Diageo Special Release 2017 (MWF tasting – 15.5.18)

Ieri sera grazie a Diageo Italia e al Milano Whisky Festival c’è stata una delle degustazioni più attese dell’anno: cinque Special Release del 2017 sono state aperte per la gioia di una quarantina di appassionati e professionisti – nel pubblico c’erano tanti giocatori del whisky game italiano, ed è stato molto piacevole salutare tanti amici. Il parterre prevedeva il Collectivum XXVIII, il Blair Athol 23, il Lagavulin 12, il The Cally 40 (SR del 2015, da noi già recensito qui) e… il Brora 34! Ogni volta che ne assaggiamo uno, ci diciamo che probabilmente è l’ultimo Brora che berremo nella nostra vita… e dunque abbiamo deciso di rimandare l’esperienza: abbiamo fatto un sorso infinitesimale, ci siamo presi un sample e nei prossimi giorni ce lo beviamo con calma. Partiamo con le solite tre ‘sentenze’, mini-recensioni prese sul momento.

Collectivum XXVIII (2017, OB, 57,3%)
Un Blendend Malt senza età dichiarata, frutto dell’unione di tutte le distillerie di malto di Diageo: “Diageo in un bicchiere”, diceva il grande Franco Gasparri. Note di frutta gialla, morbido, mite; bel naso aperto nonostante l’alta gradazione, al palato un po’ troppo ‘frizzantino’ (pepe e zenzero), un po’ troppo presente l’alcol. Oleoso comunque; cremoso (zabaione). L’acqua giova ma non troppo, rendendo meno espressivo il naso e aprendo invece il palato. Una cassetta di mele gialle, vere protagoniste. 85/100

Blair Athol 23 yo (1993/2017, OB, 58,4%)
Solo maturazione in barili ex-sherry. Una bella mela rossa, qualcosa di floreale al naso (con acqua si fa più dolce, con note di torta di mele, di miele); al palato appare alcolico e un po’ debole rispetto alle attese, con sentori chiari di aceto di mela. Con acqua si fa decisamente più fruttato (ancora mela rossa), poi castagna e caramelle Rossana. Una venatura mentolata al palato. L’acqua è fondamentale. 86/100

Lagavulin 12 yo (2017, OB, 56,5%)
La sedicesima release del Lagavulin 12. Da subito, è lui: molto costiero e marino, poi frutta bianca; aria di mare, fumosissimo. Lagavulin sarebbe riconoscibile in mezzo a mille! Anche al palato c’è tanto sale, tanto mare, fumo, una dolcezza leggera (uva e zucchero a velo). Come sempre, Laga mantiene una solidità e una qualità da spavento. 90/100

Sottofondo musicale consigliato: Fantastic Negrito – Plastic Hamburgers, così, a caso.

Brora 1982 (2002, Gordon&MacPhail for Collecting Whisky, 40%)

Ancora fino a qualche anno fa non era infrequente trovare a festival, degustazioni o nei salotti più intelligenti delle bottiglie aperte di Brora, distilleria chiusa oramai 35 anni fa. Mentre il mito di Port Ellen cresceva a dismisura, si vaticinava che presto Brora l’avrebbe seguita nel Pantheon dei malti in via d’estinzione. Bene, quel momento ormai è arrivato: al whisky festival romano di quest’anno è stata ecccezionalmente aperta l’ultima special release di Diageo (Pino ci assicura che era buona “ma non il migliore di sempre”, mannaggia a lui!) e la cosa ha fatto abbastanza scalpore perché almeno in Italia trovare un Brora aperto è divenuta una vera rarità, complici ovviamente quotazioni in moderata crescita alle aste. E tutto questo mentre, ironia della sorte, Diageo ha annunciato i piani per una prossima ventura riapertura della distilleria, che ancora conserva intatti i muri, gli alambicchi e la magica atmosfera. Nel nostro umile armadietto, ancora qualche sample è rimasto di questo nettare di Highlands e ci siamo detti: “e bevitelo un Brora ogni tanto!”, alla moda del Facebook più trito e ritrito. Per farla breve, trattasi di un single cask imbottigliato nel 2002 dai ragazzacci del Milano Whisky Festival sotto l’etichetta di Collecting Whisky, a sua volta sotto l’etichetta del mostro sacro Gordon & MacPhail. Un’ultima cosa: si diceva della penuria di Brora negli ultimi tempi, ma a sorpresa – numero incredibile! Clamoroso! Proprio lui! – saranno proprio gli organizzatori del Milano Whisky Festival ad aprire un Brora, il 15 maggio al Marriott di Milano, durante una degustazione delle special release di Diageo che si preannuncia quantomeno intensa. Costa 50 euro, un pensierino lo faremmo – o meglio l’abbiamo già fatto, e ci saremo.

