Whiskyfacile… al Milano Whisky Festival!

14976636_1242433639149438_2123820976059888283_oCome da tradizione, per la quinta volta quest’anno parteciperemo al Milano Whisky Festival stando dietro al banchetto di Beija-Flor… e come da tradizione, l’importatore ci ha messo a disposizione il suo intero portfolio per farci scegliere 13 percorsi di degustazione, 13 terzetti che saranno proposti in assaggio con la formula del ‘bevi tre, paghi due’. Qui sotto mettiamo i manifestini per 12 percorsi, con qualche indicazione: innanzitutto, quest’anno è il 175° anniversario di Cadenhead’s, il più antico imbottigliatore indipendente di Scozia, e per quanto buona parte degli imbottigliamenti celebrativi non siano più disponibili abbiamo costretto Maurizio a mettere in assaggio qualche chicca, pescando soprattutto tra le release del 2017 (attenzione a due single cask per i punti vendita di Cadenhead’s…). Rispetto agli anni scorsi ci sono poi alcune novità: Bladnoch in primis, con le Lowlands finalmente rappresentate, poi l’irlandese The Whistler e, con grande gioia nostra, il bretone Armorik. Inoltre, spiccano alcuni imbottigliamenti esclusivi per l’importatore, ad esempio (udite udite) un GlenDronach del 1992 in Oloroso, o due Kilchoman, uno in bourbon e l’altro finito per sei mesi in Pedro Ximenez.

Sopra però abbiamo parlato di 13 terzetti, e qui sotto ce ne sono solo 12… Ebbene sì, ce n’è uno fuori lista, fatto di soli imbottigliamenti “almost rare“, ovvero usciti come ‘normali’ qualche anno fa e nel frattempo diventati piccoli oggetti di culto. Eccolo qui:

  • Kilkerran Work in Progress 1st edition (2009, 46%)
  • Longrow 10 yo (anni 2000, 46%)
  • Kilchoman 2007 SC Oloroso per Beija-Flor (2013, 58%)

Insomma, dovreste trovare malto per i vostri denti, o no? Noi vi aspettiamo, anche solo per quattro chiacchiere!

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Masterclass Springbank @Spazio Versatile – 9.10.2017

Come sapete senz’altro, siamo grandi estimatori delle distillerie di Campbeltown: negli ultimi anni abbiamo collaborato con l’importatore italiano durante i festival italiani approfondendo così la conoscenza del core range e abbiamo visitato la distilleria diverse volte, lasciandoci sempre un pezzo di cuore (e qualche brandello di fegato, ma questo non ditelo al nostro medico). Quando ci è stata offerta la possibilità di presentare Springbank e Glengyle ad un pubblico di professionisti nella cornice dello Spazio Versatile, non abbiamo saputo opporre resistenza…

Lunedì 9 ottobre, dunque, alle 14.30 uno di noi racconterà gli imbottigliamenti base del core range di Springbank e Glengyle: Hazelburn 10, Longrow Peated, Springbank 10 e Kilkerran 12 – dopo le nostre stupidaggini arriverà il buon vecchio Ricky Corbetta dell’Harp Pub Guinness a cimentarsi con quattro drink: se volete partecipare, sappiate che l’evento è gratuito (!) e che per partecipare basta registrarsi online a questo link.

Di seguito, la presentazione ufficiale dell’evento.

Ottobre sarà un mese dove in Spazio Versatile parleremo tanto di Whisky. Lunedì 9 inizieremo questo viaggio andando a scoprire alcune release della distilleria scozzese Springbank e della sua ‘sorellina’ Glengyle. Relatori ancora una volta saranno Maurizio (Beja-Flor) ed i ragazzi di Whiskyfacile, mentre dietro al bancone ci sarà Riccardo Corbetta (Harp Pub Guinness) che proporrà la sua drink list dedicata.

In degustazione ed in miscelazione:
– Springbank 10Y
– Longrow Peated
– Hazelburn 10Y
– Kilkerran12Y

L’evento è GRATUITO ma la REGISTRAZIONE È OBBLIGATORIA.

I posti sono LIMITATI!

