Feis Ile 2018 Tasting #2 – Whisky Club Italia

Dopo le prime quattro chicche del Feis Ile 2018, completiamo il tour isolano con altri tre imbottigliamenti e le nostre stringate emozioni/impressioni. Con l’occasione ringraziamo ancora WhiskyClub Italia per aver dato la possibilità di assaggiare gli imbottigliamenti del Festival a tanti appassionati, la cui sola colpa è stata quella di non aver avuto per tempo la geniale intuizione di farsi una settimana di delirio whiskyco (?!) su Islay.

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Bowmore 15 yo Feis Ile (2018, OB, 52,5%)

Un po’ carico, il legno è molto presente e la prima sensazione è di una dolcezza bruciacchiata un po’ ‘troppa’, di mastice: e però si alza (e cresce di brutto) quella nota tropicale, di maracuja salata, che ci fa esplodere. Liquirizia dolce. Tostato, brioche dolce. Con acqua esce il floreale (si dice lavanda, buganville) Al palato l’esplosione tropicale è devastante, poi toffee e caramello. Un po’ di cicciolato bianco. Ricchissimo ma semplice. Piacevolissimo, l’acqua alleggerisce il naso e smarmella di toffee il palato. Il finale si chiude curiosamente su una combo di aringa affumicata e aghi di pino.
Mah. 86/100

Kilchoman 11 yo Feis Ile (2018, OB, 55,5%)

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Naso di pera (in ogni sua forma) e ostriche e scarpe di gomma. Lime, limone, limonata zuccherata. Sulle prime un po’ strano, si normalizza man mano che passano i minuti, lasciando svenire le suggestioni mentolate. Al palato è coerentissimo, con in più una vaniglia spiccata. Sarà che è il sesto, ma il fumo è molto leggero, in disparte. Buono, ‘banale’ ma di una banalità straordinaria. 87/100
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Bunnahabhain 2007 Feis Ile (2018, OB, 59,5%)

Il naso è unico. Note di paprika, worchester, tabasco chipotle e bbq sauce. Paprika affumicata. Grasso di porco. Liquirizia. Il palato mostra l’alcol, resta molto dolce e ricco di fumo intenso. Pieno, molto avvolgente, mentre al finale (breve) restano molto bbq e fumo. 86/100, ottimo ma monotono. Ma che naso…

Sottofondo musicale consigliato: Ulver – Southern Gothic

Feis Ile 2018 Tasting #1 – Whisky Club Italia

IMG_4818Venerdì scorso abbiamo partecipato ad una degustazione davvero imperdibile: grazie a Whisky Club Italia e a Claudio Riva, giunto ormai al suo quindicesimo Feis Ile, abbiamo assaggiato sette imbottigliamenti proprio dal Feis Ile 2018, appena concluso. Qui il resoconto dei primi quattro dram, a domani per gli ultimi tre.

35051311_1924071064277876_1023718125155123200_nIl primo whisky assaggiato, in realtà, era questo Kilkerran di 8 anni, 1020 bottiglie da un paio di Recharred Sherry casks, imbottigliato per l’open day di Glengyle, a Campbeltown – l’evento che precede il festival di Islay.

Kilkerran 8 yo ‘Open Day’ (2018, OB, 58,4%)

Spettacolare. Nonostante un barile così attivo, lo sherry resta delicato, con note fruttate (fragola/lampone e mela rossa), e soprattutto perfettamente integrato con l’anima minerale e costiera (grafite, aria di mare, odore di porto) in evidenza. Eccezionale. Con acqua si apre e si scalda (accanto alla festa di frutta, sviluppa anche note di stalla, di pecora, secondo alcuni). 90/100

Seconda bottiglia aperta: un pezzo grosso del lotto di imbottigliamenti speciali, sua maestà Lagavulin! 18 anni, invecchiato in barili ex-bourbon a primo e secondo riempimento ed ex-sherry, solo 6000 bottiglie e prezzo in asta già alle stelle.

