Tobermory 20 yo (1994/2015, Cadenhead’s, 57,8%)

In questi giorni che annunciano malinconici la fine delle vacanze ci piace pubblicare recensioni di single cask selezionati da imbottigliatori indipendenti. Siamo fatti così, che ci volete fare. Abbiamo iniziato con l’italiana Silver Seal, per poi passare a Cadenhead’s,  storica realtà scozzese che quest’anno festeggia i 175 anni di attività con una serie di barili da panico. Noi, più modestamente ci siamo bevuti questo Littlemill 24 yo del 2016 e oggi retrocediamo di un anno andando sull’isola di Mull, appena sopra la ben più celebre Islay, dove la Tobermory produce whisky indisturbata da circa 200 anni. Spesso questa distilleria mostra un carattere arcigno, con un distillato pungente e molto particolare, fieramente spigoloso. Vediamo se da questo barile di sherry è scaturito il classico ‘impegnativo’ Tobermory.

W193_67351N: l’alcol non è pervenuto, e come prevedibile, ci si trova di fronte a un profilo “o lo ami o lo odi”. Ci sono in particolare due note, due mondi che emergono nitidi nella loro ‘sporcizia’: da un lato una componente sulphury, metallica, ruginosa, molto netta ed evidente; dall’altro, una dimensione costiera (aria di mare sferzante, aria di porto) ancora più urlata, intensissima. Sotto a queste guglie aromatiche, un’architettura di frutta rossa, anch’essa molto intensa, ma fresca, matura e succosa: ciliegie, duroni, more. Un sostrato appena accennato di polvere di caffè.

P: ripropone perfettamente questa impossibile ma felice fusione tra una frutta rossa intensa, intensissima anzi, ed un lato sporco, sulfureo e metallico, altrettanto deciso – e però rispetto al naso, forse, tra i due litiganti gode di più la frutta… Dunque ancora ciliegie, confettura di frutti di bosco, prugne nere succosissime; anche del cioccolato. E poi, appunto relativamente defilato, anche il metallo.

F: rimane a lungo quel concertone di frutta rossa e nera che sovrasta tutto, persino quel lato sulphury così presente al naso.

Siamo di fronte all’ennesima eccellente selezione per un imbottigliatore che, ne abbiamo conferma, non sbaglia quasi mai. Molto buono e, anche se certamente deve piacere lo stile così particolare, al palato difficilmente risulterà poco accattivante. Noi ci assestiamo su un massiccio 90/100, ma ad ogni modo corre voce che uno dei due organizzatori del Milano Whisky Festival, perentoriamente detto Il Gerva, se ne sia stipata una cassa, per dire.

Sottofondo musicale consigliato: Eric ClaptonChange the world

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Caperdonich 23 yo (1980/2004, Cadenhead’s, 58%)

Grazie ad Angus ci siamo impossessati di un sample di questo Caperdonich di Cadenhead’s, imbottigliato nella serie Authentic Collection ormai 13 anni fa. Caperdonich, distilleria silente dal 2002, era soprannominata “Glen Grant II”, dato che era la dirimpettaia di GG ed era stata costruita dalla medesima proprietà pochissimi anni prima che il Novecento aprisse le sue porte alla Storia. Si tratta di un barile ex-bourbon, messo in vetro alla gradazione di 58%.

Schermata 2017-06-26 alle 11.45.31N: pure a 58% si squaderna in maniera quasi placida, con ricche note di pandoro caldo ricoperto di zucchero a velo; dal barile ex-bourbon arrivano anche vaniglia, crema pasticciera… E poi un bel croccante di sesamo e miele: diciamo sesamo perché c’è un lato vegetale molto oleoso, un po’ sticky, che ci pare spingersi fino all’olio di sesamo. C’è anche un erbaceo più ‘acuto’, che potrebbe essere foglia di menta. Un po’ di mandorla (e olio di mandorla); e pare colpevole non citare la noce! Una leggera mineralità, a impreziosire un profilo molto particolare e vegetale.

P: che sorpresa! Il primissimo attacco è forse più sul dolce, sulla crema pasticciera e la vaniglia, ancora prepotentemente bourbonoso; e però stupisce con ancora maggiore presenza quel secondo lato riscontrato al naso, minerale e incredibilmente vegetale, che qui al palato si prende ancora più spazio: spicca la frutta secca oleosa, e l’olio di frutta secca – noce, mandorla, ancora sesamo. Sembra molto dolce, ma al contempo anche molto setoso ed erbaceo, in un ossimoro che non si pacifica mai pienamente.

