Whisky Revolution “calendario avventato” – Day 4

Il “Calendario Avventato” al giorno n.4 ci regala l’irish whiskey Connemara Peated, imbottigliamento ufficiale a 40% distillato a Cooley, e questa è la nostraIMG-20181203-WA0010 recensione… Tenete conto che l’abbiamo assaggiato blind, alla cieca, e la sua identità ci è stata rivelata solo stamattina, pochi istanti prima di pubblicare questo post.

Whisky #4

47190330_1989759864655422_805425110960832512_nLa prima suggestione che ci investe è la marinità: salmastro, iodato e costiero (mare e olive verdi), esibisce fiero una torba ben chiara ma non totalizzante, anzi. Affianco abbiamo note agrumate e di un cereale caldo e zuccherino. Molto minerale. Al palato è non trascurabile il nostro stupore: ci aspettavamo torba decisa e spigoli acuminati, e invece ci accoglie un malto rotondo, semplice e morbido, con poco mare e fumo di torba presente ma delicato e una freschezza dolcina e floreale, con erba fresca, inattesa. La dolcezza è lievemente vanigliata e panosa, da pane al latte. Il finale non lungo, con un leggero ritorno del fumo, si ferma allo zucchero bianco.

Se dovessimo scommettere, diremmo Connemara, il torbato irlandese che usa eccezionalmente malto d’orzo torbato. Dopo l’apertura della casellina del calendario avventato, i nostri presagi sono confermati: è proprio Connemara Peated! Se non l’avete mai assaggiato, siete dei pazzi perchè è una chicca e costa sui 40 euro. A onor del vero lo avevamo già recensito qui, e ci era piaciuto di meno. Ma oggi con l’assaggio alla cieca secondo noi il voto giusto è 83/100.

Puni ‘Vina’ (2018, OB, 43%)

La distilleria italiana Puni ha di recente sfornato due nuovi whisky, entrambi di 5 anni. Il primo, ambiziosamente chiamato Gold, si è giovato di un invecchiamento in barili ex bourbon, mentre il whisky di oggi ha riposato in botti di quercia europea che hanno contenuto Marsala. Ultimamente questa tipologia di affinamento si sta facendo sempre più largo nella mente dei guardiani delle cantine, accanto ad altri vini liquorosi come Porto e Sauternes; e proprio Puni, legando idealmente le estremità italiane, sembra avere un debole per i sentori tipici del vino siciliano, avendo già avuto modo di legarvi il proprio distillato, con risultati invero alterni, con Opus e Alba.

N: la prima nota, spiazzante, ricorda nitidamente la gomma, anzi: una boule dell’acqua calda. Fortunatamente va scomparendo man mano. Una nota evidente di brandy all’arancia (leggi: Grand Marnier), e in generale l’arancia sembra il sentore più evidente (caramella gommosa all’arancia). Ha una punta acetica che ci fa venire in mente l’aceto di more. Zuccherino, astrattamente.

P: attacca molto alcolico (proprio come sapore, non come intensità), poi si apre verso sentori più dolci: innanzitutto ancora aceto di more (e forse di mele), poi tanta albicocca disidratata. Castagnaccio (o biscotti di castagne). Un senso di legno muffito. Strano, molto strano…

F: non lungo, diviso tra castagna e albicocca secca.

Già assaggiando l’Alba avevamo riscontrato una certa acidità, marcata e totalizzante.In generale questo Vina ci pare abbastanza semplice e forse non proprio centratissimo. Ma soprattutto, al di là dell’ingenuità di un distillato che con invecchiamenti più robusti crediamo ci stupirà, registriamo il ripetersi di una nostra idiosincrasia verso le maturazioni piene in marsala. Non prendetela sul personale, il problema è tutto nostro: 72/100. Registriamo in chiusa un elemento solo positivo: come già il Gold, anche questo Vina costa un po’ meno rispetto alle precedenti release (siamo intorno alle 50€), e ci sembra in assoluto un ottimo segnale. PS: vi abbiamo mai raccontato del nostro reportage su Puni scritto per Rivista Studio? No? Eccolo qui.

Sottofondo musicale consigliato: davvero difficile resistere alla tentazione di piazzare una hit certo immortale di Jenny MarsalaFeuer.

