Botti da orbi: Milano Whisky Festival medley

[Marco Zucchetti, rapace come solo un reporter d’assalto sa essere, è stato al Milano Whisky Festival: è anche tornato per raccontarcelo, quindi siamogli tutti profondamente grati, per cortesia]

La sensazione, domenica sera scorsa, una volta che il triplice fischio aveva chiuso il weekend del Marriott, era quella che ogni tifoso ha provato almeno una volta nella vita, tornando a casa dallo stadio dopo una vittoria: la soddisfazione dell’esserci stati.
La 14esima edizione del Milano Whisky Festival è volata via così, una finale vinta da tutti che ha lasciato parecchi sorrisi sui volti e parecchie scorie sui fegati dei 5400 visitatori. Due sale, trenta masterclass e degustazioni, +10% di ingressi, un omaggio da brividi a Giorgio D’Ambrosio e soprattutto un entusiasmo generale che non si vedeva dalla prima puntata di Colpo Grosso. Ma i momenti sono come le Special Release Diageo: se non sei lesto a coglierli passano e ciao. Dunque qui non si farà un riassunto del festival, perché chi c’era sa, e chi non c’era paga pegno: rimorsi, amarezza e vodka & Red Bull per almeno dodici mesi per espiare la colpa.
Non si redigerà neppure un The Best of, perché si farebbe torto a tanti e poi parecchie chicche arriveranno in recensione nelle prossime settimane su queste Facili pagine…
Orbene, queste Botti da Orbi dunque cosa saranno? Cose a caso? Assaggi saggi? Whisky per fiaschi? Cicchetti Zucchetti? Tutto questo, ovvero un medley senza pretese tra meraviglie, curiosità, capolavori e delizie che in qualche modo hanno lasciato il segno e che ricorderemo. E che sarà difficile riassaggiare.

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PORT CHARLOTTE 15 yo (2019, Chorlton, 54,9%)
Compagno di avventure del già citato Ben Nevis 23 dello stesso imbottigliatore, questo single cask di Bruichladdich torbato è stato fra i più ricercati al Festival, complice un anonimo che lo suggeriva a chiunque con l’insistenza di un Testimone di Geova…
Il fatto è che torbati col turbo come questo ce ne sono pochi. Il naso è impressionante, parte con le aringhe affumicate, i “kippers” che in Scozia ti propinano pure a colazione. La marinità è acre, fra il diesel dei pescherecci e il creosoto, le alghe e il cuoio bagnato. Poi col tempo si fa più aromatico e bifronte: da un lato cioccolato extra fondente e liquirizia, dall’altro erbe fresche che prendono il sopravvento (timo, salvia e menta). C’è perfino della lavanda, come se qualcuno si fosse perso fra Provenza e Islay.
Al palato è una bella sventola di sensazioni estreme. La liquirizia pura ti colpisce, il catrame e il legno bruciato ti stendono, il cioccolato fondente e le caldarroste ti resuscitano. Sei in balia degli elementi, nell’ottovolante di dolcezza e oleosità (nocciole e noci brasiliane) che si alternano sotto questo piccante e acre fumo di torba bruciata.
L’accoppiata peperoncino/braci prosegue nel finale, con liquirizia salata e goduriose caldarroste di nuovo.
Possente e completo, non cede niente alla comfort. Però ti lascia felicemente senza fiato, con le farfalle nello stomaco come dopo una cotta. E ti senti leggero davanti a tanta forza della natura. 91/100

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TEELING SINGLE MALT 24 yo (1991/2016, OB, 46%)
Stava lì, discreto nella sua modestia, un po’ discosto dai suoi chiassosi e colorati simili. Una bottiglia quadrata, austera come un dignitario prussiano. Si dà però il caso che – in semi-incognito – in quella bottiglia ci fosse il “Best single malt of the world” ai World Whisky Awards 2019, il primo Irish a vincere il premio e forse il più nobile e venerabile Irish in commercio: un Teeling distillato nel 1991 e imbottigliato nel 2016, dopo 20 anni passati in bourbon cask e 4 in Sauternes.
Teeling è di norma di una gentilezza irresistibile e anche qui non si tradisce. Solo che l’età porta in prima linea gli aromi più oleosi, tra le noci pecan e un tocco di cerino. È l’anticamera di classe a un naso elegantemente fruttato e assai dolce (gioie e dolori del Sauternes…): albicocche, pesche e pere sciroppate. Compare perfino un lieve fumo, anche se di torba non pare essercene.
In bocca è inaspettatamente frizzante: ha la vivacità di una cedrata o di un vino moscato e giuriamo che ancora non abbiamo iniziato con le libagioni di Natale. C’è anche del mandarino fresco. L’impatto è leggero, il legno ha cesellato ma non stravolto il distillato, imprimendo al massimo un retrogusto di liquirizia e pepe bianco. Curioso un tocco quasi metallico, di rame.
Il finale è forse la cartina tornasole delle differenze fra Irish e Scotch, perché rimane medio, fruttato e giocato sulle erbe dolci, un poco inferiore al resto. È l’unico difetto, in fondo. Perché per il resto questo Teeling forse non sarà il migliore del mondo, ma di sicuro sfoggia grazia e piacevolezza. 87/100

