Stratheden (2018, Lost Distillery Company, 43%)

La Lost Distillery Company, che detta così sembra una via di mezzo fra il Signore degli Anelli e i Pirati dei Caraibi, è un imbottigliatore indipendente che si è messo in mente di assoldare un team di archivisti per recuperare le ricette dei vecchi whisky di distillerie chiuse e un team di master blender per assemblare diversi single malt così da ricrearle. Il che è meritorio perché dà lavoro a due categorie da preservare come gli archivisti e i blender, ma non toglie che siamo sempre in territori profondamente controversi, in cui l’idea di marketing alla base è francamente discutibile… Dato questo nostro superfluo contributo alla discussione filosofica sui remake di malti del passato,  si dà però il caso che molti dei whisky assaggiati fossero buoni. Certo, occorre sfrondarli di questa tremenda aura da Indiana Jones alla ricerca del dram perduto. Quello di oggi è un blended malt chiamato Stratheden, che la narrazione vuole essere una distilleria di Fife, chiusa nel 1926. Ma non saremo complici dello storytelling e non proseguiremo oltre.

stratheden-1N: presumibilmente piuttosto giovane, troviamo note di agrumi canditi molto evidenti (limone e soprattutto arancia). Ha una tensione acida non indifferente, che ci fa percepire assonanze con un Sauvignon per quella mistura minerale un po’ sporca (c’è un filo di torba acre, non fumosa). Spunta un piacevole ricordo di salamoia. Buono.

P: l’ingresso è soft ma intenso, per nulla acquoso. La sensazione è che il palato sia molto più dolce di quanto il naso lasciasse presagire. Caramelle dure alla frutta, pastiglia Leone all’ananas – sempre ammesso che esista. Un accenno di violetta è la ciliegina sulla torta di un profilo parecchio ruffiano. Forse un velo di salinità riverbera anche qui, ma la chiusura è di aranciata zuccherata.

F: prosegue sulla strada della dolcezza molto marcata: zucchero bianco e caramelle. Ma quel che resta è una una lieve nota erbacea appena minerale.

Avete presente quei calciatori improbabili che improvvisamente si inventano un doppio passo, un sombrero o un tunnel e si involano verso la porta? Ecco, neppure il tempo di entusiasmarsi per la giocata e subito sprecano tutto con tiracci scomposti o traversoni immancabilmente sbilenchi. Qui è lo stesso: il naso è molto promettente, ma subito palato e finale scadono in una dolcezza eccessiva. Peccato: 79/100.

Sottofondo musicale consigliato: Of Montreal – Past is a grotesque animal.

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Brora 28 yo (1982/2010, Whisky Agency for LMDW, 51,6%)

Oggi inizia la settimana che ci porterà all’evento più whiskoso dell’anno, la quattordicesima edizione del Milano Whisky Festival, che ogni anno attendiamo con trepidazione e sete massime. Tra l’altro quest’anno il festival raddoppia, fresco del record di presenze dello scorso anno, e occuperà ben due sale nella storica location dell’Hotel Marriott. Sembra quindi opportuno consumare la settimana di vigilia sganciando un paio di bombe a mano, qui nel nostro umile spazio internettiano, giusto per scaldare ulteriormente l’atmosfera. Di lunedì tocca a un Brora messo in vetro ormai quasi un decennio fa da The Whisky Agency, affermato imbottigliatore tedesco che ci ha regalato più di una gioia in passato. Questa bottiglia fa parte della serie “Private Stock” ed è imbottigliata per La Maison du Whisky. Parliamo di sole 222 bottiglie, un whisky ormai rarissimo, ma sapete che non ci fermiamo di fronte a nulla.

Brora-28-y.o.-Whisky-Agency-for-LMDW-e1432913499131N: possiamo dire fin da subito che il naso si è posato su un Brora con la B maiuscola, nel senso che ha tutti i crismi della distilleria. Da subito molto aperto: spicca un cereale minerale incontrastato, accompagnato da una patina cereosa evidente, favo di miele. Non è sporchissimo, nè tanto torbato (il fumo è solo flebile), però arrivano chiare le tipiche note farmy broresche, tipo balle di fieno, ma anche sala di consultazione di testi antichi. Finisce qui? Mavvaaaaa!!! Sfondano note di pasta di mandorle, buccia di pera, frutta gialla (pesca, albicocca). A suo modo delicato, e infatti pensiamo addirittura al gelsomino.

