Ardbeg An Oa (2019, OB, 46%)

Finalmente lo assaggiamo: entrato nel core range da un paio d’anni, An Oa (che si pronuncia An-ò, come se un francese pronunciasse in italiano una parte vitale ma considerata poco nobile e generalmente poco esposta alla salvifica luce solare) è un NAS di Ardbeg che si assume la responsabilità di fare da ingresso nella gamma della storica distilleria di Islay. È una miscela di PX e bourbon casks, il tutto finito in un marrying vat di quercia francese – queste le info conosciute, tanto vi dovevamo, adesso si beve.

N: beh, molto piacevole. Se dovessimo racchiudere il naso in un’immagine, è una versione ammorbidita dell’Ardbeg Ten, un po’ meno limonoso e un po’ meno marino – ma è molto piacevole. Morbido, fumo caldo, legno, falò; c’è anche un che di tela cerata, di Barbour. Si sente moderatamente la quota in sherry, con un po’ di mela rossa, poi c’è pure il bourbon con vaniglia, zucchero a velo, marshmallows bruciacchiati… Se si aggiunge un poco di limone, l’effetto è quello della Torta Paradiso.

P: un po’ blando complessivamente, ma ancora piacevole e morbidone. Aranciata zuccherata, forse un po’ di scorza; tantissima liquirizia, un po’ di banana… Cremoso, c’è sicuramente del toffee, ancora della mela, fumo ceneroso. Pare più ‘bruciato’ che ‘torbato’, per quel che vale un’affermazione del genere.

F: piuttosto lungo, anche se non troppo intenso.

Buono, piacevole, molto morbido – un whisky fatto per essere bevuto senza pensieri, senza troppe menate… Certo, l’Ardbeg che ci piace è molto più affilato, ma non stiamo a lamentarci troppo: d’altro canto il Ten degli ultimi anni è risalito sensibilmente come qualità, presto ne recensiremo un esemplare. Intanto, a questo An Oa appiccichiamo un 84/100.

Sottofondo musicale consigliato: Brunori Sas – Al di là dell’amore.

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Tasting Facile 2019

Eccoci, è di nuovo quel momento dell’anno: le vacanze sono finite, le scuole riaprono, le tangenziali tornano a riempirsi di gente… e il Tasting Facile si fa imminente! Quest’anno si giunge alla settima edizione, e siccome negli anni vi abbiamo abituato bene (qui potete leggere un riassunto delle bottiglie aperte nelle scorse edizioni), non possiamo che provare ad alzare l’asticella… La degustazione sarà come sempre all’Harp Pub, in piazza Leonardo a Milano: per facilitare la partecipazione di molti amici, stavolta la degustazione sarà domenica 22 settembre, nel pomeriggio, alle 16.00.

Ma insomma, eccoci con la line-up:

  • Balblair 5 yo (anni ’80, OB, 40%)
  • Singleton of Auchroisk 1981 (anni ’90, OB, 43%)
  • Linkwood 15 yo (inizio anni ’80, Gordon&MacPhail, 40%)
  • Port Ellen 1969 (1985, Gordon&MacPhail, 40%)
  • Ardbeg 1974 (1996, Gordon&MacPhail, 40%)
  • Clynelish 12 yo (inizio anni ’80, Gordon&MacPhail, 57%)

Visto il peso di alcune bottiglie coinvolte, il biglietto sarà più alto degli anni scorsi, a 80€, ma crediamo risulti ancora a buon mercato (non sono molti i luoghi al mondo, per tacere della sola Italia, in cui puoi assaggiare un Port Ellen del 1969 o un Clynelish full proof di inizio anni ’80, o ancora un Ardbeg del 1974 a meno di 20€ al dram – e anzi, se conoscete questi luoghi indicateceli, per favore). Come al solito, non abbiamo velleità di lucro, vogliamo solo assaggiare bottiglie che altrimenti non avremmo il coraggio di aprire. Cogliamo l’occasione per ringraziare Mauro Risso, dell’Enoteca Parlapà di Torino, che offre sull’altare del Tasting Facle la bottiglia di Ardbeg.