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TOBERMORY 23 yo Tokaij finish (1996/2019, Wilson & Morgan, 58,7%)
Come l’anno scorso (e come l’anno prima), il banchetto di Wilson & Morgan al Festival somiglia alle bacheche dei reduci dello Sbarco in Normandia: file di medaglie di tutti i metalli. Scegliere cosa citare fra queste schiere di malti onusti di gloria è difficile come rispondere su due piedi a chi vi chiede qual è il vostro libro preferito. Pensarci non si può, si va di istinto. E di istinto gli Orbi scelgono questo Tobermory 23 anni a grado pieno, finish in botti di Tokaji, che già durante il blind taste che gli è valso l’oro aveva impressionato tutti.
Fin dal naso si intuisce che non è bevuta per dilettanti. Si apre vinoso e sporchetto (cerino spento e rame), con un accenno di muffa non sgradevole. Poi, sostenuto da un’alcolicità potente che col tempo si addomestica, parte la sarabanda: pasta di liquirizia e mou da una parte, more, fichi secchi e prugne disidratate dall’altra. In mezzo una sensazione di spezie in polvere (pepe nero, cumino dei prati) e un tocco di brodo di carne, specialità della casa.
Se possibile in bocca è ancora più intenso, una supernova. La vinosità si fa dolce e da dessert, tra uvette, torta al madeira e noci pecan. Rimane la sensazione di frutta concentrata, marmellata di mirtilli e arancia disidratata. Oleoso, complicato, sfarfallano suggestioni di cacao amaro, polvere da sparo e fiammifero. Perfino dei Toscani nell’humidor. In cauda genium: spunta perfino la violetta.
Finale coerente e dolce, tra toffee, albicocche secche e di nuovo fiammifero.
Dicevamo dei libri: i gialli volano via, ma quelli che ti restano nel cuore sono i classici che affrontano i meandri della nostra anima. Questo non è un classico – intensissimo, sporco, il Tokaji può dividere – ma riesce a parlare di tutto senza stonare mai. 89/100

glencadam 1982

GLENCADAM SINGLE CASK 33 YO (1982/2016, OB, 53%)
Arrivare a masterclass conclusa non è elegante. Soprattutto se il relatore ti accoglie con un “guardate che è finita eh!”. Ma la libera stampa ha la faccia tosta e il becco asciutto, quindi si installa lo stesso senza vergogna alcuna. Anche perché Iain Forteath, l’ambassador di Glencadam, è un uomo buono e condivide coi ritardatari due single cask: un vintage 1989 invecchiato 28 anni e questo 33enne classe 1982.
Ebbene, beve bene chi arriva ultimo. Complice il comune anno di nascita, subito scatta il feeling: al naso è stupefacente per la morbidezza tropicale e fruttata, tipica di certi lunghi invecchiamenti: guava, fragola, ananas maturo e banana. C’è una nota perfino acidina, rara in whisky over 30. Decisamente dolce, se uno chiude gli occhi si ritrova fra i morbidoni e i marshmallows delle bancarelle del luna park. Ma il tutto è ben bilanciato da un legno elegante (mobili smaltati) e da tocchi di noce.
Se i malti vecchietti sembrano dare tutto all’olfatto, qui il meglio arriva al palato, dove si fa polposo e succulento. Sfoggia una fine oleosità da frutta secca (mandorle) che si accompagna a un lato mentolato entusiasmante. Poi c’è la frutta, dalle prugne secche all’ananas ancora. Il legno si fa più presente, austero: chiodi di garofano e rovere, che prolungano un finale che nonostante la succosità allappa un po’.
Se Glencadam ha vinto due medaglie con il core range (oro al 17 anni in porto e argento al 21 anni), figuriamoci cosa potrebbe vincere con single cask come questo, in equilibrio fra frutta e barile come un’etoile del balletto sulle punte. 91/100

