Ghibinet 8 yo (2016, Gluglu 2000, 51,7%)

Mauro Leoni, animatore dello storico club Gluglu 2000, una ne fa e cento ne pensa. Ad esempio è già da qualche mese che la Single Malt Whisky Society è tornata in italia, manco a dirlo grazie al suo impegno; quasi due anni fa, invece, vedeva la luce quello che lo stesso Glen Maur definì “il primo single malt italiano”: distillato a partire da orzo maltato inglese e tedesco nella distilleria bormiese Peloni (la stessa che produce il Braulio, per interderci), il Ghibinet ha trascorso otto anni in una botte che aveva contenuto in precedenza Caol Ila. E poi, e poi… eccolo sbucare come se nulla fosse da un banchetto del Milano Whisky Festival, quasi a voler richiamare la genesi del nome che porta: Ghibinet, la notte dei doni, dal tedesco “gaben nacht”. In Alta Valtellina, nelle vigilie di Natale, Capodanno ed Epifania, i bambini passano nottetempo casa per casa chiedendo doni, secondo un’antica usanza. E noi ci siamo sentiti tanto dei pargoli a ricevere inaspettatamente un campione omaggio di questa strana creatura…
Ne esistono 180 bottiglie da 70 cl e 200 da 20 cl, se vi venisse voglia di un assaggio.

Ghibinet_2008_V1aN: molto aromatico: spiccano sulle prime note profondamente erbacee, con rabarbaro, eucalipto, erbe di montagna… ci ricorda le caramelle svizzere tanto celebri di questi tempi. Il legno, impregnato di fumo di Caol Ila, ha effettivamente ceduto molto del carattere del distillato originale al nipotino italico: note di posacenere, per la verità più robuste del consueto stile di Caol Ila, e un’accennata marinità (salamoia, olive nere). Per il resto, oltre ad una leggera vaniglia, troviamo non tanto una dolcezza fruttata, ma nitidi sentori di cereale zuccherino (porridge).

P: l’impatto è massiccio, anche se a tratti l’alcol pare emergere fin troppo, restando un po’ slegato. Il distillato si sente molto, anche se non nell’accezione di molti new make scozzesi, che pur se erbacei riportano alla mente canditi e lieviti; piuttosto si sente nitido il sapore del cereale dolcino, molto secco. Ancora iper-erbaceo, con infinite note di eucalipto, infusi di erbe… Glen Maur parla di un velo di vaniglia, poi pare proprio di addentare un chicco di grano. Per il resto, domina la scena il fumo, ancora molto intenso, forte e ‘sigarettoso’, con note marine (ancora sale e salamoia). 

F: erba fresca e fumo, lungo, lunghissimo e persistente; ricorda decisamente certi mezcal, erbacei e fumosissimi.

Per certi versi il Ghininet sa essere più scozzese di uno scozzese, super secco e nitido. Ci è sembrato di bere un malternative, a dir la verità, a metà tra un mezcal, un whisky isolano e una grappa nostrana secchissima. Esperimento approvato, ma per dargli solidità bisognerebbe continuare a distillare, sperimentare. Noi attendiamo fiduciosi e incoraggiamo con un 78/100.

Sottofondo editoriale consigliato: non potevamo non rilanciare un’intervista a Telemonteve Livigno di Mauro Leoni, che tra tante cose spiega da dove viene il nome del club Gluglu, che richiama il “rumore tipico di una Samsonite rigida con dieci bottiglie di whisky all’interno”. Beh, capolavoro!

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Caol Ila 18 yo OB vs Caol Ila 15 V&M

Dal momento in cui abbiamo aperto il blog, sei anni fa (quasi sette, si invecchia anche da queste parti!), abbiamo sempre avuto almeno un Caol Ila a disposizione – ora con un gesto di arbitrio ineguagliabile, beviamo gli ultimi due superstiti e li beviamo insieme, a sfregio. Si inizia da un grande classico della distilleria di Islay, il 18 anni che abbiamo già avuto modo di assaggiare qualche anno fa, per poi passare a un recente single cask già esauritissimo di Valinch & Mallet: mondi lontanissimi, come nell’album di Battiato, che diventano vicini di casa… basta avere un po’ di fantasia (e di sete)!

