Vanilla Burst (2017, Wemyss, 46%)

Da qualche tempo partecipiamo festosamente ai tweet tasting organizzati da whiskywire, che funzionano più o meno così: una ventina di blogger e appassionati di whisky da tutta Europa ricevono a casa dei campioncini e li bevono in simultanea all’orario dell’aperitivo, riversando su Twitter tutte le impressioni e le frustrazioni di giornata come se non ci fosse non solo un domani, ma nemmeno un post cena. Qualche settimana fa il pacchettino conteneva gli ultimi esperimenti di Wemyss, estroso imbottigliatore indipendente scozzese (tanto per capirci l’ultimo assaggio era un old fashioned già confezionato a cui aggiungere solamente ghiaccio). La serata è iniziata con questo Vanilla Burst, un no age statement prodotto con malto dello Speyside fino a raggiungere i 15200 litri. Per questo primo batch sono state sfornate 4800 bottiglie. E il nome è tutto un programma…

N: siccome questo è un concept whisky, noi faremo una concept recensione, optando per un’immagine altrettanto onnicomprensiva – e l’immagine è: ciambellone / torta paradiso, con tanto zucchero a velo e la scorzetta di limone nell’impasto. Se qualcuno poteva temere un bourbon monster, quest’incubo si realizza solo a metà: la palese giovinezza del distillato, che ci pare avvicinarlo al familiare Glen Grant 5, rimane abbastanza in evidenza, bilanciando curiosamente il tutto… Note fruttate, di frutta gialla, semplici ma gradevoli completano il profilo: pesca bianca anyone?

P: un buon corpo e un bell’impatto: ancora cremoso con vaniglia e torta paradiso, ancora una bella acidità con limone – di certo c’è un lato fatto di burro fresco ed erbaceo (diremmo lemongrass per essere cialtroni fino in fondo) che bilancia bene la dolcezza. Di nuovo viene in mente Glen Grant. Mela e pesca gialla.

F: medio-lunghino e persistente

Premesso che questo nuovo filone dei Nas connotati da un descrittore già in etichetta può piacere o può far inorridire, bisogna convenire sul fatto che un whisky va valutato in base al nostro gusto personale e alle sensazioni che ci trasmette. In questo senso, al Vanilla Burst non si potranno negare una certa piacevolezza e corposità, pur nel contesto di una ostentata semplicità. Quindi sbattiamocene della tradizione e vai di 83/100! Costa intorno ai 50 euro.

ah, per chi volesse farsi del male l’hashtag su Twitter era #wemissmalts 

Sottofondo musicale consigliato: Vanilla Sky – Just Dance

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Mars Maltage Cosmo (2016, OB, 43%)

Shinshu Mars Distillery è una distilleria artigianale fondata nel 1985 dalla famiglia Hombo, storici distillatori nipponici. La distilleria, che in realtà ha riaperto nel 2011 dopo 20 anni di inattività, è situata nella Prefettura di Nagano ed è la più alta in quota di tutto il Giappone, stando a 798 metri sopra il livello del mare. Siccome le cose facili agli Hombo non piacciono, si sono messi in testa di produrre solo 25 mila litri di distillato puro all’anno. Per giunta questo Mars Maltage Cosmo, blend presentato nel 2015, è composto da single malt invecchiati in Scozia e finiti a Shinshu. Strano, vero? Sì, anche se in realtà i ben informati ci dicono che la pratica di acquistare whisky scozzese per poi invecchiarlo in Giappone si sta rapidamente espandendo a causa dell’endemica mancanza di offerta che affligge le distillerie del Sol Levante. Un bene, un male? Mah, noi non giudichiamo. Noi beviamo.

N: il primo impatto spiazza un poco: si sente molto la (presumibile) gioventù del distillato, con un portato di aromi che indirizza chiaramente: note evidentissime di lieviti, un qualcosa che ci ricorda l’acqua che rimane dopo aver ravvivato il fungo secco; poi pera candita, pera non candita, agrumi canditi. Resiste in superficie anche una nota strana, leggermente metallica, diremmo di rame. Il tutto è però contornato da un misto di frutta cotta (mele pere prugne) e da un tocco di legno, diremmo di sandalo.