F: lungo e persistente, coerente con la dicotomia olio e frutta secca / dolcezza cremosa: e però vincono comunque l’oleosità e l’erbaceo.

Molto particolare, con un lato erbaceo e vegetale veramente massiccio, di altissima qualità perché ottimamente integrato con il lato più morbido e dolce. Il profilo è davvero seducente, nel complesso: 90/100, molte grazie ad Angus per l’omaggio.

Sottofondo musicale consigliato: Ghali – Happy Days.

Highland Park 30 yo (1986/2016, Cadenhead’s, 46,5%)

Ancora reduci dai bagordi di un capodanno elegantissimo e di rara sobrietà, in cui abbiamo perfezionato drink visionari come il “Mandela” e il “Mulo di Dufftown” (è certo opportuno stendere il più classico dei pietosi veli), cerchiamo di rimetterci diritti grazie agli sforzi congiunti di Orcadi e Campbeltown: con la bocca ancora impastata assaggiamo un Highland Park di trent’anni (dal 1986 al 2016 in due botti) della serie Small Batch di Cadenhead’s, storico imbottigliatore indipendente da qualche anno guidato da Mark Watt. Solo 176 bottiglie.

schermata-2017-01-02-alle-11-24-52N: a sorpresa, ancora molta torba anche dopo trent’anni, anche senza note di fumo: minerale, erica, miele, elegantissimo. Terra, fiori (fiori dolcini, se ha senso per qualcuno). Biscotti ai cereali e miele – davvero un sacco di cereale, di malto! Va pian piano aprendosi sulla frutta, e poi ancora su un cereale al limite del farmy (…) senza mai perdere in educazione (sempre più fiori). Diventa, ogni minuto che passa, sempre più elegante e persuasivo… Lievissima suggestione di vaniglia e mandorle.

P: alcol inesistente, corpo intenso e masticabile. Mostra subito una cera ‘sporca’ ma riesce ad essere delicatissimo allo stesso momento: fantastico. Attacca austero e poi si apre sul fruttato, mantenendo però una mineralità costante e magnifica. Panna montata? Ha una sua paradossale cremosità (chantilly?), sempre educatissimo mai ruffiano. Ancora miele, superfloreale. “Top top”, come direbbero a Nuova Delhi. Giano bifronte, abbina con inusitato equilibrio una frutta delicata e una ‘sporcizia’ elegantissima.

F: attacca sul cremoso e fruttato, attraverso il fiore galoppa verso una torba minerale lunghissima. E quanto malto pulito e incantevole…

Iniziamo l’anno come meglio non potremmo: Highland Park ci ha abituato a un carattere unico, in grado di mantenere in equilibrio perfetto un lato più selvaggio e rude ad uno più composto e ‘femminile’. Questo imbottigliamento di 30 anni, selezionato da un imbottigliatore  che in questi anni sta facendo sfracelli, non tradisce lo stile di casa ed anzi si erge a suo eccelso rappresentante: 92/100, e il 2017 inizia bene, dai, all’insegna di intensità e complessità. Alla grande.

Sottofondo musicale consigliato: Sixto Rodriguez – Sugar Man.

Ledaig 19 yo (1997/2016, Cadenhead’s, 53,9%)

Quello di Ledaig, versione torbata di Tobermory (Isola di Mull), è distillato che sempre divide: spiccano le note sporche, generalmente, e si tratta di spigoli belli acuti, che talora disturbano perfino i cuori e palati più temerari. Cadenhead’s ha diverse botti di Ledaig (e d’altro canto, come ama spiegare lo stesso Mark Watt, a Cadenhead’s piace imbottigliare prodotti misconosciuti – si legga ad esempio la bella intervista fattagli ieri dal sommo Bevitore Raffinato), e ha appena messo sul mercato un single cask diciannovenne con etichetta dorata. Possiamo forse esimerci dall’assaggiarlo? No, affrontiamo la sfida.

ledaig-19-year-old-1997-small-batch-wm-cadenhead-whiskyN: da subito pesante e molto spigoloso nel bicchiere. L’alcol si fa notare. In primo piano c’è tutto un mondo ‘sporco’, tra il soffritto, il sugo di pomodoro, un tocco di cera e poi anche un’affumicatura pesante tipo catrame o diesel. Cereale bagnato, molto affascinante. Vagamente iodato. Dopo un po’ dalle retrovie emerge un lato zuccherino, anch’esso pesante (se dovessimo definirlo con un colore diremmo marrone), che ricorda lo zucchero di canna, i fichi secchi e le tisane invernali a base di arancia, uvetta e cannella.