CHECK IN ore 14.15, INIZIO evento ore 14.30

SPRINGBANK DISTILLERY:
A Springbank si persegue il massimo rispetto dei metodi di produzione tradizionali: basti pensare che questa è la sola distilleria in tutta la Scozia in cui l’intero processo produttivo avviene in loco, a partire dal maltaggio dell’orzo fino ad arrivare all’imbottigliamento e all’etichettatura delle bottiglie, ed ogni fase ha la sua incidenza sullo stile unico del whisky. Proprio il maltaggio riveste un ruolo centrale: Springbank è l’unica distilleria tra le circa 110 attive oggi a maltare il 100% del proprio orzo coprendo dunque tutto il proprio fabbisogno. L’orzo, rigorosamente scozzese, è ancora girato a mano sui tradizionali pavimenti di maltazione, per essere poi essiccato in forni manuali secondo diversi gradi di torbatura. La fermentazione molto lunga (fino a 110 ore) impone al mosto una gradazione bassa ma un livello di esteri elevato, cosa che permette al distillato di sviluppare note molto fruttate. La distillazione avviene in tre alambicchi di rame, di cui il primo è ancora riscaldato con fiamma diretta (altro fatto assai raro nel panorama scozzese, ormai convertito al più economico ed ecologico riscaldamento a vapore); la produzione è molto limitata, attorno ai 250.000 litri annui. Quel che colpisce ancor di più è che tutte queste operazioni vengono interamente gestite manualmente, senza l’ausilio di computer o di automatizzazioni, affidandosi esclusivamente all’esperienza dei lavoratori.

GLENGYLE DISTILLERY [Kilkerran]:
Glengyle, distilleria nel cuore di Cambpeltown, ha una storia nettamente divisa in due parti. Nel 1872 John Mitchell, figlio dell’allora proprietario di Springbank, abbandona l’azienda che gestiva con il fratello – guarda caso, proprio una distilleria! – per un litigio in merito ad una pecora… e decide dunque di fondare la propria distilleria, Glengyle appunto. Il marchio Glengyle è stato acquistato negli anni ’40 dal gruppo che oggi è Loch Lomond Distillers, e per questo il single malt prodotto da Glengyle non ne può recare il nome. È stato dunque scelto “Kilkerran”, in tributo al nome gaelico dell’insediamento monastico precedente alla fondazione di Campbeltown. Il carattere di spiccata artigianalità della distilleria-madre pervade ogni aspetto della produzione: l’orzo è rigorosamente scozzese, coltivato soprattutto sulla costa est con un clima più mite; l’acqua proviene dal vicino Crosshill Loch; la torbatura è leggera, circa 15 ppm, e viene fatta in casa dopo 6 ore di esposizione al fumo di torba e altre 30 all’aria calda, così da mantenere uno stile non troppo aggressivo.

GlenDronach 2004 (2016, OB for Beija Flor & Whiskyclub.it, 51,1%)

schermata-2016-11-11-alle-11-49-59GlenDronach è da molti considerata una delle migliori realtà nel mondo dei produttori di whisky di malto scozzese: ne abbiamo bevuti tanti, ne abbiamo parlato a lungo, non ci ripeteremo. Voi di certo sapete che la peculiarità della distilleria, soprattutto negli ultimi anni, è l’ottimo lavoro con le botti ex-sherry. Oggi assaggiamo un single cask ex-Pedro Ximenez, selezionato da un panel di soci di whiskyclub.it per il club stesso, ovviamente, e per l’importatore italiano Beija-Flor. Ne parliamo oggi anche perché questa domenica daremo una mano a Claudio e Davide di whiskyclub.it al whiskyday, organizzato da Bartender: sarà l’occasione per chiacchierare con professionisti e per proporre la Guida completa al whisky di malto di Micheal Jackson, appena pubblicata per LSWR con lo zampino proprio di Claudio Riva ed anche il ruinoso apporto dei vostri amati blogger: noi.

glendronach_12_2004_1-570x572N: l’alcol sta a zero, in un’atmosfera esplosiva e di grande cremosità. Davvero carico, da sbattere direttamente sulla tavola di Natale: noce pekan, pandoro, banana matura, cioccolato al latte e toffee. La frutta rossa arriva in un secondo momento, con delle belle zaffate di ciliegia e uvetta. Tisana arancia e cannella. Che ricchezza!