Caol Ila 18 yo (2017, OB, 43%)

whisky-caol-ila-18-year-43-Al naso, è un Caol Ila fatto e finito, così come ce lo immaginiamo, compatto e solido: quindi una torba gentile, fumosa, poi un lato balsamico, con mentolo e aghi di pino. Tanta parte agrumata, con arancia fresca e pure marmellata d’arancia. C’è una morbida quota di vaniglia. Al palato si conferma di una bella cremosità compatta, davvero beverina e suadente – corroborante, oseremmo dire, se solo avesse un senso. Tanta dolcezza, sì, ma mitigata dagli spigoli di Islay, con marinità in netto aumento, così come il fumo. Liquirizia. Ottimo nella sua banalità. 87/100. Buono, tanto buono, al punto che forse al quinto bicchiere può pure stancare… Viene via con una novantina di euro.

Caol Ila 15 yo (2002/2017, Valinch & Mallet, 52,8%)

Caol_ila_15_Valinch_&_Mallet_Single_Malt_Scotch_WhiskyAl naso, il lato torbato è molto simile al diciottenne, intenso ma non troppo aggressivo né particolarmente orientato al mare, salvo un sentore di pesce secco. Spicca una nota di risotto allo zafferano, e perfino un che di aceto balsamico. Il lato ‘dolce’ è vicino all’OB, anche se più scuro, decisamente più sbilanciato verso il bruciacchiato.  Al palato conferma questo spostamento, molto carico, con cuoio e liquirizia e miele evidentissimi. L’apporto dello sherry non è tanto sulla frutta rossa, quanto su una screziatura speziata (o una speziatura screziata, se preferite). Barbecue, pancetta sulla brace. 86/100. Buono, molto rustico, molto carico, ti deve piacere questo profilo, a tratti un po’ eccessivo forse. Pur nell’eccellenza complessiva, Serge lo definisce ‘impreciso’, e a dirla tutta siamo d’accordo: procede un po’ a strattoni, non ci sembra profondamente armonico; e tuttavia pare svolgere a pieno il compito di mostrarci ancora una volta come i single cask sappiano avere personalità da vendere e siano in molti casi degli abiti sartoriali, ad uno calzano a pennello, altri nemmeno ci entrano… ah lo si trova ancora sull’internet a 120 euro.

Sottofondo musicale consigliato: Led ZeppelinThe Battle of Evermore

Lost in Caol Ila: una sessione di quattro

Ogni giorno, quando apriamo il mobile dei sample per cercare ispirazione, ce n’è un mucchietto che ci guarda sconsolato, triste, gemendo e chiedendo pietà. Noi lo abbiamo sempre ignorato, perché – lo sapete anche voi – questi sample sono dei viziati, frignano frignano continuamente e compito di un buon blogger, nelle sue funzioni di educatore, è di non assecondarne troppo i capricci. Oggi però, sentito il composto silenzio che giungeva dalle retrovie, abbiamo deciso di essere magnanimi e optare per un premio: abbiamo tirato fuori un gruppo di quattro Caol Ila, tra i 5 e i 13 anni, di quattro imbottigliatori indipendenti diversi, e ce li beviamo, adesso, davanti a voi, senza vergogna. Come di consueto in questi casi, si va di impressioni, di sentenze, lasciamo in bozza le noiose recensioni lunghe.

Caol Ila 5 yo (2008/2014, Hepburn’s Choice, 46%)

Un concentrato di mare e di torba, sbattuto in faccia per quel che è: un concentrato di mare e di torba. Evidente la nuda gioventù, con lieviti ed agrumi, e note erbacee e di alga. In bocca è salatissimo! Per i duri e puri: 85/100.

Caol Ila 10 yo (1995, Douglas Laing’s Provenance, 46%)

Al naso si presenta molto trattenuto, timido, e al tempo stesso morbido e invitante, con crema pasticciera e una leggera marinità. Al palato perde la dolcezza, rimane solo un erbaceo zuccherino, un po’ slegato e amaricante. 75/100.