P: ripropone subito le stesse note dei canditi e dei lieviti selvaggi che avevamo trovato al naso – note che però, a dire il vero, sono ammansite grazie a delle inattese note cremose: panna cotta, panna e fragole (una follia: il chupa-chups panna e fragola!), il tutto sempre a braccetto con la frutta cotta del naso. E se ci riconoscessimo un filino di fumino di torbina, ci prendereste per pazzi? Di certo un palato un po’ spiazzante…

F: …e un finale forse ancor più spiazzante: forse la parte migliore, quella in cui meglio sa nascondere le imperfezioni che dipendono dalla gioventù. Sicuramente frutta secca, ancora panna cotta, frutta cotta.

In questo Cosmo noi abbiamo trovato un firmamento di stelle davvero spiazzante. Da una parte c’è una gioventù franca, a tratti anche troppo; dall’altra parte non si può dire che manchi di personalità e anche di una certa complessità. Forse non l’abbiamo capito fino in fondo e non lo premieremo più di tanto, ma un assaggio è caldamente consigliato per allargare i propri orizzonti: 80/100.

Sottofondo musicale consigliato: Bruno Mars – When I was your man

Great King St. ‘Artist’s Blend’ (2016, Compass Box, 43%)

Schermata 2017-07-31 alle 11.54.52Il blender più cool del mondo dello scotch, quella realtà che sta costringendo l’industria a ridefinire i propri confini e le proprie regole, o per lo meno sta spingendo tanti players sulla strada della trasparenza: Compass Box, ancora tu! Oggi assaggiamo una delle edizioni base, ovvero il Great King Street ‘Artist’s Blend’: come di consueto la ricetta è dichiarata, e la trovate nell’immagine qui a fianco. C’è tanto grain, qui, dato che un 46% è Cameronbridge: e ci sono anche componenti bizzarre, dato che il 17% della miscela è a sua volta una miscela di Teaninich, Clynelish e Dailuaine finita per due anni in quercia francese. Ma insomma, lasciamo perdere la teoria, passiamo alla pratica…

blend_gre1N: apertissimo e di grande morbidezza, è tutto improntato a una dolcezza immediata, facile. Pasticcino alla frutta, miele e fiori freschi sono le prime suggestioni che ci colgono: c’è un bel pizzico di vaniglia, un vago senso di frutta gialla indistinta, ma sono soprattutto due descrittori a farla da padrone – la pera, onnipresente e pervasiva, e un cereale caldo, proprio la spiga di grano!

P: semplice, certo, ma piuttosto intenso e sorprendentemente cremoso. Questa cremosità si materializza ancora sotto forma di purea di pera, pasticcino alla crema (pastafrolla a go go, vaniglia), cioccolato bianco. Un che di zucchero filato. C’è anche una sfumatura vegetale, erbosa o erbacea: note di fogliame, tiè.

F: non lunghissimo, tutto su una piacevole pastafrolla burrosa.

Semplice, certo, ma buono, senza quei grossi difetti che spesso prodotti di questa fascia presentano. È un blend senza età dichiarata, giovane, in cui la gioventù non è troppo ‘aspra’ ed evidente; la composizione è elaborata e complessa ma non risulta troppo artefatto nel bicchiere (è dolce, non dolciastro) e in definitiva rimane equilibrato nella sua semplicità: 84/100. Come al solito, ottimo lavoro.

Sottofondo musicale consigliato: Calvin Harris feat. Pharrel, Katy Perry – Feels.

Monkey Shoulder (2010 circa, OB, 40%)

Eccoci alle prese con il blend di casa Grant’s, ovviamente prodotto a partire dalle distillerie di proprietà del gruppo dello Speyside: Glenfiddich, Balvenie e Kininvie finiscono qui dentro, oltre a una discreta quota di grain whisky. Il rinvenimento di questo campione, una mignon originale da 5 cl, è per noi motivo di ricordi molto cari; ci fu infatti donato al termine del nostro soggiorno a Dufftown dalla vecchina- fiera e combattiva ottuagenaria di casata Macdonald- che ci forniva a buon prezzo letto e una robustissima scottish breakfast proprio nell’amena capitale del whisky. Siccome in quei giorni il succo di malto non mancava, conservammo gelosamente il regalo in attesa di tempi duri, che per fortuna non sono mai arrivati. E così a distanza di qualche annetto tramutiamo i ricordi di quel viaggio in una recensione.

N: un blended che sa di blended. Naso molto facilone e annusabile, senza intrusioni dell’alcol, tutto giocato su una rotondità piacevole: nocciola, banana, porridge, cereali, scorzetta d’arancia, miele. E vaniglia, forse crema pasticciera, certo uvetta…

P: un po’ debole al palato, non sappiamo se il campione ha perso qualcosa per via della lunga permanenza in casa della vecchina di Dufftown o se è solo la gradazione bassa a tradire. C’è una dolcezza davvero molto astratta (e non sempre convincentissima), simile alle caramelle alla violetta; e poi miele, toffee e cereali a piacimento. Ancora un tocco di frutta secca (nocciola).

