Caol Ila 30 yo (1983/2013, Whiskyforyou, 46%)

Ci siamo già imbattuti in passato in imbottigliamenti a marchio whiskyforyou.it, e sappiamo bene che dietro a questo volitivo nome ci sono due illustri personalità del whisky italiano, e milanese in particolare: facciamo riferimento a Giorgio D’Ambrosio e Franco Dilillo, soci e tra i più importanti collezionisti del nostro amato nettare. I due si dilettano a imbottigliare anche qualche barile, di quando in quando, e storicamente spiccano alcune selezioni con un cavaliere in etichetta – curioso come questi disegni sarebbero stati perfettamente appropriati su una copertina di un disco di power metal una di band tedesca degli anni ’80, ma tant’è. Oggi, dopo il Caol Ila di venerdi scorso, assaggiamo un altro Caol Ila, stavolta di trent’anni, imbottigliato nel 2013 a 46% per celebrare i 40 anni della Pasticceria Dilillo e rimasto da allora nei cuori di molti…

N: avete mai assaggiato un Caol Ila molto vegetale (proprio foglie verdi), minerale (proprio sassi grigi), marino (proprio acqua azzurra) e con solo un filo di fumo appena percettibile (proprio fumo grigio)? Noi no, ma solo perché lo stiamo ancora annusando. Veramente di una nudità incredibile: foglia d’ostrica, olive nere, con note salmastre e di salamoia; quella nota di inchiostro che se non c’è, non è Caol Ila (cit.). Mandorle amare. Sotto, una ‘dolcezza’ molto trattenuta, figlia del tempo e non di un legno aggressivo: un po’ di legnetti di liquirizia, poi una granita al limone, un ricordo di crema.

P: davvero elegantissimo, di grande personalità e pienezza di sapore. Rispetto al naso, appare più dolce e meno ‘ostricoso’, per quanto non diventi mai ruffiano o piacione: tutto giocato su contrappunti dolci-salati, senza strepitare o strillare. Ci sono crema al limone e cera, c’è la foglia d’ostrica e il succo di limone, c’è del tè affumicato (e qui ci confrontiamo con Serge e il suo Lapsang Souchong) e c’è lo zucchero liquido, ci sono erbe infuse e un ricordo di vaniglia.

F: più fumo che nelle fasi precedenti, piuttosto lungo e di media intensità.

C’è veramente poco da dire: un perfetto Caol Ila, elegante, equilibrato e pure non privo di quegli spigoli marini e costieri che tanto andiamo cercando nei whisky di Islay. Ci son voluti trent’anni per mettere in vetro questo whisky, ma ne è proprio valsa la pena: esattamente un Caol Ila da 90/100, secondo i nostri criteri. Bravi tutti.

Sottofondo musicale consigliato: Helloween – Windmill.

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Caol Ila 20 yo (1996/2016, Kingsbury, 56,9%)

Qualche mese fa siamo passati a trovare Max Righi nel suo nuovo tempio di Formigine, Whisky Antique – tra gli assaggi che ci ha pregato di portare a casa nei nostri sample (credeteci: ci ha quasi costretto, noi non avremmo mai voluto, noi, per carità!) oltre a diverse espressioni di Silver Seal c’era questo Caol Ila di vent’anni imbottigliato da Kingsbury, compagnia che spaccia whisky dal 1989 ed è ora di proprietà giapponese. Si tratta di un single cask non colorato, non filtrato a freddo – pare che nella maturazione sia intervenuto un barile ex-rum… Curioso, no?

_DSC3655N: molto piacevole – e d’altro canto la qualità media di Caol Ila è talmente solida… Consistency fatta distilleria! Partiamo dal lato meno isolano, cioè quello zuccherino: innanzitutto un senso di dolcezza da torta paradiso (e dunque pan di Spagna, limone, crema di vaniglia), ma anche un qualcosa di più profondo, che riassumiamo col nostro amato Ciambellone, magari appena uscito dal forno. Uvetta macerata nell’alcol? Poi, c’è una bella torba morbida e un po’ iodata, con del fumo di legna ardente (braci accese). Il tutto è percorso da una venatura delicata ma molto decisa balsamica: di eucalipto, di pineta.