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MORTLACH 22 yo “GIORGIO D’AMBROSIO” (1997/2019, Silver Seal & S.P. Murat, 56,9%)
Se non si corresse il rischio di passare per blasfemi, si potrebbe dire che il sangue di Giorgio D’Ambsosio si fece whisky. La transustanziazione ha avuto luogo sabato sera, al termine della masterclass con gli imbottigliamenti Whisky for you, quando Simon Paul Murat – come una Raffaella Carrà meno snodata col tuca-tuca – piazza la carrambata. Ovvero un imbottigliamento celebrativo dedicato al padre adottivo di tutti gli appassionati milanesi di single malt: 141 bottiglie da un barile di Mortlach 22 anni selezionato in collaborazione con Max Righi. Sull’etichetta, un disegno di Giorgio che non gli rende del tutto giustizia: dal vivo è più bello e soprattutto nel disegno sembra che abbia il rossetto! Ma in fondo mica siamo critici d’arte, si lasci parlare il whisky!
Beh, qui si sta in religioso silenzio, perché fin da subito si capisce che siamo all’altezza del mito. Colpisce l’assenza dell’alcol e il primo naso di té infuso e carcadè, con un vortice aromatico di fragole mature e fiori di ibisco. Ma sotto sotto ecco l’anima Mortlach, di sherry monumentale dai toni scuri: cioccolato, poltrone in pelle, tabacco e perfino una nota di funghi shitake. Sembra di sentire Giorgio dire: “Ué, fa no el fenomeno!”. Ha ragione, quindi rientriamo nei ranghi e limitiamoci a dire che l’olfatto è maestoso, vinoso, per nulla dolce: cassetti chiusi, bitter all’arancia rossa e un che di Armagnac.
In bocca debutta tannico e astringente, bordate di liquirizia pura e cioccolato extra fondente. Il legno umido si fa più marcante e la vinosità prende il versante liquoroso. Prugne secche, di nuovo arancia rossa, marmellata di fragole bruciata e quella inconfondibile sfumatura carnosa, come di sugo d’arrosto.
Il finale è memorabile, tra legno, dolcezza liquorosa e marmellata di frutti rossi.
Dice Simon che il difficile non è ammirare Giorgio, ma trovare un whisky alla sua altezza. Missione compiuta, per un Mortlach come Madonnina comanda, dal naso e dal finale sontuosi. Un palato un filo astringente non gli impedisce di venire proiettato nell’Olimpo dei grandi, insieme a Rivera, Baresi e Maldini. 92/100

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BENRINNES 23 yo (1995/2019, Càrn Mòr, 48,8%)
Nel banchetto della mia fantasia, c’è un fottìo di whisketti, inventati da me… Prendendo in prestito il “Vitello dai piedi di balsa” di Elio, introduciamo un curioso esemplare di single malt color chinotto spuntato dal mondo di fiabe di Fabio Ermoli. Che come se fosse il terzo fratello Grimm sforna bottiglie da favola a destra e a manca. E dunque c’era una volta un Benrinnes 23 anni Càrn Mòr: si addormentò nel 1995, passò 23 anni in un hogshead di sherry, poi Ermoli coi suoi baffi lo svegliò. Fu vestito a festa e imbottigliato, poi arrivarono gli orchi del festival e il whisky finì. Ma per fortuna un gigante buono ne salvò un sample…
Foglie di té a iosa, a bizzeffe, a cascate. Le note di foglie umide (tabacco, anche) sono regine, e si portano appresso una corte di suggestioni simili, dal sandalo alla resina. Piuttosto unico, davvero. Se con un ideale rastrello si spazza via questo strato, sotto si trova della frutta essiccata: ciliegie e prugne, ma anche bucce di bergamotto. L’alcol non è pervenuto, mentre si fa strada un’aria floreale di magnolia. Col tempo cresce in maniera esponenziale l’albicocca secca. E finalmente spunta il legno, forse sottoforma di lucido da scarpe. Olfatto che meriterebbe ore di studio.
L’attacco al palato è succoso e sorprendente. Un colore così carico suggerirebbe un influsso mostruoso del legno. Invece non è né astringente, né tannico. L’albicocca è ancora sugli scudi, col suo tocco acidulo. Aumenta la dimensione dolce, resa da caramello, uvetta e marmellata di fragola. Lo sherry è vinoso e anche qui l’acidità non manca, come un vino di lamponi. Il rovere non sgomita, ma nel retrogusto torna il té, stavolta alla pesca. L’alcol è totalmente assente, il che è un bene. Ma forse un apostrofo di intensità in più avrebbe giovato.
Il finale è medio-lungo e coerente: té, pesca al forno, fragola e cioccolato fondente-ma-non-troppo.
Unisce una bevibilità impensabile a una complessità non comune, tutta giocata fra suggestioni di foglie di té e frutta gialla. Uno sherried malt che non stanca per nulla. E vissero tutti felici e contenti. 90/100