Per le prenotazioni, è necessario mandare una mail a info.whiskyfacile@gmail.com: attenzione, è l’unico modo per prenotarsi!

“Scotch Missed”: a tasting in Croatia

Cask End di un Brora 1972: serve altro?

Sabato scorso una nutrita delegazione di Whiskyfacile (cioè: Jacopo) ha attraversato ben due confini pur di partecipare alla degustazione SCOTCH MISSED a Motovun, in Croazia, organizzata dal grandissimo Tomislav Ruszkowski. Non è un blog di turismo, quindi vi saranno risparmiate le avventure del viaggio, tra maiali arrosto e spiagge di nudisti (a dispetto delle apparenze: le due cose non coincidono). La degustazione ha avuto luogo nella bellissima cornice del Roxanich Wine & Heritage Hotel, piccolo santuario di alcune passioni di Mladen Rozanić, imprenditore croato che da una decina d’anni ha deciso di trasformarsi anche in winemaker: i suoi vini, rigorosamente naturali e biodinamici, hanno diviso i partecipanti, ma chi scrive – pur nella sua conclamata ignoranza in materia – si è innamorato dei macerati. Ad ogni modo, il tema della degustazione era appunto “lo scotch che non c’è più“, e dunque bottiglie di distillerie chiuse, o di distillerie aperte ma con un passato problematico. Abbiamo preso appunti solo su 5 dei 7 assaggi: i due mancanti sono tornati in sample a Milano, e in questi giorni pubblicheremo delle recensioni più esaustive.

Glen Flagler ‘Rare All-Scotch Malt’ (anni ’70, 40%): Glen Flagler era il single malt prodotto dai pot still dentro a Garnheath, distilleria di grano del gruppo Inver House, nel periodo tra il 1965 e il 1985. Roba molto rara, se cercate su whiskybase ve ne renderete conto. Un sacco di pera al naso (mousse di pera), mela verde, scorza d’agrume, cereale; come spesso accade con whisky così vecchi, cambia molto, muove verso le scorze di frutti tropicali, diventa sempre più fruttato e lievemente ceroso (la solita, splendida storia della patinina minerale). Piuttosto floreale. Il palato è dolce, di una dolcezza fruttata intensa, ancora mela verde e pere. Finale breve e easy. 83/100.

Littlemill 16 yo (1991/2008, Douglas Laing, 50%): non c’è bisogno di introdurre una delle nostre distillerie preferite di sempre, vero? Questo è un refill Hogshead della serie Old Malt Cask di Douglas Laing. Inizia con una nota di colla vinilica, inaspettata, ma pian piano sale una dimensione fruttata spettacolare (mela verde, tropical acidi maracuja mango), foglie di foglie, legno nuovo. Unsexy ma sexy, se si capisce cosa intendiamo. Cera. Il palato è totale, tropicale ed erbaceo, esplosivo, ancora cera, finisce sulla clorofilla e con sentori amari, spettacolare. Pasta di mandorle. Peccato per un naso un pelo troppo poco espressivo, altrimenti avremmo volato ancora più in alto. 89/100.

Rosebank 14 yo (1990/2005, Chieftain’s, 46%): anche in questo caso, presentare Rosebank appare quasi imbarazzante. Fin dalle prima note del naso, sembra molto particolare, con un profilo inusuale per un Rosebank, almeno per come l’abbiamo sempre conosciuto. Nel panorama delicato e fruttato, con le consuete note erbace pronunciate, c’è infatti una lieve nota sulfurea, che al palato diventa ancora più evidente. Nel complesso, oltre a ciò, è dolce, con vaniglia, frutta fresca (mele fragole pesche) e una venatura minerale. Una punta di caramella all’anice. Non ci persuade fino in fondo, ma resta una testimonianza per noi ‘nuova’ di una distilleria di culto. 84/100.

