Dream Whisky – L’olfatto, 24.1.2019

Giovedì scorso siamo stati invitati alla seconda degustazione milanese di Dream Whisky, start-up che da qualche settimana ha invaso il web con segnali di presenza whiskofila, e che vanta tra i fondatori alcuni nostri amici: Marco Maltagliati, già mastermind delle degustazioni de L’alchimia del whisky al 1930, e Federico Mazzieri, suo sodale appassionato di cibo e marketing. La curiosità era molta, anche perché volutamente i contorni che per adesso racchiudono la potenzialità e le ambizioni di Dream sono per adesso vaghi… Anche se vi invitiamo a dare un’occhiata al loro sito, molto chiaro sull’approccio che intendono adottare. Qualcosa di più cercheremo di scoprirlo nelle prossime settimane, quando ospiteremo un’intervista ai due frontmen della start-up, ma si parla di viaggi in Scozia (e per esperienza sappiamo che ci si diverte, col Malta), di degustazioni, di consulenze per locali e ristoranti… Insomma, c’è tanta ciccia da mordere.

Vogliamo dare intanto un breve resoconto della serata del 24, intitolata all'”Olfatto” e prima di un ciclo di tre degustazioni. Nella cornice informale del Loft 76 (non un locale dunque, ma un appartamento), gli ospiti della degustazione si trovano davanti quattro ampolle con alcuni aromi e due sample pieni, ciascuno con due dram all’interno – sia chiaro, senza che sia dichiarato il whisky, dunque ‘alla cieca‘. Le ampolle servono per annusare e per cercare di riconoscere poi quegli aromi all’interno dei whisky, guidati dall’approccio dell’inarrestabile Maltagliati, anche qui vero mattatore della serata.

ed è subito amore

Non si pensi a una degustazione alla cieca ‘tecnica’, anzi: il whisky qui viene presentato “non come un prodotto, ma come un’emozione“, e dunque l’intento di Marco e Federico è di suggestionare i partecipanti, regalandogli informazioni, certo, ma soprattutto contestualizzando e raccontando il whisky attraverso aneddoti scozzesi, coinvolgenti esperienze e un sacco di risate. L’approccio al whisky è volutamente naif, senza i preconcetti del sapere già in partenza cosa si beve: con l’intento esplicito di ‘agganciare’ dei neofiti, o semplicemente dei curiosi del buon bere, e farli avvicinare al whisky senza troppi fronzoli, senza tutto quell’apparato tecnico che talvolta può tendere a respingere. Ogni whisky, che si assaggia ma che si può anche riportare a casa vista la comodità dell’ampio sample, è sempre presentato in abbinamento a un finger food di ottima qualità – purtroppo siamo nel regno del “no spoiler”, e dunque non possiamo svelare quali whisky ci fossero…

Quel che possiamo dire, però, è che senz’altro questa degustazione è rivolta appunto ad un pubblico di neofiti e di curiosi, che abbiano il desiderio non tanto di fare un vero ‘corso’ sul whisky quanto piuttosto di scoprire qualcosa di un mondo nuovo, senza bere troppo, divertendosi e senza troppe menate. Dalla nostra prospettiva, l’intento pare riuscito, e siamo molto curiosi di vedere come evolveranno le prossime degustazioni (dedicate al “Gusto” e all'”Alcol”) e soprattutto quali altre idee abbiano in serbo Marco e Federico. Vogliamo chiudere con una piccola critica, che si vuole costruttiva: se l’approccio dev’essere quello emozionale ed esperienziale, crediamo che forse qualcosa è mancato nella connessione tra il racconto e il whisky nel bicchiere, che è rimasto un po’ sacrificato nella fitta coltre di emozioni condivise dal Malta. È vero che il bicchiere, in questa degustazione, resta un amico da frequentare e non un libro di testo da studiare, ma probabilmente qualche piccolo legame in più, qui e là, potrebbe aiutare i neofiti a orientarsi e legarsi maggiormente alla profondità del whisky – che in fondo è la cosa che ci ha fatto innamorare tutti di questo splendido prod… ehm, di questa splendida emozione. Ci vediamo per il Gusto ragazzi, e in bocca al lupo!

