Feis Ile 2018 Tasting #2 – Whisky Club Italia

Dopo le prime quattro chicche del Feis Ile 2018, completiamo il tour isolano con altri tre imbottigliamenti e le nostre stringate emozioni/impressioni. Con l’occasione ringraziamo ancora WhiskyClub Italia per aver dato la possibilità di assaggiare gli imbottigliamenti del Festival a tanti appassionati, la cui sola colpa è stata quella di non aver avuto per tempo la geniale intuizione di farsi una settimana di delirio whiskyco (?!) su Islay.
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Bowmore 15 yo Feis Ile (2018, OB, 52,5%)

Un po’ carico, il legno è molto presente e la prima sensazione è di una dolcezza bruciacchiata un po’ ‘troppa’, di mastice: e però si alza (e cresce di brutto) quella nota tropicale, di maracuja salata, che ci fa esplodere. Liquirizia dolce. Tostato, brioche dolce. Con acqua esce il floreale (si dice lavanda, buganville) Al palato l’esplosione tropicale è devastante, poi toffee e caramello. Un po’ di cicciolato bianco. Ricchissimo ma semplice. Piacevolissimo, l’acqua alleggerisce il naso e smarmella di toffee il palato. Il finale si chiude curiosamente su una combo di aringa affumicata e aghi di pino.
Mah. 86/100
Kilchoman 11 yo Feis Ile (2018, OB, 55,5%)

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Naso di pera (in ogni sua forma) e ostriche e scarpe di gomma. Lime, limone, limonata zuccherata. Sulle prime un po’ strano, si normalizza man mano che passano i minuti, lasciando svenire le suggestioni mentolate. Al palato è coerentissimo, con in più una vaniglia spiccata. Sarà che è il sesto, ma il fumo è molto leggero, in disparte. Buono, ‘banale’ ma di una banalità straordinaria. 87/100
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Bunnahabhain 2007 Feis Ile (2018, OB, 59,5%)
Il naso è unico. Note di paprika, worchester, tabasco chipotle e bbq sauce. Paprika affumicata. Grasso di porco. Liquirizia. Il palato mostra l’alcol, resta molto dolce e ricco di fumo intenso. Pieno, molto avvolgente, mentre al finale (breve) restano molto bbq e fumo. 86/100, ottimo ma monotono. Ma che naso…

Sottofondo musicale consigliato: Ulver – Southern Gothic

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Bowmore 12 yo (2017, OB, 40%)

Un tempo il Bowmore 12 anni era una bottiglia iconica, oggi lo è decisamente meno – ma di certo resta un punto di riferimento fondamentale, l’imbottigliamento, tra quelli con età dichiarata, di ingresso nell’offerta commerciale della prima distilleria ad avere avuto la licenza su Islay nel 1779. Oggi lo assaggiamo, finalmente, dispiaciuti di non poter dire che è non colorato e non filtrato a freddo, ma tant’è.

N: stereotypical Bowmore, nel senso migliore: il sale e il mare da un lato, la frutta tropicale dall’altro (maracuja e lime… profumosissimo!). E potremmo chiuderla qui. Ma lo sapete che siamo gente verbosa, quindi: mela gialla, del caramello salato. Ci sono note ‘sudate’, proprio di sudore, poi c’è una torba abbastanza fumosa, delicata come da stile di casa ma senza sembrare marginale. Una lieve nota balsamica, mentolata (forse salvia?, in ogni caso è un sentore che ci fa venire in mente quelle caramelle balsamiche alla frutta…), a completare un profilo piacevolissimo.

P: il corpo è molto esile, l’effetto è di un succo, incredibilmente beverino, ma anche un po’ ‘facilone’. Sostanzialmente privo di evoluzione, ripropone la dicotomia tra tropicalità acuta (di nuovo, maracuja) e marinità, con un costante tappeto, appena prima del limite del dolciastro, di caramello. Ci sono note di bevanda gassata, diremmo di chinotto, o forse di cedrata. Resta sempre in bilico, corre sempre il rischio di sembrare un po’ ‘finto’, costruito, troppo legnoso, e invece per fortuna si ferma ad un passo dal baratro.

