Roba nuova, roba strana, roba da ricchi

Proseguiamo nel nostro imprescindibile servizio di aggiornamento sulle nuove uscite di questi giorni, o meglio di queste settimane. Partiamo dal nuovo Ardbeg, perché quando esce un nuovo Ardbeg la curiosità dei più si fa spasmodica prima, patologica poi – e pensare che in questi tempi le novità sono addirittura due! Innanzitutto, c’è Ardbeg An Oa, nuovo NAS aggiunto al core range: non filtrato a freddo e imbottigliato a 46,6%, si tratta di una miscela di barili di legno vergine, di ex-Pedro Ximenez ed ex-bourbon – la particolarità è che il vatting è avvenuto nel nuovo “Gathering Vat”, un ‘barilone’ di quercia francese atto appunto ad ospitare il periodo in cui i vari barili vengono messi insieme perché si conoscano, facciano amicizia, diventino una cosa sola. Soprassediamo sull’ennesimo nome gaelico che allude a qualche angolo sperduto di Islay, tanto potete fare il copia-incolla mentale con mille altri. Ci aspettiamo di assaggiarlo al Milano Whisky Festival, sempre che Moet Hennessy ritenga strategico portare qualcosa di diverso, ogni tanto, dai soliti tre imbottigliamenti. In giro online costa intorno ai 50€, chissà quando arriverà in Italia.

Ma si diceva di un altro Ardbeg, questo ancor più buffo: Ardbeg Grooves, quello che presumibilmente sarà l’imbottigliamento per l’Ardbeg Day 2018. D’altro canto, se per trovare un nuovo concept hai finito i promontori di Islay, miti saghe e leggende del luogo, l’eroico e illegale passato dei whisky makers, le astronavi… perché non fare un bel tributo al funk anni ’70? A giudicare dall’etichetta che circola online, si tratta dei loro “grooviest casks”, barili di vino intensamente charred. Tremiamo al solo pensiero, onestamente, ma faranno uno splendido evento in cui bere gratis, quindi bene così. Siamo persone semplici, ci accontentiamo di poco per regalare un sorriso a noi stessi.

Restiamo ancora un istante in casa LVMH: Glenmorangie ha messo sul mercato una bicicletta – ehm – fatta di legno – ehm – di sole doghe di barili di whisky – ehm – per la gioia di tutti gli hipster feticisti della distilleria di Tain. L’anno scorso un’idea simile aveva portato a occhiali da sole di legno di barile di whisky Glenmorangie, e costavano 300 sterle: immaginate quale potrà essere il prezzo di una bicicletta! Ma, fortunatamente, a Glenmorangie fanno anche del whisky, talvolta: appena annunciato è il lancio di un 19 anni, esclusivamente maturato in barili ex-bourbon, esclusivamente disponibile per il travel-retail. Secondo il comunicato stampa, questo imbottigliamento porta a sorprendenti livelli di inedita intensità la morbidezza dello stile Glenmorangie: da questo momento in poi non accettiamo più critiche sul nostro uso sperticato dell’aggettivazione, perché i poveretti che lavorano all’ufficio stampa di Glenmorangie ci battono, ogni giorno. Di questo non conosciamo il prezzo ma senz’altro ci piacerebbe mettere il naso su questo whisky molto più di quanto vorremmo poggiare il culo su quella bici.

Talvolta, il pretesto per un nuovo imbottigliamento arriva dalla caleidoscopica settima arte, il cinema. Così almeno sembrano aver pensato Johnnie Walker, che ha dedicato una tamarrissima edizione Director’s Cut del proprio Black Label all’imminente (e attesissimo, per lo meno da noi) Blade Runner 2046. Edizione limitata a sole (!) 39000 bottiglie, è imbottigliato a 49% e contiene malti di oltre 30 distillerie di proprietà Diageo; costerà circa 70€. Il film lo vedremo senz’altro, speriamo anche di assaggiare questo blended. La forma della bottiglia è ovviamente un riferimento al Black Label che già compariva nel Blade Runner del 1982, per chi si chiedesse “che c’azzecca“.

Ben altra attesa invece è rivolta al secondo episodio di Kingsman, dimenticabile film in uscita in questi giorni: decisamente più interessante sembra essere invece il GlenDronach Kingsman Edition, un 25 anni (vintage 1991, gradi 48,2%) in sherry che solletica la nostra attenzione perché di fatto è la primissima release della nuova proprietà americana interamente curata dalla nuova master distiller Rachel Barrie. Voci di corridoio dicono che l’importatore italiano abbia già esaurito quasi del tutto la sua assegnazione: un’anima pia che se ne compri una boccia per farcene assaggiare un sample? Sappiamo che sei là fuori, contattaci!

