Kilkerran 8 yo (2017, OB, 56,2%)

37. barili kilkerranEsattamente un anno fa, poco prima del Milano Whisky Festival, ci trovavamo a presentare il Kilkerran 12 anni, prima espressione stabile del core range della sorellina di Springbank – ad oggi, quella recensione è risultata la più vista sul sito nel corso degli ultimi mesi, e quell’imbottigliamento si è affermato a livello globale come una dellemigliori sorprese del 2016, un whisky dalla complessità straordinaria se si considera la fascia di prezzo in cui si posiziona. Per quest’anno Glengyle non offre nuove release autunnali, ma – attenzione attenzione – al nostro consueto banchetto avremo aperta una chicca, una bottiglia ormai oggetto delle mire dei collezionisti, che giunge dai tempi (non così lontani, in effetti) in cui Kilkerran era un marchio come un altro, con tutto da dimostrare. Su questo sveleremo di più domani, ma intanto ‘accontentiamoci’ di recensire l’edizione limitata primaverile, un 8 anni a grado pieno maturato in barili ex-bourbon, abbondantemente esaurita nel giro di poche settimane.

aa4167N: come da copione, troviamo un profilo unico: tanto minerale, tanta cera, tanta marinità. Simile al 12 anni ma più tagliente, più acuto, con una quota di ‘umidità’ in meno, se vogliamo. Note di shortbread (i biscotti al burro scozzesi, bestie ignoranti!) a condensare in un’immagine la parte più ‘dolcina’, e un pelo di burro fresco. Mela verde. Il lato vegetale ed erbaceo è molto raffinato, con anche una punta balsamica, di eucaliptolo o di menta piperita. Ha in evidenza una piacevole nota di lievito, o meglio, diciamo, di impasto per pane. Con acqua, trionfa l’hallmark (?) della mela verde.

P: di corpo agile, c’è una dolcezza semplice e immediata (vaniglia, zucchero a velo), ma certo non pacchiana, anzi contrappuntata da cereale, da una torba in netta crescita (qui diventa non solo terra umida, ma proprio fumo) e un senso sottile di cereali e lieviti. Poi certo ancora mela verde e zesta di limone. Il lato minerale si fa facilmente marino, sapido e fumigoso, con note di alghe. L’acqua spalanca le porte ancora alla mela verde e poi, soprattutto, a un sapore di mare veramente impressionante.

F: lungo e persisitente, incredibilmente pulito pur se pulito, chiaramente, non è: braci spente, cera, semino di limone.

Come sempre davanti a Kilkerran, non si possono non apprezzare l’unicità del profilo, certamente, e la solidità con cui questo profilo aromatico è perseguito: ci siamo innamorati dello scotch whisky per le sue imperfezioni, per i suoi spigoli, e qui ne troviamo in quantità. Apparente incoerenza sulla carta, straordinaria coerenza nel bicchiere… per un whisky di soli 8 anni! Detto ciò, a nostro giudizio il 12 anni a 46% resta imbattibile (o per lo meno imbattuto) per complessità e per la paradossale, sfumata delicatezza delle sue ruvide screziature, qui tutte presenti ma meno elegantemente bilanciate. Resta la qualità, e non si scenda numericamente sotto a 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Tom Waits – How it Gonna End.

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Masterclass Springbank @Spazio Versatile – 9.10.2017

Come sapete senz’altro, siamo grandi estimatori delle distillerie di Campbeltown: negli ultimi anni abbiamo collaborato con l’importatore italiano durante i festival italiani approfondendo così la conoscenza del core range e abbiamo visitato la distilleria diverse volte, lasciandoci sempre un pezzo di cuore (e qualche brandello di fegato, ma questo non ditelo al nostro medico). Quando ci è stata offerta la possibilità di presentare Springbank e Glengyle ad un pubblico di professionisti nella cornice dello Spazio Versatile, non abbiamo saputo opporre resistenza…

Lunedì 9 ottobre, dunque, alle 14.30 uno di noi racconterà gli imbottigliamenti base del core range di Springbank e Glengyle: Hazelburn 10, Longrow Peated, Springbank 10 e Kilkerran 12 – dopo le nostre stupidaggini arriverà il buon vecchio Ricky Corbetta dell’Harp Pub Guinness a cimentarsi con quattro drink: se volete partecipare, sappiate che l’evento è gratuito (!) e che per partecipare basta registrarsi online a questo link.

