Clynelish 1997 (2015, Wemyss, 54,2%)

Io sono Clynelish, e voi chi c**** siete?

Wemyss è imbottigliatore indipendente che ama dare dei nomi bislacchi alle proprie creazioni, non solo ai celebri blended malt: in questo caso, abbiamo di fronte un Clynelish di 18 anni maturato in bourbon che esibisce in etichetta la formula “Waffles and ice cream”. Che sia di buon auspicio o meno, per un austero Clynelish, è tutto da vedere… E dunque, bando alle chiacchiere: vediamo.

N: molto aperto, molto dolcino. In effetti le note di gaufres (anzi: di waffles, ma si sa, ci piace darci un tono) e di gelato alla vaniglia si sentono veramente tanto, la suggestione in etichetta funziona molto. Il lato fruttato è tutto di pesca, sciroppata o addirittura cotta; anche se dopo un po’ escono note di mela. Non c’è l’hallmark di cera, ma sicuramente una certa oleosità minerale si fa strada. Dopo un po’, arriva il favo di miele, e rende tutto più riconoscibile. L’acqua lo rende una cremina…

P: piuttosto coerente, anche se qui la cera c’è, decisamente, con in abbinamento un cerino spento, uno zolfanello. Resta profondamente fruttato, con pesche (e amaretti), la solita, immancabile mela (rossa) e qualche sentore di frutta rossa. Piuttosto cremoso, esce un po’ di crema pasticciera. Pasticcino alla fragolina? Anche qui, l’acqua porta verso un’esplosione di pasticcino (pastafrolla burrosa, crema e frutta).

F: molto lungo, persistente, note di fragolina di bosco (e perché non di fragolino, proprio?), con arancia rossa, ancora crema.

Davvero poco da dire, se non: molto buono, come spesso accade con Clynelish. In questo caso l’anima più austera e minerale fa un po’ fatica ad emergere e si palesa solo ai sensi di chi ha pazienza per volerla aspettare: ma se voi non avete fretta e anzi avete intenzione di lasciarlo evolvere, vi regalerà molte soddisfazioni. Appiccicando un convinto 89/100, ringraziamo per il gentile omaggio Francesco Saverio Binetti di Balan, azienda che importa e distribuisce Wemyss sul suolo italico.

Sottofondo musicale consigliato: Gladys Knight & The Pips – Who is she and what is she to you.

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Balvenie 15 yo ‘Single Barrel’ (2017, OB, 47,8%)

Ciao, sono Balvenie. E voi chi c**** siete?

Balvenie è una delle nostre distillerie del cuore: uno dei sette pilastri di Dufftown, uno dei whisky più rappresentativi dello stile ‘tradizionale’ (meglio: dello stereotipo dello stile tradizionale) dello Speyside, un whisky che difficilmente riuscirete a trovare deludente. L’enorme offerta ufficiale di Balvenie è nobilitata da diverse release di single cask: edizione standard, ma sempre diversa, spicca questo 15 anni ‘Single Barrel’ in sherry Oloroso. Oggi assaggiamo un barile imbottigliato nel 2017, ovvero il cask #11272, imbottigliato a 47,8%. Il colore, che colpevolmente citiamo di rado, è un rubino rubizzo rubacuori.

N: un barile ex-sherry molto scuro, schiacciante, polveroso… La prima patina è quasi di bacon, di certo di cuoio, cioccolato molto fondente, un po’ di polvere da sparo, tanto tabacco, spezie come cannella. Succo ai frutti rossi (quello artificiale, da supermercato), molto tamarindo. Come sempre espressivo, anche se scuro. More intense, frutta nera.

P: molto buono. Parte su note di liquirizia, alkermes, zuppa inglese, poi esplode una grande rotondità succosa, bilanciata da note di tannini molto equilibrate. La rotondità succosa è di more, succo di mirtilli, uva americana (l’acido dell’acino), ancora fave di cacao. Scompare il lato più sporco del naso, e va bene così.

F: molto lungo, godibilissimo, cioccolato fondente, amarene.

