Botti da orbi: Clynelish al cubo, tre pezzi da novanta

In spregio ad ogni umana fratellanza e ad ogni pietas, invece di cingere con amichevole braccio le spalle dei due Facili gravate dal peso degli anni e dei malanni, l’umile scrivente ha deciso di approfittare della loro assenza per malattia per darsi alla pazza gioia con l’amico Corrado. Il quale – fra le innumerevoli qualità – conta anche una generosità fuori dal comune. E fuori anche dal Politecnico, considerato che il luogo del ritrovo carbonaro è stato il covo dei Corbettas. Fuor di calembour, Corrado ha voluto condividere un ricco bottino, ovvero una schiscetta piena di samples di Clynelish. Sei magiche boccette direttamente dal tasting organizzato dal forum di singlemaltwhisky.it,  sei facce del dado, sei strade per salire all’olimpo di cera e mineralità della distilleria fu-Brora. Vediamo da quale sentiero si gode la vista migliore.

122051-bigClynelish Distillers edition (2018, OB, 46%)
Uh, che goduria olfattiva! Iniziamo subito con le considerazioni creative: può un whisky essere beverino al naso? E’ una sinestesia da pazzi pericolosi? Eppure è invitante come un negozio di giocattoli: apre sulle note liquorose, ma più che Oloroso seco, come dice l’etichetta, qui sembra di annusare il vin santo. Sfoggia una freschezza di aranciata che prelude al lato più cerealoso, diciamo i Frosties, a sottolineare la dolcezza. Uvetta, un che di cerino spento e poi, senza grandi avvisaglie, ecco sulla scena del sapone ai frutti rossi e del poutpourri. Angelo si lascia trasportare: profumo da donna di lusso…
Poi, svolti la curva del palato e… ti ritrovi in un altro mondo. Qui è molto affilato e l’alcol più evidente. Rimane la vinosità, ma ora sì più secca. Buccia di mela, nocciolo di pesca. Il legno rende tutto molto asciutto e poco gentile: spezie (chiodi di garofano, forse anice stellato) e polvere di caffè. Il finale è coerente, tendente all’amaro e alla mandorla. Buona persistenza, pizzico di sapidità finale.
Chiamate uno whischiatra, perché questo malto è un po’ scisso. Due vinosità differenti, due sensazioni differenti. Il voto tiene conto di questa carenza di equilibrio e purtroppo penalizza un whisky dall’olfatto eccellente ma che non rispetta le promesse. E a noi i bugiardi non piacciono granché: 83/100.

141010-bigClynelish 20 yo (1996/2016, casks 6410 e 6411, Signatory vintage, 46%)
Come la Panda rossa degli anni Ottanta, il Clynelish SV è uno di quei classici talmente diffusi che anche per sbaglio chiunque ci è incappato. Tra questi anche J&G, che hanno recensito una versione gemella, blend dei due barili precedenti, il 6408 e 6409: Carramba che sorpresa! Esauriti i convenevoli, subito è chiaro che è un altro sport: molto più rispondente ai canoni della distilleria (che poi, sono convenzioni, suvvia), apporto del legno minimo. Si apre con mela gialla, di quelle con la cera sopra a renderle lucidissime. Miele di erica, sventagliate di pera e banana, torta di mele con lo zucchero a velo (ma di quelle senza burro, che ti lasciano insoddisfatto, sospira Corrado con nostalgia). Whisky decisamente giallo! E infatti spunta una scorzetta di pompelmo, che con un profumo di pasta di pane (lievito, cereale), dà l’idea di un malto giovane, cosa che non è. Una voce dice: “Sembra un Glen Grant più minerale” e il paragone regge.
In bocca è omogeneo, stesso attacco di mela/pera. Poi però scende sovrappensiero verso il mare: ciottoli bagnati e asciugati, salinità, limone. Eccola, la mineralità rincorsa come la pietra filosofale! Di nuovo legno assente, compare giusto un che di frutta secca chiara, tipo macadamia. Nudo e costiero, nel finale si fa amarognolo (albedo del limone) e un filo di pepe bianco pulisce tutto.
Didattico e semplice, come quelle tavole per insegnare le lettere alle elementari: C di Clynelish, è lui. Certo, se proprio si deve trovare un difetto, da un vent’anni ci si aspetterebbe qualcosa in più, ma tanto ne abbiamo altri 4, quindi non ce la prendiamo. E dunque tra 84 e 85 scegliamo un 85/100.