Caol Ila 11 yo (1996/2008, Hart Brothers, 46%)

Ancora leggermente diverso: la torba è più inorganica, da tubo di scappamento, e al palato diventa anche più dolce grazie a un maggiore apporto del barile (crema, vaniglia). Oleoso. Formaggio. Poca marinità, poco agrume – anche se in crescita costante. 86/100.

Caol Ila 13 yo (1990/2003, Gordon & MacPhail, 58,2%)

Il Caol Ila più completo del lotto. Pieno e saporito, di certo qui la gradazione aiuta; ottimo equilibrio tra marinità, torba forte e contributo della botte – cremoso, oleoso (proprio olio d’oliva), con vaniglia, clorofilla, forse una banana giovane, non verde, non troppo matura. Banana, insomma, dai. 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: Quentin40 – Giovane1.

Caol Ila 33 yo (1984/2017, Cadenhead’s, 54,5%)

Nell’anno del centosettantacinquesimo anniversario Cadenhead ha mantenuto il suo stile, mettendo sul mercato due serie dedicate (una con etichetta verde, un’altra con etichette dedicate ai Cadenhead’s Whisky Shop in giro per l’Europa, come questo) – ma, come dire, l’ha fatto mettendo i consumatori di fronte al fatto compiuto, senza fanfare, eventi di lancio in contesti posh, campagne di marketing aggressive e cialtrone. Tant’è che online si trovano ancora tracce di persone che si lamentano dicendo “occasione perduta, Cadenhead!, è il 175 anniversario e tu non fai niente per festeggiarlo? che delusione, cattivona!” – chissà come ci sono rimasti quando hanno visto uscire un Banff di 40 anni, per dire. Ma comunque: oltre a queste serie dedicate, le uscite ‘standard’ del 2017 hanno avuto un packaging leggermente modificato e una targhetta celebrativa. Pescando dall’Authentic Collection, al festival milanese dell’anno scorso ci siamo portati a casa un sample di questo Caol Ila di 33 anni, appena più giovane di noi – adesso è il momento di berselo.

N: uuuh, che profondità. Un Caol Ila ‘marrone’, con note fruttate al limite del tropicale – forse ci fermiamo alla pesca sciroppata; note di carruba, di arancia (anche candita, e forse diremmo addirittura caramellata). Pare molto ‘sticky’, con note di caramello. Molto minerale, meno marino: la torba è come ci si aspetta largamente depotenziata dalla scure del tempo, mentre si fa spazio una mineralità umida, greve. Odore di fiori umidi, in serra, quasi soffocante. Molto compatto.

P: a 54% lascia strabiliati l’assenza totale di note alcoliche. In ingresso è minerale, con una nota di cera deliziosa, poi mostra una curiosa e però integratissima nota diremmo di toma (c’è una nota di formaggio stagionato da spavento). Ma che fantastica frutta si agita nel bicchiere!, papaya senz’altro, ancora arancia, poi pesche sciroppate e la banana molto matura. Un guizzo di carruba. Ancora torba, qui più fumosa.

F: fumo pieno, qui, finalmente!, che dura all’infinito, con quelle sfumature acri della torba. Pepe nero, noce moscata, ancora un tappetone di frutta arancione (pesca sciroppata e papaya).

Porca miseria, al festival ci eravamo resi conto che era buono, ma forse non avevamo realizzato che fosse così buono. Per quanto abbiamo una grandissima stima di una distilleria tra le più sottovalutate di Islay, avendo la faccia di un’industria e non quella più rustica e ruspante di molte compaesane, onestamente non ci aspettavamo di trovare note così profondamente tropicali, né d’altro canto quella patina cerosa: è il tempo che cesella certi sentori, e qui sono presenti in tutta la loro nitida assertività. Forse il Caol Ila più buono che ci sia capitato nel bicchiere: 94/100.

Sottofondo musicale consigliato: David Byrne – Every Day is a Miracle.