F: non lunghissimo, piacevole, con fumo di torba piuttosto marcato e caramello (leggermente salato).

Normalmente, da bravi borghesotti, non accenniamo ai prezzi (che volgavità pavlave di danavo!), ma in questo caso dobbiamo avvertire che in commercio si trova attorno alle 35/40€, talvolta anche a meno: nel suo campionato, dunque, è senz’altro un top player. In assoluto forse no, ma merita una menzione – e un punticino in più – perché si lascia bere davvero volentieri, nonostante la relativa semplicità – e diciamo relativa perché Bowmore è tra i malti più complessi dell’isola, con la sua torba gentile, il suo mare, la sua frutta esuberante e tropicale. Tutte queste cose ci sono, e quindi 85/100.

Sottofondo musicale consigliato: Son Little – O Me O My.

Monkey Whisky Night #6 (24.02.18) – Cadenhead’s

Con solo un mese di ritardo veniamo a rendere conto del sesto ritrovo del Monkey Whisky Club, ovvero l’incontrollabile creatura di un manipolo di appassionati di whisky e di semplici erotomani che organizzano degustazioni tematiche in una non meglio precisata abitazione milanese (sssh, location segretissima!!! Ma va’, scherziamo, per partecipare basta iscriversi al loro gruppo Facebook e giurare fedeltà alla Scimmia).
Questa volta il fil rouge della serata è stato l’imbottigliatore indipendente scozzese Cadenhead’s, che nel 2017 ha festeggiato i 175 anni di storia e ha fatto uscire una caterva di imbottigliamenti che a occhio e croce un assaggino lo meritano. I 5 whisky che abbiamo bevuto noi, a ogni buon conto, sono stati imbottigliati in annate precedenti nella serie ‘Small Batch’, quella con le bottiglie basse e schiacciate in stile vintage, per intenderci. Il clima era come al solito gioviale, tra il serio e il faceto senza disdegnare l’improbabile, l’assurdo, il grottesco e lo sconveniente; ciononostante siamo riusciti a prendere qualche nota di degustazione finché la rodata formula dell’auto mescita con refill libero per i 15 presenti non ha definitivamente tappato la vena descrittivista che ci contraddistingue. Ma andiamo di parterre!

light-creamy-vanilla-17-year-old-cadenhead-creationswhiskyCreations ‘Light creamy vanilla’ 17 yo (2014, batch #1, 46%): questo blended assemblato con whisky di Auchroisk, Clynelish, Ardmore e della defunta Caperdonich è piacione e facilone come l’Heineken su Tinder (qualsiasi cosa significasse, l’abbiamo scritto e fedelmente lo riportiamo). Vaniglia, torta paradiso e scorza di limone, con un discreto supporto sul lato terroso e oleoso delle distillerie Clynelish e Ardmore. È tanto saporito e un 85/100 ci sta tutto.

Dailuaine 11 yo (2016, 46%): frutta cotta, soprattutto pere. Le note di botte sherry in cui AA-Cadenhead2ha riposato per più di un decennio non sono così evidenti, e anzi si trovano sentori di whisky giovane (lieviti e canditi). Al palato è speziato e frizzantino. Sicuramente particolare ma si ferma a 84/100.

bowmore-13-year-old-2001-small-batch-wm-cadenhead-whiskyBowmore 13 yo (2014, 46%): qui si comincia a fare sul serio, con un Bowmore tipicamente marino e tropicale. Caucciù. Si presenta gentile ma non privo di una certa complessità. Il palato è molto spinto sulla dolcezza, con pacchi di liquirizia salata. Gradevole fino a 87/100.

