Bowmore 19 yo (1997/2017, Adelphi, 56,8%)

La gente che sa cosa fare della propria esistenza in questi giorni non è in Italia (e incredibilmente non vogliamo fare allusioni politiche), ma in Scozia; e non in un angolo qualsiasi della terra di Alex Ferguson e Sean Connery, vicino a un castello qualsiasi, accanto a un Loch qualsiasi, sorseggiando una birra qualsiasi e sgagnando un panino al bacon qualsiasi. No: la gente che sa cosa fare della propria esistenza in questi giorni è su Islay, perché c’è il Feis Ile! In mancanza dell’originale, noi che notoriamente siamo delle banderuole al vento del destino e che dunque decisamente non siamo su Islay, proviamo a sentirci vicini agli amici che fanno bagordi lassù: e dunque oggi ci beviamo un bel single cask di Bowmore, un barile ex-sherry a secondo riempimento (cask #2412) – il colore è molto scuro, se non l’avessimo saputo avremmo scommesso su un first-fill. Ringraziamo Samuel Cesana, gattone di Pellegrini, per il campione.

N: urca, com’è carico! La prima cosa che ci suggestiona sono le costine glassate all’americana, oltre a un senso di barbecue, di carne affumicata con salsa barbecue. C’è anche quella nota fruttata ‘alta’, da Bowmore in sherry, con more e mirtilli molto dolci e freschi. Viene in mente un che di pasticceria turca, da gelatina al melograno… Cuoio. La torba si sente molto, mescolandosi con questo legno così carico: l’effetto è di un legno bruciacchiato. L’acqua aumenta la quota di barbecue. Foglia di tabacco, ci illumina Zucchetti.

P: l’imbocco è punchy, ma è soprattutto molto dolce: marmellata di mora. Poi liquirizia pura, tanta liquirizia, legno, molto tanto troppo tannino. Resta molto bruciato, molto intenso, molto appiccicoso. Attimi fruttati, ma è questione di istanti. Zucchero bruciato, marmellata bruciata ai lati della torta dimenticata in forno. Vegetale e bruciatissimo, con una nota di inchiostro anche, forse tempera, dice Angelo. Tende pesantemente verso l’amaricante man mano che ci si avvia al finale (caffè, astringente, rabarbaro). Caldarrosta. Con acqua, è meno contratto e migliora, diventando più dolce, più morbido.

F: molto lungo, persistente, con note di fogliame (foglia di tabacco). Resta amaro e umido, con una vaga frutta nera molto lunga.

Bevuto a grado pieno appare piuttosto ostico: il naso è molto ‘sporco’, con sensazioni di barbecue che non troviamo spesso nei Bowmore in sherry, mentre il palato è molto poco fruttato e dominano note amare e bruciate. Con acqua diventa un’altra cosa, decisamente, e guadagna in piacevolezza soprattutto al palato: nel complesso, assegnamo un 87/100 ‘con riserva’, sperando di trovare un altro campione e di poterlo riassaggiare con più acqua. Capito?, Samuel, stiamo parlando con te.

Sottofondo musicale consigliato: In Flames – Behind Space ’99.

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Bowmore 1999 (2011, Murray McDavid, 50%)

Lo scorso dicembre un fantasma si è aggirato per l’Italia del whisky: era una bottiglia dorata, scintillante, ripescata dall’oblio dai ragazzi del Milano Whisky Festival. Si tratta di un single cask ex-Chateau d’Yquem di Bowmore, selezionato da Jim McEwan (mica l’ultimo arrivato) ai tempi della collaborazione con Mark Reynier e Murray McDavid, e imbottigliato proprio da MMD per TF Costruzioni, azienda edile italiana guidata da un grande appassionato di whisky, Flavio Tognon. Noi l’abbiamo assaggiato durante l’Artigiano in Fiera e ne abbiamo portata a casa una bottiglia, vediamo se abbiamo fatto bene o se avevamo solo bevuto troppo.

N: molto vincente e convincente la parte fruttata, esplosiva e totalizzante. Frutta gialla matura, e una bella frutta tropicale, grassa, matura, ‘sudata’. Poca la torba, forse un po’ soffocata dalle note vinose, ma c’è sicuramente una deliziosa mineralità insistente. Un senso di acidità agrumata, e un coro unanime dice: “cedrata Tassoni”. Un punta speziata, tipo chiodo di garofano.