Caol Ila 30 yo (1983/2013, Whiskyforyou, 46%)

Ci siamo già imbattuti in passato in imbottigliamenti a marchio whiskyforyou.it, e sappiamo bene che dietro a questo volitivo nome ci sono due illustri personalità del whisky italiano, e milanese in particolare: facciamo riferimento a Giorgio D’Ambrosio e Franco Dilillo, soci e tra i più importanti collezionisti del nostro amato nettare. I due si dilettano a imbottigliare anche qualche barile, di quando in quando, e storicamente spiccano alcune selezioni con un cavaliere in etichetta – curioso come questi disegni sarebbero stati perfettamente appropriati su una copertina di un disco di power metal una di band tedesca degli anni ’80, ma tant’è. Oggi, dopo il Caol Ila di venerdi scorso, assaggiamo un altro Caol Ila, stavolta di trent’anni, imbottigliato nel 2013 a 46% per celebrare i 40 anni della Pasticceria Dilillo e rimasto da allora nei cuori di molti…

N: avete mai assaggiato un Caol Ila molto vegetale (proprio foglie verdi), minerale (proprio sassi grigi), marino (proprio acqua azzurra) e con solo un filo di fumo appena percettibile (proprio fumo grigio)? Noi no, ma solo perché lo stiamo ancora annusando. Veramente di una nudità incredibile: foglia d’ostrica, olive nere, con note salmastre e di salamoia; quella nota di inchiostro che se non c’è, non è Caol Ila (cit.). Mandorle amare. Sotto, una ‘dolcezza’ molto trattenuta, figlia del tempo e non di un legno aggressivo: un po’ di legnetti di liquirizia, poi una granita al limone, un ricordo di crema.

P: davvero elegantissimo, di grande personalità e pienezza di sapore. Rispetto al naso, appare più dolce e meno ‘ostricoso’, per quanto non diventi mai ruffiano o piacione: tutto giocato su contrappunti dolci-salati, senza strepitare o strillare. Ci sono crema al limone e cera, c’è la foglia d’ostrica e il succo di limone, c’è del tè affumicato (e qui ci confrontiamo con Serge e il suo Lapsang Souchong) e c’è lo zucchero liquido, ci sono erbe infuse e un ricordo di vaniglia.

F: più fumo che nelle fasi precedenti, piuttosto lungo e di media intensità.

C’è veramente poco da dire: un perfetto Caol Ila, elegante, equilibrato e pure non privo di quegli spigoli marini e costieri che tanto andiamo cercando nei whisky di Islay. Ci son voluti trent’anni per mettere in vetro questo whisky, ma ne è proprio valsa la pena: esattamente un Caol Ila da 90/100, secondo i nostri criteri. Bravi tutti.

Sottofondo musicale consigliato: Helloween – Windmill.

Caol Ila 20 yo (1996/2016, Kingsbury, 56,9%)

Qualche mese fa siamo passati a trovare Max Righi nel suo nuovo tempio di Formigine, Whisky Antique – tra gli assaggi che ci ha pregato di portare a casa nei nostri sample (credeteci: ci ha quasi costretto, noi non avremmo mai voluto, noi, per carità!) oltre a diverse espressioni di Silver Seal c’era questo Caol Ila di vent’anni imbottigliato da Kingsbury, compagnia che spaccia whisky dal 1989 ed è ora di proprietà giapponese. Si tratta di un single cask non colorato, non filtrato a freddo – pare che nella maturazione sia intervenuto un barile ex-rum… Curioso, no?

_DSC3655N: molto piacevole – e d’altro canto la qualità media di Caol Ila è talmente solida… Consistency fatta distilleria! Partiamo dal lato meno isolano, cioè quello zuccherino: innanzitutto un senso di dolcezza da torta paradiso (e dunque pan di Spagna, limone, crema di vaniglia), ma anche un qualcosa di più profondo, che riassumiamo col nostro amato Ciambellone, magari appena uscito dal forno. Uvetta macerata nell’alcol? Poi, c’è una bella torba morbida e un po’ iodata, con del fumo di legna ardente (braci accese). Il tutto è percorso da una venatura delicata ma molto decisa balsamica: di eucalipto, di pineta.

