Clynelish 17 yo (1996/2014, Silver Seal, 51,9%)

Reduci dal Milano Whisky Festival 2018, non possiamo iniziare la settimana recensiva con una bottiglia qualsiasi: un Clynelish del 1996 selezionato e imbottigliato da Max Righi fa proprio al caso nostro. Dalla serie “Whisky is art” del 2014, ecco un barile ex-bourbon direttamente dalla distilleria delle Highlands che più ci scalda il cuoricino. Come spesso accade, beviamo insieme ad Angelo Corbetta, che ci accompagna con le sue suggestioni.

N: che piacere, che fascino… Questo Clynelish è esattamente come vogliamo che siano i Clynelish che beviamo: austero e complesso. Si parte con la cera, tagliente e minerale, e con note intense di olio d’oliva e di erba falciata… Poi pian piano si apre su un lato di pastafrolla arricchita, di biscotti al burro, magari screziati da una scorza di limone. Una nota di pera cotta (suggerisce Angelo), a dare conto di una dimensione fruttata non scontata, sfumata ma presente.

P: che impatto, e che texture oleosa! Il primo sorso è molto simile al naso e non concede nulla a smancerie e ruffianate, esibendo anzi severa austerità, cera, mineralità oleosa e qualche sentore di distante fumo di torba. Poi man mano si apre, verso una dolcezza delicata ma piena, semplice ma travolgente, fatta di frutta bianca, zucchero a velo, vaniglia e panna cotta. Eccellente.

F: molto lungo e persistente, parte cremoso e poi si fa venare di cera, torbina e cereale.

Nel corso del tempo ci siamo forse abituati alla complessità di Clynelish e tendiamo a darla per scontata, un po’ come gli juventini si sono abituati a vincere i campionati: e però immaginiamo che, se sotto la loro (terribile) maglia bianconera batte ancora un cuore (forse no), debba essere comunque una sensazione piacevole portarsi a casa il titolo. Ugualmente, anche noi non sappiamo nascondere la gioia che proviamo davanti a un profilo come questo, perfetto e tagliente come piace a noi. 90/100, tondi tondi. Grazie, Max, per questo e per tanti altri samples…

Sottofondo musicale consigliato: Metallica – Disposable Heroes (acoustic, live at Bridge School 2007).

Botti da orbi – recensioni dal Whisky revolution festival

Torna la rubrica di recensioni di Marco Zucchetti, che ritroviamo ispirato come un trequartista brasiliano nelle giornate di grazia. Questa settimana lui e la sua folta barba tornano a Castelfranco Veneto, per la seconda parte del florilegio dal Whisky Revolution Festival (qui la prima, per chi se la fosse persa).

Clynelish 12 yo (2005/2018, Gordon&MacPhail, 55,1%)

Così come ti aspetti di finire con la bocca incendiata a pietire acqua e pane quando assaggi il chili messicano, ormai ti aspetti di immergerti nella cera appena ti avvicini a un Clynelish. Ma qui no, i refill sherry butt e l’alta gradazione funzionano da carta da regalo. Bisogna scartarlo. Senz’acqua al naso se la giocano note di miele d’erica e burro, con noce moscata e vaniglia. C’è della frutta (mango?) e dell’agrume, più arancia che limone. Forse un tocco acidino, non si sa bene se fruttato (mela renetta) o il burro che si fa rancidino. In bocca è dolce, malto fruttato, ananas, nocciole e di nuovo miele, ma stavolta biscotto al miele. Cioccolato al latte e un retrogusto di arancia amara. Bon, adesso però dato che per il 70% siamo fatti d’acqua, mettiamone una goccia. Sortilegio. Al naso ecco la cera, aromatica, con fiori di campo e una suggestione zuccherina di uva bianca. E in bocca, che miglioramento. Anche qui fiori, propoli, arancia e pepe bianco. Si rilassa, diventa confortevole e si lascia andare a un finale dolce, di mou, con zenzero e una frutta gialla matura. Senz’acqua è dignitoso, con acqua diventa un gran bel dram primaverile.