brog!m1982v1N: oh bella, questo naso non ce lo aspettavamo. Ci folgora da subito un carattere spiccatamente erbaceo, che ci fa venire in mente la foglia di tè: diremmo proprio tè verde, principalmente, e un che di tè nero leggermente tostato, forse perfino con un filo lieve di fumo. In secondo piano, ecco una nota di mare, un po’ sporca, molto evidente (anima iodata, fune di barca); sul versante dei sentori più morbidi, si affaccia ‘solo’ un cereale molto caldo (proprio campo di grano al sole). Aggiungeremmo anche una suggestione di timo. Una purea di mela gialla, a tratti? Forse sì. La gradazione così bassa forse penalizza un po’ lo spettro aromatico?

P: dobbiamo con sgomento rilevare come abbia sicuramente perso un po’, forse la bottiglia da cui abbiamo pescato il sample era rimasta a lungo aperta, non sapremmo – di certo la sensazione è di un whisky un po’ scarico, purtroppo, un po’ sfarinato, di certo molto poco alcolico. Se rimangono vividi i sentori di tè verde e di una qualche marinità, per il resto registriamo solo una stranissima panna cotta e un sentore di caramella alla violetta, con una dolcezza un po’ fasulla.

F: perdura quel che c’era al palato, cioè panna cotta e tè verde. Non proprio il migliore dei mondi possibili.

Peccato, ma questo sample ha sicuramente perso. Inqualificabile, per una volta ci dobbiamo fermare al senza voto. Pubblichiamo ugualmente perché vogliamo menarcela e dirvi che sì, sarà pure stato rovinato ma ci siamo bevuti un Brora! A parte gli scherzi, dobbiamo dire che il naso rimane interessante, anche se non completamente broresco, mentre al palato una gradazione arrivata sicuramente – e abbondantemente – sotto i 40 gradi ha determinato un cambiamento radicale del profilo di questo whisky… Se volete un parere sicuramente più nitido, Serge ci viene eroicamente in soccorso assegnando un 83/100, che è poi più o meno il voto a cui avevamo pensato mettendolo sotto il naso.

Sottofondo musicale consigliato: Lucio BattistiConfusione

Clynelish 12 yo (1971, Ainslie&Heilbron for Edward&Edward, 56.9%)

Vediamo di leggere il titolo di questa recensione, analizziamo cosa ci dice. Clynelish 12 anni, imbottigliato nel 1971… Dunque la distillazione è sicuramente precedente alla fondazione della ‘nuova’ Clynelish, e dunque trattasi di fatto di un whisky che oggi chiameremmo Brora. Ainslie & Hebron è il nome della compagnia che ricostruì Clynelish a fine ‘800, per poi vendere a quella-che-sarà-Diageo dopo la celebre crisi dei Pattinson, negli anni ’20. Tra gli anni ’60 e gli ’80 (secondo whiskybase, anche oltre) sono usciti diversi imbottigliamenti di Clynelish a questo marchio, e si tratta di bottiglie pressoché leggendarie, rare e ormai costosissime. Edward & Edward altri non è che Edoardo Giaccone, il Baffo, proprietario della storica Whiskyteca di Salò – pensate – aperta addirittura nel 1959!, e di Clynelish 12 imbottigliati per lui da A&H ce ne sono diversi. E se fate caso all’ultimo numero vi rendete conto che è a gradazione piena: e sappiamo bene che all’epoca erano in pochi a imbottigliare così. Beh, lo capite pure voi che qua siamo al top – e prima di bere, ringraziamo Giuseppe (il Bevitore Raffinato) per l’impagabile omaggio.

N: molto acuto e tagliente, qualitativamente spaventoso e sorprendente. Innanzitutto, l’apporto della torba è molto cesellato, elegante, trattenuto: la mineralità che ne consegue è delicatissima ma anche per questo deliziosa; non c’è da aspettarsi una cera esuberante (errata corrige: arriva, ma solo dopo un po’, ed è da panico!), piuttosto esplode un lato marino, salmastro, iodato (aria di mare sferzante, quando piove al mare; note di pioggia, di terra bagnata), con sentori di limone – anzi: di semino di limone. Pian piano, con pazienza, emerge un lato delicatamente ‘dolcino’, tra una mousse al cioccolato bianco, della vaniglia, un marshmallow. Elegante e trattenuto. Una spolverata di cardamomo?

