomi, siamo alla sesta generazione e abbiamo due John e quattro George… La metà dei 3400000 litri prodotti finisce in single malt, l’altra metà in blended. Perché diciamo questo? Mah.

schermata-2017-01-31-alle-22-21-27N: alcol, zero. Anche se l’invecchiamento in sherry, come vedremo, è molto marcante, i dieci anni ci consegnano un whisky ancora incredibilmente fresco, fruttato, vivo: dimenticate quegli sherry ‘scuri’, qui troviamo solo tanta voglia di divertirsi con mela rossa fresca e fragrante, poi la ciliegia, la fragola e con aberrante riferimento: aceto di more! C’è anche una nota altrettanto fresca ma più ‘grassa’, corposa, da tabacco da narghilè… Sotto a questa coltre di sherry, si agita un cereale ancora vivace, che rende il tutto estremamente invitante e pimpante. Eppure c’è di più: una leggera nota di legno di botte, molto cesellata e composta.

P: la riduzione a 40% ci porta un corpo di media struttura e un palato molto omogeneo, senza fiammate di sapore ma comunque con una bella compattezza e una certa intensità. Si ripresenta in grande coerenza col suo naso, e quindi tante mele rosse (anche una deviazione verso la tarte tatin, a dar conto di una maggiore ‘tortosità’, se siete in grado di perdonare l’orrenda parola) e una bella frutta rossa matura e succosa (more e ciliegie). Non è per nulla astringente, come sono talora certi sherried, ma ha comunque delle note tostate, quasi di tabacco.

F: di media durata, prosegue l’eterno balletto di tabacco e frutta rossa.

Buono, succoso, piacione: anche se di poco, il più apprezzato alla degustazione di ieri sera, in cui era messo a confronto con vecchie edizioni di Glen Keith, Dalwhinnie e Bowmore – non temete, recensiremo anche questi nei prossimi giorni. 86/100, e soprattutto un’osservazione: quanto era più buono questo dieci anni rispetto al pari età sul mercato odierno… Ah, come si stava meglio quando si stava peggio!

Sottofondo musicale consigliato: Mötley Crue – Wild Side.

Cluny 12 yo (anni ’80, 40%)

Il terzo blended assaggiato alla degustazione di giovedì sera era questo Cluny 12 anni, dal colore ramato pieno che parrebbe rivelare una quota di ex-sherry, nella miscela, abbastanza importante… Cluny è marchio di proprietà della storica azienda di Glasgow White & Mackay, a sua volta proprietà di una grande multinazionale del food&beverage con sede nelle filippine (il magnate Andrew Tan ne è a capo), che a sua volta l’ha acquistata dal miliardario Vijay Mallya, l’indiano più ricco di tutti voi proprietario, tra le altre cose, della Force India – lui si era comprato W&Mackay perché il padre, bontà sua, ne era appassionato… Ma dopo tutte queste amenità, è forse il caso di assaggiare quel che abbiamo nel bicchiere, o no?

2980_0N: un naso particolare, inaspettato da un blended; sicuramente, svela ampie dosi di sherry, decisamente marcante. All’inizio ha note di frutta rossa e nera, davvero poderose (ciliegie sotto spirito, fragole di bosco, more): cioccolato ai frutti rossi. È un whisky ‘scuro’, che non lesina neppure suggestioni di zucchero bruciacchiato, di caramello, ma anche di frutta ‘zuccherosa’ (fichi secchi, prugne). A donare ulteriore complessità, anche due altre suggestioni, una balsamica e un’altra vagamente ferrosa. Liquirizia e fonda di caffelatte.

P: una bella intensità, anche se il corpo è fin troppo beverino e leggerotto. La frutta rossa del naso retrocede un po’, lasciando spazio a un profilo coerente ma più caramelloso. C’è cioccolato, c’è liquirizia, c’è quasi sciroppo d’acero; un sacco di uvetta sotto spirito, poi un che di erbaceo (ere infuse, quasi quasi da amaro). A margine, un mentovato/erbaceo insistente. Netta, spicca la china.

F: noce di Pecan (burroso dolcissimo legnoso) ed erbe infuse. Ancora, tanta china.

Un blended del passato che ancora una volta ci appare infinitamente persuasivo; svela, come detto, una quota di botti ex-sherry piuttosto ingente, probabilmente sia di malt whisky che di grain (o almeno, quel palato così dolceamaro a questo ci fa pensare), e anche per questo è stato scelto dall’ottimo barman dell’Harp Pub, Riccardo Corbetta, per comporre una variazione sul Sazerac. A noi il whisky è piaciuto molto, il cocktail altrettanto: ma valutiamo solo il primo, e lo facciamo con un 86/100.

Sottofondo musicale consigliato: Linda Perhacs – Paper Mountain Man.

