Caol Ila 18 yo ‘Unpeated’ (2017, OB, 59,8%)

Nel novero delle Special Release annuali di Diageo, regolarmente compare un Caol Ila ‘unpeated’: alcuni lo interpreteranno come un’aberrazione, come un mostro contronatura… Siccome però noi sappiamo bene che la natura è molto più aperta e stupefacente di qualsiasi opinione umana (tanto più di quelle basate sul concetto di “contronatura”), non abbiamo mai avuto preclusioni di sorta nei confronti di questo malto, che rappresenta la versione “Highland style” di Caol Ila – originariamente escogitata come soluzione per i blended, col tempo a Diageo si sono resi conto che non questi whisky non erano affatto male, e hanno deciso di imbottigliarli come single malt. Oggi assaggiamo il 18 anni messo sul mercato nell’autunno 2017, a grado pieno.

N: il primo impatto porta note molto burrose e cremoso. Ci vengono subito in mente panna cotta, zabaione e panettone. Forse forse… un panettone sporco di cenere? C’è infatti una piccola patina torbata, moooolto lievemente fumosina, con venature minerali molto piacevoli. Per il resto, appare un inno al cioccolato bianco, poi dispiega sentori fruttati, come mela e banana. Stecchette fresche di vaniglia in ogni dove, ma c’è anche una spezia ammiccante, da legno, che non definiamo con precisione. Con acqua, la dolcezza di pastafrolla e di vaniglia dilaga, e questo whisky (miracolo!) si fa pasticcino.

P: l’impatto è alcolicamente aggressivo, monolitico, tra biscotti al burro e una vaniglia sparata. Crema pasticcera con scorza di limone. Estremo, certo, ma poi come un vecchio amico torna sempre il chicco di cereale, intriso di un leggero fumo. Mandarancio, dicono dalla regia (un regista di quelli visionari). Con acqua, che consigliamo vivamente, arriva la frutta, tipo ananas, e la crema ti culla che è un piacere.

F: pasta frolla salata, ancora un filo di di fumo di torba. Pepe bianco e vaniglia. Molto lungo, intenso e persistente.

Bisogna riconoscere che l’apporto del barile non è affatto secondario: tutte le note di vaniglia, crema pasticciera, pasticcini, ecc. che abbiamo riscontrato ne sono chiari indicatori. Detto ciò, che ci volete fare?, secondo noi è proprio un ottimo whisky, molto piacevole, godibile, effettivamente alla cieca si potrebbe scambiare per un whisky delle Highlands con una leggera torbatura… Non c’è nulla di quella nudità del distillato che generalmente ci piace, ma ci piace lo stesso: 87/100. Per dire: su whiskyshop.it costa meno del 18 anni ‘normale’, che è a 43% e non è un’edizione limitata – ah beh, certo, però è ‘peated’…

Sottofondo musicale consigliato: Eve feat. Gwen Stefani – Let me blow your mind.

Caol Ila 13 yo (2004/2018, Gordon&MacPhail, 45%)

Siamo pigri quest’oggi, e ci limitiamo al compitino: ecco le nostre non richieste opinioni su un Caol Ila di 13 anni, maturato per i primi dieci in botti ex-bourbon e poi finiti in Hermitage (un pregiato vino della valle del Rodano). Imbottigliato a 45%, è parte della nuova versione della storica serie Connoisseur’s Choice di Gordon & MacPhail, che da qualche mese ha goduto di un restyling: e le bottiglie, diciamolo francamente, sono proprio molto belle. Ma ci accontentiamo forse dell’involucro? Non sia mai!

N: molto piacevole, nonostante la vinosità sia certo evidente… Corrado ci regala una suggestione definitiva: ricorda il sugo dell’arrosto di maiale fatto con vino rosso (con note di carote, di bacon, di braci, di grasso). In effetti l’apporto del legno è evidente, ma non va a sovrastare del tutto il “profumo di whisky”, se vogliamo. Arancia rossa, forse perfino in macerazione. Risotto alla milanese (c’è una zafferanata…)

P: la presenza del vino è immediatamente percepibile soprattutto perché allappa. Detto ciò, è molto dolciastro: accanto alla torba e al suo fumo intenso (di brace, poco acre) si sviluppano note di caramello, di prugna cotta. Una nota di inchiostro e ancora arrosto. Un che di sulfureo…

F: lungo, intenso nella torba bruciata e nella frutta cotta. Sentori sulfurei.