Molto buono, semplicemente, tutto quello che si può desiderare da un barile ex-sherry, il tutto supportato da un distillato sempre grasso e pieno, che non cede troppo spazio al legno. Equilibrio eccellente. Uno dei due però un po’ frigna, e dice che non è abbastanza Balvenie – ma solo perché era distratto da una fanciulla nel tavolo a fianco, cretedeci. 89/100.

Sottofondo musicale consigliato: FKA Twigs – Cellophane.

Botti da orbi – Il mio nome è Nessuno

[Riparte la sapida e sapiente rubrica di Marco Zucchetti: con cosa si confronterà questa volta? Non lo sappiamo noi, non lo sa lui e a ben vedere non lo sanno neanche gli imbottigliatori. Più o meno…]

“Undisclosed” è una categoria del malt-porn sempre più in voga. È l’equivalente della categoria “masked”, dove i protagonisti sono sotto copertura o perché si vergognano, o perché l’anonimo attizza sempre. Abbandonando l’ardita metafora coi siti zozzi, perché questo florilegio di nom de plume (o nom de malt) fra gli Scotch e gli Irish whiskey?

Di sicuro perché tante distillerie – quelle che ancora vendono barili agli imbottigliatori indipendenti – impongono di mantenere il segreto sulla provenienza del malto, sia per calcolo economico sia per non venire accostati a barili che vengono ceduti perché non all’altezza del livello qualitativo. Ma anche perché inventare pseudonimi curiosi ed evocativi funziona a livello di marketing. Perché il whiskofilo è curioso come una scimmia e appena intravede un prodotto ignoto ci si tuffa col fegato assetato di conoscenza. Di solito la proverbiale fantasia scozzese non va oltre la geografia, con cui si può anche ammiccare alla distilleria assente (bel titolo per un racconto di Edgar Allan Poe: “La distilleria assente”, suona bene). Si prende la regione, oppure il porto, la pozzanghera o la montagnetta più vicina, si sbatte il toponimo in etichetta e il gioco è fatto. Altri invece pescano dal gaelico o perfino dai fumetti, il che aumenta il senso di esotico. A questo punto il whiskofilo ha già fatto guizzare la carta di credito e con la bava alla bocca ha già comprato tutto.

Noi – che in quanto a bava non temiamo confronti e che riguardiamo “Per un pugno di dollari” almeno una volta al mese anche se Sergio Leone lo diresse col nome di Bob Robertson – non cadiamo nel tranello dei pregiudizi. E con lo spirito del fact-checking ci dedichiamo oggi a vivisezionare qualche Elena Ferrante del whisky, tre da Islay e due dall’Irlanda.

Lochan Sholum (2003/2018, Maltbarn, 50,3%)

Il nome sembra una mossa di un videogioco picchiaduro anni ’90. In etichetta ci hanno piazzato uno scoglio funestato dal mare in tempesta, ma il Lochan Sholum è uno dei placidi e oscuri laghetti che se ne stanno su un altipiano di Islay, a 280 metri di altitudine. Il fatto che siano anche la sorgente da cui sgorga l’acqua di Lagavulin è sicuramente un caso. Il whisky è un 14 enne invecchiato in sherry e realizzato in 147 esemplari. Al naso è un bel circo di suggestioni. C’è la torba, tra il falò e le costine di maiale affumicate di certi barbecue americani (il caro e vecchio distillato obeso dei Laga); non manca la frutta matura, soprattutto arancia e lime, e una marinità accentuata (alghe). Lo sherry non è per nulla dolce, ma si fa sentire con note di frutta secca e un che di organico, come di funghi porcini essiccati. L’aspetto più curioso e intrigante, però, è un’aria fresca di borotalco che fa capolino qui e là, punteggiata da altre suggestioni vegetali di rabarbaro. Al palato l’erbaceo aumenta di spessore: timo bruciato, ricorda certi amari alle erbe. L’affumicatura è potente, sembra di avere tizzoni appena spenti in bocca. Salamoia evidente, limone e una spolverata di spezie (zenzero e cannella). Liquirizia salata, anche, a sottolineare una dolcezza crescente. Finale fra sale e braci. Anzi, caldarroste!