P: grasso e vinoso, lavorato. L’abbinamento spesso proposto dai sobri cugini d’oltralpe di foie gras e Sauternes si ripropone qui, trasfigurato nella contrapposizione tra torba e dolcezza vinosa. Deliriamo? Sì, indubbiamente; però è buono. Contro ogni attesa è molto Bowmore nonostante tutto, tra una grande frutta tropicale e punte di fiori freschi. Al palato la torba è più presente, accompagnata da una sapidità robusta. Pur se a 50 gradi, è veramente super-beverino.

F: leggera torba e spezie (ancora chiodo di garofano), con una leggera nota amaricante. Suadenti note di sauternes caduto in acqua salata. Crema di marroni.

Che bontà, davvero. Non è certo un Bowmore delicato, sussurrato, non è un quadro realizzato con pennellate leggere: dallo Chateau d’Yquem cadono pesanti spatolate di colore, ne vedi la piena sostanza materica appiccicata nel bicchiere – e ne godi come un matto. Un whisky grasso, pieno, succoso, fruttatissimo e molto dolce, appena venato da sale e mineralità, a inseguire vette di piacere: non un mostro di complessità, ma un mostro di goduria sì: 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: The Claypool Lennon Delirium – Blood And Rockets: Movement I, Saga Of Jack Parsons.

Botti da orbi – recensioni dal Milano Whisky Festival

L’ubiquo Marco Zucchetti trascorre queste giornate a Singapore: lo immaginiamo ben pasciuto, su un triclinio, circondato da giovani ancelle dagli occhi a mandorla, mentre tracanna Martini discettando degli argomenti più urbani. Mentre lui si trastulla in tal modo, noi pubblichiamo alcune sue recensioni, trascelte dal suo insindacabile giudizio, stese durante il Milano Whisky Festival 2018. Siamo dei privilegiati, non dimentichiamolo mai.

Ogni maledetta domenica in cui il Milano Whisky Festival finisce, puntuale come il diluvio nel giorno di ferie, cala sugli appassionati quel misto di appagamento e malinconia che fior fior di psicologi sono concordi nel definire «rodimento perché bisogna aspettare un anno prima di godersela di nuovo così». Per esorcizzarlo e iniziare il conto alla rovescia che ci separa dal prossimo, ognuno tira le sue conclusioni. Questo giro, ad esempio, nel generale cosmopolitismo fra belgi, tedeschi, francesi, cinesi e vietnamiti come mai prima, hanno spiccato gli italiani. Quindi, senza che a nessuno vengano in mente idee sovraniste che qui ci stanno come il ragù nel Glenlivet, ecco le bottiglie degli imbottigliatori indipendenti italiani che si sono distinte sul campo di battaglia. Pardon, di degustazione.

Bowmore 21 yo (Valinch & Mallet, 47,4%)
Immaginate la Nike di Samotracia, i veli lievissimi che la ricoprono. L’idea che uno scalpello abbia tratto dal marmo qualcosa di così leggiadro è più o meno altrettanto incredibile dell’effetto di questo whisky, sgorgato con cortesia da quello scoglio burbero che è Islay.
È una delle 24 bottiglie speciali che Fabio Ermoli e Davide Romano hanno dedicato al terzo anniversario della loro V&M, quindi ha i crismi sia della rarità sia della celebrazione. E l’eleganza è proprio quella di una serata di gala, con un naso delicato che gioca fra sorbetto di mela Granny e fiori bianchi, ardesia bagnata dal mare e suggestioni che un momento sembrano zucchero a velo e il momento dopo confetto. Per solutori più che abili: occorre tempo per entrarci. Il fumo c’è, profumato e in sbuffi soffusi, e insieme alla frutta gialla fa da partitura alla freschezza della musica. Che è melodia, mai fuga né sarabanda. La dolcezza prosegue, la frutta è sempre fresca (pesca bianca, uva). È vestita di verde menta e acqua di rose, questa 21enne composta e agreste, che più passa il tempo e più corre via fra prati e torbiere. Così, accanto ai toni erbacei (forse basilico, forse verbena?) che nel finale si fanno liquiriziosi, eccola mostrare la maturità: un legno dolce e solo vagamente pepato e una cerosità da candela spenta. La grazia non difetta, la piacevolezza neppure, il finale lungo e soddisfacente chiude il cerchio. La 21enne è da sposare, dunque? Beh, sicuramente da frequentare, indubbiamente da lunga relazione. Ma non è di quelle che ti travolgono per l’intensità di uno sguardo. E un po’ di grinta è bello trovarla anche nella più romantica delle figliuole.
87/100