snSIERRA NORTE Mais morado (2019, NAS, OB, 45%)
Il primo whiskey messicano non si scorda mai. Viene da Oaxaca, terra di mezcal e divinità zapoteche che quando si infuriano di solito mandano serpenti mostruosi e schiere di spiriti agguerriti. Ragion per cui ci si accosta a questi imbottigliamenti con un misto di deferenza e curiosità esotica. L’idea è distillare separatamente i diversi tipi di mais atavico di queste montagne: noi si assaggia la versione dove l’85% del mash è a base mais viola (ci sono anche a base mais giallo, nero e bianco).
L’impatto al naso è un po’ spiazzante. Il mais c’è, le note di cereale dolce tipiche dei bourbon sono riconoscibili. Però sono come in chiaroscuro, ombreggiate da qualcosa di più sporco, tra la cantina e la iuta, le spezie e un che di legumi secchi. Non sgradevole, solo piuttosto imperscrutabile. In bocca però qualcosa va storto: l’alcol si avverte in maniera importante e la morbidezza che ci si aspetterebbe viene schiacciata dall’esuberanza del distillato giovane. Il “palato burroso e morbido” delle note ufficiali è un tantino ottimistico. C’è della banana, dell’angostura, vampate di vaniglia e zucchero caramellato. Il finale è sì medio-lungo, ma tutto incentrato sulla piccantezza alcolica.
Un whiskey dove il cereale imprime un carattere forte, peculiare, che lo differenzia dai bourbon. Coraggio da premiare, peccato che non abbia un’età (e una finezza) sufficiente per esprimere le potenzialità. Al contrario, in miscelazione la sensazione è che possa dare di più, consentendo un twist unico ai classici. Valeva la pena sperimentarlo, ma gli Orbi lo cedono volentieri ai baristi. Suerte! 74/100

Benrinnes 19 yo (1997/2017, Claxton’s, 51,5%)

Speriamo che questo signore sia andato in pensione

Dobbiamo ammettere che, per quanto qui e là ci piaccia atteggiarci da grammar nazi, stigmatizzando ogni errore, soprattutto quando riguarda agenzie di comunicazione pasticcione che lavorano per multinazionali amanti delle borsette (ehm), anche noi abbiamo i nostri problemi: e quello principale, non c’è verso, riguarda un imbottigliatore indipendente che apprezziamo molto oltretutto, cioè Claxton’s. Una volta su due lo scriviamo sbagliato, “Clanxton’s”, forse perché siamo schiavi dello stereotipo e quando pensiamo alla Scozia ci dobbiamo infilare dentro un Clan, chissà… Sta di fatto che stavolta siamo stati attenti: e dunque eccoci di fronte a un Benrinnes di Claxton’s (scritto giusto) invecchiato per 19 anni in un singolo barile ex-bourbon. In un altro momento vi parleremo della tripla distillazione parziale di Benrinnes – perché oh, fa caldo, dateci pace.

N: da subito si mostra molto Benrinnes, e dunque – nella nostra esperienza limitata – molto fruttato: quindi ecco una teoria di frutta fresca, con ananas, delle gustose prugne fresche, anche una lieve acidità da agrumi (arancia soprattutto). Miele, di quelli freschi e floreali; forse anche un che di menta selvatica. E scriviamo “selvatica” perché siamo degli amabili cialtroni. Marzapane. Non sapremmo trovare molto di più, ma quel che troviamo ci basta.

P: davvero esplosivo, molto coerente con il naso e molto compatto. Che piacevolezza! Pare un concentrato di frutta, esibendo ancora note di ananas, albicocche mature, mela e arancia. C’è anche qualcosa di goduriosamente cerealoso, forse fette biscottate? Un pit di pepe bianco. Cioccolato bianco, a testimoniare una dolce grassezza.

F: molto fresco, con eruzioni balsamiche. Sarà la suggestione dataci da Angelo, ma ci pare di trovare una lievissima salinità.

Mentiremmo se dicessimo di aver trovato il Sacro Graal della complessità: ma mentiremmo anche se sminuisismo la grandezza di questo whisky, che è – semplicemente – piacevolissimo da bere. Fruttato, dolcino, con note erbacee e lievemente balsamiche a rinfrescare il tutto. Perfetto per l’estate, e siccome è estate, beh: bevetelo. 88/100. In vendita su Whiskyitaly, che peraltro lo importa in Italia.

Sottofondo musicale consigliato: Anderson .Paak – Parking Lot.

Benrinnes 21 yo ‘Rare Malts’ (1974/1996, OB, 60,4%)

Angelo Corbetta, sovrano assoluto del Gran Regno dell’Harp Pub, ci concede sempre il privilegio di scegliere con lui, dalla sua ricca cantina, le bottiglie per le degustazioni che insieme organizziamo, generalmente pezzi storici che è raro vedere aperte in assaggio. “Privilegio” anche perché, oltre al piacere di assaggiare i whisky durante gli eventi, ci portiamo a casa un sample da recensire con calma nei mesi successivi. Un paio di mesi fa abbiamo aperto quattro dei suoi Rare Malts (e occhio: tra non molto annunceremo i prossimi due appuntamenti sempre a tema Rare Malts – e se dicessimo Brora e St. Magdalene?), e il primo era questo Benrinnes da oltre 60%. Diamoci dentro.

benrinnes-1974-21-year-old-rare-malts-with-box-965-pN: devastante come la gradazione passi inosservata, anzi, inodorata. Spicca in avvio una fascinosa patina minerale, di cera d’api e di cereale caldo ed essenze oleose di arancia. Sprigiona una gran ricchezza d’aromi, tra brioche integrale al miele, zucchero caldo – siamo travolti dall’immagine delle nastrine appena uscite dal forno – e una frutta gialla matura e aromatica (pesche e mele soprattutto). Un naso all’apparenza ordinato e ordinario, e invece c’è tanta libidine…

P: di grande intensità, gli oltre sessanta gradi qui si fanno sentire un po’ di più. Vive di fiammate: l’attacco è austero, ancora sulla cera, su una mineralità oleosa, poi sterza verso una frutta vivace (qui proprio pesca, forse sciroppata), poi scatta sulla pastafrolla, ancora zucchero caldo, brioche al miele… E che cereale, che cereale! Pieno e molto soddisfacente.