Molto variegato, ha un sacco di cose da dire e da dare e tanta energia espressiva. L’eccentrico lato erbaceo è il quid che regala ulteriore complessità. L’unico neo è che non viene proprio una gran voglia di berne subito un altro. È come un piatto assai elaborato, gioia per tutti i sensi ma da godere col freno a mano tirato. 87/100.

Finlaggan cask strength (The Vintage Malt Whisky Co., 58%)

Restiamo su Islay e restiamo lacustri. Loch Finlaggan è più o meno a metà strada fra Port Askaig e Bridgend ed è famoso per essere una delle poche attrazioni turistiche dell’isola, distillerie escluse ovviamente. A dire il vero si vedono solo un paio di ruderi e della schiumaccia beige sull’acqua nera, ma qui sorgeva il castello degli antichi Lord of the Isles, mica haggis e fichi. Si dice che anche dietro questo brand ci sia del Lagavulin più che giovane, quasi neonato. Ad ogni modo, qui si assaggia la versione a grado pieno, rigorosamente NAS. L’olfatto è una schitarrata punk: gracchi distorti di alcol, un riff di fumo acre e catrame. Sembra un adolescente che sta seduto scomposto e mastica a bocca aperta. La torba è sporca, ricorda a tratti un peschereccio dalla carburazione guasta e a tratti un portacenere. Accanto a questa botta emerge nettissima una nota di cuoio, oppure di pelle bruciata, marchiata a fuoco. C’è anche una crema di frutta (banana e limone) e qualcosa di minerale, forse ardesia. In bocca è ancora aggressivo, non ti dà tregua. La gioventù è urlata, l’alcol si sente tutto e non è confortevole. Il corpo è leggero, la cenere acre è un’armatura che rende inutili i muscoli del distillato. Resta spazio solo per un po’ di fruttina dolce, tra miele, limone e mele golden. A cui nel fumo finale si aggiunge del pepe.

L’obiettivo di questi NAS isolani di solito è quello di épater les bourgeois, ovvero martellare di torba devastante gli amanti dei “marmittoni” giovani e feroci. Obiettivo di sicuro centrato, ecco perché ad alcuni recensori non dispiace. Però chi nel whisky cerca qualcosa in più qui fa fatica a trovarlo. E per di più fa fatica anche a berlo, perché l’alcol è davvero proibitivo. C’è di buono che se non vi piace potete metterlo nella Vespa: a occhio rende più della miscela. 76/100.

Port Askaig 19 yo (Speciality Drinks, 50,4%)

A Port Askaig ci sono: un porto dove attraccano i traghetti dalla Mainland, un distributore di benzina, un hotel e una bellissima vista sullo stretto del Sound of Islay e sulla vicina isola di Jura. Ah, c’è anche la più grande distilleria di Islay, Caol Ila. Se siete esperti di indovinelli, un’idea di quale malto risieda in questo imbottigliamento della società gemella di The Whisky Exchange ve lo sarete fatto. In Italia lo importa Velier e al neo-milanese Marco Callegari si deve questo gentile sample di 19 yo. Al naso si respira la pioggia sugli scogli: è un arazzo molto ben intarsiato di sensazioni che vanno dalla salamoia alle cozze, dalla torba salmastra all’inchiostro. È decisamente marittimo, con del pesce affumicato (halibut o merluzzo, comunque quei pesci che in Scozia ti servono anche a colazione). L’alcol e il legno non si sentono per nulla, in compenso fanno capolino note “sporche” come di pollaio e gomma e un lato fresco e quasi medicinale, tra il sedano e il mentolo. Frutta gialla a chiudere il cerchio (mele renette, limone e banana). Con due gocce d’acqua si fa più grasso ed emerge del cuoio. Olfatto godurioso e maturazione profonda, non di quelle accelerate da botti troppo cariche. Al palato se possibile è anche meglio, perché riesce a sembrare puro e cremoso allo stesso tempo. L’attacco è morbido, con limone candito e cereali al miele, e oleoso (olio di mandorle). Poi emerge tutta la parte isolana: la marinità delle ostriche e una torbatura “verde” di erbe bruciate e canfora. La frutta sta in disparte e ricalca quella del naso. Con acqua si fa un po’ più astringente: meglio senza. Il finale è lungo e piacevole; limonata calda con miele, medicinale e – ora sì – un tocco di legno.