Invergordon 1988 ‘Applewood Bake’ (2015, Wemyss, 46%)

Invergordon è una distilleria delle Highlands del Nord che, come quasi tutti voi lettori non potete certo dimenticare, è stata fondata in tempi relativamente recenti- correva l’anno 1959- dalla neonata Invergordon Distillers. Nel giro di pochi anni la società si espanse arrivando ad avere un portafoglio di tutto rispetto, con distillerie come Bruichladdich, Jura, Glenallachie, Tullibardine e Deanston. E il gruppo ebbe anche l’ardire di fondare due distillerie, Tamnavulin e Ben Wyvis. Oggi queste scorribande sono solo un lontano ricordo e l’impero si è disperso in mille rivoli, con Invergordon che svolge le mansioni di distilleria di grano (36 mln litri annui!) all’interno del gruppo Whyte and Mackay, a sua volta pesciolino all’interno della capiente pancia della filippina Emperor Distillers Inc. Andiamo dunque a delibare senza ulteriori esitazioni questo single cask, perché questa storia ci insegna che oggi viviamo, ma del domani non v’è certezza.

applewood-bake-1988-invergordon-wemyss-maltN: c’è un senso di acetone abbastanza brutale. Rimane quindi abbastanza spoglio, a tratti vegetale (piccoli arbusti verdi e clorofilla). Inattesa arriva una nota di albume, tanto inattesa che forse è la prima volta in assoluto che lo scriviamo. Per il resto si percepiscono, di tanto in tanto e abbastanza timidi, dei sentori di mele gialle, banana e zucchero glassato.

P: burro zuccherato e vinavyl, con una spruzzatina di alcol? Ancora ‘freschino’ d’uovo e pasta frolla cruda. Banana dolce e mele giungono a rendere un poco più gradevole l’esperienza, ma complessivamente rimane un po’ troppo grezzo, quasi grossolano. La cosa strana è come questi descrittori, solitamente accompagnati a profili molto grassi, in realtà stiano come appesi a un whisky abbastanza esile.

F: panna montata e noce di pekan.

Ora vi riveliamo un segreto: il barile che nel 1988 ha accolto qualche centinaio di litri di Invergordon era uno sherry butt. Noi non possiamo che crederci, ma davvero ci chiediamo che fine ha fatto (o quanto esausta fosse) la botte? Il distillato viene lasciato infatti libero di galoppare per questi lunghi 27 anni verso nuove e inesplorate vette di sfumature gusto-olfattive. Peccato che si tratti di un distillato di grano e che quindi il tutto si risolva in una sorta di strano distillato aromatizzato al whisky: 72/100. Costa sui 150 euro, se vi è venuta la curiosità.

Sottofondo musicale consigliato: Bob Dylan – Lay Lady Lay

Whisky Revolution “Il regalone finale” – Day 25

Blend-AboutUs-03Ieri siamo giunti al termine del nostro “Calendario avventato”, un’idea concepita dai ragazzi del Blend di Castelfranco Veneto, e oggi andiamo oltre col mega regalone di Natale. Gli ultimi quattro campioni misteriosi infatti andavano bevuti tutti assieme, per essere scartati sotto l’albero la mattina del 25. E così abbiamo fatto. Un ultimo ringraziamento va ancora all’allegra macchina da guerra del Blend, che anche per quest’ultimo giorno ci ha regalato sorprese, affetto, trabocchetti e un gran finale.

Buon natale a tutti, abbracciamoci!

❤1 Kilchoman ‘Comraich’ (2007/2017, OB, 55,5%)

Molto buono, intensissimo. La marinità pesciosa, con una torba aggressiva e fumosa, ci 48412111_2001200100178065_1832716451337732096_nporta subito su Islay; per lunghi tratti è proprio pescioso, con note di peschereccio. Gomma ed etere, con sentori di tela cerata; diesel e smog. A grado pieno, diremmo, ma molto aromatico allo stesso tempo. Caramello, cola e tamarindo a sostanziare la zuccherinità. Verosimilmente giovane, con punte ‘verdi’, fresche, quasi balsamiche, tra eucalipto e clorofilla. Esplode al palato, dirompe un turpiloquio di sapori: la torba è ancora più aggressiva, con braci e legno in fiamme (chi non l’ha mai mangiato?). Si allarga un tappetone dolce, con zucchero di canna, caramello e tamarindo ancora. Il finale è proprio di aringhe affumicate, kippers di Campbeltown.