Non possiamo non dar conto del nuovo Kilchoman vintage 2009, già protagonista di una piccola (e sterile, con ogni probabilità) polemica sul gruppo facebook dei Malt Maniacs: il comunicato stampa annuncia che si tratta di barili ex-bourbon del 2009 e di tre barili ex-Pedro Ximenez del 2008, “per aggiungere ulteriore complessità”. Eh, ma se ci sono botti del 2008, come fa ad esserci scritto in etichetta “vintage 2009”? Non sappiamo dire, ma conoscendo Anthony Wills dubitiamo che avrebbe messo a rischio la reputazione di un suo imbottigliamento solo per pigrizia o distrazione, e dunque prendiamo atto e aspettiamo di stappare la nostra bottiglia. Ormai Kilchoman inizia ad avere una certa età, eh?, siamo curiosi di mettere alla prova questo whisky di otto anni.

E lì di fronte all’isola, che succede? Succede che Springbank ha messo sul mercato un 14 anni Bourbon Wood, edizione limitata a sole 9000 bottiglie, grado pieno di 55,8%, niente filtraggio a freddo, niente colori – ma siamo a Campbeltown, queste cose son così scontate che manco dovremmo scriverle. Praticamente già sold-out in tutti i negozi online: anche in questo caso attendiamo fiduciosi la magnanimità di qualche appassionato che di bottiglie è riuscito a comprarne due: una da bere, una per la collezione, e quella da bere, per favore, faccela passare davanti.

foto (ovviamente) di scotchtrooper

Quanto agli imbottigliamenti che, a prima vista, mettono un po’ di inquietudine, ecco due parole su Balvenie 14 Peat Week. Dovrebbe costare intorno ai 65€: si tratta di un’edizione limitata (strano, eh?), frutto di una distillazione di orzo intensamente torbato (30 ppm) che avviene a Balvenie ogni anno, per una sola settimana, dal 2001. Anche in questo caso però ci piace deporre i pregiudizi e far prevalere la curiosità: David Stewart, malt master della distilleria (ci lavora dal 1962…!) dichiara che si tratta di un tipo di torba delle Highlands poco fenolica, che dovrebbe dare note decisamente più minerali e terrose che marine. E di David Stewart noi ci fidiamo.

Chiudiamo su una nota di colore: spesso diciamo che quello del whisky è un business strano, prevede investimenti a lungo, lunghissimo termine, perché dal momento in cui inizi a distillare a quello in cui inizi a vendere, beh, può passare tanto tempo – almeno tre anni, diciamo. In questo caso, qualcuno si è davvero superato: fondata nel 1957 e silente dal 1980, North of Scotland è (era) una distilleria di grain whisky, e oggi la figlia del fondatore si è ricomprata uno stock di barili del 1965, gli unici rimasti, e ha deciso di imbottigliarle in un’edizione limitata di 1500 esemplari, il North of Scotland 50 years old. Singolare il fatto che questo sia il primo imbottigliamento ufficiale della distilleria, a soli 37 anni dalla chiusura. Quando si dice prendersela con calma. Collezionisti, comprate!

Alla prossima puntata per qualche altra novità, magari pescando anche dagli imbottigliatori indipendenti…

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Ardbeg ‘Kelpie’ (2017, OB, 46%)

Come ogni anno dal 2012, Ardbeg ha messo sul mercato a inizio giugno un’edizione speciale, rendendo l’Open Day di distilleria al Feis Ile un evento globale – l’Ardbeg Day, appunto. A ‘sto giro ci siamo persi lo sfarzoso evento di presentazione, ma sappiamo che è stato molto apprezzato: complimenti a Moet perché, per quanto ad occhi di molti sia una baracconata superflua rispetto al prodotto (rilassatevi, ragazzi), è pur sempre un pomeriggio di bevute gratis per tutti. La release 2017 è “Kelpie”, trattasi di whisky d’età non dichiarata maturato in barili di quercia vergine dell’Adighezia, regione russa non lontana dal Mar Nero. Corriamo a degustare perché sì, insomma, ci siamo capiti.