Sapete che quando troviamo torbati con passaggi in barili ex-vino ci si drizzano subito le antenne della diffidenza e partiamo consapevolmente prevenuti. E dunque, non nascondendo i nostri pregiudizi, diciamo che poteva essere una tragedia e invece è ‘solo’ un esperimento un po’ freak, comunque da provare… Come si sarà capito dalla recensione, non è un whisky morbido, docile, fatto di tinte sfumate: è anzi un mostro di sapori intensi, decisi, spinti in ogni direzione, sia verso la dolcezza allappante del legno sia verso le braci e la torba. Insomma, se non possiamo dirci pienamente sedotti, certo apprezziamo l’estro e la volontà di non fare prigionieri, e spariamo un convinto 83/100.

Sottofondo musicale consigliato: David Bowie – Yassassin.

Botti da orbi – recensioni dal Milano Whisky Festival

L’ubiquo Marco Zucchetti trascorre queste giornate a Singapore: lo immaginiamo ben pasciuto, su un triclinio, circondato da giovani ancelle dagli occhi a mandorla, mentre tracanna Martini discettando degli argomenti più urbani. Mentre lui si trastulla in tal modo, noi pubblichiamo alcune sue recensioni, trascelte dal suo insindacabile giudizio, stese durante il Milano Whisky Festival 2018. Siamo dei privilegiati, non dimentichiamolo mai.

Ogni maledetta domenica in cui il Milano Whisky Festival finisce, puntuale come il diluvio nel giorno di ferie, cala sugli appassionati quel misto di appagamento e malinconia che fior fior di psicologi sono concordi nel definire «rodimento perché bisogna aspettare un anno prima di godersela di nuovo così». Per esorcizzarlo e iniziare il conto alla rovescia che ci separa dal prossimo, ognuno tira le sue conclusioni. Questo giro, ad esempio, nel generale cosmopolitismo fra belgi, tedeschi, francesi, cinesi e vietnamiti come mai prima, hanno spiccato gli italiani. Quindi, senza che a nessuno vengano in mente idee sovraniste che qui ci stanno come il ragù nel Glenlivet, ecco le bottiglie degli imbottigliatori indipendenti italiani che si sono distinte sul campo di battaglia. Pardon, di degustazione.

Bowmore 21 yo (Valinch & Mallet, 47,4%)
Immaginate la Nike di Samotracia, i veli lievissimi che la ricoprono. L’idea che uno scalpello abbia tratto dal marmo qualcosa di così leggiadro è più o meno altrettanto incredibile dell’effetto di questo whisky, sgorgato con cortesia da quello scoglio burbero che è Islay.
È una delle 24 bottiglie speciali che Fabio Ermoli e Davide Romano hanno dedicato al terzo anniversario della loro V&M, quindi ha i crismi sia della rarità sia della celebrazione. E l’eleganza è proprio quella di una serata di gala, con un naso delicato che gioca fra sorbetto di mela Granny e fiori bianchi, ardesia bagnata dal mare e suggestioni che un momento sembrano zucchero a velo e il momento dopo confetto. Per solutori più che abili: occorre tempo per entrarci. Il fumo c’è, profumato e in sbuffi soffusi, e insieme alla frutta gialla fa da partitura alla freschezza della musica. Che è melodia, mai fuga né sarabanda. La dolcezza prosegue, la frutta è sempre fresca (pesca bianca, uva). È vestita di verde menta e acqua di rose, questa 21enne composta e agreste, che più passa il tempo e più corre via fra prati e torbiere. Così, accanto ai toni erbacei (forse basilico, forse verbena?) che nel finale si fanno liquiriziosi, eccola mostrare la maturità: un legno dolce e solo vagamente pepato e una cerosità da candela spenta. La grazia non difetta, la piacevolezza neppure, il finale lungo e soddisfacente chiude il cerchio. La 21enne è da sposare, dunque? Beh, sicuramente da frequentare, indubbiamente da lunga relazione. Ma non è di quelle che ti travolgono per l’intensità di uno sguardo. E un po’ di grinta è bello trovarla anche nella più romantica delle figliuole.
87/100

