Intervista a Mark Watt, Campbeltown Whisky Company

Screenshot-2019-05-07-at-16.16.39[ENGLISH VERSION HERE] Dallo scorso novembre e dopo quasi 10 anni, Mark Watt non è più il General Manager di Cadenhead’s, in virtù di una separazione consensuale, affrontata con il consueto riserbo britannico. Noi abbiamo conosciuto Mark durante una sua calata italiana anni fa, quando fu presente al Milano Whisky Festival, e da lì varie volte l’abbiamo incontrato, per lo più a Campbeltown. Oltre ai magnifici – e offuscati – ricordi delle degustazioni in warehouse, siamo legati all’approccio di Mark, che pur essendo un professionista di altissimo livello si è sempre preso poco sul serio, e ha sempre affrontato le degustazioni e la comunicazione del suo lavoro con grande ironia e rilassatezza. Da poche settimane ha annunciato insieme alla moglie Kate la Campbeltown Whisky Company, che imbottiglierà whisky sotto il marchio Watt Whisky. La notizia ci ha stuzzicato, e abbiamo pensato di approfittare del tempo libero della quarantena per fare quattro chiacchiere con lui e farci raccontare che cosa bolle nel suo pentolone… Siccome ci pare che questa sia la prima intervista che rilascia negli ultimi mesi, abbiamo pubblicato anche la versione originale in inglese.

Ciao Mark, che bello risentirti. Dunque, tu hai avuto una bella carriera nel mondo del whisky, per circa dieci anni sei stato il “Whisky Man” di Cadenhead’s, il più antico imbottigliatore indipendente Scozzese. Se dovessi riassumere una carriera in tre concetti chiave, quali sarebbero?

Essere aperto e trasparente, fare le cose nel modo più naturale possibile (colore naturale, ecc.) e tenere i propri standard sempre alti. È una risposta sensata?

mark2Beh, sì! E senti, da un paio di mesi hai lanciato la Campbeltown Whisky Company, e hai appena annunciato il marchio Watt Whisky come imbottigliatore indipendente. Ti va di spiegarci quali sono i tuoi piani e i tuoi obiettivi con la tua nuova creatura?

Il piano è di iniziare a fare l’imbottigliatore indipendente col marchio Watt Whisky, sì; come sapete, le regole del 2009 stabiliscono che a meno che in una bottiglia di whisky ci sia esclusivamente whisky distillato a Campbeltown, non si può scrivere l’indicazione “Campbeltown” in etichetta. Non si può neanche fare un sito web!, e questo vale per tutti i nomi che coinvolgono una delle zone di produzione dello Scotch: per questo il marchio sarà Watt Whisky. Io e Kate speriamo di imbottigliare qualcosa come 15 barili all’anno: stando su numeri bassi possiamo permetterci di offrire sempre qualcosa di diverso in ogni release. Sempre unchillfiltered e a colore naturale; la maggior parte di quello che faremo saranno single casks a gradazione piena. Non abbiamo intenzione di stravolgere il mondo del whisky, ma solo di imbottigliare le cose migliori che ci capitano sotto tiro. All’inizio sarà solo whisky, poi pian piano ci apriremo anche al rum, e poi chissà!

Ci è sempre piaciuto di te l’approccio molto ‘rilassato’ al whisky, senza prendere né te né il whisky stesso troppo sul serio. In che modo porterai quest’approccio nella tua nuova compagnia?

Beh, non vedo ragioni per cambiare approccio… se non il fatto che beh, questa volta devo consultarmi con Kate! Io credo che se un whisky è buono, non c’è bisogno di essere troppo seri. Alla fine il whisky è una bevanda alcolica fatta per essere goduta – possibilmente con amici. Possiamo fare i nerd sul whisky quanto vogliamo, e a me per primo piace farlo, ma in generale una buona compagnia in un’atmosfera rilassata fa sempre sembrare il whisky più buono.

MarkWattQualche anno fa ci raccontavi del grande momento per gli imbottigliatori indipendenti: è ancora così? Qual è l’ostacolo maggiore per una start-up. in questo ambiente? E per quel che riguarda te: cercherai di essere più tradizionale o più sperimentale?

L’ostacolo maggiore è trovare i barili: comprarli è facile, trovare buone botti a un buon prezzo è la cosa senz’altro più difficile. Per me quest’avventura è una sfida: ho sempre lavorato per imbottigliatori con la propria linea di imbottigliamento, dunque questa sarà una direzione tutta nuova per me. L’altro grande ostacolo è il cashflow: come in ogni business, certo, ma le botti costano tanto e vanno comprate prima – per questo il successo del crowdfunding ci ha lasciato davvero a bocca aperta, perché davvero ci ha permesso di fare dei passi avanti molto più rapidamente del previsto. [A marzo è stato lanciato un crowdfunding per il primo imbottigliamento di Watt Whisky, che ha raggiunto e superato il target nel giro di meno di 24 ore, NdR]

Per quel che riguarda l’azienda, direi che saremo piuttosto tradizionalisti nel nostro approccio, quindi per lo più legni tradizionali e non molti finish strambi, etc. Detto ciò, se dovessimo trovare dei distillati bizzarri che ci piacciono, beh, li imbottiglieremo volentieri. Mettiamo letteralmente il nostro nome sulla bottiglia, quindi vogliamo essere sicuri che ci piaccia quel che ci mettiamo dentro.