 

Blair Athol 22 yo (1995/2017, Old Malt Cask, 50%)

Ci accostiamo oggi a un single cask (per la precisione il numero HL 14455) di una distilleria che ci ha abituato a prodotti spesso non banali, che tra l’altro invecchia il suo distillato soprattutto in barili che hanno contenuto sherry (questo ad esempio è un refill butt). L’imbottigliatore è Hunter Laing, che ha pazientato 22 lunghi anni prima di rendere questo whisky parte della serie Old Malt Cask, che si distingue per il non filtraggio a freddo e per la gradazione fissa a 50%, una scelta quest’ultima fatta “per mantenere una certa bevibilità”, si legge sul sito della compagnia. E allora andiamo di bevuta!

blair-athol-22-year-old-1995-old-malt-cask_1N: si apre subito con note da sherry moderno, con frutti rossi carnosi, gelée alla mora; poi frollini (magari proprio frollini coi frutti rossi), tuorlo d’uovo. Pane all’uvetta e arancia bionda, bella succosa, di quelle da spremere. Il malto riesce ad emergere, pulito ma non troppo: ci sembra di sentire una nota di sugo d’arrosto, di carota cotta, che rende il tutto molto vario e appagante.

P: molto scattante, rispetto al naso perde la quota di frutta rossa, per concedere ancora più spazio ad un profilo più fresco e ‘arancione’ – ha richiami ancora di arancia bionda, brioche all’albicocca, ancora biscotti e uvetta di Corinto. Biscotti all’arancia.

F: lungo e intenso, ancora tutto giocato tra il rosso dell’uovo e l’arancia, in ogni sua forma.

Buono, bello, e bravo. Sicuramente è un whisky di cui sarebbe appropriato possedere una bottiglia, per berlo a piacimento e senza lesinare il sorso. Forse per avere più di 20 anni esibisce una freschezza a tratti perfino ingenua e semplice, ma che bella semplicità, signori. Noi lo promuoviamo con un 87/100, anche considerando un prezzo d’uscita ragionevole, attorno ai 100 euro.

Sottofondo musicale consigliato: JINJER – Pisces (Live Session)

Piove Whisky (anche d’estate…)

Per la serie “ma chi ci ferma a noi!?”, ecco una bella carrellata estiva di whisky più o meno irrinunciabili.

Hopkins Navy Supreme 12 yo (OB, 75 cl, 43%)

177932-bigUn blended degli anni ’70 per il mercato italiano e prodotto a Oban. Al naso l’alcol è molto rarefatto, con note antiche di tabacco da narghilè alla frutta rossa. Fruit joy, propoli e rabarbaro, a render conto del lato balsamico. In bocca troviamo una grande masticabilità e un bel corpo. Un whisky scuro, con note di miele di castagno, caramello, more e ancora rabarbaro e propoli. Termina lungo, profondo. Frutta rossa/nera. Leggera nota minerale, ferrosa. Un bell’87/100 per questo nettare del passato.

 

Royal Lochnagar 23 yo Rare Malts (1973, OB, 59,7%)

La cosa pazzesca è che è a 60%, e sembra a 40!, è apertissimo e aromatico. La prima royal-lochnagar-23-year-old-1973-rare-malts-whiskysensazione è come di una lievissima schermatura di cera d’api, di favo di miele. Tutto l’arco parlamentare della frutta gialla (dall’arancia alla mela alla pesca), poi una leggera nota di legno. Al palato ancora favo di miele, frutta. Pizzica un po’ l’alcol, qui, per fortuna. Molto giallo, e poi pure una ciliegia sotto spirito. Finale non lunghissimo ma intenso, pieno, ancora su miele soprattutto e frutta gialla. 87/100

Glen Elgin 20 yo (1995/2016, Clanxton’s, 51,5%)

glen-elgin-1995-20yo-claxtonsNon appena si supera una coltre alcolica inaspettata, si dispiega un caldo tripudio fruttato ed estivo: pesche sciroppate e marmellata di albicocca, miele in crescita, cera d’api e cereale. Il palato accentua una nota oleosa di cioccolato bianco, ancora con cera (tantissima) e delle belle note floreali. Fetta biscottata. Non è complessissimo forse, ma ha una semplicità assertiva e delicata davvero gradevole. 87/100

Benromach Wood Finish ‘Hermitage’ (2005/2015, OB, 45%)benromach-2005-bottled-2015-hermitage-wood-finish-whisky

