Bowmore 12 yo (2017, OB, 40%)

Un tempo il Bowmore 12 anni era una bottiglia iconica, oggi lo è decisamente meno – ma di certo resta un punto di riferimento fondamentale, l’imbottigliamento, tra quelli con età dichiarata, di ingresso nell’offerta commerciale della prima distilleria ad avere avuto la licenza su Islay nel 1779. Oggi lo assaggiamo, finalmente, dispiaciuti di non poter dire che è non colorato e non filtrato a freddo, ma tant’è.

N: stereotypical Bowmore, nel senso migliore: il sale e il mare da un lato, la frutta tropicale dall’altro (maracuja e lime… profumosissimo!). E potremmo chiuderla qui. Ma lo sapete che siamo gente verbosa, quindi: mela gialla, del caramello salato. Ci sono note ‘sudate’, proprio di sudore, poi c’è una torba abbastanza fumosa, delicata come da stile di casa ma senza sembrare marginale. Una lieve nota balsamica, mentolata (forse salvia?, in ogni caso è un sentore che ci fa venire in mente quelle caramelle balsamiche alla frutta…), a completare un profilo piacevolissimo.

P: il corpo è molto esile, l’effetto è di un succo, incredibilmente beverino, ma anche un po’ ‘facilone’. Sostanzialmente privo di evoluzione, ripropone la dicotomia tra tropicalità acuta (di nuovo, maracuja) e marinità, con un costante tappeto, appena prima del limite del dolciastro, di caramello. Ci sono note di bevanda gassata, diremmo di chinotto, o forse di cedrata. Resta sempre in bilico, corre sempre il rischio di sembrare un po’ ‘finto’, costruito, troppo legnoso, e invece per fortuna si ferma ad un passo dal baratro.

F: non lunghissimo, piacevole, con fumo di torba piuttosto marcato e caramello (leggermente salato).

Normalmente, da bravi borghesotti, non accenniamo ai prezzi (che volgavità pavlave di danavo!), ma in questo caso dobbiamo avvertire che in commercio si trova attorno alle 35/40€, talvolta anche a meno: nel suo campionato, dunque, è senz’altro un top player. In assoluto forse no, ma merita una menzione – e un punticino in più – perché si lascia bere davvero volentieri, nonostante la relativa semplicità – e diciamo relativa perché Bowmore è tra i malti più complessi dell’isola, con la sua torba gentile, il suo mare, la sua frutta esuberante e tropicale. Tutte queste cose ci sono, e quindi 85/100.

Sottofondo musicale consigliato: Son Little – O Me O My.

Aultmore 25 yo (2016, OB, 46%)

L’ottimo 12 anni ci aveva solleticato il gargarozzo e accarezzato le sinapsi, grazie ad uno stile molto onesto, pulito e inatteso (per un entry-level dello Speyside): proseguiamo la scoperta delle recenti release ufficiali di Aultmore con il 25 anni, dall’accogliente colore ramato.

aulob.25yoN: molto aperto e ‘solido’, ha fin da subito in primo piano delle note di arancia (davvero tanta, in crescita e fresca) ed anche una certa frizzantezza da zenzero (anche candito). Pur dopo 25 anni, il malto ci pare rimanga bene in evidenza, e non si risparmiano nemmeno eleganti note floreali, di erica soprattutto. Ci sono note fruttate, sia di mele (rosse, anche cotte), sia di pesche sciroppate. Ha una schiettezza, tra il vegetale/erbaceo e il fruttato, veramente gradevole.

P: piacevolmente zuccherino, non è mai eccessivo o cafone né legnoso, anzi. Il primo impatto è sul miele, un miele floreale: è poi anche piuttosto maltoso, con note di biscotti ai cereali, e tornano anche qui quegli agrumi esuberanti e freschi che avevamo riscontrato al naso (arancia, ancora un pelo di limone). Ancora, una sfumatura di zenzero e un crescente senso di tostato. Poi, appena lo si manda giù…

F: …ci sono dieci secondi estremamente particolari, con l’emergere di note metalliche, di rame, molto evidenti: possono piacere o meno (a noi qui piacciono) ma di certo giungono inattese in un finale pulito, tra l’aranciato, la mela, ancora un pit di miele, anche un qualcosa di tostato.

Come già il 12 anni, anche questo venticinquenne ci ha sorpreso: pare forse descritto in modo un po’ troppo povero, ma in effetti ci pare un whisky che va per sottrazione, non è burroso, non è legnoso, non è troppo rotondo (anche se una sua piacevole rotondità la sa conservare)… Ma non è affatto banale, e quelle zone lievemente metalliche e ruginose, inaspettatamente paicevoli, che sorprendono al finale ci restituiscono un’immagine diversa dal “classico venticinquenne”: 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: The white buffalo – Oh darling, what have I done.