Qual è il tuo approccio quando selezioni un barile? Cosa cerchi, cosa invece cerchi di evitare…?

Beh, è molto semplice: dev’essere buono! Non ogni botte prenderà 92 punti da Serge, e questo lo sappiamo, ma il whisky dev’essere un buon esempio di ciò che è. Mi piace anche essere sicuro che quando assaggi un whisky, il carattere della distilleria sia evidente e marcato, non coperto dalla botte. Detto ciò, non escludiamo nulla fintanto che sia qualcosa che noi stessi berremmo volentieri e che corrisponda alla filosofia colore naturale / non filtrato a freddo.

23376170_1877876352237339_6848510986637988645_n (1)Campbeltown è la più piccola regione di produzione del whisky in Scozia, anche se ha avuto un passato glorioso, ed è anche il luogo in cui hai deciso di vivere. Cosa c’è di così speciale a Campbeltown?

Adoro Campbeltown, e decisamente l’ho fatta diventare casa mia, scusami Speyside! È un luogo molto tranquillo in cui vivere e in cui far crescere dei bambini, tra l’altro sta per nascere il nostro secondo figlio in pochi giorni! Non abbiamo mai pensato di andare via. Mi piace il fatto che si respiri un’aria un po’ da isola, e il fatto che sia così isolata fa sì che ci siano più cose e servizi qui che in altre città simili Scozzesi. Detto ciò, se ci fosse un aereoporto più vicino non sarebbe male…

Hai visto diverse fasi del mercato del whisky. Come vedi il futuro? Ci sono minacce all’attuale boom, secondo te?

Ci sono molte minacce fuori dal nostro controllo – Covid-19, la Brexit, etc. Ormai sono 10 anni che tutti diciamo che la bolla sta per esplodere e non è successo, dunque è probabile che continui a crescere a lungo. Potremmo anche vedere più barili disponibili sul mercato. Penso che oggi il whisky sia sufficientemente forte per restare sempre sulla cresta dell’onda in alcuni mercati: la minaccia principale è la crescita costante dei prezzi dei whisky entry-level, che potrebbe rallentare l’ingresso di nuovi bevitori nella categoria del whisky. C’è anche un maggiore cross-over tra distillati per gli appassionati, sempre più persone bevono distillati diversi rispetto al passato, rum, cognac, mezcal, gin… Dunque in un certo senso il budget di un bevitore per l’acquisto di distillati è diviso in  categorie diverse.

69264349_2465506326803300_4390437942179397632_oSiamo tutti in lockdown, è un momento in cui l’intera industria del whisky e del beverage in generale sta preparando diversi scenari per colpa del Covid. Forse è troppo presto, ma come pensi che questa vicenda influenzerà il mondo del whisky?

Beh, se sapessi rispondere a questa domanda sarei un uomo molto più intelligente di quel che sono!

Nuove distillerie nascono come funghi. È una cosa positiva o negativa, secondo te? Ci sono alcune ‘nuove’ distillerie in cui riponi una particolare fiducia?

Penso che sia una cosa positiva per l’industria, senz’altro, perché nuove distillerie in giro per il mondo aiutano a rinforzare il whisky nel suo insieme. Mi preoccupa un po’ il fatto che potrebbero esserci troppe distillerie, se dovesse esserci un cambiamento nel mercato, ma gli auguro tutto il meglio. Ci sono molti progetti eccellenti da seguire, me ne sto dimenticando sicuramente alcuni ovvii ma alcuni nomi che secondo me saranno da seguire potrebbero essere, senza un ordine preciso: Milk & Honey, Yorkshire Distillery, Bimber, Wolfburn, Ballindaloch, Ardnamurchan e ovviamente i ragazzi di Dornoch.

 

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Interview – Mark Watt, Campbeltown Whisky Company

Screenshot-2019-05-07-at-16.16.39Hello Mark. You’ve had a pretty interesting career in the whisky industry, and for almost a decade years you’ve been “the whisky man” for Cadenhead’s, the oldest Scottish independent bottler. If you had to resume a career in three key concepts, or three ‘secrets’, which would they be?

Be open and transparent, do things as natural as possible, natural colour etc and keep your standards high.

