Springbank 14 yo ‘Bourbon cask’ (2002/2017, OB, 55,8%)

A ottobre del 2017 i ragazzacci di Springbank hanno lasciato gradevolmente sorpresi i fan della distilleria rilasciando questo imbottigliamento in edizione limitata (9000), caratterizzato da una scelta dei legni di invecchiamento abbastanza particolare per gli standard della distilleria. Sono stati infatti utilizzati solo barili ex bourbon, sia di primo riempimento che di successivi riutilizzi. La scelta è inusuale perché anche per la versione entry level, il 10 anni, la ricetta prevede una miscela di barili ex bourbon ed ex sherry, ed è dunque un fatto che per assaggiare un imbottigliamento forgiato dai legni impregnati del solo distillato d’Oltreoceano ci si debba perlopiù affidare a single cask, che però sfortunatamente sono davvero poco inflazionati – e quando escono in commercio, spariscono in mezz’ora. Così la curiosità monta a dismisura, la salivazione aumenta, la pressione sale: siamo determinati ad andare fino in fondo.

sept17-springbank14_1N: la tipologia d’invecchiamento appare subito evidente, con note folgoranti di gelato alla banana (quello sullo stecco della nostra infanzia). Molto ricco, con vaniglia, torta paradiso, crema pasticciera; anche una nota burrosa e zuccherina, diciamo da budino alla vaniglia. A tratti sembra di sentire burro fresco – ma forse è solo il preludio a quelle zaffate che escono qua e là di aria di mare, di iodio, di sentori minerali tanto cari alla distilleria. Non il più complesso degli Springbank, ma che qualità… L’aggiunta dell’acqua apre il lato più duro, restituendo note di humidor di sigari, di tabacco da pipa, di legno speziato.

P: semplice ma concreto. Di nuovo il percorso inizia con la dolcezza gialla e cremosa del bourbon, con crema pasticciera e banana e vaniglia; poi si apre sull’austerità di Campbeltown, con il mare e un principio di torbatura minerale, molto terrosa e sapida, per poi buttare lì delle bellissime note di tabacco da pipa, con spezie.

F: lungo, persistente, la dolcezza rimane ma lascia presto spazio a un senso di sigaro spento, di tabacco da pipa aromatizzato.

Durante la recensione non abbiamo fatto cenno alla gradazione, il che è già di per sé un valore. Non possiamo che ribadire quanto già scritto sopra: buono, buonissimo come quasi sempre accade con Springbank, meno sfumato e screziato di altre espressioni ma comunque con in primo piano le caratteristiche minerali e marine tipiche del distillato di Campbeltown. 87/100 ci pare il giusto compromesso; tuttora si trova in commercio a circa 100€.

Sottofondo musicale consigliato: Bonobo – Kerala.

Gordon & MacPhail presenta ‘Discovery’: Tormore 13, Balblair 12, Miltonduff 10

Gordon & MacPhail, uno dei più importanti imbottigliatori indipendenti scozzesi, ha da poche settimane rilanciato completamente la propria offerta, razionalizzando alcune serie, introducendone nuove e rifacendo completamente il look alle bottiglie. Grazie alla responsabile del mercato italiano Juliette Buchan abbiamo ricevuto un pacchetto con quattro campioni di una serie completamente nuova, Discovery, considerata particolarmente adatta al mercato italiano: si tratta di imbottigliamenti a gradazione ridotta, concepiti come introduttivi alla varietà e alla complessità del mondo dello scotch whisky – la serie è divisa in tre filoni, ciascuno identificato da un colore, che vorrebbero offrire una prima mappa dei principali profili aromatici dello scotch, e dunque Smoky (grigio), Sherry (viola), Bourbon (verde). L’iniziativa è lodevole, e di certo si vede come da più parti si tenda a curare molto la fase di ingresso nel mondo del whisky, creando spesso mappe più semplici e accattivanti rispetto a quelle ‘tradizionali’ sulle zone di produzione, generalmente scegliendo proprio i profili aromatici come chiave di lettura – d’altro canto, questa scelta ci dice che il mercato italiano, nonostante la sua tradizione e la sua cura verso la qualità, è ancora considerato un mercato marginale, da educare, in cui – come da stereotipo, dal Glen Grant 5 anni in giù, o in su – piacciono prodotti giovani, facili, ‘de pronta beva’. Noi ora assaggiamo i tre non torbati, la prossima settimana ci dedicheremo al quarto, che berremo in solitaria.