Di seguito, la presentazione ufficiale dell’evento.

Ottobre sarà un mese dove in Spazio Versatile parleremo tanto di Whisky. Lunedì 9 inizieremo questo viaggio andando a scoprire alcune release della distilleria scozzese Springbank e della sua ‘sorellina’ Glengyle. Relatori ancora una volta saranno Maurizio (Beja-Flor) ed i ragazzi di Whiskyfacile, mentre dietro al bancone ci sarà Riccardo Corbetta (Harp Pub Guinness) che proporrà la sua drink list dedicata.

In degustazione ed in miscelazione:
– Springbank 10Y
– Longrow Peated
– Hazelburn 10Y
– Kilkerran12Y

L’evento è GRATUITO ma la REGISTRAZIONE È OBBLIGATORIA.

I posti sono LIMITATI!

CHECK IN ore 14.15, INIZIO evento ore 14.30

SPRINGBANK DISTILLERY:
A Springbank si persegue il massimo rispetto dei metodi di produzione tradizionali: basti pensare che questa è la sola distilleria in tutta la Scozia in cui l’intero processo produttivo avviene in loco, a partire dal maltaggio dell’orzo fino ad arrivare all’imbottigliamento e all’etichettatura delle bottiglie, ed ogni fase ha la sua incidenza sullo stile unico del whisky. Proprio il maltaggio riveste un ruolo centrale: Springbank è l’unica distilleria tra le circa 110 attive oggi a maltare il 100% del proprio orzo coprendo dunque tutto il proprio fabbisogno. L’orzo, rigorosamente scozzese, è ancora girato a mano sui tradizionali pavimenti di maltazione, per essere poi essiccato in forni manuali secondo diversi gradi di torbatura. La fermentazione molto lunga (fino a 110 ore) impone al mosto una gradazione bassa ma un livello di esteri elevato, cosa che permette al distillato di sviluppare note molto fruttate. La distillazione avviene in tre alambicchi di rame, di cui il primo è ancora riscaldato con fiamma diretta (altro fatto assai raro nel panorama scozzese, ormai convertito al più economico ed ecologico riscaldamento a vapore); la produzione è molto limitata, attorno ai 250.000 litri annui. Quel che colpisce ancor di più è che tutte queste operazioni vengono interamente gestite manualmente, senza l’ausilio di computer o di automatizzazioni, affidandosi esclusivamente all’esperienza dei lavoratori.

GLENGYLE DISTILLERY [Kilkerran]:
Glengyle, distilleria nel cuore di Cambpeltown, ha una storia nettamente divisa in due parti. Nel 1872 John Mitchell, figlio dell’allora proprietario di Springbank, abbandona l’azienda che gestiva con il fratello – guarda caso, proprio una distilleria! – per un litigio in merito ad una pecora… e decide dunque di fondare la propria distilleria, Glengyle appunto. Il marchio Glengyle è stato acquistato negli anni ’40 dal gruppo che oggi è Loch Lomond Distillers, e per questo il single malt prodotto da Glengyle non ne può recare il nome. È stato dunque scelto “Kilkerran”, in tributo al nome gaelico dell’insediamento monastico precedente alla fondazione di Campbeltown. Il carattere di spiccata artigianalità della distilleria-madre pervade ogni aspetto della produzione: l’orzo è rigorosamente scozzese, coltivato soprattutto sulla costa est con un clima più mite; l’acqua proviene dal vicino Crosshill Loch; la torbatura è leggera, circa 15 ppm, e viene fatta in casa dopo 6 ore di esposizione al fumo di torba e altre 30 all’aria calda, così da mantenere uno stile non troppo aggressivo.