Trasformista. 86/100

Kilkerran 11 yo (2007/2018, Cadenhead’s, 58,1%)

In ogni videogioco c’è il mostro che non riesci a battere perché non trovi il punto dove colpirlo. Questo Kilkerran è un po’ così, il rompicapo del festival. Grado alto, sherry pesante, torba, marinità: mancano solo prosciutto e funghi per farlo diventare la pizza Capricciosa degli scotch. Intimiditi da tanta varietà di stimoli, ci si butta il naso. Olive nere arrostite, torba sporca ma piuttosto evidente. È umido, ti porta in un luogo tra la stalla (fieno umido) e la cantina. C’è del tabacco, i chicchi di caffè emergono nitidi insieme al caramello bruciato. La frutta è scura, prugne di ogni tipo e noci. Curioso tocco acido, come di vomito. Mi pare di sentire mia madre che si indigna: “Bleah, che schifo!”. Ok, allora bucce di prugne aspre. Con l’acqua la salamoia (marchio di fabbrica) si fa più netta, l’acidità diventa di vino. E anche divina. In bocca lo sherry è appiccicoso, caramello e caffè. Tantissima dolcezza, cioccolato (il caro vecchio Mars). È sciroppato, ma anche grasso. Pesce grasso affumicato, tannino sottoforma di chiodi di garofano. Sapori XXXL, pesi massimi che si confrontano fra dolcezza e bruciato. Vince la prima, con frutti rossi sciroppati, cioccolato al latte e un fumo che rimane a rassettare il campo di battaglia. Bella sfida, un gran bel casino sensoriale, come se Yin e Yang si prendessero a testate. L’acqua non gli cambia volto, rimane piuttosto omogeneo. La prepotenza con cui si impone la dolcezza non è bellissima, ma è uno di quei whisky che ti tengono compagnia per ore dopo averlo finito. Certo, devono piacere i rompicapi, i gusti estremi, i piercing, i formaggi puzzoni, il grunge, il calcio del West Ham. Se non volete regole e giornate facili, è fatto per voi.

Taglia forte. 87/100

Old Perth 2004 13 yo (Macallan and Highland Park, 43,8%)

Alla prima occhiata pensi di avere un problema di cataratta o daltonismo selettivo, probabilmente non vedi bene i colori, ma solo i liquidi. Ha 13 anni ma è scurissimo, di un mogano scuro che ben sta su rum e Armagnac. Appurato che la tua vista è ancora buona e che il colore è solo colpa di quel birbante dello sherry, dai una snasata. E pensi di avere un problema spaziotemporale: meglio controllare di essere ancora nel XXI secolo, perché dal bicchiere ti arrivano suggestioni ottocentesche di vecchia biblioteca, poltrone di cuoio, tabacco da pipa, un che di cantina. Quanta è bella giovinezza lasciatelo dire ai poeti rinascimentali, noi si preferisce la vecchiezza. Il naso non vuole staccarsi, ci pesca ancora more, uvetta, cioccolato fondente, chiodi di garofano, perfino un filo di torba e dei frutti scuri, tipo more. Sembra Benjamin Button, ha 13 anni ma dimostra i secoli. E cambia parecchio, in dieci minuti le note stantie si dissolvono e resta una dolcezza di panettone e amarena sciroppata. Forzandosi (il naso è tiranno, vorrebbe tenerselo tutto per lui), gli dai un sorso. Severo come la signorina Rottermeier, secco come la nota di una maestra. Lo sherry è sovrano, il legno impera. Ci sono le note amare dei Macallan (noci, caramello bruciato), il lato fruttato è limitato a un tocco di fragola, si gonfiano le spezie con pepe nero e cannella. La dolcezza è limitata al malto, ma anche se in secondo piano si avverte. Il fumo di Highland Park cuce insieme l’arazzo. E quando pensi di averlo capito, nel finale assai lungo ecco il sorprendente ritorno delle more (come le vecchie e care Big Fruit), un tocco di cola, uvetta a piene mani. Ecco, ci sarebbe da prendere un aereo, andare a suonare alla porta di Morrison&Mackay e implorarli di ritrovare quella botte, se ancora c’è. Buttare via il Billy dell’Ikea, la pianta che tanto viene l’inverno e di sicuro muore. Farle spazio e metterla in casa, come l’opera d’arte che è stata.

Storiografico. 90/100

Clynelish 20 yo (1996/2016, Signatory Vintage, 46%)

Signatory Vintage, imbottigliatore indipendente scozzese nato nel 1988, ha un serio problema di mancanza di morigeratezza. Se metti caso, vien voglia di imbottigliare un Clinelish di 20 anni a grado ridotto (a 46 gradi come di norma per la Un-chillfiltered collection), non si accontentano di un rilascio ma ne fanno quattro. Noi stessi, che pure non passiamo la vita a bere Clynelish pur amando particolarmente la distilleria, avevamo già bevuto un loro Clynelish 20 anni del 1996, ma trattavasi di altre due sister cask (6408 e 6409) unite apposta per l’occasione. A distanza di un anno assaggiamo invece il cask 6407, un hogshead che ha contenuto bourbon.