Tormore 13yo (2018, G&M, Discovery, 43%)

Al naso si presenta pulito e svestito, con uva bianca, fiori freschi, agrumi e canditi (limonata zuccherata), mela gialla. Solo dopo un po’ esce vaniglia e marzapane. Un profilo scattante, fresco, in bilico tra una sobria gioventù e una fruttarella che inizia ad affacciarsi. Il palato conferma il profilo, con una maggiore dolcezza vanigliata e una purea di frutta gialla (pera e mela). Ancora protagonista il cereale, molto floreale in questo caso. Finale erbaceo e pulito. Molto piacevole, onesto: sa di whisky dello Speyside, bene. 84/100

Balblair 12yo (2018, G&M, Discovery, 43%)

Al naso ha una bella impronta grassa e grossa, oleosa e minerale, data in partenza da un distillato di personalità come quello dì Balblair. Crosta di pane folgorante. A fianco, sentori più ingolosenti, di panna cotta, vaniglia, frutta gialla. In bocca smentisce le attese con una nota salina abbastanza inattesa, netta e piacevole; rimane oleoso e minerale, ma rispetto ai pronostici non si adagia su una dolcezza esuberante e preconfezionata (anche se mela e vaniglia ci sono). Il finale resta salato e cerealoso, non lunghissimo per la verità. 84/100

Miltonduff 10yo (2018, G&M, Discovery, 43%)

L’apporto dello sherry è inconfondibile. Fresco, succoso e avvolgente, non disdegna fughe in avanti verso note speziate e di frutta secca. Abbiamo un naso con torta di mele, del cioccolato al latte, poi una nota nettissima di aceto di more (ha sia note d’aceto che di frutta rossa, anche tanto ribes). Il palato torna con una frutta rossa acidina (ribes, lampone), molto succosa, con del cioccolato al latte. Finale lungo e persistente, speziato, frutta rossa e marmellata. 86/100

Interessante come i due ex-bourbon, Tormore e Balblair, siano molto diversi tra loro: il profilo astratto è il medesimo, whisky facili in bourbon, ma in concreto le differenze delle distillerie emergono con chiarezza, e nessuno dei due risulta essere eccessivamente ruffiano – bourbon sì, ma non esageriamo. Il MIltonduff, per contro, è un esempio perfetto di come un buon barile e un distillato onesto portino ottimi risultati già dopo soli 10 anni. Per ora, serie approvatissima!, anche tenendo conto dei prezzi, che dovrebbero essere intorno alle 55/60€.

Kilchoman ‘Caos Calmo’ (2011/2018, OB for RWF, 58,6%)