clymdw1996Clynelish 20 yo Artist collective #1.3 (1996/2017, La maison du whisky, 48%)
Se l’Olimpo fosse a Cremona, si potrebbe camminare per km senza fare un metro di dislivello (e senza vedere a un passo per la nebbia). Invece è una montagna, quindi si sale, sia come grado che come pedigree. Ecco dunque un blend di due barili di sherry imbottigliato dalla Maison du whisky per la splendida serie Artist Collective. Qui le cose si fanno complesse, il naso è più criptico ma si capisce subito che sarà vera gloria. Si apre sulla marmellata di arance e mette sul tavolo un curioso e intrigante aroma di rabarbaro, quasi di vermut. E’ dolce/amaro, giocato tra bastoncino di liquirizia e fichi secchi. I frutti rossi non sono freschi, vengono in mente le bacche di goji disidratate e le scorze di arancia dragee. Lo sherry è profondo, umido, con foglie di tabacco e un’arancia rossa ipermatura.
In bocca dilagano cioccolato e caramello, perfino zabaione. Che cremeria!, direbbero i tizi che non trovavano Gigi nello spot. Fa capolino un’intrigante torbetta strana, levigata dal tempo: è la maschera che indossa la mineralità della casa, diciamo di grafite o polvere pirica. Un dubbio si fa strada: e se avessero usato botti ex Brora? Dovremmo contare gli anni, ma preferiamo lasciarci trasportare al secondo palato, dove il legno regala ancora liquirizia e un retrogusto di pepe. Prugne secche, anche!
Il finale è epico, prima il chinotto (prima il frutto, poi proprio la bibita); di nuovo rabarbaro, cacao amaro e una lunghezza che si stempera in un sorriso dalle labbra salate.
Eccellente, impegnativo, variegato. Non c’è la cerosità? Ce ne facciamo non una, ma due ragioni: 90/100.

1541Clynelish 2004 Expression (2004/2018, MaSam, 54%)
Toh, Zeus ci viene incontro. E chi se non Samaroli può fare le veci del padrone dell’Olimpo? Il sample arriva da una di quelle evocative ampolle della serie “From Silvano’s collection” e curate dalla moglie Maryse. Noi lo beviamo da un boccettino prosaico, ma confidiamo nella poesia liquida. Il colore assai pallido ci dice che le botti qui si sono sedute in platea ad applaudire l’evoluzione del distillato, e in effetti il naso è assai “sour”: ananas acerbo, limone e lime, note di fermentato. Sale poi una dolcezza zuccherina di uva spina e una mineralità non precisa, tra l’agrume e il sale: Citrosodina? Serve tempo, qui. Chi attende incapperà in una nota tropicale quasi da vecchio whisky, anche se qui non si parla di anziani. L’alcol non è evidente, ma forse tiene il guinzaglio ai profumi. Due gocce d’acqua migliorano il tutto e fanno emergere la candela spenta.
Un bisturi: affilato, pungente, pepe e peperoncino aprono la sarabanda. Poi è la frutta a dilagare (limone e pompelmo, ma anche macedonia matura e mela golden). Molto aromatico, miele millefiori. Si direbbe quasi balsamico. Alla dolcezza si contrappone la sapidità: cioccolato bianco con grani di sale, se la Lindt ci legge può brevettarlo. Nocciola. Con l’acqua si fa ancor più avvolgente, deliziosamente ceroso. Finale frizzante, limonoso e marino. Angelo estrae dai baffi il ricordo del sale turco al limone. Corrado oggi in vena di similitudini butta lì: un Ardbeg senza la torba. Molto austero, non nasconde gli spigoli e ne fa un vanto. Il naso inizialmente banale è solo il preludio a una grande esperienza degustativa, un sudoku infernale che è una gioia risolvere. 90/100, ma Angelo sarebbe stato più generoso.

60365-bigClynelish 10 yo (1995/2006, James McArthur, 58,9%)
Qui, al contrario del Samaroli, siamo contenti di avere il nostro boccettino, perché la bottiglia della serie The Way of Spirits, con la sua croce celtica sopra, è mesta come una di quelle cartoline con la scritta “Saluti da Gabicce mare”. Ci aspettiamo molto dal nostro N5, dato che i ragazzi del forum lo hanno messo al primo posto nel sestetto. Il primo naso è un po’ strano, tela cerata e un filo di zolfo. Di sicuro non nasconde i natali costieri, dato che fa capolino anche una nota di alghe riarse. L’alcol è ingombrante, ma non dà fastidio. Anche lo sherry sgomita, e accanto a una nota di pesca all’amaretto e arancia un po’ andata, spunta un netto accenno metallico, di rame. Pera e senape in grani, tipo mostarda.
Chi ha proditoriamente messo del cioccolato al latte nel nostro dram? Proprio Lindor, dolcezza e cremosità. Una sensazione che si ripete nella nota di miele di castagno e di lemon curd. Toffee setoso e un clamoroso sentore di marron glacé. Eppure rimane quel filo sulfureo mai sgradevole, ora accompagnato al pepe. Con l’acqua cala la dolcezza e sale il sale (!). Liquirizia salata. Splendido retrogusto di affumicato e quasi terroso.
Il finale è lungo e dolce, crema di marroni e cioccolato fondente, l’unica parte che con la diluizione perde un po’.
Beh, questo è giovane e incazzato, non c’è che dire. Decisamente tosto, fra tutti quello con meno compromessi e forse il più emozionante, come un ottovolante. Due di noi abbassano di nuovo la media, ma si resta comunque in quota: 88/100.