Tobermory 21 yo (2016, 52,5%): i due bourbon hogsheads usati tobermory-21-year-old-1995-cadenheads-small-batchrestituiscono un whisky grasso, oleoso e tagliente. È un impasto compatto di noce di pecan, vaniglia, sale e cera. Al palato arriva un’ondata pazzesca di sapidità, assieme a frutta gialla e marzapane. Si percepisce una leggera torba e sul finale ci si ritrova il sale sulle labbra: semplicemente splendido. 90/100.

La serata si è poi conclusa in bellezza con un maestoso Bruichladdich 24 yo del 2016, di cui però non sopravvivono ricordi nitidi, al di là di una spiccata tropicalità, perché la convivialità e il consumo irresponsabile di alcol hanno decisamente preso il sopravvento. Sicuramente da riprovare in altri contesti, anche perché ci sembrava molto complesso.
Per concludere non possiamo che ribadire il nostro divertito assenso per il tipo di serata che il club della Scimmia del Whisky ha ancora una volta imbastito con molta naturalezza: un po’ degustazione domestica con qualche nozione a suggestionare i presenti, un po’ alcolismo smodato a suggestionare tutti. Avanti!

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shooting di fine serata by Laura Licari: all’insegna della sobrietà

Bowmore 25yo (1991/2017, Antique Lions of Spirits, 48,7%)

Antique Lions of Spirits, ormai lo sapete, è un marchio dietro cui si celano tre prestigiosi player del mondo del whisky: Max Righi, Diego Sandrin, Jens Drewitz. Nel corso delle settimane passate abbiamo già assaggiato qualche espressione delle loro ultime, bellissime serie, e siamo invariabilmente rimasti soddisfatti. Oggi però vogliamo coglierli in castagna, fargli fare una bella figuraccia, e allora puntiamo su un single cask di Bowmore di 25 anni: almeno questo sarà cattivo, no? Ci ha affiancato nella degustazione Angelo Corbetta, quindi ci sentiamo di condividere con lui l’onere dell’interpretazione.

N: un odore di mare intensissimo, riesce ad essere sia avvolgente e cremoso, burroso, che oleoso, grasso e minerale. Brioche al burro. Grande sapidità, marinità al top. Note balsamiche, per non dire decisamente mentolate; aghi di pino? Ancora note di fiori secchi. Note di gomma (Angelo ci fa tornare in mente la boule dell’acqua calda di gomma che avevamo da bambini…); anche di etere, quello da dentista (ok, Angelo adesso ha bevuto troppo). Forse una lievissima spezia, diremmo cannella? La frutta se ne sta molto in disparte, ci viene in mente giusto l’albicocca disidratata. Eccellente, complessissimo. (Ndr: dopo averlo bevuto, la frutta esplode anche qui…).

P: mamma mia, pazzesco. Incredibilmente complesso. Si apre sul dolce, poi si sviluppa una nota piccantina (pepe bianco) e mentolata – e va a chiudersi poi sulla torba, su un fumo acre non invadente ma inaspettato. Andiamo con ordine: frutta cotta (tanta mela, ma non solo cotta in effetti), note di pasticceria alla frutta, tra la tarte tatin e una crostata di mele; potremmo poi tacere di una splendida nota tropicale, che definiremmo Guava (o guyaba, chiamatelo come vi pare). Floreale, perfino.

F: molto lungo, persistente come un mal di testa alla domenica mattina; marino e torboso, fumoso, come non te lo aspetteresti: resistono note tropicali e briosciose.

Molto molto convincente il naso, con una grande complessità e una costante evoluzione; lungo il finale e per certi versi sorprendente. È altresì vero che il palato resta, a confronto, relativamente più ‘normale’, più piatto – e per dimostrarvi che proprio non ci è piaciuto, gli assegnamo un pessimo 92/100. Riprovateci la prossima volta, magari vi riesce meglio.

Sottofondo musicale consigliato: Chrysta Bell – Heaven.