Bell’s 12 yo ‘De Luxe’ (anni ’80, OB, 43%, 75 cl)

Bell’s è uno dei marchi storici dei blended di casa Diageo, e contiene – dicono quelli che se ne intendono davvero – whisky distillato a Caol Ila, Inchgower, Blair Athol, Bladnoch, Dufftown, Glendullan… I collezionisti di whisky e gli amanti della paccottiglia ricorderanno, ad esempio, molti decanter in ceramica a forma di campana, fantastici da esporre sulle mensole di casa della nonna. I più paiono non ricordare però questa bottiglia rettangolare, messa sul mercato tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli ’80: per fortuna, diciamo noi, perché è un piccolo gioiello che ancora oggi si riesce a trovare, qui e là, con la dovuta attenzione, a un prezzo ragionevole. L’abbiamo presentato in tante degustazioni, ce ne siamo portati qualche bottiglia a casa, oggi finalmente lo esponiamo alla pubblica gogna sul sito.

bells-12-year-old-de-luxe-blended-scotch-whisky-boxed-1980sN: poco alcol e tanta intensità: ma quel che più stupisce è la qualità degli aromi, la complessità di un whisky che quand’è uscito era un malto ‘da battaglia’, da bere senza troppi ricami. Il primo sentore che ci seduce è quella patina che si trova solo nei whisky vecchi, tra la cera, il legno umido, la carta vecchia… C’è una mineralità, data probabilmente da una quota di torba (oltre alla probabile presenza di Caol Ila, all’epoca era più diffusa in varie distillerie) davvero fantastica. In più, questo naso bello setoso e rotondo è reso ancora più caldo da profonde note cremose di frutta gialla (pesca e mele), fragole; vaniglia, zucchero a velo; quei mix di frutta essiccata… Arancia secca sul termosifone nelle sere d’inverno… Ah, il Natale appena passato! E poi il malto, cerealoso (proprio Kellog’s) e ‘fienoso’. Un naso davvero incantevole.

P: anche se dopo circa trent’anni in bottiglia ha forse perso qualcosa in intensità, il panorama che si offre alle papille è di tutto rispetto. Ancora attacca su una mineralità torbosa, con una cera spaventosamente buona, con anche note di stoppino, quasi di fumo; poi si spalanca la frutta gialla (pesche, albicocche disidratate). In un palato naturalmente più semplice del naso, è in grandissima ascesa una maltosità piena, cerealosa e biscottata, notevolissima. Cremosino, con un buon caramello.

F: non lunghissimo ma pulito, tutto diviso tra malto croccante e un fumo minerale.

Il naso da solo vale il prezzo del biglietto, con una complessità incredibile e degli aromi che oggidì si trovano solo in alcuni sparuti campioni; poi si ‘normalizza’, ma merita comunque un premio, ricordando sempre che si trattava di un whisky da bere senza pensieri, senza troppe pippe mentali su aromi, fase retro-olfattiva, eccetera eccetera. 87/100, complimenti Bell’s.

Sottofondo musicale consigliato: Tom Waits – Chocolate Jesus.

Bruichladdich 10 yo (Rinaldi Import, anni ’80, 43%)

Non riusciamo proprio ad allontanarci dall’isola… e allora eccoci alle prese con un Bruichladdich 10 anni, di inizio ani ’80, importato in Italia dal prode Rinaldi. Come si sa, a differenza delle altre distillerie del luogo, Bruichladdich (e Bunnahabhain con lei) non è solita produrre whisky dagli intensi aromi torbati (tolte le edizioni speciali di Port Charlotte e Octomore), per quanto il malto sia sì torbato, attorno ai 3-5 ppm. Via, si annusi.

Bruichladdich 10 Jahre Rinaldi ImportN: un po’ alcolico. Spicca fin da subito una nota ‘sporca’, di whisky vecchio, che sta tra la cera d’api e -soprattutto- la propoli, che si fa sempre più intensa (è al limite del ‘macerato’, vecchia carta umida). Una veterinaria ci dice cane bagnato (?!). Poi, più sotto, lotta per emergere una ‘dolcezza’ morbida, con anche – forse – l’apporto di qualche botte ex-sherry: marshmellow, frutta varia (gialla, innanzitutto: pera e albicocca; e cotta, diremmo), vaniglia. Si sente il malto (fette biscottate), col tempo tende a farsi ancora più erbaceo / propoloso.

P: ancora quella nota di cera, di stoppino. Complessivamente tende verso l’amaro di un malto mineralino ed erbaceo (erbe secche, quasi mentolato, ma anche nocciola); non perde però le note più dolci e rotonde del naso, quindi: biscotti digestive, vaniglia, cacao amaro.

F: tutto sull’amaro, erbaceo, maltoso, cera (l’unico accenno dolce è proprio di biscotto ai cereali); intensità e durata sono nella media.

Quando l’abbiamo riassaggiato alla degustazione di Corbetta, a onor del vero ci è parso molto meno ‘propoloso’ e decisamente più fruttato. Forse un po’ d’ossigeno in più (il nostro sample era da bottiglia appena aperta, circa una settimana prima della degustazione) ha smussato gli angoli e restituito le originali proprietà? Boh, forse che sì, forse che no, che sarà, che sarà, sarà quel che sarà; noi registriamo la nostra esperienza contingente, non spariamo giudizi assoluti, e dunque la risolviamo con un 80/100.

Sottofondo musicale consigliato: Blur – Beetlebum.