Clynelish_SignatoryN: aperto e piacevole, si parte con note molto ‘gialle’: frutta bianca e gialla (pesca bianca e mela gialla, per i pignoli), piuttosto cremoso con crema pasticciera, vaniglia e tanta pastafrolla cruda – ha un carattere profondamente burroso (burro fresco) e molto minerale, tendente alla cera e alla frutta cerata di marzapane. Ha anche una bella nota di limone, anche un po’ di scorza.

P: molto pieno ed esplosivo, il corpo e l’intensità sono molto decisi a dispetto del grado ridotto. Ripropone alcuni felice adagio del naso, tra cui una dolcezza vanigliosa robusta e strutturata, e una frutta gialla matura e piena, al limite del tropicale: pesche, sicuramente. Sorprende però una trama oleosa e compatta, che rimanda alle classiche suggestioni di cera e minerale, tipiche di Clynelish, che il naso non sembrava promettere. C’è anche una punta agrumata, anzi: del bianco degli agrumi (albedo, per i pignoli di cui sopra).

F: lungo e cerealoso, molto pulito, appena screziato da una venatura minerale ed erbacea acre, quasi torbata. Un ricordo d’olio d’oliva.

Rileggendo la recensione compilata un anno fa, non possiamo che rimanere compiaciuti per la sostanziale costanza sia della distilleria che delle nostre impressioni, in un tripudio di convergenze tra soggetto e oggetto, tra realtà e percetto. Tornando sulla terra, diciamo che questo Clynelish forse non entrerà nella mitologia, magari complice anche il grado ridotto, e nemmeno ci lascerà esplorare abissi di complessità, ma pare aver trovato un perfetto equilibrio tra dolcezza, acidità e mineralità. Piacione e austero, esiste un whisky del genere? Sì, è Clynelish. 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: Paolo Nutini – New Shoes

Clynelish 12 yo (1971, Ainslie&Heilbron for Edward&Edward, 56.9%)

Vediamo di leggere il titolo di questa recensione, analizziamo cosa ci dice. Clynelish 12 anni, imbottigliato nel 1971… Dunque la distillazione è sicuramente precedente alla fondazione della ‘nuova’ Clynelish, e dunque trattasi di fatto di un whisky che oggi chiameremmo Brora. Ainslie & Hebron è il nome della compagnia che ricostruì Clynelish a fine ‘800, per poi vendere a quella-che-sarà-Diageo dopo la celebre crisi dei Pattinson, negli anni ’20. Tra gli anni ’60 e gli ’80 (secondo whiskybase, anche oltre) sono usciti diversi imbottigliamenti di Clynelish a questo marchio, e si tratta di bottiglie pressoché leggendarie, rare e ormai costosissime. Edward & Edward altri non è che Edoardo Giaccone, il Baffo, proprietario della storica Whiskyteca di Salò – pensate – aperta addirittura nel 1959!, e di Clynelish 12 imbottigliati per lui da A&H ce ne sono diversi. E se fate caso all’ultimo numero vi rendete conto che è a gradazione piena: e sappiamo bene che all’epoca erano in pochi a imbottigliare così. Beh, lo capite pure voi che qua siamo al top – e prima di bere, ringraziamo Giuseppe (il Bevitore Raffinato) per l’impagabile omaggio.

N: molto acuto e tagliente, qualitativamente spaventoso e sorprendente. Innanzitutto, l’apporto della torba è molto cesellato, elegante, trattenuto: la mineralità che ne consegue è delicatissima ma anche per questo deliziosa; non c’è da aspettarsi una cera esuberante (errata corrige: arriva, ma solo dopo un po’, ed è da panico!), piuttosto esplode un lato marino, salmastro, iodato (aria di mare sferzante, quando piove al mare; note di pioggia, di terra bagnata), con sentori di limone – anzi: di semino di limone. Pian piano, con pazienza, emerge un lato delicatamente ‘dolcino’, tra una mousse al cioccolato bianco, della vaniglia, un marshmallow. Elegante e trattenuto. Una spolverata di cardamomo?