It’s just a couple of months that you’ve founded the Campbeltown Whisky Company, and you just announced the Watt Whisky brand as an indie bottler. Would you like to explain us what are your plans and your goals with your own company?

The plan is to start a small independent bottler under the Watt Whisky Brand, due to 2009 regulations unless all whisky is from Campbeltown is from Campbeltown that is in the bottle the name Campbeltown can not appear on the label anywhere – not even as a website, this is true of all names that include one of the whisky regions hence why the whisky will be bottled under the Watt Whisky brand.  Myself and Kate hope to bottle somewhere in the region of 15 casks a year so by keeping it small we will be able to keep what we are offer changing with each release.  We will always be unchilfiltered an natural colour.  The majority of what we will bottle will be single cask and at cask strength.  We are not looking to take over the world just to bottle the best whisky that we can.  Initially whisky and then moving into rum and then who knows!

mark2We’ve always liked your ‘relaxed’ approach to the business, without taking yourself and whisky too seriously. How this approach will be expressed in your new company?

I see no need for anything to change other than obviously now I have to answer to Kate.  I always feel if your whisky is good you don’t need to be too serious.  At the end of the day whisky is an alcoholic drink that is made to be enjoyed – preferably with friends.  We can all geek out on whisky and I enjoy geeking out too, but good company in a relaxed atmosphere always makes whisky taste better to me.

In the past you talked about the great moment for IBs: is it still the same? What’s the biggest obstacle for a start-up in this world? And about your new company: are you going to be more traditionalist or more experimental?

Biggest obstacle is getting casks, buying casks is easy, getting good casks at a good price is the more difficult bit.  This company is also a challenge for me as I have always worked for companies who have had their own bottling halls so this will be a total change of direction for me.  The other big obstacle is cashflow, as with any business, but casks are expensive and casks need to be bought in advance – this is why the success of the crowdfunder has blown us away as it really has allowed us to move forward a lot more quickly than we would otherwise have been able to.

As for the company I would say we will probably be much more traditional in our approach to doing things, mainly standard wood options and not too many wacky finishes etc – that said if we try some outlandish spirit that we like we will happily bottle it.  We are literally putting our names on the bottle so we have to make sure we are happy with what we put inside it.

mark2Which is your approach in selecting a cask? What do you look for, what do you try to avoid…?

Fairly simple here it needs to be good!  Not every cask will get 92 points from Serge and we are aware of that, but the whisky needs to be a good example of what it is. I also like to make sure that you get to taste the whisky, the distillery character needs to shine through rather than being masked by the cask.  That said nothing is off the table as long as it is something that we would be happy to drink ourselves and fits in with the natural colour / non chillfiltered philosophy.

Campbeltown is the smallest whisky region in Scotland, even if it had a glorious past; and it’s also the place you decided to live in. What’s so special about Campbeltown?

I love Campbeltown and very much have adopted it as my home, sorry Speyside!  It is a very relaxed place to live and to bring up Children, we have our second child due in a few days!  There was never any thought of leaving here.  I like that it has an island feel to the place and there is actually more here than there would be in similar towns throughout Scotland due to the fact that it is so far away.  That said if it could be a little closer to a proper airport etc it would be nice.

23376170_1877876352237339_6848510986637988645_n (1)You’ve seen a few phases of whisky business. How do you see the future? Are there any potential threats to the current boom of the industry?

There are many threats outside our control – Covid-19, Brexit etc, I think we have all been saying for about 10 years now that the bubble is going to burst and it hasn’t so long may that continue.  I think we may see some more casks becoming available on the market also.  I think whisky is strong enough now that it will always do well in established markets, the main threat is with prices continuing to rise for entry level whiskies it may slow the rate of new whisky drinkers coming into the category.  I think there is a lot more cross over all for drinkers these days more and more people are also drinking other spirits, rum, cognac, mezcal, gin etc than perhaps in the past people were much more singularly minded – so peoples available spend on spirits is perhaps being shared amongst other categories a bit more.

69264349_2465506326803300_4390437942179397632_oWe’re all in lockdown, so it’s a moment in which the whole industry is trying to prepare to different scenarios due to covid. It’s maybe too early to know, but how do you think this will affect the whisky world?

If I knew that I would be a much cleverer man than I am!

New distilleries are popping up like mushrooms. Is it positive or negative, in your opinion? Are there some recent distilleries you particularly trust?

I think it is good for the industry, new distilleries all over the world just help to reinforce whisky as a whole.  I worry slightly that there may be too many new distilleries if there is a down turn but I wish them all the best.   There are many excellent new projects to follow and I will probably miss some obvious ones out here but ones to watch for me would be in no particular order, Milk and Honey, Yorkshire Distillery, Bimber, Wolfburn, Balindalloch, Ardnamurchan and obviously the guys up in Dornoch.