162340-bigClynelish 19 yo (1997/2017, Gordon and MacPhail, 55,5%)
Lo versiamo con la lacrimuccia che accompagna l’ultimo giorno di vacanza che chiude un grande viaggio. Un quasi ventenne (“19 anni e undici dodicesimi”) a grado pieno, imbottigliato per la serie “Germany at cask strength”: è quasi coetaneo del LMDW ma maturato in first fill American hogshead, quindi attendiamoci ricchezza. In attesa dei gioielli, ci accontentiamo di un cesto di frutta matura degno delle nature morte di Caravaggio: pesca, mela, melone, albicocca, ananas… Il tutto ricoperto da cera profumata e calda, a formare la tipica patina. Il legno non fa mancare il binomio vaniglia e miele, e invece del cocco di nuovo spunta la macadamia. Si fa sempre più tropicale col tempo, balena un che di fieno bagnato e poi esplode un burro fuso memorabile. Pandoro, sì, ma al triplo burro.
Pardon, quadruplo, perché continua in bocca. Ci mancava quell’oleosità che ha fatto grandi tanti Clynelish? Eccola servita! Le botti attive accentuano vaniglia e miele, ma potrebbero far poco se non supportate da un corpo quasi scultoreo: mela, banana e ananas maturo sul fronte frutta, cannoncini appena sfornati sul fronte pasticceria. In mezzo, noi, fortunati natanti sballottati dalle sensazioni. Un filo di sale, buccia di limone, un pizzico di zenzero e il naufragar ci è dolce… Finale fotocopia: crema, burro e sale. Avvolgente come un piumone.
Dopo tante asperità in questo viaggio, dopo whisky complessi e “pensati”, eccone uno rilassato, da bere più che da decodificare. Una intensità di sapori e una piacevolezza ammirevoli, quasi commoventi. Eppure questa relativa innocenza non sia scambiata per banalità. Questa è la terra promessa, dove scorrono latte e miele. Anzi è meglio, qui scorre burro fuso e miele, scusate se è poco. 90/100 anche se è un “whiskyfacile”.

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Ledaig 7 yo ‘Artist collective #1.2’ (2010/2017, LMDW, 57,1%)

Tutto si può dire dei francesi, che siano un popolo altezzoso e senza dio, che mettano l’aglio anche nel tiramisù e che i campioni del mondo siamo noi, popopoppopopo… Però se usciamo un attimo dalla dinamica da stadio o da barzelletta, bisogna riconoscere che quando fanno qualcosa difficilmente la fanno male. Prendiamo ad esempio il whisky, che tangenzialmente è anche quello di cui ci occupiamo qui. La Maison du Whisky della famiglia Bénitah è un’istituzione mondiale che – oltre a distribuire la qualunque e ad organizzare il Whisky Live di Parigi – trova pure il tempo di imbottigliare. Una delle etichette, spin off di “Artist”, è “Artist collective”, che riunisce in “collezioni” single malt dal packaging delizioso realizzato da artisti contemporanei. Bene, sfogata così la nostra espressività repressa e frustrata dal non aver fatto il Dams (dove pare il sesso libero fosse in ogni piano di studi), ci versiamo questo Ledaig 7 anni proveniente dalla prima serie: è stato distillato nel 2010 ed è un assemblaggio di 7 barili ex-Bourbon da cui sono state tratte 1785 bottiglie a 57 gradi. L’illustrazione è “3 bid_4 ask” di Bruno Saignez. Avessimo fatto il Dams forse lo conosceremmo, invece non abbiamo la più pallida idea di chi sia, beviamo e basta.

ldgmdw2010N: molto aperto, molto aromatico e pure molto buono, si capisce da subito. Note di mare, di ostriche, di alghe… Il fumo è massiccio, molto aggressivo e un po’ chimico: porto di mare, grigliata di pesce, tubo di scappamento. C’è quell’intensità sgarbata a cui ci ha abituato la distilleria Tobermory soprattutto quando distilla malto torbato. C’è poi una presenza robusta di limone, anche limonata zuccherata. Sale col tempo la torta Paradiso, un che di zucchero a velo che arriva dritto dritto dalle botti di Bourbon. Sempre più erbaceo, col tempo, ma anche sempre più dolce (ci pare di sentire una caramella Leone, qualcuno addirittura dice alla fragola).

