Botti da orbi: Newcastle Whisky Festival

(Questo reportage è stato realizzato prima che esplodesse il caos universale del coronavirus. Lo ricorderemo così, come l’ultima scorpacciata di dram prima della fine del mondo).

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L’amore ai tempi del Newcastle Whisky Festival

Buoni tutti di andare al Whisky Live a Parigi alternando dram di Karuizawa e flute di Bollinger. Troppo facile fare un salto a Limburg e sciacquare le viscere enfie di malto con splendide lager ghiacciate. Il vero asceta che rifugge le comodità sale fino a Newcastle-upon-Tyne, estremo nordest inglese, terra di operai disoccupati da film di Ken Loach e densissime brown ale. E lì – esultando come Alan Shearer dopo un gol – si tuffa nel clima geordie del whisky festival locale.

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L’idillico Civic centre di Newcastle in uno dei 7 giorni di sole previsti nel 2020

Il Newcastle Whisky Festival non è esattamente uno degli appuntamenti maltofili da segnare in rosso sul calendario. Non ha paillettes e si tiene in un Civic Centre brutalista su cui torreggiano dei cavallucci marini (sono il simbolo della città, l’abuso di alcol non c’entra…). Però il festival ha una storia interessante. Infatti fa parte degli eventi targati The Whisky Lounge, il più grande organizzatore di manifestazioni a tema whisky nel Regno Unito. TWL ha il nome e il volto di Eddie Ludlow, detto “Whisky Evangelist”, che con la moglie Amanda si è messo in mente di portare la cultura del whisky anche nei centri meno posh dell’Inghilterra profonda: York, Bristol, Nottingham, Liverpool… Il whisky è la sua missione, dunque lasciate che il vostro reporter venga a lui…

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Chi siete? Da dove venite? Un fiorino!

Prima di tutto, due coordinate logistiche, casomai vi pungesse la voglia. Il festival si tiene nella giornata di sabato (quest’anno in un eccezionale 29 febbraio), divisa in due sessioni: una dalle 12 alle 16 e l’altra dalle 17 alle 21. I biglietti per ogni sessione costano una quarantina di sterline e danno diritto a un bicchiere, una guida e un gettone del valore di 5 pounds. “Soldino” da investire saggiamente in un laboratorio, in uno degli Eddie’s tastings o nei malti “under the counter” a pagamento, come l’Highland Park 17 “the Dark” o uno dei whisky rari esposti nell’angolo dei nerd/collezionisti. Per il resto, allungate il Gleincairn e vi sarà liberamente versato (1 cl, eh…).

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Colazione dei campioni al Five Swans

Iniziare a mezzogiorno non è uno scherzo, quindi è meglio mettere qualcosa sotto i denti. Tipo una english breakfast al vicino Five Swans pub. Opportunamente zavorrati, si può dare il via alle danze. Prima osservazione: pieno quasi fin da subito, il festival. Vero è che gli spazi non sono sconfinati: tutti gli stand di whisky (una trentina in tutto), la cucina, il negozietto dei dolci più calorici del globo e il bar temporaneo nel salone al piano terra; la piccola area gin e il banco mixology nella balconata al primo piano. Comunque basta mezz’ora ed ecco la folla. Seconda osservazione: parecchi over 60, a testimoniare come qui – a due passi dal vallo di Adriano – lo Scotch sia quasi di casa, spirito endemico della popolazione molto prima di essere moda o business.

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Raduno di capelloni al banchetto Kilchoman

Passeggiando qui e là da un banchetto all’altro come un umarell dei dram, quindi rigorosamente con le mani incrociate dietro la schiena, si va di stream of consciousness. Rispetto al Milano Whisky Festival, sia la competenza media dei visitatori, sia la qualità media delle bottiglie è in genere più bassa. Se si esclude la dozzina di malti rari in mescita a pagamento, le perle preziose sono pochine. Diageo e LVMH non pervenute, Pernod Ricard porta Aberlour, Chivas Regal e Glenlivet: Nadurra in sherry a 60° e Chivas Mizunara molto apprezzati dai geordie locali. Qualche Laphroaig OB, bei Bowmore (Vault Edition e 19 yo), un Highland Park 16 yo nuovo di pacca e il 17 yo Dark. C’è Kilchoman con l’UK edition small batch, c’è Distell con Deanston e Bunnahabhain, c’è Inverhouse con Old Pulteney e Ancnoc. Però ci sono un sacco di etichette di nicchia interessanti. Piccole produzioni, whisky sperimentali, cose curiose insomma. Una impressionante gamma di Mackmyra in cui spiccano i monumentali imbottigliamenti della serie “Moment”, il nuovissimo Bimber in sherry (tre anni e non sentirli), Lakes distillery con la Quatrefoil collection e parecchi altri. Eddie lo spiega bene: “Abbiamo creato Whisky Lounge per portare il whisky a un nuovo pubblico. Ora vogliamo portare anche i nuovi whisky al nuovo pubblico”.