Haddock 12 yo ‘Peated’ (2018, Wilson & Morgan, 56,8%)
Le vacanze in Scozia possono fare danni nella psiche di un uomo. Tipo lasciare impressi i nomi inglesi dei pesci che si trovano sui menu dei pub. Inevitabile dunque che appena uno intravvede il nome di questo whisky, magari non pensa all’eglefino – il suo nome italiano -, ma di sicuro si aspetta qualcosa di salmastro, torbato e ittico. Perfetto, sarebbe come aspettarsi una salsiccia che sa di kiwi. Perché in realtà di marittimo questo whisky dalla distilleria segreta ha solo l’ispirazione: ovvero quel Capitan Haddock che nel fumetto Tintin si trincava Loch Lomond (ehm…) come se fosse succo ACE. Il mistero si infittisce. L’oro antico del bicchiere dice che qui sherry ci cova. E l’ispettore naso conferma i sospetti: caramello bruciato, croccante, noci, prugna secca e mirtillo. Scuro, il capitano. E dannatamente, golosamente sporco. È carico come solo quei maestri di finish di W&M sanno fare. C’è del cioccolato, dell’arrosto, della salsa di soia con una nota acetica. La suggestione umami fa volare la fantasia ai funghi secchi. Eppure dietro la cucina c’è un bel pergolato di glicine e rose, con le note floreali che portano con sé del miele in un naso caleidoscopico. Tanti indizi, ma ancora l’identikit non si avvicina. Non resta che passare alla bocca, che ha il suo bel masticare questo saporitissimo malto. Lo sherry qui allappa e troneggia tronfio. È un gotico flamboyant, con gargoyles di cioccolato fondente amaro e caffè e guglie di caramello salato. Scenografico e oleoso, con una torba che spunta sottoforma di catrame, una liquirizia evidente e un lato balsamico (era l’unica cosa che mancava in questo trionfo di stimoli). Il finale lungo come certe spiagge del Waddenzee tira le fila, chiudendosi nel vinoso e nel cioccolatoso. Grande Giove, direbbe Doc di “Ritorno al Futuro”. Non per palati fragili né per i cultori dei sapori puri. È la pizza capricciosa del whisky, per ghiottoni puri. Eccessivo in tutto, eppure così appagante, come se forze centripete ciclopiche tirassero ognuna in una direzione opposta e in mezzo stessimo noi, bulimici del gusto che in questo trionfo anarchico ci sguazziamo, ma che ammettiamo di aver bisogno di un alimentarista.
88/100

Caol Ila 10 yo (2018, A&G Selection, 59,8%)
Esiste un libro per bambini dal titolo “Sembra questo, sembra quello”. I nongiovani degli anni Ottanta lo ricorderanno. Era un libretto per insegnare che l’apparenza inganna. Fra i vari disegni, c’erano il signor Ivo e il signor Tono. Il primo – occhio azzurro, baffo biondo e cravatta – dietro teneva un bastone tipo l’asso di briscola. Il secondo – che sembrava il brigante Giuliano ma vestito da ultrà del Milan – dietro teneva una rosa. Tutto sto preambolo perché questo Caol Ila è come il signor Tono, “che par cattivo invece è buono”. Sì, perché uno legge la gradazione, pensa a un malto di 10 anni di Islay e si immagina il bastone sui denti. E invece no, ecco arrivare un pasticcino. Perché la torba è civile come un cittadino svizzero e si mette diligente in coda. Precedenza a melone bianco, macaron alla banana e note erbacee (sedano!). È marino come la brezza, ma glassa e vaniglia riportano il naso nel campo della dolcezza. Dove anche il palato si trova a suo agio, perché dietro una cenere di falò ora più evidente si spalanca il malto. Biscotto, noce moscata, ancora vaniglia. Il cereale batte perfino i quasi 60 gradi, che sono integrati alla perfezione. C’è una sfericità completa in questo whisky, dove sale, pepe e fumo cesellano la superficie, ma non intaccano il nucleo, dove il malto – erbaceo e dolcissimo – sembra indifferente e superiore a tutto. Insomma, qui il signor Ivo la rosa in mano non ce l’ha, ma nemmeno il bastone. Piuttosto è come se dietro la schiena nascondesse una bacchetta magica, in grado di trasformare un whisky potenzialmente nerboruto in un bonbon ad alta intensità. Una carezza in un pugno.
87/100