P: corpo pieno, molto saporito. Ripartiamo da dove avevamo finito, perché qui le arance sono davvero sugli scudi, dolci e fresche ma anche in marmellata. E poi, in grande coerenza col naso, ritroviamo uvetta, panettone, cioccolato al latte. Torta di carote. Insomma, tanta dolcezza invade la bocca, con un senso finanche burroso (da pasticceria, scrive gentaglia che di dolci se ne intende), che noi sintetizziamo nuovamente in una noce pekan.

F: …e questo senso di burrosità zuccherata accompagna a lungo, con ancora pesanti note di arancia.

Difetti? Neanche a parlarne, a meno che il fascino non sia un difetto. Intensità e gradevolezza? Pazzesche. Molti single casks ex- Pedro Ximenez esibiscono muscolari note dolciarie, molto rotonde e ruffiane, da dentro o fuori, e questa selezione certo non fa eccezione: i più golosi impazziscono dunque, noi riconosciamo la qualità ma forse, alla fine della cena natalizia, ci limiteremmo a un paio dram. Oddio, forse tre o quattro… Insomma, se ci invitate a casa e avete questa bottiglia aperta, ve la finiamo comunque. E dunque la valutazione non schizza, ma la goduria resta: 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Walter Wanderley – Summer Samba (So Nice).

Whiskyfacile @Milano Whisky Festival 2016: i terzetti!

_dsc5529Finalmente, l’evento più atteso dell’anno whiskofilo è arrivato: domani e dopodomani ci sarà il Milano Whisky Festival, come sempre al Marriott, in via Washington a Milano. Come l’anno scorso (e come l’anno primaaaaa!) noi parteciperemo attivamente, e non solo passivamente sventolando il bicchiere davanti al povero standista: saremo infatti al banchetto di Beija-Flor, importatore di Cadenhead’s, Springbank, GlenDronach, Arran, Kilchoman, Tomatin e Glenglassaugh, a diffondere la nostra presunta sapienza e la nostra contagiosa passione a quanti avranno voglia di bersi un dram con noi.

Anche quest’anno abbiamo selezionato, nel portfolio dell’importatore, dei percorsi di degustazione, dei terzetti da proporre con la formula del “bevi 3 paghi 2”: come potete vedere qui sotto, ci saranno imbottigliamenti davvero ghiotti, e oltretutto Springbank è stata premiata dal festival come distilleria dell’anno e noi l’abbiamo appena visitata… Insomma, ci sono tutte le premesse per divertirci, no? Vi aspettiamo!

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L’alchimia del whisky al 1930

Schermata 2016-05-05 alle 11.47.33Sabato scorso, per la seconda settimana di fila, abbiamo avuto l’occasione di passare una serata al 1930, l’elegante speakeasy milanese giustamente sulla bocca dei più, sia per l’atmosfera magicamente retrò che per la qualità altissima del bartending che vi si pratica.  Noi abbiamo partecipato alle due degustazioni conclusive del ciclo “L’alchimia del whisky“, un nuovo format a metà tra la degustazione classica e la mixology, firmato dal whisky enthusiast Marco Maltagliati e da Marco Russo, titolare del 1930. Dopo sei incontri, i due si prenderanno ora una meritata pausa, perché manco a farlo apposta diventeranno

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facce soddisfatte

entrambi e per la prima volta papà a giorni, forse a ore, e quindi, insomma, di fronte allo spettacolo della vita anche l’acqua della vita dovrà pur cedere il passo. A settembre poi sono state annunciate grandi cose, visto che le distillerie di Scozia, come si sa, sono parecchie decine, di cui molte con caratteristiche uniche e proprio il format de L’alchimia del whisky sembra andare nella direzione di un ciclo di appuntamenti dedicati alle singole realtà produttive. E così infatti le serate a cui eravamo presenti sono state incentrate rispettivamente su Springbank e Glen Grant. Due distillerie storiche, che hanno più volte sfornato imbottigliamenti entrati nel mito. Ma andiamo con ordine.