N: il naso è immediatamente accogliente, e squaderna stereotipi da Ardbeg in una versione semplificata, se vogliamo: tra le diverse anime, felicemente fuse assieme, iniziamo dal lato zuccherino, tutto di vaniglia, zucchero, succo di mela, una leggera crema pasticcera. Questa ‘dolcezza’ è bella appiccicosa, pesante (barretta cereali e miele?, forse un cenno di strudel). Poi, la marinità di Ardbeg, evocata fin dal disegno, è presente con tanta aria salmastra e alghe, ma non si prende mai la scena principale. Tutto ciò è racchiuso in una nuvola di fumo, che ci ricorda il tabasco affumicato (esiste, sì: Chipotle Pepper Sauce) e il bacon, anch’esso affumicato.

P: conferma da subito una dolcezza facile ma non semplice (eh?), nel senso che non è il ‘solito’ Ardbeg moderno vaniglia+limone+Islay… Come al naso, infatti, ha una dolcezza più densa e appiccicosa, tra caramello, ancora mele, miele cristallizzato (qua si ride, ragazzi); e soprattutto non c’è traccia di agrume. Poi certo le caratteristiche isolane sono ben presenti, forse con meno marinità ma, in compenso, un’esplosione di fumo di torba in crescita costante. Fa capolino anche un senso di medicinale…

F: molto lungo e persistente, perdura all’infinito un senso di braci, di falò, di grasso maiale sulla brace; e poi ancora il medicinale…

Un Ardbeg ‘arancione’, decisamente godibile, privo della quota agrumata che tanto ci piace dello stile di casa e carico di tanta dolcezza grazie al legno vergine che, si sa, esagera sempre. Al palato esplode la torba, che al finale addirittura sembra poterti risucchiare in un gorgo senza fine… Poi il giorno dopo ti svegli e pensi che anche per quest’anno Ardbeg ha messo sul mercato una special release non male: 86/100. Che poi sia così speciale da giustificare il prezzo: mah, ma fa caldo e non faremo la morale a nessuno. Qui tutti gli altri Ardbeg che abbiamo bevuto finora, comprese tutte le ultime release annuali.

Sottofondo musicale consigliato: Rino Gaetano – Nel letto di Lucia.

Ardbeg Supernova 2015 ‘Committee release’ (2015, OB, 54,3%)

La serie “Supernova” di Ardbeg allude ai più torbati Ardbeg mai prodotti dalla distilleria, ed è considerata generalmente dai maligni appassionati e rosiconi una delle ultime buone cartucce sparate dal caricatore di Moet Hennessy. 100 ppm contro i normali 50, oggi assaggiamo la versione del 2015 (SN2015): l’ultimo atto, si spera, della gara tra Ardbeg e Octomore a chi ce l’ha più torbato. Per la cronaca, ha vinto Octomore.

ardbeg-supernova-2015-0-7l-b-p-ec-1N: sembra un Ardbeg di razza, con tutte le sue cosine al posto giusto… Ha un profilo molto medicinale (garze) e decisamente salmastro (l’oceano, proprio, le ostriche, l’acqua salata…). La smitragliata di torba effettivamente fa vittime (note di braci, di bruciato, di falò spento), anche se probabilmente più di tanto il naso umano non riesce a seguire le fughe in avanti della mente di certi distillery manager. Per il resto, spiccano note agrumate raramente così intense e intriganti, riassumibili in cedro e lime. Infine, il bourbon fa il suo dovere con robuste zaffate di vaniglia, zucchero a velo, marzapane.

P: l’impatto è devastante, in intensità e compattezza. C’è un muro di dolcezza davvero pronunciata, e di una semplicità disarmante: zucchero bianco, vaniglia. Il vero valore aggiunto sta nel contemporaneo attacco congiunto di una torba grave, acre e fumosissima – che fa letteralmente terra bruciata, concedeteci la battuta -, di un lato medicinale quasi antibiotico, che felpa la bocca con le sue note amaricanti, e di una marinità nuovamente oceanica. Ancora una teoria di agrumi amari, lime, cedro, bergamotto. E il limone, dove l’abbiamo messo? L’abbiamo spremuto sull’antibiotico.

F: qui il legno bruciato si prende l’onere della prima voce, in una metamorfosi infinita degli elementi tra il salato, il dolce e l’acido.