P: che impatto, che coerenza! Ripartiamo dal balsamico e dall’eucalipto, elementi ben presenti fin dal primo sorsino. Ritorna anche una bella dolcezza, ancor più pronunciata e appiccicosa di quanto non apparisse al naso: ancora ciambellone e ancora torta paradiso (con la sua quota di limonosità), riconosciamo anche del caramello e – forse – del miele. La buccia di mela lasciata ad aromatizzare e inumidire il tabacco da pipa… Datteri, a pacchetti. Strepitoso il sapore di braci, di legno, di fumo intenso. L’acqua è graditissima ospite, il profilo resta il medesimo ma più ‘succoso’, con un po’ meno spigoli. E se dicessimo pesca molto matura?

F: molto fumoso e acre, lungo lunghissimo e intensissimo; falò, ancora un tappeto di dolcezza, qui un po’ più astratta (zucchero liquido e toffee?, datteri di nuovo).

Come potrebbe Max darci un consiglio sbagliato? E infatti, è un Caol Ila elegante, di personalità, in cui l’influsso del rum è francamente impercettibile, non fosse forse per una dolcezza al palato un poco più evidente del solito: e pure questa dolcezza non prevarica mai le altre componenti, dal balsamico al fumoso. Equilibrato e godibile, 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: The Ocean – Turritopsis Dohrnii.

Whisky de Table (2017, Compass Box for La Maison du Whisky, 40%)

Se La Maison du Whisky, storico négociant di whisky francese, e Compass Box, visionario blender scozzese, uniscono le menti i risultati non possono non essere provocatori e degni del più attento interesse. Per celebrare i 60 anni dell’azienda francese, Compass Box ha ideato il “Whisky de table”, cioè whisky da tavola: il concept è quello di un whisky da bere durante il pasto, magari con ghiaccio, e la bottiglia richiama ovviamente quelle del bianco novello francese… Si tratta di quattro single malts, invecchiati singolarmente per tre anni in barili di Buffalo Trace (di solito particolarmente ‘dolce’, ci spiegava un cooper la scorsa settimana, rispetto ad altri barili ex-bourbon): la composizione è 48,1% Clynelish, 10% Caol Ila, mentre la quota di Benrinnes e Linkwood ci sfugge.

m51719N: ovviamente giovane, vien da dire, e onesto nel mostrarlo. Molto fresco ma con una venatura di torba, un lieve filo di fumo che conferisce spessore al profilo generale: e iniziamo proprio da qui, dalle note torbatine e minerali, che si abbarbicano su una freschezza agrumata (limone, lime) e su una frutta gialla, soprattutto candita (e viene in mente anche una mousse di pera). A proposito di canditi: zenzero. Una note erbacea, anzi proprio erbosa: lemongrass.

P: grande coerenza, riassumendo diremmo “come al naso, ma più caldo e più amarino” – ma perché riassumere. Ha un’ottima intensità, se paragonata a un corpo non esplosivo; l’agrume resta presente, ma molto meno, spostandosi più sul pompelmo. Ancora pere (mousse di), forse una dolcezza più caldina.

F: generosi rabbocchi di fumo, ostriche e una mineralità diffusa – il tutto su un tappetino di pere.

Ora, noi dobbiamo dichiarare un problema con il whisky: a noi piace tanto anche il new make, abbiamo scoperto, quindi di questi tempi non consideriamo la gioventù, anche estrema, come un problema per forza. Questo WdT ci pare di grande complessità, o per lo meno varietà, anche se ovviamente si tratta di un imbottigliamento piuttosto semplice. Il profilo corrisponde al nostro gusto, e si fa bere con una facilità estrema: gli diamo 84/100 perché ci piace, non è un giudizio strettamente tecnico (se lo assaggiassimo blind cosa diremmo?) ma – come dire – emozionale. Buono buono, bravi tutti.

Sottofondo musicale consigliato: Joss Stone & Nneka – Babylon.