“SCALA 40”
Diceva un signore con grossi baffi e un certo numero di problemi psichiatrici che un uomo è maturo quando ritrova la serietà che da bambino metteva nei giochi. Ecco, qui la serietà è a tempo e il tempo è scaduto. Dunque l’arrivederci al prossimo MWF lo diamo con un whisky che non esiste. O meglio, è esistito per poco, il tempo di svuotare il secchio e di dividerlo fra chi ci sfuma il rognone e chi – ogni riferimento a chi scrive è casuale – se lo è portato a casa per vivisezionarlo. Nel bicchiere infatti c’è un dram degli “svuotini” del tranquillo giovedì da beoni che alcuni fortunati giudici hanno passato prima del Festival, con l’intento di assegnare le medaglie. Quello che è accaduto durante quel conclave è più segreto del Fight Club e non uscirà da questa tastiera. Vi basti sapere che questo blended è un Frankenstein di 40 whisky e ringraziamo Iddio che dentro non ci siano finite fette di salame o mezze pinte di birra… Al naso è bello intenso, la torba è potente. La statistica dice che, su 40, 21 erano torbati, ma l’olfatto suggerirebbe molti di più. C’è parecchia arancia, albicocca secca e una sapidità costiera accentuata. Inevitabilmente è scentrato, fuori fuoco. Il mento dolce di miele, il sopracciglio di braci spente, il labbro carnoso dello sherry “meaty”, sopracciglia di frutta secca. È un Arcimboldo di whisky, non è che si riesca proprio a guardarlo in faccia. In bocca invece trova una sua inspiegabile quadratura del cerchio: l’attacco è di liquirizia pura, bel mix fra torba e sherry. C’è del sale, come di carne essiccata, e una dolcezza di marmellata alle arance e miele. Le spezie pizzicano in fondo, più pepe nero che zenzero, e il finale è caramello bruciato e parecchio salato.
Queste sono Botti da Orbi e quindi noi non vediamo abbastanza lontano per scorgere singole distillerie nella baraonda. Però una su tutte sembra aver dato un’impronta e questa è una distilleria isolana. Di più, non si può. What happened in giuria stays in giuria.
senza voto

Feis Ile 2018 Tasting #2 – Whisky Club Italia

Dopo le prime quattro chicche del Feis Ile 2018, completiamo il tour isolano con altri tre imbottigliamenti e le nostre stringate emozioni/impressioni. Con l’occasione ringraziamo ancora WhiskyClub Italia per aver dato la possibilità di assaggiare gli imbottigliamenti del Festival a tanti appassionati, la cui sola colpa è stata quella di non aver avuto per tempo la geniale intuizione di farsi una settimana di delirio whiskyco (?!) su Islay.

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Bowmore 15 yo Feis Ile (2018, OB, 52,5%)

Un po’ carico, il legno è molto presente e la prima sensazione è di una dolcezza bruciacchiata un po’ ‘troppa’, di mastice: e però si alza (e cresce di brutto) quella nota tropicale, di maracuja salata, che ci fa esplodere. Liquirizia dolce. Tostato, brioche dolce. Con acqua esce il floreale (si dice lavanda, buganville) Al palato l’esplosione tropicale è devastante, poi toffee e caramello. Un po’ di cicciolato bianco. Ricchissimo ma semplice. Piacevolissimo, l’acqua alleggerisce il naso e smarmella di toffee il palato. Il finale si chiude curiosamente su una combo di aringa affumicata e aghi di pino.
Mah. 86/100

Kilchoman 11 yo Feis Ile (2018, OB, 55,5%)