Springbank 15 yo (1999/2014, The Golden Still, 46%)

I ragazzi del Milano Whisky Festival, lo sapete, si dilettano nell’arte dell’imbottigliamento; ormai sei anni fa, complice l’amicizia con Martin Armstrong di whiskybroker, Andrea e Giuseppe hanno acquistato una mezza botte di Springbank. O meglio: pensavano di averne acquistata una intera, e – visionari! – avevano deciso di imbottigliarne metà in piccole bottiglie da 20 cl, e l’altra metà invece in bocce normali, da 70 cl. Una volta riempita la prima metà nei vetri piccoli, Martin telefona ad Andrea e Giuseppe dicendogli “sorry guys, the other half was already sold”. E fu così che il Milano Whisky Festival, sotto il marchio Golden Still, imbottigliò oltre 300 bottigline di Springbank. Più della metà di queste bottigliette sono state acquistate e tracannate a Hong Kong, tra l’altro; le ultime rimaste in Italia sono state esaurite in occasione del secondo appuntamento dell’Online Whisky Show, le degustazioni sull’internet che stiamo facendo proprio insieme al Milano Whisky Festival.

springbank20cl

N: uno Springbank nudo, bello come piace a noi: molto affilato, con una parte costiera molto spiccata, con una bella sferzata di iodio. Lana bagnata, minerale; ma anche una puzzetta che ricorda i cani bagnati. Al contempo, la torba leggera non è poi così leggera, con grande personalità e note aggressive, di pezzi di torba. Un po’ di plastica, forse, anche; tela cerata, sa proprio di Barbour. Olio d’oliva. La dolcezza è molto astratta, tra zucchero bianco e il chicco di cereale. Un poco di vaniglia. Letta così, potrà sembrare una galleria degli orrori: e invece è un tripudio di goduriosità…

P: incredibilmente coerente, solo un poco più orientato verso quella parte dolce già vista al naso, con chicchi d’orzo, cereali, zucchero bianco e un cenno appena di vaniglia. È anche una dolcezza un po’ vegetale, da agave quasi – anche se ovviamente molto più raffinata. Poi ancora erba bruciata, una torba leggera ma sporca, ancora cera, tela cerata, un po’ di limonata fatta in casa e zuccherata. Un’ode al cereale, in tutte le sue accezioni: dalla dolcezza del chicco alla chimica della torbatura.

F: ancora vegetale, erbe aromatiche bruciacchiate; molto oleoso, lascia la bocca soddisfatta e pulita, pur lasciando un’infinita nota di chicco di cereale.

È un whisky affilato e nudo, ma si sente immediatamente che non è giovane: è come se il tempo avesse sviluppato profumi e sapori andando in profondità, senza mutare il profilo originale del distillato, grazie a un barile particolarmente rispettoso (e scarico). Ci sono gli aromi primari del distillato – di un distillato complesso e unico quale è quello di Springbank – ma sono arrotondati, evoluti e maturi. Semplicemente ottimo. 90/100.

Sottofondo musicale consigliato: Battles – The Yabba.

Hazelburn 10 yo ‘Cage Sample’ (2009/2019, OB, 59,7%)

di cosa parliamo quando parliamo di “cage bottles” (foto pijata dar webbe)

Chi va a Campbeltown in cerca di emozioni, sa che le troverà solo in una delle tre distillerie della città, o nelle sede del più antico imbottigliatore indipendente di Scozia – per carità, un paio di pub, certo, ma per il resto finita lì. Ma i pellegrini che si spingono fino all’estremità del Kintyre sanno che ne vale comunque la pena: tra le preziosità locali che si possono scovare nei luoghi più segreti della distilleria di Springbank, ad esempio, ci sono senz’altro le “bottiglie della gabbia”, ovvero le “cage bottles”. In distilleria, o meglio nel Cadenhead Shop che sta a pochi metri dalla distilleria, c’è infatti una vera e propria gabbia, riempita di tanto in tanto con sample di botti di Springbank, Longrow o Hazelburn, di età e tipologie varie – sample da 70 cl, tra l’altro, e come potete ben capire il tesoro è ghiotto. Oggi assaggiamo proprio un esemplare di questa specie: si tratta di un Hazelburn, Fresh Bourbon Barrel, rotation 10, distillato il 9 marzo 2009 e imbottigliato l’11 settembre 2019, naturalmente a gradazione piena.

quella a sx!