F: lunghino, tutto tra la frutta secca e un senso erbaceo cerealoso.

Questa spalla di scimmia, nome che deriva dalle robuste spalle degli ormai quasi estinti spalatori di malto del malting floor, è un blend complessivamente dignitoso, forse un po’ costoso (siamo sui 30€) rispetto alla complessità, alla consistenza al palato e ai piaceri che offre. Peccato, diciamo, perché le premesse c’erano tutte, potendo contare su una ricetta che contiene un whisky eccellente come quello prodotto a Balvenie. Noi ci fermiamo a 78/100.

Sottofondo musicale consigliato: Alberto Radius – Giù

un capolavoro del grande Radius con questo incipit:

Al momento giusto
so che la risposta
quasi sempre il whisky me la dà
e c’ho preso gusto
mi ubriaco presto
mando in culo il resto, la realtà

The Monkey Whisky Tasting, vol. 2 (11.3.17)

Che l’interesse nei confronti del whisky sia in costante crescita è testimoniato dal proliferare di iniziative, proposte dall’alto e soprattutto dal basso, tese a diffondere il Verbo del Malto e della sua sbevazzata consapevole (ma fino a un certo punto, ché qua vogliamo divertirci). Tra i fenomeni recenti ci piace segnalare il Monkey Whisky Club, gruppo segreto e semi-carbonaro che da inizio anno, grazie alla verve e alla passione di Andrea, sta organizzando serate di degustazione molto belle, all’insegna della scimmia sulla spalla e dell’edonismo. Lo scorso 11 marzo abbiamo partecipato al secondo appuntamento, e oggi veniamo a dar conto di quanto s’è bevuto. Oltre ai cinque whisky che vi trovate quasi recensiti qui sotto, abbiamo assaggiato anche un Caol Ila 25 anni di Silver Seal e quell’ottimo Longrow in Barolo… Mica male, no?

Santis Malt (OB, 40%), l’oggetto del mistero proveniente dalle Highland svizzere (?) e invecchiato in botti di birra, alla fine si è rivelato essere un discreto dram, dolcione e molto vanigliato, con un onesto sapore di whisky. Delle botti di birra non c’era traccia e forse è molto meglio così: 78/100.

Timorous Beastie (2016, OB, 46,8%): Douglas Laing ci ha preso gusto e continua nella creazione di Nas dal concept molto catchy. Questa bestiolina è stata costruita utilizzando solo single malt delle Highlands, tra cui quelli provenienti da Dalmore, Glen Garioch e Glengoyne. In realtà, pur avendo appena citato tre distillerie famose per un uso massiccio di barili ex sherry, il Timourous è un whisky molto bourbonoso, con vaniglia e spiccati sentori di erica. Affascinano le note minerali e un leggero velo di torba su un profilo di sincera gioventù: 82/100.

Glenrothes 24 yo (1989/2013, Cadenhead’s Small Batch, 56,9%): l’imbottigliatore più antico di Scozia ha selezionato un paio di barili ex-bourbon di Glenrothes e li ha assemblati per questo potentissimo Small Batch – un whisky dal corpo monstre, con un’intensità fruttata devastante tutta giocata su pesche sciroppate, albicocche, ananas… Notevole anche il lato cremoso e vanigliato, tutto esaltato da una gradazione alta ma inavvertita. Forse il migliore della serata: 88/100.

Buichladdich The Organic Ed. 2.10 ‘Mid Coul’ (2012, OB, 46%): la fantasia di questa distilleria arriva perfino a concepire imbottigliamenti ‘single field’, con orzo proveniente da una singola azienda agricola. Al di là della spericolata operazione di marketing tutta tesa all’esaltazione del terroir, questo Laddie è fondamentalmente onesto, molto maltoso e un poco burroso, anche se abbastanza naked. Un filo di torba. Semplice ma gradevole: 84/100.

Nikka Black (2016, OB, 43%): si spazia dalla Svizzera alla Scozia, senza disdegnare una trasferta intercontinentale per assaggiare uno degli imbottigliamenti del core range di Nikka. Il Black è un vatted delle distillerie Yoichi e Miyagikyo che si presenta con un corpo e bello beverino. Ci piace il suo carattere ruffiano, con tanta frutta matura (pesche e mele rosse). L’apporto della torba è evidente e soprattutto sul finale esplodono le spezie (noce moscata): 86/100.

