Laphroaig 10 yo Cask Strength #009 (2017, OB, 58,1%)

la procuratrice di questo giocatore

Mille volte e più abbiamo dato conto di quanto Laphroaig sia in una fase contraddittoria della sua onorata carriera, oggi lo facciamo in termini calciomercateschi: la squadra è ottima, come sempre, la qualità del gioco è sempre alta, ma le scelte della dirigenza fanno storcere il naso a molti tifosi storici, che non comprendono del tutto questa svolta verso il calcio moderno, fatto di diritti tv, di vendite e di soldi, e si sentono traditi perché le magliette non hanno più i colori tradizionali ma vanno un po’ in giro là dove il mercato richiede. Uno dei top player in squadra è senza dubbio lui, Laphroaig 10 Cask Strength, sempre amato dai tifosi nonostante la maglia di colore bislacco. Oggi indossa il numero #009 sulla schiena: noi l’abbiamo messo a palleggiare davanti a noi, e ora vi diamo le nostre opinioni.

N: che buono, magari fossero tutti così i Laphroaig ufficiali… Note fruttate eccezionali, lime e mela verde, poi sentori di cola, anzi: di caramelle zuccherate alla cola e limone (avete presente i ciucci zuccherini, vero? Se no, non avete avuto un’infanzia e non avete un cuore, ci spiace). C’è un sentore medicinale, di garza, non eccessivo ma perfettamente integrato. E la torba? Beh, c’è ed è pura bella viva, fumosa, acre e bruciacchiata. Iodio. Liquirizia, anche un poco di cioccolato bianco, dice Ansalone che beve con noi.

P: molto fresco, intenso, ma anche bruciato e legnoso. Ci viene in mente un dentifricio alla menta però un po’ dolce, a testimoniare la nota mentolata e medicinale. Di nuovo qualcosa che ricorda la garza. Ancora liquirizia, ancora torba acre. Barbecue e borotalco. Sale e lime, molto lime. La torba è nervosa, un po’ chimica e smoggosa. Note di pepe nero, pure.

F: lungo, molto intenso, molto laphroaiggoso… Qui il pesce è più presente, con un sentore di grigliata di mare (kippers affumicate). Ancora dolce, liquirizia.

Molto buono, per carità, gioca comunque in un altro campionato rispetto agli altri OB, ma forse, a nostro gusto, resta un po’ troppo dolce, un po’ troppo carico, in fondo un po’ stucchevole. Oh, avercene di stucchevolezza del genere, eh! Ah, giusto, avevamo una metafora in atto: sempre bravo ‘sto giocatore, anche se onestamente rispetto al passato pare un po’ eccedere in dribbling e in veroniche, mentre a noi interessa che la butti dentro. Che si sia montato la testa, forse anche per colpa di una procuratrice fin troppo ingombrante? 87/100, anzi, 87 milioni la valutazione. Paratici vieni a comprartelo, se hai il coraggio.

Sottofondo musicale consigliato: LukHash – Proxima.

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Benrinnes 19 yo (1997/2017, Claxton’s, 51,5%)

Speriamo che questo signore sia andato in pensione

Dobbiamo ammettere che, per quanto qui e là ci piaccia atteggiarci da grammar nazi, stigmatizzando ogni errore, soprattutto quando riguarda agenzie di comunicazione pasticcione che lavorano per multinazionali amanti delle borsette (ehm), anche noi abbiamo i nostri problemi: e quello principale, non c’è verso, riguarda un imbottigliatore indipendente che apprezziamo molto oltretutto, cioè Claxton’s. Una volta su due lo scriviamo sbagliato, “Clanxton’s”, forse perché siamo schiavi dello stereotipo e quando pensiamo alla Scozia ci dobbiamo infilare dentro un Clan, chissà… Sta di fatto che stavolta siamo stati attenti: e dunque eccoci di fronte a un Benrinnes di Claxton’s (scritto giusto) invecchiato per 19 anni in un singolo barile ex-bourbon. In un altro momento vi parleremo della tripla distillazione parziale di Benrinnes – perché oh, fa caldo, dateci pace.