Hazelburn 13 yo ‘Oloroso cask matured’ (2017, OB, 47,1%)

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Hazelburn, la distilleria che non c’è più

Hazelburn è il nome di una distilleria di Campbeltown rimasta aperta ed attiva per un centinaio d’anni, tra il 1825 e il 1925, quando fu chiusa dalla proprietà e col tempo smantellata e trasformata in un centro amministrativo (qui di fianco, una nostra foto della fu Hazelburn, da veri reporter d’assalto quali siamo). Springbank, nella sua operazione di valorizzazione del territorio, ha scelto proprio Hazelburn come nome per la sua terza ‘versione’, quella a tripla distillazione e senza torba, prodotta a partire dal 1997 e che occupa il 10% della produzione complessiva di Springbank. Oggi assaggiamo l’ultimo Hazelburn messo sul mercato, in primavera, un’edizione limitata di 12000 bottiglie a sola maturazione in barili ex-Oloroso. Non colorato, non filtrato a freddo e ovviamente a grado pieno (anche se piuttosto basso, bisogna dire).

hazelburn-_springbank_-13-year-old-olorosoN: già dal colore dorato antico si capiva che non è uno sherry monster, e il primo approccio olfattivo lo conferma, e però mostra delle caratteristiche inequivocabili: tanta uvetta e mela rossa, zucchero caramellato, torta alla marmellata di fragola, bella burrosa; créme caramel. Assieme a chiare zaffate di malto – sempre discreto, ma riconoscibile negli Hazelburn assaggiati finora – giunge inaspettata una lieve suggestione ‘sporca’, tra il minerale, il legno umido e un po’ di soffrittino invitante.

P: un bel corpo avvolgente, con una discreta pienezza. Prosegue sulla strada maestra tracciata dal naso, tra una dolcezza burrosa e fruttata e ancora una lieve sfumatura minerale/sulfurea. Riconosciamo note di una marmellata di fragole quasi bruciacchiata, ancora una torta burrosa; zucchero di canna e uvetta, ancora mele rosse (cotte, però). Poi di nuovo una sfumatura tostata, sporchina, qui più vicina al cerino. Una spruzzata di caffè.

F: abbastanza lungo e persistente, tutto giocato su burro, sull’uvetta, su una frutta secca nocciolosa.

Un naso facile, ordinato e gradevole, di una certa personalità pure, con un distillato maltoso ben accolto da un legno certo discreto e non sovrastante – certamente buono, per carità, forse un po’ meno Hazelburn rispetto all’idea, leggermente più ‘eterea’ e più succosa, che ne abbiamo noi. Ma questa vicenda, che accade solo nella nostra testa, non ci impedisce di riconoscere la qualità: 85/100.

Sottofondo musicale consigliato: The Roots – You Got Me.

Littlemill 24 yo (1992/2016, Cadenhead’s, 52,2%)

Littlemill, nostra amata, perché mai ti hanno chiuso? Perché quei malvagi della Loch Lomond ti hanno relegato a fantasma, a spettro, in quel lontano 1992 di sicuro tristemente uggioso nelle valli di Scozia? Mentre ci cospargiamo il capo di cenere (manco fosse colpa nostra!), un po’ ci consoliamo pensando che dopo la chiusura della distilleria sono stati rilasciati un buon numero di imbottigliamenti, perlopiù indipendenti e a prezzi tutto sommato accessibili, se si conta che stiamo parlando di una distilleria chiusa e strachiusa, anzi proprio demolita. Considerando anche l’alta qualità media dei single casks in circolazione, non è detto che Littlemill non possa seguire presto sul mercato secondario le orme di Brora e Port Ellen, e veder così decollare le quotazioni assieme a quelle di Rosebank, altra grande defunta delle Lowlands. Intanto, noi continuiamo placidi il tour degli imbottigliatori indipendenti, passando niente meno che a Cadenhead’s, l’indie più antico di Scozia e con le radici ancora saldamente piantate nella penisola del Kintyre, a Campbeltown.