The Peat Monster (2016, Compass Box, 46%)

Schermata 2017-03-07 alle 21.55.54Voi sapete che Compass Box sta rivoluzionando il concetto di blended, e se non lo sapete potete ad esempio rileggerci qui; noi siamo rimasti affascinati dall’idea alla base di questi whisky e – soprattutto – dalla qualità trovata nel bicchiere durante i frequenti assaggi… Oggi torniamo a vagare per i magazzini di John Glaser e peschiamo da una bottiglia molto fumosa, molto torbosa, con un’etichetta bellissima: e siccome quelli di Compass Box hanno un grosso problema con la trasparenza, noi sappiamo tutta la composizione di questo Peat Monster: 40% Laphroaig, 20% Ledaig, 13% Caol Ila, 26% Ardmore, 1% di un vat di Teaninich, Dailuaine e Clynelish finiti per due anni in botti ex-Borgogna. What the fuck?, avrà esclamato qualcuno…

vatted_com4N: lo zampino di Islay è ben presente, con una marinità frizzante e spumosa molto evidente: acqua di mare, soluzioni saline, iodio. Al contempo fa capolino una nota di formaggio dolce (emmenthal) e forse di una giovane scamorza affumicata – da qui un cenno alla torba, acre e densa, bella fumosa ma non prevaricante. Pian piano dalle retrovie emerge con crescente intensità una dimensione fruttata molto piena e gradevole, tra un cenno di cedro candito e una fettina di ananas (c’è del tropicale, insomma), e con una bella purea di pera odorosa.

P: che piacere. Il corpo è denso, ha una bellissima texture. Parte molto medicinale, con note di garza, di antibiotici amari (?); c’è tanto legno bruciato, proprio cenere, con appena un morso di ostrica. Borotalco. Poi una dolcezza grossa, da marshmellow, da caramella, molto profonda, e un senso di bastoncino di liquirizia addentato – anche se c’è una dolcezza da whisky giovane, di canditi.

F: lungo e persistente, ma non così massiccio come si sarebbe potuto immaginare. Ancora perdura quella nota amara e medicinale, abbinata ad un vago senso marino. Torna il cedro candito e ovviamente non si spengono le braci (cenere).

Buono buonissimo, a dover sparare a tutti costi un’ovvietà diremmo che la quota di Laphroaig, presumibilmente piuttosto giovane, si sente molto con le tipiche note medicinali (forse acuite da Ledaig?); ad ogni modo, siccome la composizione ce l’abbiamo davanti agli occhi, pare veramente un esercizio sterile il nostro, e dunque limitiamoci a sentenziare 86/100 così da dichiarare tutta la nostra soddisfazione. A 50€ è un’ottima alternativa ai ‘soliti torbati’, consigliamo.

Sottofondo musicale consigliato: Kalamata – My.

Caol Ila 19 yo (1995/2014, Signatory, 46%)

Giovedì uno di noi due partirà per la Scozia, insieme a un folto gruppo di appassionati guidato da Marco Russo e Marco Maltagliati – se avete buona memoria, ricorderete che ne abbiamo parlato qui, e se avete pazienza ne riparleremo in futuro: anzi, in un rigurgito da veri blogger con facce da blogger, tenete d’occhio i nostri profili facebook e instagram! Yeah! Un sacco di selfie! Ma, rientrando in noi, dicevamo: giovedì si va in Scozia, e una delle tappe principali sarà Islay: ci mettiamo in clima con una selezione di Signatory: due botti di Caol Ila, casks 9742 – 9743, hogsheads. Ringraziamo Marco Callegari, brand ambassador di Velier, per l’omaggio.

cilsig1995v1N: davvero Caol Ila styled, proprio già a partire da uno stile di torba deciso, da braci spente ma non prepotente, che si accompagna a una marinità anch’essa indiscutibile ma sobria. Questo primo carattere risulta ben integrato in una cornice di dolcezza più ampia a base di vaniglia, mela gialla e torta con crema al limone. Molto agrumato, con anche succo di lime. Infine ci par di sentire aghi di pino.

P: che corpo, che compattezza! Anche qui non possiamo che denunciare la banalità della bontà. Al connubio tra torba e vaniglia, tra lime e crema, tra il camino e il mare, ci sentiamo di aggiungere appena una buffa nota di emmenthal dolce. Buffo, no? Ha il pregio di una cremosità da sogno.

