“Negroni Torbato” – Dukes bar (Londra)

Di Alessandro Palazzi e della magia del suo Dukes bar a Londra abbiamo già parlato qui. Ma dato che noi i bartender li ascoltiamo quando raccontano (ok, almeno all’inizio, poi al terzo gallone diventiamo malinconici…), da Alessandro abbiamo imparato che il suo tempio del Martini somministra anche altre splendide pozioni di mixology. Dunque perché perdere l’occasione di farci raccontare il whisky cocktail a cui è più affezionato?

Ingredienti

  • 30 ml Aperol
  • 30 ml Cynar
  • 30 ml Sacred Peated whisky
  • peat’ spray

Dato che il Negroni ha appena compiuto un secolo, ma in realtà non c’è una data precisa di nascita, siamo ancora in tempo per apprezzare la variazione sul tema di Alessandro Palazzi. Che in quanto italiano in uno dei locali simbolo del buon bere di Londra, ci tiene a regalare un’emozione made in Italy ai suoi clienti.

Mi è capitato parecchie volte di andare al Feis Ile su Islay, spesso invitato dalle distillerie per preparare qualche whisky cocktail. Ci sono sempre andato con grande gioia, facendomi pagare solo in whisky. Con il passare degli anni, dopo qualche twist on classic, i ragazzi dell’isola hanno cominciato a chiamarmi l’Anticristo…
Ad ogni modo, quell’anno eravamo a Bowmore, a pranzo in un ristorante a due passi dalla distilleria. Mi portano un piatto di patate fritte e… sapevano di torba! Allora a fine pasto vado dal cuoco a complimentarmi. E lui mi rivela il segreto: uno spray alla torba!
Allora mi è venuta l’idea: perché non creare un Negroni Torbato, che è un po’ a mia immagine e somiglianza, un italiano che adora la Scozia.

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Hazelburn 10 yo ‘Cage Sample’ (2009/2019, OB, 59,7%)

di cosa parliamo quando parliamo di “cage bottles” (foto pijata dar webbe)

Chi va a Campbeltown in cerca di emozioni, sa che le troverà solo in una delle tre distillerie della città, o nelle sede del più antico imbottigliatore indipendente di Scozia – per carità, un paio di pub, certo, ma per il resto finita lì. Ma i pellegrini che si spingono fino all’estremità del Kintyre sanno che ne vale comunque la pena: tra le preziosità locali che si possono scovare nei luoghi più segreti della distilleria di Springbank, ad esempio, ci sono senz’altro le “bottiglie della gabbia”, ovvero le “cage bottles”. In distilleria, o meglio nel Cadenhead Shop che sta a pochi metri dalla distilleria, c’è infatti una vera e propria gabbia, riempita di tanto in tanto con sample di botti di Springbank, Longrow o Hazelburn, di età e tipologie varie – sample da 70 cl, tra l’altro, e come potete ben capire il tesoro è ghiotto. Oggi assaggiamo proprio un esemplare di questa specie: si tratta di un Hazelburn, Fresh Bourbon Barrel, rotation 10, distillato il 9 marzo 2009 e imbottigliato l’11 settembre 2019, naturalmente a gradazione piena.

quella a sx!

N: sicuramente ha bisogno di un po’ di tempo, il primo impatto non nasconde neppure un mezzo punto di gradazione. Dopo un po’, rivela la sua duplice anima: da un lato le lusinghe della botte, con una pastafrolla burrosa e zuccherina, un pasticcino alla crema e alla frutta gialla, un sacco aperto di zucchero a velo… Dopo un po’ la frutta gialla si fa sempre più matura, più carica. Gelato alla banana. Dall’altro, un sentore più screziato e spigoloso, erbaceo, che rivela l’anima di Campbeltown, con erba fresca, magari un praticello dopo una fresca pioggia; insalata iceberg. C’è anche quella punta sporca, minerale e cerosa, che è una delle cose che preferiamo degli Hazelburn.