N: da subito si mostra molto Benrinnes, e dunque – nella nostra esperienza limitata – molto fruttato: quindi ecco una teoria di frutta fresca, con ananas, delle gustose prugne fresche, anche una lieve acidità da agrumi (arancia soprattutto). Miele, di quelli freschi e floreali; forse anche un che di menta selvatica. E scriviamo “selvatica” perché siamo degli amabili cialtroni. Marzapane. Non sapremmo trovare molto di più, ma quel che troviamo ci basta.

P: davvero esplosivo, molto coerente con il naso e molto compatto. Che piacevolezza! Pare un concentrato di frutta, esibendo ancora note di ananas, albicocche mature, mela e arancia. C’è anche qualcosa di goduriosamente cerealoso, forse fette biscottate? Un pit di pepe bianco. Cioccolato bianco, a testimoniare una dolce grassezza.

F: molto fresco, con eruzioni balsamiche. Sarà la suggestione dataci da Angelo, ma ci pare di trovare una lievissima salinità.

Mentiremmo se dicessimo di aver trovato il Sacro Graal della complessità: ma mentiremmo anche se sminuisismo la grandezza di questo whisky, che è – semplicemente – piacevolissimo da bere. Fruttato, dolcino, con note erbacee e lievemente balsamiche a rinfrescare il tutto. Perfetto per l’estate, e siccome è estate, beh: bevetelo. 88/100. In vendita su Whiskyitaly, che peraltro lo importa in Italia.

Sottofondo musicale consigliato: Anderson .Paak – Parking Lot.

Redbreast 12 Cask Strength (2017, OB, 58,2%)

Redbreast è uno dei nomi più apprezzati dal crescente pubblico di appassionati del whiskey irlandese: come in mille altri casi, si tratta di un marchio dietro cui si cela la più grossa grassa distilleria del quadrifoglio, cioè Midleton, casa del brand più celebre al mondo, Jameson. Tecnicamente, questa distilleria è incredibilmente interessante, perché dovendo produrre infiniti stili di whiskey ha attrezzature molto variegate, alambicchi a colonna, pot stills di forme e dimensioni differenti… Ve ne parleremmo per ore, ma non avendola mai visitata ci pare più honesto rimandare al reportage del buon whisky.com. Redbreast è una miscela di orzo maltato e non maltato distillato in pot still, la bottiglia che abbiamo tra le mani è il 12 anni a gradazione piena, batch B1/17.

Redbreast 12 CS B1/17? Dovrebbe, ma la foto è di un altro batch 😦

N: fin dai primi approcci, si mostra molto carico e straripante: prima note seducenti di pralina al cocco, riso al latte, caramello… Poi note più ‘profonde’, che ci fanno venire in mente la liquirizia Haribo ripiena, perfino dei sentori di fragola e di datteri, molto intensi. Che ricchezza! Non mancano note più speziate, soprattutto dopo un po’, con cannella e chiodi di garofano.

P: qui esplode una vera bomba atomica di sapori, in cui man mano riconosciamo liquirizia pura, cioccolato (e volendo essere più precisi, i cioccolatini boeri), caramello. La parte sherried è avvincente, con una ciliegia sotto spirito devastante come Maicon nel 2010. Lamponi. Spezie anche qui, poi note erbacee e pepe nero.

F: lungo, lunghissimo. Fa salivare parecchio, con ricordi di liquirizia e frutta rossa; ancora boero e caramello.

Carico, certamente impegnativo per la gradazione e per la sensazione avvolgente che ti lascia: non lo definiremmo proprio un everyday dram, ma qualora vi fosse proposto, beh, non sognatevi di rifiutarlo. Uno dei migliori irlandesi assaggiati di recente, che si guadagna un solido 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: High on Fire – Bat Salad.

Port Askaig 100 Proof (2018, Speciality Drinks, 57,1%)

la metropoli tentacolare di Port Askaig

Port Askaig è il nome del villaggio portuale sul versante nord di Islay, celebre soprattutto perché molti dei ferry dalla terraferma attraccano proprio lì. C’è un Pub molto fornito di whisky isolani, se la cosa vi può interessare: e non farete fatica a trovarlo, saranno in tutto otto case… Ma stiamo andando fuori tema: Port Askaig è anche il nome di uno dei più fortunati brand di whisky torbato dell’isola commercializzato da Speciality Drinks, dietro cui si cela un single malt non dichiarato. Se la geografia ancora significa qualcosa, dovrebbe essere Caol Ila o, in alternativa, Bunnahabhain. Oggi assaggiamo la versione a grado pieno, il 100° Proof.