Haddock 12 yo ‘Peated’ (2018, Wilson & Morgan, 56,8%)
Le vacanze in Scozia possono fare danni nella psiche di un uomo. Tipo lasciare impressi i nomi inglesi dei pesci che si trovano sui menu dei pub. Inevitabile dunque che appena uno intravvede il nome di questo whisky, magari non pensa all’eglefino – il suo nome italiano -, ma di sicuro si aspetta qualcosa di salmastro, torbato e ittico. Perfetto, sarebbe come aspettarsi una salsiccia che sa di kiwi. Perché in realtà di marittimo questo whisky dalla distilleria segreta ha solo l’ispirazione: ovvero quel Capitan Haddock che nel fumetto Tintin si trincava Loch Lomond (ehm…) come se fosse succo ACE. Il mistero si infittisce. L’oro antico del bicchiere dice che qui sherry ci cova. E l’ispettore naso conferma i sospetti: caramello bruciato, croccante, noci, prugna secca e mirtillo. Scuro, il capitano. E dannatamente, golosamente sporco. È carico come solo quei maestri di finish di W&M sanno fare. C’è del cioccolato, dell’arrosto, della salsa di soia con una nota acetica. La suggestione umami fa volare la fantasia ai funghi secchi. Eppure dietro la cucina c’è un bel pergolato di glicine e rose, con le note floreali che portano con sé del miele in un naso caleidoscopico. Tanti indizi, ma ancora l’identikit non si avvicina. Non resta che passare alla bocca, che ha il suo bel masticare questo saporitissimo malto. Lo sherry qui allappa e troneggia tronfio. È un gotico flamboyant, con gargoyles di cioccolato fondente amaro e caffè e guglie di caramello salato. Scenografico e oleoso, con una torba che spunta sottoforma di catrame, una liquirizia evidente e un lato balsamico (era l’unica cosa che mancava in questo trionfo di stimoli). Il finale lungo come certe spiagge del Waddenzee tira le fila, chiudendosi nel vinoso e nel cioccolatoso. Grande Giove, direbbe Doc di “Ritorno al Futuro”. Non per palati fragili né per i cultori dei sapori puri. È la pizza capricciosa del whisky, per ghiottoni puri. Eccessivo in tutto, eppure così appagante, come se forze centripete ciclopiche tirassero ognuna in una direzione opposta e in mezzo stessimo noi, bulimici del gusto che in questo trionfo anarchico ci sguazziamo, ma che ammettiamo di aver bisogno di un alimentarista.
88/100

Caol Ila 10 yo (2018, A&G Selection, 59,8%)
Esiste un libro per bambini dal titolo “Sembra questo, sembra quello”. I nongiovani degli anni Ottanta lo ricorderanno. Era un libretto per insegnare che l’apparenza inganna. Fra i vari disegni, c’erano il signor Ivo e il signor Tono. Il primo – occhio azzurro, baffo biondo e cravatta – dietro teneva un bastone tipo l’asso di briscola. Il secondo – che sembrava il brigante Giuliano ma vestito da ultrà del Milan – dietro teneva una rosa. Tutto sto preambolo perché questo Caol Ila è come il signor Tono, “che par cattivo invece è buono”. Sì, perché uno legge la gradazione, pensa a un malto di 10 anni di Islay e si immagina il bastone sui denti. E invece no, ecco arrivare un pasticcino. Perché la torba è civile come un cittadino svizzero e si mette diligente in coda. Precedenza a melone bianco, macaron alla banana e note erbacee (sedano!). È marino come la brezza, ma glassa e vaniglia riportano il naso nel campo della dolcezza. Dove anche il palato si trova a suo agio, perché dietro una cenere di falò ora più evidente si spalanca il malto. Biscotto, noce moscata, ancora vaniglia. Il cereale batte perfino i quasi 60 gradi, che sono integrati alla perfezione. C’è una sfericità completa in questo whisky, dove sale, pepe e fumo cesellano la superficie, ma non intaccano il nucleo, dove il malto – erbaceo e dolcissimo – sembra indifferente e superiore a tutto. Insomma, qui il signor Ivo la rosa in mano non ce l’ha, ma nemmeno il bastone. Piuttosto è come se dietro la schiena nascondesse una bacchetta magica, in grado di trasformare un whisky potenzialmente nerboruto in un bonbon ad alta intensità. Una carezza in un pugno.
87/100