Ordunque, mosso da questo spirito evangelizzatore, anche il reporter si adegua. E sceglie per le sue umili notule di degustazione degli assaggi curiosi. Non per forza i più buoni, ma novità e bizzarrie, esotismi e cose che valeva la pena assaggiare.

sb1098Kilchoman UK exclusive small batch (2019, OB, 48.3%)
Uh che bella bestiola, allo stesso tempo costiera e coccolosa. 75% invecchiato in bourbon, 25% madeira e 5% sherry: 1260 bottiglie per il mercato britannico. Al naso è bello fresco, marino: ostriche e gelato al limone, alghe wakame e borotalco. Melone bianco, anche. C’è poi un’anima erbacea vivida, canfora e timo, e un delicato fumino. Accanto, ecco la dolcezza, spessa e piacevole, come mandorle caramellate. Una dolcezza che in bocca prende il sopravvento: di nuovo caramello e zucchero bruciato, crema di agrumi e ananas grigliato. Caffelatte e cioccolato al latte, pure. Qui la torba si fa più potente e prende la via della cenere. Finale coerente, con caramello dolcissimo, frutta matura e un tocco di legno amaro. E sale, anche!
Molto morbido e piacione, con quella torba esibita ma non invasiva che ti conquista. Non è il Kilchoman più complesso e ortodosso del mondo e forse è un po’ costruito. Ma è costruito bene, perché non trad
isce l’anima isolana e ne berresti subito un altro. 87/100.

m57327Westward Oregon single malt (2018, OB, 45%)
La Seattle dove nacque il grunge non è lontana dall’Oregon. E dal Northwest arriva anche questo single malt, a tutti gli effetti parte della new wave dei craft whiskey americani. Orzo locale fermentato con lieviti di birra, distillato due volte in pot-still e infine invecchiato in botti di rovere vergine. Il risultato è ovviamente bello concentrato sul legno, che fin dal naso ci dà dentro a zaffate. E’ giovane ovviamente, con un aroma di nocciole al miele e un che di fienile/stallatico. Woody e farmy, si direbbe. C’è una frutta cotta vaga (prugne? pera?) e della vaniglia. Zucchero di canna, anche! In bocca molto dolce e molto giovane. Qualcosa di artificiale, fra i marshmallows e lo sciroppo d’acero. Pesca sciroppata. L’alcol e il legno sembrano scissi e il barile prende la forma del bastoncino di liquirizia. Un po’ aggressivo al palato. Finale dolciastro ma medio lungo: banana flambé, cioccolato al latte e stecchetta di liquirizia.
Non piacevolissimo, soprattutto al palato. Al naso il tocco nocciolato mitiga legno e gioventù, mentre in bocca la giovane età lo rende troppo slegato e rude. 76/100.

austr_sta6Starward Nova (2018, OB, 41%)
Single malt da orzo australiano totalmente maturato in barili di ex vino rosso locale. Tre anni di età, un packaging affascinante che strizza l’occhio non si sa perché all’astronomia e qualche perplessità: tre anni tutti in barili di vino rosso (Syrah, Pinot Nero), peraltro definiti “molto attivi” possono fare grossi danni…
Beh, l’attacco non è dei migliori, con una botta pungente e acetica di solvente. L’impatto del vino è evidente, ma accanto ad agrumi acidini e aspra uva rossa (Pinot Nero), compare anche una frutta più piacevole: mele rosse e fragole. Un che di rosa, un tocco di ginepro e lievito.
In bocca è di una dolcezza impressionante, seguita però da un contrafforte amarognolo e tannico. Gelee al mandarino, poi una vinosità da cognac giovane. Sugo d’uva con un tocco acido e caramello. Per la gradazione è piuttosto aggressivo. Finale amarognolo e corto, fra legno e pepe.
Siamo nel campo dello sperimentale, della nicchia. Non è drammatico, ha anche una frutta molto vivace che danza sul palato. Però non si può neppure dire che sia una piacevolezza, perché l’influsso del vino è preponderante e l’effetto è un po’ stucchevole. 77/100.