Fragrante nel suo senso migliore, ogni sentore squilla ed emerge nitido e tutti insieme si fondono alla grande. Non è semplice unire una profonda marinità quasi ittica e una morbidezza da crema di frutta: la crostata di merluzzo non è esattamente un piatto comune. Capolavoro di equilibrismo naturale. 89/100.

Irish malt very old (2016, Liquid treasures, 49,6%)

Restiamo nel Commonwealth ma le cose si fanno complicate per i detective. Cosa sappiamo, direbbero i giornaloni? Poco. Non solo socraticamente, che tutti noi sappiamo di non sapere. Anche concretamente perché l’etichetta è trasparente come un discorso di Aldo Moro. C’è una foca con la tuba che balla in spiaggia; c’è scritto che stiamo bevendo una delle 123 bottiglie di un Irish whiskey; il malto è “molto vecchio”. Il che – considerando che il colore è quasi trasparente – è un bel mistero. Via col naso, direbbe Lapo. Se ci fossero i whisky-gazzosa questo sarebbe il re della categoria, perché sfoggia tutta una teoria di note fresche e frizzanti: sorbetto all’ananas, mela Granny, kiwi, bacche (ribes bianco e soprattutto uva spina). A dispetto del nome, risulta piacevolmente acerbo, con un’acidità che ben si amalgama ad una certa dolcezza vanigliata e zuccherina molto Irish. Pian piano si fa anche un po’ più pungente, con cardamomo e lemon grass. A un certo punto balena una nota di minestra, ma forse è di nuovo la vicina che esagera con la pastina in brodo, eh. Il limone domina anche il palato, ma è limonata zuccherata più che succo. Poltigliette di frutta gialla (pera, banana e ananas) e miele di acacia. Il sostrato dolce e ammiccante rimane, ma rispetto all’olfatto viene sostenuto anche da una solida stampella di spezie, pepe in primis. L’aggiunta di acqua aumenta la dolcezza e fa da catalizzatore a un lato erbaceo che somiglia tanto allo sciroppo alla menta. Finale non lungo e senza ulteriori sorprese: pera dolce e zenzero candito.

I rabdomanti della complessità indirizzino il loro bastoncino altrove, perché questo è un whisky semplice e chiaro. Il che non toglie che sia estremamente ben fatto, con una frutta scintillante sugli scudi e una freschezza davvero piacevole. È una bella bevuta estiva, per stare senza pensieri (cit. Gomorra). Ecco, magari l’unico pensiero è il prezzo: 180 euro per non sapere cosa si beve non sono pochi. 86/100.

County Louth (2003/2017, Valinch & Mallet, 51.5%)

Si resta nella verde Irlanda e si perlustra la mappa. Dove dannazione è la contea di Louth? Eccola là, al confine con l’Ulster, sopra Drogheda, la città favorita da Pablo Escobar (battuta imbarazzante, ok). La contea – guarda caso – ospita una sola distilleria, quella di Cooley. Ma chi può dire se è davvero il suo distillato? Ad ogni modo, quello imbottigliato da Fabio e Davide è un single malt invecchiato in uno sherry hogshead per 14 anni. Ne sono saltate fuori 329 bottiglie (e a occhio sono anche già esaurite). Il fatto che sia un single malt e l’apporto dello sherry travestono l’irlandese da scozzese, ma una certa delicatezza di sentori è come l’accento: inconfondibile. L’abbinata pera-banana c’è, ma rimane seduta sul sedile posteriore. Guidano le note sherried: in primis cioccolato al latte e nocciola. Ma anche un tè alla pesca fresco e noce moscata. Il legno regala suggestioni di lucido da scarpe. Interessante, anche se non intensissimo. Al palato – nonostante un alcol un po’ esuberante – è molto compatto. C’è ancora il cioccolato al latte, forse pralina al caffè. È senz’altro dolce e spesso, miele di castagno e datteri. La frutta si fa matura e tropicale e balenano mela e mango. Pian piano si fa più asciutto e il lussureggiante burro sciolto lascia spazio al legno verso un finale bello lungo, dove mandorla e pepe bianco arricchiscono la sensazione di generale dolcezza.