F: lungo e persistente, prima resta il calore e poi la cera si conquista il palcoscenico.

Poco da dire: semplicemente ottimo, con un profilo che oggidì è davvero raro da trovare. Questa patina di cera, a schermare il lato più fruttato e cerealoso, a noi fa letteralmente impazzire! Una sorpresa, tra i meno quotati della collezione Rare Malts, ma per noi è un pezzo da non perdere. 91/100.

Sottofondo musicale consigliato: Aphex Twin – T69 Collapse.

Whisky de Table (2017, Compass Box for La Maison du Whisky, 40%)

Se La Maison du Whisky, storico négociant di whisky francese, e Compass Box, visionario blender scozzese, uniscono le menti i risultati non possono non essere provocatori e degni del più attento interesse. Per celebrare i 60 anni dell’azienda francese, Compass Box ha ideato il “Whisky de table”, cioè whisky da tavola: il concept è quello di un whisky da bere durante il pasto, magari con ghiaccio, e la bottiglia richiama ovviamente quelle del bianco novello francese… Si tratta di quattro single malts, invecchiati singolarmente per tre anni in barili di Buffalo Trace (di solito particolarmente ‘dolce’, ci spiegava un cooper la scorsa settimana, rispetto ad altri barili ex-bourbon): la composizione è 48,1% Clynelish, 10% Caol Ila, mentre la quota di Benrinnes e Linkwood ci sfugge.

m51719N: ovviamente giovane, vien da dire, e onesto nel mostrarlo. Molto fresco ma con una venatura di torba, un lieve filo di fumo che conferisce spessore al profilo generale: e iniziamo proprio da qui, dalle note torbatine e minerali, che si abbarbicano su una freschezza agrumata (limone, lime) e su una frutta gialla, soprattutto candita (e viene in mente anche una mousse di pera). A proposito di canditi: zenzero. Una note erbacea, anzi proprio erbosa: lemongrass.

P: grande coerenza, riassumendo diremmo “come al naso, ma più caldo e più amarino” – ma perché riassumere. Ha un’ottima intensità, se paragonata a un corpo non esplosivo; l’agrume resta presente, ma molto meno, spostandosi più sul pompelmo. Ancora pere (mousse di), forse una dolcezza più caldina.

F: generosi rabbocchi di fumo, ostriche e una mineralità diffusa – il tutto su un tappetino di pere.

Ora, noi dobbiamo dichiarare un problema con il whisky: a noi piace tanto anche il new make, abbiamo scoperto, quindi di questi tempi non consideriamo la gioventù, anche estrema, come un problema per forza. Questo WdT ci pare di grande complessità, o per lo meno varietà, anche se ovviamente si tratta di un imbottigliamento piuttosto semplice. Il profilo corrisponde al nostro gusto, e si fa bere con una facilità estrema: gli diamo 84/100 perché ci piace, non è un giudizio strettamente tecnico (se lo assaggiassimo blind cosa diremmo?) ma – come dire – emozionale. Buono buono, bravi tutti.

Sottofondo musicale consigliato: Joss Stone & Nneka – Babylon.

Benrinnes 18 yo (1995/2015, Whiskyclub.it, 53,5%)

L’estate è il periodo dell’anno in cui si beve meno whisky, si sa, e la cosa risulta evidente tenendo d’occhio le statistiche del nostro blog: rispetto alla media del periodo settembre-maggio, le visite sono più o meno dimezzate… Ma è così tutti gli anni, e ci piace pensare che non siano le nostre recensioni ad avere stufato quei pochi disagiati come noi con la passione per il whisky, bensì sia proprio una questione strutturale. Però insomma, è estate anche per noi; quindi oggi andiamo alla ricerca di un malto estivo, fresco, godibile, e tutti gli indizi ci portano a questo sample di Benrinnes 18 anni ex-bourbon selezionato e imbottigliato dai prodi Davide, Claudio e Andrea di Whiskyclub Italia, ormai l’anno scorso. Chiudiamo l’intro ricordando come proprio ieri Whiskyclub sia andato in ferie, chiudendo un anno straordinario, con decine di serate e migliaia di tesseramenti; bravissimi ragazzi, a settembre si riparte! Un delizioso color dorato ci accoglie.