secret-speyside-works-20-years-1546516-s308Speyside 20 yo (2019, The Whisky Works, 47.1%)
Butti un occhio e rimani rapito. Cosa sono quelle bellissime bottiglie, colore e note di degustazione a braccetto fin dalla scatola? Ebbene, è “The Whisky Works”, il braccio armato del colosso Whyte & Mackay nel ramo del blending e dell’imbottigliamento indipendente. Diretta da Gregg Glass, finora ha in catalogo solo quattro espressioni: un blended, un blended malt delle Highlands, un single grain e un single malt. Ovvero questo Imperial di 20 anni, affinato per 7 mesi in barriques di cognac Bourgoin: ci si poteva forse esimere dall’assaggiare? Al naso è sorprendente: sfoggia una frutta fresca talmente sfacciata da sembrare più giovane. Melone bianco, platano, pera in macedonia. Poi, tra volute di zucchero a velo e dolcetti mediorientali, emerge un tocco erbaceo probabilmente dato dal finish: caramelle Valda, té verde e crema per il corpo (a sottolinearne la burrosità). Pannacotta alle fragole. A volte sembra di annusare un’ottima slivovica di prugne. In bocca invece recupera il suo status di ventenne: morbido, vellutato e profondo, attacca dolce – biscotto, miele, tarte tatin di pere – e poi lascia la scena alle spezie del legno. Che piacevole pizzicorino: nella dolcezza sciroppata di marmellata di prugne e caramello ecco lampi di zenzero, liquirizia pura, pepe bianco. Praline al cioccolato bianco! Un’idea di cognac, ora. Il finale è la cosa meno convincente, all’inizio: c’è un che di legno grezzo che non si addice al portamento del whisky. Per fortuna sparisce e rimane lungo, pulito e piccantino, con ancora melone bianco e un che di agrumato.
Beh, gran bel whisky come spesso gli Imperial. Ma piuttosto insolito, di sicuro a causa del finish. Il cognac aggiunge qualche pennellata personale al quadro. Che probabilmente sarebbe stato una bella opera d’arte anche senza, ma anche così è un piacere: 88/100.

highland-park-16-twisted-tattooHighland Park 16 yo Twisted tattoo (2019, OB, 46.7%)
Nemmeno il tempo di dire: “Toh, forse dopo orsilupiaquileThoreOdino Highland Park sta recuperando il senno”, ed ecco spuntare una nuova tamarrata made in Orkney. Se i due 17 yo Light e Dark sembrano dei classici, qui siamo nel campo della bottiglia di grande impatto. Un 16 anni invecchiato in botti ex bourbon ed ex vino rosso spagnolo della Rioja. Sulla bottiglia nera campeggia un dragone rosso. E per ora l’ottimo accostamento cromatico sembra l’unica cosa buona… Come non detto: il naso è aromatico. C’è una patina di cera di candela alla fragola, arancia rossa e burro di cacao. La mineralità di HP c’è, così come un tocco di torba. Ma sopra si stende uno strato variegato di frutta (more, ribes nero e succo di albicocca) e una sensazione umida. Fieno, cantina, erica dopo la pioggia. C’è anche un che di sughero. Al palato è cremosissimo e dolce, sarà il clima spagnolo ma ricorda la malaga. Pesca, frutti rossi, crumble di mele. Parecchia vaniglia. Poi si asciuga e vira sulla mandorla e il pepe. Chiude secco: fumo, zenzero e un pizzico di sale.
Non è spiacevole, anzi a occhio avrà parecchi estimatori. Certo, è il nuovo stile HP: botti cariche, dolcezza esondante (qui anche una certa astringenza del legno e l’apporto di frutti rossi). Il dna della distilleria fa un passo indietro e saluta da dietro la vetrina del tatuatore. 85/100.

159823-bigBruichladdich 23 yo (2016, The Whisky Lounge, 55.4%)
Trenta bottiglie di un barile distillato nel 1992, con in etichetta il bell’Eddie che alza il calice alla nostra salute. Scelta estetica così così, ma l’ultimo bicchiere dev’essere buono, non bello. E al naso non c’è dubbio che lo sia: un bel Laddie maltoso, dove la vaniglia e il cioccolato al latte procedono insieme alla frutta (mela, ananas). C’è anche – come spesso capita per i Bruichladdich – una cerealosità più vegetale, come di spiga e fieno umido. Balena anche un profumo speziato non semplice da individuare: coriandolo, o forse foglie di curry. Al palato la gradazione non si nasconde, ma è di una coerenza ammirevole: malto, biscotto, miele. Piuttosto carico, il legno mostra i muscoli: zenzero, stecche di vaniglia. Crema al limone. E un piacevolissimo tocco di sale che alleggerisce il tutto. Chiude più secco, nocciola e buccia di mela golden. Tisana.
Una chiusura più che degna, un Bruichladdich che porta in palmo di mano le insegne della distilleria, ovvero il cereale e il tocco isolano. La forza di questo barile è nell’equilibrio, davvero mai in discussione in ogni fase. Solido, pulito, sostanziale. 88/100.

La musica finisce, le porte si chiudono, gli amici si salutano. E’ tempo di andare. Al pub, ovviamente. L’Evangelista del whisky ha fatto un buon lavoro, l’apostolo ha tempo per un’ultima cena.

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Visto come gioca il Newcastle United, impossibile biasimare i ragazzi della curva…

Port Askaig 100 Proof (2018, Speciality Drinks, 57,1%)

la metropoli tentacolare di Port Askaig

Port Askaig è il nome del villaggio portuale sul versante nord di Islay, celebre soprattutto perché molti dei ferry dalla terraferma attraccano proprio lì. C’è un Pub molto fornito di whisky isolani, se la cosa vi può interessare: e non farete fatica a trovarlo, saranno in tutto otto case… Ma stiamo andando fuori tema: Port Askaig è anche il nome di uno dei più fortunati brand di whisky torbato dell’isola commercializzato da Speciality Drinks, dietro cui si cela un single malt non dichiarato. Se la geografia ancora significa qualcosa, dovrebbe essere Caol Ila o, in alternativa, Bunnahabhain. Oggi assaggiamo la versione a grado pieno, il 100° Proof.