Imperial 19 yo (1995/2015, Signatory, 46%): ultimamente ci capita sempre più spesso di assaggiare degli ottimi Imperial, non sappiamo se dipenda dal fatto che sta raggiungendo età sempre maggiori, e magari questo giova al distillato, oppure dal fatto che semplicemente ce ne siamo accorti solo ora. Ad ogni modo, questa è stata la vera sorpresa della serata: veramente ‘cccezzionale, fruttato (abbiamo frutta gialla, mela, pesche) e con uno strato ceroso/maltoso davvero incantevole. Il malto è molto presente, brioche appena sfornate, pastafrolla calda, burro caldo, miele. Venature minerali. Una menzione al corpo del palato, di alto livello anche se a grado ridotto. Lo vogliamo premiare: 90/100.

Ardmore 21 yo (1979/2001, Douglas Laing, 50%): il distillato di Ardmore è molto spigoloso, “rognosetto” lo definirebbe qualcuno, e se si lascia in un barile poco attivo i risultati sanno essere sorprendenti. Questo è appunto il caso: 21 anni in barile hanno portato a un’evoluzione che non può non lasciare sedotti. Il naso offre un profilo torbato leggero, piuttosto sporchino e minerale (olio, perfino del gesso), per noi buonissimo. Intensa anche la frutta, tutta su pere e pesche: lato che torna vivo anche al palato, subordinato però a una torba delicata e al cerino, allo stoppino di candela. Finale lungo e affilato. Davvero buono: 90/100.

Vorremmo ringraziare ancora una volta Tomislav per l’invito a questa degustazione davvero unica, e Mladen per la grande ospitalità in un luogo così bello: e ne approfittiamo per ringraziare gli amici croati e gli italiani, Gpp e Dameris, Luca e Maura, Claudio, Anna, Davide e Daniela, Michele, con cui abbiamo condiviso passeggiate, consigli sloveni sbagliati, calamari pigri e cotenne di maiale fumanti. Prossimamente le recensioni di Millburn (!) e Ardbeg.

Sottofondo musicale consigliato: Brad Mehldau – O Ephraim.

Ardbeg Drum (2019, OB, 46%)

Finalmente, eccoci arrivati al momento dell’atteso verdetto su Ardbeg Drum, l’edizione sedicente limitata del 2019 celebrativa dell’Ardbeg Day. Come ogni anno, l’azienda ha organizzato Open Day luculliani in giro per il mondo, e anche Milano ha visto la sua grande festa: una festa curiosamente caraibica, dato che – come senz’altro sapete tutti – Ardbeg ha deciso da qualche anno di spostare l’intera produzione in Jamaica. Pare che Mickey Heads sia un grande appassionato di reggae, e lo stesso Bill Lumsden pare abbia una liaison ormai pluriennale con le varietà più estreme di marijuana (come si poteva peraltro facilmente dedurre dalle ultime release di Ardbeg e Glenmorangie, cose che solo uno completamente strafatto poteva elaborare). Ok, forse non è proprio così, sta di fatto che questo Ardbeg dall’età mai dichiarata ha passato la sua vita (o parte della sua vita, manco questo ci è dato sapere) in barili che prima contenevano rum, e alla festa milanese c’erano ananas, papaye e fanciulle sudamericane poco vestite.

N: da subito spicca un agrumato ultra zuccherino, che chiama la freschezza esuberante del lime. Ed è un attimo immaginarsi il succo di canna, la menta, insomma il mojito. Banana verde. Sul lato isolano lo iodio non è del tutto smorzato, anzi. Torba moderata, molto fresca e “verde”. A tratti sembra già miscelato con zucchero e lime, tanto è leggero e fresco. Però, diciamola tutta, non è sbagliato.