P: anche qui la prima impressione è quella di un distillato graffiante e minerale, con un cereale spoglio e macerato a suo modo elegante. Per intenderci diciamo che è meno sporco e più vegetale rispetto al naso. Qui però la dolcezza non rimane in disparte come prima, ma arriva ad arrotondare e a smussare quasi subito: e allora ecco ancora zucchero di canna e fichi secchi, oltre a datteri e sciroppo d’acero. Liquore all’arancia. Conclude con fumo acre e terroso in decisa ascesa. Non manca l’hallmark di distilleria, il chicco di sale – se no ci scrive Pino e ci bastona.

F: l’affumicatura esce alla grande assieme a un bella sensazione di vegetale e cerealoso. Chicco tostato e cacao.

Sicuramente un whisky ‘ad alta soggettività’, ma non si può dire che non sia cangiante e intrigante, soprattutto al naso. Il palato rivela una dolcezza un po’ monolitica, ma nel complesso piacevole e ancora screziata di sfumature minerali e sporchine. Buono il cereale, buona la torba bella decisa: 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: un pezzo bellissimo, la dimostrazione che i geni non mentono. Teneteli d’occhio: Algot Blackfisk – Blinding light.

Royal Brackla 30 yo (1984/2015, Cadenhead’s, 54,1%)

Come ogni anno, l’ormai prossimo Milano Whisky Festival è anche l’occasione per decine di appassionati per scambiarsi samples come fossero figurine Panini: “a te manca il Port Ellen Old Malt Cask 1982?” “Io ce l’ho doppio!, ma in cambio non mi accontento solo di un Mortlach NAS… Ne voglio tre e voglio anche la figurina di Higuain, una mezza boccia di Tavernello e due buoni sconto per la carta igienica e per gli yogurt alle prugne, e mettici pure cinque euro!”. Più o meno è andata così anche l’anno scorso, e il nostro amico Giuseppe (sì, proprio lui!) ha avuto cuore di portarci un sample di Royal Brackla 30 anni, imbottigliato nel 2015 da Cadenhead’s nella serie ‘Single Cask’ con etichetta dorata. Siccome anche sabato e domenica saremo al banchetto di Cadenhead’s, ne approfittiamo qui per ringraziare Giuseppe e per ricordarvi che hey!, passate a trovarci ché da noi si beve bene! Domani o dopo pubblicheremo i ‘soliti’ terzetti: occhio perché abbiamo preparato titoli veramente demenziali.

65371N: ha la faccia seria del whisky da meditazione, con un velo di cera e legno vecchio a regalare subito sensazioni molto particolari. Affianco a una nota garbatamente minerale troviamo potenti suggestioni fruttate, dalla marmellata di fragole a pesche zuccherine fino a un misto tropicale. Miele scuro e zucchero di canna, burro caldo e pasta frolla lo rendono nell’insieme molto complesso; e arriva anche qualcosa di vagamente balsamico ed erbaceo che non riusciamo del tutto a capire. Menta?

P: un senso di cera e di una leggera torba minerale ricopre tutto. Abbiamo spesse note di miele e di biscotti speziati di Natale, senza che in realtà la dolcezza risulti anche solo per un istante troppo pronunciate. Grande infatti è il bilanciamento, con deliziose suggestioni erbacee di the e di buccia essicata di arancia. Marmellata di fichi e caramelle al rabarbaro.

F: lungo e setoso, ancora in perfetto equilibrio tra la torba vegetale e una dolcezza appiccicosa.

Veramente un ottimo whisky, esattamente della tipologia che piace a noi: bilancia perfettamente un lato ‘dolce’, fruttato, con una venatura spigolosa, minerale e torbata, che ci fa arruffare il pelo sulla schiena. Serge dice “sexy and austere at the same time”, ovviamente ha ragione: rispetto a lui e al magico IBR però noi andremo ancora più in alto, spingendoci fino a un meritato 92/100.

Sottofondo musicale consigliato: Adam Green – Drugs, capolavoro.