FullSizeRender-35Alla prima degustazione, Marco Maltagliati è stato affiancato nella presentazione della storia e del modus operandi di Springbank da Maurizio Cagnolati, che la distilleria la conosce come le sue tasche, vivendoci accanto ed essendo importatore in esclusiva per l’Italia del pregiato distillato di Campbeltown. Maurizio ha impreziosito la serata con aneddoti gustosi (sapevate che Springbank non ricorre a nessun processo di automazione industriale pur di impiegare il maggior numero di persone, ridistribuendo così ricchezza sul territorio? No? Bestie!), ma di livello altissimo sono stati anche i single malt assaggiati, tutti e tre ufficiali: l’entry level 10 yo, il 12 anni Cask Strength e il Green 13 yo, edizione limitata full sherry e da

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orzo 100% biologico. Ai primi due whisky è stato abbinato un cocktail, giocando con le note salmastre, sapide e fumose del 10 anni e poi con la potenza degli oltre 50 gradi del CS. Assolutamente degno di nota il primo drink, che mettava la dolcezza di un Sherry Pedro Ximenez e di un peach Brandy contro la mineralità del ‘piccolino’ di casa Springbank. Potete immaginare le nostre facce attonite nel sentire la terra salata del distillato tornare prepotentemente nel retrogusto a spazzare via le note dolci. Uno spettacolo maestoso, che da solo è valso la serata.

Non contenti, però, e grazie al gentile invito dei due Marco, abbiamo presenziato anche all’appuntamento Glen Grant, che ha visto FullSizeRender-37ulteriormente alzarsi l’offerta. I whisky erano infatti quattro, con due cocktail ad accompagnare i primi due, e per non farsi mancare nulla una tartina di salmone marinato nel whisky a fare da spartiacque a metà degustazione. Il vulcanico Maltagliati, reso ancora più scoppiettante da una moglie scherzosa, che via telefono si divertiva ad annunciare falsamente l’imminente venuta al mondo del primogenito, questa volta ha dovuto reggere da solo il peso della degustazione, riuscendo bene grazie a uno stile agile e davvero lontano dalle classiche degustazioni di whisky, così come le conosciamo. Si è riso parecchio e nessuno si è privato del gusto di una battuta ad  alta voce, infierendo anche volentieri sulle ansie del quasi neopadre, come lo staff del 1930 ama fare.

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il primo cocktail a base GG

Entrando nel dettaglio, la serata ha avuto un curioso andamento discendente: gradevole il 16 anni di distilleria, full bourbon fresco e beverino con generose note di malto e frutta gialla; e ancora più interessante è stato il Cellar Reserve 1992/2008, dalla struttura decisamente più complessa grazie all’apporto di botti Sherry Oloroso. Assaggiare questi due malti ha rinforzato una volta di più la convinzioni che oramai ci accompagna severamente ogni volta che si parla di Glen Grant, l’unica distilleria battente bandiera italiana, da anni proprietà di Campari. Proprio nel nostro Paese la distilleria di Rothes ha percorso una strada insolita, spingendo fieramente il 5 anni, disponibile unicamente sul mercato nostrano e invero dall’ottimo rapporto qualità-prezzo, ma perdente nel confronto con altri whisky dello Speyside di consumo che hanno almeno il doppio dei suoi anni d’invecchiamento. Il buon Michele ha fatto il resto, consacrando Glen Grant come un malto di poca personalità, dal “colore chiaro e gusto pulito”, per l’appunto. E invece, pur consapevoli della crescente perdita d’importanza del nostro Paese nelle strategie delle multinazionali, siamo convinti che imbottigliamenti molto validi come il 16

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Benjamin caccia stile

anni e il Cellar 1992 (entrambi sui 60 euro), per non parlare del pluripremiato 10 anni troverebbero, se presenti sugli scaffali dei negozi specializzati alias le enoteche, un largo apprezzamento presso il consumatore italico, sì asfittico nei volumi ma discretamente preparato ad apprezzare la qualità in un prodotto. Dove li mettiamo Eataly, l’italian way of life e la Dolce Vita, suvvia?! Tornando tra le pareti del 1930, sicuramente un bell’esempio di qualità dei prodotti l’ha dato ancora una volta Marco Russo coi cocktail proposti, accostando in maniera funabolica whisky e liquore alla liquirizia, per dirne una. Per finire, ci concediamo un inciso sugli ultimi due whisky in purezza, francamente non del tutto indimenticabili. In passato avevamo già assaggiato senza entusiasmarci il Five Decades e dobbiamo confessare che nemmeno l’imbottigliamento per il 170esimo anniversario ci è parso all’altezza del passato glorioso di Glen Grant.