Fin dal naso appare un po’ alcolico. Svela le note torbate, terrose e minerali del distillato di Benromach, che si combinano in un modo un po’ spigoloso e tagliente con la vinosità del barile. Note di inchiostro, di prugne nere secche; il tutto condito da una venatura sulfurea, di stoppino, dura a morire. Intenso ma non particolarmente espressivo, se vogliamo – si salva per le solite suadenti note grasse di Benromach. 82/100

 

Sottofondo musicale consigliato: Lacuna Coil – Heaven’s a lie

 

Rosebank 8 yo (1990/1999, Dun Eideann, 40%)

Nel 2016 allo Spirit of Scotland, che oggi ha mutato il nome in un più universale Roma Whisky Festival, ebbero un’ottima idea. Affidarono cioè l’allestimento e la gestione di un Collector’s Corner ai ragazzi di Whisky Roma, un collettivo di maltofili che da qualche anno svuota senza pietà bottiglie di scotch (e non solo) per poi diffonderne le impressioni nel mare magnum di internet. Iniziativa sicuramente meritoria, anche perché la costanza nel bere è una cosa, la costanza nello scrivere di bevute tutto un altro paio di maniche (tenete duro, ragazzi!!!). Ma si diceva dell’angolo del collezionismo: beh tra le tante bottiglie ‘d’epoca’ aveva attirato la nostra attenzione un Rosebank, distilleria per ora defunta che più volte ci ha regalato emozioni. In particolare ci affascinava la possibilità di assaggiarne un’espressione così giovane, concepita non per rendere omaggio a una distilleria chiusa con un imbottigliamento costoso e in edizione limitata, ma per essere un’uscita ‘regolare’ tra quelle di Signatory. La serie Dun Eideann, in particolare, è caratterizzata da imbottigliamenti a 40 gradi per il mercato europeo.

12695852_1145139268844565_393371837_nN: sicuramente un Rosebank tra i più nudi mai incontrati; non per niente il malto è davvero in primo piano, fin da subito. Abbiamo note di porridge, di mandorla e di olio di mandorla; anche solvente per lo smalto da unghie. In generale ha un profilo ultra – erbaceo, di fili d’erba fresca, forse perfino con un ricordo di prezzemolo, perfino di sedano. Solo a tratti, emersioni fruttate, un po’ vaghe, come ad odorare un cesto di frutta nella stanza. E beh, mela. Alla cieca apprezzeremmo questo profilo ultra-naked o lo soppesiamo col mito nostalgico di Rosebank? Chissà, però ci piace.

P: se possibile si fa ancora più estremo, in termini di presenza scenica del distillato. C’è la mandorla, c’è ancora l’olio di mandorla; poi cereale, porridge ed erba fresca. Un vago senso di succo di limone molto allungato, e proseguendo l’immagine ricorda perfino un succo di mela, anch’esso abbondantemente annacquato. Note ferrose.

F: la pace dei sensi: gesso e cereale. Non lunghissimo né particolarmente intenso, per la verità.

Talmente nudo da sembrare un distillato bianco di cereali. Il mito di Rosebank all’epoca ancora non c’era, e forse imbottigliamenti come questo spiegano il perché: il naso è ostico e spigoloso ma si presta a una certa malizia ed ecciterà gli amanti della nudità maltata; il palato però pare sbilanciato verso un ritorno forsennato alle origini del distillato, al suo passato ancestrale di cereale. La media tra questi due due aspetti fa sorprendentemente 80/100.

Sottofondo musicale consigliato: Ella Fitzgerald & Louis Armstrong – Summertime

‘Six Isles’ blended malt (2017, Ian McLeod, 43%)

Questo blended malt messo in commercio a partire dal 2008 da Ian MacLeod Distillers, tra le altre cose proprietari delle ottime Glengoyne e Tamdhu, ci ha sempre incuriosito per il concept molto accattivante su cui è basato. Il blend contiene infatti whisky proveniente da sei distillerie situate su sei differenti isole scozzesi. Considerando che su Arran, Talisker, Tobermory e Jura esistono solo le distillerie produttrici degli omonimi whisky, un piccolo alone di mistero rimane sulle isole di Islay (quale delle 8 distillerie?) e di Orkney (Highland Park o Scapa?). Chiarendo che, no, nessuno sarà mai in grado di ricavare la ricetta esatta usando i sensi, ci addentriamo con passi felpati nella recensione.