P: che impatto, che coerenza! Ripartiamo dal balsamico e dall’eucalipto, elementi ben presenti fin dal primo sorsino. Ritorna anche una bella dolcezza, ancor più pronunciata e appiccicosa di quanto non apparisse al naso: ancora ciambellone e ancora torta paradiso (con la sua quota di limonosità), riconosciamo anche del caramello e – forse – del miele. La buccia di mela lasciata ad aromatizzare e inumidire il tabacco da pipa… Datteri, a pacchetti. Strepitoso il sapore di braci, di legno, di fumo intenso. L’acqua è graditissima ospite, il profilo resta il medesimo ma più ‘succoso’, con un po’ meno spigoli. E se dicessimo pesca molto matura?

F: molto fumoso e acre, lungo lunghissimo e intensissimo; falò, ancora un tappeto di dolcezza, qui un po’ più astratta (zucchero liquido e toffee?, datteri di nuovo).

Come potrebbe Max darci un consiglio sbagliato? E infatti, è un Caol Ila elegante, di personalità, in cui l’influsso del rum è francamente impercettibile, non fosse forse per una dolcezza al palato un poco più evidente del solito: e pure questa dolcezza non prevarica mai le altre componenti, dal balsamico al fumoso. Equilibrato e godibile, 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: The Ocean – Turritopsis Dohrnii.

Whisky de Table (2017, Compass Box for La Maison du Whisky, 40%)

Se La Maison du Whisky, storico négociant di whisky francese, e Compass Box, visionario blender scozzese, uniscono le menti i risultati non possono non essere provocatori e degni del più attento interesse. Per celebrare i 60 anni dell’azienda francese, Compass Box ha ideato il “Whisky de table”, cioè whisky da tavola: il concept è quello di un whisky da bere durante il pasto, magari con ghiaccio, e la bottiglia richiama ovviamente quelle del bianco novello francese… Si tratta di quattro single malts, invecchiati singolarmente per tre anni in barili di Buffalo Trace (di solito particolarmente ‘dolce’, ci spiegava un cooper la scorsa settimana, rispetto ad altri barili ex-bourbon): la composizione è 48,1% Clynelish, 10% Caol Ila, mentre la quota di Benrinnes e Linkwood ci sfugge.

m51719N: ovviamente giovane, vien da dire, e onesto nel mostrarlo. Molto fresco ma con una venatura di torba, un lieve filo di fumo che conferisce spessore al profilo generale: e iniziamo proprio da qui, dalle note torbatine e minerali, che si abbarbicano su una freschezza agrumata (limone, lime) e su una frutta gialla, soprattutto candita (e viene in mente anche una mousse di pera). A proposito di canditi: zenzero. Una note erbacea, anzi proprio erbosa: lemongrass.

P: grande coerenza, riassumendo diremmo “come al naso, ma più caldo e più amarino” – ma perché riassumere. Ha un’ottima intensità, se paragonata a un corpo non esplosivo; l’agrume resta presente, ma molto meno, spostandosi più sul pompelmo. Ancora pere (mousse di), forse una dolcezza più caldina.

F: generosi rabbocchi di fumo, ostriche e una mineralità diffusa – il tutto su un tappetino di pere.

Ora, noi dobbiamo dichiarare un problema con il whisky: a noi piace tanto anche il new make, abbiamo scoperto, quindi di questi tempi non consideriamo la gioventù, anche estrema, come un problema per forza. Questo WdT ci pare di grande complessità, o per lo meno varietà, anche se ovviamente si tratta di un imbottigliamento piuttosto semplice. Il profilo corrisponde al nostro gusto, e si fa bere con una facilità estrema: gli diamo 84/100 perché ci piace, non è un giudizio strettamente tecnico (se lo assaggiassimo blind cosa diremmo?) ma – come dire – emozionale. Buono buono, bravi tutti.