P: conferma le premesse olfattive, risultando tagliente, affilato ma delicato: a grado pieno, è sia grasso e oleoso che molto fresco. Esibisce una sapidità e una freschezza limonosa veramente poderose, frizzantine. Ancora salamoia, cera e miele. Il lato più dolce è, come al naso, verbalmente facile: panino al latte, vaniglia, zucchero bianco, un che di cioccolato bianco. Con aggiunta d’acqua, appare ancora più evidente il cereale, l’orzo, spettacolare. Un filo di fumo, forse.

F: lungo, persistente, ancora scisso tra limone, la marinità, ed emerge un filo di fumo. Ostriche, perfino…

Il profilo è quello che idealmente ci piace di più: Clynelish, da questo punto di vista, è una sicurezza. Rispetto ad altre versioni degli stessi anni che abbiamo avuto il privilegio di assaggiare (alcune presenti qui), questo è solo leggeremente torbato, non tanto ceroso, per contro molto salmastro e iodato, con una dolcezza elegante e trattenuta. 92/100, delicato, semplice forse ma di una semplicità unica, introvabile, irripetibile, irrimediabile, irresponsabile.

Sottofondo musicale consigliato: Radiohead – Daysleeping.

Roma Whisky Festival: due chiacchiere con Pino Perrone

Quest’anno gli eventi ci hanno costretto a restare lontani da Roma proprio nel weekend del Whisky Festival: da bravi letterati conosciamo Emma Bovary e le storture che giungono quando sovrapponi la vita letta a quella vissuta, e dunque non speriamo con questo post di rivivere ex-post la kermesse capitolina. Almeno svolgiamo la nostra funzione di scribacchini, però, e chiediamo un resoconto al suo miglior testimonial: il Professor Pino Perrone. Ne condensiamo la loquela in una sintetica intervista: lo facciamo solo perché non siamo riusciti a registrare la telefonata e siamo costretti a divinare gli enigmatici appunti presi durante la chiacchierata.

Pino, andiamo subito al dunque: com’è andata?

Sulla carta sembrava che gli elementi fossero coalizzati per metterci i bastoni tra le ruote: le elezioni nazionali, innanzitutto, che alla fine si sono rivelate molto partecipate e che hanno da un lato richiamato al paesello natio i fuorisede delle università romane, dall’altro dissuaso molti non romani a venire; gli agenti atmosferici, che hanno portato neve in tutta Europa costringendo diversi ospiti internazionali a rimanere bloccati tra Londra e Edinburgo, e che hanno bloccato trasporti e spedizioni, facendoci rischiare di non ricevere per tempo il nostro imbottigliamento (e anzi, grazie a Diego Malaspina di Whiskyitaly per essersi fatto la trasferta in macchina a riempirsi l’auto di cartoni); il diluvio universale del sabato pomeriggio; la coincidenza di Napoli-Roma e Lazio-Juventus, lo stesso sabato… E insomma, posto che le avversità non sono state poche, è stato un vero successo, e lo dice un numero su tutti: siamo arrivati a 4300 presenze, crescendo del 15% rispetto alla scorsa edizione! Le aziende presenti sono rimaste molto soddisfatte dalla reazione del pubblico, non possiamo che esserlo anche noi.

Quali sono stati i punti di forza di questo Festival, e poi: come mai siete passati alla nuova denominazione, da Spirit of Scotland a RWF?

Rispondo innanzitutto da quest’ultima questione: i whiskey irlandesi e americani sono sempre più protagonisti della rinascita del nostro distillato, soprattutto dietro ai banchi dei cocktail bar, e dunque sarebbe stato francamente riduttivo e un poco stridente restare imbrigliati nel nome SOS. Pur mantenendo la dicitura Roma Whisky Festival by Spirit of Scotland, abbiamo voluto slegarci dal riferimento alla Scozia, e al contempo darci un respiro più internazionale, più prestigioso, più autorevole. E dunque, senz’altro i whisky esteri sono stati grandi protagonisti: americani e irlandesi, come dicevamo, ma anche gli ormai celebri giapponesi… A tal proposito, la masterclass su Ichiro (di livello altissimo!) ha ricevuto meno adesioni di quella sul range base di Nikka: questa è la dimostrazione di un grande interesse, ma testimonia anche come a Roma ci sia ancora una fascinazione non strettamente legata alla qualità assoluta del prodotto, fatto che ci fa capire che il percorso intrapreso è quello giusto e che ci sono ancora tante prospettive di crescita, anche culturale. D’altro canto, il collector’s corner gestito da un raggiante Gaddoni ha riscosso un grande successo, quindi vuol dire che anche qui il pubblico inizia a richiedere qualità, imbottigliamenti rari, da collezione…

A proposito di Masterclass: ce n’erano di veramente interessanti, una su tutte quella di Diageo in cui è stato aperto addirittura un Brora! Un bilancio su questo aspetto?