Ma la speranza è dura a morire e siamo sicuri che a settembre saremo ancora pronti a sognare, alla ricerca dell’Alchimia del whisky.

Kilkerran 10 yo ‘Chateau Lafitte’ (2015, OB for Beija-Flor, 55,1%)

Si dice un gran bene di questa neonata distilleria di Campbeltown, la Glengyle, figlia degli sforzi profusi da Springbank per rivitalizzare l’industria del whisky nella regione. In realtà quando nel 2004 si iniziò a distillare si trattò di un ritorno più che di una fondazione: i più accorti sapranno infatti che in loco una distilleria chiamata proprio Glengyle produsse il suo whisky fino agli anni ’20. Ma non stiamo a formalizzarci, è passato quasi un secolo da allora; ben più interessante invece è il percorso di questi ultimi dodici anni (a proposito, pare che tra qualche mese uscirà il primo 12 yo ufficiale), con due imbottigliamenti (un ex sherry e un ex bourbon) sfornati di anno in anno e con una qualità andata via via impennandosi. Rarissimi sono stati invece i single cask, ma oggi assaggiamo proprio una di questa chicche: si tratta di distillato che ha passato 8 anni in ex bourbon e gli ultimi due in una botte del prestigioso vino francese Chateau Lafite. Il privilegio di imbottigliare single cask, comunque con l’etichetta originale della distilleria, è stato concesso solo ad alcuni fidati importatori, tra cui, guarda un po’, c’era anche l’italiana Beija Flor.

SKD_BFCL_54701N: è una sorta di Kilkerran WiP7 in versione bodybuilding: l’ossatura è infatti la medesima, con note marine, di brezza salata, e ancora minerali (torna in mente l’amido, la lavanderia; e una punta di cera). Resta evidente l’apporto della torba, anche se risulta in parte ‘mascherata’ appunto da una massiccia muscolatura di note più rotonde e da pasticceria. Miele all’eucalipto, mele rosse; fiocchi di cereali; su tutto una sensazione di brioche all’albicocca.

P: il ring vede all’angolo il distillato, che mostra le cinture di campione di mineralità, sapidità e torba, con belle zaffate proprio di sale, acqua di mare e cera; e all’altro angolo la botte del finish, con note legnose, speziate, dolci (ancora mele e miele e confettura d’albicocca) e finalmente ‘vinose’. Alla fine, ad andare ko (anche se all’ultimo round) è proprio il primo contendente.

F: lungo e persistente, ha ancora in prima fila dolcezza (di pasta di mandorle e confetti) e legno speziato; più in disparte (ma vengono fuori alla distanza) la torba e il sale.

Voci di corridoio dicono che a Glengyle di botti non convenzionali nelle warehouse ce ne siano un po’ e che nei prossimi anni ci sarà da divertirsi ad assaggiare le interazioni che si svilupperanno con questo distillato molto particolare e che ricorda da vicino tutti gli aspetti più affascinanti di Springbank, a partire da una torba bella spigolosa. Da parte sua, questo Kilkerran è buono e complesso, anche se a nostro gusto patisce leggermente gli influssi importanti del Chateau Lafite. Noi ci attestiamo su 85/100.

Sottofondo musicale consigliato: Jula De Palma – Pennies from Heaven

Glenburgie 23 yo (1992/2015, Cadenhead’s, 54,7%)

Quest’anno l’importatore Beija Flor non parteciperà allo Spirit of Scotland, e noi, che da qualche anno ci spacchiamo la schiena dietro al suo banchetto preparando e versando percorsi di degustazione, saremo “costretti” a goderci un festival di pace, chiacchiere e assaggi senza pensieri. Anzi, a proposito: ci vediamo là? Con questa serenità, oggi ci beviamo un single cask di Cadenhead’s che, degustato furtivamente allo scorso festival milanese, ci era piaciuto assai: un Glenburgie ex-bourbon di 23 anni. Forza!