P: veramente esplosivo, anche se ancora l’alcol non si fa desiderare. Ancora deflagra una frutta gialla devastante, che qui ci appare fatta di ananas e banana: banana bread, molto zuccherino. Anche piuttosto agrumato (pompelmo rosa, dolce). Resta molto cremoso, con crema pasticciera e pasticcino alla frutta, e ancora iper minerale e cerealoso e piovoso. La nota di tela cerata è deliziosa. L’acqua toglie un poco di tropicalità, ma va a esaltare la nota più cremosa.

F: molto lungo e persistente, con tantissima tutto fatto di quel cereale torbato che in un whisky non torbato proprio non si dovrebbe trovare. Scorza di pompelmo.

Non ci stancheremo mai di dire che anche se Hazelburn è la versione meno celebrata di Springbank, di certo non è priva di fascino – e questa resta una fortuna per gli appassionati, perché è un whisky eccezionale disponibile generalmente a prezzi ottimi, anche sul mercato secondario. Senz’acqua è esplosivo, ma francamente a tratti contundente, con acqua diventa cremosissimo e più che bevibile – a tazze. Delizioso. 88/100. Grazie a Davide Ansalone e a Lars Berens per il sample.

Sottofondo musicale consigliato: Cage The Elephant – Spiderhead.

Laphroaig ‘Lp8’ (1998/2017, Elements of Islay, 53,5%)

Stimolati dal Laphroaig bevuto ieri, ne cerchiamo un altro che possa essere in qualche modo avvicinabile: dopo una ricerca scientifica, dopo quindici tabelle excel con millesettecento variabili incrociate, abbiamo deciso di bendare il gatto e scegliere il primo sample cui si fosse avvicinato. Il gatto sa, il gatto è infallibile: il gatto infatti ha scelto un Laphroaig di quasi vent’anni, maturato in barili ex-sherry, imbottigliato da Speciality Drinks nella serie incantevole e medicinale “Elements of Islay“, siglato Lp8. Bando alle fregnacce, si beva, diamine!

N: il profilo è ancora una volta inusuale, anche se molto diverso dal Laphroaig di ieri, ed è piegato ai desiderata del cask: fava tonka e radice di Ginseng sono le prime note che ci vengono in mente. Poi, una profonda dolcezza da datteri e arance rosse, il tutto davvero molto zuccherino e appiccicoso. Legno tostato e torba medicinale a fare da contorno, senza però sovrastare alcunché, anzi.

P: che esplosione di sapore! C’è una sensazione molto cremosa, come di pralina, di caramello, mentre una certa acidità vinosa (ricorda proprio uno sherry, anche se forse più un Pedro Ximenez che un Oloroso; ma anche arance rosse, ancora) esce fuori vibrante e mantiene il whisky vivo in bocca. La torba è molto impattante, con tanto legno bruciato. Mare e medicine di Laphroaig non pervenute.

F: lungherrimo, sapido e bruciato con una dolcezza caramellata di fondo.

Un esperimento riuscito e d’impatto: abbiamo ormai capito che le botti ex-sherry tendono un po’ a snaturare la violenza selvaggia di Laphroaig, ma d’altro canto ne cavano fuori una nuova creatura strana, che ci piace. Anche se forse, a essere sinceri, tutta questa dolcezza, tutto questo carico, alla lunga rischiano di stufare un po’ – ma si sa, dipende dal tempo, dall’umore… Quindi uscite e regalatecene una bottiglia. Adesso. 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Fu Manchu – Slow Ride.

Laphroaig 17 yo (1987/2005, Douglas Laing, 50%)

Qualcuno qui ha bevuto più di noi, eh?

Qualche mese fa abbiamo assaggiato un single cask ex-sherry di Laphroaig del 1987, selezionato e imbottigliato da Douglas Laing dopo 18 anni: oggi facciamo… quasi lo stesso, però si tratta di un barile differente. È un 17 anni, ed è il DL1710 – per gli amanti dei Gronchi Rosa, questo imbottigliamento è celebre (boh, non sapremmo: lo è davvero?) perché esibisce in etichetta un bellissimo errore, per cui si tratta di… un Laphraoig. D’altro canto che fosse difficile da scrivere l’abbiamo sempre saputo, in più se hai preparato l’etichetta dopo aver fatto degli assaggi direttamente dal barile, beh, un errorino ci sta. Ti perdoniamo, Douglas.