Tieni conto che sul ventaglio di masterclass presenti, ben sei erano gratuite! Sono state un po’ ondivaghe, a dir la verità: alcune sono andate sold-out rapidamente, come quella di Diageo per cui ancora rosicate (ma siate sereni: era buono, ma non il migliore Brora di sempre), oppure quella di Glenfarclas, in cui abbiamo aperto un 21 e un 30 anni ‘normali’ affiancati a due Family cask della stessa età. Bene anche Bushmill’s, molto bene Nikka, come dicevo, anche grazie al prestigio di un relatore come Salvatore Mannino. Altre non sono state così popolate, come quella – peraltro molto interessante – sui single malt alla base di Ballantine’s…

Pino con sguardo malizioso sembra dirci che le dimensioni contano (foto da zero.eu)

Il format è migliorabile, secondo te? Alcuni hanno puntato il dito contro la presenza importante della miscelazione…

Questo punto secondo me è proprio sbagliato. La miscelazione di alta qualità è fondamentale in una fiera del genere, innanzitutto perché sono le stesse aziende a chiedercela, dato che costituisce un grimaldello eccezionale per arrivare a nuovi consumatori con più leggerezza. Per noi è importante, anche per svecchiare l’immagine del whisky presso un pubblico meno esperto, e i bar presenti hanno riscosso un successo evidente. In futuro non credo rinunceremo a questo aspetto… Piuttosto, possiamo migliorare il lato del food, e senz’altro l’anno venturo cercheremo di ampliare l’offerta portando più alternative a disposizione del cliente, soprattutto per quel che riguarda lo street food. Servirebbero spazi più ampi, certo, e la location del Salone delle Fontane, pur essendo splendida, comincia ad andare stretto alle nostre esigenze; ma non è detto che qualcosa non possa accadere anche in questo senso – come si suol dire, stay tuned. L’anno venturo puntiamo anche a un ulteriore aumento degli espositori, per cercare di coprire l’intero mondo del whisky, sia scozzese che non.

Prima accennavi all’imbottigliamento del festival, una tua selezione: un Kilchoman di 6 anni e mezzo in bourbon, da te ribattezzato “caos calmo”. Noi te ne abbiamo ordinata una bottiglia, oltretutto firmata dal grande Taneli (per i barbari tra voi che non lo conoscono, ha inciso con gli Impaled Nazarene capolavori come Finland Suomi Perkele): vuoi dirci qualcosa?

Ne ho scritto sul blog del festival, che purtroppo in questo momento è offline per dei problemi tecnici: ad ogni modo, è un imbottigliamento splendido!, mi ha ricordato certi Ardbeg degli anni ’70 per l’oleosità del cereale, evidente, raffinatissimo… Al naso appare vicino ad un 100% Islay per la delicatezza della torba, che invece esplode in tutta la sua forza al palato: il distillato è da orzo maltato a Port Ellen, dunque a 50 ppm, ma l’eleganza della distillazione ne ha molto ammorbidito il fumo. Quanto al nome, volevo rendere l’idea di un ossimoro, facendo proprio riferimento alla compresenza di brutalità ed eleganza, e mi è piaciuto farlo con questo riferimento cinematografico (mi sono cassato alcune idee letterarie che forse sarebbero state fin eccessive)… Forse anche per questo copywriting un po’ casuale il Kilchoman ha avuto grande successo, ne abbiamo venduto molto e tutti venivano a chiedere “che ce l’avete un Caos Calmo?”

Senti, abbiamo notato che rispetto al passato hai provato a introdurre Cognac e Armagnac anche a un pubblico di integralisti del malto come quello dei whiskofili: com’è andata?

Questa era una sfida cui tenevo molto, non so dire ancora se possiamo considerarla vinta ma di certo è un tasto su cui andremo avanti a spingere. Non bisogna dimenticare che prima della strage di vitigni portata dall’epidemia di Fillossera nella seconda metà dell’Ottocento il Cognac era il vero re dei distillati… Abbiamo voluto provare a proporli anche al pubblico degli appassionati di whisky, cercando di superare la tradizionale rivalità che contrappone i due mondi: erano presenti 20 brand tra Cognac e Armagnac divisi su 9 stand, in una sala dedicata ma per nulla isolata, dato che costituiva una tappa obbligatoria per chi partecipava alle masterclass… Alcune tra le cose più interessanti che ho assaggiato erano proprio in questa sala: in particolare c’era un Armagnac del Domaine Laguille veramente splendido. Consiglio a tutti di dare una chance a questo distillato, stupirà anche i più tenaci difensori dell’acquavite di cereale!