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N: fresco e piacevole, si mostra fin dall’inizio molto onesto, molto ‘trasparente’, improntato sui distillati senza apparenti ingerenze di legni. Il lato acidino e agrumato è quello fin da subito più evidente, con note di agrumi (limone, anche yogurt al limone) e di impasto per pane. Poi, merita una menzione speciale il carattere isolano, di qualsiasi isola si tratti: c’è una bella torbatura convinta, con un’affumicatura più da Islayer che da Talisker, per intenderci (a noi, senza che ci venga chiesto, viene in mente Caol Ila), e poi una notevole marinità, con note di olive nere in salamoia e aria di mare. Una ‘dolcezza’ astratta, da zucchero liquido, compare qui e là.

P: non propriamente esplosivo, un po’ ‘acquoso’ e per questo anche molto beverino, conferma per sommi capi le suggestioni del naso, forse qui ricordando descrittori più vicini al mondo della dolcezza (vaniglia e zucchero bianco, una dolcezza neutra ma più intensa; diciamo pure banana verde) e con minore acidità agrumata. Resta invece sugli scudi il lato più selvaggio, con un fumo smoggoso ma delicato e, soprattutto, una composta e sapida marinità.

F: non lunghissimo, piacevole però e molto pulito: ancora sul distillato, leggermente maltoso e con una torba marina persistente ma – di nuovo – molto delicata.

Tutto molto delicato, in sordina, leggero: e però buono, piacevole, beverino. Se poi aggiungiamo la simpatia di farsi un ideale tour delle principali isole scozzesi dove si produce whisky, stando magari comodi comodi in un parcheggio a Cologno Monzese, e ci aggiungiamo pure che si trova sugli scaffali a circa 35 euro, beh non è davvero possibile storcere il naso. Per questo e per altre insondabili ragioni, gli diamo 82/100. Ci sia concesso anche di ringraziare i ragazzi della milanese Corte dei Miracoli, che ci hanno omaggiato di un abbondante sample in coda a una delle loro matte serate di degustazione.

Sottofondo musicale consigliato: Iron Maiden – The number of the beast

Blair Athol 28 yo (1988/2016, Antique Lions of Spirits, 51,2%)

The-Birds-Single-Malt-Whisky-Bottles-IIHIHDa circa un anno è sceso in campo un nuovo imbottigliatore indipendente, anche se così nuovo, a ben vedere, non è: Max Righi (Silver Seal, Whisky Antique) e Diego Sandrin (Lion’s Whisky) si sono uniti a Jens Drewitz di Sansibar per creare un marchio che – con ogni evidenza – vuole essere un tributo alle selezioni degli anni ’80 di Pepi Mongiardino (Moon Import). La serie ‘Birds’, che vedete ritratta nella sua interezza qui a fianco, riprende evidentemente l’omonima serie di Moon Import, la cui foto abbiamo messo più in basso. Un fil rouge che unisce diverse eccellenze italiane della selezione di single malt, da una fase pionieristica ed eroica, ormai diventata mito, ed una contemporanea, attenta alla qualità, all’estetica, e con i piedi ben piantati nell’eccellenza.

blair-athol-28-year-old-antique-lions-of-spirits_700-pN: ah, che tripudio di cereale… e solo chi ha presente come possa essere un whisky che affina il proprio spirito in quasi trent’anni può intendere. Delicato e intenso al contempo, pervasivo e caldo, non ruffiano ma neppure spigoloso: si parte da sentori di cereali caldi, perfino di pasta integrale calda, di brioche, di ovomaltina, di biscotti integrali. Un cenno, appena presente, di brodo di carne – ma appunto è solo una suggestione minerale e sulfurea momentanea, che arriva in disparte e poi scompare, poi torna… Delizioso. Nocciola, note di croccante al miele e sesamo. Col tempo, e con dunque pazienza, mostra anche un lato di frutta cotta (mele, pere, prugne), ed anche un lato fruttato un po’ più acidino, tropicale, che ci fa venire in mente la carambola.

P: il palato è semplicemente splendido, ed è inaspettato, onestamente: bisogna sezionare per descrivere, ma si sappia che tutti i sentori che snoccioleremo arrivano tutti insieme, senza prevaricazioni dell’uno sull’altro, e tutti con eguale grazia esplosiva. C’è innanzitutto un velo di cera d’api, delizioso, con anche un pizzico di nota di carne, lievissimamente sulfurea (con acqua questo lato aumenta un poco, restando sempre integrato e piacevole). È bello oleoso, masticabile; poi abbiamo frutta cotta, ma anche frutta gialla fresca (pesca e albicocca, ma anche nespole e melone). Ancora si affaccia un che di tropicale/acido tipo ananas. Cereali: fiocchi d’avena e brioche integrale, mandorle, pinoli. L’acqua libera il lato acido/fruttato e si apre su un cesto di nespole e meloni.