35247235_1925225954162387_8466141973693071360_nLagavulin 18yo Feis Ile (2018, OB, 53,9%)

Ottimo: naso straripante, grasso (grasso di maiale, ma anche arachidi), piccoli frutti rossi, mela gialla, ostriche molluschi e fumo smoggoso. Borotalco. Il palato è molto più bruciato, se vogliamo più ‘banale’ rispetto al naso. Biscotti al burro. Toffee. Dolcezza marcata, poco mare. Finale bruciatissimo e poco altro. Con acqua esplode l’agrume (arancia), complessivamente migliora un po’, si apre al mentolato, diventa sempre più medicinale. Il solito, eccellente Laga. 89/100

Terzo tempo? No, terzo dram! Ecco l’Eretico: Port Charlotte, il torbato di casa Bruichladdich. Miscela degli ultimi 5 barili rimasti dalle distillazioni del 2001, tra cui ex-bourbon ed “ex-french wine” (sic), di fatto è il più vecchio PC mai messo in commercio.

35198999_1926494890702160_6546022525564878848_nPort Charlotte ‘The Heretic’ (2001/2018, OB, 55,9%)

L’apporto delle botti ex-vino è abbastanza evidente (legno, frutti rossi, mirtilli). Torba ‘alta’ e pungente, salamoia, olive nere, una punta cremosa. Note mentolate. Agrume (lime/kumquat). Al palato il legno si sente tanto, poi inchiostro, agrumi e una cremosità veramente hardcore. Sale (ma non mare). A nostro gusto c’è un po’ troppo legno per essere un campionissimo, e pure è un dram molto godibile. 86/100

Non c’è tre senza quattro, si suol dire, no? Stavolta non è l’imbottigliamento per il festival, ritenuto non all’altezza, ma lo splendido 10 anni Cask Strength di Laphroaig. E Claudio se ne intende di Laphroaig, dunque…

35240548_1927903090561340_2836673315999842304_nLaphroaig 10 Cask Strength #10 (2018, OB, 58%)

Un Laph da manuale. Fumo, medicinale, lime, si sente tanto il profumo del cereale torbato dopo il giretto nel kiln. Tanta marinità: alga marcescente, suggerisce Claudio. Il palato esplode sulle stesse note, con una torba intensa e pneumatica (nel senso che sa di copertone!) infinita. Zenzero candito. Si chiude sulla liquirizia. Fumo aggressivo, molto persistente. Delizioso, semplice magari ma quintessenziale. 88/100

Sottofondo musicale consigliato: Iron Maiden – The Number of The Beast.

 

Laphroaig 19 yo ‘Pagoda’ (1995/2014, I Love Laphroaig, 57,8%)

Quando si assaggia un Laphroaig e si vuol fare un confronto, non si può non scegliere una selezione dell’uomo che in Italia rappresenta l’amore massimo per quella distilleria: Claudio Riva. Prima di imbarcarsi nel magnifico e ambizioso progetto Whisky Club Italia, Claudio era presidente e animatore del club I Love Laphroaig – a quei tempi eroici si devono alcune sue selezioni memorabili, di cui serbiamo memoria digitale anche su questo blog (ad esempio questo, o questo). Quinto e ultimo della serie dedicata allo stile di Laphroaig e ai suoi simboli è La Pagoda, presentato al Milano Whisky Festival del 2014 ed esaurito non molto tempo dopo (qui il link, con scheda). Single cask di 19 anni, distillato nel 1995, barile ex-bourbon ma presumibilmente – leggiamo Claudio – di secondo o terzo riempimento. Apriamo le danze.

141112_laphroaig_lapagodaN: pieno, intenso, armonico. Rispetto al 10 anni la torba è più chiusa, sia per l’età che per la gradazione alta che ‘spegne’ un po’ i fumi torbosi. Meno medicinale del 10. Poi un cuore di dolcezza (fatta di dolciumi burrosi, brioche di brutto, alla marmellata, poi impasto per torte, crostata, crema). Fruttato, con note della polpa di pesca gialla; tanta mela gialla, anche, molto matura (vengono in mente le pesche con gli amaretti). Aghi di pino. Poi una grossa marinità, quasi di pesce, senz’altro di ostriche – non è ‘solo’ aria di mare. Con acqua, diventa decisamente più zuccherino, ed anche il fumo si riprende un poco di spazio.