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Naso di pera (in ogni sua forma) e ostriche e scarpe di gomma. Lime, limone, limonata zuccherata. Sulle prime un po’ strano, si normalizza man mano che passano i minuti, lasciando svenire le suggestioni mentolate. Al palato è coerentissimo, con in più una vaniglia spiccata. Sarà che è il sesto, ma il fumo è molto leggero, in disparte. Buono, ‘banale’ ma di una banalità straordinaria. 87/100
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Bunnahabhain 2007 Feis Ile (2018, OB, 59,5%)

Il naso è unico. Note di paprika, worchester, tabasco chipotle e bbq sauce. Paprika affumicata. Grasso di porco. Liquirizia. Il palato mostra l’alcol, resta molto dolce e ricco di fumo intenso. Pieno, molto avvolgente, mentre al finale (breve) restano molto bbq e fumo. 86/100, ottimo ma monotono. Ma che naso…

Sottofondo musicale consigliato: Ulver – Southern Gothic

Bowmore 12 yo (2017, OB, 40%)

Un tempo il Bowmore 12 anni era una bottiglia iconica, oggi lo è decisamente meno – ma di certo resta un punto di riferimento fondamentale, l’imbottigliamento, tra quelli con età dichiarata, di ingresso nell’offerta commerciale della prima distilleria ad avere avuto la licenza su Islay nel 1779. Oggi lo assaggiamo, finalmente, dispiaciuti di non poter dire che è non colorato e non filtrato a freddo, ma tant’è.

N: stereotypical Bowmore, nel senso migliore: il sale e il mare da un lato, la frutta tropicale dall’altro (maracuja e lime… profumosissimo!). E potremmo chiuderla qui. Ma lo sapete che siamo gente verbosa, quindi: mela gialla, del caramello salato. Ci sono note ‘sudate’, proprio di sudore, poi c’è una torba abbastanza fumosa, delicata come da stile di casa ma senza sembrare marginale. Una lieve nota balsamica, mentolata (forse salvia?, in ogni caso è un sentore che ci fa venire in mente quelle caramelle balsamiche alla frutta…), a completare un profilo piacevolissimo.

P: il corpo è molto esile, l’effetto è di un succo, incredibilmente beverino, ma anche un po’ ‘facilone’. Sostanzialmente privo di evoluzione, ripropone la dicotomia tra tropicalità acuta (di nuovo, maracuja) e marinità, con un costante tappeto, appena prima del limite del dolciastro, di caramello. Ci sono note di bevanda gassata, diremmo di chinotto, o forse di cedrata. Resta sempre in bilico, corre sempre il rischio di sembrare un po’ ‘finto’, costruito, troppo legnoso, e invece per fortuna si ferma ad un passo dal baratro.

F: non lunghissimo, piacevole, con fumo di torba piuttosto marcato e caramello (leggermente salato).

Normalmente, da bravi borghesotti, non accenniamo ai prezzi (che volgavità pavlave di danavo!), ma in questo caso dobbiamo avvertire che in commercio si trova attorno alle 35/40€, talvolta anche a meno: nel suo campionato, dunque, è senz’altro un top player. In assoluto forse no, ma merita una menzione – e un punticino in più – perché si lascia bere davvero volentieri, nonostante la relativa semplicità – e diciamo relativa perché Bowmore è tra i malti più complessi dell’isola, con la sua torba gentile, il suo mare, la sua frutta esuberante e tropicale. Tutte queste cose ci sono, e quindi 85/100.

Sottofondo musicale consigliato: Son Little – O Me O My.

