‘The Cally’ 40 yo (1974/2015, OB, 53,3%)

Mentre Diageo annuncia le nuove Special Release del 2018 (e attenzione attenzione: nessun Brora, nessun Port Ellen!), noi ci dedichiamo con il piglio dei cronisti d’assalto ad una S.R. di tre anni fa… Il Cally 40 altro non è che un grain whisky prodotto dalla Caledonian Distillery nel 1974, messo in bottiglia appunto nel 2015, non colorato, non filtrato a freddo, alla gradazione naturale di 53,3%. Sulla carta, sembra avere tutte le caratteristiche del fuoriclasse: testiamolo nel bicchiere.

N: da subito rivela una nota di solvente, probabilmente data dalla gradazione, che scherma un poco – e subito dietro, ecco agitarsi alcuni dei più consolidati cliché da grain, ovvero banana matura, crema pasticciera, noce di Pecan… Ma qui in versione relativamente ‘light’, non troppo carichi come spesso accade talvolta. Procediamo per tentativi, vista la nostra poca esperienza coi grain ultraquarantenni – e però ci sembra che il lungo invecchiamento abbia smussato gli aspetti più triviali e più ruffiani di questo whisky, in favore di note speziate e più taglienti: dunque una punta di sedano, sentori di grafite. E poi, man mano che respira, si apre su una nota dominante: burro, burro fresco, burro caldo, burro sciolto, burro, burrissimo, poi panna rappresa, frutta gialla (mela gialla e albicocca).

P: ci saremmo aspettati un’esplosione di sapori clamorosa, e invece anche qui rimane abbastanza sottile, pur con una morbidezza inconfutabile. Crema, frutta gialla, nocciola e noce di Pecan, burro d’arachidi sono contrappuntati da una leggera ma costante nota speziata e legnosa: chiodi di garofano e sentori tostati, financo amaricanti. E per una pura coincidenza verbale, ora diciamo pure ‘amaretto’. Forse un dattero, anche?

F: burro, legno amaro… lungo e persistente.

Naso molto buono, complesso e piacevole, ha però una torsione tostata al palato che mmm, non ci convince fino in fondo. Ce lo ricordavamo molto buono dal nostro assaggio quando era uscito – confermiamo la soddisfazione anche se, ora forse vittime della delusione, ci ‘fermiamo’ a un 86/100.

Sottofondo musicale consigliato: Sleep – Sonic Titan.

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Aberfeldy 1999 ‘distillery exclusive’ cask #5 (2017, OB, 56.5%)

Aberfeldy ha una storia interessante, dato che faceva parte del pacchetto-Dewar’s che Diageo fu costretta a vendere per evitare l’effetto monopolio: insieme a Aultmore, Craigellachie e Royal Brackla, Aberfeldy è infatti passata al gruppo Bacardi-Martini nel 1988. La proprietà ha deciso di trasformare Aberfeldy nella “casa” di Dewar, il blended di punta, e anche per questa ragione oggi Aberfeldy è tra le distillerie più gradevoli da visitare nella zona delle basse Highlands. Oggi beviamo uno degli imbottigliamenti ‘distillery only’ dell’anno scorso: si tratta del cask #5 del 1999, un Oloroso Sherry Butt vincitore dello Scottish Field Summer Whisky Challenge – qualsiasi cosa sia.

N: fresco e succoso, fruttato, bello agile – e al contempo con le note profonde dell’Oloroso. Abbiamo dunque spezie (soprattutto zenzero e profumo di legni dolci), un sentore di frutta secca, nocciola diremmo – ma soprattutto c’è tanta tanta frutta: mele gialle, uvetta, prugne, arancia essiccata… Brioche al burro e confettura d’albicocca. Caramello (forse salato, suggeriscono le tasting notes ufficiali). Col tempo, una nota vanigliata.

P: ha una presenza alcolica molto importante, che però non disturba più di tanto e anzi alla lunga regala bordate d’intensità. Iniziamo con note di zenzero, cioccolato fondente, le foglie di tabacco… C‘è un lato fruttato che ricorda frutta sia zuccherina che acida: ancora note di prugne, di uvetta e di albicocca, e l’immancabile arancia. Cioccolato con uvetta. Con acqua non cambia sostanzialmente, si rivela solo un poco più astringente.

