Lagavulin 12 yo (anni ’80, OB, ‘Montenegro import’, 43%)

Dopo poco più di una settimana dalla degustazione “Classic Malts da sogno”, assaggiamo qualche campione che ci siamo portati a casa. Iniziamo dalla fine, ovvero dall’ultimo whisky assaggiato: si tratta di una bottiglia storica, Lagavulin 12 anni ‘White Horse’ Montenegro Import per il mercato italiano. Si tratta dell’imbottigliamento ufficiale di Lagavulin che occupa gli scaffali per tutta la prima metà degli anni ’80, venuto dopo il 12 anni con etichetta bianca e subito prima dell’istituzione del 16 anni, nel 1987. Il pavimento di maltazione ha chiuso nel 1974 a Lagavulin, dunque con ogni probabilità si tratta di un malto ancora prodotto in maniera tradizionale. Basta parole, avanti la storia.

IMG_8079_4N: straordinario, apertissimo e intensissimo. La cosa che ci sbalordisce a primissimo impatto è la frutta, una frutta rossa succosa e in composta: ciliegia, incredibile (avete presente la confettura di ciliegia?); more, anche qui sia fresche che in marmellata. Sentori del genere li avevamo trovati solo nel Bowmore Bicentenary, il che è tutto dire.  Arancia candita, molto carica di zucchero, e forse un cenno di zenzero (sempre candito). Spostandoci lentamente verso sentori più duri, passiamo su un tappeto di castagne arrosto, per poi finire su cuoio, tabacchi e vecchi mobili in legno. Infine, il dolce approdo sulle coste di Islay: appena un velo di catrame, di terra bruciata, bacon (o barbecue spento, col grasso di maiale che ancora cola…), qualcosa di più iodato anche, ma lontano: non aria di mare tout court, corda bagnata dall’acqua, forse. Appena un accenno di eucalipto. Non è brutale, anzi: è elegantissimo, invitante e succoso…

P: ugualmente intenso e complesso, anche se con importanti variazioni sul tema. Innanzitutto, l’isolanità si prende decisamente più spazio: è più salato, più pescioso, più bruciato (proprio legno bruciato), con una torba attiva, tra la cenere e un forte senso medicinale… Eccessivo? Neanche per idea, conserva una miracolosa eleganza che va coltivando con suggestioni di carruba, caffè, cuoio. Il lato dolce esibisce meno frutti di bosco (anche se le more sono innegabili, anche in caramella: avete presenti le fruit joy?), poi c’è il caramello salato, e poi un senso incantevole di bordo di crostata leggermente bruciato… E poi anche il chinotto, o il tamarindo…

F: lunghissimo, la torba (molto naturale, viva, cenerosa e acre) perdura all’infinito. Castagne bruciate ancora, anche arancia zuccherata… A dire la verità torna un po’ tutto qual che avevamo riconosciuto al palato (tranne forse la salinità, qui in disparte), ed è una cosa che ci sorprende – piacevolmente.

Non basteranno gli aggettivi, forse, ma la cosa che sempre ci lascia a bocca aperta quando assaggiamo prodotti del genere è che questo era un imbottigliamento base, normale, non una costosissima special release, un single cask particolarmente memorabile o altro. No, era “il Lagavulin”, e basta. Spaventosa beverinità, sesquipedale intensità, complessità da urlo: ma è possibile riconoscere una frutta del genere, così fresca, così vivace, così succosa, accanto ad una torba pesante ma delicata al contempo? Capolavoro. 94/100.

Sottofondo musicale consigliato: Captain Beefheart – Electricity.

Ledaig 8 yo (2008/2016, Claxton’s, 52,8%)

Eccoci di nuovo alle prese con i whisky selezionati dall’imbottigliatore indipendente dello Yorkshire, che di nome fa Claxton’s. Ci piaceva l’idea di poter assaggiare un’espressione così giovane di Ledaig, la versione torbata della distilleria Tobermory, sicuramente uno dei malti più controversi nel panorama scozzese per il suo carattere – diciamo così – maleducato. E visto che ci piaceva l’idea, abbiamo deciso di passare ai fatti. Il distillato prodotto sull’isola di Mull ha riposato per meno di dieci anni in un refill sherry butt, una botte sicuramente poco attiva, visto il colore giallo chiaro che ci stupisce non poco. Ci sono tutte le premesse per incontrare gli spigoli di Ledaig ancora molto intatti e pronti a insultare i nostri raffinatissimi nasi.