P: conferma le premesse olfattive, risultando tagliente, affilato ma delicato: a grado pieno, è sia grasso e oleoso che molto fresco. Esibisce una sapidità e una freschezza limonosa veramente poderose, frizzantine. Ancora salamoia, cera e miele. Il lato più dolce è, come al naso, verbalmente facile: panino al latte, vaniglia, zucchero bianco, un che di cioccolato bianco. Con aggiunta d’acqua, appare ancora più evidente il cereale, l’orzo, spettacolare. Un filo di fumo, forse.

F: lungo, persistente, ancora scisso tra limone, la marinità, ed emerge un filo di fumo. Ostriche, perfino…

Il profilo è quello che idealmente ci piace di più: Clynelish, da questo punto di vista, è una sicurezza. Rispetto ad altre versioni degli stessi anni che abbiamo avuto il privilegio di assaggiare (alcune presenti qui), questo è solo leggeremente torbato, non tanto ceroso, per contro molto salmastro e iodato, con una dolcezza elegante e trattenuta. 92/100, delicato, semplice forse ma di una semplicità unica, introvabile, irripetibile, irrimediabile, irresponsabile.

Sottofondo musicale consigliato: Radiohead – Daysleeping.

Clynelish 1997 (2017, Carn Mor, 57%)

La compagnia Morrison & Mackay è nel business dell’alcol britannico dall’inizio degli anni ’80: dopo liquori, gin e altre amenità, dal 2008 seleziona e imbottiglia single malt scozzese. È nel 2012 che viene lanciata la serie ‘premium’ di single cask con nome “Carn Mor”: e da qualche mese Lost Drams, azienda di importazione e distribuzione di distillati che fa capo al prode Fabio Ermoli, ha portato in Italia queste bottiglie, presentandole in anteprima all’ultimo Milano Whisky Festival. Noi in quell’occasione abbiamo adocchiato alcuni whisky piuttosto solleticanti, e iniziamo ad assaggiarli partendo da un Clynelish maturato in uno sherry puncheon.

N: un profilo sicuramente particolare. Dà l’idea di un whisky pesante, dove gli aromi faticano a uscire dal bicchiere ma che d’altra parte si mostra delicato, assolutamente non alcolico. Piano piano si mostra un profilo levigato, con note di tabacco, tamarindo, cola, una leggera suggestione sulphury di brodo di carne e – perché no? – di cera, in crescita. Soprattutto quest’ultimo rende conto di un distillato bello grasso, capace di dialogare alla pari con la botte. Bontà, ma certo non per i palati (pardon, nasi) in cerca di ruffianeria. Via via si apre, e fa venire in mente le fragole disidratate, o addirittura: certi infusi di frutta essiccata; scorzetta d’arancia secca. Pasticcino con fragola. Ogni istante che passa, diventa più aperto, più profondo, più entusiasmante. Profumo di un sigaro cubano morbido, nuovo, appena uscito dall’humidor. Continuamente cangiante, splendido. Candela di cera aromatizzata alla fragola. Agrumi. Basta, fermati qui!

P: si chiarisca un punto: i 57% non ci sono, non esistono, sono scomparsi, rimasti nella bottiglia, nel sample, chissà. Molto coerente col naso, ha un attacco ‘sporco’ e sulfureo, poi evolve verso una deliziosa cera (di candela, non cera d’api) con innesti di fragole, e man mano va verso un profilo più dolcino, più compiutamente fruttato. Brioche, di quelle tanto, tanto burrose. Esplosiva è la frutta, che appare una frutta ‘cerata’ e cerosa, quasi di marzapane; c’è una bella presenza agrumata, di arancia rossa soprattutto – a tratti appare un’arancia rossa quando è troppo matura, per non dire marcia, che si lega perfettamente al sulfureo. Poi c’è cioccolato al latte, c’è pasta di mandorla.

F: rimane il doppio binario del sulfureo e della delicatezza, in perfetto equilibrio; lascia la bocca deliziosamente impastata di frutta rossa e agrumi sulfurei, senza alcun cenno d’astringenza.

Talvolta, quando abbiamo bevuto qualche dram di troppo e ci sentiamo di poterci sbilanciare su questioni tanto delicate, ci capita di rispondere “Clynelish!” alla domanda “qual’è la tua distilleria preferita?”: e bere whisky come questo non fa altro che rinforzare quella convinzione. Straordinario, un distillato particolarissimo, unico, delicato e grasso al contempo, che si unisce con straordinaria eleganza a un barile – fortunatamente – non troppo marcante se pure certo non passivo. Magnifico. 92/100.