Monkey Whisky Night #6 (24.02.18) – Cadenhead’s

Con solo un mese di ritardo veniamo a rendere conto del sesto ritrovo del Monkey Whisky Club, ovvero l’incontrollabile creatura di un manipolo di appassionati di whisky e di semplici erotomani che organizzano degustazioni tematiche in una non meglio precisata abitazione milanese (sssh, location segretissima!!! Ma va’, scherziamo, per partecipare basta iscriversi al loro gruppo Facebook e giurare fedeltà alla Scimmia).
Questa volta il fil rouge della serata è stato l’imbottigliatore indipendente scozzese Cadenhead’s, che nel 2017 ha festeggiato i 175 anni di storia e ha fatto uscire una caterva di imbottigliamenti che a occhio e croce un assaggino lo meritano. I 5 whisky che abbiamo bevuto noi, a ogni buon conto, sono stati imbottigliati in annate precedenti nella serie ‘Small Batch’, quella con le bottiglie basse e schiacciate in stile vintage, per intenderci. Il clima era come al solito gioviale, tra il serio e il faceto senza disdegnare l’improbabile, l’assurdo, il grottesco e lo sconveniente; ciononostante siamo riusciti a prendere qualche nota di degustazione finché la rodata formula dell’auto mescita con refill libero per i 15 presenti non ha definitivamente tappato la vena descrittivista che ci contraddistingue. Ma andiamo di parterre!

light-creamy-vanilla-17-year-old-cadenhead-creationswhiskyCreations ‘Light creamy vanilla’ 17 yo (2014, batch #1, 46%): questo blended assemblato con whisky di Auchroisk, Clynelish, Ardmore e della defunta Caperdonich è piacione e facilone come l’Heineken su Tinder (qualsiasi cosa significasse, l’abbiamo scritto e fedelmente lo riportiamo). Vaniglia, torta paradiso e scorza di limone, con un discreto supporto sul lato terroso e oleoso delle distillerie Clynelish e Ardmore. È tanto saporito e un 85/100 ci sta tutto.

Dailuaine 11 yo (2016, 46%): frutta cotta, soprattutto pere. Le note di botte sherry in cui AA-Cadenhead2ha riposato per più di un decennio non sono così evidenti, e anzi si trovano sentori di whisky giovane (lieviti e canditi). Al palato è speziato e frizzantino. Sicuramente particolare ma si ferma a 84/100.

bowmore-13-year-old-2001-small-batch-wm-cadenhead-whiskyBowmore 13 yo (2014, 46%): qui si comincia a fare sul serio, con un Bowmore tipicamente marino e tropicale. Caucciù. Si presenta gentile ma non privo di una certa complessità. Il palato è molto spinto sulla dolcezza, con pacchi di liquirizia salata. Gradevole fino a 87/100.

Tobermory 21 yo (2016, 52,5%): i due bourbon hogsheads usati tobermory-21-year-old-1995-cadenheads-small-batchrestituiscono un whisky grasso, oleoso e tagliente. È un impasto compatto di noce di pecan, vaniglia, sale e cera. Al palato arriva un’ondata pazzesca di sapidità, assieme a frutta gialla e marzapane. Si percepisce una leggera torba e sul finale ci si ritrova il sale sulle labbra: semplicemente splendido. 90/100.

La serata si è poi conclusa in bellezza con un maestoso Bruichladdich 24 yo del 2016, di cui però non sopravvivono ricordi nitidi, al di là di una spiccata tropicalità, perché la convivialità e il consumo irresponsabile di alcol hanno decisamente preso il sopravvento. Sicuramente da riprovare in altri contesti, anche perché ci sembrava molto complesso.
Per concludere non possiamo che ribadire il nostro divertito assenso per il tipo di serata che il club della Scimmia del Whisky ha ancora una volta imbastito con molta naturalezza: un po’ degustazione domestica con qualche nozione a suggestionare i presenti, un po’ alcolismo smodato a suggestionare tutti. Avanti!

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shooting di fine serata by Laura Licari: all’insegna della sobrietà

Bowmore 25yo (1991/2017, Antique Lions of Spirits, 48,7%)

Antique Lions of Spirits, ormai lo sapete, è un marchio dietro cui si celano tre prestigiosi player del mondo del whisky: Max Righi, Diego Sandrin, Jens Drewitz. Nel corso delle settimane passate abbiamo già assaggiato qualche espressione delle loro ultime, bellissime serie, e siamo invariabilmente rimasti soddisfatti. Oggi però vogliamo coglierli in castagna, fargli fare una bella figuraccia, e allora puntiamo su un single cask di Bowmore di 25 anni: almeno questo sarà cattivo, no? Ci ha affiancato nella degustazione Angelo Corbetta, quindi ci sentiamo di condividere con lui l’onere dell’interpretazione.