Sottofondo musicale consigliato: Joss Stone & Nneka – Babylon.

The Peat Monster (2016, Compass Box, 46%)

Schermata 2017-03-07 alle 21.55.54Voi sapete che Compass Box sta rivoluzionando il concetto di blended, e se non lo sapete potete ad esempio rileggerci qui; noi siamo rimasti affascinati dall’idea alla base di questi whisky e – soprattutto – dalla qualità trovata nel bicchiere durante i frequenti assaggi… Oggi torniamo a vagare per i magazzini di John Glaser e peschiamo da una bottiglia molto fumosa, molto torbosa, con un’etichetta bellissima: e siccome quelli di Compass Box hanno un grosso problema con la trasparenza, noi sappiamo tutta la composizione di questo Peat Monster: 40% Laphroaig, 20% Ledaig, 13% Caol Ila, 26% Ardmore, 1% di un vat di Teaninich, Dailuaine e Clynelish finiti per due anni in botti ex-Borgogna. What the fuck?, avrà esclamato qualcuno…

vatted_com4N: lo zampino di Islay è ben presente, con una marinità frizzante e spumosa molto evidente: acqua di mare, soluzioni saline, iodio. Al contempo fa capolino una nota di formaggio dolce (emmenthal) e forse di una giovane scamorza affumicata – da qui un cenno alla torba, acre e densa, bella fumosa ma non prevaricante. Pian piano dalle retrovie emerge con crescente intensità una dimensione fruttata molto piena e gradevole, tra un cenno di cedro candito e una fettina di ananas (c’è del tropicale, insomma), e con una bella purea di pera odorosa.

P: che piacere. Il corpo è denso, ha una bellissima texture. Parte molto medicinale, con note di garza, di antibiotici amari (?); c’è tanto legno bruciato, proprio cenere, con appena un morso di ostrica. Borotalco. Poi una dolcezza grossa, da marshmellow, da caramella, molto profonda, e un senso di bastoncino di liquirizia addentato – anche se c’è una dolcezza da whisky giovane, di canditi.

F: lungo e persistente, ma non così massiccio come si sarebbe potuto immaginare. Ancora perdura quella nota amara e medicinale, abbinata ad un vago senso marino. Torna il cedro candito e ovviamente non si spengono le braci (cenere).

Buono buonissimo, a dover sparare a tutti costi un’ovvietà diremmo che la quota di Laphroaig, presumibilmente piuttosto giovane, si sente molto con le tipiche note medicinali (forse acuite da Ledaig?); ad ogni modo, siccome la composizione ce l’abbiamo davanti agli occhi, pare veramente un esercizio sterile il nostro, e dunque limitiamoci a sentenziare 86/100 così da dichiarare tutta la nostra soddisfazione. A 50€ è un’ottima alternativa ai ‘soliti torbati’, consigliamo.

Sottofondo musicale consigliato: Kalamata – My.

Caol Ila 19 yo (1995/2014, Signatory, 46%)

Giovedì uno di noi due partirà per la Scozia, insieme a un folto gruppo di appassionati guidato da Marco Russo e Marco Maltagliati – se avete buona memoria, ricorderete che ne abbiamo parlato qui, e se avete pazienza ne riparleremo in futuro: anzi, in un rigurgito da veri blogger con facce da blogger, tenete d’occhio i nostri profili facebook e instagram! Yeah! Un sacco di selfie! Ma, rientrando in noi, dicevamo: giovedì si va in Scozia, e una delle tappe principali sarà Islay: ci mettiamo in clima con una selezione di Signatory: due botti di Caol Ila, casks 9742 – 9743, hogsheads. Ringraziamo Marco Callegari, brand ambassador di Velier, per l’omaggio.

cilsig1995v1N: davvero Caol Ila styled, proprio già a partire da uno stile di torba deciso, da braci spente ma non prepotente, che si accompagna a una marinità anch’essa indiscutibile ma sobria. Questo primo carattere risulta ben integrato in una cornice di dolcezza più ampia a base di vaniglia, mela gialla e torta con crema al limone. Molto agrumato, con anche succo di lime. Infine ci par di sentire aghi di pino.