F: legnoso e cioccolatoso, riemerge una vaniglia abbastanza marcata. Lungo, piacevole e molto intenso.

88/100, un perfetto esempio di come mettere un buon distillato in una buona botte di sherry sia una strategia semplice, forse, ma vincente. Non sapremmo dire se si trova ancora in distilleria, ma se così dovesse essere consigliamo la sosta anche solo per accaparrarselo.

Sottofondo musicale consigliato: Carl Brave x Franco126 – Tararì tararà.

Hazelburn 10 yo (2007/2018, OB for Beija-Flor, 55,4%)

Torniamo a Campbeltown per una piccola e inattesa sorpresa, presentata in Italia la settimana scorsa a una degustazione presso Le Bon Bock Shop a Roma: l’importatore italiano Beija-Flor ha avuto la possibilità di mettere le mani su un single cask di Hazelburn, la versione non torbata (anche se…) e a tripla distillazione di Springbank. Non è una roba da poco, se consideriamo che sono usciti pochissimi imbottigliamenti del genere – contiamo meno di una ventina di single casks mai messi sul mercato, per intenderci. La scelta è caduta su un malto invecchiato 10 anni in un barile ex-Sauternes a secondo riempimento: non si tratta di un finish ma di una piena maturazione… Tempo fa avevamo assaggiato con piacere una release ‘standard’, anche se limitata, di Hazelburn ex-bourbon poi passato in Sauternes e ci era piaciuto molto: vediamo come si comporta questo, considerando che una maturazione così lunga in un barile ex-vino non è sempre foriera di buone novelle.

N: i sentori vinosi e gli aromi tipici dei Sauternes sono qui incredibilmente vividi – e ci mancherebbe, dopo dieci anni di botte, anche se refill! Qui, piuttosto che parlare di riuscita integrazione tra distillato e botte, si potrebbe quasi parlare di una trasfigurazione, di nascita di una nuova creatura, un “whiskernes” probabilmente. Abbiamo quindi una esuberante e avvolgente nota di miele, assieme ad una composta di albicocca davvero invitante. Pesche cotte, anche un più distante sentore di amaretto. C’è questo senso di frutta zuccherina/zuccherata, molto ricco, anche se non appare eccessivo: questo tripudio è temperato e mitigato da quello che ci sembra di riconoscere come sentore di ‘aria di Campbeltown’: leggera aria salmastra, con un cerino spento che aleggia, a ‘sporcare’ felicemente la rotondità complessiva. Legno di cedro e scorza d’arancia.

P: l’ingresso è delicato, con poca evidenza dell’alcol, e poi procede compatto, diritto per la sua strada. Denso, ti lascia le pareti della bocca avvolte. È veramente buono: hai una nota dolce in avvio, coerente col naso, fatta di marmellata di albicocca, tanto tanto miele, pesche cotte. A sorpresa, mentre il whisky indugia sulla lingua, esplode una nota di frutta tropicale mista (ci viene in mente proprio il succo) che lascia attoniti, incapaci di proferir parola – anche perché si ha la bocca piena, vabbè. E poi subito un altro plot-twist: il marchio di fabbrica di Campbeltown è particolarmente marcato, tra note di salamoia, minerali, ancora il cerino, una torba leggera ma non così tanto (ci sovviene un fil di fumo).

F: …filo di fumo che qui si manifesta definitivamente, impastato con note zuccherine e intensamente fruttate – forse per l’eternità.