Se dovessimo ipotizzare un imbottigliamento, diremmo An Islay Distillery 9 anni, Cadenhead’s Small Batch (tre barili di Laga, due sherry e uno bourbon). E invece no, di isolano si tratta, ma avevamo nel bicchiere Kilchoman Comraich, gli imbottigliamenti esclusivi dedicati ai locali/santuari sparsi per il globo: 87/100.

❤2 Vat 69 (2018, OB, 40%)

48411380_2001201660177909_8581649325208109056_nDifficile da inquadrare, a maggior ragione dopo la mangiata di questi giorni. Si sente la gioventù, profuma di distilleria, di lieviti, di alambicchi, di canditi… Ci viene il dubbio, percependo una patina dolce un po’ cheap e ‘alta’, che possa essere un finish. Un po’ di inchiostro. Il palato è debole di corpo, con sapori di liquirizia industriale, di inchiostro, e svanisce rapidamente. Il finale, scandalosamente corto, sa di… vodka, di distillato di cereali molto pulito.

Non riesce neppure ad essere pacchiano, con la sua dolcezza così “da discount”. Francamente è un 72/100.

❤3 Ardbeg Blasda (2010, OB, 40%)

Pesca bianca, oleoso (olio di lino, o di sesamo forse). Delicato e fruttato, con una patina di 48987057_2001202420177833_104990836327972864_nzucchero a velo. Mela verde, anche? Resta fresco e con un velo di torba leggera… Fine, elegante. Uva bianca. Al palato è molto vegetale, ancora, rivela di nuovo una cerealosità vegetale torbata. Il finale non è lunghissimo, ma il fumo di torba si riprende ancora un po’ di spazio sul cereale. Molto nudo, poca botte.

Potrebbe essere un Bruichladdich Islay Barley? Non ci fa così sensazione scoprire che invece si tratta di una delle creazioni più controverse degli ultimi anni in casa Ardbeg: 83/100.

❤4 Kilchoman 100% Islay (2012/2018, OB for Beija Flor , 59,1%)

48373414_2001203500177725_3640734766254260224_nTorbato giovane, con una mineralità marina (un po’ di scoglio, dice Zucchetti). Acidità limonosa. Zuccherino, ma di zucchero astratto (a velo), confetto. A suo modo timido, forse un po’ alcolico, molto onesto. Il palato è esplosivo, intenso, con limone e zenzero. È potente ed elegante al contempo, la gradazione è forse alta. Crema di limone, ancora fumo e braci.Finale molto lungo e intenso, con una bella sapidità.

Lagavulin 12? No, però non ci siamo andati molto lontano. In ogni caso, è un grande whisky. Il palato è sorprendente per ricchezza, dopo un naso tutto sommato quasi timido. Vai di 89/100!

 

Whisky Revolution “calendario avventato” – Day 24

Siamo infine giunti al termine del nostro “Calendario avventato”, un’idea concepita dai ragazzi del Blend di Castelfranco Veneto, che hanno avuto la generosità di coinvolgerci in questa esperienza e inodarci di misteriosi sample in questo dicembre. Oggi dietro l’ultima casellina troviamo un Mortlach 13 yo imbottigliato da Cadenhead’s nel 2017 dopo 13 anni di invecchiamento in una botte ex sherry. Tenete conto che l’abbiamo assaggiato blind, alla cieca, e la sua identità ci è stata rivelata solo stamattina. Intanto buon Natale!

48383186_2002707926693949_1795072497507368960_nVerosimilmente a grado pieno (in effetti è a 55,1%). Nota meaty, con punte sulfuree e un ficcante tabasco (sensazione tra l’aceto, lo speziato, il piccantino…). Arancia quasi andata. Fogliame umido, foglia di tabacco. Una mela cotta, anzi: una compôte di pesca. Fichi secchi, forse. Il palato rimane con note agrumate/acidule, con punte sporche… Ma ha anche note di frutta calda zuccherina, che ci fanno venire in mente una crostata troppo cotta, con la marmellata quasi bruciacchiata. Tanta ciliegia, frutta rossa e prugne secche (Zucchetti dice überfrutta, e noi gli crediamo) . Punte pepate. Il finale è lungo, si riverberano note acidule e di una composta di frutta rossa.