P: in bocca però questa facilità spensierata si trasforma quasi in annacquamento, pur a 46%. Inoltre c’è tanta tanta dolcezza da zucchero bianco (new make?). Banane e limoni. Anche qui fumo e mare arrivano, ma in versione soft. Un’eco di Islay, eppure alla cieca non sarebbe poi impossibile esclamare: “Ardbeg!”.

F: dolce, dolce, dolce. Zucchero bruciato con la torba che insiste. Caramella allo zucchero fondente al limone.

Il paradosso di un Ardbeg con un finish pesante in rum che risulta abbastanza addomesticato è la sorpresa servita quest’anno dalla distilleria di LVMH. Ci spiazza, ci acciglia con la sua dolcezza spiccata ma non possiamo in fin dei conti bocciarlo: 85/100, resta a nostro gusto in linea con le ultime uscite annuali. Vale ancora una volta il discorso fatto tante volte anche in passato: assaggiandolo così non dispiace in assoluto, certo è qualcosa di profondamente diverso dall’Ardbeg che abbiamo conosciuto noi. Nuovamente, se fosse un entry-level da 40€ nessuno avrebbe nulla da ridire, e probabilmente uno che non ha mai assaggiato altri Ardbeg del passato non avrebbe nulla da eccepire, e si entusiasmerebbe. Noi ponderiamo senza raccapezzarci, ma in fin dei conti alla domanda “lo comprereste?” risponderemmo scuotendo la testa e scappando in Jamaica con Bill Lumsden, chiedendo una cartina.

Sottofondo musicale consigliato: Barrington Levy – Don’t Fuss nor Fight.

Ardbeg 25 yo (1991/2016, Signatory for Kirsch, 51%)

Proseguiamo trionfalmente la nostra marcia d’avvicinamento all’edizione limitata di Ardbeg di quest’anno, il pittoresco Drum. L’altro giorno ne abbiamo salvato un bel campione nella festa pazza organizzata a Milano per l’Ardbeg Day e abbiamo tutta l’intenzione di riassaggiarlo con calma quanto prima… Nel frattempo ci si perdonerà se indugiamo ancora un attimo sugli imbottigliatori indipendenti: l’altro giorno questo splendido Ar10 di Elements of Islay, oggi un singolo barile addirittura venticinquenne, selezionato da Signatory per il quarantesimo anniversario di Kirsch Whisky, importatore e imbottigliatore tedesco dal 1976. Noi amiamo le celebrazioni e i quarti di secolo, e così alziamo di scatto il bicchiere, che contiene un liquido estratto da un refill sherry hogshead.

N: mamma mia, che splendore! Tutta la complessità di un vero Ardbeg ben invecchiato… Limone, limonata zuccherata, ma anche torta paradiso e zucchero a velo. Pastafrolla, lateralmente. C’è anche una dimensione fruttata deliziosa, nel cui panorama spicca l’ananas; lime, cedro. E non si può tacere la torba, molto vivace nonostante i tanti anni spesi in botte: gomma (boule dell’acqua calda), gasolio, copertoni. C’è qualcosa di erbaceo, che diremmo salvia, forse timo.

P: lasciateci qui, dimenticateci qui davanti a questo bicchiere (e però ogni tanto passate a riempircelo, per favore). Spettacolare, l’impatto è davvero impressionante. Partiamo dall’erbaceo, ancora con timo e salvia (anzi: erbe aromatiche bruciacchiate). Poi la torba, che qui si fa più fumosa, aggressiva, anche se viene meno la gomma. La dolcezza è soprattutto mielosa, con pastafrolla abbondante e generossa.

