Black Bull Kyloe (2018, Duncan Taylor, 50%)

Ciao, sono Kyloe! Com’è umano lei…

Molti imbottigliatori indipendenti stanno riscoprendo, in questi ultimi anni, la nobile arte del blended: facile selezionare un single cask buono, lo annusi, ti piace, lo imbottigli, taaac. Tutt’altro problema è mescolare barili diversi: devi trovare equilibrio tra gli ingredienti, e soprattutto – come abbiamo scoperto noi stessi facendo alcune degustazioni dedicate proprio al blending grazie a Chivas – la miscela regala esiti inaspettati, ogni ingrediente cambia anche rispetto alle tue aspettative. Ma insomma, noi mica lo facciamo di mestiere, giusto? Torniamo dalla parte giusta del bancone e assaggiamo Black Bull “Kyloe”, blended di Duncan Taylor: che è un po’ come chiamare un blended “Alano Nero Chihuahua”, dato che Kyloe è il gaelico per la mucca pelosa tipica delle Highlands. Basta ciance, ché qua stiamo esagerando.

N: fresco, profumato, con tanto limone, ma anche con note più complesse, minerali, perfino con note di gesso. Potrebbe tendere verso un profilo semplice e giovincello, ma in realtà mantiene un che di intrigante, vagamente fruttato e con sentori di cereali, di pudding. Pera e fiori, nel contesto di un profilo discreto.

P: si apre ancora sulle note abbondanti dell’agrume, con tonalità dolci però: il che ci fa vagheggiare il cedro. La gradazione, dall’alto del suo volume alcolico a 50%, è davvero ben nascosta. Molto zuccherino, con una classica pera in evidenza! Per il resto però non ha moltissimo da offrire, al di là di un sentore di cereale, di panino al burro.

F: medio-corto, con spruzzate di limonata zuccherata e pera.

Bisogna riconoscergli una sua franchezza da onesto blended giovane, a suo modo timido, come solo una vacca pelosa delle Highlands sa essere: 80/100. Senza infamie e senza lodi, lo giudichiamo sì piacevole, ma se dobbiamo fare una previsione non rimarrà impresso nella nostra mente a lungo.

Sottofondo musicale consigliato: Danit Treubig – Guacamayo.

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Black bottle (2018, OB, 40%)

Stock ha di recente preso in distribuzione Ledaig, versione torbata del whisky prodotto alla Tobermory, trovando così finalmente una casa anche in Italia. Diciamo finalmente perché da qualche anno Ledaig è in piena ascesa, grazie a una lunga serie di single cask indie davvero interessanti, ma a onor del vero anche per merito di un 18 yo ufficiale davvero complesso e gradevole. Nella galassia Tobermory, di proprietà della sudafricana Distell, ruota però anche lo storico (1879) blended Black Bottle, rilanciato nel 2013 e con un’anima informata sull’isola di Islay, seppur in misura minore rispetto a un passato in cui anche Ardbeg e Laphroaig entravano nella miscela. Il fatto che Distell sia anche proprietaria di Bunnahabhain ci fa dunque realizzare il classico gol a porta vuota. Dopo l’esultanza smodata che spesso accompagna le reti più banali, ci ricomponiamo e beviamo.

blend_bla1N: colpisce fin dall’inizio una nota minerale, terrosa, leggermente torbata, a dare profondità a un profilo altrimenti molto rotondo ma non banale. C’è frutta cotta (pera soprattutto), poi note intensamente agrumate, perfino di marmellata dolce d’arancia. Note speziate e  caramello bello appiccicoso.

P: ci accoglie una nota… strana, artificiale, come di vermouth (senza offese, vermouth), molto densa e speziata. Sembra un Rob Roy, a dirla ignorante, ignorante. Punte di cannella, chiodi di garofano, che sembrano rivelare, assieme a una dolcezza molto pronunciata e appiccicosa, una forte quota di grain – un grain comunque di personalità, non esile.

F: più fumoso, con un senso di affumicatura ‘legnosa’ da trucioli di legno bruciati per affumicare un cocktail. Ancora caramello, melassa.

Molto diverso tra naso e un palato dove si sente un po’ troppo la quota di grano, per il nostro gusto. Certo, se volete farvi un Rob Roy, questo è il whisky perfetto: potete non aggiungerci neanche il vermouth, quasi. 79/100.

Sottofondo musicale consigliato: LogicBohemian Trapsody