IMG_6818_6F: all’inizio c’è una nota fruttata incredibile, intensissima e freschissima, pare un nettare – ma poi, come in un sogno dopo il primo snooze della sveglia, scompare e ci si risveglia in un tappeto di cereale, ancora increduli ma soddisfatti.

Buonissimo e difficile, ci sembra un single cask per veri appassionati, per palati avvezzi alle spigolose bellezze dell’acquavite di cereali: c’è un lato fruttato e acidino veramente buono, con quella matura raffinatezza che deriva solo dal paziente invecchiamento, in una botte in grado di non marcare in eccesso – e al contempo ci sono venature sporchine, a cavallo del confine del Sulfureo, davvero deliziose. Il nostro giudizio, in fin dei conti, è di 91/100, caldamente consigliato.

Sottofondo musicale consigliato: Jerry Garcia – Bird Song.

Whiskyfacile… al Milano Whisky Festival!

14976636_1242433639149438_2123820976059888283_oCome da tradizione, per la quinta volta quest’anno parteciperemo al Milano Whisky Festival stando dietro al banchetto di Beija-Flor… e come da tradizione, l’importatore ci ha messo a disposizione il suo intero portfolio per farci scegliere 13 percorsi di degustazione, 13 terzetti che saranno proposti in assaggio con la formula del ‘bevi tre, paghi due’. Qui sotto mettiamo i manifestini per 12 percorsi, con qualche indicazione: innanzitutto, quest’anno è il 175° anniversario di Cadenhead’s, il più antico imbottigliatore indipendente di Scozia, e per quanto buona parte degli imbottigliamenti celebrativi non siano più disponibili abbiamo costretto Maurizio a mettere in assaggio qualche chicca, pescando soprattutto tra le release del 2017 (attenzione a due single cask per i punti vendita di Cadenhead’s…). Rispetto agli anni scorsi ci sono poi alcune novità: Bladnoch in primis, con le Lowlands finalmente rappresentate, poi l’irlandese The Whistler e, con grande gioia nostra, il bretone Armorik. Inoltre, spiccano alcuni imbottigliamenti esclusivi per l’importatore, ad esempio (udite udite) un GlenDronach del 1992 in Oloroso, o due Kilchoman, uno in bourbon e l’altro finito per sei mesi in Pedro Ximenez.

Sopra però abbiamo parlato di 13 terzetti, e qui sotto ce ne sono solo 12… Ebbene sì, ce n’è uno fuori lista, fatto di soli imbottigliamenti “almost rare“, ovvero usciti come ‘normali’ qualche anno fa e nel frattempo diventati piccoli oggetti di culto. Eccolo qui:

  • Kilkerran Work in Progress 1st edition (2009, 46%)
  • Longrow 10 yo (anni 2000, 46%)
  • Kilchoman 2007 SC Oloroso per Beija-Flor (2013, 58%)

Insomma, dovreste trovare malto per i vostri denti, o no? Noi vi aspettiamo, anche solo per quattro chiacchiere!

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Laphroaig 19 yo ‘Pagoda’ (1995/2014, I Love Laphroaig, 57,8%)

Quando si assaggia un Laphroaig e si vuol fare un confronto, non si può non scegliere una selezione dell’uomo che in Italia rappresenta l’amore massimo per quella distilleria: Claudio Riva. Prima di imbarcarsi nel magnifico e ambizioso progetto Whisky Club Italia, Claudio era presidente e animatore del club I Love Laphroaig – a quei tempi eroici si devono alcune sue selezioni memorabili, di cui serbiamo memoria digitale anche su questo blog (ad esempio questo, o questo). Quinto e ultimo della serie dedicata allo stile di Laphroaig e ai suoi simboli è La Pagoda, presentato al Milano Whisky Festival del 2014 ed esaurito non molto tempo dopo (qui il link, con scheda). Single cask di 19 anni, distillato nel 1995, barile ex-bourbon ma presumibilmente – leggiamo Claudio – di secondo o terzo riempimento. Apriamo le danze.