Sottofondo musicale consigliato: Eugenio Finardi – Scimmia.

Peat Chimney CS batch #001 (2016, Wemyss, 57%)

Dopo l’ottimo blended torbato di Compass Box, restiamo nei paraggi organolettici ma saliamo di gradazione con Peat Chimney Cask Strength di Wemyss: edizione limitata da 6000 bottiglie, questo è il primo e per ora unico batch a gradazione piena del celebre Peat Chimney (che esce in diverse versioni, alcune con età dichiarata di 8 o 12 anni, altre senza, come questa). Abbiamo messo le mani sul sample grazie al grande Francesco Saverio Binetti, che dobbiamo per l’ennesima volta ringraziare…

vatted_wem14N: l’alta gradazione non inficia l’esperienza, e questo già ci piace. Affrontiamo prima lo scoglio del lato più ‘dolce’, tutto in apparenza ruotante attorno all’arancia: c’è, in tutte le forme, fresca e succosa (l’arancia rossa, sia chiaro!), poi la marmellata d’arancia e l’arancia candita e caramellata. Insomma, a un’analisi più attenta potrebbero esserci tracce di arancia. C’è un senso di ‘marroncino’, di qualcosa di profondamente zuccherino e caramellato. Poi un sottile fumo di torba, pungente e acre, che ricorda note di fumo di sigaro. Note speziate e di pepe nero. Appena un cenno marino.

P: anche qui la gradazione non pesa affatto, e anche qui la dolcezza resta molto scura e densa. Dev’essere tutto abbastanza giovane, ma non per questo poco piacevole. Potremmo descriverlo come un pentagono inscritto in un cerchio: abbiamo i cinque angoli spigolosi di plastica bruciata, gomma, pepe, inchiostro, un lieve fumo di sigaro, il tutto contornato da un cerchio di dolcezza agrumata e caramellata – il cerchio in realtà è una sfera, anzi: è un’arancia rossa. Anche un poco di mela dolce, ma questa non inscrive alcunché. Cola?

F: lungo intenso e persistente, col fumo perdura il lato chimico e di inchiostro, con al contempo un tappeto di liquirizia e arancia rossa.

Decisamente un malto ben confezionato, molto carico, in qualche modo più “monster” del Peat Monster, soprattutto perché il lato dolce è davvero pesante – forse troppo? Chi lo sa, noi siamo felici così e assegnamo un bel 85/100.

Sottofondo musicale consigliato: Funkadelic – Maggot brain.

The Peat Monster (2016, Compass Box, 46%)

Schermata 2017-03-07 alle 21.55.54Voi sapete che Compass Box sta rivoluzionando il concetto di blended, e se non lo sapete potete ad esempio rileggerci qui; noi siamo rimasti affascinati dall’idea alla base di questi whisky e – soprattutto – dalla qualità trovata nel bicchiere durante i frequenti assaggi… Oggi torniamo a vagare per i magazzini di John Glaser e peschiamo da una bottiglia molto fumosa, molto torbosa, con un’etichetta bellissima: e siccome quelli di Compass Box hanno un grosso problema con la trasparenza, noi sappiamo tutta la composizione di questo Peat Monster: 40% Laphroaig, 20% Ledaig, 13% Caol Ila, 26% Ardmore, 1% di un vat di Teaninich, Dailuaine e Clynelish finiti per due anni in botti ex-Borgogna. What the fuck?, avrà esclamato qualcuno…

vatted_com4N: lo zampino di Islay è ben presente, con una marinità frizzante e spumosa molto evidente: acqua di mare, soluzioni saline, iodio. Al contempo fa capolino una nota di formaggio dolce (emmenthal) e forse di una giovane scamorza affumicata – da qui un cenno alla torba, acre e densa, bella fumosa ma non prevaricante. Pian piano dalle retrovie emerge con crescente intensità una dimensione fruttata molto piena e gradevole, tra un cenno di cedro candito e una fettina di ananas (c’è del tropicale, insomma), e con una bella purea di pera odorosa.

P: che piacere. Il corpo è denso, ha una bellissima texture. Parte molto medicinale, con note di garza, di antibiotici amari (?); c’è tanto legno bruciato, proprio cenere, con appena un morso di ostrica. Borotalco. Poi una dolcezza grossa, da marshmellow, da caramella, molto profonda, e un senso di bastoncino di liquirizia addentato – anche se c’è una dolcezza da whisky giovane, di canditi.