P: che corpo, che compattezza! Anche qui non possiamo che denunciare la banalità della bontà. Al connubio tra torba e vaniglia, tra lime e crema, tra il camino e il mare, ci sentiamo di aggiungere appena una buffa nota di emmenthal dolce. Buffo, no? Ha il pregio di una cremosità da sogno.

F: tanto legno bruciato, limone e vaniglia.

Diventa anche difficile commentare l’ennesimo buon Caol Ila: più ne assaggiamo e più troviamo conferme dell’ottima qualità media. Caol Ila risulta forse più ‘prevedibile’ rispetto ad altre distillerie, ma ci abbandoniamo volentieri alla sua splendida prevedibilità. Per questo Signatory, però, possiamo dire che qualche anno extra d’invecchiamento (rispetto ad una buona parte degli imbottigliamenti che si trovano in giro, generalmente attorno ai 10/12 anni) dona grande compattezza e davvero una bella personalità. Ci sono equilibrio, armonia, profondità e intensità, che in finale danno un bel 90/100.

Sottofondo musicale consigliato: Dynatron – Stars of the Night.

Caol Ila 16 yo (1991/2007, Murray McDavid, 46%)

Dopo una settimana di pausa, rilassante come i primi film di Robert Rodriguez, torniamo al nostro alcolismo composto e ammantato di velleità classificatorie: e siccome siamo reduci (?) da un Feis Ile che non abbiamo vissuto, colmiamo la distanza ideale con Islay proprio con un Caol Ila, selezionato e imbottigliato da Murray McDavid nel 2007. Murray McDavidè imbottigliatore le cui sorti sono legate a doppio filo con Bruichladdich: il fondatore (nel 1996) è Mak Reynier, che nel 2000 ha acquisito proprio Bruichalddich, rilanciandola e poi rivendendola a prezzi stratosferici a Remy – ma questa è una storia nota. Reynier veniva dal mondo del vino, e con MMcD ha iniziato a ‘sperimentare’ con i legni, fianco a fianco al grande Jim McEwan – sono infatti considerati gli inventori del wine-finish (o meglio: dell’ACEing, acronimo per Additional Cask Evolution – i toni perentori non sono mancati ai ragazzi neanche quando lavoravano a Bruichladdich, eh?). Questo è proprio uno di questi esperimenti: un Caol Ila invecchiato per circa 8 anni in botti ex-Bourbon e poi finito in botti di Marveaux e Syrah. Il risultato? Eccolo.

Schermata 2016-05-30 alle 12.22.33N: un naso sporchissimo e ‘scurito’ da note smaccatamente vinose che, sommate alle torba, danno una forte sensazione di inchiostro. L’ingrombante presenza di aromi di vino ci porta dritti dritti alla suggestione di lamponi innaffiati col Porto, come si fa alla fine dei pasti più intelligenti. Solo che qui c’è qualcosa, per così dire, di troppo, un non so che di eccessivo. Forse il mancato innamoramento sta nel fatto che la torba, qui presente con un fumo denso, da smog e di gas di scarico, risulta alla fine un po’ slegata col resto. E il resto, ci ripetiamo, è vino, vino, vino. E frutta rossa. Aggiungeremmo anche un po’ di borotalco e di vaniglia.

P: sicuramente ha una personalità molto importante e gli amanti degli sport estremi non resteranno delusi. Inoltre da subito c’è quell’effetto iper allappante dei vini tannici; solo che questo è un whisky e le cose non dovrebbero andare a finire così. A livello di descrittori troviamo una corposa marmellata di frutti rossi, mirtilli e arance rosse molto mature. La torba non rispetta le regole di casa Caol Ila e risulta invece molto spigolosa, con un’affumicatura sporca (posacenere, legna carbonizzata). C’è una punta salata ma, tornando alle prime impressioni, si impone il legno, che asciuga e rilascia botte di amaro, di spezia infusa.

F: lungo, sa di vino salato e di gas di scarico. Ancora legno.