F: torna la gomma, scompare il fumo più acre. Ancora miele, ancora note di erba selvatica. Cambia e cambia e cambia…

Questa tipologia di Ardbeg ultrainvecchiati, il cui spirito è stato distillato tra l’altro in un periodo non facile per la distilleria (a due anni dalla riapertura operata da Allied, dopo un lungo silenzio e in mezzo al decennio forse più travagliato), è ormai merce prelibata e sempre più rara. Gli ultimi imbottigliamenti ufficiali sono proposti a prezzi esorbitanti (e anche questo non scherza a dire il vero, attorno ai 500 euro), però ci sentiamo di suggerire almeno un assaggio, se lo trovate in giro. Bere single cask come questo è un’esperienza in grado di cambiare il nostro modo di concepire il whisky, per l’intensità brutale dei sapori, per la mutevolezza delle suggestioni, per la raffinatezza nelle sfumature. Poi certo possiamo tornare a bere il nostro everyday dram, ma in pace con la coscienza: 91/100. Grazie a Riccardo per il sample.

Sottofondo musicale consigliato: Childish GambinoThis is America

Ardbeg Ar10 (2001/2018, Elements of Islay, 52,4%)

Sabato scorso, puntuale come la scadenza del bollo e come i titoloni sul calciomercato dell’Inter, c’è stato l’Ardbeg Day: una grande festa tropicale (?) per festeggiare il più furioso torbato di Islay. Nei prossimi giorni cercheremo di toglierci le fette di ananas rimaste incastrate nei capelli e i semi di papaya infilatisi nelle tasche, e vi proporremo i nostri due centesimi sull’ultima release ufficiale, Ardbeg Drum, finito in botti ex-rum appunto. Intanto, però, eccoci a celebrare la distilleria a modo nostro: e dunque ecco Ardbeg Ar10, imbottigliato da Speciality Drinks nella bellissima serie Elements of Islay, di cui già in passato abbiamo assaggiato perle vere. Questa è una miscela di due barili ex-bourbon first fill, distillati nel 2001 e imbottigliati l’anno scorso, nel 2018. Grazie a Marco Callegari per il sample.

N: un vero Ardbeg, che puzza di Ardbeg. Certo, le prime note che ci vengono a mente sono un po’ così: borotalco, lime… La torba è poco fumosa, ma molto… torbata, molto acre. C’è una persistente vena vegetale, chi dice mezcal, chi dice insalata; sentori balsamici, conifere, eucalipto. I barili giocano la loro partita, con vaniglia, una componente cremosa. Marinità trattenuta ma presente: ostriche. Eccellente.

P: molto buono, molto dolce ma altrettanto equilibrato. Zucchetti dice “arachide salata” con una convinzione tale che pare brutto contraddirlo. Cremoso, con vaniglia, burro… burro salato. Torba qui più compiutamente fumosa. Ancora molto agrumato: lime, decisamente. Un balsamico zuccherato, con liquirizia.

F: lungo, persistente, diventa qui estremamente marino: ostrica.

91/100. Ardbeg pulito, tagliente e perfetto come Ardbeg sa essere (SPOILER: quando non lo si infila in barili a caso per smarmellarlo di dolcezze bislacche). Bello, buono, bravi: davvero delizioso. Non serve dire di più.

Sottofondo musicale consigliato: The Chats – Smoko.

Whisky Revolution “Il regalone finale” – Day 25

Blend-AboutUs-03Ieri siamo giunti al termine del nostro “Calendario avventato”, un’idea concepita dai ragazzi del Blend di Castelfranco Veneto, e oggi andiamo oltre col mega regalone di Natale. Gli ultimi quattro campioni misteriosi infatti andavano bevuti tutti assieme, per essere scartati sotto l’albero la mattina del 25. E così abbiamo fatto. Un ultimo ringraziamento va ancora all’allegra macchina da guerra del Blend, che anche per quest’ultimo giorno ci ha regalato sorprese, affetto, trabocchetti e un gran finale.

Buon natale a tutti, abbracciamoci!