Hai menzionato un’imbottigliamento che ti è piaciuto, a questo punto in chiusura devi dirci quali sono stati gli highlights, quali gli assaggi che ti hanno convinto di più.

Allora, d’obbligo il riferimento a questo Armagnac del 1992 di Laguille, spettacolare; ottimo anche un Cognac ‘through the grapevine’ di Francois Voyer, cask #88, molto complesso, così come piacevolissimo era il Vaudon VSOP. Lo Yellow Spot mi ha sorpreso tra gli irlandesi, molto equilibrato, e tra gli americani invece una menzione va senz’altro a Ocean di Jefferson’s, un progetto folle, con le botti che maturano per alcuni anni (!) su una barca, in giro per il mondo… Stando sugli scotch, buonissimo il blend di Diageo, il Collectivum XXVII, e ovviamente di alta qualità il Lagavulin 12 del 2017. Nello Speyside, invece, oltre al Glenfarclas del 1986 (Family Cask #2447), ho apprezzato il single cask di Glenlivet ‘Meiklour’. Insomma, dai, non sono riuscito ad assaggiare tutto ma qualche cosina interessante ve l’ho tirata fuori…

Clynelish 18 yo (1997/2015, Wilson & Morgan, 53,3%)

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ciao!, sono Béla Bartok e ti guardo dritto negli occhi

L’anno scorso un imbottigliamento italiano si è preso la medaglia d’argento al premio Best Whisky del Milano Whisky Festival e, qualche mese dopo, pure quella di bronzo ai Malt Maniacs Awards: noi, si sa, ci muoviamo con la rapidità di un bradipo, la reattività di un ippopotamo azzoppato e la tempestività di un pullman dell’ATAC, e arriviamo solo oggi a metterci sopra naso e fauci. Meglio tardi che mai, dice qualcuno, meglio prima che poi, dice quell’altro: in questo tripudio qualunquista ci piace ricordare come il suddetto imbottigliamento altro non sia che un Clynelish diciottenne, selezionato dal trevigiano Wilson & Morgan. La peculiarità è che si tratta di un wine-finish in Tokaji, vino dolce dolcissimo che giunge dalle terre di Béla Bartok – e la speranza è che il risultato sia degno di un quartetto per archi dello stesso. Sì, ce la meniamo di brutto.

retrive_image-phpN: per nulla alcolico. Abbiamo qui anzitutto un cocco grattuggiato a livelli davvero importanti. Ricorda felicemente i cesti natalizi di frutta secca, ma anche la pasticceria marocchina, ricca di miele. Arancia molto matura, albicocche disidratate e cioccolato al latte, noce di pecan. La dolcezza è imponente e ricorda quella dei bourbon ma abbiamo comunque la complessità di uno Scotch. Certo l’anima di Clynelish è qui trasfigurata, con poca o nessuna mineralità, ma questa nuova creatura non è niente male. Noce moscata.

P: ripartiamo da un cocco devastante, sia secco che in pasticceria, e dall’arancia matura. Inoltre, sempre in grande coerenza col naso, tornano la noce di pecan e le albicocche disidratate e in confettura. La dolcezza liquorosa del Tokaji è devastante. Poi però arriva quello che non ti aspetti: da tutto questo concerto di leccornie emerge una nota torbata, ostinatamente minerale, che riconosciamo come una strenua testimonianza dell’anima del distillato. E forse è proprio questo guizzo a riequilibrare il tutto, a rendere sostenibile un dram comunque molto particolare.

F: arancia matura e albicocca, marmellata di fragole. Una dolcezza ancora ‘bourbonosa’ ma di nuovo smussata da una suggestione torbata. Molto particolare.

Pur essendo estremo non ha veri difetti, anzi: l’esperimento è senz’altro al limite, e se non avessimo saputo che di Clynelish si tratta mai avremmo saputo indovinarlo – e però l’esperimento è pienamente riuscito, se è vero che ce lo siamo bevuti con grande, grande soddisfazione. Non è forse un daily dram, ma ha note intense ed uniche la cui condanna proprio non sapremmo formulare: 89/100 è il verdetto per un whisky eccellente.

Sottofondo musicale consigliato: Béla Bartok – String Quartet n.5.