N: sicuramente ha bisogno di un po’ di tempo, il primo impatto non nasconde neppure un mezzo punto di gradazione. Dopo un po’, rivela la sua duplice anima: da un lato le lusinghe della botte, con una pastafrolla burrosa e zuccherina, un pasticcino alla crema e alla frutta gialla, un sacco aperto di zucchero a velo… Dopo un po’ la frutta gialla si fa sempre più matura, più carica. Gelato alla banana. Dall’altro, un sentore più screziato e spigoloso, erbaceo, che rivela l’anima di Campbeltown, con erba fresca, magari un praticello dopo una fresca pioggia; insalata iceberg. C’è anche quella punta sporca, minerale e cerosa, che è una delle cose che preferiamo degli Hazelburn.

P: veramente esplosivo, anche se ancora l’alcol non si fa desiderare. Ancora deflagra una frutta gialla devastante, che qui ci appare fatta di ananas e banana: banana bread, molto zuccherino. Anche piuttosto agrumato (pompelmo rosa, dolce). Resta molto cremoso, con crema pasticciera e pasticcino alla frutta, e ancora iper minerale e cerealoso e piovoso. La nota di tela cerata è deliziosa. L’acqua toglie un poco di tropicalità, ma va a esaltare la nota più cremosa.

F: molto lungo e persistente, tutto fatto di quel cereale torbato che in un whisky non torbato proprio non si dovrebbe trovare. Scorza di pompelmo.

Non ci stancheremo mai di dire che anche se Hazelburn è la versione meno celebrata di Springbank, di certo non è priva di fascino – e questa resta una fortuna per gli appassionati, perché è un whisky eccezionale disponibile generalmente a prezzi ottimi, anche sul mercato secondario. Senz’acqua è esplosivo, ma francamente a tratti contundente, con acqua diventa cremosissimo e più che bevibile – a tazze. Delizioso. 88/100. Grazie a Davide Ansalone e a Lars Berens per il sample.

Sottofondo musicale consigliato: Cage The Elephant – Spiderhead.

Springbank 21 yo (1996/2017, Valinch & Mallet, 52,6%)

Sono due anni che abbiamo questo sample in casa (oltre a una bottiglia gelosamente custodita per i giorni di pioggia), abbiamo aspettato fin troppo tempo per recensirlo ma sapete com’è: quando ti trovi davanti uno Springbank 21 anni maturato in un barile ex-sherry Fino vuoi dedicargli la giusta attenzione… Il fatto che sia imbottigliato dalla premiata ditta Fabio Ermoli & Davide Romano, aka Valinch & Mallet, alza ulteriormente le nostre aspettative: speriamo che il sample non si faccia prendere da troppa ansia da prestazione, ma conoscendo il distillato l’eventualità dovrebbe essere remota.

N: aaah, che piacere, questi profumi per noi sono come tornare a casa dopo un lungo e faticoso viaggio. Partiamo dalle note più sporche, più Campbeltownesche: quindi olio d’oliva, spiaggia scozzese, aria di mare, alghe riarse, una torba non fumosa ma minerale, con grafite, terra umida. Zucchetti ci stende dicendo “salicornia”, ma d’altro canto lui è di un’altra pasta. Vi è però anche un lato fruttato, diciamo ‘dolcino’, con un misto di pesche e amaretti, con della frutta candita e una bella uva spina. Molto particolare, come sempre dalle parti di Springbank.

P: il tempo e il barile hanno smussato un po’ gli spigoli, senza però negare l’identità. E dunque liquirizia salata, un lieve sale, una leggera mineralità di terra umida. Il lato dolce e fruttato è ancora piuttosto coerente col naso ma difficile da imbrigliare: pesche cotte col vino, mele renette, una crema fruttata e acidina, forse yogurt al limone? Crosta di torta di mele. C’è poi verso il finale un ritorno di amaro, di vegetale…

P: …che torna deciso al finale, dopo un tappetino minerale e dolce: un po’ come pucciare delle pesche in un mix di zenzero, sale e cenere.

Molto variabile, molto fluttuante, è molto buono anche perché gli manca un vero e proprio centro, continua a cambiare e a colpirti prima con una nota minerale, poi con un’altra dolcina, poi ancora con qualcosa di più acido… Molto affilato, nervoso, per niente ruffiano: in fondo dimostra una personalità da picchiatore di strada, da scumbag scozzese, magro e tirato, sempre pronto alla rissa nelle periferie di Aberdeen. Non c’è verso, a noi lo stile di Campbeltown piace proprio perché è così unico, così introvabile altrove. Il giudizio tradotto in freddo numero non può che essere 90/100.

Sottofondo musicale consigliato: Oi Polloi – Let the boots do the talking.