“SCALA 40”
Diceva un signore con grossi baffi e un certo numero di problemi psichiatrici che un uomo è maturo quando ritrova la serietà che da bambino metteva nei giochi. Ecco, qui la serietà è a tempo e il tempo è scaduto. Dunque l’arrivederci al prossimo MWF lo diamo con un whisky che non esiste. O meglio, è esistito per poco, il tempo di svuotare il secchio e di dividerlo fra chi ci sfuma il rognone e chi – ogni riferimento a chi scrive è casuale – se lo è portato a casa per vivisezionarlo. Nel bicchiere infatti c’è un dram degli “svuotini” del tranquillo giovedì da beoni che alcuni fortunati giudici hanno passato prima del Festival, con l’intento di assegnare le medaglie. Quello che è accaduto durante quel conclave è più segreto del Fight Club e non uscirà da questa tastiera. Vi basti sapere che questo blended è un Frankenstein di 40 whisky e ringraziamo Iddio che dentro non ci siano finite fette di salame o mezze pinte di birra… Al naso è bello intenso, la torba è potente. La statistica dice che, su 40, 21 erano torbati, ma l’olfatto suggerirebbe molti di più. C’è parecchia arancia, albicocca secca e una sapidità costiera accentuata. Inevitabilmente è scentrato, fuori fuoco. Il mento dolce di miele, il sopracciglio di braci spente, il labbro carnoso dello sherry “meaty”, sopracciglia di frutta secca. È un Arcimboldo di whisky, non è che si riesca proprio a guardarlo in faccia. In bocca invece trova una sua inspiegabile quadratura del cerchio: l’attacco è di liquirizia pura, bel mix fra torba e sherry. C’è del sale, come di carne essiccata, e una dolcezza di marmellata alle arance e miele. Le spezie pizzicano in fondo, più pepe nero che zenzero, e il finale è caramello bruciato e parecchio salato.
Queste sono Botti da Orbi e quindi noi non vediamo abbastanza lontano per scorgere singole distillerie nella baraonda. Però una su tutte sembra aver dato un’impronta e questa è una distilleria isolana. Di più, non si può. What happened in giuria stays in giuria.
senza voto

Lampi di torba

al vecchio Principe Carlo la torba piace un sacco

Che bellezza bere whisky! Si può decidere di bere solo malti torbati, eppure avere nel bicchiere decine di sfumature diverse. Ci sono stili di torbatura solo accennata, dove solo nel finale rimane un che di terroso in bocca, ce ne sono altri dove si viene investiti fin dalla prima snasata da un’intera foresta in fiamme. C’è chi sente il catrame, chi all’opposto una sensazione appena accenata di vegetazione macerata. E anche questa è la grandezza del whisky: essere una e centomila cose differenti. Oggi esploriamo tre tipologie differenti di whisky torbato, passando velocemente di fiore in fiore.

Benromach Wood Finish ‘Hermitage’ (2005/2015, OB, 45%)

benromach-2005-bottled-2015-hermitage-wood-finish-whiskyFin dal naso appare un po’ alcolico. Svela le note torbate, terrose e minerali del distillato di Benromach, che si combinano in un modo un po’ spigoloso e tagliente con la vinosità del barile. Note di inchiostro, di prugne nere secche; il tutto condito da una venatura sulfurea, di stoppino, dura a morire. Intenso ma non particolarmente espressivo, se vogliamo – si salva per le solite suadenti note grasse di Benromach. 82/100.

‘Nice ’N’ Peaty’ 10 yo (2006, Hepburn’s Choice, 46%)

Una distilleria delle Highlands, molto timida evidentemente, che fa whisky torbato nice-n-peaty-10-year-old-2006-hepburns-choice-langside-whiskyinvecchiato 10 anni in barile ex-vino rosso. Ha note ‘formaggiose’ (siamo specifici: fontina) davvero sorprendenti e piacevoli. Si diceva della torba, che in realtà è abbastanza delicata e decisamente continentale (no marinità). L’apporto vinoso (alla cieca diremmo: Porto) è decisamente fruttato, verso la frutta rossa, per nulla astringente, a differenza del Benromach di cui sopra. Una fettina di fontina con marmellata di fragola? Più godibile dell’altro, ma decisamente meno strutturato: 82/100.

Caol Ila 13 yo (2018, Gordon & MacPhail, 43%)

188840-bigVabbè, un Caol Ila, cosa volete che sia? Eppure, c’è sempre un po’ di magia in questo carattere, tutto giocato splendidamente in un equilibrio delicato tra fumo e lime, tra mare e vaniglia, tra limone e borotalco… Liquirizia, anche un filo d’inchiostro e un velo di zucchero a velo. Sembra facile trovare un equilibrio: eppure non lo è, e con la distilleria di Port Askaig si vola via. 84/100.