Brora 35 yo (2013, OB, 49,9%)

Bene, bene, bene. Oggi facciamo un altro piccolo passo verso la realizzazione del nostro obiettivo principale nella vita: assaggiare tutte le edizioni ufficiali di Brora della serie partita nel 2002. Purtroppo per adesso ne abbiamo recensite solo cinque e in effetti le prime uscite hanno ormai raggiunto valutazioni folli, sopra i mille euro; inoltre ai festival i Brora sono oramai una rarità assoluta, ma noi non disperiamo. Che inguaribili romantici. Intanto, grazie alla degustazione Diageo del Milano Whisky Festival 2014 tenuta dal magnifico Franco Gasparri, siamo riusciti ad accaparrarci questa versione del 2013. Tiè!

Brora_35yo_2013_High-ResN: tra i vari Brora ufficiali assaggiati (non abbastanza) questo ci sembra particolarmente broresco: ci sono, pazzescamente intense, le tipiche note di pastello a cera, di roccia bagnata, di emmenthal; la torba è molto evidente, a tratti molto fumosa e riempie il naso. Affascinanti sono poi le note di chiesa, di umido e fantastici certi affondi nel marino; dalla specola della ‘dolcezza’, invece, nel mix sembrano prevalere gli spunti ex bourbon: confetti, zucchero a velo, pasta di mandorla; perfino una vaniglia quasi cremosa. E ancora, tabacco da sigaro, arancia, mandarino e pepe nero.

P: alcol inesistente. L’impressione avuta al naso di un Brora per così dire ‘inorganico’ e austero è del tutto confermata: è infatti molto marino e generoso, di una torba spessa, cinerea e minerale; troviamo poi nuovamente possenti note di cera, con anche fieno umido, senza però virare nella ‘stalla’ (traduzione italiana per ‘farmy notes’). Liquore all’arancia. E ancora sale e pepe. Poi marmellata d’arancia e d’albicocca. Sciroppo di zucchero. La dolcezza è compattissima ed esplosiva, anche se quasi subalterna rispetto a un lato austero semplicemente straordinario.

F: cera infinita, cenere, ancora aria di mare e alghe riarse. Goduria.

La nostra impressione è che la versione 2013 sia per la sua austerità e super marinità la più tagliente tra quelle assaggiate. Non si può parlare di un whisky rotondo, ma ugualmente questo dram dimostra un’eleganza che nemmeno Jocelyn Angloma in certe sue discese sulla fascia… Il giubilo tra i blogger che più seguiamo è unanime, da whiskynotes a Drinkhacker, e noi ci uniamo alla festa: 94/100.

Sottofondo musicale consigliato: una terrificante cover bossanova da night club di Lady GagaBad Romance

Clynelish 17 yo (1996/2014, Adelphi, cask #6417, 57,1%)

Pasqua si avvicina; ma soprattutto si avvicina la grigliata di pasquetta, che in tutta onestà ci tocca molto di più. Perché una premessa del genere? Non sapremmo, in effetti. Nell’imbarazzo generale, passiamo al Clynelish di oggi: superfluo dire quanto la distilleria ci piaccia, altrettanto superfluo dire che Adelphi, distribuito in Italia da Pellegrini, è uno degli imbottigliatori indipendenti che ultimamente sta lavorando meglio, sfornando single cask su single cask di ottima qualità. Superfluo dirlo, certo: ma se non scriviamo questo, che possiamo scrivere? Afasia is not the answer. In ogni caso, questo è un whisky invecchiato in un barile ex-sherry per 17 anni e imbottigliato a grado pieno, cioè 57,1%. Il colore è ramato.

clyadl1996N: la botte non è propriamente inattiva, ma il distillato Clynelish non si lascia certo irretire e domare facilmente… Superate le prime ovvie barriere alcoliche (solvente per unghie), risalta uno splendido aroma, tra il caramello / tarte tatin / mon cheri / panettone, e note anche più fruttate (fichi secchi e uvetta, prugne e mele, fragole). Un senso di tabacco da pipa, molto nitido. Ma ecco che il distillato sorge (dallo spando, mostrando il suo parla! – è una citazione per pochi eletti) con il suo portato minerale, con punte chiare di cera d’api, candela alla fragola, miele, qualcosa di ‘vecchi libri’, carta umida… Molto buono. Con acqua, si aggiunge una nota di fiori freschi veramente deliziosa.