Littlemill-24-y.o.-1992-2016-Cadenheads-e1483440664647N: che spettacolo straordinario! Un affresco complesso, pieno di sfumature, che cambia a ogni snasata… Il primo impatto, devastante!, è su una frutta esuberante: ci sono cenni tropicali, forse maracuja o litchis o mango, poi frutta gialla (pesche sciroppate e mele). Quel che colpisce è che è una frutta venata di spunti minerali, grassi, resinosi: insomma, Littlemill at its best… C’è poi un senso, per nulla greve, di legno lucidato, di cera per legno – ci ricorda proprio la cera d’api. Ha una sua dimensione vegetale, come di resina, di sottobosco. Come se non bastasse, non risparmia certo bordate briosciose, di pasticceria burrosa, perfino di marzapane. Che bontà…

P: mamma mia, compatto come pochi altri, per cui scindere diventa un esercizio retorico che ci saprete perdonare. Esplosioni tropicali accolgono l’impatto palatale, ed è una carneficina di mango; il lato fruttato è ancora intensissimo, sempre di frutta gialla, con in più una dolce spremuta d’arancia e un paio di fette di pompelmo rosa (che nel suo racchiudere assieme dolce, amaro ed acido ci pare forse la suggestione che meglio incasella questo whisky). Poi, la degna austerità delle Lowlands, con note erbacee, vegetali, ancora un burro fresco infinito.

F: lungo, ricco, grasso, tutto giocato su un’infinita endurance tropicale.

Non è un whisky facilissimo, diciamo, ci piace pensare che sia un whisky da intenditori. Ti offre quanto di meglio il whisky delle Lowlands possa offrire, secondo il nostro inutile, modesto parere: leccornie fruttate e sobrie suggestioni di freschezza vegetale. Qui trovate il parere di Ibr, che non fa mistero di apprezzare il nettare. Lo premieremo con 92/100 e lunga vita alla defunta Littlemill!

Sottofondo musicale consigliato: Apparat You don’t know me

Springbank 21 yo ‘The First Editions’ (1995/2016, Edition Spirits, 49,9%)

Sabato scorso c’è stato il Milano Whisky Day, e grazie alla disponibilità di Andrea e Giuseppe abbiamo avuto il piacere di lavorare dietro ai banchetti e di tenere uno zoppicante seminario sulla storia di Campbeltown. Proprio da Campbeltown peschiamo il whisky di oggi: si tratta di un single cask di Springbank, 21 anni, selezionato da Edition Spirits per la serie First Edition – ringraziamo Fabio Ermoli per il campione e ci tuffiamo all’assaggio.

6187-8931springbank1995-201621yearoldthefirsteditionsN: i quasi 50% sono davvero marginali, se non nel suggerire una grande compattezza. In primo piano, tutte le ragioni per cui Springbank è unica: si respira la costa, marina, minerale, con suggestioni di ostriche, di alghe a bordo spiaggia; una leggera cera, a coprire un senso di sale e mare davvero favoloso. C’è la torba, una torba speziata e pepata, con anche un filo di fumo (sembra di passare affianco al kiln, ma senza entrarci). Poi c’è la frutta, molto calda: e anche l’agrume è zuccherino (mandarino succoso, ma pure marmellata d’arancia, e buccia d’agrume); miele; fiocchi di cereale. Tutte le componenti fin qui elencate continuano a mutare i rapporti di forza, talvolta con più enfasi sulla torba, talaltra sul salmastro, poi sulla frutta… Eccellente.