C’è il fumo acre, violento e c’è il legno zuppo di vino. Ma – a nostro gusto – non paiono fino in fondo integrati, oltre al fatto che – sempre a nostro gusto – forse è discutibile mettere insieme questi due odori/sapori in maniera così esplosiva. In realtà è buono, da assaggiare una volta, ma quanto ne berreste, anche considerando che costa sui 130 euro? 75/100.

Sottofondo musicale consigliato: Riz Samaritano – Ma che calze vuoi da me?

‘The Lost Blend’ (2015, Compass Box, 46%)

Schermata 2016-04-18 alle 11.06.08Compass Box è una delle aziende più interessanti nate e cresciute negli ultimi anni; noi abbiamo spesso apprezzato i suoi prodotti ai festival, ma mai li avevamo recensiti. Il proprietario, John Glaser, si è distinto negli anni per essere (riassumendo) un visionario rompipalle: quindi un elemento scomodo, certo, ma uno di quelli che con le sue sole idee può talvolta cambiare o orientare tendenze, fenomeni, opinioni, abitudini. Vi rimandiamo a questa bella intervista (anche se online ne trovate molte, tutte meritevoli), e vi rimandiamo anche ai diversi articoli che Davide ha dedicato all’uomo; in termini molto semplici, diciamo che la sua idea di fondo è quella di valorizzare il blending, la miscelazione di botti diverse, convinto che unire prodotti di qualità possa produrre qualcosa di nuovo, di più buono – è in qualche modo lo stesso concetto del blended No Age di Samaroli, ma questo lo sapete già, attenti lettori. Di recente, Compass Box ha lanciato l’appello per la trasparenza nei blended – e infatti, qui nel ‘Lost Blend’ la composizione è dichiarata: si tratta di una miscela di 80% di Clynelish e Alt-a-Bhainne e 20% di Caol Ila (anzi: il dettaglio della composizione lo vedete nell’immaginetta sotto).

vatted_los1N: molto ben guarnito, mostra una discreta intensità, pur se in un contesto di generica austerità. Fin dall’inizio dispiega infatti un profilo da Highlands: spiccano delle note leggermente minerali e abbastanza iodate, tra la salamoia, un pelo di cera e tanto, tanto burrocacao (ma proprio tanto!). Ci sono poi note di marzapane, di quelle caramelle di zucchero alla fragola; i fagottini alla mela (quasi strudel, a dirla tutta). Molto buono, e in continua evoluzione – perde in austerità, col tempo. Resta appena accennato, e solo a tratti, un velo leggerissimo di fumo di torba – ma proprio leggero leggero.

P: l’attacco è tutto sulla componente dolce, con una ottima intensità: si spazia tra (ancora) il dolce alle mele, il marzapane, i biscotti al burro (un sacco). Quanto alla componente ‘austera’ di cui sopra, si retrocede di tanto rispetto al naso, perdendo del tutto la marinità e trattenendo una minima veste minerale, tra burrocacao e ciottoli bagnati. Un poco di pepe, e legno tostato. Cera.

F: doppia suggestione, tra il legno tostato e un fil di fumo di torba; certo, c’è mineralità, con un velo di cera.

getimage.phpDecisamente, decisamente buono. Abbiamo passato la degustazione a cercare di ricongiungere le suggestioni alla quota di single malt presente (quella nota austera sarà Clynelish? o sarà data dalla diluizione di una quota minima di Caol Ila?) – gioco sterile, certo, ma davvero molto divertente. Più ruffiano del previsto, al palato, ma hey, mica è un male, o no?  87/100 sarà il voto, per premiare un whisky che ci ricorda la nobiltà dell’arte del blending. Bravo John Glaser, grazie ad Amleto di Velier per il sample.