Questa ve la dobbiamo raccontare. Sapete che abbiamo un passato (e sprazzi di presente) da devoti del dio metallo, e condividiamo questa perversione con molti appassionati di whisky, tra cui l’insospettabile Pino Perrone – che non ha bisogno di presentazioni, vero? Dunque, tempo fa scopriamo che uno dei clienti fissi di Whisky&Co, splendida whiskyteca romana, è Taneli Jarva, tatuatore finlandese e soprattutto leggendario bassista dei Sentenced (degli sfigatoni mezzi romantici, che infatti Taneli ha abbandonato perché troppo melodici) e… degli Impaled Nazarene!, delicatissima band di metal estremo che ha deliziato le platee mondiali con album quali Tol Cormpt Norz Norz (autodefinitosi come “Exclusively Industrial Cyber Punk Sado Metal”) o Finland Suomi Perkele – gente con l’attitudine che ci piace, dei pazzi squilibrati, privi di alcuna morale apparente, con un gusto perverso per le bottiglie di whisky spaccate sulle proprie teste, un’infatuazione non sappiamo quanto goliardica verso il nazionalsocialismo, appassionati di rutti e Satana e birre nei parcheggi, insomma: dei simpaticoni. Qualcuno ha giustamente proposto Mika Luttinen come candidato al Nobel per la Letteratura – dev’essere per questo che hanno smesso di assegnarlo, chissà. All’ultimo Roma Whisky Festival, Pino ha presentato come imbottigliamento del festival un single cask di Kilchoman (da lui stesso ridefinito “Caos Calmo” in uno struggente e lirico pezzo sul blog del festival, purtroppo ora divorato dalle sacche di Google e da scellerate decisioni di web manager), e noi gli abbiamo chiesto di tenercene una bottiglia da parte: presente lo stesso Taneli al festival, non abbiamo resistito al fascino dell’autografo – la bottiglia perderà valore collezionistico, ma checcefrega, tanto la dobbiamo bere. Qui sopra, un’istantanea per eternare il momento storico dell’autografo. Rimandiamo ad altro momento le chiacchiere sul bellissimo tatuaggio che Pino si è fatto fare da Taneli e assaggiamo il Kilchoman, con grandi aspettative.

N: la gradazione forse chiude un po’, ma di certo non copre il diffondersi degli aromi. Spicca fin da subito un sentore nitido agrumato, di lime. Una nota contratta fruttata, forse oltre il limite del tropicale, prelude a una nota cremosa e vanigliata dal barile (effetto: crema al limone?). All’improvviso: una folgorazione di nachos con formaggio fuso e peperoncini dolci – ma forse è solo l’annunciarsi di Islay, tra sentori timidamente iodati e una torba bella generosa e cinerea.

P: l’attacco è ancora su un agrume elegantissimo e tagliente, che di nuovo ci ricorda il lime. Intenso ed esplosivo, dopo questo primo sentore scoppia il barile, con note di liquirizia, vaniglia, legno e fruttini dolci. Tante note bruciate, di torba cenerosa, dura, da braci appena spente. Borotalco. Una nota salina, appena accennata…

F:…accompagna verso il finale, tutto sulla cenere e sul legno bruciato, con ancora venature di agrume.

Le aspettative sono confermate per il barile 471/2011. Grande equilibrio, tutto giocato sulla virulenza del fumo, particolarmente scuro e denso in questo single cask, e una deliziosa e delicata acidità agrumata. L’apporto del barile, ex-bourbon first fill, si sente tutto, ma senza risultare stucchevole come talvolta può accadere. Equilibrio, intensità e grande soddisfazione finale sono i requisiti per appiccicare un 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: Impaled Nazarene – Mortification / Blood Red Razor Blade.

Balmenach 14 yo 48.85 (2002/2016, SMWS, 58,3%)

Il secondo whisky della SMWS assaggiato con Andrea e Davide è stato questo Balmenach di 14 anni, anch’esso uscito da un barile ex-bourbon a primo riempimento – con grande gioia delle nostre velleità enciclopediche, è il primo Balmenach che recensiamo sul sito. Gaudeamus.

N: decisamente più chiuso e più austero dell’Aberlour, è però piuttosto complesso e composito. Note curiose, leggermente balsamiche, di menta, di latte e menta, forse (ci viene in mente l’after eight). Anche un che di agrumato, tra la scorza di limone e – forse – un mandarino… Dietro si agita un lato più normalmente ‘dolce’, tra pastafrolla, vaniglia… L’acqua “normalizza”.