Sottofondo musicale consigliato: Cesare Cremonini – Poetica.

Great King St. ‘Artist’s Blend’ (2016, Compass Box, 43%)

Schermata 2017-07-31 alle 11.54.52Il blender più cool del mondo dello scotch, quella realtà che sta costringendo l’industria a ridefinire i propri confini e le proprie regole, o per lo meno sta spingendo tanti players sulla strada della trasparenza: Compass Box, ancora tu! Oggi assaggiamo una delle edizioni base, ovvero il Great King Street ‘Artist’s Blend’: come di consueto la ricetta è dichiarata, e la trovate nell’immagine qui a fianco. C’è tanto grain, qui, dato che un 46% è Cameronbridge: e ci sono anche componenti bizzarre, dato che il 17% della miscela è a sua volta una miscela di Teaninich, Clynelish e Dailuaine finita per due anni in quercia francese. Ma insomma, lasciamo perdere la teoria, passiamo alla pratica…

blend_gre1N: apertissimo e di grande morbidezza, è tutto improntato a una dolcezza immediata, facile. Pasticcino alla frutta, miele e fiori freschi sono le prime suggestioni che ci colgono: c’è un bel pizzico di vaniglia, un vago senso di frutta gialla indistinta, ma sono soprattutto due descrittori a farla da padrone – la pera, onnipresente e pervasiva, e un cereale caldo, proprio la spiga di grano!

P: semplice, certo, ma piuttosto intenso e sorprendentemente cremoso. Questa cremosità si materializza ancora sotto forma di purea di pera, pasticcino alla crema (pastafrolla a go go, vaniglia), cioccolato bianco. Un che di zucchero filato. C’è anche una sfumatura vegetale, erbosa o erbacea: note di fogliame, tiè.

F: non lunghissimo, tutto su una piacevole pastafrolla burrosa.

Semplice, certo, ma buono, senza quei grossi difetti che spesso prodotti di questa fascia presentano. È un blend senza età dichiarata, giovane, in cui la gioventù non è troppo ‘aspra’ ed evidente; la composizione è elaborata e complessa ma non risulta troppo artefatto nel bicchiere (è dolce, non dolciastro) e in definitiva rimane equilibrato nella sua semplicità: 84/100. Come al solito, ottimo lavoro.

Sottofondo musicale consigliato: Calvin Harris feat. Pharrel, Katy Perry – Feels.

Clynelish 20 yo (1996/2016, Signatory Vintage, 46%)

Due barili ex-bourbon (6408 e 6409), distillati a Clynelish nel 1996, il giorno dopo che Sammy Hagar abbandonava i Van Halen, sono per ventura finiti nelle mani di Signatory Vintage, imbottigliatore scoto tra i più prestigiosi – vent’anni dopo, il liquido ormai messo in vetro, un campione giungeva nell’armadietto di due blogger, che decidevano di dunque recensirlo per combattere le ingiurie del tempo e, soprattutto, la noja. Qui le impressioni.

clysig1996v4N: il marchio di fabbrica di Clynelish è lì, in prima fila, ad aspettare i nostri nasi. C’è infatti da subito una nota di cera e profondamente minerale (cera di candela, proprio) da capogiro, perfettamente integrata col contesto: un ciottolo di fiume, ma leggermente salato. Un ciottolo di fiume decontestualizzato e tenuto a maturare in onde marine? C’è un limite alla nostra idiozia? Per il resto, esibisce una generosa zuccherosità, tra la vaniglia, le pere mature, il pasticcino alla frutta, la pastafrolla (cruda, dice uno di noi). Una zesta di limone, anzi: del limone grattugiato (nella pastafrolla cruda, dice uno di noi). Poi, c’è un lato vegetale e leafy, clorofilloso, da fitto fogliame.

P: il corpo è leggerino, ma l’effetto è di una beverinità atroce. Sostanzialmente coerente, con qualche minima deviazione. Il primo impatto è ancora sulla cera, a marcare il territorio, e non manca quella dimensione minerale e leggermente vegetale (al limite della foglia di menta) di cui sopra. Tè alla menta zuccherato! La dolcezza è invece più timida, meno cremosa: c’è ancora la vaniglia, c’è ancora una leggera pastafrolla, ancora pere – e pure c’è il marzapane, e tanto cereale caldo e dolcino.