claxtons-ledaig-8yoN: infatti c’è il distillato sugli scudi, con note di cerele umido, macerato, di farina lievitata. E poi c’è tutta la sfrontatezza della torba di Ledaig: sembra un brodo di pesce molto salato, affumicato e spigoloso. Barbecue spento. Tanto, tanto iodio. Non è molto alcolico, ma esibisce comunque un’acidità da solvente un po’ scomposta. Altri direbbero di profumo vecchio della nonna lasciato lì per anni. Ad arrontondare un poco il profilo generale c’è una piacevole nota calda tra la liquirizia e la noce moscata. Zucchero liquido, glassa, crosta del panettone (quella bruciacchiata). Non si può dire che sia cattivo, ma di certo non si può definire un whisky che invita alla bevuta.

P: decisamente più gradevole al palato, sicuramente più armonico e anche con una certa esplosività. Ripropone le stesse note di sale, di fumo, di cenere con ancora il distillato a farla da padrone; è quindi molto secco, senza fronzoli, con cereali e agrumi canditi a gogo. Fresco- proprio mentolato- e completato da una dolcezza molto semplice, di nuovo sciroppo di zucchero, ma di sicuro non stucchevole. Anche tanto cioccolato.

F: ancora cioccolato e tanta cenere salata caduta in un mojito.

Come promesso, al naso è ricco di suggestioni contrastanti, disarmoniche. Ed è forse anche per questo che ci siamo soffermati molto sulla parte olfattiva, scrivendone a lungo, anche se ovviamente non è un mostro di complessità. Un inatteso riscatto arriva poi al palato, dove è inaspettatamente fresco e soprattutto equilibrato, pur con botte di sale, torba e distillato giovane imponenti. Il prezzo è di circa 60 euro, tutto sommato ragionevole; noi ci attestiamo su 84/100.

Sottofondo musicale consigliato: Enzo Jannacci – Andava a Rogoredo

 

Bowmore ‘Feis Ile 2014’ (2014, OB, 56,1%)

Che senso ha assaggiare dopo tre anni un imbottigliamento celebrativo di un evento? Non sapremmo, ma in fondo questa è casa nostra, beviamo un po’ quel che ci pare, no? Ieri sera avevamo voglia di un Bowmore, e nel nostro cabinet abbiamo trovato proprio un sample di questo imbottigliamento fatto per il Feis Ile del 2014, imbottigliato a grado pieno dopo anni imprecisati (è un NAS) in barili ex-bourbon. Ce n’erano due, di imbottigliamenti celebrativi, noi abbiamo questo, non lamentatevi.

IMG_8668_1N: cominciamo dai tratti più tipici di Bowmore che riusciamo a identificare: c’è un’ottima marinità, sostanziata da note di sale e di alghe; poi si sente l’invecchiamento, le botti ex-bourbon danno un apporto di vaniglia, crema pasticcera, impasto per torte. C’è però una nuova dimensione, strana, che ci ricorda la cera d’api, il sesamo (o l’olio di sesamo?) e una verdura che diremmo ‘asparago’; e in realtà si tratta di cereale, del chicco d’orzo, ancora vivace nel bicchiere. Ci può stare anche una nota frizzantina di zenzero e di scorza di limone… Ah, ma ci dimenticavamo della torba, che c’è, eccome!, anche un pizzico sopra alla media dello stile-Bowmore: ma si tratta di un whisky giovane, d’alto canto…

P: l’attacco è abbastanza salato e marino, rivelando una certa decisa intensità, grazie anche al grado pieno; poi esplode letteralmente il barile, tra note di vaniglia, creme caramel, cocco, frutta gialla molto intensa e matura… La torba resta in disparte, tornando solo alla fine, verso…

F: …il finale, questo sì abbastanza torbato e fumoso; torna poi la vaniglia, che dura molto a lungo.

82/100 – aiutato dal grado pieno che supporta la buona intensità, per il resto senza infamia e senza lode. Un giovane Bowmore moderno, pulito, con un naso che svela note cerealose composite ed interessanti, anche se forse non saremmo disposti ad uccidere per portare a casa una delle 1000 bottiglie.