glenburgie-23-year-old-1992-small-batch-wm-cadenhead-whiskyN: l’alcol si fa sentire. In prima fila si sente, molto brioscioso, il malto. Le note di croissant all’albicocca sono, soprattutto sulle prime, davvero dominanti, e piacevolmente tali. Molto marcato è anche il lato acido, agrumato (arancia), assieme a note di lucido per legno e frutta secca (mandorle e nocciole). Col passare dei minuti i richiami al bourbon si fanno più nitidi ed esce una ricca crema alla vaniglia; anche se quel che persuade di più sono note intensamente fruttate, costantemente in crescita, di frutta gialla, quasi tropicale (mela, banana, ananas). Miele e fiori freschi, e senz’altro, qui e là, anche un che di erba fresca ad accompagnare costantemente le altre sfumature. Non stupefacente per complessità, ma molto solido e piacevole.

P: al palato si riconferma semplice e deciso, con un bel muro solido di sapore in prevalenza maltoso. C’è l’albicocca, la mela gialla e sicuramente anche l’arancia, il tutto arrotondato da sentori di legno di botte delicati e frutta secca mista. Ancora miele. Il sapore è gradevole, anche se il gioco del sezionamento non dura a lungo. L’acqua aiuta ad attenuare l’alcol e libera le note fruttate e una crema alla vaniglia molto delicata (panna cotta?). Verso il finale torna un lato erbaceo lievemente amaricante…

F: di media durata, con molta frutta secca, banana e malto.

A voler fare le pulci a questo imbottigliamento, dobbiamo stigmatizzare un lato alcolico certo da attenuare con acqua ed anche una complessiva semplicità, dato che non offre particolari variazioni sul tema principale (il malto). Ma questa stessa semplicità è la faccia di una medaglia che dall’altro lato rivela notevole solidità, e in fondo ci pare preferibile un malto che sappia di malto ad uno che sappia (solo) di vaniglia. Per il voto, staremo su un 85/100 che ci pare identificare alla perfezione un buon single cask con velleità scolastiche.

Sottofondo musicale consigliato: Patty Pravo – Se perdo te.

Kilchoman 2010 (2015, OB per Beija Flor, 59,7%)

All’ultimo Tasting Facile abbiamo aperto un single cask ex-sherry di Kilchoman imbottigliato per l’importatore italiano, Beija Flor, nel 2013: quella bottiglia a nostro parere era straordinaria, uno di quei casi rarissimi in cui sherry massiccio e torba aggressiva riescono a sposarsi magnificamente, esaltandosi a vicenda. Quello è ormai esaurito da tempo, ma Beija Flor ha deciso di replicare, presentando sul mercato (usciva per il pubblico il 16 dicembre, se non andiamo errati: non abbiamo neanche ancora la foto della bottiglia, ma solo dell’etichetta!) un nuovo s.c., questa volta ex-bourbon first fill, di cinque anni, ovviamente a grado pieno. Assaggiamolo subito!

unnamed-3N: brutale, come uno si aspetta i Kilchoman. Enorme è l’apporto intensamente fumoso di un distillato torbatissimo; è un fumo denso, e la torba è terrosissima, di una terra impastata d’alghe e sale. Ma non tutto finisce qui, anzi: la botte f.f. riversa sul naso una colata di vaniglia, zucchero a velo, tantissima banana. Svetta poi, sempre con la medesima intensità, anche una nota di menta, di eucalipto, ed anche di borotalco. Pian piano sale il limone, sempre più intenso (soprattutto con acqua).

P: ancora più brutale del naso, di cui dismette a sorpresa le morbide rotondità. Ci aspettavamo una lotta all’ultimo sangue tra fumo e vaniglia, ma la cremosità di quest’ultima retrocede imbarazzata davanti alla torba estrema e alla sua furia cieca. Attacca su una marinità incredibile e salatissima, poi esplode il bruciato di una torba fumosa e di smog: il tutto è piccante, tenuto assieme da una botta di peperoncino. Certo sì, c’è una dolcezza astratta di zucchero, ma passa in secondo piano rispetto al resto. Molto particolare, e comunque molto Islay, nel suo spirito più temerario. Limone. eucalipto.