N: come sempre coi Laphroaig indipendenti, abbiamo a che fare con un profilo pazzesco, con note molto evidenti e tutto sommato inusuali di erbe amare (a ruota libera ci lasciamo suggestionare: quindi timo, ma pure rabarbaro, genziana e canfora). La torba è a suo modo gentile, dolce, e ricorda la carne di porco glassata e cotta sul barbecue. C’è anche un che di limone a dare ulteriore freschezza. Molto interessante, sbilanciato ma bilanciato in un certo senso.

P: l’alcol è assente, dev’essere rimasto tutto nel sangue di chi ha scritto l’etichetta. Dolce e fresco, praticamente mentolato. È ancora erbaceo, molto setoso e la torba segue questa falsariga, simulando l’erba bruciata. Poca, pochissima marinità. Non è uno sherry pesante, tutt’altro: resta fresco, con una bella mela rossa croccante e pesca tabacchiera. Un filo di sale, a dire il vero.

F: va avanti sciropposo e tanto dolce. Si ferma un attimo prima di apparire stucchevole. Fumo lungo (fumo piano, fumo solo pakistano, direbbero alcuni rimastoni con gli occhi arrossati), ma discreto.

Come l’etichetta avrebbe dovuto farci immaginare, si tratta di un Laphroaig atipico (non è medicinale né particolarmente marino): ma resta un piccolo capolavoro d’equilibrio tra alcol, erba, dolcezza e torba. Consigliato, se lo trovate ancora in asta da qualche parte. 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: Eagles of Death Metal – Careless Whisper.

Macallan Edition N.1 (2015, OB, 48%)

50 sfumature di Macallan

Abbiate pazienza, non torneremo per l’ennesima volta a spiegare il concept dei “Macallan Pantone” (e non è una nostra battuta, è la vera verità), ovvero gli Edition in serie numerata fatti in collaborazione con l’Istituto Pantone: vi rimandiamo alle nostre già immortali parole vergate qui e qui, ad esempio – ma avevamo bevuto anche la N.2, qui. Oggi però la giornata è speciale, perché assaggiamo l’unico imbottigliamento davvero ‘raro’ della serie, ovvero il N.1: frutto della miscela di 130 barili ex-bourbon ed ex-sherry (quindi sì, dai, raro ma non troppo, calcolatrice alla mano…), è l’edizione più ricercata della serie, e quando ancora si trova in vendita online è abbondantemente oltre le 1000€. Ringraziamo dunque quel matto di Claudio Cantelmo (solo uno dei suoi mille pseudonimi, ma è giusto che resti nel mistero) per il sample, dato che lui una boccia ce l’aveva a casa, sì: e l’ha aperta.

N: molto appiccicoso, come naso, molto profondo. Toffee e cioccolato bianco, caffellatte zuccherato. Poco fruttato, troviamo solo qualche nota di confettura di fragola, ma di quelle un po’ troppo zuccherate e forse bruciacchiate. Pesche agli amaretti. Stiamo forse dimenticando l’agrume, anzi l’arancia: scorzetta impregnata?

P: molto buono, soddisfacente. Qui è più compiutamente fruttato, con pesca, tanta uvetta, mandorle e frutta secca, albicocche secche… Vira poi verso un qualcosa di più secco, che tende ad asciugare. Bitter all’arancia? Non possiamo non citare il malto, con biscotti digestive. Ha anche una cosa che ricorda una warehouse…

F: bello persistente, lungo e pieno. Molto cioccolato al latte e nocciola; più in disparte frutta rossa, uvetta e arancia.