Sottofondo musicale consigliato: Miley Cyrus – Malibu. Era meglio quando dondolava nuda su una palla di cemento, adesso accarezza un cane, come tutti.

Auchroisk 25 yo (1991/2016, Claxton’s, 51,7%)

Claxton’s è un imbottigliatore indipendente dello Yorkshire, da poco attivo sul mercato (a giudicare dal sito, hanno buone relazioni con la Cina) e da pochissimo importato e distribuito in Italia dai prodi ragazzi di Whiskyitaly.it. Nelle prossime settimane cercheremo di esplorare la serie delle release su cui abbiamo messo le mani (per cui grazie infinite, Diego!), a partire da un single cask di Auchroisk di 25 anni, a grado pieno e non colorato – come è opportuno.

Schermata 2017-03-07 alle 20.02.55N: molto naked ed austero, l’aroma si lascia coprire da un po’ di alcol sulle prime. Pian piano compaiono note delicatamente fruttate, diciamo di susine e prugne fresche; poi una bella citricità agrumata e limonosa, bene abbinata a note solo apparentemente più ‘calde’ di marzapane e, più timida, di brioche al burro. In crescita la frutta gialla (mousse di pere, un po’ di mela). Note di legno, anzi: di segatura; anche note erbacee e vagamente mentolate.

P: complessivamente coerente, conferma l’austera distillatosità del naso. Sì, abbiamo scritto “distillatosità”, sappiamo che è una parola inesistente ed orrenda, ma almeno vi abbiamo risvegliato dal torpore con lo strumento dell’indignazione indotta. Ringraziateci. Si diceva: spirit-driven, con un ingresso su camomilla e marzapane, un po’ di cereale; in un secondo momento, arrivano ancora prugne fresche, un po’ di pane, frutta gialla, malto. Semplice, intendiamoci, ma buono.

F: lungo, pulito e persistente, tutto giocato sul malto e il marzapane.

Un prodotto particolare, inaspettato se vogliamo: il mercato ci ha abituato a single cask di questa età molto carichi, con tanta botte, mentre qui si punta esclusivamente sul distillato, sullo spirito puro. Super-naked, non è certo un mostro di complessità, anzi, ma riesce a dare ugualmente soddisfazioni agli amanti delle note più austere e meno ruffiane: 86/100, bene così.

Sottofondo musicale consigliato: The octopus project – Porno Disaster.

Spirit of Scotland, tra pochissimo

Riceviamo dagli organizzatori la richiesta di dar conto dell’imminente Spirit of Scotland, e siccome agli accrediti gratuiti proprio non sappiamo rinunciare, ecco qui – anche se siamo abbastanza convinti che nessuno dei nostri millemila contatti ne fosse all’oscuro… Anche quest’anno noi ci godremo la sortita romana dispersi tra il pubblico, e dunque coglieremo l’occasione di assaggiare qualcosa e di scambiare chiacchiere con i soliti noti, primo tra tutti – ovviamente – l’amico Professor Pino Perrone, uomo nato lo stesso giorno di Goethe. A giudicare dal comunicato stampa, l’attenzione verso la miscelazione sembra essere cresciuta ancor di più rispetto all’anno scorso, prendendosi praticamente tutto lo spazio – è il mercato, bellezza, noi supportiamo tutto quel che serve a diffondere il verbo e nel dubbio ci beviamo un Rob Roy.

Roma, 4 e 5 marzo 2017
c/o Salone delle Fontane all’Eur
(Via Ciro il Grande, 10)

Sesta edizione di Spirit of Scotland – Rome Whisky Festival: appuntamento per appassionati, neofiti e professionisti del whisky con eventi, degustazioni, masterclass, seminari sulla mixology, ospiti internazionali, cocktail bar, tornei tra bartender, area gourmet e tanto altro

Si tiene a Roma, sabato 4 e domenica 5 marzo 2017, presso il Salone delle Fontane all’Eur (via Ciro il Grande, 10) la sesta edizione di Spirit of Scotland – Rome Whisky Festival, il più importante festival di settore italiano. Programma completo al link www.spiritofscotland.it

locandina-spirit-of-scotland-rome-whisky-festival-2017-1Imperdibile appuntamento per tutti coloro che vivono il mondo del whisky, Spirit of Scotland – Rome Whisky Festival è un evento ricco di eventi, degustazioni, masterclass, seminari sulla mixology, incontri affidati ad esperti del settore con l’obiettivo di creare appuntamenti ad alto contenuto di “single malt”. Il tutto con la direzione artistica di Andrea Fofi, affiancato dai due whisky consultants, Pino Perrone e la scozzese Rachel Rennie. La scorsa edizione di Spirit of Scotland – Rome Whisky Festival ha attratto oltre 4mila visitatori, appassionati e neofiti e riunito operatori ed esperti nazionali e internazionali, con oltre 200 brand presenti, 10 masterclass, 5 seminari mixology e 10 guests internazionali del settore presenti.