Davvero ottimo, un tripudio di intensità che spinge forte su tutti gli hallmark dell’Ardbeg moderno: certo, la dolcezza è tutta oak-driven, ma si integra con grande equilibrio alle tempeste del distillato. Pare ovvio che deve piacere la torba, qui davvero sparata a mille: e a differenza di altre espressioni “celoduriste”, quanto a ppm, qui in effetti pare di addentrarsi in territori davvero super, in cui fumo, bruciato e medicinale aggrediscono i sensi. Tutto molto bello, però, e ci piacerebbe che Ardbeg fosse sempre (almeno) così. 90/100.

Sottofondo musicale consigliato: Philip Glass – Metamorphosis.

Ardbeg 20 yo (1996/2016, Chieftain’s, 46,5%)

L’ultimo Milano Whisky Festival ha visto la graditissima presenza degli imbottigliamenti indipendenti di Ian Macleod, proprietario della nostra amata distilleria Glengoyne. L’importatore italiano è il prode Fabio Ermoli, già noto ai più per baffi maliziosi, scorribande asiatiche e selezioni spettacolari (Valinch & Mallet, presente?); dal suo banchetto abbiamo portato via un Ardbeg di 20 anni, vatting di due botti del 1996 (per i nerd: casks n. 808, 811). Delle 601 bottiglie ricavate, qualche centilitro è finito nei nostri bicchieri – dice sia un ottimo digestivo dopo i bagordi natalizi, chissà se è vero. Una cosa: quanti Ardbeg indipendenti vi capita di trovare in giro, di questi tempi? Eh, appunto.

chieftains-ardbeg-1996-20-year-old-465N: in generale è chiaro che tutte le anime si sono bene integrate fra di loro e se ne stanno in eccellente equilibrio. Il naso è quindi molto cesellato. C’è un velo salmastro, da schizzi sugli scogli, a legare il tutto; la torba e il fumo sono delicati, in fase calante ma ancora vivi. Gli altri elementi sono sicuramente un bel lato balsamico (aghi di pino), agrumi profumati (limone e bergamotto) e una ‘dolcezza’ pronunciata ma composta (kiwi gold, vaniglia).Al di là dei descrittori, però, il segreto sta tutto in un parola: equilibrio.

P: come al naso c’è grande rispetto reciproco tra la sapidità, la torba e la dolcezza. Ci capita in mente il ricordo di una provola dolce affumicata, che potrebbe riassumere splendidamente questo matrimonio. E invece c’è di più: soprattutto esce alla grande il lato balsamico (eucalipto e pino), mentre rimane in sottofondo il bergamotto. Toffee molto grasso, liquirizia e – perché no? – ancora il kiwi. Soprattutto dopo un po’ questa sensazione di dolcezza zuccherosa da toffee incrina leggermente l’equilibrio degli elementi.

F: ancora scamorzine, dolcezza da toffee e un fumo denso.

Ottimo esempio della qualità di Ardbeg, esibisce un equilibrio veramente seducente tra le varie anime (fumo, mare, dolcezza): a noi è piaciuto proprio il bilanciamento, con qualche scatto di nostro gusto (lato balsamico, bergamotto, kiwi). Rispetto ad un arcimodello astratto e perfetto – e dunque inesistente – difetta magari in un ciccinino di intensità, e ribadiamo che al palato dopo poco l’equilibrio di cui sopra sbanda lievemente a favore del dolce (il toffee prende il largo), ma queste in fondo son solo quisquilie: 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: Iron Maiden – Afraid to shoot strangers.

Ardbeg ‘Dark Cove’ (2016, OB, 46,5%)

ArdbegDayDarkCoveCR-770x470E infine, eccoci qui. Abbiamo tergiversato, abbiamo affrontato un Caol Ila e un Arran, ma un po’ così, per gioco: e d’altro canto si sa che bisogna preparare il terreno adeguatamente ai grandi botti, perché questi risuonino più deflagranti e spaventosi nell’aria. E quindi, dopo una settimana, eccolo qui: la strenna annuale di Ardbeg, la distilleria più posh di tutta Islay, in edizione (come al solito, falsamente) limitata, con etichetta nera come la pece e una storia da raccontare. La storia non la racconteremo, perché dopo il whisky spaziale dell’anno passato francamente ne abbiamo abbastanza di trovate da ufficio del marketing; ci concentreremo dunque, come al solito, sul whisky, che è quel ci interessa. Dark Cove: età non dichiarata, invecchiamento in miscela di botti ex-sherry ed ex-bourbon.