Sottofondo musicale consigliato: Grimes – Symphony IX (My Wait Is U)

Caol Ila 25 yo (Wilson & Morgan, 1990/2015, 54,3%)

Quest’anno Wilson&Morgan ha sbancato la decima edizione del Milano Whisky Festival, posizionandosi sui primi due gradini del podio che ogni anno premia i whisky più convincenti in sala; i malti sono provati alla cieca, con grande sprezzo del pericolo, da alcuni nasi e palati per così dire allenati. La medaglia d’argento è andata a un Clynelish 18 anni finito in una botte ex Tokaji (per la gioia dei tradizionalisti), mentre l’oro l’ha cannibalizzato questo Caol Ila con un quarto di secolo sulle spalle. Non si tratta di un vero e proprio single cask, ma di un vatting dei barili numero 4707 e 4708, che hanno fatto un’extra maturazione di cinque anni in ex sherry oloroso. Ah, come se non bastasse, questo whisky si è portato a casa anche la medaglia d’oro ai Malt Maniac Awards dell’anno scorso. Respect!

retrive_imageN: si presenta molto molto aperto e con una grande personalità. Il lungo finish in sherry, abbinato alla torba, pare aver donato un lato ancora più ‘sporco’, tra l’arancia rossa troppo matura, la salamoia, la polvere da sparo; insomma, una parte sulfurea, oltre che isolonamente medicinale e torbosamente minerale. Per quel che riguarda l’affumicatura, di per sè è relativamente ‘debole’ ma catramosa, con quella nota di inchiostro tipica di Caol Ila. Ma veniamo alle delizie dolciarie: prendono forma suggestioni di tarte tatin, quasi di chiacchiere fritte; confettura di pesche, di fragole; un po’ di liquirizia e di menta balsamica a chiudere un naso di straordinario equilibrio: i due lati sono davvero intensi e ben integrati, alternandosi in un passo a due sotto le narici del fortunato degustatore.

P: nell’avvicendarsi di prima tra note ‘sporche’ e dolci, qui prevalgono le seconde, anche se rimane quella stessa vorticosa alternanza. C’è una dolcezza che replica i descrittori del naso (quindi marmellata d’arancia e confettura di pesca, tarte tatin, tanti agrumi) e poi però qui è ulteriormente ispessita da una base permanente di vaniglia elegante e miele. In aumento il fumo e una torba acre, che si fanno rispettare di più, con il corollario di note mentolate. Regge splendidamente l’acqua e ci si può giocare all’infinito.

F: qui domina il fumo pesante, bruciato, quasi pepato; poi arancia e confettura di pesca a go go.

A volte nel nostro amato Paese all’incontrario i meritevoli vengono snobbati, scavalcati impunemente da chi di pregi non ne ha. La giuria del Milano Whisky Festival in questo caso invece è andata diritta al punto: se un whisky si presenta con una personalità così intrigante e variegata ma al contempo risulta beverino e non pacchiano, beh come si fa a non nominarlo Presidente della Repubblica a vita! Ops, forse ci siamo lasciati andare un tantinello, rischiando anche l’incriminazione per associazione sovversiva dell’ordine democratico. Però un 91/100 non glielo leva nessuno.

Sottofondo musicale consigliato: Duke Ellington and John ColtraneIn a sentimental mood

‘Robust Smoky Embers’ 21 yo (2013, Cadenhead’s Creations, 46%)

Da un po’ sulle nostre pagine manca della torba isolana: decidiamo di prendere tre piccioni con una fava e assaggiamo questo vatting di – appunto – tre botti della patria dei torbati, Islay. Compongono la miscela, infatti un barile di Caol Ila, un barile di Ardbeg ed uno di Bowmore: tutti e tre sopra i 21 anni, selezionati ed uniti assieme secondo l’arbitrio di Mark Watt, naso ed anima di Cadenhead’s. L’esperimento non è usuale, ovviamente, vediamo come è andata.

mainlN: nel vatting prevalgono una torba gentile e una vanigliosità alla Caol Ila, con anche qualche guizzo quasi tropicale in stile Bowmore. Il profilo generale è così rotondo, con marinità  e note medicinali lievi, mentre il fumo non è di quelli acri ma è piacevolmente ‘dolce’. Vaniglia, zenzero candito e aranciata zuccherata completano un naso piacionissimo, ma non stucchevole. Per di più col tempo viene fuori bene, crescendo d’intensità.