P: ancora, non nasconde affatto la gradazione, che anzi si fa sentire un po’ troppo. Attacca su una cera clamorosa e incantevole, cera d’api, propoli, zucchero di canna, poi miele amaro… Uno sherry molto fresco, per il resto, con la dolcezza che si allarga per un attimo ma poi si richiude tutta sull’amaro del malto (biscotti), della scorza d’arancia. Toffee, uvetta. Chinotto. Dopo un po’, creme caramel. Fichi secchi in crescita. Meno complesso che al naso ma molto godibile. Con acqua si apre un po’ sulla dolcezza, con note di toffee, miele e caramello più avvolgenti.

F: lungo e persistente, più sull’amaro del malto e del caramello (note tostate) che non sulla dolcezza fruttata (comunque presente: agrume, fichi secchi). Un pit di cera e propoli.

Molto buono, molto Clynelish, nella sua versione più lineare e ‘moderna’. Se il palato si mostrasse più muscolare staremmo parlando di un campionissimo, ma forse proprio in quella fase difetta un poco di pienezza e complessità: solo questo lo tiene sotto ai 90 punti nel nostro taccuino, e fermandoci agli 89/100 vorremmo che comunque fosse chiaro che è una bottiglia eccellente. Chapeau ad Adelphi, non ci delude mai.

Sottofondo musicale consigliato: The National – Sunshine on my back.

Brora 25 yo (2008, OB, 56,3%)

Restiamo nell’eccellenza, restiamo sui venticinquenni: dopo il Talisker che tanto ci è piaciuto, mettiamo alla prova il più giovane dei Brora messi sul mercato da Diageo nella serie delle Special Release: vale a dire un 25 anni – appunto – imbottigliato nel 2008. Pare superfluo dire che occasioni come queste, ahinoi, saranno sempre più rare… Chissà quante altre volte ci capiterà di mettere le mani su un Brora ad un prezzo ragionevole? Forse mai più. Piangiamo un po’, e poi annusiamo.

brora-25-year-old-natural-cask-strength-2008-bottling-with-tube-6367-pN: un Brora che sulle prime si mostra un po’ trattenuto, senza quel “calore sporco” (farmy per intenderci) a cui ci hanno abituato altre Special Release. Questo invece ti dà del lei, con note educate di miele, fieno e cera. Che cresce, e cresce, e cresce… Bastano pochi minuti di ossigenazione e cresce pure una ‘dolcezza’ fruttata e cremosa: marmellata d’albicocca e di fragole; uvetta e una spruzzatina d’aranciae di pepe nero. Invece, tanto si sente, forse come mai in altri Brora OB, un nitido legno fresco e speziato, secco. Stupisce la mancanza d’affumicatura evidente. Con acqua diventa più caldo e ‘broresco’, arricchendo il profilo di pera, mandorle, agrumi e anche con note più sporche e ‘stallose’.

P: prosegue coerentemente la via tracciata al naso: l’attacco è d’intensità e compettezza clamorose, pur senza le bombe di sapore cui ci avevano abituato altri Brora. Le suggestioni di cera sono un universo in costante espansione e conferiscono una superba oleosità e masticabilità. Da copione pure decise note mielose e cremose; resiste anchebun che di pepato. Come al naso sono invece deboli l’affumicatura e le note ‘farmy’, richiamate solo da un bel senso di fieno caldo e da una punta di torba acre e vegetale. Con acqua la goduria aumenta: è più cremoso (pera burrosa) e meno tagliente; cresce il fumo in modo eccellente.

F: lungo e persistente, con note di frutta secca e torba acre; forse solo un poco di fumo.

Parole in libertà: pare quasi più un Clynelish che un Brora (?); pur restando nell’eccellenza, è in qualche modo un whisky più ‘normale’ rispetto ad altri capolavori messi in commercio nella stessa serie. Non per questo ci sentirete lamentarci, però, ed ecco dunque un bel 90/100.

Sottofondo musicale consigliato: Dick KatzThere will never be another you.

Clynelish ‘Available only at the distillery’ (2012, NAS, OB, 57,3%)

523394_275841615864120_1699298734_nVi abbiamo mai detto che Clynelish è tra le nostre distillerie preferite? Beh, due anni fa ci trovavamo (guarda caso) nei pressi della ridente cittadina costiera di Brora, nel Sutherland: abbiamo dunque avuto la bella pensata di fare un blitz nella distilleria locale (toh, si trattava proprio di Clynelish), e dopo aver avuto il privilegio di fare uno degli ultimi tour “A taste of Brora”, con tre Brora in degustazione e tre Clynelish, ci ha punto vaghezza di portare a casa una bella bottiglia della versione di Clynelish in vendita esclusivamente presso lo shop di distilleria. Si tratta di un NAS, imbottigliato per la prima volta nel 2009 a gradazione piena. E possiamo già dirvi che è buono, tanto buono.