005a-ardbeg-dark-cove-bottle--carton_grey_1N: se Ardbeg quest’anno voleva stupire, certo non si può dire che abbia fallito – almeno per quel che ci riguarda. Sulle prime si rimane infatti sconvolti da un lato erbaceo inedito, per la distilleria: e per erbaceo intendiamo erbe aromatiche e balsamiche, tra rosmarino e salvia, aghi di pino (resina da conifere; qualcuno alla presentazione ha parlato di ‘mirto’, e in effetti…). Proprio per questo lato, ci si può facilmente suggestionare richiamando alla mente – quasi – un gin erbaceo (come può essere il gin Mare, per intenderci). Dietro a questa prima coltre, ecco qualcosa di più atteso: spuma di mare, innanzitutto, e poi la torba di Ardbeg, acre ma (avvertiamo) qui tutto sommato ‘delicata’: leggasi, non brutale come al solito. Solo nelle retrovie emerge una vaga ‘dolcezza’, con qualcosa di borotalco, vaniglia e poco più.

P: ha un buon corpo, bello grasso… Tutto è molto compatto e ben legato: arrivano infatti all’unisono una sapidità marina molto pronunciata, delle speziature balsamiche ed erbacee di cui già al naso (resina, rosmarino – e ritorna la suggestione di un gin tonic molto secco) ed una torba greve, acre, da motore diesel e inchiostro. Poi l’apporto determinante del legno è qui più evidente e definitivo: liquirizia soprattutto, tanto cioccolato fondente; un velo di vaniglia. Marmellata d’arancia. Solo verso la fine si percepisce un fumo…

F: …che al finale dura a lungo, ricordando certi barbecue, con legna ardente in fiamme, carbonizzata. Un velo di sale accompagna una dolcezza liquiriziosa. Bacon?

Partiamo dal voto: 87/100. Ci è piaciuto molto, ne abbiamo apprezzato le asperità, le punte balsamiche ed erbacee decisamente inusuali per l’immagine che abbiamo dei ‘soliti’ Ardbeg; detto ciò, e riconoscendo che, soprattutto al palato, la dolcezza legnosa si fa un po’ carica, ci resta il rammarico di una gradazione un po’ bassa, ché probabilmente, se fosse stata diversa, avrebbe portato il giudizio ancora più in alto. Comunque, vediamo l’inversione di tendenza, almeno nel nostro registro, e ne gioiamo grandemente.

Sottofondo musicale consigliato: The Black KeysTighten Up

‘Robust Smoky Embers’ 21 yo (2013, Cadenhead’s Creations, 46%)

Da un po’ sulle nostre pagine manca della torba isolana: decidiamo di prendere tre piccioni con una fava e assaggiamo questo vatting di – appunto – tre botti della patria dei torbati, Islay. Compongono la miscela, infatti un barile di Caol Ila, un barile di Ardbeg ed uno di Bowmore: tutti e tre sopra i 21 anni, selezionati ed uniti assieme secondo l’arbitrio di Mark Watt, naso ed anima di Cadenhead’s. L’esperimento non è usuale, ovviamente, vediamo come è andata.

mainlN: nel vatting prevalgono una torba gentile e una vanigliosità alla Caol Ila, con anche qualche guizzo quasi tropicale in stile Bowmore. Il profilo generale è così rotondo, con marinità  e note medicinali lievi, mentre il fumo non è di quelli acri ma è piacevolmente ‘dolce’. Vaniglia, zenzero candito e aranciata zuccherata completano un naso piacionissimo, ma non stucchevole. Per di più col tempo viene fuori bene, crescendo d’intensità.

P: che dolcezza, paradiso dei sensi! Ribadisce l’ispirazione caolilesca, con un’esplosione di vaniglia, borotalco e liquirizia. Mela gialla. Poi va un po’ in calando, con una nota erbacea e mentolata che prende il sopravvento e l’acre della torba: la dolcezza, verso il finale, retrocede dunque un poco. Semplice, intendiamoci, ma gradevole

F: rivincita di Islay: abbondante legno bruciato e medicinale amaro assieme agli ultimi rigurgiti vanigliosi e di mela matura.