P: splendido; compatto e masticabile, con una grande intensità. L’impatto è sull’austerità, ovvero sulla cera innanzitutto (quanta cera c’è!), poi sul fumo di torba lieve, sul pepe, sull’acqua di mare senza essere ‘salato’; ostriche, e foglia d’ostrica, per gli snob che la conoscono. Poi la dolcezza, fruttata e zuccherina: ancora agrumi succosi, poi miele, un velo di crema pasticciera. Viene in mente il pasticcino alla frutta (quello agli agrumi, a dirla tutta), ma senza la base di pastafrolla. A ogni sorso è diverso, dopo un po’ arriva il cereale, in purezza (o meglio: c’è un senso di pudding, di corn flake…).

F: lungo e persistente, continuamente cangiante: cereali, fumo, mare, frutta (a tratti tropicale, cocco?), cera, agrumi… Splendido, il fumo minerale e costiero dura all’infinito.

92/100, di una bevibilità devastante e di grande complessità. Non è esplosivo, ma si gioca tutte le note tipiche della distilleria tra una sfumatura e l’altra, senza schiaffeggiare ma carezzandoti con dolcezza: ventun anni di barile non hanno levigato però le asperità minerali e costiere, che inseguono la dolcezza come Murray e Smith si inseguono a vicenda nell’assolo di Hallowed be thy name degli Iron Maiden. Similitudine del cazzo, lo sappiamo.

Sottofondo musicale consigliato: Iron Maiden – Hallowed be thy name.

Springbank 12 yo ‘Cask Strength’ #8 (2014, OB, 54,3%)

Questa mattina, mentre leggete le nostre irresistibili parole, noi siamo a Campbeltown e stiamo annusando l’aria costiera della città, i profumi di orzo del malting floor di Springbank, il penetrante odore di fumo di torba che sale dal kiln, e tra poco ci mangeremo il solito, pessimo fish and chips. Dura la vita, eh? Per darvi l’errata illusione di essere con noi, invece che in ufficio, oggi recensiamo l’ottavo batch dello Springbank 12 anni Cask Strength, a grado pieno, a prevalenza di invecchiamento in sherry; è una release del 2014, tenete conto che da quest’anno l’estetica delle etichette è cambiata.

N: molto potente e intenso, parte subito con un forte lato di cuoio, al limite del sulfureo; poi ci sono tutte le note più ‘sporche’ di Springbank, e dunque cantina umida, perfino un poco di muffa; un qualcosa di pirico, che ci ricorda i petardini o i fiammiferi, la polvere da sparo; e come tralasciare la spiccata nota salmastra? Poi, tanto sherry: frutta rossa succosa, ciliegia, more…

P: l’attacco è sulla liquirizia salata, poi cresce in intensità il lato marino, salato, costiero, con note che ricordano proprio le alghe, il pesce. Cioccolato salato, ancora radice di liquirizia. Poi torna la muffa, cresce il legno bagnato (avete mai camminato in montagna sotto la pioggia?). Si chiude ancora con la dolcezza, fatta ancora di frutta rossa, ciliegie, pesche sciroppate.

F: lungo, anzi sterminato; fumo, frutta rossa, sale, spezie…

Eccellente, molto carico e ‘sparato’ a mille in tutto e per tutto: non è un whisky per i deboli di cuore, data l’intensità devastante e la ‘difficoltà’ complessiva del profilo, sporco e rognoso come solo i malti di Campbeltown sanno essere. 88/100, scusate, torniamo in distilleria.

Sottofondo musicale consigliato: Pennywise – Bro Hymn.

Springbank 11 yo ‘Local Barley’ (2017, OB, 53,1%)