F: lungo e persistente, ma non così massiccio come si sarebbe potuto immaginare. Ancora perdura quella nota amara e medicinale, abbinata ad un vago senso marino. Torna il cedro candito e ovviamente non si spengono le braci (cenere).

Buono buonissimo, a dover sparare a tutti costi un’ovvietà diremmo che la quota di Laphroaig, presumibilmente piuttosto giovane, si sente molto con le tipiche note medicinali (forse acuite da Ledaig?); ad ogni modo, siccome la composizione ce l’abbiamo davanti agli occhi, pare veramente un esercizio sterile il nostro, e dunque limitiamoci a sentenziare 86/100 così da dichiarare tutta la nostra soddisfazione. A 50€ è un’ottima alternativa ai ‘soliti torbati’, consigliamo.

Sottofondo musicale consigliato: Kalamata – My.

Johnnie Walker 12 yo ‘Black Label’ (2016, OB, 40%)

SUP_8394.153544Buona norma per qualunque bevitore con velleità classificatorie e perfino (peggio!) con un blog sul whisky è cercare di non limitarsi ai prodotti di fascia alta, ai single cask di imbottigliatori indipendenti e ai malti più inaccessibili: talora è bene sporcarsi le mani, scendere nell’agone e mettere alla prova di naso e palato anche i blended ‘da supermercato’, perché 1) aiutano a rimettere le cose in prospettiva 2) permettono di comprendere a che cosa le persone normali (non i disadattati appassionati nerd come noi) pensano quando dicono “mmm sì, mi piace il whisky”. Oggi assaggiamo quindi uno dei blended più venduti al mondo, ovvero il Johnnie Walker 12 anni ‘Black Label’, 22€ all’Esselunga e una band hard rock a lui dedicata (e mica una band qualsiasi!). Le componenti del blend di Diageo non sono dichiarate, ma si vocifera di una discreta presenza di Lagavulin, Talisker, Mortlach e Benrinnes… Tutti distillati ‘grassi’ e di personalità: vediamo come si comportano…

black label-500x500N: il dodicenne di casa Walker rivela un profilo duplice, anche se le due anime sono ben integrate. Da un lato, c’è una ‘dolcezza’ un po’ indistinta, sostanziata di frutta secca di vario genere (dall’albicocca disidratata alla nocciola), che ricorda un po’ biscotti ai cereali. Poi c’è caramello, in grande evidenza e quantità; buccia di agrume (forse arancia, forse limone); ci viene in mente lo sciroppo d’acero. Il tutto è percorso come da una vena minerale, leggermente torbata…

P: …che al palato diventa invece un’arteria: esplode infatti una nota fumosa (diremmo tè affumicato, il nostro amato Lapsang Souchong) e torbata profonda, sempre in accoppiata con una bella mineralità. La dolcezza resta sempre molto sostenuta, e va a ricordare ancora sciroppo d’acero, caramello, vaniglia; di nuovo nocciole. Ancora torna l’agrume, con una bella arancia profonda. Chicco di caffè (c’è un che di tostato).

F: non lunghissimo, certo, ma dolce (frutta secca), tostato e fumoso.

A livello di descrittori, ci siamo: non è troppo ruffiano quanto a dolcezza, e in più ha suadenti note minerali e delicatamente affumicate. Al palato forse ‘scivola via’ un po’ troppo, rivelando effettivamente la sua natura di blended super beverino: per questo non spicca del tutto il volo ma, a nostra opinione, si attesta più che dignitosamente su un invidiabile 82/100. Possiamo dirlo?, ci piace più di tanti single malt che costano anche più del doppio…

Sottofondo musicale consigliato: Black Label Society – Rust.

Home Blend 35 yo – cask #26 (1980/2015, Wilson & Morgan, 47,6%)

Per festeggiare la vittoria del Portogallo (meglio dire: per festeggiare la sconfitta dei francesi, scusateci francesi ma sapete com’è, siete francesi) – si diceva, per festeggiare quel che abbiamo da festeggiare abbiamo deciso di proseguire sulla strada dei blended, scegliendone uno extra-lusso: si tratta dell’Home Blend di Wilson&Morgan, 35 anni, che l’italianissimo imbottigliatore ci presenta cosìFor years we dreamed of a perfect old blend which could bring back memories of the luxurious and slightly decadent whiskies of forgotten times. A blend which would have been served in an exclusive club, or in the homes of the wealthy. […] The result is as close as possible to the aged blends of decades ago, when blended Scotch was king and not an ingredient for mixing. Non siamo sicuri su quanto di preciso, ma di certo per qualche tempo il blend è stato finito in una botte ex-sherry.