Port Askaig 100° Proof

N: mmm, che bontà…! La torba è abbastanza gentile ma ‘frizzante’, con falò sulla spiaggia, legna che brucia, camino. Note minerali, da terra umida, che riescono a emergere. Poi c’è un lato più seducente e ruffiano, dolcino dolcetto, che riassumeremmo con una immagine folle, visionaria: un ciocorì bianco con una spruzzata di limone sopra. Vaniglia. Pera dolce, un pit di lime magari. Un sentore di pepe bianco.

P: molto buono, pieno, avvolgente e intenso, bilanciatissimo: non abbisogna d’acqua aggiunta. Coerente: carico, vaniglioso e dolce, zucchero liquido e cioccolato bianco, ma senza diventare sgradevole grazie alla presenza di lime e limone a stemperare la dolcezza. Bello torbato e fumoso, ancora bruciato. C’è un qualcosa di balsamico, eucalipto forse?

F: qui emerge un pizzico di sale, a testimoniare la portualità di Askaig, che appunto (non si dimentichi!) è pur sempre un Port. Per il resto, molto dolce, con un retropensiero (perché non retrogusto? Perché se no non saremmo su whiskyfacile!) di borotalco. Sale e pepe.

Ruffiano, fatto per piacere quindi, beh, piace. Ah, come sono belli i nostri pleonasmi, come ne siamo orgogliosi! Giovane certo, e certo non di straordinaria complessità, ma svolge il suo compito alla perfezione, e dobbiamo lodare l’assenza dell’alcol a dispetto dei 57 gradi. Raccomandiamo. 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Fulci – Apocalypse Zombie.

Bunnahabhain 24 yo (1989/2014, C&S, 45,8%)

Da qualche mese avevamo tra i nostri samples questo Bunnahabhain 24 anni imbottigliato da C&S, imbottigliatore tedesco (ma con ascendenze evidentemente italiane: il proprietario si chiama Andrea Caminneci) con una discreta reputazione, dopo quasi 15 anni di attività. Omaggio dell’amico Fabio, il re delle similitudini whiskose: finalmente lo assaggiamo.

N: un profilo particolare, molto affilato. Ha note di salamoia, di olio d’oliva (un olio pungente, di quelli pugliesi, molto erbacei), perfino qualche sentore inaspettato di paraffina e canfora. Netto il profumo del chicco d’orzo, poi nocciolo di limone. Col tempo si apre su una agrumatura dolcina. Cera da legno. Note di mobiliere antiquario. Una punta, distante, di timo, fieno. Piacevole, davvero elegante, affilato, austero, ci tocca ripeterci.

P: molto buono, ancora di austera eleganza, da attrice tedesca anni ’30. La dolcezza è limitata, non ampia, ma assai piacevole, tutta di orzo, di cereale. Al massimo una mandorla, quella mandorla che ricorda il nocciolo d’albicocca… Yogurt al malto. Eccellente. Resta molto austero, con un sentore inaspettato di albume d’uovo (suggerisce furiosamente il grande Zucchetti), poi chicco di sale. Un che di lime.

F: lungo, secco e fresco, con salamoia, sale, ancora chicco di orzo maltato.

Come spesso accade quando si assaggia Bunnahabhain, abbiamo appena avuto a che fare con un campione: molto elegante, raffinato, intenso e affilato. Come direbbe Piccinini, “cccezionale!”: 90/100.

Sottofondo musicale consigliato: Franco126 & Tommaso Paradiso – Stanza singola.

Botti da orbi – Piove Wilson & Morgan

[Marco Zucchetti è andato fino a Treviso per poterci raccontare sei whisky di Wilson & Morgan. Dev’essere stato molto difficile Zuc, ti siamo vicini.]

Non dev’essere facile dipingere con il Caol Ila. Dare una pennellata di Tobermory, stendere il Glen Grant ad ampie campiture e poi firmare l’opera d’arte: «Wilson & Morgan». Eppure chi ha la fortuna di capitare a Treviso e di incrociare Fabio Rossi in una delle (rare) giornate in cui non è incessantemente in giro per il mondo a cercare barili o a firmare contratti, potrebbe rendersi conto che il suo lavoro di imbottigliatore è esattamente questo. Disegnare con i malti, imprimere il suo stile sui whisky che sceglie e che gli sono valsi più o meno un bancale di medaglie. Lui – po’ imprenditore, un po’ catalogatore ossessivo e un po’ artista – nella sala degustazione nella sede di Rossi&Rossi si muove come nel suo atelier. In quattro ore di chiacchierata circondati a 360° da campioni di botte etichettati, si fa fatica a tenere il conto degli aneddoti sui difetti atavici degli scozzesi o dei ricordi di quando si poteva comprare dello Springbank del ’69 senza in cambio dover vendere un rene e l’anima. Non un’intervista, ma una vita raccontata in forma liquida, dai Port Ellen del ’92 agli House Malt e alla serie decanter di oggi. Ecco perché la carrellata che segue non è solo una serie di recensioncine dei suoi imbottigliamenti fra quelli non ancora indagati su questo sito, ma una specie di biografia in dram. Piove Wilson & Morgan, lasciate chiuso l’ombrello e porgete i bicchieri.