Port Askaig 100° Proof

N: mmm, che bontà…! La torba è abbastanza gentile ma ‘frizzante’, con falò sulla spiaggia, legna che brucia, camino. Note minerali, da terra umida, che riescono a emergere. Poi c’è un lato più seducente e ruffiano, dolcino dolcetto, che riassumeremmo con una immagine folle, visionaria: un ciocorì bianco con una spruzzata di limone sopra. Vaniglia. Pera dolce, un pit di lime magari. Un sentore di pepe bianco.

P: molto buono, pieno, avvolgente e intenso, bilanciatissimo: non abbisogna d’acqua aggiunta. Coerente: carico, vaniglioso e dolce, zucchero liquido e cioccolato bianco, ma senza diventare sgradevole grazie alla presenza di lime e limone a stemperare la dolcezza. Bello torbato e fumoso, ancora bruciato. C’è un qualcosa di balsamico, eucalipto forse?

F: qui emerge un pizzico di sale, a testimoniare la portualità di Askaig, che appunto (non si dimentichi!) è pur sempre un Port. Per il resto, molto dolce, con un retropensiero (perché non retrogusto? Perché se no non saremmo su whiskyfacile!) di borotalco. Sale e pepe.

Ruffiano, fatto per piacere quindi, beh, piace. Ah, come sono belli i nostri pleonasmi, come ne siamo orgogliosi! Giovane certo, e certo non di straordinaria complessità, ma svolge il suo compito alla perfezione, e dobbiamo lodare l’assenza dell’alcol a dispetto dei 57 gradi. Raccomandiamo. 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Fulci – Apocalypse Zombie.

Glen Keith 23 yo (1993/2016, Kingsbury, 53,7%)

Glen Keith è una di quelle distillerie poco celebri, poco note, vittima del loro essere muli da lavoro per grandi marchi di blended whisky: in questo caso, Glen Keith porta acqua (-vite) al mulino di Chivas, parte della grande galassia Pernod Ricard. Per fortuna che ci sono gli indipendenti a dare lustro a questi lavoratori: oggi assaggiamo un single cask di Kingsbury, imbottigliato nel 2016.

N: un profilo dolce e fresco, molto piacevole: torta al limone, anzi torta Paradiso. Agrumato, con mandarino o cedro, forse. Ha anche una sua austerità, vegetale e oleosa: foglie, ma anche olio di semi di lino, dice Zucchetti indossando una camicia di lino – dimostrando dunque di essere uno che se ne intende davvero. Lemongrass. Anche il legno compare, fresco, senza però disturbare. Un ciccinino di cera, quasi.

P: molto piacevole, che buono! Resistono le note oleose e agrumate, tra olio di mandorla e limone, ma esplode inatteso un lato fruttato eccezionale: un pit di banana, soprattutto però ananas e pesca bianca. La sua cremosità rimane educata, e tende a chiudersi verso una vena amara (nocciolo di limone?). Molto molto buono.

F: lungo, molto coerente, fruttato e burroso, si chiude con una smandorlata definitiva.

Quante volte abbiamo detto che le distillerie meno conosciute sanno spesso regalare chicche imdimenticabili? Tante, ma mai abbastanza, dato che ci troviamo a ripeterlo anche oggi. Ah no, aspetta: forse è solo che siamo noiosi e l’età inizia a renderci ancora più ripetitivi, come quegli anziani che raccontano sedici volte di fila lo stesso aneddoto. Ma insomma: questo Glen Keith è semplicemente delizioso, fresco, profondo, oleoso e fruttatissimo. Ne berremmo a pinte. 90/100.

Sottofondo musicale consigliato: Earth, Wind and Fire – September.