P: prosegue quel profilo di cui sopra, con qualche nota anche vagamente floreale; poi i grandi classici di uno speysider in bourbon, con vaniglia, cereale, agrumi, frutta gialla… e poi degli spigoli di timidezza. Ancora qualcosa di latte e mentolato. Pepe bianco. L’acqua in questa fase amplia un po’ questo lato di panna e menta (o caramelle Elah a menta e liquirizia), strano.

F: come la fine del palato (panna e menta), con tanto fruttato in crescita.

Un barile ex-bourbon first fill piuttosto peculiare, con note floreali, erbacee e balsamiche più spiccate – e più caratterizzanti – di quanto non ci attendessimo, seppure forse non perfettamente integrate e coerenti con il profilo generale. Nel complesso è senz’altro un buon whisky, anche se per il nostro gusto rimane fin troppo timido e trattenuto. 84/100.

Sottofondo musicale consigliato: Lucio Dalla – Malinconia d’ottobre.

Michter’s Us *1 Small Batch Bourbon (OB, 45,7%)

Ci dicono che Michter’s stia facendo sfracelli oltreoceano, guadagnandosi un posto in tutte le bottigliere dei cocktail bar ammerigàni. La sua storia, tra l’altro, è pazzesca: pare sia la distilleria più antica degli States (1753), ma oltre ad aver cambiato nome e proprietà un bel po’ di volte, da una trentina di anni si è addirittura inventata un cambio di Stato, chiudendo dopo un fallimento la sede originaria in Pennsylvania e cominciando una nuova vita nella patria del bourbon, il Kentucky. In un periodo di enorme fortuna per questo distillato, che ha praticamente triplicato la produzione negli ultimi 15 anni e ha visto l’esplosione del fenomeno delle microdistillerie, Michter’s si è imposta da qualche anno potendo contare sull’inflessibilità e sul rigore del Distillery Manager Willie Pratt, una vita in Brown Forman (quelli di Jack Daniel’s), che tra l’altro è andato in pensione non più di un mese fa. Il suo soprannome è Mister No, grazie all’usanza di voler approvare personalmente ogni small batch di questo bourbon, composto da non più di 14 barili per volta, e grazie alla non meno nobile abitudine di lasciare spesso e volentieri i barili a invecchiare fino a otto anni; pur sempre una rarità per la prassi del bourbon whiskey.

michter_s-us1-bourbon-whiskey-1_2N: deciso e molto pieno, invade il naso. C’è un incredibile quantità di toffee, burroso e zuccherino. Una nota di solvente, che è respingente e suadente allo stesso tempo, tipo Crystal Ball. Ovviamente pacchi di vaniglia, ma non è così semplice, perché si aggiungono suggestioni di legno di sandalo e frutta gialla (albicocca). Noce di Pecan e un accenno di carruba. Banana. Ah ovviamente il mais è bello presente.

P: davvero poco alcolico, ma comunque avvolgente. L’impressione è quella di uno scontro tra una grande dolcezza (toffee, vaniglia, miele, banana, pesche gialle: alla lunga sembra più fruttato delle attese, perfino con un cenno tropicale forse) e qualcosa di più sottile e levigato. C’è infatti una spiccata nota legnosa (al limite dell’astringente, piuttosto amara quasi) e speziata, di frutta secca e di scorza di arancia essicata, che riporta il tutto in equilibrio.

F: di media durata. Rimane un senso di mais dolce, pucciato nel miele. Ancora arancia amara. Ancora pesche e frutta matura.

Sui bourbon, voi lo sapete, noi ci muoviamo con qualche cautela: banalmente, è un prodotto che conosciamo meno rispetto allo scotch, e non amiamo sputare sentenze – e però questo è il nostro diario, le nostre valutazioni non sono valori assoluti ma sono l’indice di quanta soddisfazione proviamo in un assaggio. Dunque, si prendano le nostre impressioni con le pinze: ci pare molto ben bilanciato tra il lato dolce, succosissimo, e quello speziato. Noi diamo 84/100, ma da strenui relativisti quali siamo diamo conto di altri giudizi meno lusinghieri.