All’ultimo Milano Whisky Festival, in cui avevamo inserito questa bottiglia in un percorso ‘sperimentale’ sulla torba, il ‘Robust Smoky Embers’ 21 anni è stato molto apprezzato: effettivamente, un vatting isolano sopra i 20 anni a 80 euro oramai è un’utopia. Oggidì, ahitutti, è esaurito, ma non possiamo che rimpiangerne le velleità: è un malto gradevolissimo, forse un po’ semplice (pare che la miscela abbia come smussato gli angoli delle tre distillerie, facendone perdere anche le più riconoscibili peculiarità – a parte la rotondissima Caol Ila, ovvio) ma che, forse anche grazie a questa semplicità, va giù con una facilità inquietante. 84/100 sarà il voto, alla prossima avventura!

Sottofondo musicale consigliato: Elio e le storie tese – Catalogna.

Ardbeg 20 yo (1993/2014, Cadenhead’s, 55,9%)

Qualche giorno fa abbiamo assaggiato un Ardbeg Cadenhead’s dalle specifiche molto simili, solamente imbottigliato qualche anno prima, nel 2008. L’obiettivo, accostandovi in degustazione quello di oggi, era di cogliere eventuali differenze. L’inizio degli anni ’90 è tra l’altro un periodo molto particolare nella storia della distilleria, appena riaperta dopo un decennio di inattività. Questo ventenne è maturato in una botte ex bourbon, che ha sfornato 186 bottiglie. Piccola nota di colore (cupo): su whiskybase l’ultima quotazione è di 320 euro!

IMG_8621N: la prima cosa che impressiona è la grande somiglianza, è talmente simile che l’unico modo per non fare copia/incolla è concentrarsi sulle differenze: questo è più austero, con una vaniglia più nascosta; qui, se il fumo è appena più lieve, c’è di certo tanta più legna bruciata. L’agrumato è più verde, sul lime e cedro. Si tratta di un naso spigoloso, meno piacione ma -intendiamoci- le differenze non sono così marcate.

P: che schianto! Anzitutto, generalmente parlando, batte l’altro 3-0 in quanto a sapore. Poi, si assiste uno sperticato e folle equilibrio, che mai lo crederesti possibile, tra le componenti che all’unisono si contendono il primato. Anzitutto la dolcezza non è di sola vaniglia, ma si pregia di una quota di frutta gialla matura (pera); ancora tanto lime, bello succoso; liquirizia. Dall’altro lato, mare e torba sono imponenti e variegati: legno bruciato e sentori ‘chimici’. Infine, una gran sapidità. Che vivacità questa torba ventenne!

F: se nell’altro a un palato dolcissimo seguiva un finale di soli copertoni bruciati, qui la gomma arde in compagnia di una bella dolcezza vanigliata.

Questi single cask sono la ragione per cui il mito di Ardbeg, dopo gli anni d’oro delle distillazioni fino a metà anni ’70, continua ad alimentarsi anche ai giorni nostri. Se la produzione ufficiale della distilleria si è progressivamente normalizzata e anzi rimane, con l’eccezione del 10 anni, un po’ deludente in quanto a rapporto qualità/prezzo, gli imbottigliatori indipendenti ancora ci regalano (mai espressione fu più fuorviante) sprizzi di vera e maestosa ardbegtudine. Un whisky indomabile, prepotente eppure anche così raffinato e invitante alla bevuta. Pure magic: 91/100.

Sottofondo musicale consigliato: Godot – The fragrance of black coffee

Ardbeg 17 yo (1991/2008, Cadenhead’s, 54,5%)

Qualche giorno fa Mark Watt, vulcanico boss di Cadenhead’s, è calato in Italia, fino a Milano, per una degustazione di cinque nuovi imbottigliamenti della casa, tre single cask e due small batch (la nuova serie di vatting di due-tre barili). La serata, in quel dell’Harp Pub milanese, è stata di assoluta gradevolezza e Mark, rigorosamente in kilt, ha regalato aneddoti a profusione sul mondo del whisky, passato e presente. A un certo punto, scagliandosi contro la moda degli imbottigliamenti ultra-premium, al grido di “you don’t drink packaging”, ha rovesciato mezzo dram nel cartoncino di uno small batch, tra le risate stupite dei presenti. Presentando il primo whisky di serata, un Glen Ord di 10 anni, si è lasciato andare a una confidenza e ha spiegato che è proprio la ricerca di barili di questo genere di distillerie così poco “sexy”, quasi sconosciute al grande pubblico, a costituire il vero divertimento nel suo lavoro. E poi ha citato Ardbeg: “Quando qualcuno mi dice: ‘Gran bell’Ardbeg, hai fatto un’ottima selezione’, io penso che non è poi così difficile, non ci vuole un gran talento per farlo”. La banalità dell’eccellenza, si direbbe… Vediamo se questo vecchio Cadenhead’s imbottigliato nel 2008 da botte ex bourbon è l’ennesimo caso…