Aberlour A’bunadh (2017, OB, batch #60, 60,3%)

Era l’oramai remoto 1998 quando ad Aberlour, distilleria di punta dello Speyside, ebbero un’idea niente male: creare un whisky senza età dichiarata, giovane certamente, ma che non fosse un pretesto per vendere a caro prezzo qualcosa di modesto o ancora immaturo; piuttosto l’A’bunadh (dal gaelico “origine”) sarebbe stato un whisky estremamente connotato (solo ex sherry Oloroso casks), prodotto in piccoli batch (oggi abbiamo sfondato i 60), e messo in bottiglia così come mamma l’ha fatto (non colorato, non filtrato a freddo, a grado pieno). Risultato: un whisky estremo eppure franco, godibile. Vediamo se questo batch conferma la nomea…

Aberlour A’Bunadh, batch #60

N: l’impatto è aggressivo, l’alcol decisamente non si nasconde, comme d’habitude… Note viniliche, di vernice, in primo piano. Legno fresco, mobili nuovi, anche un sentore erbaceo che guarda direttamente al distillato. Dietro, col tempo arriva il lato più brioscioso e fruttato di Aberlour: brioche ai frutti rossi. Note di cola, di chinotto; poi una nota inaspettata di confetti, di pasta di mandorle. Uvetta.

P: complessivamente ci convince più del naso. Frutta molto succosa, arancia candita, ancora molto agrumato. Ancora note erbacee, al limite del balsamico, e spezie. Ovviamente frutta rossa, ciliegia, molta uvetta (e canditi: se dicessimo “panettone”?). L’acqua lo rende molto più succoso e godibile, in tutta onestà possiamo dire che lo migliora.

F: il primo sentore è molto erbaceo, poi prendono il sopravvento cioccolato e ciliegia.

Possiamo dire di aver assaggiato qualche batch di A’bunadh negli anni e la serie, a 20 anni dalla nascita, non sembra mostrare i segni del tempo, non tradendo i principi che l’hanno ispirata pur nella diversità dei vari lotti. Questo batch 60 non è forse il migliore mai bevuto, con un naso e un palato molto diversi tra loro, ma si mantiene su livelli di piacevolezza che traduciamo volentieri in un 86/100.

Sottofondo musicale consigliato: College & Electric Youth – A Real Hero.

Bruichladdich 16 yo (2002/2018, Claxton’s, 61,2%)

la still room di Bruichladdich a febbraio 2018

Claxton’s, imbottigliatore indipendente importato in Italia dai prodi ragazzi di Whisky Italy, soprattutto negli ultimi tempi ci ha abituato a pezzi di grande qualità, alcuni dei quali abbiamo raccontato anche su questo umile blog. Grazie al sample generosamente mandatoci da Diego Malaspina, oggi assaggiamo un Bruichladdich di 16 anni invecchiato in un Puncheon ex-sherry (capacità di circa 500 litri) e imbottigliato a grado pieno nel 2018. Recentemente i Laddie in sherry sono piuttosto rari, e dunque affrontiamo questo sample con curiosità.

Bruichladdich 16 yo (2002/2018, Clanxton’s, 61,2%)

N: impressionante come sia aperto e piacevole, pur con una gradazione così alta. Lo sherry è evidente, con arancia rossa, toffee, ciliegia succosa, cioccolato al latte, marmellata rossa… Poi emerge anche l’anima di Bruichladdich, con una torba leggera leggera e soprattutto un che di vegetale, diciamo di pastone, di mangime per maiali, una lontana marinità e un che di sulfureo appena accennato. L’acqua addolcisce, con note di praline e di zucchero bruciato.

P: anche qui resta clamorosamente bevibile a dispetto del grado. L’impatto è di una frutta rossa massacrante, tra marmellata di fragola e ciliegia. C’è qualcosa di iperzuccherino, diremmo forse caramello bruciato. Arancia amara. Cacao amaro (lievemente astringente), poi molto speziato, con noce moscata e soprattutto chiodi di garofano. Verso il finale si apre una torba sulfurea e marina…

F: qui decede la dolcezza, vien fuori la torba, netta, fumosa e affumicata (sa di salmone arrostito affumicato). Lascia la bocca asciutta, e – soprattutto a bicchiere vuoto – lascia a bocca asciutta.

Ma che bellezza, ma che stranezza. Stupisce la delicatezza dell’alcol, nonostante un volume abbastanza massiccio; l’impatto del barile è evidente, con tanta frutta e con tante note speziate, a tratti – soprattutto al palato – appena al di qua della sottile linea rossa del soverchiante. E però il naso rivela le note tipiche del distillato, erbacee e sottilmente torbate. Non si può non premiarlo: 87/100. Non costa poco, ma regala molte soddisfazioni, e Whisky Italy lo vende qui.