Sottofondo musicale consigliato: Corrosion of conformity – Vote with a bullet.

Puni ‘Nova’ (2015, batch #1, OB, 54%)

punivalleSabato scorso abbiamo avuto il piacere di tornare a Puni, la prima distilleria italiana di whisky: ne abbiamo già parlato in passato, ma ci piace ribadire il nostro pieno supporto ad un progetto molto ambizioso, curato nei minimi dettagli (dalla splendida architettura dell’edificio agli alambicchi Forsyths di Rothes alla cura nel marketing). Peraltro, anticipiamo una grande novità: come sapete, Puni ha usato negli anni scorsi una miscela PUNI - Kubus 3di cereali (orzo maltato, segale altoatesina e grano), ma da questo gennaio sta distillando solo orzo maltato; quindi, con un po’ di pazienza, avremo anche il primo single malt whisky italiano! Lo scorso autunno il distillato di Puni ha compiuto tre anni, e dunque può ufficialmente fregiarsi del titolo di whisky. I primi imbottigliamenti sono stati Nova ed Alba, entrambi a grado pieno per il batch #1: il secondo è una miscela di botti ex-Marsala, a unire idealmente Alto Adige e Sicilia, finite poi in botti ex-Islay (noi avevamo assaggiato un single cask ex-Ardbeg, ma in distilleria assicurano di essersi riforniti da diverse distillerie ‘torbate’, e si tratta di botti che avevano contenuto whisky tra i 7 e i 20 anni), mentre quello che assaggiamo oggi è un mix di botti ex-bourbon first fill, finito in botti di rovere vergini. Bando alle ciance, via con l’assaggio.

puni-nova-single-malt-batch-2-43-0-7l-gp_1400x2000N: a 54%, abbastanza accogliente: rivela un profilo schietto e con una bella acidità, che da subito ci richiama l’accoppiata ‘pera e limone’: freschi, ma anche in centrifuga. Poi c’è enfasi – ovvia – sul distillato, con note ampie di cereali zuccherini, di lieviti: insomma, sa proprio di distilleria al lavoro. Yogurt (alla banana), pasta di mandorle ed una vaniglia molto delicata. Delicata perché – intendiamoci – siamo di fronte a un naso per nulla ruffiano, orgoglioso delle sue nudità.

P: …e anche al palato non concede nulla al cliché del bourbon cask più ‘cremosone’ e facile; anzi, si presenta austero e raffinato, di una pulizia davvero esemplare; salgono ancora i cereali, con note di pane (cotto a legna), anche leggermente amaricanti, di quel lieve amaro del cereale. Non c’è infatti una dolcezza bourbonosa troppo marcata, ma quel senso di dolceamaro della frutta secca (buccia di mandorla). Ancora la pera (yogurt alla), limone, e un senso di frutta candita.

F: medio-lungo, pulito e cerealoso, con un inatteso ritorno di vaniglia cremosa ed ancora pane, mandorla e frutta secca.

12669624_1105423922809265_4585188219463096566_nTemevamo un whisky fin troppo rinforzato di vaniglia dolciona, viste le botti ex-bourbon a primo riempimento e quelle di legno vergine, e invece Puni ha avuto il coraggio di rimanere focalizzata sulla miscela di cereali e sulla pulizia del distillato, mantenendo così le promesse dei primi imbottigliamenti che ancora, tecnicamente, non erano whisky; il risultato è garbato ed elegante ma per niente banale, e in tutta onestà ci è capitato di assaggiare coetanei scozzesi non altrettanto convincenti. Quindi, ci piace premiare questo imbottigliamento con un 84/100. Questo primo batch, in edizione limitata, è piuttosto costoso, coerentemente con le linee del mercato di adesso e con le ambizioni dei proprietari; il #2, con grado ridotto a 43% è decisamente più avvicinabile, e dopo averlo apprezzato in distilleria, lo recensiremo qui nelle prossime settimane.