C’è della fierezza, nella diversità di questo bicchiere. Una specie di ribellione alle regole della casa, come i figli dei ministri che diventano no global. La cremosità generale è senz’altro una qualità, così come le piacevoli sensazioni tostate tra cacao, caffè e frutta secca. Una inaspettata virata sul secco lascia spiazzati, ma abbiamo conosciuto figli di ministri decisamente più insopportabili. Ribelle con una causa. 85/100.

Old Perth Cask Strength #1 (2016, Morrison&Mackay, 59,7%)

Dopo il Black Bull ‘Kyloe’ abbiamo voluto mettere alla prova un altro blended di un imbottigliatore indipendente: tocca al primo batch di Old Perth ‘Cask Strength’, selezionato e assemblato da Morrison & Mackay – quelli di Carn Mor, per intenderci. Non sappiamo nulla della composizione, dunque sospendiamo le illazioni prima ancora di formularle e testiamo. L’etichetta, particolarmente brutta, ci piace: di solito, segnala gente che punta alla sostanza.

N: magari appare un po’ chiuso all’inizio, ma presto inizia a dispiegare aromi molto intensi, molto rotondi a dispetto della contundenza iniziale. Miele millefiori (miele Ambrosoli, dice Angelo), biscotti al burro Walker’s, banana e cioccolato bianco (ancora Galak). Scorzetta di limone, un poco di canditi. Frutta bianca.

P: il palato attacca un po’ diverso, sembra più nudo di quanto non lasciasse intendere il naso. Limone, molto limone; poi cereale, proprio il chicco; note di riso soffiato, non troppo dolce. L’aggiunta di acqua lo apre, regala una maggiore dolcezza, con vaniglia compiuta e ancora biscotti al burro.

F: gallette di riso, orzo e limone. Abbastanza lungo e persistente.

Molto buono, equilibrato, resta pulito e piacevole, intenso e non banale, anche se a suo modo resta semplice: ma una semplicità che diremmo honestà. Non smarmellato, non legnoso, molto equilibrato: un whisky che sa di whisky. 85/100.

Sottofondo musicale consigliato: Peter Gabriel – Intruder.

Mystery Orkney 2006 (2019, Signatory Vintage for Die Whiskybotschaft, 64,8%)

Nel tripudio di Highland Park non dichiarati che da qualche tempo stanno invadendo il mercato degli imbottigliatori indipendenti, tempo fa abbiamo adocchiato (e comprato) questo Mystery Orkney 2006/2019, un single cask ex-sherry refill imbottigliato da Signatory per Die Whiskybotshaft, negozio e locale tedesco. La gradazione mostruosa ci ricorda che sì, è cask strength.

N: ti schiaffeggia senza aspettare di presentarsi con un uno-due di cerino spento, rame, zolfo, torbina fumigante. Dopo un po’ si agita sotto una nota di frutta supermatura, arancia quasi andata, albicocca matura, cioccolato, mon cheri… L’acqua, tanta acqua, lo rende più dolce, più aperto, con note decisamente più fruttate, ancora mele cotte e arancia.

P: al primo sorso sei steso, al secondo l’alcol continua a sentirsi, ma resta più aperto e complessivamente godibile. Torba minerale, ancora note sulfuree e minerali. Più fruttato, con frutta cotta, ancora arancia rossa troppo matura. Ciliegia sotto spirito. Molto speziato, cannella. L’acqua apre, rende l’esperienza più godibile, ma il profilo resta il medesimo: sulfureo, metallico e ramato, molto sporco, con uno sfondo di frutta cotta e cannella.

F: sulfureo ancora, lungo, legno caldo allappante e note amare, speziate, cioccolato fondente, frutta rossa e arancia amara. Ma soprattutto sulfureo.

Ora, noi amiamo il grado pieno, per carità: ma a questa gradazione l’impatto non è solo sull’esperienza (al palato devastante), è disturbante complessivamente – a maggior ragione su un profilo del genere, contundente e spigoloso e sporco come pochi. L’aggiunta di acqua è dunque essenziale: e pure, comunque, la componente sulfurea è fin troppo aggressiva per i nostri gusti da donnicciole, dunque ci fermiamo a 83/100.