❤1 Kilchoman ‘Comraich’ (2007/2017, OB, 55,5%)

Molto buono, intensissimo. La marinità pesciosa, con una torba aggressiva e fumosa, ci 48412111_2001200100178065_1832716451337732096_nporta subito su Islay; per lunghi tratti è proprio pescioso, con note di peschereccio. Gomma ed etere, con sentori di tela cerata; diesel e smog. A grado pieno, diremmo, ma molto aromatico allo stesso tempo. Caramello, cola e tamarindo a sostanziare la zuccherinità. Verosimilmente giovane, con punte ‘verdi’, fresche, quasi balsamiche, tra eucalipto e clorofilla. Esplode al palato, dirompe un turpiloquio di sapori: la torba è ancora più aggressiva, con braci e legno in fiamme (chi non l’ha mai mangiato?). Si allarga un tappetone dolce, con zucchero di canna, caramello e tamarindo ancora. Il finale è proprio di aringhe affumicate, kippers di Campbeltown.

Se dovessimo ipotizzare un imbottigliamento, diremmo An Islay Distillery 9 anni, Cadenhead’s Small Batch (tre barili di Laga, due sherry e uno bourbon). E invece no, di isolano si tratta, ma avevamo nel bicchiere Kilchoman Comraich, gli imbottigliamenti esclusivi dedicati ai locali/santuari sparsi per il globo: 87/100.

❤2 Vat 69 (2018, OB, 40%)

48411380_2001201660177909_8581649325208109056_nDifficile da inquadrare, a maggior ragione dopo la mangiata di questi giorni. Si sente la gioventù, profuma di distilleria, di lieviti, di alambicchi, di canditi… Ci viene il dubbio, percependo una patina dolce un po’ cheap e ‘alta’, che possa essere un finish. Un po’ di inchiostro. Il palato è debole di corpo, con sapori di liquirizia industriale, di inchiostro, e svanisce rapidamente. Il finale, scandalosamente corto, sa di… vodka, di distillato di cereali molto pulito.

Non riesce neppure ad essere pacchiano, con la sua dolcezza così “da discount”. Francamente è un 72/100.

❤3 Ardbeg Blasda (2010, OB, 40%)

Pesca bianca, oleoso (olio di lino, o di sesamo forse). Delicato e fruttato, con una patina di 48987057_2001202420177833_104990836327972864_nzucchero a velo. Mela verde, anche? Resta fresco e con un velo di torba leggera… Fine, elegante. Uva bianca. Al palato è molto vegetale, ancora, rivela di nuovo una cerealosità vegetale torbata. Il finale non è lunghissimo, ma il fumo di torba si riprende ancora un po’ di spazio sul cereale. Molto nudo, poca botte.

Potrebbe essere un Bruichladdich Islay Barley? Non ci fa così sensazione scoprire che invece si tratta di una delle creazioni più controverse degli ultimi anni in casa Ardbeg: 83/100.

❤4 Kilchoman 100% Islay (2012/2018, OB for Beija Flor , 59,1%)

48373414_2001203500177725_3640734766254260224_nTorbato giovane, con una mineralità marina (un po’ di scoglio, dice Zucchetti). Acidità limonosa. Zuccherino, ma di zucchero astratto (a velo), confetto. A suo modo timido, forse un po’ alcolico, molto onesto. Il palato è esplosivo, intenso, con limone e zenzero. È potente ed elegante al contempo, la gradazione è forse alta. Crema di limone, ancora fumo e braci.Finale molto lungo e intenso, con una bella sapidità.

Lagavulin 12? No, però non ci siamo andati molto lontano. In ogni caso, è un grande whisky. Il palato è sorprendente per ricchezza, dopo un naso tutto sommato quasi timido. Vai di 89/100!

 

Ardbeg 1979/1991 (G&M for Meregalli, 40%)

Qualche Tasting Facile fa (a proposito, corre voce che quest’anno lo organizzeremo sotto dicembre- stay tuned!) ci è parso appropriato aprire questa vecchia bottiglia di Ardbeg, che deve i suoi natali alle amorevoli cure di un vecchio barile di sherry, lasciato a riposare per 12 anni nei magazzini capienti di Gordon&Macphail. L’imbottigliamento è in esclusiva per lo storico importatore Meregalli, che all’epoca riusciva spesso ad accaparrarsi single cask per il mercato italiano. Che tempi, che tempi…

80926-bigN: primo: salamoia e marinità. Secondo: nota balsamica (eucalipto). Ha anche una sua espressività fruttata piuttosto viva, tra la pera William, mela, uva e fors’anche qualcosa di tropicale fermentato. Risulta comunque tutto molto integrato in un’atmosfera setosa. Sicuramente un naso da meditazione.