Avevamo in mente un imbottigliamento ben preciso, il Mortlach 27 di Cadenhead’s, Authentic Collection 1988, che abbiamo assaggiato nell’occasione in cui abbiamo conosciuto i ragazzi del BLEND… Abbiamo sbagliato di poco, ma resta il fatto che il Calendario avventato si conclude davvero col botto, con un whisky completo e che ha ben poco da invidiare a qualsiasi whisky della sua categoria (ovvero sherry monster esplosivi e con note graffianti). Il nostro voto è 90/100.

 

Whisky Revolution “calendario avventato” – Day 23

Il “calendario avventato” oggi ci fa bere Glenfiddich 21 Gran Reserva, whisky della blasonata distilleria di Dufftown invecchiato in barili ex bourbon e soggetto a un corposa seconda maturazione in rum cubano. Tenete conto che l’abbiamo assaggiato blind, alla cieca, e la sua identità ci è stata rivelata solo stamattina. Vediamo quanto ci ha confuso questo finish…

48377991_2001197296845012_549349887938920448_nErmetico e cangiante. Tra la torta di mele e il ciambellone, tra l’aceto di more e l’arancia candita, tra l’uvetta e la gelee alla frutta nera (dev’esserci una quota di sherry nell’assemblaggio). Al palato, con corpo molto lieve, ancora sherry con frutta rossonera (mirtilli e more), e poi un sentore di pandolce genovese, con quella sfumatura di anice… Buccia di mela rossa, anche al finale – medio e di media intensità, con una punta erbacea, come di un infuso.

Rileggendo la recensione alla luce del whisky che poi si è rivelato essere, ci vien da dire che il profilo complessivo l’abbiamo capito (e anche moderatamente apprezzato), mentre abbiamo bucato età (avremmo dato che si trattasse di un whisky giovane, sui 12 anni) e finish in rum, scambiandolo per una componente data da botti di sherry. Senza vergogna riveliamo che alla cieca avevamo ipotizzato si trattasse di un Aberlour, di quelli realizzati sia con botti ex bourbon che ex sherry. Se proprio bisogna parlare del vil denaro, si dica che questo Glenfiddich 21 yo Gran reserva costa circa 180 euro. Noi gli diamo 85/100.

Whisky Revolution “calendario avventato” – Day 2

Il “Calendario Avventato” al giorno n.2 ci regala Bushmills 16 yo, un single malt irlandese invecchiato in una combinazione di botti ex sherry ed ex bourbon, e poi ulteriormente invecchiato per diversi mesi in botti ex Porto. Questa è la nostra IMG-20181202-WA0004recensione, tenete conto che l’abbiamo assaggiato blind, alla cieca, e la sua identità ci è stata rivelata solo stamattina, pochi istanti prima di pubblicare questo post. Abbiate pietà di noi.

Whisky #2

47422974_1989757221322353_5778430346995433472_nIl naso è davvero pieno, molto piacevole, e appare abbastanza complesso: rotondo e cesellato, ha una nota un po’ oleosa (olio d’oliva, proprio), a tratti è floreale, sul crinale della violetta; e ha pure un lato balsamico/mentolato fresco. Su queste suggestioni si innesta poi in realtà una ‘dolcezza’ molto netta, fruttata (al limite del tropicale) e caramellata, che ci lascia presagire una scelta di botti piuttosto marcate. Al palato l’intensità spinge sull’acceleratore nonostante un grado verosimilmente basso, con una concentrazione di sapori ancora tropicali e floreali: violette zuccherate, succo misto tropicale (papaya/mango). Il finale si richiude su erba fresca e ancora frutta mista.

Rischiando la pubblica gogna, diciamo che assaggiato blind avremmo scommesso su un Irish, molto cesellato e in un certo senso costruito, forse perfino ‘commerciale’ – ma che non cede un passo per quel che riguarda freschezza, facilità di bevuta, esuberanza di fiori e frutta. Imbottigliato a 40 gradi, ha comunque una bella presenza ed intensità. Qualcuno offre di più?, noi siamo ottimisti e diciamo 87/100.

whisky auchentoshan signatory

Auchentoshan 15 yo (1999, Signatory Vintage, 46%)

auchentoshan distillery
visitor centre di un certo livello

Auchentoshan è una delle distillerie più facilmente raggiungibili di Scozia: si atterra a Glasgow, si noleggia una macchina trangugiando un orribile tramezzino aeroportualein mezz’ora si è già alle porte di un’antica distilleria fondata nel 1823. Il visitor centre, di cui vi regaliamo una foto molto glamour, si è giovato di un restyling nel 2004 e accoglie circa 20 mila visitatori all’anno; tutti con ancora la confezione unta di un tramezzino nell’auto a nolo – pare. Cattive abitudini alimentari a parte, Auchentoshan può fregiarsi del titolo di unica distilleria scozzese che ancora pratica esclusivamente la tripla distillazione: noi siamo talmente curiosi da sciabolare senza ulteriori indugi questo sample, riempito con un 15 anni del 1999 messo in bottiglia da Signatory Vintage (botti ex bourbon 800258 e 800259).