Sottofondo musicale consigliato: Massimo Pericolo – Amici.

Laphroaig 10 yo Cask Strength #009 (2017, OB, 58,1%)

la procuratrice di questo giocatore

Mille volte e più abbiamo dato conto di quanto Laphroaig sia in una fase contraddittoria della sua onorata carriera, oggi lo facciamo in termini calciomercateschi: la squadra è ottima, come sempre, la qualità del gioco è sempre alta, ma le scelte della dirigenza fanno storcere il naso a molti tifosi storici, che non comprendono del tutto questa svolta verso il calcio moderno, fatto di diritti tv, di vendite e di soldi, e si sentono traditi perché le magliette non hanno più i colori tradizionali ma vanno un po’ in giro là dove il mercato richiede. Uno dei top player in squadra è senza dubbio lui, Laphroaig 10 Cask Strength, sempre amato dai tifosi nonostante la maglia di colore bislacco. Oggi indossa il numero #009 sulla schiena: noi l’abbiamo messo a palleggiare davanti a noi, e ora vi diamo le nostre opinioni.

N: che buono, magari fossero tutti così i Laphroaig ufficiali… Note fruttate eccezionali, lime e mela verde, poi sentori di cola, anzi: di caramelle zuccherate alla cola e limone (avete presente i ciucci zuccherini, vero? Se no, non avete avuto un’infanzia e non avete un cuore, ci spiace). C’è un sentore medicinale, di garza, non eccessivo ma perfettamente integrato. E la torba? Beh, c’è ed è pura bella viva, fumosa, acre e bruciacchiata. Iodio. Liquirizia, anche un poco di cioccolato bianco, dice Ansalone che beve con noi.

P: molto fresco, intenso, ma anche bruciato e legnoso. Ci viene in mente un dentifricio alla menta però un po’ dolce, a testimoniare la nota mentolata e medicinale. Di nuovo qualcosa che ricorda la garza. Ancora liquirizia, ancora torba acre. Barbecue e borotalco. Sale e lime, molto lime. La torba è nervosa, un po’ chimica e smoggosa. Note di pepe nero, pure.

F: lungo, molto intenso, molto laphroaiggoso… Qui il pesce è più presente, con un sentore di grigliata di mare (kippers affumicate). Ancora dolce, liquirizia.

Molto buono, per carità, gioca comunque in un altro campionato rispetto agli altri OB, ma forse, a nostro gusto, resta un po’ troppo dolce, un po’ troppo carico, in fondo un po’ stucchevole. Oh, avercene di stucchevolezza del genere, eh! Ah, giusto, avevamo una metafora in atto: sempre bravo ‘sto giocatore, anche se onestamente rispetto al passato pare un po’ eccedere in dribbling e in veroniche, mentre a noi interessa che la butti dentro. Che si sia montato la testa, forse anche per colpa di una procuratrice fin troppo ingombrante? 87/100, anzi, 87 milioni la valutazione. Paratici vieni a comprartelo, se hai il coraggio.

Sottofondo musicale consigliato: LukHash – Proxima.

Benrinnes 19 yo (1997/2017, Claxton’s, 51,5%)

Speriamo che questo signore sia andato in pensione

Dobbiamo ammettere che, per quanto qui e là ci piaccia atteggiarci da grammar nazi, stigmatizzando ogni errore, soprattutto quando riguarda agenzie di comunicazione pasticcione che lavorano per multinazionali amanti delle borsette (ehm), anche noi abbiamo i nostri problemi: e quello principale, non c’è verso, riguarda un imbottigliatore indipendente che apprezziamo molto oltretutto, cioè Claxton’s. Una volta su due lo scriviamo sbagliato, “Clanxton’s”, forse perché siamo schiavi dello stereotipo e quando pensiamo alla Scozia ci dobbiamo infilare dentro un Clan, chissà… Sta di fatto che stavolta siamo stati attenti: e dunque eccoci di fronte a un Benrinnes di Claxton’s (scritto giusto) invecchiato per 19 anni in un singolo barile ex-bourbon. In un altro momento vi parleremo della tripla distillazione parziale di Benrinnes – perché oh, fa caldo, dateci pace.