La sesta edizione 2017 presenterà masterclass di brand quali Isla of Jura, Dalmore e Wemyss Malt. Tra gli ospiti del mondo della miscelazione, che terranno un seminario, figurano Erick Lorincz, Head Bartender dell’American bar del Savoy Hotel di Londra; Filippo Sisti, barman di Carlo Cracco e bartender internazionale; Fabio Bacchi, bartender, bar manager e fondatore ed editore del magazine specialistico BarTales e i bartenders dell’Oriole cocktail Bar di Londra, capitanato da Luca Cinalli e Gabriele Manfredi. Altro seminario previsto, Mezcal Vs Whiskey(y), che vedrà in una sorta di scontro a quattro rispettivamente Roberto Artusio e Cristian Bugiada dell’Agaveria La Punta da una parte e Antonio Parlapiano del Jerry Thomas e Pino Perrone, whisky consulting del Festival dall’altra. All’interno del Festival nella giornata di sabato 4 marzo si terrà la Balan & Partners Mixology Contest, torneo ad eliminazione diretta in cui 8 bartender selezionati da una Giuria di eccezione, tra coloro che avranno inviato la propria candidatura, si contenderanno il titolo a suon di cocktails. Gli 8 bartender si sfideranno proponendo delle preparazioni realizzate utilizzando distillati presenti a Portafoglio Balan combinandoli con ingredienti di loro gradimento. Primo Premio di mille euro al primo classificato.

pino-perroneTra i cocktail bar dell’area mixology che presenzieranno: Jerry Thomas Project; Argot; Freni & Frizioni; Madeleine; Propaganda e Litro. All’interno del salone sarà allestito uno spazio dedicato alle bottiglie vintage e rare portate da un collezionista e amatore del settore che ha lavorato anche a Londra per Whisky Auction. In occasione del Festival verrà presentato come ogni anno il nuovo imbottigliamento ufficiale in serie limitata, di Spirit of Scotland – Rome Whisky Festival, che sarà naturalmente in vendita presso lo shop. Non solo drink al festival: è prevista anche un’area gourmet e degli abbinamenti con il whisky, dalle ostriche al salmone scozzese, dal cioccolato all’haggis, con la ricostruzione di un vero e proprio pub in stile scozzese con tanto di spine. Spirit of Scotland – Rome Whisky Festival nasce nel 2012 grazie alla passione per gli eventi di uno dei due fondatori, Andrea Fofi e per quella del whisky da parte dell’altra, Rachel Rennie ma soprattutto per la mancanza a Roma di un evento sul mondo del distillato. Oggi la compagine è allargata con l’arrivo di Pino Perrone, Emiliano Capobianco e Andrea Franco e la manifestazione è cresciuta in modo esponenziale, al punto tale da poter essere annoverata tra i Festival internazionali di maggior rilievo.

La sesta edizione di Spirit of Scotland – Rome Whisky Festival è realizzata grazie alle partnership di: Visit Scotland (Ente del Turismo Scozzese) – Partner Istituzionali Italia / Scozia; Italian Chamber of Commerce for UK – Partner Istituzionale; Glencairn Glass – Glass Official Partner; Tiuk Travel – Travel Agency Partner.

Biglietto:
Intero: 10 euro – da diritto al bicchiere serigrafato del Festival, alla racchetta porta bicchiere e alla Guida
Ridotto: 7 euro – per accompagnatori che non bevono o per i bambini sopra i 12 anni e non prevede le upgrades del biglietto intero.
Le degustazioni saranno a pagamento e il sistema sarà quello dei gettoni del valore di 1 euro ciascuno. Il prezzo di ciascuna degustazione sarà a discrezione di ciascun espositore.