Partiamo da un aneddoto: tempo fa abbiamo partecipato ad una degustazione alla cieca organizzata dall’amico Corrado De Rosa, e se da un lato siamo stati bravissimi azzeccando tre delle cinque referenze, dall’altro abbiamo toppato proprio a Campbeltown, confondendo un vecchio Hazelburn 12 anni con uno Springbank 15… Questo la dice lunga sulla nostra credibilità, certo, ma dice anche qualcosa sul rispetto dei comparti stagni a Springbank: Hazelburn, se pure formalmente non dovrebbe avere traccia di torba, in realtà ha sempre una venatura minerale, torbata appunto, che può essere di volta in volta più o meno pronunciata e che spariglia le carte della pulizia. Qui questa componente è più che presente con note minerali, di mare e di fiammiferi, e svolge la funzione fondamentale di equilibrare un whisky che altrimenti sarebbe stato sbilanciato sul versante della dolcezza vinosa, con tutto il corredo di sentori tipici della botte ex-Sauternes. Una nota curiosa: il fatto di essere refill ha ammorbidito il tripudio di albicocca, soprattutto al palato, trasferendo le frutta su terreni tropicali. Confessiamo: partivamo prevenuti, ma siamo stati costretti a ricrederci: 90/100, per un whisky pieno, solido, complesso e di grande bevibilità. Oh se vi capita uno Springbank cattivo, per favore giratecelo, almeno lo recensiamo!

Sottofondo musicale consigliato: Alina Engibaryan – I’ll be around.

Clynelish 12 yo (1971, Ainslie&Heilbron for Edward&Edward, 56.9%)

Vediamo di leggere il titolo di questa recensione, analizziamo cosa ci dice. Clynelish 12 anni, imbottigliato nel 1971… Dunque la distillazione è sicuramente precedente alla fondazione della ‘nuova’ Clynelish, e dunque trattasi di fatto di un whisky che oggi chiameremmo Brora. Ainslie & Hebron è il nome della compagnia che ricostruì Clynelish a fine ‘800, per poi vendere a quella-che-sarà-Diageo dopo la celebre crisi dei Pattinson, negli anni ’20. Tra gli anni ’60 e gli ’80 (secondo whiskybase, anche oltre) sono usciti diversi imbottigliamenti di Clynelish a questo marchio, e si tratta di bottiglie pressoché leggendarie, rare e ormai costosissime. Edward & Edward altri non è che Edoardo Giaccone, il Baffo, proprietario della storica Whiskyteca di Salò – pensate – aperta addirittura nel 1959!, e di Clynelish 12 imbottigliati per lui da A&H ce ne sono diversi. E se fate caso all’ultimo numero vi rendete conto che è a gradazione piena: e sappiamo bene che all’epoca erano in pochi a imbottigliare così. Beh, lo capite pure voi che qua siamo al top – e prima di bere, ringraziamo Giuseppe (il Bevitore Raffinato) per l’impagabile omaggio.

N: molto acuto e tagliente, qualitativamente spaventoso e sorprendente. Innanzitutto, l’apporto della torba è molto cesellato, elegante, trattenuto: la mineralità che ne consegue è delicatissima ma anche per questo deliziosa; non c’è da aspettarsi una cera esuberante (errata corrige: arriva, ma solo dopo un po’, ed è da panico!), piuttosto esplode un lato marino, salmastro, iodato (aria di mare sferzante, quando piove al mare; note di pioggia, di terra bagnata), con sentori di limone – anzi: di semino di limone. Pian piano, con pazienza, emerge un lato delicatamente ‘dolcino’, tra una mousse al cioccolato bianco, della vaniglia, un marshmallow. Elegante e trattenuto. Una spolverata di cardamomo?

P: conferma le premesse olfattive, risultando tagliente, affilato ma delicato: a grado pieno, è sia grasso e oleoso che molto fresco. Esibisce una sapidità e una freschezza limonosa veramente poderose, frizzantine. Ancora salamoia, cera e miele. Il lato più dolce è, come al naso, verbalmente facile: panino al latte, vaniglia, zucchero bianco, un che di cioccolato bianco. Con aggiunta d’acqua, appare ancora più evidente il cereale, l’orzo, spettacolare. Un filo di fumo, forse.

F: lungo, persistente, ancora scisso tra limone, la marinità, ed emerge un filo di fumo. Ostriche, perfino…

Il profilo è quello che idealmente ci piace di più: Clynelish, da questo punto di vista, è una sicurezza. Rispetto ad altre versioni degli stessi anni che abbiamo avuto il privilegio di assaggiare (alcune presenti qui), questo è solo leggeremente torbato, non tanto ceroso, per contro molto salmastro e iodato, con una dolcezza elegante e trattenuta. 92/100, delicato, semplice forse ma di una semplicità unica, introvabile, irripetibile, irrimediabile, irresponsabile.