Sottofondo musicale consigliato: Charles Mingus – Moanin’

Ghibinet 8 yo (2016, Gluglu 2000, 51,7%)

Mauro Leoni, animatore dello storico club Gluglu 2000, una ne fa e cento ne pensa. Ad esempio è già da qualche mese che la Single Malt Whisky Society è tornata in italia, manco a dirlo grazie al suo impegno; quasi due anni fa, invece, vedeva la luce quello che lo stesso Glen Maur definì “il primo single malt italiano”: distillato a partire da orzo maltato inglese e tedesco nella distilleria bormiese Peloni (la stessa che produce il Braulio, per interderci), il Ghibinet ha trascorso otto anni in una botte che aveva contenuto in precedenza Caol Ila. E poi, e poi… eccolo sbucare come se nulla fosse da un banchetto del Milano Whisky Festival, quasi a voler richiamare la genesi del nome che porta: Ghibinet, la notte dei doni, dal tedesco “gaben nacht”. In Alta Valtellina, nelle vigilie di Natale, Capodanno ed Epifania, i bambini passano nottetempo casa per casa chiedendo doni, secondo un’antica usanza. E noi ci siamo sentiti tanto dei pargoli a ricevere inaspettatamente un campione omaggio di questa strana creatura…
Ne esistono 180 bottiglie da 70 cl e 200 da 20 cl, se vi venisse voglia di un assaggio.

Ghibinet_2008_V1aN: molto aromatico: spiccano sulle prime note profondamente erbacee, con rabarbaro, eucalipto, erbe di montagna… ci ricorda le caramelle svizzere tanto celebri di questi tempi. Il legno, impregnato di fumo di Caol Ila, ha effettivamente ceduto molto del carattere del distillato originale al nipotino italico: note di posacenere, per la verità più robuste del consueto stile di Caol Ila, e un’accennata marinità (salamoia, olive nere). Per il resto, oltre ad una leggera vaniglia, troviamo non tanto una dolcezza fruttata, ma nitidi sentori di cereale zuccherino (porridge).

P: l’impatto è massiccio, anche se a tratti l’alcol pare emergere fin troppo, restando un po’ slegato. Il distillato si sente molto, anche se non nell’accezione di molti new make scozzesi, che pur se erbacei riportano alla mente canditi e lieviti; piuttosto si sente nitido il sapore del cereale dolcino, molto secco. Ancora iper-erbaceo, con infinite note di eucalipto, infusi di erbe… Glen Maur parla di un velo di vaniglia, poi pare proprio di addentare un chicco di grano. Per il resto, domina la scena il fumo, ancora molto intenso, forte e ‘sigarettoso’, con note marine (ancora sale e salamoia). 

F: erba fresca e fumo, lungo, lunghissimo e persistente; ricorda decisamente certi mezcal, erbacei e fumosissimi.

Per certi versi il Ghininet sa essere più scozzese di uno scozzese, super secco e nitido. Ci è sembrato di bere un malternative, a dir la verità, a metà tra un mezcal, un whisky isolano e una grappa nostrana secchissima. Esperimento approvato, ma per dargli solidità bisognerebbe continuare a distillare, sperimentare. Noi attendiamo fiduciosi e incoraggiamo con un 78/100.

Sottofondo editoriale consigliato: non potevamo non rilanciare un’intervista a Telemonteve Livigno di Mauro Leoni, che tra tante cose spiega da dove viene il nome del club Gluglu, che richiama il “rumore tipico di una Samsonite rigida con dieci bottiglie di whisky all’interno”. Beh, capolavoro!

Caol Ila 18 yo OB vs Caol Ila 15 V&M

Dal momento in cui abbiamo aperto il blog, sei anni fa (quasi sette, si invecchia anche da queste parti!), abbiamo sempre avuto almeno un Caol Ila a disposizione – ora con un gesto di arbitrio ineguagliabile, beviamo gli ultimi due superstiti e li beviamo insieme, a sfregio. Si inizia da un grande classico della distilleria di Islay, il 18 anni che abbiamo già avuto modo di assaggiare qualche anno fa, per poi passare a un recente single cask già esauritissimo di Valinch & Mallet: mondi lontanissimi, come nell’album di Battiato, che diventano vicini di casa… basta avere un po’ di fantasia (e di sete)!