Sottofondo musicale consigliato: Temples – Hot Motion.

Teaninich 19 yo (1999/2018, Claxton’s, 53%)

Teaninich è una di quelle distillerie mal conosciute, poco celebrate e pure poco assaggiate: attiva da oltre 200 anni, è una delle “bestie da soma” di Diageo, producendo circa 9 milioni di litri annui destinati nella loro quasi totalità ai blended di casa – come single malt ufficiali negli ultimi vent’anni si ricordano solo il Flora & Fauna, una Special Release e i Rare Malts. Peraltro, come spesso accade con distillerie del genere, la proprietà ne approfitta per sperimentare aggeggi tecnici bislacchi: in questo caso, si tratta di un mash filter a pressa (se vi chiedete cosa sia, leggete qui), montato al posto dei ‘soliti’ mash tun nel 1999. Per fortuna in casi del genere ci sono gli indipendenti a dar luce a produttori poco noti, e noi ci rivolgiamo a Claxton’s, imbottigliatore che abbiamo imparato ad apprezzare negli ultimi anni. Eccoci alle prese con un single cask di 19 anni, distillato nel 1999: per gli amanti dei trivia, è poco prima che il nuovo mash filter venisse montato.

N: alcol non pervenuto. Elegante, complesso e mutante (bello!, non l’avevamo mai usato, ci fa tornare in mente le tartarughe ninja: quant’erano anni ’90 i “mutanti”?), tra vaniglia, mela renetta, pera cotta, cocco, melone bianco… A impreziosire il profilo fruttato e piacevole si stende poi un velo minerale e ceroso, d’incenso e anche vegetale (basta che inizi con “a”: aloe e anice) che rende il tutto molto fresco. Molto fine  e integrato.

P: intenso e succoso, ancora piuttosto complesso. In realtà rimane molto pulito e sobrio, anche se a livello di descrittori ci sentiamo di dire che la vaniglia si fonde col marzapane e col torrone, la frutta si fa più matura, girando sul tropicale, tipo ananas. Su tutto vigila ancora una nota di cera, con una sfumatura crescente erbacea (mai eccessiva e anzi suadente: abbinato al sentore fruttato ci viene in mente l’amarena, dolce e amara allo stesso tempo).

F: lungo ed elegante, con una patina da incenso. Esce il peso degli anni e assaporiamo il legno.

Alcol inesistente, profumato, pieno di suggestioni, goloso ma discreto: Teaninich ci sembra una distilleria da riscoprire, chissà se quelli più giovani, frutto della produzione con il nuovo mash filter, reggono il confronto. E chissà se questa frase ha davvero un senso: ma in fondo è un lunedì di giugno, abbiate pazienza pure voi. 89/100, grazie a Diego per il sample (Diego lo importa e lo vende, a un prezzo ragionevole oltretutto).

Sottofondo musicale consigliato: Rosalia – De Aquí No Sales.

Laphroaig 10 ‘Original Cask Strength’ (2005, OB, 55,7%)

“finalmente si beve!”

Qualche mese fa ci siamo imbattuti in una bottiglia di Laphroaig 10 Cask Strength, di quelle a 55,7% con la scritta “Original Cask Strength” inclusa in una striscia rossa sotto all’indicazione dell’età. Questa versione è stata in commercio per un paio d’anni tra 2005 e 2007, intermedia tra le edizioni con fascettina verde e quelle in batch – le ultime cose davvero convincenti messe in commercio dalla storica distilleria di Islay, ma questa è un’altra storia. Ne avevamo bevuta una bottiglia più tarda, del 2007, qualche anno fa: ora assaggiamo questa che è del 2005, trovata aperta (da non sappiamo quanto) in un bar di NoLo e prontamente razziata.

N: alcol, dove sei? Aperto e subito molto fresco, balsamico e mentolato. Quella tipica nota, normalmente respingente visto il contesto in cui suole comparire ma qui deliziosa, di “pasta del dentista”. Ma poi, pian piano, si scoperchiano la frutta, anche intensamente tropicale (mango soprattutto, ma forse pure ananasso) e l’agrume (cedro senza dubbio, come se fosse una scienza). Torba tutto sommato poca: marinità media, non esasperata come nei più moderni Laphroaig.