Ardmore 2009/2018 (Wilson & Morgan, 46%)

Whisky dilettevole, senza pretese di complessità ma preciso. Naso “verde”, con un fumo quasi balsamico (verbena) che ricorda certi mezcal, di cui ha anche un che di formaggioso in attacco. Note piacevoli di stireria, lime e cereale torbato. Il bicchiere vuoto profuma di pompelmo. In bocca si fa bruciacchiato e zuccherino, ananas candito, vaniglia e liquirizia pura. Finale coerente di media lunghezza, gelée al limone. Nudo nudello, immediato e scattante. 85/100

Bunnahabhain 15 yo (2002/2018, Wilson & Morgan, Marsala finish, 53,1%)

Il marsala tanto dà e tanto toglie. Qui marca il territorio della vinosità con sentori di mou e tabacco. Crema all’uovo, mela, brioche al miele e tanta frutta secca (arachidi). C’è pure qualcosa di “sporco”, il malto Bunna si sente poco. In bocca è coerente, caldo e oleoso e giocato fra dolce e amaro, forse troppo alcolico. Di nuovo cremosino, con caramello salato e tarte tatin di pere, zabaione, cioccolato fondente e caffelatte. Finale dolce, uvetta, pepe e poco salino per la distilleria. Variazione creativa (e divisiva) sul tema. 83/100

Ledaig 25 yo (1993/2018, Wilson & Morgan, 51%)

Dici Ledaig e ti aspetti un safari tra le suggestioni sensoriali più laide, invece ti ritrovi un whisky dal portamento distinto. Aromatico e balsamico, si apre con verbena e rosa bianca, addirittura tè alla menta. C’è la frutta – mela, susine mature e arancia – e qualcosa di marino, ma tutto è delicato. Un’idea di malto umido fa capolino e subito svanisce. Il palato è tutto del cereale, in versione oleosa: nocciola, olio di semi di lino. Grande mineralità e un retrogusto di provola affumicata bilanciano la dolcezza mielata. Poi si fa secco, il legno alza la voce e chiude una bevuta masticabile con zenzero e cacao. Olfatto primaverile e gusto muscolare: ostico da capire, ma godurioso. 86/100

Laphroaig 20 yo (1998/2018, Wilson & Morgan, PX finish, 54,6%)

Woah, direbbero gli Apache di Tex. Ha l’intensità di un bisonte che carica. Olfatto da grigliata: costine di maiale glassate, caramello, braci. C’è melassa, c’è bacon, sale il colesterolo ad annusare. L’altra metà del mondo è la frutta del PX, lamponi e fragole, orsetti gommosi. Il lato medicinale arriva dopo, misto a cuoio bagnato, dado e chiodi di garofano. Arance bruciacchiate, anche. In bocca è molto old style, frutta matura di ogni tipo e quasi floreale. La torba prende un sentiero costiero sporco di catrame piuttosto parallelo. Il legno però la sovrasta, con un mix secco/amaro: caffè tostato, liquirizia e genziana. Finale sul braciere, caldarroste e sale. Lo hanno messo in decanter, ma resta un guerriero feroce e (troppo?) anarchico, con picchi opposti di umami, dolcezza e amarezza. Moderati sarete voi. 85/100

Caol Ila 18 yo (1995/2013, Wilson & Morgan, Oloroso sherry butt, 58,6%)

Botte gemella di questa, con un grado in più ma piuttosto simile. Prima snasata: Iodosan! Che riassume l’alto grado, la marinità esplosiva e forti accenti balsamici/erbacei. Poi c’è una torba pungente, perfetta la metafora del peschereccio e della gomma bruciata. Pesce affumicato, tabacco, cuoio conciato e cioccolatini After Eight chiudono un gran naso. In bocca è da duri ma espressivo: vinoso, arancia candita, torta di noci pecan e caramello bruciato. La dolcezza di zucchero flambé c’è, ma non esonda. Braci, legno, sale e resina tengono testa. Tutto si ricompone nel finale, dove nell’intenso fumo di arrosto spunta del timo. Miracoloso. 90/100

Glen Grant 25 yo (1992/2018, Wilson & Morgan, Oloroso sherry finish, 51%)