Caol Ila 18 yo (2017, OB, 43%)

whisky-caol-ila-18-year-43-Al naso, è un Caol Ila fatto e finito, così come ce lo immaginiamo, compatto e solido: quindi una torba gentile, fumosa, poi un lato balsamico, con mentolo e aghi di pino. Tanta parte agrumata, con arancia fresca e pure marmellata d’arancia. C’è una morbida quota di vaniglia. Al palato si conferma di una bella cremosità compatta, davvero beverina e suadente – corroborante, oseremmo dire, se solo avesse un senso. Tanta dolcezza, sì, ma mitigata dagli spigoli di Islay, con marinità in netto aumento, così come il fumo. Liquirizia. Ottimo nella sua banalità. 87/100. Buono, tanto buono, al punto che forse al quinto bicchiere può pure stancare… Viene via con una novantina di euro.

Caol Ila 15 yo (2002/2017, Valinch & Mallet, 52,8%)

Caol_ila_15_Valinch_&_Mallet_Single_Malt_Scotch_WhiskyAl naso, il lato torbato è molto simile al diciottenne, intenso ma non troppo aggressivo né particolarmente orientato al mare, salvo un sentore di pesce secco. Spicca una nota di risotto allo zafferano, e perfino un che di aceto balsamico. Il lato ‘dolce’ è vicino all’OB, anche se più scuro, decisamente più sbilanciato verso il bruciacchiato.  Al palato conferma questo spostamento, molto carico, con cuoio e liquirizia e miele evidentissimi. L’apporto dello sherry non è tanto sulla frutta rossa, quanto su una screziatura speziata (o una speziatura screziata, se preferite). Barbecue, pancetta sulla brace. 86/100. Buono, molto rustico, molto carico, ti deve piacere questo profilo, a tratti un po’ eccessivo forse. Pur nell’eccellenza complessiva, Serge lo definisce ‘impreciso’, e a dirla tutta siamo d’accordo: procede un po’ a strattoni, non ci sembra profondamente armonico; e tuttavia pare svolgere a pieno il compito di mostrarci ancora una volta come i single cask sappiano avere personalità da vendere e siano in molti casi degli abiti sartoriali, ad uno calzano a pennello, altri nemmeno ci entrano… ah lo si trova ancora sull’internet a 120 euro.

Sottofondo musicale consigliato: Led ZeppelinThe Battle of Evermore

Lost in Caol Ila: una sessione di quattro

Ogni giorno, quando apriamo il mobile dei sample per cercare ispirazione, ce n’è un mucchietto che ci guarda sconsolato, triste, gemendo e chiedendo pietà. Noi lo abbiamo sempre ignorato, perché – lo sapete anche voi – questi sample sono dei viziati, frignano frignano continuamente e compito di un buon blogger, nelle sue funzioni di educatore, è di non assecondarne troppo i capricci. Oggi però, sentito il composto silenzio che giungeva dalle retrovie, abbiamo deciso di essere magnanimi e optare per un premio: abbiamo tirato fuori un gruppo di quattro Caol Ila, tra i 5 e i 13 anni, di quattro imbottigliatori indipendenti diversi, e ce li beviamo, adesso, davanti a voi, senza vergogna. Come di consueto in questi casi, si va di impressioni, di sentenze, lasciamo in bozza le noiose recensioni lunghe.

Caol Ila 5 yo (2008/2014, Hepburn’s Choice, 46%)

Un concentrato di mare e di torba, sbattuto in faccia per quel che è: un concentrato di mare e di torba. Evidente la nuda gioventù, con lieviti ed agrumi, e note erbacee e di alga. In bocca è salatissimo! Per i duri e puri: 85/100.

Caol Ila 10 yo (1995, Douglas Laing’s Provenance, 46%)

Al naso si presenta molto trattenuto, timido, e al tempo stesso morbido e invitante, con crema pasticciera e una leggera marinità. Al palato perde la dolcezza, rimane solo un erbaceo zuccherino, un po’ slegato e amaricante. 75/100.

Caol Ila 11 yo (1996/2008, Hart Brothers, 46%)

Ancora leggermente diverso: la torba è più inorganica, da tubo di scappamento, e al palato diventa anche più dolce grazie a un maggiore apporto del barile (crema, vaniglia). Oleoso. Formaggio. Poca marinità, poco agrume – anche se in crescita costante. 86/100.