Sottofondo musicale consigliato: Radiohead – Daysleeping.

Mortlach 21 yo (1992/2013, Douglas Laing’s Director’s Cut, 56,7%)

Conosciamo tutti la vicenda di Mortlach: la distilleria lavora per decenni come fornitrice di bulk-whisky per i blended di casa Diageo, e intanto la sua reputazione cresce grazie ai numerosi imbottigliamenti indipendenti di alta qualità, con una particolare predilezione per pesanti invecchiamenti in sherry, i più adatti ad abbinarsi ad un distillato molto particolare, sporco in virtù di un processo di distillazione unico. Poi, pochi anni fa, Diageo decide di imbottigliarlo come single malt di fascia premium, in decanter da 50cl (come questo), con prezzi “da Macallan”, inserendo una buona quota di maturazioni ex-bourbon nella miscela. Gli appassionati storcono il naso e continuano a rifornirsi presso gli indipendenti: così facciamo anche noi, pescando questo ventunenne scurissimo selezionato da Douglas Laing e messo in vetro nel 2013, a grado pieno, nella serie Director’s Cut.

N: sherry monster prometteva d’essere e sherry monster è – così tanto da tarpare le ali perfino agli spigoli del distillato di Mortlach… L’impatto è di un whisky molto morbido, ‘dolcione’, tra traboccanti frutti rossi (sceglieteli voi: tanto ci sono tutti), brioche al burro, cioccolato al latte, magari caldo, quasi gianduia. Suggestioni di caffè, che promettono un palato forse un po’ astringente… E poi caramello, con qualche nota ‘bruciacchiata’ da creme brulée. Legno, tanto legno, con emersioni resinose molto evidenti, pur non entrando nei territori balsamici. Ti satura il naso… Solo alla fine, dopo un po’, emerge un piacevolissimo sentore di tabacco di sigaro caraibico.

P: un nettare, un succo di frutta e legno, straordinariamente privo di gradazione alcolica. Ce lo attendevamo astringente, e invece è lontano da questa dimensione: ancora frutta rossa (strabiliante, mostruosa nella sua succosa intensità), cioccolato al latte, crema, tanta uvetta… Un tripudio di pasticceria ‘pesante’: crema rappresa, poi nocciolato, confetture, fichi. 

F: lungo, intenso e persistente, ancora su frutta rossa e cioccolato

La selezione di Douglas Laing colpisce nel segno: è un whisky delizioso, per dirla con il Gerva “è un nettare”, uno sherry monster fatto e finito, pulito, succoso… Certo, le caratteristiche grasse e sporchine del distillato restano tarpate. Qualcuno potrebbe dire “è tutta botte!”: costui avrebbe ragione probabilmente, ma questo whisky è equilibrato, non si spinge mai nel ‘troppo legno’ astringente, ruffiano nel senso migliore, piacione: e in effetti a noi piace, 89/100.

Sottofondo musicale consigliato: VNV Nation – Beloved.

Glen Garioch 1990 (2017, Carn Mor ‘Celebration of the Cask’, 50,6%)

Carn Mor è una linea di single cask creata da Morrison & Mackay, storica realtà dell’imbottigliamento indipendente basata da qualche generazione nel Perthshire, in Scozia. Non contenti di tanto blasone, nel 2007 si sono inventati una serie di soli single cask di fascia alta, con imbottigliamenti ovviamente cask strength, ovviamente non filtrati a freddo. E questo 27 anni invecchiato in un ex bourbon barrel, di cui peraltro esistono solo 170 bottiglie, non fa certo eccezione. Glen Garioch, una delle poche distillerie fondate nel 1700 ancora in attività, regala (si fa per dire, eh) spesso whisky dalla spiccata personalità. Inoltre, per una sparuta claque di maniaci feticisti, è sicuramente di grande interesse il fatto che l’orzo contenuto in questo GG sia stato maltato direttamente sui pavimenti di maltazione della distilleria, che sono rimasti attivi fino al 1994, anno in cui Suntory comprò Bowmore e con essa Glen Garioch, fermando la produzione per un paio d’anni, e dismettendo, ahinoi, pure il maltatoio.

glen-garioch-1990-cask-20251-carn-mor-web_1N: compattissimo, con note di mandorla amara, nocino, torba minerale e senza disdegnare un tocco gentile e raffinato di cera. E altrettanto carezzevoli sono le suggestioni di burro fresco e vaniglia unite a un poco di erba limoncina. Un naso da vero damerino.