Molto piacevole, ha il vestito dei Macallan ‘veri’, le spalle larghe e una bella complessità. Agrumi e cioccolato sono i sentori più decisivi di questo malto, e se la cosa può avere un senso per altri oltre a noi, è un invecchiamento in sherry prevalentemente ‘marrone’, non ‘rosso’: scusate, ci siamo fatti prendere dal clima pantonesco. Ma insomma, dai, ci è piaciuto, e gli diamo 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Black Pumas – Colors.

Botti da Orbi – Palindrome date – Mystic Whisky Tasting

[Questo articolo è un inception di rubriche: noi ospitiamo una rubrica di Marco Zucchetti che ospita un articolo di Corrado De Rosa, nostro amico e sodale che si è goduto una degustazione da panico organizzata dal forum singlemaltwhisky.it. Impegni pregressi ci hanno impedito di partecipare, ma non potevamo non darne conto… Grazie, Corrado! E se vi venisse il dubbio che non è una persona seria, beh, tacete di fronte a questa evidenza: annota anche il colore. Un gigante!]

roba forte

Con gli amici del Forum singlemaltwhisky.it, nella data più unica del secolo, ci siamo trovati a interpretare, come il mistico che si affaccia allo studio delle intrecciate combinazioni della kabbalah, cinque whisky unici. E nell’assurdità di una data complessa come un labirinto, sappiamo che troveremo tanti tratti che uniranno il percorso, come un anello infinito, e altrettanto infinite differenze e specificità. Ma non abbiamo paura. Qui, un resoconto che – excusatio non petita – nonostante l’impegno dello scriba che le ha appuntate, non potrà riferire alcune delle estroflessioni più estreme rese dal consesso riunito (per buon costume) e neppure esaurire quello che un mistico moderno come Valentino Zagatti ha scritto e affermato: il whisky costruisce ponti, crea amicizia.

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Daftmill 2008 summer release (2019, OB, 1st fill bourbon cask, 46%)

C: giallo paglierino

N: ci troviamo in un campo di fiori nei mesi caldi di primavera, tra margherite e camomilla. Poi il profumo ci porta verso territori più conosciuti, bacca di vaniglia e crema al limone. Continuando l’interpretazione dei segni, c’è una nota olfattiva molto simile a quella dei bourbon, un sentore di polline e di cedro.

P: la sfida è attendere qualche secondo, e lasciar sfumare una punta di alcol che inizialmente si affaccia. Dopo, si confermano le suggestioni del miele e dei fiori. Il palato risulta molto più viscoso del previsto, è godibile e importante. Sfuma verso le note della frutta gialla: albicocche e pesce gialle non mature; i più arditi si gettano in un “mango un po’ acerbo”. Scaldando il bicchiere  e lasciandolo maturare, un po’ di cioccolato al latte.

Finale: media durata, sulle note del cocco e del pepe, a conferma delle suggestioni conferite dalle sei first fill bourbon cask impiegate per questo prodotto.

85/100 il verdetto dello scriba.

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Auchentoshan 12 anni ‘Soffiantino import’ (43%, OB, fine anni ’80)

C: ramato e denso

N: noce moscata e chiodi di garofano, che bella presenza delle vecchie botti ex sherry! Spezie e vino, come un vin brulee meno dolce e più complesso. Si decifrano, nel roteare delle sfere e dei bicchieri cielesti, note sugose, quasi d’arrosto (“brasato con carote: no visto la luce!”). Da altre voci si sente parlare di funghi secchi.

P: forse qui si sente la leggerezza della tripla distillazione, e la gradazione poco spiccata, ma è solo un attimo. Subentrano subito note  di profumo, pout purry, poi erbe (un saggio tra i saggi dice: “Jagermeister”), poi ancora qualcosa di sporco, tipo zolfo e uova. Che percezione allucinogena! Non tutto inquadrato, ma tutto davvero interessante.

F: medio – lungo, su note di mobile antico laccato, spezie, vinosità.

Lo scriba appunta che alcuni difetti non pregiudicano l’identità del distillato e della selezione: 87/100 è la conclusione.