Per informazioni:
www.spiritofscotland.it
info@spiritofscotland.it
tel. 06 50081251

 

Macallan 7 yo ‘Maxxium’ (inizio anni 2000, OB, 40%)

Dopo il celebre 7 anni di Giovinetti, l’import italiano è passato a Maxxium, azienda che è subentrata a livello globale per la distribuzione di Macallan; nei primi anni del 2000 il 7 yo  reso celebre dalla qualità, prima che dalle note pubblicità, è stato sostituito da un omologo con etichetta diversa e, bello grosso sotto il 7, la scritta “Maxxium Import”. Quasi come il Giovinetti insomma, ma dopo.

12041_1N: la prima nota che colpisce le narici è – purtroppo – di un alcol poco integrato, anzi proprio di solvente. Tutto è giocato su note ‘pesanti’ e appiccicose di frutta cotta (prugne), uvetta, tamarindo (l’avete mai assaggiato? no? fatelo!). Marmellata di more, anche un poco di arancia. Un che di tabacco da pipa, greve. Intendiamoci, i descrittori di per sé sono gradevoli, ma nel complesso questo whisky non sembra del tutto ‘centrato’… Un che di vagamente metallico e sulfureo chiude questo naso.

P: al di là di una nota alcolica che resta inutilmente presente a dispetto della bassa gradazione, non è certo tra i Macallan più espressivi: tra una caramella alla violetta, un po’ di marmellata di fragola, un tamarindo e una buccia d’agrume… si consuma un episodio dimenticabile nella grande storia di questo imbottigliamento. Ancora emersioni sulfuree.

F: ancora marmellata di fragola e tamarindo. Di media durata.

Se trovate un 7 anni che riposa dimenticato su uno scaffale, compratelo: che sia Giovinetti o sia Maxxium, il valore collezionistico è analogo e alto per entrambi. Di certo, non il valore qualitativo: 73/100 è il nostro giudizio, avanti un altro, e in fretta.

Sottofondo musicale consigliato: Vasco Rossi – Vado al Maxxium.

Glen Keith 10 yo (1994, OB, 43%)

Oggi scriviamo un’introduzione al whisky come se fossimo a scuola, prendendo appunti. Glen Keith. Fondata nel 1957, no imbottigliamento ufficiale fino a questo dieci anni, nel 1994- solo indipendenti, e un paio di release distillery only nella serie di Pernod/Chivas. Resta chiusa tra il 1999 e il 2013. Smettono di usare il maltatoio nel ’76, quindi qua non c’è niente, o ben poco, di quel passato glorioso e artigianale. Distilleria sorella di Strathisla, finisce nel Chivas Regal. Daje.

N: ci sorprende una ricchezza sì semplice, ma molto espressiva (e per questo, appunto, ricca): note che sembrano rappresentare una certa predominanza di botti ex-bourbon, con vaniglia, miele, perfino pesche sciroppate… C’è del succo di mela, e poi ineludibile è una nota davvero convincente di cereale caldo, che ricorda quasi una fetta biscottata calda, o una bella brioche burrosa appena sfornata. Proprio una nota di burro, questa volta fresco, ci fa ricordare che rimane costante una venatura, a metà tra un lievissimo minerale e un che di vegetale, erbaceo, che rende il profilo davvero molto gradevole.

P: l’attacco è bello saporito, intenso, per essere diluito a 43% ha una bella presenza all’imbocco. Rispetto al naso, si accentua quella nota di malto (biscotto ai cereali?), soprattutto nella sua declinazione erbacea, che pare prendersi molto più spazio. Un whisky che sa di whisky, verrebbe da dire, reso assolutamente gradevole da note di frutta gialla (mela, senz’altro) e ancora un po’ di miele.

F: continua erbaceo e maltoso, perfino un poco di mentolato.

Semplice, gradevolmente erbaceo, rappresenta molto bene quel che offre un malto giovane dello Speyside. Interessante la maltosità, piacevole sempre il lato gentilmente fruttato: 82/100 e un plauso all’onestà del bicchiere.

Sottofondo musicale consigliato: LP – Halo.