P: si presenta a sorpresa come tropicale e acremente torbato, con una stranissima struttura a base di note mentolate e floreali. Davvero un profilo unico, praticamente inafferrabile. Violetta mescolata a maracuja e banana? Incredibile. Le erbe aromatiche sono molto presenti, a creare un effetto setoso. Diciamo timo.

F: rimane una certa grassezza cerosa e torbata. Pulito, vegetale, di media durata.

Non possiamo fingere che questo Glen Garioch non sia un insulto diretto alla ragione sociale del nostro piccolo spazio degustazioni virtuali: è un whisky che di facile ha ben poco, si diverte a disorientare con un naso monolitico e difficile da penetrare, per poi stupire grazie a un palato assolutamente inaspettato e con richiami al limite dei sensi umani. Di certo quello che si percepisce è la pregevole fattura di questo single cask e noi gli daremo non meno di 89/100. E ci sentiamo anche di dire che i circa 200€ necessari per acquistarlo non sono soldi mal spesi, se non altro perché di malti con questo profilo di certo non capitano a tiro tutti i giorni. Grazie a Fabio Ermoli di Lost Drams per il campione.

Sottofondo musicale consigliato: Cypress Hill – Insane In The Brain

Mortlach 1995 (2015, Riegger’s Selection, 55%)

Già sono rari i Mortlach in bourbon, figuratevi un po’ voi un Mortlach di vent’anni in un refill bourbon! Mortlach è distilleria che deve la sua fama agli imbottigliatori indipendenti, che storicamente hanno privilegiato le maturazioni ex-sherry: siamo proprio felici, dunque, del fatto che l’amico Fabio (A song of Ice and Whisky, sapevatelo) ci abbia omaggiato di un campione di questo ventenne selezionato da Riegger’s, imbottigliatore indipendente crucco – e si capisce subito, basta guardare l’etichetta e subito pensi a bratwurst, pinte di birra in mano a donne poppute, austerità, Jurgen Klinsmann.

N: vi aspettavate un bel Mortlach carnoso, sporco e rognoso? Sbagliavate. Siamo di fronte a un whisky in cui a sorprendere è una nota erbacea e balsamica, tra l’erba fresca, la camomilla (zuccherata, precisa qualcuno) e il genepy… C’è poi una nota di cereale molto pulita, calda: tra il biscotto ai cereali e il fieno. Ma non si pensi a un whisky super-nudo: si sviluppano note di meringa, di pastafrolla, di crema pasticciera (di pasticcino con frutta?), ed anche di una mela gialla dolce, super aromatica. Un poco di miele.

P: è intenso e compatto, e al contempo di grande eleganza. Ripropone all’unisono la nota maltata, quella erbacea ed una dolcezza garbatissima. E quindi, andando con ordine, diciamo: fieno, fiori secchi, biscotti al burro, mela gialla dolcissima, perfino un ananas disidratato, biscotti digestive, pasta di mandorle. Bergamotto.

F: lungo, intenso, persistente, con ancora note biscottate, burrose e di frutta gialla (ancora mela e un’idea di ananas). Grasso e pieno.

I quattro elementi (maltoso, vegetale, agrumato e fruttato) sono perfettamente bilanciati e davvero compaiono sempre all’unisono, sempre compatti. Bello grasso e pieno, godibilissimo e complesso. Eccellente esempio della qualità di un distillato particolarissimo, tale anche grazie a macchinari e metodi unici: avete mai sentito parlare di un whisky distillato 2,81 volte? Ecco, appunto. 89/100, stessa valutazione di Fabio, scopriamo a posteriori.

Sottofondo musicale consigliato: Schubert – Gute Nacht (Winterreise).