F: un finale che ripulisce la bocca, ancora su note minerali, di mandorla, di tè alla menta e un leggero legno tostato, quasi fumosino.

88/100. Questo è uno stile di scotch che non ci stanca mai, e probabilmente mai ci stancherà: pulito, godibile, rotondo e pure screziato, appuntito da una dimensione minerale e cerosa che regala ulteriori strati di complessità: Clynelish come deve essere. Un ottimo modo di iniziare la settimana…

Sottofondo musicale consigliato: Van Halen – When it’s love.

Whisky de Table (2017, Compass Box for La Maison du Whisky, 40%)

Se La Maison du Whisky, storico négociant di whisky francese, e Compass Box, visionario blender scozzese, uniscono le menti i risultati non possono non essere provocatori e degni del più attento interesse. Per celebrare i 60 anni dell’azienda francese, Compass Box ha ideato il “Whisky de table”, cioè whisky da tavola: il concept è quello di un whisky da bere durante il pasto, magari con ghiaccio, e la bottiglia richiama ovviamente quelle del bianco novello francese… Si tratta di quattro single malts, invecchiati singolarmente per tre anni in barili di Buffalo Trace (di solito particolarmente ‘dolce’, ci spiegava un cooper la scorsa settimana, rispetto ad altri barili ex-bourbon): la composizione è 48,1% Clynelish, 10% Caol Ila, mentre la quota di Benrinnes e Linkwood ci sfugge.

m51719N: ovviamente giovane, vien da dire, e onesto nel mostrarlo. Molto fresco ma con una venatura di torba, un lieve filo di fumo che conferisce spessore al profilo generale: e iniziamo proprio da qui, dalle note torbatine e minerali, che si abbarbicano su una freschezza agrumata (limone, lime) e su una frutta gialla, soprattutto candita (e viene in mente anche una mousse di pera). A proposito di canditi: zenzero. Una note erbacea, anzi proprio erbosa: lemongrass.

P: grande coerenza, riassumendo diremmo “come al naso, ma più caldo e più amarino” – ma perché riassumere. Ha un’ottima intensità, se paragonata a un corpo non esplosivo; l’agrume resta presente, ma molto meno, spostandosi più sul pompelmo. Ancora pere (mousse di), forse una dolcezza più caldina.

F: generosi rabbocchi di fumo, ostriche e una mineralità diffusa – il tutto su un tappetino di pere.

Ora, noi dobbiamo dichiarare un problema con il whisky: a noi piace tanto anche il new make, abbiamo scoperto, quindi di questi tempi non consideriamo la gioventù, anche estrema, come un problema per forza. Questo WdT ci pare di grande complessità, o per lo meno varietà, anche se ovviamente si tratta di un imbottigliamento piuttosto semplice. Il profilo corrisponde al nostro gusto, e si fa bere con una facilità estrema: gli diamo 84/100 perché ci piace, non è un giudizio strettamente tecnico (se lo assaggiassimo blind cosa diremmo?) ma – come dire – emozionale. Buono buono, bravi tutti.

Sottofondo musicale consigliato: Joss Stone & Nneka – Babylon.

Clynelish 22 yo (1993/2016, Silver Seal, 51,7%)

15135744_1319847718033550_2396878755779385999_n
angoli di whisky antique

Dopo aver assaggiato un Clynelish ‘italiano’ finito in Tokaij, ci ha punto vaghezza di restare a Brora e di sbevazzarci un altro single cask della distilleria più waxy di Scozia. Perché non mettere alla prova un ventiduenne selezionato da Max Righi per la sua Silver Seal, nella linea Whisky is classic…al? Peraltro, qualche settimana fa abbiamo fatto un giro nella nuova sede di Whisky Antique, vetrina commerciale della passione di Max per l’acquavite di cereali: sempre a Formigine, la nuova sede diventa ben più di un semplice negozio, con l’esibizione di pezzi rarissimi in un corner dedicato al collezionismo, promesse di sinergie con un ristorante al piano di sopra, perfino una terrazza dedicata agli abbinamenti tra malti, rum e sigari. Un tripudio per gaudenti epicurei, insomma: se siete da quelle parti, fateci un salto! Adesso basta con la pubblicità, facciamo noi un salto nel bicchiere.

img-2d-0011-20160512182643_im319783N: esprime una mineralità pazzesca, a base di torba e olio di oliva. Burro fresco, terra bagnata e persino aria di mare. La tipica cera di Clynelish qui latita un poco, ma è degnamente sostituita da un lato fruttato molto intenso: pesche, ananas sciroppato. Anche sontuosi bignè e pasta di mandorle.