P: piuttosto coerente col naso… esplosivo: il primissimo impatto è molto giocato sul dolce, tra pasticceria, torte burrose, crema pasticcera, ancora pesche e mele gialle molto mature (frutta grattugiata in purea, se l’avete presente). Pepe bianco, in gran quantità, verso il finale. Tabacco dolce da pipa. Di nuovo il fumo resta in disparte, con una torba tagliente che si prende solo qualche momento di gloria.

F: qui sì che cenere e cera e mare si prendono lo spazio, ma senza toglierne ad una pesca incredibile, intensissima. Anche un poco di pera, un semplice velo.

Un bel ricordo di un’età che non c’è più, un’età in cui potevi trovare un onesto e glorioso Laphroaig di quasi vent’anni a un prezzo ragionevole – ed erano solo tre anni fa! Claudio a voce lo presentava come un buon whisky, ma certo non il più complesso delle sue selezioni; noi non possiamo confrontarli uno affianco all’altro, ma su questo possiamo esclamare: che qualità, e che intensità!, e possiamo serenamente “perdonare” (wtf???) un lato isolano meno esuberante rispetto ad altri imbottigliamenti più wild90/100.

Sottofondo musicale consigliato: Jethro Tull – Life is a long song.

Springbank 11 yo ‘Local Barley’ (2017, OB, 53,1%)

Dopo aver assaggiato il Local Barley di Springbank dell’anno scorso, il livello di impazienza per l’attesa dell’edizione 2017 era francamente ben oltre i livelli di guardia. Grazie a Claudio Riva, che ha deciso di aprire e condividere la sua bottiglia, il Clan di Como di Whisky Club Italia ha organizzato una serata a tema Springbank in quel di Cantù, nella serie di degustazioni monografiche “Distillerie Svelate” e ne ha approfittato per mettere sul tavolo proprio il Local Barley 2017 – noi non potevamo mancare, anche perché il resto del parterre era di tutto rispetto (Hazelburn 10, Springbank 18 e 12 Cask Strength, Longrow 18!). Il “Local Barley” è un 11 anni, questa volta prodotto solo con orzo Bere (la varietà d’orzo più antica da noi conosciuta, ed oggi poco usata dall’industria del whisky perché meno efficiente a livello quantitativo) coltivato a pochi chilometri dalla distilleria, nella Amos Farm di Campbeltown – naturalmente l’orzo è maltato in distilleria, dato che come sapete Springbank è l’unica a completare quest’operazione nella sua interezza in casa, ed è maturato in soli barili ex-bourbon.

N: è a grado pieno, ma l’impatto dell’alcol è praticamente inesistente. L’orzo, chiave del concept dietro questo whisky, è ovviamente in primo piano: si sente tanto il cereale, note di pane appena sfornato; ma anche di biscotti ai cereali, di campi di fieno al sole… Ha perfino note di banana verde; limonoso e agrumato (anche cose di arancia). Foglia di limone, e in generale evidenti note erbacee. La torba si sente nel lato costiero e minerale: salamoia e ciottoli, fantastico. Col tempo cresce un lato fruttato e zuccherino che ci ricorda – per farla breve – un delicato sentore di marshmellow.

P: decisamente più ‘dolce’ come primo impatto, mostra un corpo bello pieno e dà rassicuranti sensazioni di calore (?). Di nuovo, la dolcezza non è della botte ma del distillato (e dunque non vaniglia ma pera dolce, di nuovo tanto cereale – fiocchi Kellogs). Frutta secca lieve, nocciole e mandorle. Bello acidino, con ancora limonata zuccherata in evidenza. Pasta di cacao (bella ‘grassa’), perfino delle note di cera. Si sente il fumo, la torba è più carica e più evidente.

F: cioccolato fondente, cera e tanto limone. Ancora labbra salate.

Veramente buono, buonissimo anzi: il cereale è ovviamente il grande protagonista, ma supportato da tutta l’unicità dello stile inconfondibile di Springbank. Quel che affascina è come sempre la complessità del distillato, che regala sfumature e sapori che coprono praticamente l’intero arco parlamentare degli aromi: dal minerale al fruttato al costiero all’erbaceo, dalla frutta secca al ciottolo di fiume, dal cioccolato al pane sfornato al bananoso. Siccome reason is in comparison, rispetto al Local Barley 2016 (più vecchio di cinque anni e con una quota di botti ex-sherry) questo ci pare solo un gradino sotto per una dolcezza più evidente, ma che questo non infici l’eccellenza di quanto abbiamo davanti: 89/100, prendetene pure una bottiglia, se ancora la trovate… Grazie a Claudio e Serenella per l’ospitalità e la bellissima serata, e complimenti ad Andrea per la location Vini e Più: una splendida realtà nel cuore della Brianza, bravo!