Glenrothes 19 yo (1997/2016, Clanxton’s, 53,7%)

In passato abbiamo assaggiato alcune espressioni di Clanxton’s, imbottigliatore indipendente inglese importato in Italia dai ragazzi di Whisky Italy (punto it, per i distratti), ed eravamo rimasti piacevolmente sorpresi. Oggi torniamo a esplorare l’offerta di single casks, e affrontiamo un Glenrothes in sherry del 1997, a grado pieno e non colorato – ovviamente, tsk.

N: mamma mia che intensità! Un single cask veramente carichissimo, il barile certo non si è nascosto… partiamo dalle note fruttate e zuccherine, certo preponderanti: vaniglia, cioccolato, frutta rossa succosissima (ciliegia senz’altro, poi lampone), pandoro, pasta di mandorle. Al fianco si muove inquieta una dimensione piuttosto acida e più sporchina: si va dal panforte alla salsa Worchestershire, da un Tabasco Chipotle a una salsa di soia. Una deliziosa nota di chinotto.

P: il corpo è esplosivo come c’era da aspettarsi, con il legno che non molla di un millimetro e strizza il palato coi tannini – intendiamoci, si spinge fino al punto di non ritorno dell’astringenza, ma fermandosi proprio sulla linea – ci vorrebbe la Var per decidere. Abbiamo ancora una frutta rossa spettacolare ed esplosiva, in stile gragnuolata di bombe di ciliegia e fragola. Il lato sporchino del naso è tutto sul tabacco da sigaro, arrivando quasi ad avere note di cenere, di posacenere.

F: frutta rossa a profusione, ancora tabacco e questo strano senso di fumo.

89/100, molto carico, l’astringenza da sherry monster forse a tratti è quasi eccessiva, ma si ferma appena prima di diventare un errore imperdonabile – e come spesso accade in questi casi, a un gol quasi subìto segue gol fatto, e noi siamo in curva, col fiaschetto pieno, a festeggiare. Evviva!

Sottofondo musicale consigliato: Lucio Dalla – Telefonami tra vent’anni.

 

Port Ellen 1979/2000 (Gordon & MacPhail, 60,7%)

Due anni prima che Diageo lanciasse la prima release di Port Ellen, c’era gente che si divertiva a mettere sul mercato dei barili, inconsapevole di quello che si sarebbe scatenato di lì a un paio di lustri… Grazie alla gentilezza di Luca, storico pavese e grande appassionato di whisky, abbiamo oggi il privilegio di assaggiare uno di questi imbottigliamenti: Gordon & MacPhail unisce due botti ex-bourbon (#7244 e #7247) di whisky distillato nel 1979 e li mette in vetro a gradazione piena, cioè 60,7%.

N: pazzesco quanto sia delicato, a più di 60%! Si iscrive nel più nobile stile di Port Ellen, apprezzatissimo: c’è quella stessa delicata tensione tra un profilo ‘vegetale’ e setoso, vagamente balsamico (salvia, rosmarino, aghi di pino) e un’acidità agrumata, limonosa (e come zittire il lime, magari candito?). Suggestione cromatica? È bianco. Vabbè, passiamo oltre: note di banana verde,  descrittore che troviamo tipico nei Port Ellen; l’aria di mare, in costante crescita man mano che resta nel bicchiere; vapore profumato da stireria; e la torba, il fumo, anch’essi in evoluzione (vanno sempre più verso lo smog, un qualcosa di chimico), a prendersi sempre più spazio col tempo. Sul versante delle leccornie, rileviamo i biscotti scozzesi al burro e una placida vaniglia. Mela verde. Veramente ottimo.

P: madonna! Al di là dello stupore di non sentire l’alcol, ripropone il binomio lime / erbe aromatiche, il tutto inscritto in una marinità sapida e acre davvero incredibile, intensissima, devastante. Lime e sale, solo che al posto del tequila c’è il fumo. Mela verde ancora, che insieme ad una timida ma piena vaniglia (ci fa venire in mente il kinder Paradiso). Il lato della torba è molto setoso, di nuovo, con una splendida cenere in evidenza.

F: lunghissimo, persistente, intensissimo: se volessimo ridurre tutto in un’immagine evocativa e francamente indimenticabile: una fettina di lime caduta nel sale, poi caduta nella cenere. Indimenticabile, vero?