P: qui è decisamente più dolce, in senso molto positivo. Intendiamoci, la torba è ancora il primo sentore che entra in scena, con fumo aggressivo, pepato, minerale e chimico. Eccezzziunale veramente. E il limone… quanto limone! Subito dopo esplode la dolcezza, coerente col naso: è una dolcezza influenzata dal barile, con vaniglia, pasta di mandorle e torta Paradiso – ma il tutto è perfettamente integrato e bilanciato. Anche qui molto erbaceo e vegetale, con bordate di pesca bianca e tanto distillato giovane giovane in evidenza. Ah, è a 57% ma uno neanche ci fa caso.

F: molto, molto lungo, con una torba chimica, da plastica bruciata e ancora un fumo acre; a cui si aggiunge il pesce, una marinità di ritorno che al palato sembrava ormai un mero ricordo. Limone, tantissimo.

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L’Artist Collective mentre si esercita su una nuova label

In un’altra vita probabilmente eravamo balenieri o guardiani del faro, perché il whisky costiero ancora esercita su di noi un fascino atavico. Figuriamoci poi un mostro di intensità e di inspiegabile equilibrio come questo giovincello, dove tutto è al massimo volume senza che una sola nota esca dallo spartito. Perfino la gioventù e l’alta gradazione qui diventano una qualità. 91/100, un’opera d’arte.

Sottofondo musicale consigliato: Art Brut – Alcoholics unanimous.

Glenlivet 10 yo ‘Collective’ (2007/2018, The Artist, 48%)

gli alambicchi responsabili di questo whisky

Uno degli aspetti più affascinanti del mondo Scotch è la complessità delle relazioni tra le distillerie, degli intrecci tra gruppi e personaggi – complessità se vogliamo speculare a quella del whisky come distillato. Botti, persone, addirittura pezzi di distillerie circolano per la Scozia spesso grazie a un’amicizia, a una qualche istanza commerciale magari risalente a qualche decennio fa. Da appassionati è una caccia al tesoro risalire alla fonte storica di un sentore, rintracciare un destino lontano nascosto in una frase nel retroetichetta. Un esempio curioso arriva dai permessi (o dai dinieghi) che gli indie bottler ricevono sulla possibilità di indicare in etichetta il nome della distilleria da cui hanno acquistato il barile. Da anni Glenlivet ha una politica molto restrittiva in questo senso, ma oggi assaggiamo due barili selezionati e sposati da La Maison du Whisky nella serie Collective The Artist, e – sorpresa! – ecco apparire la distilleria “valle del fiume Livet” sulla bottiglia. A cosa si deve il privilegio di far riferimento a una delle distillerie più longeve e vendute di Scozia? Certo non lo sappiamo noi, chiedetelo a Lmdw oppure smarritevi nella complessità proteiforme di poco fa, ché noi abbiam da bere…

N: molto interessante, ci aspettavamo un ruffianone e invece no. C’è subito un agrume netto, che potrebbe essere arancia o mandarino; facciamo mandarancio e la chiudiamo così. Una punta metallica, che ricorda il profumo delle sale degli alambicchi, poi note erbacee, da distillato, cereali caldi. Fiammatine fruttate qui e là, soprattutto di mela (chips di mele). Decise note acetiche, aceto di mele?

P: ottimo corpo, molto grasso e masticabile. Ancora agrumato, con mele rosse, chips di mele, toffee. Colpisce, soprattutto con un pelino d’acqua, una nota sulfurea inattesa (zolfo, proprio, cerino). Ancora cereali, un sacco di carruba.

F: abbastanza lungo, tutto su toffee, frutta secca e cereali.

Nella miriade di combinazioni possibili di cui si parlava in ingresso capita anche di assaggiare una delle distillerie più blasonate al mondo selezionata da uno dei whisky shop più famosi e capaci al mondo e di rimanere contenti a metà. Questo Glenlivet francamente non ci ha entusiasmato, il naso non ci convince, mentre il palato regala degli spunti, ma quella nota sulfurea rimane lì più come un punto interrogativo che non come un tratto del carattere. Complessivamente resta un buon whisky, per carità, ma noi ci fermiamo a 82/100.

Sottofondo musicale consigliato: Tredici Pietro feat Madame – Farabutto.