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Springbank 15 yo Rum wood (2019, OB, 51%)

C: oro chiaro

N: un po’ di solvente e di mare danno il LA all’olfatto di un whisky complesso: soave e sporco allo stesso tempo. L’immagine che sovviene è quella (tristemente ricorrente in tema di battaglie ambientali) dello scarico di scorie chimiche nel mare: mineralità, iodio, e qualche zaffata “artificiale” e mentolata, di medicina. Prosegue sulla frutta bianca (uva, pesca), e poi odore di tartare di carne cruda. Infine, tanto per rimanere nella metafora ambientale, petrolio balsamico. Stupisce l’assenza di alcol.

P: succoso, tropicale, salato. C’è solo un ricordo di rum bianco agricolo, ma nulla di più sul versante della botte. Superata la paura che genera il pregiudizio, si apre un mondo complesso, di naftalina, terra, papaya, eucalipto: fruttato, balsamico e minerale allo stesso tempo. Come possa tutto questo folle ansamble essere comunque dolce e bevibile, è un mistero che i mistici scozzesi del Kentyre conservano gelosamente.

F: medio, fresco, costruito sulle endiadi: con un gioco di mele, miele, menta ed eucalipto.

Lo scriba appunta con foga: spettacolare e inaspettato: la botte è poco attiva! 90/100.

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Springbank 10 yo ‘Local Barley’ (2019, OB, 56,2%)

C: dorato

N: più tradizionale del precedente, ma non per questo banale. Mineralità, note dolci e vanigliate che giustificano la prevalenza di ex bourbon cask (77%). Poi distese di frutta bianca, gialla e tropicale, lievemente affumicate da un ricordo di torba di terra. Sale un filo di fumo dal bicchiere, e già alcuni urlano all’ascensione. Ma il whisky è vivo, e continua a cambiare sotto i nostri occhi: lievito madre e cereali, che forse prima avevamo dimenticato, tornano in primo piano aiutati da una stilla d’acqua.

P: mineralissimo e tropicalissimo: mela cotta, quelle torte del centroamerica con zucchero di canna e mango, poi terra, ciottoli, cereali dell’hotel quando si parte per un lungo viaggio. Alcuni notano delle note erbacee, di fieno secco, che probabilmente costituiscono il gioco di luci e ombre di questa bottiglia: è complesso, gustoso, ma giovane.

F: e il viaggio è spettacolare, finisce con un soffio di fumo e un ricordo di terra umida.

Lo scriba, emozionato, verga sul quaderno solo un numero: 91/100.

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Lagavulin 12 yo (2019, OB, 56,5%)

C: giallo paglierino

N: impossibile non riconoscerlo: classico fumo di Lagavulin. La partita sembra giocata semplice e vincente: mela, pera e torba. Ma i nostri occhi hanno visto la luce, non si lasciano fermare alle prime impressioni. Cereale (chicco) bruciato, falò spento, muschio fresco, sapone, tutto coperto da una coltre di fumo di torba di mare. Peperoni verdi fritti e schizzi di acqua di mare.

P: meno classico del naso: la percezione è meno grassa e intensa del classico Lagavulin 16, molto più secco e pungente, affilato. Salato, potente e bilanciato, tra dolcezza di zucchero liquido e l’immancabile fumo che ci insegue, come in una paranoia di Lost. Ritorna la pera affumicata, ritorna la suggestione costiera del sale addolcito dallo zucchero vanigliato, che si trasforma in gelato torbato al caramello salato.

F: non termina dolce, la torba ha il sopravvento, e dura a lungo, con richiami acidi e potenti.

Lo scriba ricorda solo la sensazione che la gemma sia lucente, ma non rara o unica: un lavoro ben fatto, ma non irripetibile. Forse è ubriaco? 88/100.