Caol Ila 13 yo (1990/2003, Gordon & MacPhail, 58,2%)

Il Caol Ila più completo del lotto. Pieno e saporito, di certo qui la gradazione aiuta; ottimo equilibrio tra marinità, torba forte e contributo della botte – cremoso, oleoso (proprio olio d’oliva), con vaniglia, clorofilla, forse una banana giovane, non verde, non troppo matura. Banana, insomma, dai. 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: Quentin40 – Giovane1.

Caol Ila 33 yo (1984/2017, Cadenhead’s, 54,5%)

Nell’anno del centosettantacinquesimo anniversario Cadenhead ha mantenuto il suo stile, mettendo sul mercato due serie dedicate (una con etichetta verde, un’altra con etichette dedicate ai Cadenhead’s Whisky Shop in giro per l’Europa, come questo) – ma, come dire, l’ha fatto mettendo i consumatori di fronte al fatto compiuto, senza fanfare, eventi di lancio in contesti posh, campagne di marketing aggressive e cialtrone. Tant’è che online si trovano ancora tracce di persone che si lamentano dicendo “occasione perduta, Cadenhead!, è il 175 anniversario e tu non fai niente per festeggiarlo? che delusione, cattivona!” – chissà come ci sono rimasti quando hanno visto uscire un Banff di 40 anni, per dire. Ma comunque: oltre a queste serie dedicate, le uscite ‘standard’ del 2017 hanno avuto un packaging leggermente modificato e una targhetta celebrativa. Pescando dall’Authentic Collection, al festival milanese dell’anno scorso ci siamo portati a casa un sample di questo Caol Ila di 33 anni, appena più giovane di noi – adesso è il momento di berselo.

N: uuuh, che profondità. Un Caol Ila ‘marrone’, con note fruttate al limite del tropicale – forse ci fermiamo alla pesca sciroppata; note di carruba, di arancia (anche candita, e forse diremmo addirittura caramellata). Pare molto ‘sticky’, con note di caramello. Molto minerale, meno marino: la torba è come ci si aspetta largamente depotenziata dalla scure del tempo, mentre si fa spazio una mineralità umida, greve. Odore di fiori umidi, in serra, quasi soffocante. Molto compatto.

P: a 54% lascia strabiliati l’assenza totale di note alcoliche. In ingresso è minerale, con una nota di cera deliziosa, poi mostra una curiosa e però integratissima nota diremmo di toma (c’è una nota di formaggio stagionato da spavento). Ma che fantastica frutta si agita nel bicchiere!, papaya senz’altro, ancora arancia, poi pesche sciroppate e la banana molto matura. Un guizzo di carruba. Ancora torba, qui più fumosa.

F: fumo pieno, qui, finalmente!, che dura all’infinito, con quelle sfumature acri della torba. Pepe nero, noce moscata, ancora un tappetone di frutta arancione (pesca sciroppata e papaya).

Porca miseria, al festival ci eravamo resi conto che era buono, ma forse non avevamo realizzato che fosse così buono. Per quanto abbiamo una grandissima stima di una distilleria tra le più sottovalutate di Islay, avendo la faccia di un’industria e non quella più rustica e ruspante di molte compaesane, onestamente non ci aspettavamo di trovare note così profondamente tropicali, né d’altro canto quella patina cerosa: è il tempo che cesella certi sentori, e qui sono presenti in tutta la loro nitida assertività. Forse il Caol Ila più buono che ci sia capitato nel bicchiere: 94/100.

Sottofondo musicale consigliato: David Byrne – Every Day is a Miracle.

Caol Ila 30 yo (1983/2013, Whiskyforyou, 46%)

Ci siamo già imbattuti in passato in imbottigliamenti a marchio whiskyforyou.it, e sappiamo bene che dietro a questo volitivo nome ci sono due illustri personalità del whisky italiano, e milanese in particolare: facciamo riferimento a Giorgio D’Ambrosio e Franco Dilillo, soci e tra i più importanti collezionisti del nostro amato nettare. I due si dilettano a imbottigliare anche qualche barile, di quando in quando, e storicamente spiccano alcune selezioni con un cavaliere in etichetta – curioso come questi disegni sarebbero stati perfettamente appropriati su una copertina di un disco di power metal una di band tedesca degli anni ’80, ma tant’è. Oggi, dopo il Caol Ila di venerdi scorso, assaggiamo un altro Caol Ila, stavolta di trent’anni, imbottigliato nel 2013 a 46% per celebrare i 40 anni della Pasticceria Dilillo e rimasto da allora nei cuori di molti…

N: avete mai assaggiato un Caol Ila molto vegetale (proprio foglie verdi), minerale (proprio sassi grigi), marino (proprio acqua azzurra) e con solo un filo di fumo appena percettibile (proprio fumo grigio)? Noi no, ma solo perché lo stiamo ancora annusando. Veramente di una nudità incredibile: foglia d’ostrica, olive nere, con note salmastre e di salamoia; quella nota di inchiostro che se non c’è, non è Caol Ila (cit.). Mandorle amare. Sotto, una ‘dolcezza’ molto trattenuta, figlia del tempo e non di un legno aggressivo: un po’ di legnetti di liquirizia, poi una granita al limone, un ricordo di crema.