P: non delude, ma proprio per niente. Risulta allo stesso tempo dolce e ricco, ma è anche affilato, duro. C’è una grande masticabilità, a richiamare ancora la cera e il miele. Un cereale clamoroso, semplicemente delizioso, e ancora pasta di mandorle. La frutta è straripante: albicocca disidratata, mango, arancia, Su tutto aleggia un senso di libro vecchio, una farmyness a dire il vero non mostruosa, come altre volte ci è capitato con Brora, ma più su sentori di fieno caldo. Zaffatine di pepe nero.

F: rimane il sapore del chicco di cereale maltato con torba, secco e complesso. Molto sapido. Lungo, incantevole. Agrumato e delicatamente vegetale: sintetizziamo in albedo, anche se un po’ ce ne vergogniamo.

Un Brora di un’eleganza mostruosa, a suo modo fresco, diventato anziano in un barile ex bourbon che ha dialogato in maniera intelligente col distillato, senza prevaricarlo. La cera si riverbera infinita e vorremmo addormentarci per sempre con questo sapore in bocca. Dolce ma non eccessivo, broresco ma in maniera sussurrata, molto diversa dagli assemblaggi degli OB. Pare che gli ultimi anni a Brora si producesse malto meno torbato, e qui potremmo avere una parziale riprova. Il voto è alto e combacia con quello di IBR: 93/100.

Sottofondo musicale consigliato: The Notorious B.I.G. – Mo Money Mo Problems

 

Glenrothes 13 yo ‘Halloween Edition 2019’ (OB, 46,6%)

Persino momenti bucolici al Whisky Revolution Festival

Chiariamo subito una cosa: questa recensione e il suo incredibile tempismo sono il frutto del colpo di genio di un uomo e di una donna che, pur stremati al termine di due giorni di Whisky Revolution Festival in quel di Castelfranco, hanno gettato il cuore, il fegato e ogni altro organo vitale oltre l’ostacolo. La sala era ormai vuota, gli stand irrimediabilmente deserti, le bottiglie di whisky già tutte malinconicamente impilate a formare bancali, ma i prodi – il nostro Marco Zucchetti e Nadia Bastianon, che fino all’ultimo e oltre ha animato il banco di Velier – hanno realizzato all’unisono che Halloween era ormai alle porte e che proprio una distilleria in portfolio dell’importatore genovese aveva appena sfornato un’edizione limitata di 5000 bottiglie dedicata guarda caso a questa festa ammerigana. In un attimo il bancale era sbancalato, i due come furie ad aprire scatoloni, il sample riempito per la lieta ricorrenza.

9712_the_glenrothes_13_year_old_halloween_edition_2019N: riconosciamo subito una nota che ricorre nei whisky della distilleria, vale a dire un bel carico di frutta secca, soprattutto noci ma anche mandorle. Il profilo generale è di quelli umidi, tra la scatola di legno chiusa da tempo, il cartone bagnato e un filo di cera. Si sente anche la torba, ma abbastanza timida e dal fumo accennato. C’è poi tutto un lato che ricorda cose dolci molto cariche, tra il caramello, i fichi secchi, tanta scorza d’arancia candita e la mela rossa caramellata. Vaniglia, certamente, mentre la parte speziata la riassumiamo con una suggestione di pan dei morti.

P: attacca deciso, forte anche di una gradazione dignitosa. Le note agrumate dominano in lungo e in largo, con ancora arancia candita; dolce e ricco, avvolge il palato con note di vaniglia, creme caramel, uvetta sotto spirito, pesche succose e mele gialle. In effetti sembra fatto per riscaldare il cuore e accontentare i golosi che, con la scusa dei primi freddi novembrini, iniziano a divorare zuccheri a ogni ora del giorno. La torba è ancora un di più ed esce più che altro sulla distanza, regalando una suggestione di caldarroste e un filo di sapidità.

F: abbastanza lungo, su note di zucchero rappreso, cera e frutta secca. Vive la torba, ben integrata.