F: tanto legno bruciato, limone e vaniglia.

Diventa anche difficile commentare l’ennesimo buon Caol Ila: più ne assaggiamo e più troviamo conferme dell’ottima qualità media. Caol Ila risulta forse più ‘prevedibile’ rispetto ad altre distillerie, ma ci abbandoniamo volentieri alla sua splendida prevedibilità. Per questo Signatory, però, possiamo dire che qualche anno extra d’invecchiamento (rispetto ad una buona parte degli imbottigliamenti che si trovano in giro, generalmente attorno ai 10/12 anni) dona grande compattezza e davvero una bella personalità. Ci sono equilibrio, armonia, profondità e intensità, che in finale danno un bel 90/100.

Sottofondo musicale consigliato: Dynatron – Stars of the Night.

Caol Ila 16 yo (1991/2007, Murray McDavid, 46%)

Dopo una settimana di pausa, rilassante come i primi film di Robert Rodriguez, torniamo al nostro alcolismo composto e ammantato di velleità classificatorie: e siccome siamo reduci (?) da un Feis Ile che non abbiamo vissuto, colmiamo la distanza ideale con Islay proprio con un Caol Ila, selezionato e imbottigliato da Murray McDavid nel 2007. Murray McDavidè imbottigliatore le cui sorti sono legate a doppio filo con Bruichladdich: il fondatore (nel 1996) è Mak Reynier, che nel 2000 ha acquisito proprio Bruichalddich, rilanciandola e poi rivendendola a prezzi stratosferici a Remy – ma questa è una storia nota. Reynier veniva dal mondo del vino, e con MMcD ha iniziato a ‘sperimentare’ con i legni, fianco a fianco al grande Jim McEwan – sono infatti considerati gli inventori del wine-finish (o meglio: dell’ACEing, acronimo per Additional Cask Evolution – i toni perentori non sono mancati ai ragazzi neanche quando lavoravano a Bruichladdich, eh?). Questo è proprio uno di questi esperimenti: un Caol Ila invecchiato per circa 8 anni in botti ex-Bourbon e poi finito in botti di Marveaux e Syrah. Il risultato? Eccolo.

Schermata 2016-05-30 alle 12.22.33N: un naso sporchissimo e ‘scurito’ da note smaccatamente vinose che, sommate alle torba, danno una forte sensazione di inchiostro. L’ingrombante presenza di aromi di vino ci porta dritti dritti alla suggestione di lamponi innaffiati col Porto, come si fa alla fine dei pasti più intelligenti. Solo che qui c’è qualcosa, per così dire, di troppo, un non so che di eccessivo. Forse il mancato innamoramento sta nel fatto che la torba, qui presente con un fumo denso, da smog e di gas di scarico, risulta alla fine un po’ slegata col resto. E il resto, ci ripetiamo, è vino, vino, vino. E frutta rossa. Aggiungeremmo anche un po’ di borotalco e di vaniglia.

P: sicuramente ha una personalità molto importante e gli amanti degli sport estremi non resteranno delusi. Inoltre da subito c’è quell’effetto iper allappante dei vini tannici; solo che questo è un whisky e le cose non dovrebbero andare a finire così. A livello di descrittori troviamo una corposa marmellata di frutti rossi, mirtilli e arance rosse molto mature. La torba non rispetta le regole di casa Caol Ila e risulta invece molto spigolosa, con un’affumicatura sporca (posacenere, legna carbonizzata). C’è una punta salata ma, tornando alle prime impressioni, si impone il legno, che asciuga e rilascia botte di amaro, di spezia infusa.

F: lungo, sa di vino salato e di gas di scarico. Ancora legno.

C’è il fumo acre, violento e c’è il legno zuppo di vino. Ma – a nostro gusto – non paiono fino in fondo integrati, oltre al fatto che – sempre a nostro gusto – forse è discutibile mettere insieme questi due odori/sapori in maniera così esplosiva. In realtà è buono, da assaggiare una volta, ma quanto ne berreste, anche considerando che costa sui 130 euro? 75/100.

Sottofondo musicale consigliato: Riz Samaritano – Ma che calze vuoi da me?