Dopo aver assaggiato il Local Barley di Springbank dell’anno scorso, il livello di impazienza per l’attesa dell’edizione 2017 era francamente ben oltre i livelli di guardia. Grazie a Claudio Riva, che ha deciso di aprire e condividere la sua bottiglia, il Clan di Como di Whisky Club Italia ha organizzato una serata a tema Springbank in quel di Cantù, nella serie di degustazioni monografiche “Distillerie Svelate” e ne ha approfittato per mettere sul tavolo proprio il Local Barley 2017 – noi non potevamo mancare, anche perché il resto del parterre era di tutto rispetto (Hazelburn 10, Springbank 18 e 12 Cask Strength, Longrow 18!). Il “Local Barley” è un 11 anni, questa volta prodotto solo con orzo Bere (la varietà d’orzo più antica da noi conosciuta, ed oggi poco usata dall’industria del whisky perché meno efficiente a livello quantitativo) coltivato a pochi chilometri dalla distilleria, nella Amos Farm di Campbeltown – naturalmente l’orzo è maltato in distilleria, dato che come sapete Springbank è l’unica a completare quest’operazione nella sua interezza in casa, ed è maturato in soli barili ex-bourbon.

N: è a grado pieno, ma l’impatto dell’alcol è praticamente inesistente. L’orzo, chiave del concept dietro questo whisky, è ovviamente in primo piano: si sente tanto il cereale, note di pane appena sfornato; ma anche di biscotti ai cereali, di campi di fieno al sole… Ha perfino note di banana verde; limonoso e agrumato (anche cose di arancia). Foglia di limone, e in generale evidenti note erbacee. La torba si sente nel lato costiero e minerale: salamoia e ciottoli, fantastico. Col tempo cresce un lato fruttato e zuccherino che ci ricorda – per farla breve – un delicato sentore di marshmellow.

P: decisamente più ‘dolce’ come primo impatto, mostra un corpo bello pieno e dà rassicuranti sensazioni di calore (?). Di nuovo, la dolcezza non è della botte ma del distillato (e dunque non vaniglia ma pera dolce, di nuovo tanto cereale – fiocchi Kellogs). Frutta secca lieve, nocciole e mandorle. Bello acidino, con ancora limonata zuccherata in evidenza. Pasta di cacao (bella ‘grassa’), perfino delle note di cera. Si sente il fumo, la torba è più carica e più evidente.

F: cioccolato fondente, cera e tanto limone. Ancora labbra salate.

Veramente buono, buonissimo anzi: il cereale è ovviamente il grande protagonista, ma supportato da tutta l’unicità dello stile inconfondibile di Springbank. Quel che affascina è come sempre la complessità del distillato, che regala sfumature e sapori che coprono praticamente l’intero arco parlamentare degli aromi: dal minerale al fruttato al costiero all’erbaceo, dalla frutta secca al ciottolo di fiume, dal cioccolato al pane sfornato al bananoso. Siccome reason is in comparison, rispetto al Local Barley 2016 (più vecchio di cinque anni e con una quota di botti ex-sherry) questo ci pare solo un gradino sotto per una dolcezza più evidente, ma che questo non infici l’eccellenza di quanto abbiamo davanti: 89/100, prendetene pure una bottiglia, se ancora la trovate… Grazie a Claudio e Serenella per l’ospitalità e la bellissima serata, e complimenti ad Andrea per la location Vini e Più: una splendida realtà nel cuore della Brianza, bravo!

Sottofondo musicale consigliato: Ulver – Solitude.

Highland Park 30 yo (1986/2016, Cadenhead’s, 46,5%)

Ancora reduci dai bagordi di un capodanno elegantissimo e di rara sobrietà, in cui abbiamo perfezionato drink visionari come il “Mandela” e il “Mulo di Dufftown” (è certo opportuno stendere il più classico dei pietosi veli), cerchiamo di rimetterci diritti grazie agli sforzi congiunti di Orcadi e Campbeltown: con la bocca ancora impastata assaggiamo un Highland Park di trent’anni (dal 1986 al 2016 in due botti) della serie Small Batch di Cadenhead’s, storico imbottigliatore indipendente da qualche anno guidato da Mark Watt. Solo 176 bottiglie.

schermata-2017-01-02-alle-11-24-52N: a sorpresa, ancora molta torba anche dopo trent’anni, anche senza note di fumo: minerale, erica, miele, elegantissimo. Terra, fiori (fiori dolcini, se ha senso per qualcuno). Biscotti ai cereali e miele – davvero un sacco di cereale, di malto! Va pian piano aprendosi sulla frutta, e poi ancora su un cereale al limite del farmy (…) senza mai perdere in educazione (sempre più fiori). Diventa, ogni minuto che passa, sempre più elegante e persuasivo… Lievissima suggestione di vaniglia e mandorle.

