Highland Park 18 yo ‘Viking Pride’ (2019, OB, 46%)

Sono quasi dieci anni che non recensiamo un Highland Park 18, e questo proprio non va bene, decisamente. Un grande classico, da tutti (da noi per primi) celebrato per terra e per mare, così tipico dello stile più elegante della distilleria di Kirkwall, vittima di qualche lamentela da parte di tutti (noi per primi) per l’impennata del suo prezzo negli ultimi anni. Ancora ricordiamo di quando riuscivamo a portarcene a casa una bottiglia a meno di 70€, ora ci vuole più o meno il doppio – dev’essere perché ora si chiama ‘Viking Pride‘. Miscela di barili ex-bourbon ed ex-sherry, deve la sua peculiare torbatura leggera ad un mix particolare di orzo: quello maltato nel proprio malting floor, heavily peated, e quello acquistato all’esterno, non torbato.

N: molto buono, accogliente come lo ricordavamo. Riesce nel miracolo di esser fresco e ‘appiccicoso’ allo stesso tempo: spiccano note ‘arancioni’ di agrumi dolci e zuccherati (canditi? marmellata di arancia?), pesca sciroppata, uvetta, poi liquirizia e un po’ di caramello salato, miele di acacia. C’è una nota di cerealino lievementissimamente torbato croccante, con una lieve salinità, davvero deliziosa.

P: eccezionale, esplosivo anche se ha un corpo molto affilato, e molto più Highland Park del naso: esce la torba gentile, una punta oleosa più grassa, cera, paraffina, un po’ di pane bruciato. Molto minerale. C’è un sentore di Barbour. Non si pensi che però sia ‘solo’ affilato, è anche molto ben dolce e fruttato. Toffee salato. Cioccolato, liquirizia, un po’ di cuoio, brioscina. Frutta sciroppata ancora, pesche e uvetta. Carruba salata.

F: lungo, molto persistente, è una torta fruttata (crostata di mele e uvetta, anzi: strudel) ricoperta di erica e polvere di cereale torbato, minerale.

Eccellente: il naso è seducente e si rimarrebbe ad ammirarlo per ore, anche il palato è ottimo ma forse forse per la gloria assoluta gli manca un po’ di compattezza, ha un ingresso un pelo watery, un po’ esile – ma a sua difesa, anche con un corpo così sottile riempie il palato e lo stuzzica con mille suggestioni. 89/100, confermiamo tutto il nostro amore per questo Highland Park.

Sottofondo musicale consigliato: Pink Floyd – Sheep.

Armorik ‘Classic’ (2017, OB, 46%)

Il whisky ormai è una questione globale, si sa: in particolare, il whisky francese gode già di un discreto credito nel mondo degli appassionati, se pensiamo che Jean Donnay, fondatore di Glann An Mor (Kornog whisky), ha perfino accarezzato l’idea di aprire una nuova distilleria su Islay, venendo fermato solo da una controversia legale con i Laing – ma questa è un’altra storia. Sempre in Bretagna, dagli anni ’80 c’è anche la distilleria Warenghem che produce distillato d’orzo maltato, nomandolo Armorik: il proprietario Gilles Leizour ha di recente ottenuto che il whisky bretone abbia la denominazione di origine protetta, ed è sempre stato un tradizionalista. I metodi di produzione sono quelli scozzesi in tutto e per tutto, con in più qualche passaggio che strizza l’occhio al tipico orgoglio francese: e dunque orzo e grano locali, barili di quercia bretone… Oggi assaggiamo proprio una delle due versioni-base, ‘Classic’: non ha età dichiarata ma è assemblaggio di barili ‘vecchi’ di sherry Oloroso “per il lato fruttato e la complessità” e di più giovani ex-bourbon “per la dolcezza e la freschezza” (citiamo il sito ufficiale). Non colorato, non filtrato a freddo, insomma, ci siamo. Forza, vediamo come si comporta.

N: c’è una sorpresa nel bicchiere. Si mostra velato da una peculiare mineralità, quasi costiera (Bretagna is calling?). Dominano prugne e pere cotte, albicocche pure mentre il lato agrumato è abbondantemente presidiato da una bella scorza d’arancia. Il cereale diventa star, sulla cresta dell’onda con una faccia da biscotto Digestive. Tuttavia, anche se per parte di bourbon probabilmente lo è, non sembra giovane, la miscela sembra dare l’impressione di un prodotto maturo.

P: ha una buona intensita e poca alcolicità, ma soprattutto del naso ripropone sensazioni leggermente costiere, forse sapide, persino torbate. C’è anche un ricordo tostato. Sicuramente si percepisce una leggera nota di cera, che dà profondità a un whisky dai toni allegramente fruttati e zuccherini (albicocca disidratata, chips di miele). Biscotto ai cereali e cioccolato. Goloso (e anche leggermente speziato)!

F: di media durata ma rimane una patina incantevole, tra il medicinale, la cera, il minerale. Legno e vaniglia.

Eravamo partiti prevenuti come non mai, anche solo per competizione coi cuginastri francesi, ma qui bisogna riconoscere la qualità e soprattutto la particolarità di un whisky che ha poco da invidiare ai parenti scozzesi di questa fascia. Questo lato minerale e fortemente costiero ci ha stupito, così come intensità e complessità generali: possiamo dunque perdonare le etichette in stile ‘album power metal tedesco del 1998’ e assegnare un convinto 85/100. Ringraziamo Maurizio, da poco importatore italiano del marchio, per il campione.

Sottofondo musicale consigliato: Hammerfall – Child of the Damned.