whisky auchentoshan signatoryN: è abbastanza immorale l’alcol percepito, che a soli 46 gradi è però prepotente e molto volatile. Non ci siamo, anche perché questa alcolicità non è riscattata da elementi esuberanti ma è piuttosto esaltata da un profilo ultra-naked, vegetale e poco più. Si impongono la propoli, l’erba secca, il chicco di cereale, la cellulosa tipo il bianco del limone (che per i più saputi si chiama ‘albedo’). Abbastanza floreale.

P: scampando alla tragedia del troppo alcol percepito, il palato è sicuramente più gradevole del naso. Dominano sentori di caramella alle erbe, e più in generale delicatamente erbacei. Si sente bene il distillato, sorretto da una zuccherosità appena accennata e tutta vegetale (orzo e fiori).

F: certamente non infinito, incredibilmente pulito, al punto che non ci ricordiamo se fino a un attimo fa stessimo bevendo whisky o vodka.

Sorprende come il barile in 15 anni abbia influito poco o nulla, lasciando il distillato in primissimo piano. E fin qui non avremmo nemmeno da protestare più di tanto. Il problema è che Auchentoshan, per quella che è la nostra esperienza di whisky degustati della distilleria, non ci sembra spiccare per memorabilità del distillato. E allora 77/100 ci sembra la cosa migliore da fare. A onor del vero segnaliamo che si trova ancora in vendita qui a un prezzo abbastanza popolare, altra cosa che – siamo onesti – tendiamo ad apprezzare.

Sottofondo musicale consigliato: The SorcerersPinch Of The Death Nerve.

 

whisky glenrothes antique lions of whisky

Glenrothes 20 yo (1997/2017, Antique Lions of Spirits, 57%)

Dura da tre anni ormai il sodalizio tra Whisky Antique, Lion’s Whisky e Sansibar, che tra il 2016 e il 2018 ha regalato all’umanità un folto manipolo di single cask suddivisi in tre serie di rara opulenza iconografica. L’esordio è stato con The Birds, seguito dalla serie The Butterflies, di cui oggi assaggiamo un esemplare non più svolazzante, per finire con la Savannah Series. A questo proposito il Milano Whisky Festival del prossimo weekend ci vedrà sicuramente nelle vesti di spitati cacciatori degli ultimi imbottigliamenti di Alos, con Clynelish 1997 e Springbank 1998 ben piantati nel mirino. Intanto ci prepariamo al truculento safari assaggiando un barile ex sherry della distilleria Glenrothes, da cui sono state ricavate 288 bottiglie.

whisky glenrothes antique lions of whiskyN: l’alcol non si risparmia, e picchia forte pizzicando il naso. Passato questo primo schermo, se ne trova però subito un secondo, tagliente, con una nota rugginosa e altre oleose, di frutta secca: mallo di noce, certo, ma anche proprio il nocino, tanti pinoli (viene in mente la torta paesana). Superato anche questo secondo schermo purtroppo c’è una sorta di salto nel vuoto: rimane un profilo sherried abbastanza timido, tra l’arancia, la mela rossa e un accenno di biscotto. Con acqua non cambia moltissimo per la verità, e anzi il lato di frutta secca si fa ancora più ‘vegetale’, con suggestioni erbacee e al limite del mentolato.

P: l’attacco conferma i presagi del naso: ancora in avvio l’alcol è fin troppo aggressivo, molto pungente, e subito sotto si agitano quelle note tra il ferroso/sanguigno e la frutta secca oleosa (noce ancora soprattutto, poi un poco di nocciola) che immancabilmente riconosciamo nei Glenrothes che abbiamo finora assaggiato. Biscotti di farina di castagne. Anche qui, l’approdo alla piacevolezza è solo parziale, con altra mela rossa.

F: medio-lungo, abbastanza intenso, di nuovo tra noce, farina di castagna, una sensazione come di ruggine.