Sottofondo musicale consigliato: Tessa Rose Jackson – The Pretender.

Sunny Brook 4 yo (OB, 43%)

Giovedì prossimo saremo ospiti dell’Harp Pub per una degustazione di whisky dal mondo. Avremo con noi un giapponese, un blended scozzese, un canadese e questo vecchio imbottigliamento della Sunny Brook, storica distilleria di Louisville, nel Kentucky, che ha chiuso i battenti nel 1975. Si tratta di un import per l’Italia, che a questo punto è da collocarsi almeno negli anni ’70, se non prima. Il Sunny Brook, invecchiato 4 anni, faceva parte della famiglia dei Kentucky Straight Bourbon Whiskey, ovverosia distillati ottenuti da una miscela di cereali di cui almeno il 51% sia mais, e poi invecchiati per almeno un anno nel Kentucky, vera e propria patria del Bourbon Whiskey.

20151030_225246-1N: Possiamo dirlo? Lo diciamo: non c’entra niente coi moderni bourbon. Al di là della grande espressività, qui è tutto molto levigato. Certo non si va molto per il sottile, con potenti note di cereale zuccherino ben in evidenza e si visualizzano con facilità i corn flakes glassati; tuttavia l’aroma non risulta eccessivamente connotato in questo senso. Emergono infatti poi note di uva passa davvero ben intonate, c’è una bella liquorosità di fondo, che richiama appunto i vini rinforzati. Prugne ed albicocche secche, con cioccolato al latte e miele. Marron glacè. Davvero invitante.

P: Totale assenza di sensazioni alcoliche e perfettamente coerente con il naso, sia per la ricchezza che per le suggestioni. Esplode quella medesima dolcezza cerealosa, ma il tutto si gioca in un clima liquoroso, che ricorda davvero certi passiti. C’è molta uva passa e frutta disidratata in generale. Scorzetta d’arancia e ancora ritorna un bel marron glacè. L’effetto complessivo è di grande succosità ed è molto, molto beverino.

F: pacchi di uvetta e quella dolcezza un po’ simile allo sciroppo d’acero.

Chi ci conosce sa che non andiamo matti per i whiskey d’oltreoceano, ma qui dobbiamo in effetti mettere da parte tutti i nostri pregiudizi e riconoscere l’assoluta piacevolezza di questo Sunny Brook per così dire ‘d’epoca’. Rimane un vero bourbon, con quella nota di cereale zuccheroso sparata in alto, ma riesce anche a sfumarla, a renderla accettabile con altre, ben più raffinate portate da dessert. Nel bicchiere vuoto rimane un cioccolato da paura. Andiamo con un bel 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Hank Williams III – My drinking problem (davvero non potevamo esimerci…)

Wild Turkey (anni ’90, OB, 43,4%)

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tipico amante del Wild Turkey

Frequentiamo di rado gli Stati Uniti, e senz’altro sbagliamo: soprattutto negli ultimi anni, infatti, la produzione del nostro amato distillato nelle terre d’oltreoceano ha avuto un vero boom, quantitativo (soprattutto grazie al fenomeno delle microdistillerie) e qualitativo (soprattutto grazie al fenomeno delle microdistillerie, ehm…). Oggi non assaggiamo un prodotto d’oggidì, ma facciamo un tuffo all’indietro e diamo le nostre tasting notes di un Wild Turkey Kentucky Straight Bourbon Whiskey (cosa voglia dire lo lasciamo spiegare a Davide, che è più bravo) degli anni ’90, prodotto a Lawrenceburg, Kentucky. L’azienda definisce il suo prodotto “super-premium”, e noi, seppur con qualche dubbio, ci crediamo, anche se la percezione del brand è stata per anni quella di un whiskey da degrado sociale (non lo diciamo noi, lo dice wikipedia: “its prior reputatione for being an inexpensive, highly-alcoholic product had the bourbon showing up in popular culture often, usually to suggest a rough, macho persona; a person who has fallen on hard times; or even a person with “white trash” traits”); abbiamo aperto la bottiglia mercoledì, alla degustazione tenuta all’Harp Pub – a proposito, grazie a tutti i partecipanti, speriamo vi siate divertiti!