Macallan 12 yo (1988/2000, Caledonian Selection, 57,4%)

La serie Caledonian Selection, dell’imbottigliatore Liquid Gold, è stata spesso presente sugli impolverati scaffali delle enoteche italiane – ricordiamo bene la silhouette peculiare di questi decanter che ci guardavano tristi, magari nascosti e umiliati dietro a una bottiglia di Black & White… E colpevolmente le abbiamo sempre lasciate lì, nella loro tristezza. L’imbottigliatore ha chiuso i battenti nel 2005, a quel che ne sappiamo, e in tutta onestà non avevamo mai assaggiato nulla – prima di oggi!, dato che grazie ad Angus abbiamo messo le mani su un sample di un Macallan di 12 anni, single cask ex-sherry imbottigliato a grado pieno.

N: fin dall’inizio esibisce una bella complessità, tra frutti rossi, tiramisù, spremuta d’arancia zuccherata. C’è poi un lato più screziato, tra la sagrestia e un filo di zolfo. La sensazione generale, se ha senso per un Macallan in sherry, è di “umidità”: ricorda nitidamente le foglie umide calpestate in autunno.

P: l’alcol c’è ma non disturba troppo, e la cosa ci piace vista l’alta gradazione. Contribuisce anzi a formare un gusto pieno, caldo, dolce. Esplode su note sherrose, di mela rossa, arancia dolce e marmellata d’albicocche. Non mancano suggestioni di caramello, e soprattutto un sentore – sorprendente – di rosa canina.

F: indugia ancora su caramello, cioccolato e mela rossa (strudel?), ma poi dimostra grande intelligenza andando a chiudere con grande pulizia, senza abusi legnosi. Una piacevole nota di malto e noci ci culla.

Un Macallan giovane con tanta personalità: non ha quella pomposità un po’ compiaciuta di certi sacri Macallan, si mostra anzi curiosamente affilato, soprattutto al naso, e al palato esibisce l’apporto del barile senza negarsi un paio di staffilate inattese (rosa canina, davvero?). 88/100, se ne trovate su scaffali abbandonati… Salvateli. Grazie Angus!

Sottofondo musicale consigliato: Brockhampton – Boy Bye.

Caol Ila 8 yo (1995/2003, Silver Seal, 55,9%)

“La settimana si apre sotto buoni auspici”, spiegato bene

La settimana si apre sotto buoni auspici: vogliamo dunque cavalcare l’onda dell’entusiasmo domenicale anche sul piano alcolico, ripescando un malto del passato, anche se prossimo. Se vi diciamo “Rino Mainardi”, a cosa pensate? Bravi, siete preparati: stiamo parlando proprio di Mr. Sestante e Silver Seal, uno dei più grandi selezionatori indipendenti di quella fase pionieristica che vedeva impavidi italiani girare per la Scozia in cerca di barili, quando ancora nessuno nel mondo si interessava al succo di malto. Prima di vendere l’azienda e il marchio a Max Righi, nel 2007, Rino aveva scritto pagine importanti nella storia del Single Malt in Italia e nel mondo: oggi gli rivolgiamo un pensiero assaggiando un Caol Ila 8 anni, distillato nel 1995 e imbottigliato quando ancora i derby di Milano erano delle semifinali di Champions League che finivano con il risultato sbagliato, oltretutto.

N: molto fresco e piacevole, con note balsamiche davvero spiccate. Pensiamo soprattutto a salvia, in parte anche aghi di pino. Ha una nota maltosa dolce davvero seducente: potremmo pensare a una brioche, e in effetti ci pensiamo. C’è una venatura minerale e quasi marina molto interessante: iodio, calce, si vola verso il talco. Uva bianca, marshmallow. Caffè al ginseng, anche un po’ di zafferano?

P: l’impatto alcolico si fa sentire con nettezza, ma altrettanto nette sono le note goduriose di cocco e marzapane. Molto zuccherino e dolce, di una dolcezza pungente e acuta: dire “zucchero bianco” forse non basta. Ananas? La torba si traduce in cenere, in un senso di bruciato un po’ affilato, per quel che vale una definizione del genere. Cereale affumicato (andate in distilleria e assaggiate!).

F: limone e cenere, cereale torbato e un po’ di dolcezza maltosa.