Feis Ile 2019 Tasting – cinque su sei

Come l’anno scorso (e come l’anno primaaaaa), un’eroica brigata capitanata da Claudio Riva è andata a Campbeltown e su Islay per festeggiare gli open day delle distillerie in occasione del Campbeltown Malts Festival e del Feis Ile – ma l’eroismo non sta nell’esserci andati, con ogni evidenza… Quella è la parte brutta e da invidiare rosicando, senza concessioni. L’eroismo sta piuttosto nell’aver riportato in Italia una selezione dei sei migliori imbottigliamenti esclusivi per il Festival apposta per aprirli con il pubblico di appassionati di Whisky Club Italia – tra cui noialtri, ovviamente. Dunque, bando alle ciance e diamoci dentro con cinque dei sei malti bevuti – manca Laphroaig, arriverà nei prossimi giorni, purtat’ pacienza.

Springbank 8 yo ‘Open Day 2019’ (2011/2019, OB, 56,8%)

1100 bottiglie, maturazione in “fresh sherry casks”. N: non spigolosissimo anche se in stile springy, rimane abbastanza pulito e molto sherroso. La nota di cera c’è eccome però, assieme a olive nere e sentori vinilici. In realtà col tempo si apre ed esce anche un cerino sulfureo che dona profondità. P: molto grasso ed oleoso con un bel contributo della torba. Anche lo sherry è bello appiccoso e profondo (caramello e marmellate). Cioccolato e un tocco costiero molto piacevole. F: bacon e pepe e ancora tanto sherry dolce e opulento. Con acqua merita, tra cera e marmellata bruciacchiata a gogò. Sicuramente tanto carico ma anche tanto bilanciato tra la grassezza del distillato e la dolcezza di botte. 8 anni e tanta tanta personalità: 89/100

Longrow 15 yo ‘Open Day 2019’ (2004/2019, OB, 52,4%)

911 bottiglie, maturazione in “fresh rum casks”. N: inizialmente è stranamente chiuso, anche se la botte si manifesta sotto forma di frutta gialla zuccherosissima (banana), molto costiero. Note chimiche da rum… La torba è sicuramente meno pronunciata rispetto allo springbank. P: si fa più sporco anche se il fumo è davvero in disparte. Chimico e sulfureo con accanto, comunque ben integrate, note di crema al limone e banana. Agrumi. Un filo di cera. F: medio, di spiccata dolcezza e decisamente sapido. Il rum si sente parecchio, anche perché gli anni si sono portati via gli spigoli della casa, ma non è affatto sgradevole, anzi, resta molto affilato: patisce forse la degustazione dopo lo Springbank, che è una pialla. 85/100

Lagavulin 19 yo ‘Feis Ile 2019’ (2019, OB, 53,8%)

6000 bottiglie, maturazione in “sherry treated american oak casks”. N: paradossalmente fresco e succoso, pur se torba e mare sono ancora lì cazzuti dopo quasi 20 anni. Addirittura ricorda il pout-pourri di fiori secchi, quando si affacciano le note più delicate. Torta di mele appena sfornata. Truciolo bruciato. P: la tendenza alla freschezza si accentua ed è molto beverino, non ha un grosso impatto in bocca. Non dimostra sicuramente l’età. Sentiamo marmellata d’arancia, castagne. F: salmastro, legno e zucchero bruciati. È davvero beverino, non un mostro di complessità, però. Forse si poteva fare di più? E comunque, se questo è un Lagavulin quasi deludente… Chapeau. 87/100

Caol Ila 22 yo ‘Feis Ile 2019’ (2019, OB, 58,4%)

3000 bottiglie, maturazione in “sherry treated american oak casks” (gli piace ‘sta formula, a Diageo, eh). N: un raffinato galantuomo nel fiore degli anni. Tutto molto integrato, con note incantevoli vegetali di foglia e di torba dolce. Torta di mele, pesche sciroppate. P: tripudio di frutta (pesche, fichi freschi), con un kick iniziale molto deciso. Saporito anche se l’alcol si nasconde in maniera incredibile (58,4 dove?). Sentiamo anche il mare a far da sfondo. Esibisce già le note levigate e setose che si possono apprezzare in alcuni caol Ila ultratrentenni. F: si riverbera la dolcezza fruttata ma la torba non molla un colpa e rimane bella smoggosa, viva. 91/100. Aggiungete acqua e godete.

Bowmore 15 yo ‘Feis Ile 2019’ (2019, OB, 51,7%)

3000 bottiglie, maturazione in “first-fill ex-bourbon casks”. N: proseguiamo con l’eleganza, con botte di clorofilla, di cera, di foglia sudata (vabbè, diciamo umida, dai), di olio d’oliva (focaccia!?!?!?!?) ma anche di burro. Poi limonata dolce e poi poi poi… arriva il tropicale! P: delicato ma deciso, frutta tropicale impastata di cera, acidità agrumata (limone e lime) a braccetto con la vaniglia e il miele. Si sente bene anche il cereale. Il fumo è discreto, molto in secondo piano, ma è una coccola. F: si ricompone con grande garbo su note vegetali, di cioccolato amaro. Un whisky dipinto col pennellino che berresti sempre: 90/100.