clynelish-cask-strength-distillery-only-editionN: impressionante come l’alcol resti addomesticato. Nudo, ma non troppo: pare subito giovane, ma non immaturo, e incarna l’anima austera della distilleria: costiero nel senso di iodato; poi, richiami di selz, acqua brillante; un astratto richiamo di stireria (avete presente quel profumo ‘vaporoso’ che si sentiva nelle lavanderie, quando ancora fiorivano?). Da questo lato si sente anche una torba non fumosa a patinare il tutto. Dall’altro, il profilo si arricchisce di note zuccherine candite, con un buonissimo limone in evidenza; il tutto, sotto le insegne dello splendido malto di Clynelish. Con acqua, si accentua la torba acre, e – strano ma vero – fa la sua comparsa un po’ di fumo.

P: davvero coerente: si conferma molto limonoso, molto costiero, con le sue note austere ed erbacee, maltose e limonose. Il malto qui si svela bello giovane, con una torba molto, molto delicata; ha una bella oleosità, minerale (olio d’oliva), veramente buona. In aumento segnaliamo la cera e la parte zuccherina, e ci spingiamo a citare una generica frutta gialla. Con acqua, ancora più Clynelish: il malto canditoso si nasconde, e viene fuori una cera più intensa e intrigante, facendosi anche più oleoso e fumoso. Fantastico.

F: erbaceo e maltoso, straordinariamente pulito; piuttosto lungo, e tutto su un malto magnifico e una lieve torba acre.

Innanzitutto, l’acqua è caldamente consigliata: dispiega anche a grado pieno le sue grazie trattenute, ma l’aggiunta dell’acqua rende l’esperienza più immediatamente fruibile. È un Clynelish ‘costruito’ con poca botte e tanto distillato; con un po’ d’acqua, si diceva, ingrana la quinta e riesce a tarpare le ali ad una comunque evidente gioventù, sfociando direttamente nell’eccellenza. 90/100, non un punto di meno.

Sottofondo musicale consigliato: Ludovic Beier Pop QuartetLady Madonna.

Brora 30 yo (2010, OB, 54,3%)

Mentre sul web anche gli opinion leaders italiani più avveduti (intendiamo Davide e Andrea) dicono la loro sulle Special Release 2013, noi continuiamo a dedicarci alle cose importanti: bere. Come annunciato, passiamo al Brora 30 anni del 2010; godendo.

brora-30-2010N: siamo di fronte al fascino estremo del whisky: ci sono tante sfumature diverse che però lasciano percepire nitidi tratti distintivi comuni ai due imbottigliamenti vicini. Ci spieghiamo meglio: questo naso condivide col fratellino l’aroma del malto, un po’ farmy un po’ ceroso; ma poi suggerisce una maggiore austerità (molto minerale e vegetale, secco, con note di banana secca, succo di limone ed erba fresca; olio d’oliva?). C’è da rilevare, rispetto ad altri Brora bevuti, una probabile maggiore influenza di botti di quercia americana, con copiose note di vaniglia, marzapane, crema…

P: come al naso, pare austero e pacato e sostanzialmente è molto coerente, su tutta la linea: le note più broresque ci sono, ma più in sordina (farmy/cera) e l’atmosfera è improntata sull’austerità, intensa ma priva di fiammate. Non c’è molto fumo qui, c’è uno spesso muro di piacere: attacco sulle note dolci, vanigliate e bananose (pacchi di cocco) e pian piano evolve verso il minerale (cera, ovvio!) e una cenere salata. Stupisce, qua e là, una lieve nota come di lavanda. Pera!

F: ancora, austero e compatto: vegetale, maltoso. Liquirizia.

Come fossimo giudici veri, prima il verdetto, poi le motivazioni. 90/100: è un ottimo whisky, poche palle. Personalmente non possiamo certo dire d’aver assaggiato moltissimi Brora, ma tutti quelli che abbiamo incrociato ci hanno dato tanta, tanta soddisfazione. Quello del 2006 era più ‘inquinato’, più nervoso, ma al contempo più rotondo: questo è più austero, è anche un po’ più semplice, se non pecchiamo di hybris. Attestata l’eccellenza, indubitabile, di entrambi, questo resta penalizzato in termini numerici perché, come dire, gli manca un tocco di magia… Adesso tornate pure a pensare a tutti i Brora che non berrete mai, bravi.

Sottofondo musicale consigliato: come tributo a chi è appena tornato dalla Turchia, Mustafa CeceliSoyle Canim. Sì, lo sappiamo, non c’è bisogno che lo diciate.