P: molto coerente rispetto al naso anche se invertiremmo i termini della narrazione. Si afferma infatti una dolcezza ammaliante a base di crema pasticcera e pasta di mandorle, mele gialle e pesche; è una sorta di iperdolcezza che però paradossalmente riesce a essere trattenuta. Solo in un secondo momento ritorna quel senso di terra umida e di minerale. E la torba è abbastanza pronunciata. Una punta speziata (chiodi di garofano?).

F: a sorpresa si affaccia la cera, a nobilitare un finale ricco di riverberi fruttati e minerale. Fumo molto leggero.

90/100 tondi tondi, grazie alle sfumature di coerenza tra un naso leggermente più earthy e un palato invece più dolce, di una dolcezza enorme ma mai ruffiana, come accade solo in certi capolavori, guidati dal distillato, delle Highlands. Eccellente come tutti i Clynelish selezionati da Max che abbiamo avuto il piacere di assaggiare: grazie mille per l’ospitalità, e grazie mille per il sample!

Sottofondo musicale consigliato: Pearl Jam – Off He Goes.

Clynelish 18 yo (1997/2015, Wilson & Morgan, 53,3%)

bela-bartok
ciao!, sono Béla Bartok e ti guardo dritto negli occhi

L’anno scorso un imbottigliamento italiano si è preso la medaglia d’argento al premio Best Whisky del Milano Whisky Festival e, qualche mese dopo, pure quella di bronzo ai Malt Maniacs Awards: noi, si sa, ci muoviamo con la rapidità di un bradipo, la reattività di un ippopotamo azzoppato e la tempestività di un pullman dell’ATAC, e arriviamo solo oggi a metterci sopra naso e fauci. Meglio tardi che mai, dice qualcuno, meglio prima che poi, dice quell’altro: in questo tripudio qualunquista ci piace ricordare come il suddetto imbottigliamento altro non sia che un Clynelish diciottenne, selezionato dal trevigiano Wilson & Morgan. La peculiarità è che si tratta di un wine-finish in Tokaji, vino dolce dolcissimo che giunge dalle terre di Béla Bartok – e la speranza è che il risultato sia degno di un quartetto per archi dello stesso. Sì, ce la meniamo di brutto.

retrive_image-phpN: per nulla alcolico. Abbiamo qui anzitutto un cocco grattuggiato a livelli davvero importanti. Ricorda felicemente i cesti natalizi di frutta secca, ma anche la pasticceria marocchina, ricca di miele. Arancia molto matura, albicocche disidratate e cioccolato al latte, noce di pecan. La dolcezza è imponente e ricorda quella dei bourbon ma abbiamo comunque la complessità di uno Scotch. Certo l’anima di Clynelish è qui trasfigurata, con poca o nessuna mineralità, ma questa nuova creatura non è niente male. Noce moscata.

P: ripartiamo da un cocco devastante, sia secco che in pasticceria, e dall’arancia matura. Inoltre, sempre in grande coerenza col naso, tornano la noce di pecan e le albicocche disidratate e in confettura. La dolcezza liquorosa del Tokaji è devastante. Poi però arriva quello che non ti aspetti: da tutto questo concerto di leccornie emerge una nota torbata, ostinatamente minerale, che riconosciamo come una strenua testimonianza dell’anima del distillato. E forse è proprio questo guizzo a riequilibrare il tutto, a rendere sostenibile un dram comunque molto particolare.

F: arancia matura e albicocca, marmellata di fragole. Una dolcezza ancora ‘bourbonosa’ ma di nuovo smussata da una suggestione torbata. Molto particolare.

Pur essendo estremo non ha veri difetti, anzi: l’esperimento è senz’altro al limite, e se non avessimo saputo che di Clynelish si tratta mai avremmo saputo indovinarlo – e però l’esperimento è pienamente riuscito, se è vero che ce lo siamo bevuti con grande, grande soddisfazione. Non è forse un daily dram, ma ha note intense ed uniche la cui condanna proprio non sapremmo formulare: 89/100 è il verdetto per un whisky eccellente.

Sottofondo musicale consigliato: Béla Bartok – String Quartet n.5.