Elegante e affilato, fine e spigoloso al contempo: magari ad alcuni potrà sembrare un po’ ‘semplice’, con gli elementi tipici dei malti di Caol Ila tutti lì squadernati ed esibiti, e senza una vera, piena presenza del mare: ma è veramente – e semplicemente – buono, non ce n’è. Sarebbe il whisky perfetto per folgorare sulla via di Port Askaig anche il più feroce militante antitorbato. Chapeau. 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: Lean Year – Come and See.

Balcones ‘1’ Texas Single Malt spirit (2018, OB, 53%)

Piccolo preambolo storico. Quando i coloni britannici sbarcarono in America, ebbero varie sorprese. Fra le peggiori, il fatto che l’orzo tanto amato e ingrediente principale dell’uisge beatha non crescesse granché bene. I nostri non si persero d’animo e iniziarono a distillare qualsiasi altra cosa, soprattutto mais e segale, la base degli American whiskey. E tutti bevvero sbronzi e contenti. Questa introduzione spiega bene perché il single malt americano, come saggiamente si fa notare in questo interessante articolo, sia un nanerottolo che lotta per il suo spazio vitale fra due giganti, ovvero il bourbon e lo Scotch. A dire la verità sarebbero tre, dato che il Rye whiskey sta mettendo su muscoli come un giovane calciatore pompato ad anabolizzanti. Ad ogni modo, nel piccolo manipolo di distillatori di orzo che prova a calcare le orme di successo delle craft breweries, si è ritagliata una buona nomea la distilleria Balcones, con sede a Waco, cittadina texana finora famosa solo per essere stata teatro del massacro della setta dei davidiani, nel 1993.
Creata in un’officina meccanica nel 2008, Balcones ha debuttato con il “Baby blue”, primo whiskey texano dai tempi del Proibizionismo prodotto da “Blue corn”, una varietà locale di granoturco. Noi però qui si va ad assaggiare il Single malt, prodotto con solo orzo maltato distillato in un Pot still Forsyth e lasciato in balia delle temperature texane. Il metodo è particolare: è una combinazione di small batches invecchiati in botti di varia capacità e poi assemblati in un “big barrel”. Il suddetto prodottino che in giro per il mondo ha racimolato una settantina di medaglie che sarebbe noiosetto elencare. Un’unica postilla: il nostro sample dal calendario dell’Avvento di “Drinks by the dram” e reca la scritta “1 – Texas single malt spirit”, non “whiskey”. Verosimilmente, il periodo di maturazione è stato molto breve, di sicuro inferiore ai due anni.

N: molto interessante e – come prevedibile – molto concentrato. Si apre immediatamente su un fortissimo sentore di boero, di cioccolatino al rum… Legno di ciliegio, come la madia che aveva in casa Giacomo da bambino. Tantissimo cioccolato al latte, caramello e parecchia vaniglia (stecchetta). Banana cotta, agrumi maturi e bitter. Un sentore di incenso? Una spezia quasi balsamica? Tutto è possibile, in questo curioso mondo. L’acqua irruffianisce il naso, spingendo su una vaniglia tostata.

P: ahia, qui si picchia forte, non siamo mica nella California dei figli dei fiori. Al di là dell’impatto alcolico, che è devastante, ci sono molte note amare, che dipendono – diremmo – da un eccesso di aggressività del legno: caffè, tabacco di sigaretta, frutta secca tostata, ancora un bitter, chiodi di garofano… E poi riecco arancia dolce, pesca sciroppata, vaniglia, caramello e cioccolato. L’acqua qui non sposta troppo, arrotonda leggermente ma spinge anche, slegate, le note erbacee e legnose.

F: coerente col palato, ma depurato dall’astringenza del legno: vaniglioso e cioccolatoso, con qualche sentore di pepe e pandoro. Crema di marroni.

Senza dubbio un’esperienza intensa e coinvolgente. Come accennato, non è dato sapere i tempi di invecchiamento, ma come spesso succede con i whisky maturati in zone ad alta escursione termica, tutto appare accelerato. Sul sito di Masterofmalt le opinioni oscillano tra “phenomenal” e “undrinkable acetone”. Noi, immobili come solo un governicchio democristiano potrebbe fare, stiamo nel mezzo e ci fermiamo a 81/100, per un whiskey senza dubbio impegnativo, dallo stile molto robusto e quasi sgarbato ma senza difetti tecnici.