Schermata 2015-02-27 alle 12.45.53N: in generale, è apertissimo e per nulla alcolico. Quel che spicca rispetto ai nostri amati scotch è una ‘dolcezza’ molto marcata. Siamo nel regno della banana, molto matura e molto intensa; toffee super-dolce; stecchette di vaniglia e legno fresco; noce di Pecan, per chi la frequenta. Biscotti al miele. Semplice semplice, diretto, in perfetto stile Stati Uniti del Sud.

P: dolce, ma non così tanto come ci saremmo aspettati dal naso. Fa addirittura capolino un che di ‘grafite’, di matita (l’avrete pur masticata una matita, o no?), che con note proprio di legno (e perfino un velino di rabarbaro ed eucalipto) vanno a controbilanciare quei sapori brutalmente zuccherati di miele e di toffee, di banana e di sciroppo d’acero.

F: insistente, più che persistente. La botta di dolcezza evapora in fretta lasciando spazio a fette biscottate e frutta secca (ancora noce di Pecan).

Dobbiamo ammettere che, a dispetto dei pregiudizi nostri e di Wikipedia, non è male; certo è semplice (ma d’altro canto è un bourbon entry-level), ma lascia intravedere guizzi di qualità. Chiaro che mais e segale, abbinati a botti rigorosamente vergini e charred, portano ad una complessità ben diversa da quella cui siamo abituati: ma il 78/100 che si porta a casa non è affatto malvagio, via.

Sottofondo musicale consigliato: ZZ Top – Gimme all your lovin’.

Amrut ‘single cask for la Maison Du Whisky’ (2009/2013, OB, 60%)

Torniamo su questa distilleria indiana che incuriosisce gli appassionati degli whisky extra-Scozia e che è attiva dal 2004 nell’imbottigliamento di single malt molto giovani e particolari- vedremo tra poco cosa sia a renderli tali. Questo single cask ex bourbon, il numero 3438, è un’esclusiva per il tempio del whisky parigino La Maison du Whisky ed è stato messo in bottiglia alla gradazione monstre di 60%. Vai con la musica!

amrut_bourbon_3437N: impressiona subito: per essere a 60%, si sente poco l’alcol ed è bello dispiegato. A colpire è anche la maturità, perché ha perso ogni nota di distillato giovane (di candito, per intenderci) ed esibisce robuste note legnose (tanta frutta secca, anche tostata; nocciola), una maltosità calda e anche un po’ spigolosa. Emergono note quasi sporche (cuoio), speziate (tamarindo). In questa violenza di maturazione spinta, dove gli odori sono sparati a un grado di intensità davvero iperbolica, ci sembra sia ricca anche la parte fruttata, che riconosciuta degustando blind forse ci avrebbe forse tratto in inganno e ci avrebbe fatto propendere per un ex refill-sherry: frutta rossa e frutta gialla succosa (pesche sciroppate); zuppa inglese, o certi babà intrisi d’alcol… Dopo un po’, e con una goccia d’acqua, si apre molto e rivela perfino una nota, cremosa, di vaniglia.
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P: qui l’alcol non può fare il miracolo di scomparire e si sente un po’ di più, rendendo questo whisky un po’ ostico, se non diluito. Come c’era da aspettarsi, si sbatte contro un muro di sapore massiccio, e si palesa ancora più che al naso la maturazione, con stangate di legno. Abbastanza secco, quasi allappante; intensissimo ma non facile. Al di là della prepotenza del legno, resta saporito e molto succoso; soprattutto dopo un po’ di tempo escono punte di frutta gialla, di malto, e fa venire in mente la classica brioche all’albicocca. A tratti succo tropicale (greve però; note di banana molto matura) e tracce di vaniglia. L’acqua attenua l’alcol, ma al contempo la legnosità, ancora astringente, non diminuisce e anzi si lascia appiattire addosso i sapori. Un  po’ di nocciola e di liquirizia.