N: da subito si mostra molto Benrinnes, e dunque – nella nostra esperienza limitata – molto fruttato: quindi ecco una teoria di frutta fresca, con ananas, delle gustose prugne fresche, anche una lieve acidità da agrumi (arancia soprattutto). Miele, di quelli freschi e floreali; forse anche un che di menta selvatica. E scriviamo “selvatica” perché siamo degli amabili cialtroni. Marzapane. Non sapremmo trovare molto di più, ma quel che troviamo ci basta.

P: davvero esplosivo, molto coerente con il naso e molto compatto. Che piacevolezza! Pare un concentrato di frutta, esibendo ancora note di ananas, albicocche mature, mela e arancia. C’è anche qualcosa di goduriosamente cerealoso, forse fette biscottate? Un pit di pepe bianco. Cioccolato bianco, a testimoniare una dolce grassezza.

F: molto fresco, con eruzioni balsamiche. Sarà la suggestione dataci da Angelo, ma ci pare di trovare una lievissima salinità.

Mentiremmo se dicessimo di aver trovato il Sacro Graal della complessità: ma mentiremmo anche se sminuisismo la grandezza di questo whisky, che è – semplicemente – piacevolissimo da bere. Fruttato, dolcino, con note erbacee e lievemente balsamiche a rinfrescare il tutto. Perfetto per l’estate, e siccome è estate, beh: bevetelo. 88/100. In vendita su Whiskyitaly, che peraltro lo importa in Italia.

Sottofondo musicale consigliato: Anderson .Paak – Parking Lot.

Redbreast 12 Cask Strength (2017, OB, 58,2%)

Redbreast è uno dei nomi più apprezzati dal crescente pubblico di appassionati del whiskey irlandese: come in mille altri casi, si tratta di un marchio dietro cui si cela la più grossa grassa distilleria del quadrifoglio, cioè Midleton, casa del brand più celebre al mondo, Jameson. Tecnicamente, questa distilleria è incredibilmente interessante, perché dovendo produrre infiniti stili di whiskey ha attrezzature molto variegate, alambicchi a colonna, pot stills di forme e dimensioni differenti… Ve ne parleremmo per ore, ma non avendola mai visitata ci pare più honesto rimandare al reportage del buon whisky.com. Redbreast è una miscela di orzo maltato e non maltato distillato in pot still, la bottiglia che abbiamo tra le mani è il 12 anni a gradazione piena, batch B1/17.

Redbreast 12 CS B1/17? Dovrebbe, ma la foto è di un altro batch 😦

N: fin dai primi approcci, si mostra molto carico e straripante: prima note seducenti di pralina al cocco, riso al latte, caramello… Poi note più ‘profonde’, che ci fanno venire in mente la liquirizia Haribo ripiena, perfino dei sentori di fragola e di datteri, molto intensi. Che ricchezza! Non mancano note più speziate, soprattutto dopo un po’, con cannella e chiodi di garofano.

P: qui esplode una vera bomba atomica di sapori, in cui man mano riconosciamo liquirizia pura, cioccolato (e volendo essere più precisi, i cioccolatini boeri), caramello. La parte sherried è avvincente, con una ciliegia sotto spirito devastante come Maicon nel 2010. Lamponi. Spezie anche qui, poi note erbacee e pepe nero.

F: lungo, lunghissimo. Fa salivare parecchio, con ricordi di liquirizia e frutta rossa; ancora boero e caramello.

Carico, certamente impegnativo per la gradazione e per la sensazione avvolgente che ti lascia: non lo definiremmo proprio un everyday dram, ma qualora vi fosse proposto, beh, non sognatevi di rifiutarlo. Uno dei migliori irlandesi assaggiati di recente, che si guadagna un solido 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: High on Fire – Bat Salad.