Recommended soundtrack: Johnny Cash – Ghost riders in the sky, che solo a sentirla vien voglia di alzare il voto a 90/100… Magie della suggestione musicale!

[Dal nostro inviato ai Caraibi] Appleton 21 yo (2019, OB, 43%)

Il nostro inviato ai Caraibi, mannaggia a lui

[Il nostro inviato ai Caraibi ci ha inviato questa recensione ben più di un mese fa. Sarà l’invidia per la diversa geolocalizzazione di lui e noi, sarà una perniciosa tendenza a procrastinare… Il risultato è che l’abbiamo colpevolmente tenuto in freezer per troppo tempo, e ci dobbiamo anzi scusare con l’indomito Luca Perego – anzi, no, sta ai Caraibi, pensa te se ci dobbiamo scusare. Comunque: oggi assaggia un pezzo grosso del rum giamaicano, noi ci sediamo come nipotini intorno al nonno e rapiti lo ascoltiamo]

Prima di tutto volevo dirvi che fa caldo. Così, giusto per ricordarvi che a Milano piove e qui invece l’ultima volta che sono scesi sotto i 26 gradi la Juventus ancora era tifata dai torinesi. Bere con questa temperatura è quasi fastidioso, quindi spero possiate capire che lo sforzo che sto facendo per questa degustazione è difficile quanto fare colpo con la tipella delle medie quando tu al massimo conosci tutte le regole di Magic e la data di nascita di Donato Bilancia (sto parlando di mio cugino, mai di me).

Oggi ci spostiamo in Giamaica, dove oltre a della marijuana di dubbia qualità e della musica di altrettanta dubbia qualità, producono anche del rum. Appleton nasce tanti anni fa, pare addirittura persino prima di Andreotti, a Cockpit (sì, davvero, questo posto si chiama “Fossa del cazzo”) un qualche posticino sperduto dove tra un no woman no cry e l’altro, Campari si è comprata la più antica distilleria giamaicana. Mica cazzi – al massimo Fosse di cazzi.

Assaggiamo Appleton 21… Ufficialmente è un blend di rum che fanno almeno 21anni assemblato dalla prima Master Blender donna della storia. Abbiano le quote rosa anche nelle sbronze, dove finiremo signora mia?! Dove? Sarà per questo che se vi aspettate un rude boy vi sbagliate di grosso. Al naso si sente subito una bella presenza citrica che ci accompagnerà per tutta la degustazione, spicca lo zenzero e quella bella caramella toffee, inoltre un frutto irriconoscibile per cui ho scomodato metà cucina (È albicocca? È maracuja? È papaya? È via Imbonati in una calda mattina d’estate? Non lo abbiamo capito, però in cucina se lo sono finiti). Torniamo a monte nella nostra Fossa di cazzi; l’alcool non è invadente, nonostante tutto stiamo parlando di sentori molto molto delicati. Il primo impatto in bocca tiene il lato citrico, è fresco nonostante la texture molto marmellatosa e la dolcezza straripante. Esce però anche il primo difetto, come quando noti il pomo d’Adamo alla ragazza che ti stai portando in bagno a limonare in discoteca, ad esempio c’è una nota terrosa ed erbacea che nel complesso risulta spiacevole, stona. L’unica, ahimè non leggera, imperfezione. Il finale è lungo, non tipo Mr Holmes, ma comunque da far sfigurare chiunque in spogliatoio dopo il calcetto; arrivano la canna da zucchero, la vaniglia ed il caffè appena tostato ma anche una nota di agrume che non si riesce a ben definire, per la quale credo sia necessario identificarla come una nota di pomelo (tanto nessuno sa di cosa sappia realmente e ci faccio un figurone).

Dal thanksgiving è tutto, linea allo studio.