Chi segue questo spazio sa che su Glenrothes abbiamo spesso speso parole amare. Immaginatevi quanto potevamo partire prevenuti su un’edizione speciale di Halloween con un’extra maturazione in botti che hanno contenuto whisky torbato. E invece il magico mondo del whisky di malto è magnificente proprio perché sa stupirti a ogni assaggio, trasformare una sicura beffa in un whisky gradevole. In generale questo Glenrothes è ben congegnato, un malto moderno creato con uso spregiudicato dei legni per spingere forte su note zuccherine, sontuose, al limite dell’eccesso. Per chiuderla con un discutibilissimo gioco di parole, da cui d’altronde davvero non sappiamo esimerci, noi avremmo giurato fosse scherzetto, e invece era dolcetto: 86/100.

Sottofondo musicale consigliato:  Tones And I – Dance Monkey (acoustic cover)

 

 

Ardbeg 25 yo (1991/2016, Signatory for Kirsch, 51%)

Proseguiamo trionfalmente la nostra marcia d’avvicinamento all’edizione limitata di Ardbeg di quest’anno, il pittoresco Drum. L’altro giorno ne abbiamo salvato un bel campione nella festa pazza organizzata a Milano per l’Ardbeg Day e abbiamo tutta l’intenzione di riassaggiarlo con calma quanto prima… Nel frattempo ci si perdonerà se indugiamo ancora un attimo sugli imbottigliatori indipendenti: l’altro giorno questo splendido Ar10 di Elements of Islay, oggi un singolo barile addirittura venticinquenne, selezionato da Signatory per il quarantesimo anniversario di Kirsch Whisky, importatore e imbottigliatore tedesco dal 1976. Noi amiamo le celebrazioni e i quarti di secolo, e così alziamo di scatto il bicchiere, che contiene un liquido estratto da un refill sherry hogshead.

N: mamma mia, che splendore! Tutta la complessità di un vero Ardbeg ben invecchiato… Limone, limonata zuccherata, ma anche torta paradiso e zucchero a velo. Pastafrolla, lateralmente. C’è anche una dimensione fruttata deliziosa, nel cui panorama spicca l’ananas; lime, cedro. E non si può tacere la torba, molto vivace nonostante i tanti anni spesi in botte: gomma (boule dell’acqua calda), gasolio, copertoni. C’è qualcosa di erbaceo, che diremmo salvia, forse timo.

P: lasciateci qui, dimenticateci qui davanti a questo bicchiere (e però ogni tanto passate a riempircelo, per favore). Spettacolare, l’impatto è davvero impressionante. Partiamo dall’erbaceo, ancora con timo e salvia (anzi: erbe aromatiche bruciacchiate). Poi la torba, che qui si fa più fumosa, aggressiva, anche se viene meno la gomma. La dolcezza è soprattutto mielosa, con pastafrolla abbondante e generossa.

F: torna la gomma, scompare il fumo più acre. Ancora miele, ancora note di erba selvatica. Cambia e cambia e cambia…

Questa tipologia di Ardbeg ultrainvecchiati, il cui spirito è stato distillato tra l’altro in un periodo non facile per la distilleria (a due anni dalla riapertura operata da Allied, dopo un lungo silenzio e in mezzo al decennio forse più travagliato), è ormai merce prelibata e sempre più rara. Gli ultimi imbottigliamenti ufficiali sono proposti a prezzi esorbitanti (e anche questo non scherza a dire il vero, attorno ai 500 euro), però ci sentiamo di suggerire almeno un assaggio, se lo trovate in giro. Bere single cask come questo è un’esperienza in grado di cambiare il nostro modo di concepire il whisky, per l’intensità brutale dei sapori, per la mutevolezza delle suggestioni, per la raffinatezza nelle sfumature. Poi certo possiamo tornare a bere il nostro everyday dram, ma in pace con la coscienza: 91/100. Grazie a Riccardo per il sample.

Sottofondo musicale consigliato: Childish GambinoThis is America

Teeling Trois Rivieres (OB, 46%, 2018)