F: abbastanza lungo, secco e maltoso, ancora pesche e legno speziato.

A pensare all’età effettiva, impressiona davvero il livello di maturazione di questo malto, aiutata (anzi, forzata) dal clima umido e caldissimo d’India: pensate che l’angel’s share è stato circa del 40% in soli quattro anni! Di certo, questo enfant prodige non si nega degli spunti notevoli, soprattutto sul lato dell’intensità dei sapori, fruttati e legnosi: proprio la legnosità spiccata ci fa interrogare sull’apporto della botte, senz’altro ‘eccessiva’ – diciamo che saremmo curiosi di assaggiare un Amrut invecchiato (se così si può dire) in legni meno attivi. 84/100, in ogni caso, è il nostro voto; grazie a Gianni per la bottiglia!

Sottofondo musicale consigliato: GiorgiaUn’ora sola ti vorrei

Kilkerran ‘work in progress 6’ bourbon (2014, OB, 46%)

Manca oramai una manciata di giorni al Milano Whisky Festival e stiamo assaggiando qualche whisky che proporremo nelle mini degustazioni al banchetto di Monica e Beija Flor. Oggi è il turno di Kilkerran, nome dietro cui si cela il malto distillato alla Glengyle, in quel di Campbeltown. Dal 2004, grazie al supporto fondamentale della vicina Springbank, si è voluto infatti ridar vita a una delle storiche distillerie della Regione, chiusa dal 1925. Ogni anno escono due imbottigliamenti ‘work in progress’, uno ex bourbon e l’altro ex sherry, a testimonianza dei miracoli prodotti dal semplice scorrere del tempo, e nel 2014 dovremmo essere oramai arrivati a 10 anni d’invecchiamento. Il primo tassello del futuro core range pare oramai alle porte…

kilkerran-wip-6-bourbonN: molto particolare, sviluppa con grande complessità un lato vegetale e minerale e anzi lo innalza ad attore principale, cosa che non capita così spesso… Di certo: erba fresca, odore di foglie e terra umide, salamoia; il tutto subito incalzato da una torba un poco fumosa (ma solo un poco, ricorda il bacon crudo) e da belle note agrumate. Scorza di limone (nocciolo di limone, canarino) e cedro candito. Non si pensi a un profilo dagli aromi trattenuti però, piuttosto sono austeri, minerali e taglienti, con solo una suggestione, qua e là, di vaniglia. Punte di fiori profumati.

P: anche qui è minerale e saporito, ma senza esplosioni di pronunciata dolcezza. Possiede un’ottima intensità, con ancora un bel muro agrumato (limone). Insieme vegetale ed oleoso, maltoso e torbato: su quest’ultimo punto segnaliamo un’affumicatura subdola ma crescente e affascinante; è tutto fuorché dolce ma non è neppure amaro, botte e legno sembrano assenti. Forse una punta salata? Salamoia? Una vaniglia appena allusa lega il tutto senza disturbare.

F: delicato, pur se insistito, a parte un’affumicatura molto decisa. Camomilla zuccherata e un pit di sale.

Ragazzi, che gradevole sorpresa questo imbottigliamento! Avevamo seguito distrattamente e con una certa supponenza l’evoluzione di Glengyle, ci siamo trovati quindi spiazzati di fronte a un malto di carattere e nello specifico di un carattere tipicamente Spingbank. E dunque ‘sporco’ e graffiante ma elegante, riconoscibile ma non chiassoso. Chi apprezza questo stile per la verità molto particolare, difficilmente si stancherà di sorseggiare questo Kilkerran, in ciò aiutato anche da un rapporto qualità/prezzo davvero interessante. Noi lo premiamo con un sontuoso 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: Gérard LenormanMichèle