P: al palato viene meno la salamoia e anche il fumo resta in disparte. Il livello alcolico minimale certo non favorisce grandi esplosioni di sapore, ma troviamo ancora frutta gialla e caffè zuccherato. Impreziosiscono il tutto note balsamiche, diremmo di timo e di miele d’eucalipto.

F: breve e poco torbato, resta giusto un filino di fumo. Zucchero e liquirizia.

Il naso è la parte più interessante, testimone di uno stile di whisky- educato, levigato eppure profondo, equilibrato e molto sfidante- che oggi si fa fatica a trovare. Al palato si paga in bassa intensità, ma è la vita, signori. Se volevate la perfezione, nascevate sull’Olimpo. Noi qui, più modestamente, ci si arrangia con Ardbeg che non torneranno più, e che si beccano: 86/100.

Sottofondo musicale consigliato: 883 – Weekend

Ardbeg ‘Grooves’ (2018, OB, 46%)

È quel momento dell’anno in cui l’afa inizia a inumidire la nostra volontà; in cui gli studenti dei licei preparano uova e farina per l’ultimo giorno, fregandosene dell’ultima interrogazione, ché tanto ormai il destino è segnato; in cui le ragazze indossano pantaloncini sempre più corti, e la freschezza delle gambe stordisce i passanti; in cui le prime sirene di calciomercato iniziano a occupare le testate nazionali, e già si attende la prima pantera avvistata in Abruzzo; in cui i supermercati sparano aria condizionata a cannone costringendoti a tenere in macchina un maglioncino leggero, ma il mal di gola è lì, dietro il banco della frutta; in cui il banco della frutta inizia a rivolgere agli avventori aromi suadenti, di pesche succose e albicocche dorate; insomma, è quel momento dell’anno in cui Ardbeg rilascia la sua edizione limitata annuale. Quest’anno tocca al “Grooves“, con una storiella di marketing basata sulla Summer of Love, Peat ‘n’ Love, hippy… di cui onestamente ci sfugge la ragione – ma è colpa nostra!, è che leggere certi comunicati stampa ci fa così fatica… Si tratta del solito NAS (whisky senza età dichiarata), invecchiato – pare – in barili ex-vino (quale vino? boh) pesantemente abbrustoliti all’interno, per rendere il legno molto attivo, e pretende di essere un’edizione limitata, che però casualmente si troverà stabile sugli scaffali fino all’anno venturo, almeno. Storiella entusiasmante, vero?, e che neppure il sito ufficiale si disturba a spiegare molto di più (parla solo di “our grooviest casks”, fate voi). L’abbiamo assaggiato all’Ardbeg Day di sabato scorso, ne abbiamo prelevato un campione e riassaggiato con calma a casa: eccolo.

N: molto aromatico, aperto e piacevole – ha evidente una nota di freschezza agrumata (lime e cedro), ma a farla da padrona è una fitta coltre di sensazioni zuccherine, caramellate e bruciacchiate (zucchero di canna, dolcetti con miele e cannella; e come dimenticarsi una mela rossa caramellata?; brioche industriale con zucchero e mele, se avete presente la Melizia dell’autogrill…). Ah, ma non ci possiamo certo dimenticare l’isola: una torba fumosa, intensa anche se non devastante, e poi un’aria di mare, iodata, davvero molto piacevole.