Sottofondo musicale consigliato: The Blues Brothers – Everybody Needs Somebody (To Love).

Botti da orbi – Sanremo, serata 2: Longrow 14 yo sherry cask matured (2003/2018, OB, 57,8%)

[seconda serata di Sanremo, secondo malto con cui consolarsi: ecco la salvifica rubrica di Marco Zucchetti]

Longrow 14 yo sherry cask matured (2003/2018, refill Oloroso sherry, 57,8%)

Può un whisky essere punk? Certo, basta fare tutto il contrario di quel che il gusto imperante vuole. Questo Longrow è esattamente così, come quando i Placebo nel 2001 salirono sul palco dell’Ariston suonando una canzone inneggiante alla ketamina, sfasciando la chitarra su un amplificatore e facendo il dito medio al pubblico. Ecco, qui i gestacci sono olfattivi. Come definire altrimenti note che recitano: radicchio stufato, maiale alla senape di Digione, uvetta, frutti rossi, resina e foglie umide di tabacco? Un mostro di sherry e uno sherry mostruoso, sporco e cattivo come da pedigree degli Springbank torbati. In bocca è torrido, con le stesse tre componenti: sulfureo e carnoso (barbecue e fiammifero), dolcezza (torta al caramello, miele di castagno e marmellata di more) e un che di speziato, tra la buccia di mela rossa e il Pu’er, tè nero cinese fermentato. Finale più secco, con parecchio cioccolato fondente e torba salata.

Divisivo al massimo, o lo si odia come Ruben, o lo si ama come noi, che ancora quando facciamo le pulizie la domenica mattina in pantofole mettiamo i Nofx e gli Ash. Fuor di metafora, è un malto estremo, straziato dalle sue tensioni opposte, lancinante eppure divertente. 87/100.

Sottofondo sanremese consigliato: Afterhours – Il paese è reale.

Springbank 26 yo ‘Sar Obair’ (1990, Kingsbury, 51,2%)

Eccoci con il secondo single cask di Springbank: dopo il glorioso ex-bourbon di Rest & Be Thankful, eccoci alle prese con un decanter di cristallo di Kingsbury, nella serie “Sar Obair“. Si tratta di uno Springbank invecchiato in un single cask (#90) del 1990 ex-sherry decisamente a primo riempimento, a giudicare dal colore, imbottigliato 26 anni dopo a 51,2% per il mercato asiatico. Ora, noi sappiamo che in alcuni mercati piacciono i barili ex-sherry e piacciono i decanter di cristallo: meglio se le due cose vanno insieme, così dentro al decanter puoi vedere un liquido scurissimo, tipo la salsa di soia. Questo è appunto il caso. Grandi aspettative, vediamo.

N: urca, che sherry monster. La prima coltre densissima è di cola e di liquirizia pura, con una colatura zuccherina: roba da appiccicarsi le narici. Frutta rossa e frutta nera, rigorosamente in marmellata: non c’è nulla di fresco qui dentro. Siamo in una monarchia assoluta, anzi in una dittatura del legno, attivissimo, che riesce persino a coprire il distillato di Springbank, se non fosse per una nota di salamoia e olive nere che resiste. Un che di liquore amaro, con una progressiva irruzione di erbe massiccia, che col tempo diventa davvero drammatica. Chiodi di garofano.

P: mmm, acido, amaro e legnoso. Decisamente abbiamo esagerato con la botte, eh, amici di Kingsbury? La frutta rossonera, e dunque intimamente diabolica, è affogata nel tannino, erbaceo legnoso e liquirizioso oltre ogni senso comune, con l’aggravante di tirar fuori note di arancia marcia e aceto di more, a testimoniare un’acidità un po’ sballata in questo contesto. Arriva anche un che di sapido, che però in questo contesto è più una off-note che un valore aggiunto.

F: eccolo confermato, tra erbe amare e tabacco. Paradossalmente non lungo. Conclude con una punta salata.

Siamo un po’ in imbarazzo, ed è tutto un imbarazzo della volontà che si scontra con la fermezza della ragione: avevamo altissime aspettative da questo Springbank, che per inciso costa intorno ai 900€ e ha ottime valutazioni su whiskybase… E però non si può non riconoscere qui un qualcosa di sbagliato: non è piacevole, né da bere né da annusare, e vive il dramma di un invecchiamento trascinato decisamente oltre ogni logica. Ci piace pensare che il signor Kingsbury, girando per la sua warehouse, abbia detto: “ma cazzo!, com’è che ci siamo dimenticati di questo Springbank! Dovevamo imbottigliarlo tre anni fa! Vabbè, dai, mettiamolo in un decanter di cristallo e spediamolo in Asia”. Ha avuto ragione lui, probabilmente, ma noi dobbiamo scrivere 72/100. Le cipolle fanno sì che il latte abbia un cattivo sapore, insegnano i Melvins.