Ardbeg-17-y.o.-1991-2008-Cadenheads-e1412875111541N: in effetti ci sono tutti le caratteristiche che hanno fatto il mito: una torba pesante, fumosa, smoggosa; tanto, tanto iodio, a sbattere in faccia il carattere marino; il tutto, sorretto da limone (qui poco pronunciato), vaniglia e zucchero a velo. Ricorda anche lo zuccherosità del cedro candito e del marzapane, che danzano in uno splendido paso doble con tutte le spezie del legno: note intense di liquirizia si uniscono a pepe e sfumature erbacee, mentolate.

P: una botta, forte e secca, di liquirizia salata, di vaniglia marina, di ossimori felici. Ci sembra molto presente un legno acre. In contemporanea c’è anche una nota ultra-dolce a forma di banana matura; curiosamente al poco bruciato corrisponde un fumo intenso di torba. Medicine varie e un po’ in disparte, il limone.

F: piuttosto lungo. Dopo cenni mentolati e balsamici, erbacei domina un chimico acre (plastica bruciata).

Qui la profezia del patron di Mark Watt si compie, eccome, anche se di questo imbottigliamento abbiamo apprezzato sicuramente di più il naso, in perfetto Ardbeg style. Il palato ci è sembrato non così ricco e bilanciato, sbilanciato su una nota dolciastra che non ci fa impazzire. Al Bevitore Raffinato è piaciuto di più, nella nostra scala invece si rimane a un passo dall’eccellenza; ad ogni modo dei cento e passa Ardbeg messi in bottiglia da Cadenhead’s questo si iscrive in pieno tra quelli a botta sicura, così facilmente buono: 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: main theme of L.A. Noire Ost

Ardbeg 17 yo (1998/2015, sherry hogshead, Malts of Scotland for Whisky&Co, 56,9%)

Dopo l’uno, l’altro; siccome il precedente ma maturato in botte ex-sherry. Si proceda con gli appunti degustativi.

Schermata 2015-09-02 alle 14.50.41N: così, senz’acqua, è meno aperto e straripante dell’altro, ma è comunque un malto particolarissimo: è una botte ex-sherry graffiante, sporca, con note quasi sulfuree (ma d’un sulfureo che piace, non che respinge) di arancia troppo matura, forse qualcosa di vicino al cuoio… La ‘dolcezza’ che emerge dal connubio botte + distillato pare dunque greve e scura: castagnaccio, caramella mou (butterscotch); fichi secchi; frutta rossa, ma disidratata. Rispetto all’altro, non è che questo lato sia meno intenso, o meno presente: è però più trattenuto, e dopo un po’ qui pare dominare una torba ‘sorda’, acre, fumosissima e cenerosa (braci spente). Lana bagnata (magari, dal mare!); è comunque molto marino, salmastro, spumoso. Con acqua, tutto si apre, ma aumenta tanto la marmellata (confit, pardon) di fragole.

P: alcol inesistente, clamorosamente aperto e bevibile. Anche questo è intensissimo, al limite dell’eccesso; si nota subito la dittatura dell’arancia, che perde quel carattere sulfureo del naso, ma è più ‘tabaccosa’ (l’arancia? Ma che diavolo dite, ragazzi?). Sicuramente, ancora cuoio. Poi frutta cotta (prugne), pesante e pervasiva; qualche suggestione di crema catalana. E l’acqua di mare, e il fumo, le braci… Con acqua, anche questo single cask si ‘normalizza’, traendone beneficio e acquistando in equilibrio. Note legnose (bruciate, anche) aumentano molto, così come quelle di marmellate e confetture: esplodono anche punte balsamiche e d’eucalipto. Magnifico.