Bowmore 15 yo (2002/2017, Valinch&Mallet per Mulligan’s Pub Milano, 53%)

Giuseppe dietro al suo bancone

Lunedì siamo stati al Mulligan’s per festeggiare i primi 50 anni di presenza della famiglia Bertoni in via Govone a Milano. Noi naturalmente non potevamo mancare, sia per il piacere di guardare le bottiglie esposte nelle vetrinette (un piacere in fondo masochistico, lo sappiamo), sia per assaggiare i tre imbottigliamenti celebrativi. Giuseppe Bertoni, storico proprietario del pub, si è affidato alle disponibilità degli amici Fabio e Davide di Valinch & Mallet: oggi pubblichiamo la recensione del whisky che più ci è piaciuto del trio, ovvero un Bowmore di 15 anni in bourbon – e noi ricordiamo bene come l’accoppiata V&M e Bowmore possa dare frutti spettacolari…

N: un Bowmore elegantissimo, con una torba profonda, da ‘stireria’: note di amido, intense. Il fumo c’è, è acre ma molto rarefatto, sottile, raffinato, perfino con sfumature di canfora. C’è poi una nota fruttata molto intensa e piacevole, al limite del tropicale, con pesche e mango. Impasto del pane, ma anche – a dirla tutta – qualcosa di più ‘dolce’, vanigliato: pastafrolla. Mandorle.

P: il corpo è molto ‘beverino’, certo non ti esplode sul palato. E però c’è una piccola deflagrazione di cenere, di pepe, molto più intensa di quanto il naso lasciasse presagire: con il tempo questo lato torboso si manifesta anche con una nota di cera deliziosa. Poi ancora frutta tropicale, limone, papaya e pesca bianca verso il finale.

F: lungo, elegante, tutto sulla cenere e su un mero ricordo di dolcezza fruttata (mela e pera).

L’avevamo anticipato: dei tre imbottigliamenti di Beppe, questo è il nostro preferito. Elegante, raffinato, giocato su delicati contrasti di mondi opposti: ci ha stupito il corpo molto beverino, ma non lo consideriamo un difetto – solo un pretesto per versarne un altro bicchiere, e poi un altro, e poi un altro ancora… 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: Morrisey – Spent the day in bed.

Bowmore ‘Feis Ile 2014’ (2014, OB, 56,1%)

Che senso ha assaggiare dopo tre anni un imbottigliamento celebrativo di un evento? Non sapremmo, ma in fondo questa è casa nostra, beviamo un po’ quel che ci pare, no? Ieri sera avevamo voglia di un Bowmore, e nel nostro cabinet abbiamo trovato proprio un sample di questo imbottigliamento fatto per il Feis Ile del 2014, imbottigliato a grado pieno dopo anni imprecisati (è un NAS) in barili ex-bourbon. Ce n’erano due, di imbottigliamenti celebrativi, noi abbiamo questo, non lamentatevi.

IMG_8668_1N: cominciamo dai tratti più tipici di Bowmore che riusciamo a identificare: c’è un’ottima marinità, sostanziata da note di sale e di alghe; poi si sente l’invecchiamento, le botti ex-bourbon danno un apporto di vaniglia, crema pasticcera, impasto per torte. C’è però una nuova dimensione, strana, che ci ricorda la cera d’api, il sesamo (o l’olio di sesamo?) e una verdura che diremmo ‘asparago’; e in realtà si tratta di cereale, del chicco d’orzo, ancora vivace nel bicchiere. Ci può stare anche una nota frizzantina di zenzero e di scorza di limone… Ah, ma ci dimenticavamo della torba, che c’è, eccome!, anche un pizzico sopra alla media dello stile-Bowmore: ma si tratta di un whisky giovane, d’alto canto…

P: l’attacco è abbastanza salato e marino, rivelando una certa decisa intensità, grazie anche al grado pieno; poi esplode letteralmente il barile, tra note di vaniglia, creme caramel, cocco, frutta gialla molto intensa e matura… La torba resta in disparte, tornando solo alla fine, verso…

F: …il finale, questo sì abbastanza torbato e fumoso; torna poi la vaniglia, che dura molto a lungo.