P: davvero elegantissimo, di grande personalità e pienezza di sapore. Rispetto al naso, appare più dolce e meno ‘ostricoso’, per quanto non diventi mai ruffiano o piacione: tutto giocato su contrappunti dolci-salati, senza strepitare o strillare. Ci sono crema al limone e cera, c’è la foglia d’ostrica e il succo di limone, c’è del tè affumicato (e qui ci confrontiamo con Serge e il suo Lapsang Souchong) e c’è lo zucchero liquido, ci sono erbe infuse e un ricordo di vaniglia.

F: più fumo che nelle fasi precedenti, piuttosto lungo e di media intensità.

C’è veramente poco da dire: un perfetto Caol Ila, elegante, equilibrato e pure non privo di quegli spigoli marini e costieri che tanto andiamo cercando nei whisky di Islay. Ci son voluti trent’anni per mettere in vetro questo whisky, ma ne è proprio valsa la pena: esattamente un Caol Ila da 90/100, secondo i nostri criteri. Bravi tutti.

Sottofondo musicale consigliato: Helloween – Windmill.

Caol Ila 20 yo (1996/2016, Kingsbury, 56,9%)

Qualche mese fa siamo passati a trovare Max Righi nel suo nuovo tempio di Formigine, Whisky Antique – tra gli assaggi che ci ha pregato di portare a casa nei nostri sample (credeteci: ci ha quasi costretto, noi non avremmo mai voluto, noi, per carità!) oltre a diverse espressioni di Silver Seal c’era questo Caol Ila di vent’anni imbottigliato da Kingsbury, compagnia che spaccia whisky dal 1989 ed è ora di proprietà giapponese. Si tratta di un single cask non colorato, non filtrato a freddo – pare che nella maturazione sia intervenuto un barile ex-rum… Curioso, no?

_DSC3655N: molto piacevole – e d’altro canto la qualità media di Caol Ila è talmente solida… Consistency fatta distilleria! Partiamo dal lato meno isolano, cioè quello zuccherino: innanzitutto un senso di dolcezza da torta paradiso (e dunque pan di Spagna, limone, crema di vaniglia), ma anche un qualcosa di più profondo, che riassumiamo col nostro amato Ciambellone, magari appena uscito dal forno. Uvetta macerata nell’alcol? Poi, c’è una bella torba morbida e un po’ iodata, con del fumo di legna ardente (braci accese). Il tutto è percorso da una venatura delicata ma molto decisa balsamica: di eucalipto, di pineta.

P: che impatto, che coerenza! Ripartiamo dal balsamico e dall’eucalipto, elementi ben presenti fin dal primo sorsino. Ritorna anche una bella dolcezza, ancor più pronunciata e appiccicosa di quanto non apparisse al naso: ancora ciambellone e ancora torta paradiso (con la sua quota di limonosità), riconosciamo anche del caramello e – forse – del miele. La buccia di mela lasciata ad aromatizzare e inumidire il tabacco da pipa… Datteri, a pacchetti. Strepitoso il sapore di braci, di legno, di fumo intenso. L’acqua è graditissima ospite, il profilo resta il medesimo ma più ‘succoso’, con un po’ meno spigoli. E se dicessimo pesca molto matura?

F: molto fumoso e acre, lungo lunghissimo e intensissimo; falò, ancora un tappeto di dolcezza, qui un po’ più astratta (zucchero liquido e toffee?, datteri di nuovo).

Come potrebbe Max darci un consiglio sbagliato? E infatti, è un Caol Ila elegante, di personalità, in cui l’influsso del rum è francamente impercettibile, non fosse forse per una dolcezza al palato un poco più evidente del solito: e pure questa dolcezza non prevarica mai le altre componenti, dal balsamico al fumoso. Equilibrato e godibile, 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: The Ocean – Turritopsis Dohrnii.