L’Irlanda si contende con la Scozia il primato dell’invenzione del whisky e vive assieme a questa un periodo di grande ascesa nell’800. Ma è un fatto che oggi in Scozia abbiamo più di 100 distillerie attive, mentre in Irlanda arriviamo a una decina; insomma qualcosa deve essere andato storto a partire dall’inizio del 1900, no? Ora non saremo certo noi ad annoiare voi con un estenuante racconto su quali furono le cause di questa decadenza, sia esterne al mondo del whiskey (leggasi la Storia) che interne (leggasi la prevalenza del modo scozzese di fare blended whisky); vi basti sapere che nel secondo dopoguerra, proprio mentre la Scozia attraversava una seconda età dell’oro (ripresa dei consumi, magazzini pieni dopo le Guerre, sostanziale nascita del fenomeno dei single malt), in Irlanda si viveva il momento più difficile: le ultime distillerie rimaste unirono le forze e si fusero creando Irish Distillers, e nel 1975 si arrivò praticamente a un monopolio. Da questo momento però, toccato il fondo in quanto a numero di realtà attive, le cose lentamente sono cambiate fino al momento attuale: ogni anno nascono nuove distillerie, anche artigianali, e le vendite cresono a doppia cifra. Avvicinandoci al dram di oggi, ad esempio, la Teeling distillery è stata (ri)fondata a Dublino nel 2015, dopo 125 anni che nessuno apriva più distillerie nella città che un tempo era una delle capitali mondiali del nostro caro distillato. Quel che assaggiamo oggi è un single malt invecchiato per 6 anni (dunque un whiskey acquistato da un’altra distilleria, visto che Teeling distilla solo da 4 anni) in botti ex bourbon e per 6 mesi in barili che hanno contenuto rhum Trois Rivieres, storica distilleria della Martinica. I finish in rum oggi non sono più così esotici come un tempo, ma davvero particolare è il fatto che in etichetta campeggi ben visibile il nome di Trois Rivieres, in quella che sembra essere a tutti gli effetti un’operazione di comarketing, se ci permettete il tecnicismo.

teeling-trois-rivieres-rhum-agricole-finish-whiskyN: il naso è a sopresa abbastanza educato, con una certa freschezza, note erbacee e qualche fiore di campo. Poi arrivano suggestioni ben più attese di pera e pasticceria (crema e vaniglia). Brioches.

P: l’alcol si sente un po’ troppo e in più il finish tende a passare all’incasso, appesantendo il tutto con tanto tanto zucchero. Ancora pera e poi yogurt alla banana. Non è legatissimo e qualcuno si butta e sentenzia: sughero.

F: e questo poco prima che il retrogusto si riveli come la parte meno riuscita di questo ardito esperimento. Slegato, dolce e succo di canna.

Se avete un amico con tante bottiglie di whisky e dovete fargli un regalo questo sicuramente non ce l’avrà. Lo stupore è garantito. Inoltre rimane un’esperienza particolare e gli amanti di Trois Rivieres non mancheranno di diventare paonazzi per l’eccitazione. Noi ci fermiamo a un corposo assaggio, reso possibile dall’estro dell’esimio Zucchetti, che una sera si è presentato come se nulla fosse addirittura con una bottiglia intera al seguito: 77/100.

Sottofondo musicale consigliato: Billie EilishIlomilo

Wolfburn Northland (2017, OB, 46%)

Dopo tanto, troppo tempo torniamo a posare lo sguardo sulla microdistilleria di Thurso, indomitamente collocata nelle Highlands del Nord, a qualche manciata di metri dalla fine del Regno Unito (isole escluse). Come molte nuove distillerie, Wolfburn ha iniziato presto a imbottigliare il proprio single malt, praticamente non appena ne ha avuto la possibilità, seguendo il disciplinare della SWA. E così nel 2016, a tre anni esatti dalla prima distillazione, le bottiglie col lupacchiotto in etichetta si sono affacciate timidamente sul mercato. Timidamente perchè la distilleria ha una capacità davvero esigua, sui 100 mila litri, ma la cosa non ci aveva intenerito più di tanto allora ed  eravamo riusciti a mettere le mani su una bottiglia di Wolfburn Hand Crafted. Oggi assaggiamo un rilascio dell’anno successivo, anch’esso lasciato a invecchiare in botti che hanno contenuto whisky torbato distillato su Islay.

3156447_600x600N: è un copia incolla dall’Hand Crafted già pubblicato, eccezion fatta per la nota di pasta del dentista, che non ritroviamo. Meno salmastro dell’altro, ha un che di salamoia. Gomma, un’acidità da fermentato, da vinaccia, da aceto di mele. Giovane, ma privo di quelle note sbagliate che certi giovani hanno, rivela invece una gran bella personalità, con note di limone, foglie, zucchero liquido, leggera torba.

P: quanta intensità! Quanto corpo! Qui viene fuori l’equilibrio dato dal barile, con una dolcezza vanigliata e una torba più evidente, più fumosa e acre. Ancora un po’ di sale e pepe nero, ancora mare. Mousse di pera, yogurt alla pera.