Glen Garioch 25 yo (1990/2016, Silver Seal, 52,1%)

Il vulcanico Max Righi, proprietario del marchio Silver Seal, ha dedicato gli imbottigliamenti del 2016 alla lirica, a mo’ di omaggio a due eccellenze lontane e diverse, ma entrambe ricche di storia. Non per niente la serie si chiama “Whisky is class…ical”, ed è come al solito contraddista da invecchiamenti molto importanti, come per questo Clynelish di ben 22 anni. Il single cask di oggi, consacrato alla Norma di Vincenzo Bellini, ha un quarto di secolo ed è stato acquistato da Glen Garioch, distilleria poco conosciuta, sebbene fondata nel 1797. Piccola curiosità: la distilleria, dal 1973 sotto la proprietà di Bowmore, continuò a usare il proprio maltataio fino al 1994, anno in cui subentrarono i giapponesi di Suntory e misero fine a questo romantico anacronismo. Ora, se la logica non ci inganna, l’orzo maltato per questo barile nel 1990 dovrebbe provenire proprio da quei pavimenti che oggi più non sono. E noi siamo francamente molto curiosi.

glen-garioch-25-y-o-1990-2016-silver-seal-e1465464220779N: molto aperto, fin da subito. La frutta gialla ha un tono davvero maestoso: ricorda frutta dolce e matura, tra l’albicocca (marmellata; disidratata), la purea di mele e pere, la frutta cotta (uvetta pere e prugne). Poi, la pasticceria gioca la sua carta: panforte, senz’altro; alcuni dolci di frutta secca, e soprattutto una bella brioche ancora ripiena di marmellata. C’è anche una nota minerale – e pure un’altra più graffiante (tabacco umido) a rendere complesso e accattivante questo naso. Un po’ di tamarindo?

P: che bella intensità! Si riconferma una dolcezza molto intensa ma screziata, in cui alla frutta gialla cotta (quasi caramellata) si aggiungono note ‘grasse’ di fudge, di toffee; c’è poi una nota di nuovo di tabacco da pipa, di un minerale in crescita (polvere da sparo, un velo) che pare quasi alludere a una frequentazione della torba da parte del nostro caro orzo.

F: un leggero filo di fumo ci conduce ancora alla dicotomia tra dolcezza greve, fruttata e burrosa e un che di minerale.

Buono, con un’inerzia paradossalmente dolceamara veramente piacevole e unica: è solo Glen Garioch ad avere questo stile, cosa che ci piace molto, ma se fosse stato ancora più ‘sporco’ forse saremmo saliti oltre gli 88/100 che comunque ci sentiamo di assegnare. Il consiglio, per assaggiare questa e molte altre primizie, è quello di fare un salto a Formigine, in provincia di Modena, il 28 di gennaio: quel dì Max inaugura con una serie di degustazioni guidate il nuovo negozio di Whiskyantique, praticamente un santuario del whisky in cui tutti gli appassionati dovrebbero poter ‘pregare’ almeno una volta nella vita.

Sottofondo musicale consigliato: Aida Garifullina – Casta Diva  (da Norma di Vincenzo Bellini)

Kilchoman ‘Machir Bay’ (2016, OB, 46%)

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Machir Bay, c’est moi!

Torniamo sul luogo del misfatto: avevamo assaggiato il Machir Bay nella sua versione del 2015, adesso proviamo un batch dell’anno successivo – anno successivo che è anche anno scorso, per una curiosa coincidenza del caso. Si tratta di un best seller (alla Fiera dell’Artigianato e al Milano Whisky Festival sono state esaurite le scorte), con un rapporto qualità/prezzo molto apprezzato dai consumatori. È una miscela di botti ex-bourbon ed ex-sherry, con un rapporto 80/20, come si evince dall’indicazione (dall’infografica, direbbero i più aggiornati) sulla scatola. Come sapete, siamo stati a visitare la distilleria più artigianale di Scozia ad ottobre, e ci piace linkarvi nuovamente il nostro verboso e sedicente reportage (in due parti: qui la prima, qui la seconda).

schermata-2017-01-11-alle-00-04-05N: sicuramente l’alcol è molto discreto, e lascia godere appieno dei sentori. Una marcata marinità è sugli scudi fin da subito, con un mare di aria di mare, un sentore di nave in tempesta (eh?). Ci si muove sul terreno di una dolcezza nitida ma non eccessiva, timida e calda, certo di vaniglia, ma anche di un fieno caldo: insomma, di cereale. Una nota di candito, forse di cedro? Di certo, ricorda quelle caramelle gommose verdi (se non andiamo errati, sono proprio al cedro, o forse alla mela verde?, e comunque belle dolcine). Succo di mela. L’eucalipto ci porta a ricordarci di un dettaglio, che pure con l’eucalipto ha poco a che fare: il fumo di torba, denso, forte ed acre, ma perfettamente integrato.