F: succoso, lunghissimo, braci, mare salato, liquirizia, una dolcezza imponente…

Iniziamo dalla fine, cioè dal voto: 92/100, come l’altro. Si tratta di due Ardbeg diversi, certo, e l’apporto differente del legno è molto evidente: però al contempo si riesce, in entrambi, ad esplorare il carattere di Ardbeg, quelle peculiari note distintive che caratterizzano la distilleria più amata dai torbofili. Comprendiamo dunque l’iniziale imbarazzo di Max Righi, che nel non saper scegliere tra due botti di eguale caratura morale ha deciso di sceglierle entrambe. Per fortuna nostra, diremmo anche. A margine di questo imbottigliamento, consigliamo per entrambi questi Ardbeg favolosi l’aggiunta di un goccio d’acqua, dopo un po’, per rendere l’esperienza più accessibile e gradevole: non tanto a livello di descrittori, ma proprio come ‘qualità’ dell’esperienza stessa. L’acqua, poi, è interessante perché aiuta a rendere un whisky estremo più approciabile e meno – potenzialmente, e per i palati meno allenati – stucchevole.

Sottofondo musicale consigliato: CSI – E ti vengo a cercare.

Ardbeg 17 yo (1998/2015, Malts of Scotland for whisky & co, 58,4%)

Al festival del whisky romano dello scorso anno Max Righi ha voluto stupire tutti. L’attivissimo proprietario del marchio Silver Seal, nonché uno dei maggiori collezionisti italiani di whisky, inaugurava assieme a PPP (non Pier Paolo Pasolini bensì il Professore Pino Perrone), il nuovo tempio del whisky d’aa capitale proprio in quei giorni, e cosa ti combina per l’occasione? Nientepopodimeno che due single cask di Ardbeg alle soglie della maggiore età, uno in bourbon e l’altro in sherry; per non far dispiacere a nessuno. Si tratta di una selezione di Malts of Scotland  (con in etichetta il logo whisky&co), che in questi anni ci ha abituato a standard molto alti. Ma via, partiamo con il barile ex bourbon, che ha un colore davvero molto carico e preannuncia un whisky altrettanto corposo…

Schermata 2015-08-31 alle 13.56.43N: …e in effetti è così fin dalla prima snasata. Incredibilmente aperto nonostante la gradazione, si lascia sondare senza ritrosia. Colpisce fin da subito un lato balsamico; si passeggia in un bosco di conifere, umido dopo la pioggia (eucalipto, aghi di pino e resina). Intensissima poi la zuccherosità: cioccolato al latte, zucchero di canna e toffee; i biscotti cuore di mela! Castagne bollite nel latte e zafferano. Una mega banana matura!!! Insomma, tanta roba (come diremmo se fossimo del tutto alieni dal vocabolario italiano e dalle sue magie). E nemmeno siamo arrivati ai tratti isolani: c’è poi infatti una marinità molto pronunciata da capogiro; e la torba, acre e vegetale, fumosa e accompagnata da note di pepe, chiodi di garofano. E che bontà questo legno caldo e rassicurante…

P: come si poteva immaginare dal naso, in bocca è un massacro sensoriale: le papille sono assediate da un esercito di cristalli di zucchero, bombardate da casse di arance candite e caramellate, trucidate da una colata di caramello. Questo tripudio trova paradossalmente un equilibrio con un eccesso di forza uguale, ma opposta nella natura: l’oceano in fumo…super sapido e speziato, marino assai e con un fumo quasi chimico, bruciacchiato che annichilisce l’umano sentire. Ancora mele (cotte?) e con aggiunta di acqua si attenua la violenza, rendendolo più sensato e francamente godurioso. Torna qui quel lato mentolato e balsamico, mentre tutto si arrotonda e senza cambiare si armonizza. Emergono legno, cioccolato e pepe.

F: Quei finali senza fine che sembrano quasi dei palati. Fuoco spento e labbra salate, pepe. Eupeptico.

Questo Ardbeg ci sembra la trovata più adatta a un’inaugurazione, simile a una tavola imbandita d’ogni qualsivoglia leccornia oppure a una sparacchiata di fuochi d’artificio. E proprio in questa sua esuberanza starebbe a sorpresa anche un possibile punto debole. Dopo un naso fantastico, infatti, il palato in purezza è quasi inaccessibile da tanto trabocca di sapore. Non parleremmo di stucchevolezza, piuttosto d’insufficienza dei nostri mezzi per comprenderlo appieno. Insomma, caro barile di Ardbeg non è colpa tua, ma di chi ci ha creato a sua immagine e somiglianza e non aveva previsto a che punto poteva arrivare la fantasia. Detto ancora più in soldoni, con acqua diventa fantastico e si becca un 92/100.

Sottofondo musicale consigliato: Antonello VendittiQuanto sei bella Roma