Royal wedding fra malto Speyside e sherry Oloroso. Nel naso c’è tutto: crema all’uovo, noci, eucalipto. Sherry floreale e note di pasticceria: strudel, uvetta drageé e amarene. Spunta la cola, fanno capolino i datteri, perfino un filo di fumo. Al palato è più preciso e scuro, con intriganti dettagli eretici: zabaione, cuoio e aceto balsamico. Il malto non si nasconde, assume le sembianze del pane ai cereali. Ma è un cereale complesso, incorniciato da resina, lavanda, caffè e cioccolato. Lungo il finale, tra pesca al forno, gianduia e pepe. Lussureggiante opulenza barocca, giù il cappello. 91/100

Bunnahabhain 10 yo (2007/2018, Douglas Laing, 46%)

è diventato un oggetto da collezione, scopriamo oggi

Il magico Marco Zucchetti ha, tra le molte doti, un fratello che gli regala whisky a Natale: fratelli del genere sono da tenere stretti, mi raccomando. Qualche settimana fa ci ha portato da assaggiare proprio l’ultimo presente alcolico ricevuto, vale a dire questo single cask di Bunnahabhain (refill hogshead, 377 bottiglie totali) imbottigliato da Douglas Laing nella storica serie-base “Provenance”. Brindiamo agli Zucchetti Bros e affondiamo gli artigli nella carne di questo Bunna.

N: se vi turbano le nudità, state lontani: questo Bunna è più nudo di Anna Falchi sul calendario di Max del 1996. Il cereale è protagonista: ricorda il profumo di un malting floor, è orzo umido, in purezza. Molto minerale. Albedo d’agrume: di un pomelo, magari? Un senso di aria di mare, poi una zuccherinità vagamente vanigliata molto piacevole; pera soprattutto. Tanto lievito (pasta cruda di pane). Cioccolato bianco, un pochino?

P: tutto sommato gradevole, riesce ad essere dolce, salato e amaro al contempo. Cioccolato bianco, tanto zucchero, poi un amaro erbaceo (cicoria, dice Zucchetti). Predomina il distillato purissimo e bianco, sapido sapido e con note di mollica di pane. Piacevole.

F: distillato bianco, erbaceo e salato. Ancora mollica di pane.

C’è un’acidità da distillato lievitoso che appare un po’ irrisolta, ma è forse un tratto comune a molti imbottigliamenti così nudi. Non è whisky assertivo, e dunque per compensazione lo saremo noi: 82/100. Divisivo, si sappia: eravamo in quattro ad assaggiare, abbiamo dato volti diversi, con un delta di 10 punti. Sapevatelo, assaggiatelo.

Sottofondo musicale consigliato: Radiohead – Nude.

Bunnahabhain 26 yo (1989/2016, First Editions, 49,8%)

“La prima sbronza che ho preso è stata di sottaceti”. Questa frase campeggiava, come unica introduzione, all’inizio della bozza di questa recensione: scritta ormai tre settimane fa (sì, cerchiamo di tenere da parte qualche rece per i giorni di pioggia, per quando siamo malati e non possiamo bere, in ogni caso fatevi i fatti vostri!), non sapremmo dire a cosa quella frase facesse riferimento, né da chi fosse stata pronunciata. Ma è bello così, non potevamo non condividerla con voi, attenti e affezionati lettori. Con questa impareggiabile introduzione, ecco un single cask di Bunnahabhain selezionato dalla famiglia Laing per First Editions: speriamo non sappia di sottaceti, o per lo meno non solo, ecco.

N: espressivo ma non ruffiano, non squadernato, molto elegantemente trattenuto. I primi sentori che troviamo riportano verso un refill sherry (anche se non ne siamo sicuri), con note di pasticceria secca, tipo le pastafrolle e paste di mandorla con la ciliegia candita… Ha qualcosa dei dolcetti mediorientali, forse, con della marmellata bruciacchiata, della frutta secca e un poco di miele. Marmellata d’arancia. Pane imburrato e zucchero.

P: particolare e buono, con una decisa presenza (anche lievemente amaricante) del legno. Molto affilato, per nulla cremoso (immaginiamo un refill sherry, anche qui), molto coerente con il profilo definito al naso: ancora ‘arancione’, ancora con arancia e pasticceria con marmellata. Slightly coastal, con un che di burro salato.

F: lungo, persistente, legnosetto e aranciato. Un ricordo di marinità.

Buono, pieno anche se ‘esile’, affilato al palato, non cremoso o piacione, impreziosito dalle tipiche note marine che anche qui compaiono, al palato per lo più. La conferma, se ancora qualcuno ne sentiva il bisogno, che Bunnahabhain è una distilleria di gran pregio, da seguire, da amare, perfino da importunare, se necessario. Non sarà come i fantastici sottaceti della prima sbronza d’un ignoto amico, ma anche questo si fa apprezzare: 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: FKJ & Masego – Tadow.