82/100 – aiutato dal grado pieno che supporta la buona intensità, per il resto senza infamia e senza lode. Un giovane Bowmore moderno, pulito, con un naso che svela note cerealose composite ed interessanti, anche se forse non saremmo disposti ad uccidere per portare a casa una delle 1000 bottiglie.

Sottofondo musicale consigliato: Miley Cyrus – Malibu. Era meglio quando dondolava nuda su una palla di cemento, adesso accarezza un cane, come tutti.

Bowmore 12 yo (anni ’90, OB, 43%)

Anni ’90, etichetta stampata su vetro: la bottiglia di questo Bowmore è bellissima, certo, ma abbiamo imparato ad essere diffidenti con questa fase di produzione della distilleria. Problemi nel processo di distillazione nei gloriosi anni Ottanta, probabilmente, novità mal digerite dall’alambicco? Chissà, di certo c’è che i Bowmore imbottigliati nel decennio successivo sono spesso armi a doppio taglio… Vediamo come si comportava il dodicenne entry-level.

bowmore-12-year-old-screen-printed-label-with-tube-and-miniature-3920-pN: delicato, quasi timido… L’aspetto immediatamente più evidente pare la marinità, con una bella brezza marina marcata, certo, ma non travolgente. La torba, già delicata in casa Bowmore, è per questo imbottigliamento particolarmente smorzata: un filo di fumo e un poco di smog, nulla più. Affiorano poi fiori freschi, un po’ di vaniglia e – toh! – la buccia di una mela gialla.

P: ha un corpo solido, anche se certo non molto imponente; come al naso si conferma salato, marino, e contemporaneamente d’una dolcezza zuccherosa forse un po’ indistinta… Le migliori metafore che ci sovvengono sono nuovamente di fiori recisi, di caramelle zuccherine, di violetta, perfino di caramelle Rossana! E la torba? Risulta annacquata, incarnata solo da un’accennata mineralità. Rileggendo la recensione che fa Serge, ci pare colpevole non aver segnalato l’ovvia nota di liquirizia salata.

F: l’avevamo data per morta troppo presto: guarda un po’ chi ti ritorna, quel filo di fumo di torba. Labbra salate.

Se non fosse un Bowmore, se fosse una bevanda qualsiasi diremmo “ah però, che buono” – ma pur non avendo veri difetti, non ha nulla di quel che ha reso Bowmore grande. La marinità è timida, la frutta è accennata, insomma… 78/100, non di più, non di meno.

Sottofondo musicale consigliato: Jose Gonzalez – Far Away.

Prestonfield House ‘De Luxe’ (anni ’90, Prestonfield, 43%)

L’albergo Prestonfield House è forse il più lussuoso di Edinburgo (ci concediamo il ‘forse’ perché proprio non sapremmo dirvi, bazzichiamo solo bettole malfamate e putridi ostelli) – in passato Prestonfield si baloccava anche con l’imbottigliamento di whisky, e in particolare aveva attiva una collaborazione con la Morrison Bowmore, proprietaria – indovinate un po’? – di Bowmore. Oggi assaggiamo il Prestonfield House ‘De Luxe’, imbottigliato tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90: non è dichiarato se si tratti di un blended o di un single malt, è semplicemente whisky. Noi, con un’allitterazione forse inopportuna, apprezziamo l’approssimazione e ci mettiamo sopra il naso.

bowmore-de-luxe-prestonfield-house-bottling-with-tube-6487-pN: gentile e delicato, chiede il permesso prima di entrare. Appena glielo accordiamo, inizia a svelare un profilo molto ‘maltoso’ e vegetale, che ci ricorda il fieno caldo; e però questo garbo non nasconde l’assenza di personalità, e col tempo ossigenandosi cresce una dimensione burrosa (burro fresco), con brioche calda all’albicocca, vaniglia; qualche punta fruttata (albicocca, pesche sciroppate). Resta, un po’ alta, una lievissima torba, quasi a posare un sottile velo minerale (gesso? amido da stireria?).