Sottofondo musicale consigliato: Ulver – Solitude.

Imperial 13 yo (1994/2007, Duncan Taylor, 46%)

È ormai quasi un anno che conserviamo gelosamente un campione di questo Imperial, campione donatoci da Claudio Riva dopo un assaggio fugace nella sua bellissima ‘tasting room’ privata. Imperial è una distilleria chiusa definitivamente ormai dal 1998, dopo una travagliata storia di chiusure temporanee, riaperture e silenzi; il fatto che non sia mai stato rilasciato un imbottigliamento ufficiale dovrebbe forse far riflettere: perché mai, solo una questione di timidezza? O forse è un whisky che – il dio dei whisky ci perdoni – fa un po’ schifo? Non resta che assaggiare questa espressione per provare a far chiarezza.

N: molto aperto anche se gli odori arrivano come ovattati. C’è infatti in primo luogo una patina che ricorda la cera, la carta vecchia (ah, l’odor d’incunaboli) e che si frappone tra il naso e un bell’assortimento di brioches, torta paradiso, vaniglia, cereali zuccherati, pera matura. E però anche buccia d’agrumi e buccia di mela essiccata, oltre a fiori recisi. In questo modo si mantiene sobrio, elegante, in un certo qual senso dotato di una esuberante nudità. Un filo di fumo.

P: dimostra una coerenza disarmante, anche nel mantenere quell’equilibrio complessivo tra un lato ‘patinoso’ (cera) e uno più spensieratamente dolce. Si aggiungono però evidenti note di frutta tropicale molto matura (papaya e mango); rimane burroso e generosamente vanigliato. Ha anche un lato acido che ricorda ananas e limone.

F: intenso, rimangono un malto forse lievemente torbato e la frutta tropicale.

Mah, francamente a noi è proprio piaciuto tanto… È una tipologia di whisky dello Speyside che troviamo deliziosa, ‘sporcata’ da note di cera e minerali davvero profonde, che paiono schermare l’esuberante dolcezza della frutta tropicale e della vaniglia alla maniera dei ‘whisky di una volta’ costruendo un profilo equilibrato e mai ruffiano. 87/100 è il voto minimo che ci sentiamo di assegnargli, grazie ancora a Claudio per il sample!

Sottofondo musicale consigliato: Hot Chip – Started Right.

Benrinnes 18 yo (1995/2015, Whiskyclub.it, 53,5%)

L’estate è il periodo dell’anno in cui si beve meno whisky, si sa, e la cosa risulta evidente tenendo d’occhio le statistiche del nostro blog: rispetto alla media del periodo settembre-maggio, le visite sono più o meno dimezzate… Ma è così tutti gli anni, e ci piace pensare che non siano le nostre recensioni ad avere stufato quei pochi disagiati come noi con la passione per il whisky, bensì sia proprio una questione strutturale. Però insomma, è estate anche per noi; quindi oggi andiamo alla ricerca di un malto estivo, fresco, godibile, e tutti gli indizi ci portano a questo sample di Benrinnes 18 anni ex-bourbon selezionato e imbottigliato dai prodi Davide, Claudio e Andrea di Whiskyclub Italia, ormai l’anno scorso. Chiudiamo l’intro ricordando come proprio ieri Whiskyclub sia andato in ferie, chiudendo un anno straordinario, con decine di serate e migliaia di tesseramenti; bravissimi ragazzi, a settembre si riparte! Un delizioso color dorato ci accoglie.

Bottigli_etichetta_BenRinnesN: partiamo da un aggregato di suggestioni, da poi scomporre: torta alla crema di limone. Intendiamoci, siamo di fronte a tutti i migliori cliché di una botte ex-bourbon riempita nello Speyside: dunque abbiamo una fantastica frutta gialla (note di banana travolgenti, ma anche mela gialla), poi suggestioni di vaniglia e crema pasticciera (crema al limone?, dato che pare esserci una bella acidità agrumata, che potrebbe essere pompelmo rosa), pasticcini alla frutta… Le torte di mele che faceva la nonna? Una leggera nota balsamica, d’eucalipto, a rinfrescare il tutto. Veramente ottimo.