Bunnahabhain 25yo (1989/2015, Wilson&Morgan, 46,6%)

Bunnahabhain e Wilson & Morgan: un’accoppiata vincente, come sanno i frequentatori dei festival di whisky italiani. Tempo fa noi avevamo assaggiato un mostruoso 42 anni veramente da panico, e alcuni batch del celebre e fortunato “House Malt” nascondevano proprio del distillato di Bunna. Questo è un single cask imbottigliato tre anni fa da W&M: gli angeli si son presi una bella sbronza, se pensiamo che a 25 anni di età la gradazione è a poco più di 46%. Grazie ad Andrea, scimmia sovrana del Monkey Whisky Club, per il sample!

N: profilo complessivamente fresco, seppure dalle tinte forti e dagli aromi intensi. Sicuramente un po’ di miele, poi frutta cotta, brioscia all’albicocca, pasta di mandorle. Non si può tacere il lato minerale, con pennellate di cera d’api, di terra bagnata, perfino un filino di fumino acre di torba. Seducente e affilato come sanno essere i Bunna di mezza età.

P: pur se a una gradazione naturalmente bassetta, si regala un corpo di tutto rispetto. Sorprende come quelle suggestioni minerali del naso qui si facciano ben più concrete, tramutandosi in solide realtà: tanta sapidità, sensazione di terra bagnata in aumento e ancora un po’ fumante. La dolcezza è succosa, sottile, con un po’ d’arancia (e scorzetta di) e una frutta giallarancione (al limite del tropicale: mela, succo pesca e mango con goccia di latte – non giudicateci). Ancora brioscina e miele.

F: rimane la cera, torna il fumo delicato ma alla grandissima, persiste la dolcezza da succo d’albicocca.

Anno dopo anno, bevuta dopo bevuta, Bunnahabhain si va affermando come una delle nostre distillerie preferite tra quelle isolane: unendo la rotondità e la piacevolezza a degli spigoli minerali e marine il risultato è spesso fantastico, e questo single cask non fa decisamente eccezione. Seducente e affilato, abbiamo scritto al naso, e confermiamo il giudizio: entusiasti incidiamo nella pietra il nostro 89/100.

Sottofondo musicale consigliato: Stoned Jesus – Thessalia.

Feis Ile 2018 Tasting #2 – Whisky Club Italia

Dopo le prime quattro chicche del Feis Ile 2018, completiamo il tour isolano con altri tre imbottigliamenti e le nostre stringate emozioni/impressioni. Con l’occasione ringraziamo ancora WhiskyClub Italia per aver dato la possibilità di assaggiare gli imbottigliamenti del Festival a tanti appassionati, la cui sola colpa è stata quella di non aver avuto per tempo la geniale intuizione di farsi una settimana di delirio whiskyco (?!) su Islay.

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Bowmore 15 yo Feis Ile (2018, OB, 52,5%)

Un po’ carico, il legno è molto presente e la prima sensazione è di una dolcezza bruciacchiata un po’ ‘troppa’, di mastice: e però si alza (e cresce di brutto) quella nota tropicale, di maracuja salata, che ci fa esplodere. Liquirizia dolce. Tostato, brioche dolce. Con acqua esce il floreale (si dice lavanda, buganville) Al palato l’esplosione tropicale è devastante, poi toffee e caramello. Un po’ di cicciolato bianco. Ricchissimo ma semplice. Piacevolissimo, l’acqua alleggerisce il naso e smarmella di toffee il palato. Il finale si chiude curiosamente su una combo di aringa affumicata e aghi di pino.
Mah. 86/100

Kilchoman 11 yo Feis Ile (2018, OB, 55,5%)

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Naso di pera (in ogni sua forma) e ostriche e scarpe di gomma. Lime, limone, limonata zuccherata. Sulle prime un po’ strano, si normalizza man mano che passano i minuti, lasciando svenire le suggestioni mentolate. Al palato è coerentissimo, con in più una vaniglia spiccata. Sarà che è il sesto, ma il fumo è molto leggero, in disparte. Buono, ‘banale’ ma di una banalità straordinaria. 87/100
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Bunnahabhain 2007 Feis Ile (2018, OB, 59,5%)

Il naso è unico. Note di paprika, worchester, tabasco chipotle e bbq sauce. Paprika affumicata. Grasso di porco. Liquirizia. Il palato mostra l’alcol, resta molto dolce e ricco di fumo intenso. Pieno, molto avvolgente, mentre al finale (breve) restano molto bbq e fumo. 86/100, ottimo ma monotono. Ma che naso…

Sottofondo musicale consigliato: Ulver – Southern Gothic

Bunnahabhain 28 yo (1989/2017, Antique Lions of Whisky, 41,3%)

La triade Silver Seal/Whisky Antique + Lion’s Whisky + Sansibar colpisce ancora: lo scorso fine settimana a Limburg è stata presentata la terza serie di imbottigliamenti di Antique Lions of Whisky, a tema animale, che comprende dei pezzi pregiati – ma ne parleremo. Oggi vogliamo guardare al passato prossimo del gruppo di imbottigliatori, mettendo alla prova dell’assaggio un Bunnahabhain del 1989 (annata fausta per la distilleria, si sa) maturato per 28 anni in una botte ex-sherry. Il colore è dorato chiaro.