P: una premessa pare necessaria: certamente ha perso qualche grado, perché davvero l’alcol è pochissimo, e se guadagna in facilità di beva tende a risentire di un calo di intensità. Però intendiamoci: il profilo c’è tutto, tra un’alga bruciata molto sapida e tanta, tantissima frutta (mela, tra cotognata e chips di mele, qualche ricordo di Tropici). Molto compatto, quasi impossibile da sezionare, con un muro di dolcezza che dona spessore e un fumo acre seducente.

F: tanta liquirizia, e tanta frutta tropicale dolce. Fruit Joy al cedro? Il pudore ci impedisce di dirlo.

Buono, molto buono, la dimostrazione di come Laphroaig sapesse (sappia tuttora, forse?) sfornare imbottigliamenti che possiamo solo definire come “da panico”, con una grandissima complessità: frutta tropicale, torba medicinale, marinità, liquirizia… Ma per l’esemplare specifico da noi degustato, non possiamo non notare come abbia davvero perso grado. Non è slegato, è invecchiato bene guadagnando in eleganza e facilità di bevuta: 88/100, una maggiore intensità al palato l’avrebbe probabilmente fatto schizzare oltre i 90. Ma cosa sono i numeri, in fondo, di fronte alla piacevolezza dell’esperienza?

Sottofondo musicale consigliato: Ne Obliviscaris – And Plague Flowers the Kaleidoscope.

Mortlach 11 yo (2006/2017, Kik Bar Bologna, 51,4%)

Il Kik Bar di Bologna è una vera e propria istituzione del whisky emiliano: attivo fin dal 1967, grazie all’energia e alla passione di Bruno Benassi è diventato un punto di riferimento per tutti i whiskofili. Piccola storia personale: quando uno di noi studiava a Bologna, grazie a un cenno su un numero di Whisky Magazine incontrato un po’ per caso abbiamo scoperto dell’esistenza del Kik Bar, e proprio lì, grazie alla guida di Bruno, abbiamo assaggiato il nostro primo Octomore, abbiamo comprato il nostro primo whisky distillato negli anni ’70 (una mignon di Scapa del 1979, non fatevi strane idee), abbiamo scoperto gli imbottigliatori indipendenti. Solo qualche dozzina di mesi dopo abbiamo deciso di aprire il blog. Ecco, il 2017 è stato un anno importante per il Kik Bar: Bruno ha festeggiato i 60 anni di lavoro, i 50 anni di matrimonio e il Kik ha raggiunto, anche lui, i 50 anni di attività. Per celebrare, Bruno ha imbottigliato tre whisky: oggi assaggiamo un Mortlach di 11 anni, imbottigliato a gradazione piena, che reca in etichetta il Nettuno – che chiunque abbia trascorso almeno un pomeriggio a Bologna dovrebbe riconoscere.

N: un Mortlach apparentemente non estremo, ma comunque ‘molto carataristico’ (cit.). Note sulfuree, che qui più che meaty sembrano muovere verso il formaggio (l’umami del parmigiano, se ci intendete). Fichi e datteri secchi, croccante di mandorle e albicocca disidratata. Mele rosse caramellata, e altra frutta rossa… Frutta vecchia, un po’ ‘sudata’, da whisky vecchio. Eccellente, al naso si intuisce un’ottima interazione tra distillato e barile.

P: tutto bello legato, come un cotechino col filo tirato. L’ingresso è ancora sul sulfureo, con sentori metallici, di rame. Non si sbrodola addosso, conserva una sua affilatura pur avendo un bel corpo e una bella intensità. Tende all’astringente. Arancia tarocco matura e piena, pesche all’amaretto. Zucchero caramellizzato (ma solo la crosticina), cioccolato al latte.

F: abbastanza lungo, spezie calde del legno, caramello bruciacchiato e buccia d’arancia (magari bruciata pure lei).

Davvero ottimo: Mortlach è una distilleria rognosa, che produce un whisky molto corposo e particolare, ma che non sempre i bevitori sanno apprezzare. Questo undicenne è un eccellente esempio dello stile di casa, non puzzone come sa essere talvolta ma molto equilibrato, paradossalmente bilanciato, e con una personalità vigorosa che non può essere taciuta – un po’ come quella di Bruno, che vogliamo ringraziare per il sample. 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: Lucio Dalla – L’ultima luna.