N: un odore di mare intensissimo, riesce ad essere sia avvolgente e cremoso, burroso, che oleoso, grasso e minerale. Brioche al burro. Grande sapidità, marinità al top. Note balsamiche, per non dire decisamente mentolate; aghi di pino? Ancora note di fiori secchi. Note di gomma (Angelo ci fa tornare in mente la boule dell’acqua calda di gomma che avevamo da bambini…); anche di etere, quello da dentista (ok, Angelo adesso ha bevuto troppo). Forse una lievissima spezia, diremmo cannella? La frutta se ne sta molto in disparte, ci viene in mente giusto l’albicocca disidratata. Eccellente, complessissimo. (Ndr: dopo averlo bevuto, la frutta esplode anche qui…).

P: mamma mia, pazzesco. Incredibilmente complesso. Si apre sul dolce, poi si sviluppa una nota piccantina (pepe bianco) e mentolata – e va a chiudersi poi sulla torba, su un fumo acre non invadente ma inaspettato. Andiamo con ordine: frutta cotta (tanta mela, ma non solo cotta in effetti), note di pasticceria alla frutta, tra la tarte tatin e una crostata di mele; potremmo poi tacere di una splendida nota tropicale, che definiremmo Guava (o guyaba, chiamatelo come vi pare). Floreale, perfino.

F: molto lungo, persistente come un mal di testa alla domenica mattina; marino e torboso, fumoso, come non te lo aspetteresti: resistono note tropicali e briosciose.

Molto molto convincente il naso, con una grande complessità e una costante evoluzione; lungo il finale e per certi versi sorprendente. È altresì vero che il palato resta, a confronto, relativamente più ‘normale’, più piatto – e per dimostrarvi che proprio non ci è piaciuto, gli assegnamo un pessimo 92/100. Riprovateci la prossima volta, magari vi riesce meglio.

Sottofondo musicale consigliato: Chrysta Bell – Heaven.

Bowmore 15 yo (2002/2017, Valinch&Mallet per Mulligan’s Pub Milano, 53%)

Giuseppe dietro al suo bancone

Lunedì siamo stati al Mulligan’s per festeggiare i primi 50 anni di presenza della famiglia Bertoni in via Govone a Milano. Noi naturalmente non potevamo mancare, sia per il piacere di guardare le bottiglie esposte nelle vetrinette (un piacere in fondo masochistico, lo sappiamo), sia per assaggiare i tre imbottigliamenti celebrativi. Giuseppe Bertoni, storico proprietario del pub, si è affidato alle disponibilità degli amici Fabio e Davide di Valinch & Mallet: oggi pubblichiamo la recensione del whisky che più ci è piaciuto del trio, ovvero un Bowmore di 15 anni in bourbon – e noi ricordiamo bene come l’accoppiata V&M e Bowmore possa dare frutti spettacolari…

N: un Bowmore elegantissimo, con una torba profonda, da ‘stireria’: note di amido, intense. Il fumo c’è, è acre ma molto rarefatto, sottile, raffinato, perfino con sfumature di canfora. C’è poi una nota fruttata molto intensa e piacevole, al limite del tropicale, con pesche e mango. Impasto del pane, ma anche – a dirla tutta – qualcosa di più ‘dolce’, vanigliato: pastafrolla. Mandorle.

P: il corpo è molto ‘beverino’, certo non ti esplode sul palato. E però c’è una piccola deflagrazione di cenere, di pepe, molto più intensa di quanto il naso lasciasse presagire: con il tempo questo lato torboso si manifesta anche con una nota di cera deliziosa. Poi ancora frutta tropicale, limone, papaya e pesca bianca verso il finale.

F: lungo, elegante, tutto sulla cenere e su un mero ricordo di dolcezza fruttata (mela e pera).

L’avevamo anticipato: dei tre imbottigliamenti di Beppe, questo è il nostro preferito. Elegante, raffinato, giocato su delicati contrasti di mondi opposti: ci ha stupito il corpo molto beverino, ma non lo consideriamo un difetto – solo un pretesto per versarne un altro bicchiere, e poi un altro, e poi un altro ancora… 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: Morrisey – Spent the day in bed.