F: tutto di torba e fumo, ancora eucalipto, acqua di mare e limone zuccherato. Dura fino a dopodomani…

Distillato che pare paradossalmente nudo al palato: dov’è la cremosità della botte? Chissà se avrà solo bisogno di stabilizzarsi in vetro per tirar fuori altri aromi… Ad ora, comunque, bene così: appare un whisky ipertorbato, per gli amanti delle sensazioni estreme, forse fin troppo ‘normale’ nella sua brutalità, ovvero privo di quelle note più bucoliche e agresti che tanta parte hanno nel definire il carattere di Kilchoman. Detto ciò, piallandoci il palato ci piacque: 85/100.

Sottofondo musicale consigliato: Cattle Decapitation – Regret & The Grave.

Kilchoman Machir Bay (2015, OB, 46%)

Kilchoman non è più il neonato scatenato di Islay, la promessa di una gloria ancora lontana nel tempo. La distilleria si avvicina infatti al decimo anno di attività (a proposito voci di corridoio sussurrano che al Milano Whisky Festival potremo proporvi nei nostri terzetti in collaborazione con Beija Flor proprio l’imbottigliamento celebrativo dei primi due lustri) e va considerata oramai come una solida realtà. In attesa della nascita di un vero e proprio core range, l’uscita di alcuni imbottigliamenti, come il “Loch Gorm” o il “100% Islay”, è diventata un appuntamento annuale molto atteso dagli appassionati. Oggi assaggiamo un’altra release fissa di Kilchoman, il Machir Bay, che per il 2015 è ottenuto da malto invecchiato per cinque anni e mezzo esclusivamente in barili ex bourbon, con un passaggio finale di sei mesi in botti ex sherry Oloroso.

2015-05-07_14.30.50N: lo capiremo solo noi forse, ma ci pare un naso ‘spumoso’, d’un fumo aromatico denso ma rarefatto che invade le narici. Questa sensazione, attraverso i suoi aromi, ci conduce in due dimensioni opposte ma complementari: un’onda schiumosa di mare, di spuma appunto, che si trasfigura però in un grumo etereo di zucchero filato. Poi per il resto siamo di fronte alla felice banalità dei descrittori: molto ittico, intensamente marino; d’una torba pesante, organica e spessamente fumosa. Zolfanello, catrame e lana bagnata. E poi una crema alla vaniglia, tuorlo d’uovo, marshmallows. E una suggestione di after eights.

P: presenta una bella evoluzione, che si compie dentro a un contesto d’intensità notevole. Attacca sull’acqua di mare, salino e tagliente, per poi entrare in una fase intermedia di dolcezza trattenuta, mai ruffiana (vaniglia e zucchero filato, ancora); infine, si richiude prepotentemente su note decise di limone e altre ancora più straripanti di torba catramosa. Un che di mentolato, di eucalipto e vagamente medicinale accompagna il tutto.

F: avete mai fumato un bong? Sì? Allora riconoscerete la profondità di certe note catramose, oleose e smoggose che accompagnano la fine (se mai arriverà) di questo dram.

Come quasi tutti i Kilchoman anche questo Machir Bay è piuttosto impegnativo, soprattutto al palato. Questo, che è l’imbottigliamento di base della casa con un prezzo di circa 45 euro, non fa eccezione e parlare di prodotto estremo è sicuramente appropriato. Ad ogni modo, pur assalendo il bevitore senza pietà, ci è sembrato equilibrato e ci va di premiarlo: 86/100.

Sottofondo musicale consigliato: Rush – Spirit of the radio

Tutti i percorsi portano a Roma!

Siamo pronti, siamo carichi; anche quest’anno come dei barbari caleremo su Roma per lo Spirit of Scotland, il festival del whisky daa Capitale. Come dodici mesi fa, e come già agli splendidi festival milanesi, Beija Flor ci ha chiesto di preparare dei percorsi di degustazione ad hoc pescando liberamente nel suo portfolio – dei terzetti da proporre poi in mescita  con la formula del “paghi due bevi tre”. Come vedete dall’immagine qui sotto, ci sono percorsi di introduzione alle diverse anime dello scotch, ci sono selezioni di whisky a seconda delle zone di produzione, del tipo di invecchiamento, altri con prodotti di ‘fascia alta’ per i palati più esigenti… Insomma, ce n’è per tutti i gusti!

In ogni caso, terzetti o no, noi saremo al festival: se volete passare per un saluto, una chiacchiera, un dram in compagnia, noi siamo lì!

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