P: alcol inesistente, corpo intenso e masticabile. Mostra subito una cera ‘sporca’ ma riesce ad essere delicatissimo allo stesso momento: fantastico. Attacca austero e poi si apre sul fruttato, mantenendo però una mineralità costante e magnifica. Panna montata? Ha una sua paradossale cremosità (chantilly?), sempre educatissimo mai ruffiano. Ancora miele, superfloreale. “Top top”, come direbbero a Nuova Delhi. Giano bifronte, abbina con inusitato equilibrio una frutta delicata e una ‘sporcizia’ elegantissima.

F: attacca sul cremoso e fruttato, attraverso il fiore galoppa verso una torba minerale lunghissima. E quanto malto pulito e incantevole…

Iniziamo l’anno come meglio non potremmo: Highland Park ci ha abituato a un carattere unico, in grado di mantenere in equilibrio perfetto un lato più selvaggio e rude ad uno più composto e ‘femminile’. Questo imbottigliamento di 30 anni, selezionato da un imbottigliatore  che in questi anni sta facendo sfracelli, non tradisce lo stile di casa ed anzi si erge a suo eccelso rappresentante: 92/100, e il 2017 inizia bene, dai, all’insegna di intensità e complessità. Alla grande.

Sottofondo musicale consigliato: Sixto Rodriguez – Sugar Man.

Springbank 10 yo (2016, OB, 46%)

15036306_1310117275673261_4348286388354192821_nIl Milano Whisky Festival ha premiato Springbank come distilleria dell’anno, in virtù del carattere artigianale tipico di un’azienda che da decenni tira dritto per la sua strada, senza compromessi, continuando a maltare l’orzo in casa (il 100%!), a usare tempi di fermentazione molto lunghi, ad alimentare gli alambicchi a fuoco diretto (ok, solo uno dei tre, ma insomma), a tenere le botti a maturare nelle warehouses in sede. Oggi assaggiamo la versione ‘base’ di Springbank, il 10 anni: è una miscela di botti ex-bourbon ed ex-sherry, e – lo ricordiamo ai più distratti – è leggermente torbato, circa 15 ppm. La distillazione di Springbank è unica in Scozia, dato che è di due volte e mezzo: cosa questo significhi in concreto, lo lasciamo al bellissimo schemino (pardon, all’infografica) che campeggia nella still room e che replichiamo qui sotto.

springbank-10-single-malt-scotch-whiskyN: due anime che si incontrano e si innamorano. Una ha le sembianze dell’aria di mare, della costa inspirata a pieni polmoni, un odore di terra umida e di torba minerale senza fumo; l’altra, vestita d’arancio, unisce gli spigoli degli agrumi (mandarino e arancia) ai piaceri viziosi di pesche e amaretti. Anche un bell’aroma di cereali, diremmo corn flakes. Evolve nel bicchiere, ondeggiando tra il rarefatto e il lussureggiante.

P: grande intensità e che bel corpo. Come al naso riesce a essere sia affilato sia riccamente fruttato. Già dalla prime battute espode una sensazione di pesche e albicocche in pezzi, mature e invitanti. Una spruzzata di arancia e tanto malto di carattere. Accanto, a bilanciare magistralmente, non si può non notare una sensazione di terra salata, di costa. Il distillato prende decisamente e gloriosamente il sopravvento sulle botti.