90/100. Davvero molto, molto buono: un profilo sharp, tagliente, nudo, fatto di note erbacee e vegetali, di suggestioni agrumate, di una torba morbida e pure assai marina e cenerosa – Port Ellen nella sua versione più pura, più pulita. Se vi punge vaghezza di farvela vostra, questa bottiglia si trova qui e là a circa 900€. Grazie infinite, Luca!

Sottofondo musicale consigliato: Post Malone ft. 21 Savage – rockstar.

Blair Athol 28 yo (1988/2016, Antique Lions of Spirits, 51,2%)

The-Birds-Single-Malt-Whisky-Bottles-IIHIHDa circa un anno è sceso in campo un nuovo imbottigliatore indipendente, anche se così nuovo, a ben vedere, non è: Max Righi (Silver Seal, Whisky Antique) e Diego Sandrin (Lion’s Whisky) si sono uniti a Jens Drewitz di Sansibar per creare un marchio che – con ogni evidenza – vuole essere un tributo alle selezioni degli anni ’80 di Pepi Mongiardino (Moon Import). La serie ‘Birds’, che vedete ritratta nella sua interezza qui a fianco, riprende evidentemente l’omonima serie di Moon Import, la cui foto abbiamo messo più in basso. Un fil rouge che unisce diverse eccellenze italiane della selezione di single malt, da una fase pionieristica ed eroica, ormai diventata mito, ed una contemporanea, attenta alla qualità, all’estetica, e con i piedi ben piantati nell’eccellenza.

blair-athol-28-year-old-antique-lions-of-spirits_700-pN: ah, che tripudio di cereale… e solo chi ha presente come possa essere un whisky che affina il proprio spirito in quasi trent’anni può intendere. Delicato e intenso al contempo, pervasivo e caldo, non ruffiano ma neppure spigoloso: si parte da sentori di cereali caldi, perfino di pasta integrale calda, di brioche, di ovomaltina, di biscotti integrali. Un cenno, appena presente, di brodo di carne – ma appunto è solo una suggestione minerale e sulfurea momentanea, che arriva in disparte e poi scompare, poi torna… Delizioso. Nocciola, note di croccante al miele e sesamo. Col tempo, e con dunque pazienza, mostra anche un lato di frutta cotta (mele, pere, prugne), ed anche un lato fruttato un po’ più acidino, tropicale, che ci fa venire in mente la carambola.

P: il palato è semplicemente splendido, ed è inaspettato, onestamente: bisogna sezionare per descrivere, ma si sappia che tutti i sentori che snoccioleremo arrivano tutti insieme, senza prevaricazioni dell’uno sull’altro, e tutti con eguale grazia esplosiva. C’è innanzitutto un velo di cera d’api, delizioso, con anche un pizzico di nota di carne, lievissimamente sulfurea (con acqua questo lato aumenta un poco, restando sempre integrato e piacevole). È bello oleoso, masticabile; poi abbiamo frutta cotta, ma anche frutta gialla fresca (pesca e albicocca, ma anche nespole e melone). Ancora si affaccia un che di tropicale/acido tipo ananas. Cereali: fiocchi d’avena e brioche integrale, mandorle, pinoli. L’acqua libera il lato acido/fruttato e si apre su un cesto di nespole e meloni.

IMG_6818_6F: all’inizio c’è una nota fruttata incredibile, intensissima e freschissima, pare un nettare – ma poi, come in un sogno dopo il primo snooze della sveglia, scompare e ci si risveglia in un tappeto di cereale, ancora increduli ma soddisfatti.

Buonissimo e difficile, ci sembra un single cask per veri appassionati, per palati avvezzi alle spigolose bellezze dell’acquavite di cereali: c’è un lato fruttato e acidino veramente buono, con quella matura raffinatezza che deriva solo dal paziente invecchiamento, in una botte in grado di non marcare in eccesso – e al contempo ci sono venature sporchine, a cavallo del confine del Sulfureo, davvero deliziose. Il nostro giudizio, in fin dei conti, è di 91/100, caldamente consigliato.

Sottofondo musicale consigliato: Jerry Garcia – Bird Song.