141112_laphroaig_lapagodaN: pieno, intenso, armonico. Rispetto al 10 anni la torba è più chiusa, sia per l’età che per la gradazione alta che ‘spegne’ un po’ i fumi torbosi. Meno medicinale del 10. Poi un cuore di dolcezza (fatta di dolciumi burrosi, brioche di brutto, alla marmellata, poi impasto per torte, crostata, crema). Fruttato, con note della polpa di pesca gialla; tanta mela gialla, anche, molto matura (vengono in mente le pesche con gli amaretti). Aghi di pino. Poi una grossa marinità, quasi di pesce, senz’altro di ostriche – non è ‘solo’ aria di mare. Con acqua, diventa decisamente più zuccherino, ed anche il fumo si riprende un poco di spazio.

P: piuttosto coerente col naso… esplosivo: il primissimo impatto è molto giocato sul dolce, tra pasticceria, torte burrose, crema pasticcera, ancora pesche e mele gialle molto mature (frutta grattugiata in purea, se l’avete presente). Pepe bianco, in gran quantità, verso il finale. Tabacco dolce da pipa. Di nuovo il fumo resta in disparte, con una torba tagliente che si prende solo qualche momento di gloria.

F: qui sì che cenere e cera e mare si prendono lo spazio, ma senza toglierne ad una pesca incredibile, intensissima. Anche un poco di pera, un semplice velo.

Un bel ricordo di un’età che non c’è più, un’età in cui potevi trovare un onesto e glorioso Laphroaig di quasi vent’anni a un prezzo ragionevole – ed erano solo tre anni fa! Claudio a voce lo presentava come un buon whisky, ma certo non il più complesso delle sue selezioni; noi non possiamo confrontarli uno affianco all’altro, ma su questo possiamo esclamare: che qualità, e che intensità!, e possiamo serenamente “perdonare” (wtf???) un lato isolano meno esuberante rispetto ad altri imbottigliamenti più wild90/100.

Sottofondo musicale consigliato: Jethro Tull – Life is a long song.

Benromach ‘Triple Distilled’ (2009/2017, OB, 50%)

Fino a quando, Benromach, dovremo tessere le tue lodi? Probabilmente fino a quando continuerai a lavorare in questo modo… Piccola realtà indipendente (la proprietà, per chi si fosse distratto, è in mano allo storico imbottigliatore Gordon & MacPhail), rinnovata con l’esplicito intento di creare whisky old-style, Benromach delizia costantemente il nostro palato con un malto generalmente di grande personalità, con note torbate che suonano su frequenze veramente inusuali nel panorama dell’acquavite di malto – tant’è che spesso ci è capitato di riconoscere punti in comune con Springbank, e voi sapete bene quanto questo per noi sia uno dei migliori complimenti possibili. Oggi, grazie all’intercessione di Steve Rush e di Twitter, presentiamo le tasting notes della versione nuova di pacca: Triple Distilled, un whiskettino di otto anni appunto a tripla distillazione, alla moda degli irlandesi.

benromach-triple-distilledN: 50 gradi e non sentirli, molto pulito e fruttato, cerealoso e tanta pera. Fresco, campo di fiori e zenzero a pacchi. Mandorle, sia l’olio che il marzapane. Bella vaniglia e crema pasticcera con generosa aggiunta di scorza di limone. E poi escono alla grande le “soft and subtle mineral notes”, come da nostro immortale tweet (e il concetto di immortalità su Twitter è pari a cinque secondi). Note di lavanderia e un lieve sentore di affumicato, così Benromach, così vecchio stile.

P: ricco ricco ricco. Ma anche molto sottile. Torta paradiso e torta alla crema eppure ben bilanciato da un lato più fresco e innocente. E quindi ancora zenzero, cereali del mattino nel latte, pere croccanti. Torna quel lato minerale accattivante e siamo in pace col mondo. Torba gentile, alla Kilkerran diremmo. Semplice e complesso allo stesso tempo.

F: resiste un leggero fumo di torba, con burro fresco e crema. Nice!

Ma quanto lavora bene Benromach! I paragoni che ci vengono in mente sono tutti di livello, ci ricorda certi Clynelish, ma con meno cera, certi Kilkerran anche senza marinità, perfino certi Springbank… Insomma, con questo Triple Distilled abbiamo conferma che Benromach è una delle nostre distillerie da top 5. Quest’imbottigliamento, infatti, è probabilmente un poco più semplice di altri membri del core range, con una quota dell’oleosità tipica di altri Benromach sacrificata all’altare della tripla distillazione; ma di certo è comunque abbastanza complesso, ed è godurioso, molto godurioso: 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Liberato – Gaiola portafortuna.