Burnside 26 yo (1989/2015, Cadenhead’s, 48,8%)

Da novembre abbiamo nel nostro parco-sample questo Burnside: forse il nome, messo così, non richiama molto alla vostra memoria… Peccato per voi: si tratta di un single cask di Balvenie (che non autorizza terzi a imbottigliare con il nome in evidenza) teaspooned con Glenfiddich. Cosa voglia dire teaspooned, ve lo spiega abilmente e con agile retorica il sommo Bevitore Raffinato, ché noi oggi siamo pigri. Si tratta di un 26 anni, invecchiato in una botte ex-bourbon e messo in vetro da Cadenhead’s, imbottigliatore che ormai abbiamo imparato a conoscere bene. Il colore è dorato chiaro – certo, mica lo scriviamo sempre il colore, direte voi, perché farlo adesso? Boh, perché ci è venuto in mente.

Burnside-26-y.o.-1989-2015-CadenheadsN: davvero espressivo con vere e proprie lamate di profumi che fendono il naso. Arriva subito un’immagine, chiara e nitida: una torta di mele, di quelle alte, fragranti, ripiene di mele gialle e crema. Un grandioso malto, che ci ricorda tanto il 15 anni ‘single barrel’; pere burrose, pastafrolla; brioche al miele, biscotti ai cereali; un velo di ananas (pasticcino al). Miele poi, con note floreali (erica); una leggera freschezza mentolata ed erbacea. Insomma, un whisky capace di odorare veramente di whisky, nel suo miglior archetipo.

P: molto ricco di sapore, e pieno. In grande coerenza con il naso, ripete quelle ottime note di frutta gialla matura e burrosa, di impasto per torte, di crema. Quindi ancora tante mele e tante pere, miele, malto brioscioso… Assieme a questo lato, si afferma anche una dimensione più compiutamente erbacea e ‘legnosa’: foglie di tè, menta, fieno. Frutta secca (mandorla). La parte dolce e quella più legnosa sono molto ben bilanciate, unite da una punta acida di agrumi misti. Anche un tocco di chiodi di garofano a dare una profondità speziata.

F: lungo e persistente, ancora dolce, maltoso, sulla frutta secca, sul malto a bilanciare la dolcezza.

Buono, molto buono: è “standard” nella migliore delle accezioni, e soprattutto al palato svela un’intensità legnosetta ed erbacea veramente caratterizzante. Contiene una dolcezza ricca e densa, ma equilibrata alla perfezione da quel lato lievemente amarino. 89/100, con Balvenie non si sbaglia.

Sottofondo musicale consigliato: Piero Bassini Trio – Looking at the hills.

Glenburgie 23 yo (1992/2015, Cadenhead’s, 54,7%)

Quest’anno l’importatore Beija Flor non parteciperà allo Spirit of Scotland, e noi, che da qualche anno ci spacchiamo la schiena dietro al suo banchetto preparando e versando percorsi di degustazione, saremo “costretti” a goderci un festival di pace, chiacchiere e assaggi senza pensieri. Anzi, a proposito: ci vediamo là? Con questa serenità, oggi ci beviamo un single cask di Cadenhead’s che, degustato furtivamente allo scorso festival milanese, ci era piaciuto assai: un Glenburgie ex-bourbon di 23 anni. Forza!

glenburgie-23-year-old-1992-small-batch-wm-cadenhead-whiskyN: l’alcol si fa sentire. In prima fila si sente, molto brioscioso, il malto. Le note di croissant all’albicocca sono, soprattutto sulle prime, davvero dominanti, e piacevolmente tali. Molto marcato è anche il lato acido, agrumato (arancia), assieme a note di lucido per legno e frutta secca (mandorle e nocciole). Col passare dei minuti i richiami al bourbon si fanno più nitidi ed esce una ricca crema alla vaniglia; anche se quel che persuade di più sono note intensamente fruttate, costantemente in crescita, di frutta gialla, quasi tropicale (mela, banana, ananas). Miele e fiori freschi, e senz’altro, qui e là, anche un che di erba fresca ad accompagnare costantemente le altre sfumature. Non stupefacente per complessità, ma molto solido e piacevole.