P: che dolcezza, paradiso dei sensi! Ribadisce l’ispirazione caolilesca, con un’esplosione di vaniglia, borotalco e liquirizia. Mela gialla. Poi va un po’ in calando, con una nota erbacea e mentolata che prende il sopravvento e l’acre della torba: la dolcezza, verso il finale, retrocede dunque un poco. Semplice, intendiamoci, ma gradevole

F: rivincita di Islay: abbondante legno bruciato e medicinale amaro assieme agli ultimi rigurgiti vanigliosi e di mela matura.

All’ultimo Milano Whisky Festival, in cui avevamo inserito questa bottiglia in un percorso ‘sperimentale’ sulla torba, il ‘Robust Smoky Embers’ 21 anni è stato molto apprezzato: effettivamente, un vatting isolano sopra i 20 anni a 80 euro oramai è un’utopia. Oggidì, ahitutti, è esaurito, ma non possiamo che rimpiangerne le velleità: è un malto gradevolissimo, forse un po’ semplice (pare che la miscela abbia come smussato gli angoli delle tre distillerie, facendone perdere anche le più riconoscibili peculiarità – a parte la rotondissima Caol Ila, ovvio) ma che, forse anche grazie a questa semplicità, va giù con una facilità inquietante. 84/100 sarà il voto, alla prossima avventura!

Sottofondo musicale consigliato: Elio e le storie tese – Catalogna.

Piove Whisky… vol. IV

1988__29224_zoomKomagatake – Hombo Mars distillery (1988/2014, #557, 58%)

Questo single cask è stato sfornato da una distilleria relativamente giovane, fondata nel 1985 in una località di montagna della prefettura di Nagano. Sembra uno di quei ex-bourbon first fill scuri scuri e ultra carichi: intensità pazzesca, tutti i dolci al caramello e al toffee di questo mondo, spezie e legno caldo. E lo stiamo ancora solo annusando. In bocca è tutta un’esplosione di sapori, con le spezie che raggiungono l’acme. Ma dove sono i 58 gradi? Da ricordare: 90/100.

7__82303_origKavalan ‘Concertmaster’ Port cask finish (NAS, OB, 40%)

Il naso potrebbe anche essere passabile, molto semplice con tenui suggestioni di acino d’uva e frutta rossa. Poi il palato è la catastrofe: pare acquoso e regala solo un velocissimo lampo di una dolcezza sbracata (frutti rossi e zucchero di canna) mista a una legnosità sgradevole. Ma via, facciamo i seri! 65/100.

caol-ila-17-year-old-1997-unpeated-special-release-2015-whiskyCaol Ila 17 yo “Unpeated Style” (2015, OB, 55,9%)

Ci era piaciuto l’unpeated dell’anno scorso, ci piace tanto anche questo. Molto intenso, molto minerale e a suo modo ‘nudo’, pur se con una dolcezza notevole, molto fine e trattenuta, molto da alte Highlands, diciamo. E ovviamente, dimenticate quel prefisso un-: è peated, meno del solito, ma lo è. Consigliato. 87/100

                                Mortlach 16 yo (1994/2011, Candehead’s, 54,2%)

W061_5_37261Il naso parla di un Mortlach fedele alle caratteristiche della distilleria, un po’ sporco e, come vuole la tradizione, con una nota di brodo di carne. Abbastanza nudo. Al palato la solfa (o lo zolfo?) è più o meno la stessa: è molto maltoso, vegetale e abbastanza carnoso, ma con un pizzico di cremosità vanigliosa in più ad arricchire. Cocco, pera e scorza di limone. Il profilo in realtà è di quelli semplici, ma intensi e gradevoli. Certo, vi deve piacere quella sbarazzina mortlachosità, che a noi, a dirla tutta, piace: 86/100. L’unica altra recensione sul web la trovate su Dramming, che contraddice clamorosamente le nostre impressioni e lo stronca. Però dai, un po’ di ‘carnosità’ c’è…