F: torba vegetale, insalata iceberg, vaniglia e crema di pera. Lungo e persistente.

Finito il secondo Wolfburn della nostra vita, già ne vorremmo assaggiare un terzo, anche perché in questi anni è andato formandosi un core range di tre diversi imbottigliamenti. Anche questo Northland è godibilissimo ma non banale, e il metodo poco convenzionale della torba proveniente dai barili è utilizzato con intelligenza e non fa danni, anzi. Fa il suo con onestà, rimane ultrabeverino ma non cafone, e costa il giusto, sui 50 euro. Bravi! 86/100.

Sottofondo musicale consigliato: Billie Eilish – Bellyache

Omar ‘Bourbon Type’ (2017, OB, 46%)

Oggi abbiamo voglia di volare via, lontano lontano, ai confini del vasto mondo del whisky. Da anni oramai la produzione di questo nettare non è più appannaggio dei soli “big five” (Scozia, Irlanda, Giappone, Usa, Canada), ma si è mondializzata e ha determinato la nascita di alcune realtà di assoluto livello, soprattutto nel Nord Europa e in Estremo Oriente. La taiwanese Kavalan è un fulgido esempio di questa (a volte) trionfale corsa al whisky, ma noi oggi vogliamo proprio esagerare e beviamo un malto prodotto da una distilleria molto meno quotata, sempre dell’ex isola di Formosa. Incredibilmente la Omar TTL è un’azienda di Stato, che provvede a produrre e distribuire qualsiasi tipo di vizio, visto che  “TTL” sta per Taiwan Tobacco & Liquor, per la gioia dei sovranisti di tutto il mondo. Alla Omar sfornano da tempo sigarette, birra, liquori e vari distillati. Dal 2009, all’urlo di “più whisky per tutti!”, hanno iniziato a produrre anche single malt presso la distilleria Nantou Omar. Questo imbottigliamento, per la cronaca, è un full bourbon maturation e noi con spropositata curiosità accostiamo il naso al bicchiere.

39017N: piacevole! Le prime sensazioni rimandano a un whisky giovincello ma non troppo: troviamo canditi (pere candite soprattutto), purea di pere, foglie di tè, punte floreali. Qui e là, lieviti, ma solo a sprazzi. Sentori ‘dolci’ un po’ tabaccosi, diciamo, che ci fanno pensare a un narghilè con tabacco alla mela. Si sente legno di sandalo, poi profumi di legno caldo. Un po’ di fieno. Biscotti, diremo: Plasmon.

P: corpo avvolgente, piacevole e senza emersioni alcoliche contundenti (cosa che coi giovincelli, sapete, talvolta accade). Abbiate pazienza: i sentori che riconosciamo sono liquirizia (artificiale: Morositas), poi curry giallo, a testimoniare una speziatura in costante crescita. Poco fruttato (una prugna gialla, al massimo), vegetale e caramelloso però.

F: medio-lungo, una bella persistenza, note di curry, noce moscata, un poco di agrume (arancia, secca forse). Un cenno di sapidità.

L’invecchiamento di questo whisky deve essersi consumato in legni molto attivi su un distillato che, fatalmente, ancora maturo non è. Il risultato è però assai piacevole, sfaccettato e piuttosto complesso. Insomma non urliamo al miracolo ma la sorpresa è tanta con questo Omar, al punto che assegniamo un convinto: 85/100! Tra l’altro il rapporto qualità/prezzo è ancora sensato, visto che una bottiglia costa attorno ai intorno ai 70€.

Sottofondo musicale consigliato: Billie EilishBad Guy

 

Tullibardine 24 yo (1993/2017, Claxton’s, 52%)

Tullibardine, Tullibardine, quante volte ti abbiamo visto far capolino dal ciclio dell’autostrada A9, a metà strada tra Perth e Sterling, e ti abbiamo sottovalutato. Non capivamo, noi francamente non pensavamo, non ci passava nemmeno per l’anticamera del cervello che una distilleria potesse trovarsi in uno dei posti meno ameni dell’amenissima Scozia. E invece, già dal 1949, Tullibardine è sorta dalle ceneri dello storico birrificio Gleaneagles, affermandosi ben presto come una distilleria consacrata alla produzione di whisky per il blending. Dopo un lungo periodo di inattività, dal 1994 al 2003, un consorzio di investitori ha impresso una prima svolta, sottoponendo buona parte delle warehouse a una massiccia operazione di recasking, prima che Tullibardine passasse nel 2011 al gruppo francese di vini e spiriti Picard. Il resto è storia quotidiana, con un core range ancora oggi basato su un uso disinvolto dei legni, anche non convenzionali (Burgundy e Sauternes), nell’attesa di avere stock sufficienti. Noi invece assaggiamo un single cask di Claxton’s, invecchiato per 24 anni in un ben più convenzionale hogshead ex bourbon.