P: al palato si riconferma semplice e deciso, con un bel muro solido di sapore in prevalenza maltoso. C’è l’albicocca, la mela gialla e sicuramente anche l’arancia, il tutto arrotondato da sentori di legno di botte delicati e frutta secca mista. Ancora miele. Il sapore è gradevole, anche se il gioco del sezionamento non dura a lungo. L’acqua aiuta ad attenuare l’alcol e libera le note fruttate e una crema alla vaniglia molto delicata (panna cotta?). Verso il finale torna un lato erbaceo lievemente amaricante…

F: di media durata, con molta frutta secca, banana e malto.

A voler fare le pulci a questo imbottigliamento, dobbiamo stigmatizzare un lato alcolico certo da attenuare con acqua ed anche una complessiva semplicità, dato che non offre particolari variazioni sul tema principale (il malto). Ma questa stessa semplicità è la faccia di una medaglia che dall’altro lato rivela notevole solidità, e in fondo ci pare preferibile un malto che sappia di malto ad uno che sappia (solo) di vaniglia. Per il voto, staremo su un 85/100 che ci pare identificare alla perfezione un buon single cask con velleità scolastiche.

Sottofondo musicale consigliato: Patty Pravo – Se perdo te.

‘Robust Smoky Embers’ 21 yo (2013, Cadenhead’s Creations, 46%)

Da un po’ sulle nostre pagine manca della torba isolana: decidiamo di prendere tre piccioni con una fava e assaggiamo questo vatting di – appunto – tre botti della patria dei torbati, Islay. Compongono la miscela, infatti un barile di Caol Ila, un barile di Ardbeg ed uno di Bowmore: tutti e tre sopra i 21 anni, selezionati ed uniti assieme secondo l’arbitrio di Mark Watt, naso ed anima di Cadenhead’s. L’esperimento non è usuale, ovviamente, vediamo come è andata.

mainlN: nel vatting prevalgono una torba gentile e una vanigliosità alla Caol Ila, con anche qualche guizzo quasi tropicale in stile Bowmore. Il profilo generale è così rotondo, con marinità  e note medicinali lievi, mentre il fumo non è di quelli acri ma è piacevolmente ‘dolce’. Vaniglia, zenzero candito e aranciata zuccherata completano un naso piacionissimo, ma non stucchevole. Per di più col tempo viene fuori bene, crescendo d’intensità.

P: che dolcezza, paradiso dei sensi! Ribadisce l’ispirazione caolilesca, con un’esplosione di vaniglia, borotalco e liquirizia. Mela gialla. Poi va un po’ in calando, con una nota erbacea e mentolata che prende il sopravvento e l’acre della torba: la dolcezza, verso il finale, retrocede dunque un poco. Semplice, intendiamoci, ma gradevole

F: rivincita di Islay: abbondante legno bruciato e medicinale amaro assieme agli ultimi rigurgiti vanigliosi e di mela matura.

All’ultimo Milano Whisky Festival, in cui avevamo inserito questa bottiglia in un percorso ‘sperimentale’ sulla torba, il ‘Robust Smoky Embers’ 21 anni è stato molto apprezzato: effettivamente, un vatting isolano sopra i 20 anni a 80 euro oramai è un’utopia. Oggidì, ahitutti, è esaurito, ma non possiamo che rimpiangerne le velleità: è un malto gradevolissimo, forse un po’ semplice (pare che la miscela abbia come smussato gli angoli delle tre distillerie, facendone perdere anche le più riconoscibili peculiarità – a parte la rotondissima Caol Ila, ovvio) ma che, forse anche grazie a questa semplicità, va giù con una facilità inquietante. 84/100 sarà il voto, alla prossima avventura!

Sottofondo musicale consigliato: Elio e le storie tese – Catalogna.

Piove Whisky… vol. IV

1988__29224_zoomKomagatake – Hombo Mars distillery (1988/2014, #557, 58%)

Questo single cask è stato sfornato da una distilleria relativamente giovane, fondata nel 1985 in una località di montagna della prefettura di Nagano. Sembra uno di quei ex-bourbon first fill scuri scuri e ultra carichi: intensità pazzesca, tutti i dolci al caramello e al toffee di questo mondo, spezie e legno caldo. E lo stiamo ancora solo annusando. In bocca è tutta un’esplosione di sapori, con le spezie che raggiungono l’acme. Ma dove sono i 58 gradi? Da ricordare: 90/100.