Sa di Glenrothes, e a noi Glenrothes – ormai l’abbiamo capito – non fa impazzire. Se può avere un qualche senso in quest’epoca di impazzimenti climatici, lo definiremmo un whisky “autunnale”, come ha scritto con ben altra autorità anche Ruben di Whiswkynotes, che tra l’altro lo apprezza di più. In definitiva ha però un profilo che a nostro gusto pare fin troppo sottile, polveroso. Per noi è 81/100. Ancora in vendita su whiskyantique.

Sottofondo musicale consigliato: Dengue FeverEthanopium

 

Highland Park 18 yo (1956/1974, OB, ‘Ferraretto Import’, 43%)

Ferraretto è un nome che agli appassionati di whisky fa venire in mente una cosa sola: gli Highland Park degli anni ’70 e ’80. Noi siamo dei privilegiati, e oggi abbiamo la fortuna di assaggiare il secondo HP di quest’era, dopo un vintage del 1958 davvero entusiasmante (93 punti nel nostro archivio): grazie a Luca Bellia, appassionato pavese già citato su queste pagine, mettiamo naso e papille su un 1956, imbottigliato nel 1974 a 43%.

N: da subito molto complesso, ricco di cambiamenti: dopo un sonno lungo 40 anni, si stiracchia nel bicchiere man mano. Una discreta mineralità ci accoglie, assieme ad una ancor più discreta cera, contribuendo a delineare un profilo setoso, con richiami a vecchi mobili, propoli, vecchia carta, legno antico… Anche un filo di torba, con venature acri e ‘sudate’. Detto ciò, resta molto vivo nel bicchiere, con succose note di agrumi (mandarino e arancia, anche scorzette), con frutta di Martorana (quella di pasta di mandorle, laccata), fichi secchi. E poi ancora, sentori di torta di mele sfornata da poco. Forse frutto di una lieve ossidazione, ha sviluppato note di ‘dopobarba’, presenti solo a tratti per la verità.

P: qui purtroppo dobbiamo registrare una evidente perdita di gradazione, sicuramente sotto ai 40%, che restituisce un profilo depotenziato, sia come kick palatale (questa è bella, eh) che a livello di complessità dei sapori. Ad essere appiattita è soprattutto la quota minerale, purtroppo. Restano vive delle note dolcine, tra il biscotto al cereale, l’albicocca, una mela gialla cotta al forno… Miele? Vive una spezia, forse del pepe bianco, e poi sentori un po’ distanti di cera, di ‘whisky vecchio’. Ancora agrume – scorza d’arancia.

F: non lunghissimo, cera e albicocca piuttosto evidenti. Miele, pure.

Imbottigliato 44 anni fa, non è che possiamo prendercela con lui per aver perso un po’ di vivacità e di corpo – resta d’altro canto tutta l’eleganza di un naso spettacolare, che da solo giustifica il prezzo del biglietto. Vi risparmiamo il pippone sul “si stava meglio quando si stava peggio” e “com’erano buoni i whisky di una volta”, perché sono tutte cose che sapete già: 88/100. Luca: grazie infinite, davvero.

Sottofondo musicale consigliato: Afrika Bambaata & UB40 – Reckless.

SMWS Italia @Mulligan’s – 26.3.2018

Con un paio di settimane di ritardo diamo conto di una degustazione molto importante appena tenutasi a Milano – molto importante non tanto, o non solo, per la qualità delle bottiglie aperte, che commenteremo tra poco, quanto piuttosto per l’imbottigliatore coinvolto: da pochi mesi, infatti, è tornata in Italia la Scotch Malt Whisky Society, quella società che – per intenderci – imbottiglia whisky senza dichiarare la distilleria, o meglio nascondendola dietro ad un codice e legando ad ogni codice un aforisma. Si tratta di una realtà storica, anche se è stata fondata ‘solo’ nel 1983, perché ha avuto il merito di essere tra i principali responsabili della fase moderna del mercato del whisky: fin dall’inizio ha puntato sull’imbottigliamento di single cask, a gradazione piena… Dopo la prima fase, iniziata come pionieristica e quasi dilettantesca e culminata con un grande successo globale, la SMWS è passata nel 2004 al gruppo Glenmorangie, che l’ha gestita fino al 2015, quando è stata acquisita da un gruppo di investitori privati, che ha deciso di rilanciare completamente il prestigioso marchio.