Bottigli_etichetta_BenRinnesN: partiamo da un aggregato di suggestioni, da poi scomporre: torta alla crema di limone. Intendiamoci, siamo di fronte a tutti i migliori cliché di una botte ex-bourbon riempita nello Speyside: dunque abbiamo una fantastica frutta gialla (note di banana travolgenti, ma anche mela gialla), poi suggestioni di vaniglia e crema pasticciera (crema al limone?, dato che pare esserci una bella acidità agrumata, che potrebbe essere pompelmo rosa), pasticcini alla frutta… Le torte di mele che faceva la nonna? Una leggera nota balsamica, d’eucalipto, a rinfrescare il tutto. Veramente ottimo.

P: il profilo è molto solido e compatto, con un bel muro di sapore che peraltro evidenzia solo parzialmente la quota alcolica (e ci mancherebbe, a 52 gradi!). Ottimo corpo, notevole intensità. Non è un tripudio di complessità, certo, ma è davvero armonioso e molto convincente, con le sue note di crema, di cioccolato bianco, di frutta gialla (pera), ancora di torta al limone e pasticcino alla frutta, di cereali… Vien quasi voglia di dolci al solo assaggiarlo! Ancora bilancia la dolcezza una bella dignità acidula, che tende a pulire…

F: …anche un finale veramente intenso, lungo e pulitissimo: ancora agrumi, crema, frutta gialla.

A leggere le recensione, la bella favola di questo whisky è che richiama alla mente e ai sensi tutte cose dolci, ma in fin dei conti si ha la costante impressione di bere un prodotto ben equilibrato ed armonico, in cui una bella acidità fa da contrappunto a tutto quel ben-di-dio organoletticamente zuccherino. La dimostrazione lampante è il finale, che scivola via lungo ma con grande eleganza. Ripetiamoci: non è un whisky complessissimo, non ribalterà le vostre convinzioni sullo Speyside né vi farà saltare sulla sedia per lo stupore: ma racchiude al meglio tutto quel che potreste aspettarvi. 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Loredana Bertè – In alto mare.

Benrinnes 18 yo (1997/2015, Valinch & Mallet, 52,5%)

Proseguiamo il nostro piccolissimo tour attraverso le distillerie misconosciute dello Speyside e, sempre a cavallo di un imbottigliatore indipendente, testiamo Benrinnes, direttamente da Aberlour, Banffshire, Spesyide. Di proprietà di Diageo, Benrinnes è celebre (forse solo tra noialtri disadattati appassionati di questi dettagli tecnici) per avere ancora i worm tubs a raffreddare i vapori degli alambicchi e per aver operato fino a pochi anni fa una “tripla distillazione parziale” (era la sola, insieme a Springbank, a farlo: ora è rimasta solo la storica distilleria di Campbeltown – grazie a Davide per la segnalazione). Per voi queste parolette non contano nulla? Male male!, ma in fondo anche a noi ciò che più interessa è quell’istante di gloria in cui il distillato sta nel nostro bicchiere… Si tratta di un single cask ex-bourbon selezionato da Valinch & Mallet, che ai nostri occhi deformanti deve riscattarsi dopo un Glentauchers troppo ‘normale’ per gli standard cui ci ha abituato.

valinch&mallet-benrinnes-18yoN: innanzitutto, poco sembra l’impatto dell’alcol e grande l’equilibrio tra varie componenti: ha una maltosità calda, briosciosa e dalle spalle larghe, che però si lascia contrappuntare splendidamente da aromi legnosi/speziati (legno caldo, cannella e buccia d’arancia per infusi, erbe in macerazione tipo vermouth) altrettanto profondi. Frutta gialla molto invitante, con pere passate nel burro e pesche affogate nel gelato alla vaniglia; poi miele affogato in sé stesso e cioccolato bianco. Non manca nemmeno un pit di frutta tropicale molto matura e acidognola, quasi fermentata (maracuja).

P: di nuovo, alcol non pervenuto. A tratti, rivela qualche fascinazione di malto “di una volta”, con un primo ‘velo’ minerale e una maltosità elegantissima. Certo la cremosità burrosa e la vanigliona del bourbon si fanno sentire, ma poi (oltre ad una frutta secca onnipresente, dalla noce alla nocciola) c’è una frutta composita davvero spettacolare: ancora pere e maracuja, poi banana; frutta cotta (mele e prugne). Interviene molto anche il legno, ad appesantire con una nota di infusi e di erbe macerate al limite dell’amaricante. Si può anche giocare con l’acqua, che esalta una nota di peperoncino e di noce moscata. Esce pure una dolcezza piacevole e ancora più intensa, tipo marshmallow.

F: lungo, con tanta crema, frutta gialla burrosa e mix di frutti tropicali.