Aberfeldy 21 yo (2015, OB, 40%)

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quanta amenità

Aberfeldy è distilleria delle Highlands centrali di proprietà di Dewar’s (ovvero: Bacardi), generalmente poco conosciuta: questo 21 anni però, a dispetto delle nostre scarse competenze, si è vinto il premio 2014 ai World Whiskies Awards come miglior malto della regione… Da poco tempo il core range ha subito una bella riverniciata di novità (le bottiglie e le etichette sono molto belle, nello stile che oggi è più di moda), e anche in Italia iniziano a vedersi diverse espressioni ai festival e nelle enoteche; la cosa ci fa piacere, certo, ma mai quanto ci fa piacere bere un dram… Tutto ‘sto pippone per annunciare con trombe squillanti che oggi assaggiamo l’espressione più matura del lotto. Dàghene (forma veneta per il più celebre daje).

Schermata 2016-06-08 alle 21.55.35N: fin da subito sembra un whisky ‘classico’, con un’accezione positiva dell’aggettivo: molto profondo, maturo e aperto, privo di note alcoliche (d’altro canto, è solo a 40%), tutto giocato tra note di brioche appena sfornata, di fette biscottate calde, di cioccolato al latte e vaniglia… Ma non si pensi a una monodimensionalità dolciaria: la quota di botti ex-sherry dev’essere stata bella importante, con suggestioni chiare di frutti rossi (ciliegie, lamponi), un velo di tabacco da pipa (molto dolce); uvetta, in grande quantità (e le prugne secche?), ed anche un po’ di frutta secca tostata (arachidi). C’è anche un cicinin di erbaceo e mentolato (ma proprio un cicinin, eh). Molto piacevole, davvero un naso rotondo e… classico.

P: se tanti, online, criticano la scelta di imbottigliare a 40% (e, intendiamoci: anche noi preferiremmo sempre una gradazione più alta, ma siamo dei rompiballe, si sa), onestamente a noi non pare particolarmente scarico, e il corpo ci sembra certo non esplosivo ma nel complesso accettabile. Siamo subito piacevolmente colpiti da una nota molto nitida di cera, in avvio: proprio cera d’api, ma anche miele, di quelli non troppo dolci… Ci stupisce proprio che sia così compostamente ‘amaro’, con perfino una suggestione episodica di propoli. Sullo sfondo si agitano ancora il cioccolato, la frutta secca tostata, un velo ancora di frutta rossa (molto meno evidente che al naso, però), di uvetta. Che bella sorpresa!, mostra una complessità inattesa e resta molto piacevole da bere. Verso il finale mostra anche una venatura affumicata…

F: il finale non è lunghissimo, pagando forse dazio – qui sì – alla gradazione bassa: tutto su miele, uvetta ed un velo di fumo.

Come abbiamo già scritto, avevamo basse aspettative (non sapremmo dire perché) e siamo stati smentiti dall’evidenza di fatti: è un buon whisky, piacevole, di una certa complessità, con quelle note che tanto ci fanno impazzire (leggi: cera) e che lo rendono tanto “Highlands”. Certo, se la gradazione bassa può essere in assoluto un limite, in questo caso soprattutto rende il whisky pericolosamente beverino. Il giudizio sarà dunque di 87/100, con uno sguardo per una volta anche al prezzo: circa 90€ per un ventunenne, al giorno d’oggi, è cosa rara.

Sottofondo musicale consigliato: Aberfeldy – Whatever turns you on.

Aultmore 12 yo (2015, OB, 46%)

Aultmore è distilleria misconosciuta sita nel cuore dello Speyside, di proprietà di Bacardi, e di recente ai piani alti della multinazionale qualcuno deve aver pensato “hey, mi pare di aver letto da qualche parte che il single malt è tornato di moda, perché non usare qualcuna delle nostre distillerie?”. Ha pensato bene, questo tizio, per lo meno a nostro giudizio: prossimamente affronteremo Aberfeldy (same story), oggi ci concentriamo sulla versione base del neonato core range di Aultmore. Come già capitò anche a Serge, anche a noi piace il packaging, pulito, elegante e old-style.

aulob.12yov7N: di certo, non è un profilo ruffiano. Parte con note di distillato ‘giovane’, nudo, con punte erbacee e maltose decisamente in evidenza. Si sentono i canditi (agrumi canditi, cedrata?, un velo di acqua tonica), si sente anche un qualcosa di fruttato che ci ricorda la mela verde. Esibisce la gioventù ma in un senso fresco, genuino, da distillato che non si vergogna di se stesso.

P: resta piuttosto coerente con la prima fase degustativa, mostrando tutta la qualità del distillato. Di nuovo ci si muove tra limonata zuccherata, note erbacee intense (cereali, certo, ma anche proprio erba fresca), un sentore di zucchero bianco. Mela verde. Si sente la ‘gioventù’, che però dipende dalla nudità, non dalla gioventù in senso stretto. Si capisce cosa intendiamo?

F: erbaceo e maltoso, leggermente zuccherino e limonoso.

Decisamente lodevole lo stile antiruffiano, semplice ma buono – migliore di tanti altri giovincelli più quotati e più famosi. Semplice ma buono, si diceva, privo di sverniciate di vaniglia posticcie; noi apprezziamo, 83/100.

Sottofondo musicale consigliato: un pelosissimo Micheal Stipe – The man who sold the world, tributo a David Bowie appena messo in scena al Jimmy Fallon’s Tonight Show.