P: in attacco ripropone subito con convinzione il binomio zucchero bruciacchiato / torba catramosa, qui con catramatura crescente (un senso di copertone bruciato – come dite, “avete mai assaggiato un copertone bruciato?” Fatevi i fatti vostri, impertinenti, noi mangiamo quel che ci pare); il sorso conserva una certa agilità, grazie anche qui a note agrumate e sapide davvero sugli scudi. Ma la sorpresa è dietro l’angolo: proprio mentre ci si aspetta il passaggio dalla compattezza all’esplosività, quest’Ardbeg sembra quasi svanire, anzitutto a livello tattile – si fa infatti velocemente ‘acquoso’, e si avvia rapidamente verso…

F: …un epilogo di dolcezza un po’ indefinita, semplice e non proprio entusiasmante. Ancora copertone bruciato e sale, questi sì molto persistenti.

Come l’anno scorsooooo… e come l’anno primaaaa…. ci troviamo a commentare un prodotto più che dignitoso, onesto anche se un po’ spinto verso la dolcezza – e d’altro canto, l’uso spinto dei legni non può che portare a questi risultati, e va bene così. Resta il consueto imbarazzo nella valutazione: accettabile in assoluto, piacerà moltissimo ai neofiti, non potrà invece soddisfare appieno palati più educati – e pure, costa 125€. 85/100 dunque, ma resta il fatto che con la stessa cifra ci compriamo tre Ardbeg Ten, due Corryvreckan, due Uigeadail – o uno Uigeadail e un Corryvreckan, insomma dai, ci siamo capiti.

Sottofondo musicale consigliato: Cream – Sunshine of your love.

‘Single Islay Malt’ 10 yo (1994/2004, Gordon & MacPhail per Giorgio D’Ambrosio, 40%)

Confessiamo: ci siamo distratti con il vino, è vero, e abbiamo bucato la recensione del lunedì. Per farci perdonare, ripartiamo con un pezzo di storia, una vera perla direttamente da un passato recente che, visto oggi, potrebbe apparire remoto: assaggiamo un ‘Single Islay Malt’ di 10 anni, selezionato da Giorgio D’Ambrosio nel 2004 e imbottigliato da Gordon & MacPhail. Si dice essere Ardbeg, e (a giudicare da qualche prezzo visto online), fino a sei/sette anni fa si poteva comprare a meno di 30€, oggi mettete nel portafogli.

N: molto piacevole, aperto e morbido: forse con incoerenza ci piace iniziare dal lato fruttato, molto pieno, molto guidato dal distillato: senz’altro una bella mela, poi procede a larghe falcate verso una dimensione tropicale, fatta di ananas, di kiwi gold, di lime, talora perfino ci pare di trovare del mango. C’è pure una suggestione di vaniglia, certo, ma decisamente trattenuta; poi ecco l’acidità dell’agrume, soprattutto del limone. Appare piuttosto marino, iodato, mentre non troviamo sentori medicinali. La torba è molto robusta, bruciata: ci ricorda le braci di un falò sulla spiaggia.

P: i 40%, forse, non gli rendono pienamente giustizia: ma da un corpo non possente partono comunque energici fendenti a base di una magica miscela di frutta mista, fumo, cenere e acqua marina. Confermiamo lime e kiwi dal naso, e poi ecco l’uva bianca; acqua di mare, si diceva, e un che di zucchero liquido. Un tizzone di legno ardente (o come immaginiamo debba essere il sapore del), braci e tanta tanta cenere.

F: lungo e persistente, ancora legno bruciato e sale. Un sentore d’uva bianca perdura anche qui.

88/100, davvero buono, buonissimo: sappiamo che quando si tratta di selezionare il barile giusto, Giorgio non sbaglia mira, e questa è l’ennesima conferma. Ci direte che siamo venali, ma a pensare che un whisky del genere – di consumo, da bere, non da mettere sullo scaffale per lucrarci due palanche – costava così poco non sappiamo impedirci di versare una lacrimuccia. Grazie a Giorgio per il sample, naturalmente, ma soprattutto grazie per la selezione!

Sottofondo musicale consigliato: Ghali – Cara Italia.