È un vero whisky “che sa di whisky”, come amiamo dire talvolta: nitido ma non semplice, di corpo ultra masticabile e con botte clamorose di sapore, con una dolcezza grande ma mai stucchevole. Ci è piaciuto molto come tipologia di malto, esplosivo e raffinato; molto equilibrato, nonostante il legno qua e là (soprattutto verso il finale) si faccia sentire. Stiamo su un ottimo 88/100, e ancora tanto di cappello a Fabio e Davide.

Sottofondo musicale consigliato: Elio e le storie tese – La follia della donna (parte 1).

Benrinnes 15 yo (1998/2013, Silver Seal, 47,9%)

Benrinnes è una distilleria Diageo, ed è sita presso Aberlour, ameno paesino nel cuore dello Speyside, a due passi da Dufftown, vera capitale maltata della regione. Anche grazie ad alcune peculiarità tecniche (come ad esempio l’uso dei worm tubs o la parziale tripla distillazione; date un’occhiata qui e qui), Benrinnes produce un distillato decisamente particolare, spesso caratterizzato da una non indifferente torbatura, da note minerali e ‘meaty’ – un po’ come accade a Mortlach… Ma insomma, ci annoiamo da soli: oggi assaggiamo un single cask imbottigliato da Silver Seal nel 2013, si tratta di un 15 anni probabilmente (scommetteremmo noi) ex-refill sherry.

Schermata 2015-07-24 alle 13.21.35N: inizialmente esibisce decise e personalissime note ‘sporche’, tra il legno umido, il ‘chiuso’, perfino di formaggio stagionato… Poi cuoio, polvere da sparo. Presto, però, si capisce che la personalità esuberante trova sostanza anche in altri versanti dell’altopiano aromatico (eh? ragazzi, fa troppo caldo, forse dovreste smettere di bere): spicca in particolare una bella frutta rossa, bella e tanta (rfagole e lamponi – anche in versione gelée; poi ribes rosso). C’è anche una ‘dolcezza’ diversa: crostatina all’arancia, caramello.

P: il percorso è inverso rispetto al naso: qui si nota prima un attacco di frutti rossi e di caramello, di maron glacée; poi, quasi deglutendolo, improvvisamente, il palato si ‘impolvera’: tornano le note sporche del naso, qui ancora più uniche, minerali, perfino sulfuree: asparago, polvere da sparo… La frutta non si ritira però, ed anzi insiste e si reinventa tropicale (papaya).

F: lungo, molto, e persistente. Ancora polvere da sparo, con un senso di fumo lieve; arancia, frutta rossa ricca.

Come gli altri Benrinnes che abbiamo assaggiato in passato, questo single cask si rivela minerale e ‘pirico’; a differenza degli altri Benrinnes che abbiamo assaggiato in passato, questo single cask si rivela (a nostro gusto, permalosoni) ben cesellato dalla botte, che aggiunge carattere e dolcezza ad un distillato di suo non certo facile. L’esito è, secondo le nostre papille, pari a 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: Jonathan Wilson – Coming to Los Angeles.

Benrinnes 14 yo (1998/2013, High Spirits for Spirit of Scotland, 50%)

Se vi è accaduto di viaggiare per lo Speyside, di certo non potete non esservi accorti di Benrinnes, la montagna che guarda da vicino Dufftown; lo stesso nome appartiene ad una distilleria relativamente piccola (due milioni e mezzo di litri all’anno) di proprietà della Diageo. Il festival romano Spirit Of Scotland ha deciso quest’anno di affidarsi alla selezione del grande Nadi Fiori (ovvero: High Spirits) per proporre sul mercato il proprio primo imbottigliamento ufficiale, e la scelta è caduta proprio su un Benrinnes del 1998, invecchiato per 14 anni e ridotto a 50%. Assaggiamolo… Il colore è ambrato chiaro. [UPDATE: ci piace notare che ci ha scritto Pino Perrone e ha precisato che la selezione della botte è sua, mentre High Spirits è stato ‘solo’ l’imbottigliatore; diamo a Pino quel che è di Pino!]

benrinnes_light_small-copyN: attacca con una nota sulfurea (la botte dev’essere un refill-sherry [altro UPDATE: sempre Pino ci fa notare che si tratta di una botte di sherry Fino first-fill, e in effetti se fosse stato un refill le note sulfuree avrebbero avuto poca giustificazione…]), con suggestioni di polvere pirica, di fiammiferi (forse forse c’è qualcosa che ricorda il tartufo?). Vi troviamo anche una punta minerale (diciamo salamoia) e metallica, ferrosa. Senza dubbio è un naso di personalità, e anche il lato fruttato è caratterizzato da una certa intensità: frutta molto matura (anzi, marmellata), albicocca, una lieve traccia di frutta rossa… Panna cotta? Zucchero di canna? Certamente, miele e qualche suggestione agrumata. Una flebile nota di amaro d’erbe (qualcuno ha detto centerbe?). Col tempo, quegli spigoli sulfurei tendono ad arrotondarsi un po’.