P: il profilo è molto solido e compatto, con un bel muro di sapore che peraltro evidenzia solo parzialmente la quota alcolica (e ci mancherebbe, a 52 gradi!). Ottimo corpo, notevole intensità. Non è un tripudio di complessità, certo, ma è davvero armonioso e molto convincente, con le sue note di crema, di cioccolato bianco, di frutta gialla (pera), ancora di torta al limone e pasticcino alla frutta, di cereali… Vien quasi voglia di dolci al solo assaggiarlo! Ancora bilancia la dolcezza una bella dignità acidula, che tende a pulire…

F: …anche un finale veramente intenso, lungo e pulitissimo: ancora agrumi, crema, frutta gialla.

A leggere le recensione, la bella favola di questo whisky è che richiama alla mente e ai sensi tutte cose dolci, ma in fin dei conti si ha la costante impressione di bere un prodotto ben equilibrato ed armonico, in cui una bella acidità fa da contrappunto a tutto quel ben-di-dio organoletticamente zuccherino. La dimostrazione lampante è il finale, che scivola via lungo ma con grande eleganza. Ripetiamoci: non è un whisky complessissimo, non ribalterà le vostre convinzioni sullo Speyside né vi farà saltare sulla sedia per lo stupore: ma racchiude al meglio tutto quel che potreste aspettarvi. 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Loredana Bertè – In alto mare.

Arran 12 yo (2001/2014, Whiskyclub.it, 55,4%)

Torniamo nelle cantine di Whiskyclub Italia, ambizioso progetto che in questi mesi sta finalmente iniziando a mostrare le prime strade che la passione per il whisky potrà percorrere da qui al futuro: esperienze sensoriali con il cibo, non semplici abbinamenti; il primo corso professionalizzante per la degustazione di whisky ‘indipendente’, privo del cappello della multinazionale di turno e tenuto da professionisti di indiscusso valore; la miscelazione di fascia alta, collaborando con uno dei locali più importanti di Milano, lo speakeasy 1930 – seguiamo quest’ultimo progetto particolarmente da vicino, un po’ perché nel nostro piccolo e in parallelo abbiamo iniziato a scoprire le gioie del whisky usato per la miscelazione (e no, non è una bestemmia, basta saperlo fare bene – chiedete a chi è venuto alla degustazione di venerdì scorso all’Harp Pub!), un po’ perché nelle prossime settimane inizieremo a presentare qui sul sito alcune ‘ricette’ di cocktail a base whisky fatte da barman nostri amici, e inaugureremo il progetto proprio con un’intervista doppia a Marco Russo, uno dei soci del MAG/1930, e Marco Maltagliati di Whiskyclub.it. Ma insomma, questo sarà il futuro; per adesso, dedichiamoci all’Arran che abbiamo nel bicchiere, ché scalpita e non vorremmo farlo attendere.

Bottigli_etichetta_Arran-cN: un po’ l’alcol si fa sentire, ma all’interno di un profilo di whisky molto pieno, profondamente carico, in evoluzione. Si nota subito una punta agrumata fresca e insistente (arancia succosa), seguita a ruota da una suggestione fruttata, prima di mela gialla, che poi si trasforma in qualcosa di più: diventa infatti piacevolmente tropicale, con note di kiwi maturo – assieme al progressivo emergere di note burrose di pastafrolla ricorda proprio il profumo dei pasticcini con crema e kiwi. Pasta di mandorle, in crescita.

P: inizia con un’ode al malto, bello croccante e saporito, di una dolcezza venata di note erbacee e vegetali, quasi amare… Poi però accade che ti sorprende, ed è una sorpresa magnifica: esplode, letteralmente, la frutta tropicale, con note inedite e raramente così nitide di maracuja, poi kiwi e ananas; ancora è giocato sulla dicotomia dolce/acido, e torna l’arancia succosa. E altra frutta: mela gialla, albicocca… assieme a un poco di vaniglia e una frutta secca tostata.