P: rispetto al naso, l’intensità è esplosiva e forse inattesa. Coerenza: si sta sempre al mare, con note sapide, proprio di acqua di mare ingollata tra una bracciata e l’altra. C’è un senso di torba terrosa, ‘aspra’ e vegetale, che non ti lascia un attimo e si impasta con grazia ad una dolcezza altrettanto insistita, sostanziata di confetti, succo di mele, vaniglia e mandorle sgusciate. Fave di cacao. Una punta d’eucalipto.

F: torba pesante, chimica e densa. Cioccolato.

Poco da dire: eccellente esempio di un malto isolano, con tutti i crismi richiesti ai torbatoni e non pochi guizzi personali. Conquista l’abbinamento riuscito di intensità e complessità, date le tante sfaccettature e le variazioni sia sul mare che sul lato più dolce (la piccola quota ex-sherry influisce, soprattutto su questo versante). La nostra memoria sarà fallace, e il confronto andrebbe fatto simultaneamente, non a distanza di più di un anno: ma tant’è, rispetto all’edizione 2015 ci pare un passo in avanti, e 87/100 sia. Niente male per un entry-level da 45 euro, eh?

Sottofondo musicale consigliato: Hiss Golden Messenger – Like a Mirros Loves a Hammer.

Ardbeg 20 yo (1996/2016, Chieftain’s, 46,5%)

L’ultimo Milano Whisky Festival ha visto la graditissima presenza degli imbottigliamenti indipendenti di Ian Macleod, proprietario della nostra amata distilleria Glengoyne. L’importatore italiano è il prode Fabio Ermoli, già noto ai più per baffi maliziosi, scorribande asiatiche e selezioni spettacolari (Valinch & Mallet, presente?); dal suo banchetto abbiamo portato via un Ardbeg di 20 anni, vatting di due botti del 1996 (per i nerd: casks n. 808, 811). Delle 601 bottiglie ricavate, qualche centilitro è finito nei nostri bicchieri – dice sia un ottimo digestivo dopo i bagordi natalizi, chissà se è vero. Una cosa: quanti Ardbeg indipendenti vi capita di trovare in giro, di questi tempi? Eh, appunto.

chieftains-ardbeg-1996-20-year-old-465N: in generale è chiaro che tutte le anime si sono bene integrate fra di loro e se ne stanno in eccellente equilibrio. Il naso è quindi molto cesellato. C’è un velo salmastro, da schizzi sugli scogli, a legare il tutto; la torba e il fumo sono delicati, in fase calante ma ancora vivi. Gli altri elementi sono sicuramente un bel lato balsamico (aghi di pino), agrumi profumati (limone e bergamotto) e una ‘dolcezza’ pronunciata ma composta (kiwi gold, vaniglia).Al di là dei descrittori, però, il segreto sta tutto in un parola: equilibrio.

P: come al naso c’è grande rispetto reciproco tra la sapidità, la torba e la dolcezza. Ci capita in mente il ricordo di una provola dolce affumicata, che potrebbe riassumere splendidamente questo matrimonio. E invece c’è di più: soprattutto esce alla grande il lato balsamico (eucalipto e pino), mentre rimane in sottofondo il bergamotto. Toffee molto grasso, liquirizia e – perché no? – ancora il kiwi. Soprattutto dopo un po’ questa sensazione di dolcezza zuccherosa da toffee incrina leggermente l’equilibrio degli elementi.

F: ancora scamorzine, dolcezza da toffee e un fumo denso.

Ottimo esempio della qualità di Ardbeg, esibisce un equilibrio veramente seducente tra le varie anime (fumo, mare, dolcezza): a noi è piaciuto proprio il bilanciamento, con qualche scatto di nostro gusto (lato balsamico, bergamotto, kiwi). Rispetto ad un arcimodello astratto e perfetto – e dunque inesistente – difetta magari in un ciccinino di intensità, e ribadiamo che al palato dopo poco l’equilibrio di cui sopra sbanda lievemente a favore del dolce (il toffee prende il largo), ma queste in fondo son solo quisquilie: 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: Iron Maiden – Afraid to shoot strangers.