Schermata 2016-06-21 alle 19.04.01N: naso ricco, mi ci ficco: molto aperto, mostra fin da subito un profilo molto importante, maturo e sfaccettato. Riesce a ricordare sia sontuosi frutti succosi (pesche, anche sciroppate) che frutta disidratata molto zuccherina, quasi appiccicosa (datteri, mele caramellate, fichi secchi, uvetta). E quelle barrette di cereali al miele, non le vogliamo nominare? Nominiamole, dai. Ci sono anche profonde note di tabacco, sia il tabacco da pipa che quello aromatizzato da narghilè… Il tutto perfettamente amalgamato in un contesto davvero vivo, con l’invecchiamento monstre che si manifesta, dopo un po’ d’ossigenazione, grazie a particolari e graziose note di erbe aromatiche (qualcuno ha evocato un vermouthino?).

P: il corpo è pieno ma molto beverino; complessivamente si può dire che mantiene quel che prometteva al naso solo in parte… Esibisce infatti una bella marmellata di arance amare, che ci fa realizzare come il profilo rispetto al naso tenda a farsi più ‘scuro’, più ‘amaro’, più vecchio e più influenzato dal legno: ci sono note di tannini più evidenti, che – in grande equilibrio col resto – ricordano che al trascorrere del tempo si deve del rispetto. Meno fresco che al naso, non perde del tutto quelle note zuccherine e fruttate che riassumiamo con: fichi e datteri, mela rossa. Ancora un cenno di tabacco. Cioccolato.

F: piuttosto lungo, inizia sulla dolcezza zuccherosa e di frutta secca e prosegue sulle suggestioni più erbacee.

Veramente ben confezionato, piacevole e pericolosamente beverino: il passaggio finale in una sherry cask col valore di marriage tun permette al profilo complessivo di unire sia la rispettanda profondità di un whisky molto invecchiato ad una splendida freschezza, viva soprattutto al naso. Bene, benissimo: 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: Eugenio Finardi – Diesel.

Kiln Embers (2015, Wemyss, 46%)

Dopo l’ottimo Spice King assaggiamo un altro blend di Wemyss, ricordando peraltro che proprio la famiglia Wemyss nel 2014 ha aperto una nuova distilleria a Fife, Kingsbarns: per adesso si può assaggiare solo del new make, ma di certo il fatto che nuove distillerie saltino fuori come funghi è un buon segnale di per sé, non foss’altro per sperare in varietà.  Questo Kiln Embers è un concept blend, come va di moda di questi tempi: il whisky è infatti presentato come molto torbato (ceneri di fornace è la traduzione del nome, per i Mazzarri tra voi che non dominano la lingua di Shakespeare). Sarà vero?, dopo miss Italia aver un papa nero?

s15510N: un naso abbastanza profondo, soprattutto sul versante della ‘dolcezza’: ci sono infatti note appiccicose di caramello, amaretto, marmellata d’arancia, zucchero di canna… Liquirizia. Un pit di cannella. C’è anche un che di spiccatamente mentolato, in un tappeto già piuttosto erbaceo; e più che marino, anche se marino lo è (e lo rivela soprattutto dopo un po’), appare decisamente affumicato. In generale, dà una sensazione di disinvolta profondità, con lievi suggestioni ‘organiche’, di carne o pesce a seconda del percipiente.

P: bello esplosivo, per essere a grado ridotto. Come al naso, l’attacco è sul dolce: ancora Elah alla liquirizia, caramello, un velo di cannella, il caffelatte zuccherato; ma dopo questa prima fase, cresce di intensità l’affumicatura isolana, con note molto spiccate di fumo acre, quasi di pesce. Molto (troppo?) presente il legno, a irrobustire un profilo comunque già molto esplicito.

F: se sulle prime la dolcezza persiste, dopo pochi istanti perdura una torba dura, acre, cenerosa e ‘chimica’ (smog, plastica bruciata).

Devono piacere i torbati fatti così, belli ruffiani, con una dolcezza marcata e una legnosità cenerosa, aggressiva e un po’ ‘allappante’: sicuramente regala un’esperienza di tutto rispetto, sia come intensità che, tutto sommato, come complessità. 84/100. Altro pollice alzato per i blend fatti bene!

Sottofondo musicale consigliato: Pitura Freska – Papa Nero.