F: peel di frutta secca (sì, l’abbiamo scritto davvero), burro; frutta gialla intensa; pulito, di media durata. Cioccolato bianco.

Eccellente, rivela un lato fruttato tropicale che solo di rado abbiamo scoperto negli Arran: qui invece l’intensità è spaventosa, e il bello è che riesce a mantenere viva anche al palato la cerealosa maltosio che al naso sembrava predominante. Insomma, un ottimo esemplare di Arran in bourbon: 87/100, complimenti ai ragazzi del club!

Sottofondo musicale consigliato: Joan Thiele – Hotline Bling, cover eccellente del successo di Drake.

Laphroaig ‘Arcobaleno’ (2015, I Love Laphroaig, 50,3%)

La strenna natalizia di Claudio Riva è arrivata, direbbe qualcuno: e farebbe bene, perché in effetti ogni anno, quando il freddo inizia a mordere le chiappe dei più, e l’opzione divano-coperta (possibilmente in piacevole compagnia, cosa che da sola basta a spiegare la grande quantità di donne incinte in tarda estate, ma insomma, forse divaghiamo) diventa primaria, ecco: arriva Riva e come un babbo natale anticipato e senza barba porta nei bicchieri degli appassionati un Laphroaig da lui personalmente selezionato. Quest’anno la scelta appare rivoluzionaria: trattasi infatti di un NAS, miscela di tre botti (se non andiamo errati e non riportiamo male rumors, trattasi di due sopra i dieci anni – anche tanto sopra – e una sotto), e qui trovate le spiegazioni che il buon Claudio offre per motivare l’opzione. Il nome “Arcobaleno” non è un tributo alla comunità LGBT, bensì al bellissimo arcobaleno avvistato all’ultimo Feis Ile da Claudio & co. Bando alle ciance, via alla degustazione.

bottiglia-arcobaleno-575-523x572N: rispetto all’altro di Valinch, questo ‘strilla’ nel bicchiere, con un profilo simile ma decisamente più intenso; emerge un distillato nervoso, con una torba fumosa aggressiva, da motore diesel; e con una marinità esuberante, da nuotata, quasi pesciosa (ci fa venire in mente con grande evidenza le ostriche). Anche qui quel velo di borotalco, che si somma ad una nota ‘organica’ ma quasi ‘dolcina’, che ci rappresentiamo con: emmenthal. Un che di caramello, di legna calda e bruciante; limone zuccherato.

P: molto denso e masticabile; rispetto al Valinch, vive meno di fiammate di sapore, restando più lineare – e proprio questa sua ‘liquorosità’ lo rende affascinante, perché questo lato va a impattare con l’anima Laphroaig più verace. La dolcezza è di meringa, zucchero liquido e un senso di toffee e un qualcosa di vagamente marsalato. E, per suggestione fonica, mar salato, con un fumo acre e ceneroso. Pare a un certo punto di riconoscere quasi qualcosa di… saponoso?, forse un ricordo di dopobarba?

F: dolciastro, caramellato; e acqua di mare, e fumo acre. Lungo, non inesauribile ma molto intenso.

Molto diverso dallo sparring partner d’occasione: decisamente più evidente l’apporto del legno, che si porta via qualcosa in complessità soprattutto al palato, in cui peraltro compare qualcosa di vinoso (di nuovo, forse ricordiamo male ma ci pare di aver sentito che almeno una delle botti ha passato un finish: forse di Marsala? ma è pura speculazione). Comunque, molto buono, come sempre, e ad un prezzo davvero onesto: 85/100.

Sottofondo musicale consigliato: Tame impala – Solitude is Bliss.

Tre Laphroaig a confronto

Che ne dite di seguirci in un piccolo percorso di degustazione di tre malti – sulla carta – abbastanza simili, ovvero tre Laphroaig più meno di età simile, distillati più o meno negli stessi anni (1997-99) imbottigliati a grado ridotto? Se, come dice Serge, ‘reason is in comparison’, questo potrebbe essere un esperimento fruttuoso e istruttivo; noi, quando il nostro parco sample ce lo consente, cerchiamo sempre di bere whisky della stessa distilleria assieme – in questo caso, data la somiglianza della tipologia di bottiglie, pubblichiamo tutti e tre le recensioni nello stesso post. Iniziamo da un Laphroaig Highrove, su cui potete leggere tutto qui: dodici anni e uno stemma reale bene in evidenza, dato che si tratta quasi di un imbottigliamento ‘privato’ di quel giocherellone del principe Carlo. Proseguiamo con un 14 anni selezionato da Le Bon Bock, storico pub/whiskeria della Capitale (a proposito, auguri!) e chiudiamo con il Laffy di Whiskyclub.it – e d’altro non si tratta se non de La Pala, imbottigliata a grado ridotto. Sotto a chi tocca.