tullibardine-24yo-claxtonsN: molto pungente e secco, curiosamente poco aromatico.  Si presenta nudo senz’altro, mostrando note di alcol, di punte viniliche e vegetali (erba fresca), perfino un che di resinoso. Cartone bagnato. Una punta di polvere. Poco altro, qui e là vengono fuori note di legno, con brioscina e un che di astrattamente fruttato. Strano profilo, sicuramente, ma non ci convince.

P: pera al sapore di whisky, whisky al sapore di pera. Poi un’infinità di frutta secca (nocciola) e un po’ di spezie (pepe bianco). Molto, molto secco. E molto, molto poco d’altro.

F: tanto legno e frutta secca. Felpa la bocca di una drastica nota whiskosa semplice semplice, che non lascia troppo spazio all’immaginazione.

Ci sembra un whisky messo in bottiglia non per cercare il consenso delle masse, non per piacere a tutti, grandi e piccini. Piuttosto esibisce toni ruvidi, soprattutto al naso, dove i 24 anni di botte non sembrano aver più di tanto ingentilito le asperità del distillato. Il palato è invece decisamente più gradevole del naso, anche se tutto sommato abbastanza banale. Per noi bisogna registrare un 78/100.

Sottofondo musicale consigliato: DezolentGone ft. Mona Moua

Dream Whisky – L’olfatto, 24.1.2019

Giovedì scorso siamo stati invitati alla seconda degustazione milanese di Dream Whisky, start-up che da qualche settimana ha invaso il web con segnali di presenza whiskofila, e che vanta tra i fondatori alcuni nostri amici: Marco Maltagliati, già mastermind delle degustazioni de L’alchimia del whisky al 1930, e Federico Mazzieri, suo sodale appassionato di cibo e marketing. La curiosità era molta, anche perché volutamente i contorni che per adesso racchiudono la potenzialità e le ambizioni di Dream sono per adesso vaghi… Anche se vi invitiamo a dare un’occhiata al loro sito, molto chiaro sull’approccio che intendono adottare. Qualcosa di più cercheremo di scoprirlo nelle prossime settimane, quando ospiteremo un’intervista ai due frontmen della start-up, ma si parla di viaggi in Scozia (e per esperienza sappiamo che ci si diverte, col Malta), di degustazioni, di consulenze per locali e ristoranti… Insomma, c’è tanta ciccia da mordere.

Vogliamo dare intanto un breve resoconto della serata del 24, intitolata all'”Olfatto” e prima di un ciclo di tre degustazioni. Nella cornice informale del Loft 76 (non un locale dunque, ma un appartamento), gli ospiti della degustazione si trovano davanti quattro ampolle con alcuni aromi e due sample pieni, ciascuno con due dram all’interno – sia chiaro, senza che sia dichiarato il whisky, dunque ‘alla cieca‘. Le ampolle servono per annusare e per cercare di riconoscere poi quegli aromi all’interno dei whisky, guidati dall’approccio dell’inarrestabile Maltagliati, anche qui vero mattatore della serata.

ed è subito amore

Non si pensi a una degustazione alla cieca ‘tecnica’, anzi: il whisky qui viene presentato “non come un prodotto, ma come un’emozione“, e dunque l’intento di Marco e Federico è di suggestionare i partecipanti, regalandogli informazioni, certo, ma soprattutto contestualizzando e raccontando il whisky attraverso aneddoti scozzesi, coinvolgenti esperienze e un sacco di risate. L’approccio al whisky è volutamente naif, senza i preconcetti del sapere già in partenza cosa si beve: con l’intento esplicito di ‘agganciare’ dei neofiti, o semplicemente dei curiosi del buon bere, e farli avvicinare al whisky senza troppi fronzoli, senza tutto quell’apparato tecnico che talvolta può tendere a respingere. Ogni whisky, che si assaggia ma che si può anche riportare a casa vista la comodità dell’ampio sample, è sempre presentato in abbinamento a un finger food di ottima qualità – purtroppo siamo nel regno del “no spoiler”, e dunque non possiamo svelare quali whisky ci fossero…