P: pur riconoscendo una freschezza quasi agrumata, da pompelmo rosa, la delicatezza si trasforma in eccessiva esilità, e in più emerge – non sappiamo se per difetto originario o dato da un invecchiamento in bottiglia non ottimale – una nota ossidata di metallo, con l’alcol un po’ separato. Domina ancora una grandissima sensazione di malto e burro fresco, con una botta di dolcezza data da una zuccherinità ‘strana’, da pastiglia Leone alla violetta. Mah…

F: molto gradevole, anche se breve, e zuccherino, maltoso, ancora un filo di frutta gialla; riappare un che di minerale, vago e fresco.

 Le info che si trovano su internet dicono che si tratti di Bowmore… Se così fosse, si tratterebbe senz’altro di un batch degli anni in cui la distilleria aveva un problema con i profumi delle baldracche francesi (per chi non conosce la storia: tra gli anni ’90 e l’inizio 2000 molti Bowmore distillati negli ’80 avevano una nota di violetta, di lavanda, che dagli appassionati fu definita FWP, ‘French Whore Perfume’, con tanto di minacce da parte della distilleria di denunciare chi ne avesse parlato in questi termini sull’allora nascente internet). Noi onestamente non ci sentiamo di stroncare davvero un whisky che, in ogni caso, ha un palato quasi sicuramente rovinato da un’ossidazione non devastante ma comunque presente. Naso e finale, però, sono super gradevoli e tengono a galla questo whisky: 78/100.

Sottofondo musicale consigliato: Rocky Horror Picture Show – Sweet Transvestite.

Bowmore 12 yo ‘Travel to Mars’ (2003/2015, Liquid Treasures, 49,6%)

Torniamo sull’imbottigliatore tedesco Liquid Treasures, che tempo fa ha avuto la bella (e, se vogliamo, mai troppo imitata) idea di inviarci alcuni campioni dei loro imbottigliamenti per sottoporli alla nostra inadeguata attenzione: oggi ci ha punto vaghezza d’assaggiare un Bowmore dodicenne ex-bourbon, e siccome siamo uomini del fare e non del ciarlare eccoci qui. Mentre la ghiera di metallo che richiude ermeticamente il tappo del sample si frantuma al gesto sicuro del blogger attento, con pronto il suo taccuino, l’asticella dell’occhiale severamente compressa tra i denti, pronta a sorreggere l’attenzione che sola può condurre alla serenità del giudizio, quell’unico rumore (cri-cric) richiama alla mente ogni altro sample stappato, e un catalogo infinito del passato e del possibile si squaderna. Sì, oggi non avevamo idee.

schermata-2016-09-23-alle-20-03-55N: atto primo, la torba, che in un whisky guidato dal distillato si staglia con brutale fierezza, invero inusuale per il delicato stile di Bowmore. È una torba ‘pesante’, sia con marcati accenti di terra ed erba macerata che con qualcosa di inorganico, da smog; e pur non essendo tra i Bowmore più marini, sarebbe da stolti non riconoscergli una certa brezza salina e iodata di fondo. E noi non siamo stolti. Acute note ‘acide’, di limoni e pompelmi. I 12 anni lo lasciano sospeso tra questi sentori di whisky isolano, giovane, con anche robuste note di malto (diremmo: di distilleria), e una personalità già più riccamente fruttata. E come trascurare la proverbiale tropicalità di Bowmore? Spiccano note di alchechengi, kiwi, maracuja.

P: rispetto al naso, invertiamo la narrazione (pardon, ristrutturiamo il paradigma dello storytelling): predomina una bella freschezza d’agrumi gialli (limone e pompelmo) e di frutta matura, ancora tendenzialmente tropicale. Un pizzico di vaniglia? La torba, ancora vegetale (erba bruciata) colpisce soprattutto in ingresso, mentre la marinità resta costante, fresca e ‘frizzantina’, spumosa.

F: lungo e persistente, torna la torba smoggosa e perdura il distillato, dolce e con le sue note agrumate e vagamente maltose.