Laphroaig Highrove 1997/2009 (cask #156, OB, 46%)

110228_highgrove_01N: bello aperto e aromatico: alcuni capisaldi di Laphroaig sono presenti (limone, liquirizia, molto marino); poi note di borotalco, emmenthal, marshmellows, e anche originali note tropicali (cocco, ananas maturo). Tutto sommato, più dolce che torbato. Affumicatura media, per gli standard di Laphroaig. P: iter inaspettato: subito legno e liquirizia, gradevoli ma imponenti; il corpo, oleoso, regala un colpo di coda di dolcezza fruttata (ancora bombette tropicali) e di zucchero di canna a seguire un tappeto ceneroso. F: tutto su cenere, gomma bruciata; ancora liquirizia e zucchero di canna.

Sorprende il cambio di marcia tra naso e palato; comunque è un malto di grande intensità, molto Laphroaig in tal senso, che ci ha fatto divertire. 88/100. Grazie a Claudio per il sample.

Laphroaig 14 yo (1999/2013, Le Bon Bock, 46%)

foto-36N: i classici qui si declinano su torba e catrame, con una marinità esplosiva (acqua di mare, pesciosa) e limonata fresca. Minerale ed austero, con un’affumicatura più spiccata. Col tempo, torna la dolcezza discreta e vanigliosa (comunque due gradini sotto rispetto all’esplosione dell’Highrove). E che dire del medicinale? P: qui si esibisce in un grande show proprio medicinale (corsia di ospedale: che c’è, voi non girate per gli ospedali leccando per terra? Non sarete mai dei veri degustatori!) e di marinità. Ancora tanto limone, ancora una torba acre; leggero richiamo di caramelle Valda (nota mentolata e dolce). Continua ad essere austero, ma è anche davvero intenso. F: molto medicinale, ancora, e affumicato – ricorda proprio la scamorza affumicata…

Il naso parte un po’ lentamente, il palato poi esplode in un tripudio dei lati più spigolosi e meno affabili del distillato, che a noi piacciono tanto tanto: un po’ più di grip al naso ci avrebbe fatto salire anche sopra a 84/100. Grazie a Tiziana e Stefano per il sample.

Laphroaig 14 yo (1999/2013, Whiskyclub.it, 46%)

foto-37N: a suo modo, pare prendere in prestito gli elementi distintivi degli altri due: del coetaneo LBB si prende l’austerità vegetale e iodata, senza però riuscire a pareggiarne gli eccessi; e infatti del cugino di sangue blu riprende i tratti più dolci e invitanti. Inoltre, un bel limone con una grattugiata di pepe. Se ripensiamo alla Pala, questo ci pare più equilibrato, meno contundente. P: decisamente il più vaniglioso dei tre e, decisamente, il meno torbato. Spiccano note molto zuccherine e di agrume (cedro, lime); emmenthal, forse un pit. F: rimane uno zucchero indistinto ma senza supporto isolano. Un che di mentolato.

Molto equilibrato al naso, mentre al palato (come già per la Pala) rileviamo un lieve sbilanciamento verso la dolcezza, con le anime più brutali di Laphroaig che restano in disparte, come addomesticate – per questo, 86/100. Grazie a Claudio e Davide per il sample.

Un breve commento: Laphroaig è senz’altro molto solida, e che si tratti della stessa distilleria è sempre evidente. Anzi, la vera lezione è che è difficile degustare tre whisky in fondo così simili, perché le differenze stanno tutte nelle sfumature, nelle diverse proporzioni dei medesimi ‘ingredienti’: è stata senz’altro una delle sessioni di tasting più faticose degli ultimi tempi…

Sottofondo musicale consigliato: Apocalyptica – Creeping death.