Sottofondo musicale consigliato: The Melvins – Onions Make the Milk Taste Bad.

Springbank 25 yo (1991/2017, Rest & Be Thankful, 46,3%)

Allo scorso Milano Whisky Festival si è avvicinato a noi, con fare losco e circospetto, il buon Riccardo Guadagni, ex barista dello storico Bar Metro – diciamo che si è fatto le ossa in un bell’ambiente, ecco, e con un maestro d’eccezione come Giorgio D’Ambrosio. Nascosto dentro all’impermeabile aveva una bottiglia di Springbank 25 anni, imbottigliato da Rest & Be Thankful per il mercato asiatico (per Liquid Gold, a voler essere precisi). Lo assaggiamo oggi, e nei prossimi giorni lo confronteremo con un altro Springbank indipendente, anch’esso per il mercato asiatico, tutto invecchiato in un single cask ex-sherry – anch’esso spacciatoci da Riccardo, cui siamo particolarmente grati, capirete.

N: il naso è splendido. Ci sono note di carambola, c’è una punta fresca di canfora, poi mela cotta, mela gialla (buccia di mela), qualcuno perfino dice mela verde. Insomma, mela e tanta frutta gialla. La mineralità tipica di Springbank qui si rivela con una patina come ossidata, da whisky di una volta, con quella cerealosità vagamente cerosa… Non c’è marinità, per lo meno al naso. Un ignoto bevitore, che degusta con noi, per racchiudere il senso contraddittorio della commistione di freschezza e di profondità, si lancia nell’immagine evocativa “è una milf diciassettenne”, e un quarto figuro, che non citiamo per non fargli subire legittime accuse di sessismo, aggiunge “con due pere così”.

P: porca miseria! Ha un lato di frutta tropicale stupefacente, intensissima e soprattutto inedita per Springbank, di una varietà ed esplosività francamente devastanti. 50 sfumature di frutta: cocco, maracuja, frutto della passione, pesca, ancora molta mela… Poi ecco tornare una patina di cera. Una convincente nota di liquirizia salata, e con venature mentolate. Ecco finalmente anche la sapidità di Springbank, lieve, con un sentore suggestivo di alga. Che spettacolo, beati gli asiatici!

F: lungo, persistente, con note zuccherine, di mandorla e marzapane, dopo una primissima fiammata tropicale, assolutamente (lo ripetiamo) devastante.

È qualcosa di spettacolare, semplicemente. L’abbiamo già scritto qualche volta nel corso della recensione, ma chi l’ha mai trovata una tropicalità del genere in uno Springbank contemporaneo?! Veramente splendido, fresco e fruttato e al contempo dotato di quella profondità di cereale che solo a Springbank riusciamo a trovare: anche se manca la dimensione più compiutamente costiera che siamo abituati a considerare un hallmark della distilleria di Campbeltown, non ci possiamo proprio lamentare. Incantevole: 92/100.

Sottofondo musicale consigliato: Serge Gainsbourg – Daisy Temple.

Whisky Revolution “calendario avventato” – Day 13

Il “Calendario Avventato” al giorno n.13 ci regala Kilkerran 8 yo Cask Strength. Tenete conto che l’abbiamo assaggiato blind, alla cieca, e la sua identità ci è stata rivelata solo stamattina, pochi istanti prima di pubblicare questo post. Abbiate pietà di noi.

Whisky #13

Che bel profilo terroso e minerale, la torba leggera pennella un velo che va e viene. Ah, il fascino del vedo non vedo. Lascia presagire una bella sapidità. Il lato fruttato è di frutta bianca fresca e zuccherina (mela, pera, melone bianco). Vaniglia il giusto e un bel chicco d’orzo. In bocca è pazzesco l’impatto salato, davvero sferzante. Pulito, maltoso, con un bel corpo esplosivo e avvolgente. Arriva poi una dolcezza burrosa quasi da ganache bianca, cioccolato bianco, ancora vaniglia. La torba si fa leggera e insiste sul terroso. Zenzero e pepe bianco. Un whisky senza difetti e con tanti pregi: personalità, spigoli da scotch vero.

Assaggiandolo così alla cieca, ci orienteremmo verso quei sentori tipici dei whisky di Campbeltown… Uno di noi si è messo a collezionare Kilkerran, e scommetterebbe i suoi due centesimi proprio sull’amata microdistilleria: l’altro conferma, ed entrambi siamo concordi nel puntare sull’edizione 8 anni Cask Strength, vista l’evidenza dell’alcol (se fosse a grado ridotto, sarebbe un problema). Nel non volerci sbilanciare troppo, rosi dal dubbio della cantonata, ci sentiamo di dare un 88/100.