Quel che possiamo dire, però, è che senz’altro questa degustazione è rivolta appunto ad un pubblico di neofiti e di curiosi, che abbiano il desiderio non tanto di fare un vero ‘corso’ sul whisky quanto piuttosto di scoprire qualcosa di un mondo nuovo, senza bere troppo, divertendosi e senza troppe menate. Dalla nostra prospettiva, l’intento pare riuscito, e siamo molto curiosi di vedere come evolveranno le prossime degustazioni (dedicate al “Gusto” e all'”Alcol”) e soprattutto quali altre idee abbiano in serbo Marco e Federico. Vogliamo chiudere con una piccola critica, che si vuole costruttiva: se l’approccio dev’essere quello emozionale ed esperienziale, crediamo che forse qualcosa è mancato nella connessione tra il racconto e il whisky nel bicchiere, che è rimasto un po’ sacrificato nella fitta coltre di emozioni condivise dal Malta. È vero che il bicchiere, in questa degustazione, resta un amico da frequentare e non un libro di testo da studiare, ma probabilmente qualche piccolo legame in più, qui e là, potrebbe aiutare i neofiti a orientarsi e legarsi maggiormente alla profondità del whisky – che in fondo è la cosa che ci ha fatto innamorare tutti di questo splendido prod… ehm, di questa splendida emozione. Ci vediamo per il Gusto ragazzi, e in bocca al lupo!

Invergordon 1988 ‘Applewood Bake’ (2015, Wemyss, 46%)

Invergordon è una distilleria delle Highlands del Nord che, come quasi tutti voi lettori non potete certo dimenticare, è stata fondata in tempi relativamente recenti- correva l’anno 1959- dalla neonata Invergordon Distillers. Nel giro di pochi anni la società si espanse arrivando ad avere un portafoglio di tutto rispetto, con distillerie come Bruichladdich, Jura, Glenallachie, Tullibardine e Deanston. E il gruppo ebbe anche l’ardire di fondare due distillerie, Tamnavulin e Ben Wyvis. Oggi queste scorribande sono solo un lontano ricordo e l’impero si è disperso in mille rivoli, con Invergordon che svolge le mansioni di distilleria di grano (36 mln litri annui!) all’interno del gruppo Whyte and Mackay, a sua volta pesciolino all’interno della capiente pancia della filippina Emperor Distillers Inc. Andiamo dunque a delibare senza ulteriori esitazioni questo single cask, perché questa storia ci insegna che oggi viviamo, ma del domani non v’è certezza.

applewood-bake-1988-invergordon-wemyss-maltN: c’è un senso di acetone abbastanza brutale. Rimane quindi abbastanza spoglio, a tratti vegetale (piccoli arbusti verdi e clorofilla). Inattesa arriva una nota di albume, tanto inattesa che forse è la prima volta in assoluto che lo scriviamo. Per il resto si percepiscono, di tanto in tanto e abbastanza timidi, dei sentori di mele gialle, banana e zucchero glassato.

P: burro zuccherato e vinavyl, con una spruzzatina di alcol? Ancora ‘freschino’ d’uovo e pasta frolla cruda. Banana dolce e mele giungono a rendere un poco più gradevole l’esperienza, ma complessivamente rimane un po’ troppo grezzo, quasi grossolano. La cosa strana è come questi descrittori, solitamente accompagnati a profili molto grassi, in realtà stiano come appesi a un whisky abbastanza esile.

F: panna montata e noce di pekan.

Ora vi riveliamo un segreto: il barile che nel 1988 ha accolto qualche centinaio di litri di Invergordon era uno sherry butt. Noi non possiamo che crederci, ma davvero ci chiediamo che fine ha fatto (o quanto esausta fosse) la botte? Il distillato viene lasciato infatti libero di galoppare per questi lunghi 27 anni verso nuove e inesplorate vette di sfumature gusto-olfattive. Peccato che si tratti di un distillato di grano e che quindi il tutto si risolva in una sorta di strano distillato aromatizzato al whisky: 72/100. Costa sui 150 euro, se vi è venuta la curiosità.

Sottofondo musicale consigliato: Bob Dylan – Lay Lady Lay