F: rimane a lungo questa dolcezza fruttata molto piena innervata ancora di residui salini.

yd756q8A rileggere la recensione può forse sembrare relativamente semplice, ma la differenza la fa questa apparentemente improbabile miscela di sapori, questo connubio unico tra il dolce e il salato che noi umani chiamiamo semplicemente Springbank: 90/100. Serge parla di eccezionale spirit driven whisky, e senz’altro – anche se riconosciamo note terziarie – le peculiarità del distillato di casa non sono affatto mascherate, piuttosto restano in primo piano e vengono esaltate dall’interazione con le botti. Quel che cerchiamo nel whisky è la complessità, gli spigoli che irruvidiscono i profili rotondi, a noi piacciono i contrasti, gli ossimori e gli iperbati: qui troviamo tutto ciò, e ne gioiamo. Nota finale: al festival questo whisky è stato molto apprezzato da quanti l’hanno assaggiato, e costando circa 40€ il rapporto qualità prezzo ci pare davvero tra i più competitivi sul mercato.

Sottofondo musicale consigliato: King Crimson – Starless

Kilkerran 12 yo (2016, OB, 46%)

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alambicchi di Glengyle

Finalmente, è giunta l’ora: l’abbiamo sbevazzato fugacemente prima di partire, l’abbiamo ribevuto a Campbeltown, l’abbiamo appena riassaggiato con calma e con tutti i crismi della degustazione: Kilkerran 12 anni, il primo imbottigliamento stabile nel core range di casa Glengyle dopo la gloriosa serie Work in progress. 70% botti ex-bourbon e 30% ex-sherry, si tratta del primo grande traguardo raggiunto dalla minuscola distilleria satellite di Springbank, aperta nel 2004 con la supervisione assoluta del leggendario Frank McHardy. L’etichetta, senza fronzoli come piace lassù, è finalmente bianca, senza quelle tonalità pastello che in passato qualche ironia hanno sollevato nei maliziosi. Ritroveremo quelle note ‘sporche’, costiere e minerali che tanta gioia ci avevano dato? Oppure il primo traguardo coincide con caratteri più ruffiani? Ai posteri l’ardua sentenza, anzi, che diciamo: siamo qui per questo, a noi l’ardua sentenza!

klkob-12yoN: nasone! Fin dai primi attimi si capisce che gli aromi tenderanno ad avvicendarsi spesso e volentieri. Troviamo sicuramente le screziature della casa: dalla salamoia al bacon, da un’aria di mare davvero potente a una leggera cenere, con anche una nota sulfurea di fiammifero. Torbato e minerale (pare sia a 15 ppm), e quindi ricorda la terra bagnata. Olii essenziali di limone ed erbaceo (Serge parla di timo, ci sta). Orgasmico. E aggiungeteci pure delle zaffatine convinte ma non eccessive di pasta di mandorle, vaniglia, pesche e un che di uvetta.

P: masticabile e oleoso, di certo non difetta in intensità di sapori. Di nuovo spicca tutto ciò che graffia: sale, mare, burro e una nota accennata di zolfo. Che torba avvolgente, ragazzi. Sa poi molto di cereali, di corn flakes con qualche goccia di miele. Zenzero. La dolcezza comunque sta sempre un gradino sotto, a far da sottofondo a un malto di sfaccettata eleganza: tanti spigoli, tanto onore.

F: malto pulito e un po’ di frutta rossa essiccata. Un senso di cenere, di ritorno alla terra. Perchè cenere siamo…

Eravamo ansiosi di recensire questo imbottigliamento, almeno da quando quattro anni fa abbiamo assaggiato il nostro primo Work in Progress: questo 12 anni rappresenta esattamente la nostra tipologia di daily dram ideale, ha una complessità del tutto inconsueta per gli imbottigliamenti di questa fascia di prezzo (costa meno di 50€!) e tiene in primissimo piano tutti gli spigoli che caratterizzano i malti di Cambeltown. La dimostrazione che l’artigianalità è una strada che paga? Senz’altro, la nostra valutazione sarà direttamente proporzionale alla nostra goduria: 90/100.

Sottofondo musicale consigliato: Feeder – Eskimo.