Bowmore ‘Feis Ile 2014’ (2014, OB, 56,1%)

Che senso ha assaggiare dopo tre anni un imbottigliamento celebrativo di un evento? Non sapremmo, ma in fondo questa è casa nostra, beviamo un po’ quel che ci pare, no? Ieri sera avevamo voglia di un Bowmore, e nel nostro cabinet abbiamo trovato proprio un sample di questo imbottigliamento fatto per il Feis Ile del 2014, imbottigliato a grado pieno dopo anni imprecisati (è un NAS) in barili ex-bourbon. Ce n’erano due, di imbottigliamenti celebrativi, noi abbiamo questo, non lamentatevi.

IMG_8668_1N: cominciamo dai tratti più tipici di Bowmore che riusciamo a identificare: c’è un’ottima marinità, sostanziata da note di sale e di alghe; poi si sente l’invecchiamento, le botti ex-bourbon danno un apporto di vaniglia, crema pasticcera, impasto per torte. C’è però una nuova dimensione, strana, che ci ricorda la cera d’api, il sesamo (o l’olio di sesamo?) e una verdura che diremmo ‘asparago’; e in realtà si tratta di cereale, del chicco d’orzo, ancora vivace nel bicchiere. Ci può stare anche una nota frizzantina di zenzero e di scorza di limone… Ah, ma ci dimenticavamo della torba, che c’è, eccome!, anche un pizzico sopra alla media dello stile-Bowmore: ma si tratta di un whisky giovane, d’alto canto…

P: l’attacco è abbastanza salato e marino, rivelando una certa decisa intensità, grazie anche al grado pieno; poi esplode letteralmente il barile, tra note di vaniglia, creme caramel, cocco, frutta gialla molto intensa e matura… La torba resta in disparte, tornando solo alla fine, verso…

F: …il finale, questo sì abbastanza torbato e fumoso; torna poi la vaniglia, che dura molto a lungo.

82/100 – aiutato dal grado pieno che supporta la buona intensità, per il resto senza infamia e senza lode. Un giovane Bowmore moderno, pulito, con un naso che svela note cerealose composite ed interessanti, anche se forse non saremmo disposti ad uccidere per portare a casa una delle 1000 bottiglie.

Sottofondo musicale consigliato: Miley Cyrus – Malibu. Era meglio quando dondolava nuda su una palla di cemento, adesso accarezza un cane, come tutti.

Bowmore 12 yo (anni ’90, OB, 43%)

Anni ’90, etichetta stampata su vetro: la bottiglia di questo Bowmore è bellissima, certo, ma abbiamo imparato ad essere diffidenti con questa fase di produzione della distilleria. Problemi nel processo di distillazione nei gloriosi anni Ottanta, probabilmente, novità mal digerite dall’alambicco? Chissà, di certo c’è che i Bowmore imbottigliati nel decennio successivo sono spesso armi a doppio taglio… Vediamo come si comportava il dodicenne entry-level.

bowmore-12-year-old-screen-printed-label-with-tube-and-miniature-3920-pN: delicato, quasi timido… L’aspetto immediatamente più evidente pare la marinità, con una bella brezza marina marcata, certo, ma non travolgente. La torba, già delicata in casa Bowmore, è per questo imbottigliamento particolarmente smorzata: un filo di fumo e un poco di smog, nulla più. Affiorano poi fiori freschi, un po’ di vaniglia e – toh! – la buccia di una mela gialla.

P: ha un corpo solido, anche se certo non molto imponente; come al naso si conferma salato, marino, e contemporaneamente d’una dolcezza zuccherosa forse un po’ indistinta… Le migliori metafore che ci sovvengono sono nuovamente di fiori recisi, di caramelle zuccherine, di violetta, perfino di caramelle Rossana! E la torba? Risulta annacquata, incarnata solo da un’accennata mineralità. Rileggendo la recensione che fa Serge, ci pare colpevole non aver segnalato l’ovvia nota di liquirizia salata.

F: l’avevamo data per morta troppo presto: guarda un po’ chi ti ritorna, quel filo di fumo di torba. Labbra salate.

Se non fosse un Bowmore, se fosse una bevanda qualsiasi diremmo “ah però, che buono” – ma pur non avendo veri difetti, non ha nulla di quel che ha reso Bowmore grande. La marinità è timida, la frutta è accennata, insomma… 78/100, non di più, non di meno.

Sottofondo musicale consigliato: Jose Gonzalez – Far Away.