7__82303_origKavalan ‘Concertmaster’ Port cask finish (NAS, OB, 40%)

Il naso potrebbe anche essere passabile, molto semplice con tenui suggestioni di acino d’uva e frutta rossa. Poi il palato è la catastrofe: pare acquoso e regala solo un velocissimo lampo di una dolcezza sbracata (frutti rossi e zucchero di canna) mista a una legnosità sgradevole. Ma via, facciamo i seri! 65/100.

caol-ila-17-year-old-1997-unpeated-special-release-2015-whiskyCaol Ila 17 yo “Unpeated Style” (2015, OB, 55,9%)

Ci era piaciuto l’unpeated dell’anno scorso, ci piace tanto anche questo. Molto intenso, molto minerale e a suo modo ‘nudo’, pur se con una dolcezza notevole, molto fine e trattenuta, molto da alte Highlands, diciamo. E ovviamente, dimenticate quel prefisso un-: è peated, meno del solito, ma lo è. Consigliato. 87/100

                                Mortlach 16 yo (1994/2011, Candehead’s, 54,2%)

W061_5_37261Il naso parla di un Mortlach fedele alle caratteristiche della distilleria, un po’ sporco e, come vuole la tradizione, con una nota di brodo di carne. Abbastanza nudo. Al palato la solfa (o lo zolfo?) è più o meno la stessa: è molto maltoso, vegetale e abbastanza carnoso, ma con un pizzico di cremosità vanigliosa in più ad arricchire. Cocco, pera e scorza di limone. Il profilo in realtà è di quelli semplici, ma intensi e gradevoli. Certo, vi deve piacere quella sbarazzina mortlachosità, che a noi, a dirla tutta, piace: 86/100. L’unica altra recensione sul web la trovate su Dramming, che contraddice clamorosamente le nostre impressioni e lo stronca. Però dai, un po’ di ‘carnosità’ c’è…

Ardbeg 20 yo (1993/2014, Cadenhead’s, 55,9%)

Qualche giorno fa abbiamo assaggiato un Ardbeg Cadenhead’s dalle specifiche molto simili, solamente imbottigliato qualche anno prima, nel 2008. L’obiettivo, accostandovi in degustazione quello di oggi, era di cogliere eventuali differenze. L’inizio degli anni ’90 è tra l’altro un periodo molto particolare nella storia della distilleria, appena riaperta dopo un decennio di inattività. Questo ventenne è maturato in una botte ex bourbon, che ha sfornato 186 bottiglie. Piccola nota di colore (cupo): su whiskybase l’ultima quotazione è di 320 euro!

IMG_8621N: la prima cosa che impressiona è la grande somiglianza, è talmente simile che l’unico modo per non fare copia/incolla è concentrarsi sulle differenze: questo è più austero, con una vaniglia più nascosta; qui, se il fumo è appena più lieve, c’è di certo tanta più legna bruciata. L’agrumato è più verde, sul lime e cedro. Si tratta di un naso spigoloso, meno piacione ma -intendiamoci- le differenze non sono così marcate.

P: che schianto! Anzitutto, generalmente parlando, batte l’altro 3-0 in quanto a sapore. Poi, si assiste uno sperticato e folle equilibrio, che mai lo crederesti possibile, tra le componenti che all’unisono si contendono il primato. Anzitutto la dolcezza non è di sola vaniglia, ma si pregia di una quota di frutta gialla matura (pera); ancora tanto lime, bello succoso; liquirizia. Dall’altro lato, mare e torba sono imponenti e variegati: legno bruciato e sentori ‘chimici’. Infine, una gran sapidità. Che vivacità questa torba ventenne!

F: se nell’altro a un palato dolcissimo seguiva un finale di soli copertoni bruciati, qui la gomma arde in compagnia di una bella dolcezza vanigliata.

Questi single cask sono la ragione per cui il mito di Ardbeg, dopo gli anni d’oro delle distillazioni fino a metà anni ’70, continua ad alimentarsi anche ai giorni nostri. Se la produzione ufficiale della distilleria si è progressivamente normalizzata e anzi rimane, con l’eccezione del 10 anni, un po’ deludente in quanto a rapporto qualità/prezzo, gli imbottigliatori indipendenti ancora ci regalano (mai espressione fu più fuorviante) sprizzi di vera e maestosa ardbegtudine. Un whisky indomabile, prepotente eppure anche così raffinato e invitante alla bevuta. Pure magic: 91/100.

Sottofondo musicale consigliato: Godot – The fragrance of black coffee