N: e questo sarebbe un barile ex-sherry? È un profilo molto delicato, e che francamente, se assaggiato blind, non avremmo mai e poi mai ricondotto a una botte ex-sherry, di quasi trent’anni oltretutto. Dominano fin dall’inizio note di fiori bagnati davvero di grande intensità; accanto, frutta tropicale, per lo più candita (ananas e papaya). Mela gialla, molto presente. Ci sono sentori erbacei molto spiccati (e ci viene in mente il timo), poi tanto tanto limone… Inoltre suggestioni di pane, di lievito, di farina impastata. Col tempo si ‘ingrassa’, ed emergono suadenti note di pastello a cera.

P: l’impatto, a questa gradazione, è molto piacevole, è ancora bello pieno. Ancora la cera, quella patina umida; poi un poco di frutta tropicale, piuttosto zuccherina (di nuovo papaya), anche se in disparte. Orientato molto verso l’agrume, e il limone in modo particolare, forse il sentore dominante qui al palato. Anche burro… Torta al limone?, ma non la torta Paradiso, quelle non tanto dolci, con tanta scorza di limone… Resiste poi una nota vegetale, anzi floreale, che ci fa venire in mente la rosa (e la marmellata di rosa). Tutte queste caratteristiche si sovrappongono però, in modo straniante, a un senso di distillato giovane, molto pulito, molto nudo e vegetale.

F: e il finale, infatti, è un tripudio di sobrietà, ancora con limone, rose, quasi un senso di mineralità.

Molto strano, senti che è un whisky “lasciato lì”, certo non era frutto di una politica dei legni aggressiva come quelle in voga oggidì. Molto complesso, molto difficile anche, pieno di spigoli austeri che distrattamente si potrebbero confondere con della immatura gioventù. Oscilla continuamente tra la promessa in fine frustrata di una dolcezza tropicale, rotonda e intensa, e gli spilli dei lieviti, dello spirito, della cera e dell’erbaceo: difficile dunque, e per questo molto stimolante. In sintesi, a noi è piaciuto 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Anggun – Snow on the Sahara.

Bunnahabhain 20 yo ‘American Oak’ (1997/2017, OB Feis Ile 2017, 52,2%)

Già che eravamo a Bunnahabhain ci siamo detti: perché non assaggiare anche uno degli imbottigliamenti del Feis Ile del 2017, visto che ne è avanzato qualche campione per la vendita? Scriviamo “uno dei” perché Bunna l’anno scorso ha realizzato ben due imbottigliamenti, un torbato di 14 anni in botte di Porto ed un ventenne non torbato che ha trascorso la giovinezza in un barile ex-bourbon e poi, fatta la maturità, si è iscritto a un master di quercia americana vergine, per venire poi acclamato dottore proprio al Festival più torbato del mondo nel giugno 2017. Noi assaggiamo quest’ultimo.

N: un naso scuro, profondo, in cui l’alcol pare straordinariamente morbido e impercettibile. Molto scuro, dicevamo, con note di noce di Pecan, di agrumi scuri – ci viene in mente una scorzetta d’arancia candita e pucciata nel cioccolato fondente, ma anche una scorza macerata nell’alcol. Suggestioni speziate ondivaghe (chiodi di garofano) e a tratti una curiosa nota lieve di sedano. Un forte sentore tostato, di vaniglia, ma anche di toffee, di noce di Pecan – insomma, ricorda per certi aspetti un bourbon. Ma qualche suggestione di piccoli frutti rossi, forse di ciliegia sotto spirito. Molto nitida una sensazione complessiva di legno di castagno.

P: in ingresso soprattutto si registra un apporto di legno molto corposo, un po’ astringente e particolarmente speziato: chiodi di garofano, un velo di pepe bianco. Per lo stesso motivo, ci pare, esibisce anche un lato mentolato davvero indisciplinato. Per il resto si conferma una frutta tra l’arancia molto carica. Con acqua, si accentuano gli spigoli amari (con anche un po’ di noce moscata). Anche crema di castagne.

F: la crema di marroni perdura infinita, poi un senso di tostato e speziato.

Ci pare buono, per carità, anche se il contributo del legno è a nostro gusto fin troppo invasivo, come purtroppo spesso vediamo accadere quando entra in azione un barile di legno vergine: l’effetto è di un whisky molto carico, con tante spezie sia al naso che al palato e un’astringenza un po’ eccessiva che – nel nostro quadernetto degli assaggi – lo trattiene dalla gloria imperitura cui eravamo già disposti a consegnarlo. 85/100.

Sottofondo musicale consigliato: Teho Tehardo & Blixa Bargeld – A Quiet Life.