Port Askaig 100 Proof (2018, Speciality Drinks, 57,1%)

la metropoli tentacolare di Port Askaig

Port Askaig è il nome del villaggio portuale sul versante nord di Islay, celebre soprattutto perché molti dei ferry dalla terraferma attraccano proprio lì. C’è un Pub molto fornito di whisky isolani, se la cosa vi può interessare: e non farete fatica a trovarlo, saranno in tutto otto case… Ma stiamo andando fuori tema: Port Askaig è anche il nome di uno dei più fortunati brand di whisky torbato dell’isola commercializzato da Speciality Drinks, dietro cui si cela un single malt non dichiarato. Se la geografia ancora significa qualcosa, dovrebbe essere Caol Ila o, in alternativa, Bunnahabhain. Oggi assaggiamo la versione a grado pieno, il 100° Proof.

Port Askaig 100° Proof

N: mmm, che bontà…! La torba è abbastanza gentile ma ‘frizzante’, con falò sulla spiaggia, legna che brucia, camino. Note minerali, da terra umida, che riescono a emergere. Poi c’è un lato più seducente e ruffiano, dolcino dolcetto, che riassumeremmo con una immagine folle, visionaria: un ciocorì bianco con una spruzzata di limone sopra. Vaniglia. Pera dolce, un pit di lime magari. Un sentore di pepe bianco.

P: molto buono, pieno, avvolgente e intenso, bilanciatissimo: non abbisogna d’acqua aggiunta. Coerente: carico, vaniglioso e dolce, zucchero liquido e cioccolato bianco, ma senza diventare sgradevole grazie alla presenza di lime e limone a stemperare la dolcezza. Bello torbato e fumoso, ancora bruciato. C’è un qualcosa di balsamico, eucalipto forse?

F: qui emerge un pizzico di sale, a testimoniare la portualità di Askaig, che appunto (non si dimentichi!) è pur sempre un Port. Per il resto, molto dolce, con un retropensiero (perché non retrogusto? Perché se no non saremmo su whiskyfacile!) di borotalco. Sale e pepe.

Ruffiano, fatto per piacere quindi, beh, piace. Ah, come sono belli i nostri pleonasmi, come ne siamo orgogliosi! Giovane certo, e certo non di straordinaria complessità, ma svolge il suo compito alla perfezione, e dobbiamo lodare l’assenza dell’alcol a dispetto dei 57 gradi. Raccomandiamo. 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Fulci – Apocalypse Zombie.

Glen Keith 23 yo (1993/2016, Kingsbury, 53,7%)

Glen Keith è una di quelle distillerie poco celebri, poco note, vittima del loro essere muli da lavoro per grandi marchi di blended whisky: in questo caso, Glen Keith porta acqua (-vite) al mulino di Chivas, parte della grande galassia Pernod Ricard. Per fortuna che ci sono gli indipendenti a dare lustro a questi lavoratori: oggi assaggiamo un single cask di Kingsbury, imbottigliato nel 2016.

N: un profilo dolce e fresco, molto piacevole: torta al limone, anzi torta Paradiso. Agrumato, con mandarino o cedro, forse. Ha anche una sua austerità, vegetale e oleosa: foglie, ma anche olio di semi di lino, dice Zucchetti indossando una camicia di lino – dimostrando dunque di essere uno che se ne intende davvero. Lemongrass. Anche il legno compare, fresco, senza però disturbare. Un ciccinino di cera, quasi.

P: molto piacevole, che buono! Resistono le note oleose e agrumate, tra olio di mandorla e limone, ma esplode inatteso un lato fruttato eccezionale: un pit di banana, soprattutto però ananas e pesca bianca. La sua cremosità rimane educata, e tende a chiudersi verso una vena amara (nocciolo di limone?). Molto molto buono.

F: lungo, molto coerente, fruttato e burroso, si chiude con una smandorlata definitiva.

Quante volte abbiamo detto che le distillerie meno conosciute sanno spesso regalare chicche imdimenticabili? Tante, ma mai abbastanza, dato che ci troviamo a ripeterlo anche oggi. Ah no, aspetta: forse è solo che siamo noiosi e l’età inizia a renderci ancora più ripetitivi, come quegli anziani che raccontano sedici volte di fila lo stesso aneddoto. Ma insomma: questo Glen Keith è semplicemente delizioso, fresco, profondo, oleoso e fruttatissimo. Ne berremmo a pinte. 90/100.

Sottofondo musicale consigliato: Earth, Wind and Fire – September.