Tra le novità spicca la volontà di trovare dei brand ambassador nei vari paesi, che si assumano onere ed onore di tenere una degustazione nei locali affiliati per presentare ogni nuovo lotto di imbottigliamenti: dopo qualche anno di delusioni tricolori legate alla SMWS, finalmente in Italia la Society è tornata, e per farlo si è affidata al grande Mauro Leoni, già animatore del Gluglu Whisky Club come Glen Maur, collezionista e straordinario appassionato dell’amata acquavite di cereali. Prossimamente abbiamo in programma un incontro con Mauro, Brand Ambassador italico, per farci raccontare nel dettaglio le novità della SMWS, sia a livello aziendale che grafico, i progetti suoi e dell’azienda-madre – quindi, come si suol dire, stay tuned. A Milano sono due i locali-embassy della Society, il Mulligan’s e l’Octavius @The Stage, per quanto molto diversi entrambi iconici della Milano-da-bere. Noi siamo stati proprio al Mulligans per la presentazione dell’ultimo batch di imbottigliamenti, per i quali riportiamo le nostre impressioni qui sotto; segnaliamo come si tratti dei single cask più ‘giovani’ del lotto, dato che il BA non ha modo di scegliere le bottiglie da aprire, ma dipende in questo dalle scelte verticali della proprietà – questo è probabilmente un aspetto su cui lavorare per il futuro, ma sappiamo che Mauro è animato da grande volontà in questo senso. Per acquistare le bottiglie, in ogni caso, bisogna registrarsi al sito inglese ed effettuare gli ordini direttamente da lì: non si può comprare direttamente nei locali-embassy.

Ora le tasting notes, in forma di sentenza, di tre dei cinque assaggi – che ci volete fare, la compagnia era piacevole e mica abbiamo scritto tutto. I voti, come sempre in questo caso, sono ancor più aleatori del solito, segnati per ricordare la classifica di gradimento, diciamo.

foto random pescata ‘dal web’ – ma le nuove bottiglie sono così

39.159 A whale of a time

Tanta pera al naso, piuttosto zesty; una nota di polish e un velo di cera d’api; pasta di mandorla e pandoro. Complessivamente la gradazione è molto coprente, resta alcolico anche al palato. Giovane e onesto, era un Linkwood di 9 anni. 83/100

107.2 Bloodshed at the old sawmill…

Anch’esso ‘spiritoso’ ma buono, soprattutto al palato (per la cronaca e per i supergeek, i barili di bourbon usati dalla distilleria sono quasi tutti di Heaven hill, ci dice Fabio Ermoli) – al naso note segheria, poi note zesty, limone; al palato, più morbido e convincente, anche un sentore inaspettato di datteri. Siamo lì con il primo, forse ci ha convinto un po’ di più quello, ma non ci sbilanciamo sulla valutazione. La distilleria è Glenallachie, 9 anni di maturazione. 83/100

68.14 An Old Fashioned on a roller coaster

Molto diverso dagli altri, si sente l’apporto aggressivo del legno (un hogshead re-charred, presumibilmente sherry): sciroppo d’acero, aceto di mele; tabacco da pipa, anzi quel profumo dei contenitori di legno del tabacco da pipa. Complessivamente è piaciuto poco (“puzza”, diceva qualcuno), a mio gusto è rimasto piacevole ma con un po’ troppe note di aceto di mele. Molto particolare, però, e per questo non scenderemmo sotto al 80/100. Trattavasi di Blair Athol, 8 anni.

In tutta onestà, gli imbottigliamenti assaggiati non sono stati travolgenti, anche i due (tre, compreso il piacevolissimo secondo batch di Exotic Mango, un blended malt di casa SMWS che ha avuto davvero grande successo) – ma d’altro canto si trattava per lo più di single casks piuttosto giovani, dai prezzi comunque coerenti col mercato (intorno alle 60€). Come detto sopra, sappiamo che lo stesso Mauro spera di convincere la proprietà a farsi inviare anche bottiglie di fascia più alta – bottiglie che comunque saranno sempre disponibili all’assaggio nelle ambasciate della Society. Qui a fianco la locandina del prossimo evento: noi non ci saremo perché saremo in Scozia per lo Spirit of Speyside, ma a chi può consigliamo caldamente la presenza: verrano presentati gli imbottigliamenti celebrativi dei festival dello Speyside, appunto, e di Islay…