P: si svela preponderante una dolcezza cremosa e maltata, anche qui – però – un po’ in coabitazione con un profilo più difficile, fatto di inserti minerali, metallici e ‘pirici’. Rispetto al naso, però, c’è più frutta rossa; in generale c’è più frutta, anche arancia un po’ ‘andata’. Cremoso (creme caramel) e con una punta di marmellata d’albicocca. Zucchero di canna.

F: bello lungo; rimane un senso metallico/minerale (che a tratti pare confondersi con una lievissima affumicatura) che si fa sovrastare da una bella dolcezza maltata.

Un whisky in crescendo: un naso che, se pur gradevole e abbastanza complesso, onestamente non ci ha convinto fino in fondo, un palato decisamente più rotondo ed equilibrato, un finale lungo ed equilibratissimo. Completamente diverso dal Benrinnes di Samaroli che avevamo recensito tempo fa, questo primo imbottigliamento di Spirit Of Scotland si guadagna un 83/100. Ne parla Andrea qui e qui trovate la presentazione ufficiale del festival, a firma Pino Perrone; costa 65 euro. [Terzo UPDATE: a proposito delle note sulfuree, Pino ci ha scritto che il nostro sample probabilmente ha “avuto dei problemi di “riduzione” poichè gli iniziali problemi sulfurei a bottiglia ossigenata svaniscono, anche in gustativa”, e in effetti quando avevamo assaggiato questo whisky al festival non avevamo riscontrato nessuna nota di tal genere. Questo serva da monito: un whisky cambia molto (ad esempio) se lo assaggiamo a bottiglia appena aperta oppure quando questa è a metà; noi poi beviamo per lo più samples che magari, talvolta, potranno aver in qualche modo influito sul distillato che assaggiamo. Quindi, valga sempre l’avvertenza che non dovete fidarvi tanto delle nostre parole, quanto delle vostre sensazioni; assaggiate prima di comprare, e prendete le nostre parole con le pinze, come abbiamo spiegato da tempo qui… Detto ciò, speriamo di avere occasione di riassaggiare presto questo Benrinnes!! Grazie infinite a Pino, è bello sapere che anche i “grandi” del whisky italiano ci leggono, e da maestri come lui c’è sempre solo da imparare.]

Sottofondo musicale consigliato: ChingonMalaguena Salerosa, da Kill Bill con furore.

Benrinnes 1996/2008 (cask #4617, Samaroli, 45%)

Altra tappa fra gli imbottigliatori italiani di single malt. Un passaggio che è in realtà una sorta di ritorno alle origini, dato che proprio Silvano Samaroli nei primi anni ’70 fu tra i primi a proporsi nelle distillerie scozzesi, selezionando single malt per un mercato, quello italiano, fino a quel momento monopolizzato dai blended. Oggi assaggiamo un malto dallo Speyside della serie Coilltean, nello specifico un Benrinnes (single cask #4617, ridotto a 45%, come tutti gli imbottigliamenti Samaroli) dal colore scandalosamente (?) chiaro.

N: la prima impressione è di una spiccata vinosità (un vino bianco molto secco). Poi un delicato apporto di frutta, con pesca gialla, pera, uva bianca e una spruzzata di limone. Tanta mandorla, ma soprattutto tanti fiori: infuso di erbe e foglie di the. Note vanigliate e un che di anice; c’è una leggera ma evidente affumicatura, molto piacevole. Peccato che tutto rimanga fin troppo tenue, la frutta in particolar modo. Questo whisky sembra nascondersi, al naso. Timidezza? Speriamo si sciolga in bocca…

P: cominciamo dall’affumicatura, che è ottima e bilanciata. Ma nel complesso il palato è meno ricco del naso, purtroppo: lieve mandorla, vaniglia e liquirizia. La dolcezza, molto soft, sembra essere da zucchero. Tanto anice e… tanta grappa (ricorda, per queste note ‘grappose’, certo new make)! Un indistinto sapore di erba amara e suggestioni di susina acerba.

F: non lunghissimo e tutto sull’erba. L’affumicatura è scomparsa, mentre par di sentire un po’ di zucchero bianco.

Sulle prime il profilo quasi lowlander (forse dovuto anche alla tripla distillazione adottata dalla Benrinnes), unito a un fumo piacevole, mette a proprio agio. L’esplorazione di questo malto, che ci pare forse un po’ acerbo, non richiederà infatti molto tempo; d’altra parte il suo profilo, comunque particolare, non lo rende nemmeno un everyday dram. Un vero rompicapo, che, per quel che riguarda il nostro taccuino, pensiamo di aver risolto con un voto intermedio, né eccezionale né catastrofico: 82/100. In qualche modo ricorda il Jura di Samaroli assaggiato qualche tempo fa, anche se quello pareva più complesso, con più sfumature e personalità.

Sottofondo musicale consigliato: Stan RidgwayBig green tree, dall’album Neon mirage.