Buono, relativamente semplice ma perfetto nel suo incarnare quanto ci si aspetta da Bowmore: malto, acqua di mare, fumo di torba, frutta tropicale e note agrumate. L’esperienza conferma che difficilmente si cade male acquistando un Bowmore del nuovo millennio: 86/100.

Sottofondo musicale consigliato: The Mars Volta – Intertiatic.

Bowmore 3.187 (1997, SMWS, 57,2%)

schermata-2016-09-09-alle-13-00-25La Scotch Malt Whisky Society (per gli amici, SMWS) è una vera e propria istituzione nel mondo dell’alcolismo consapevole: senza perder tempo in formular parole che qualcuno ha senz’altro già scritto a proposito della sua storia, qui ci limiteremo a sottolineare un aspetto che ha particolarmente colpito noi, gonzi disadattati appassionati delle stupidaggini. Tutte le bottiglie non hanno la distilleria dichiarata in etichetta, né l’invecchiamento, né il tipo di botte: uno schiaffo alla trasparenza, forse?, di quelli che farebbero infuriare ogni secondino lettore del Fatto quotidiano (Honestaaaa!!11!1!! Trasparenzah!!!1!!)? Manco per sogno!, perché queste informazioni sono tutte reperibili sul sito: in etichetta campeggia un codice numerico (in questo caso: 3.187), in cui il primo numero corrisponde alla distilleria ed il secondo all’imbottigliamento specifico. E in più, ogni imbottigliamento si caratterizza per un aforisma in grado di alludere alle caratteristiche aromatiche del whisky: in questo caso, abbiamo a che fare con l’evocativa definizione “russian camphor and caramel”. Dobbiamo ringraziare per l’omaggio Davide Romano di Valinch&Mallet, che proprio davanti a questa bottiglia ha trovato la decisiva illuminazione. Ora, di che si tratta? Di un Bowmore di 14 anni, invecchiato in una singola botte ex-sherry refill, distillato il 25 settembre del 1997.

bowmore-1997-2012-smws-sherryN: scandalosamente succoso, come solo sanno essere certi Bowmore in sherry… Il nettare è a base di frutti rossi e neri (spicca la mora) ma soprattutto di quella frutta tropicale mista che tanto amiamo (se dovessimo dirne uno, obbligati da un plotone di esecuzione, diremmo “mango”. Moriremmo, forse). L’affumicatura è assai lieve, ma in compenso la torba è di quelle pesantemente terrose, minerali: dà corpo a un whisky che di personalità già ne avrebbe da vendere. Della coppia del titolo, non si può negare la presenza di caramello, cui aggiungeremmo note di arachidi tostate. È anche piuttosto marino, con note di sale indiscutibili. L’acqua spalanca ogni descrittore e gli aggiunge una dimensione quasi floreale…

P: in imbocco deflagra, letteralmente, travolgendo tutto e tutti con fiammate di intensità devastante. Risulta tutto molto potente e compatto, compresso, quasi contratto se vogliamo: ancora tanto mango e caramello, ancora ondate di mare ed una torba persino potente per lo stile di Bowmore (catrame). Con acqua, oltre a diventare più mansueto e di una gradevolezza assoluta, lascia che si apra anche un lato agrumato, proprio di arancia rossa dolce e matura. Caramello salato (a mo’ di felicissimo connubio tra Islay e sherry).

F: lungo e persistente, sale un filo di fumo, di cenere, di legno spento. Cioccolato amaro, ancora una dolcezza che dal tropicale diventa proprio solo caramello. Sale.

Un whisky semplicemente buono, strabuono, magnifico, fantastico: un eccellente esordio sulle nostre pagine per la Scotch Malt Whisky Society: tutto il merito è di Davide, che non possiamo che ringraziare, colmi di gioia. 92/100. Ah, ma la SMWS esiste, in Italia? Ecco, questa è proprio un’altra storia…

Sottofondo musicale consigliato: Nick Cave & The Bad Seeds – Rings of Saturn.