Highland Park 27yo (1984/2011, The Whisky Agency, 52,5%)

quanto è bella la serie ‘Bacherozzi’

The Whisky Agency è un imbottigliatore tedesco di rinomata fama e oramai sulla piazza dal 2008. In Italia è importato da Whisky Antique, alias Max Righi, figura di spicco del whisky in Italia e non solo, e proprietario del marchio Silver Seal. Si potrebbe dire che tra imbottigliatori di fascia alta, praticamente altissima, ci si intende facilmente e noi lo diremo senza problemi. In realtà poi non sappiamo come sia nata la liason tra le due realtà, ma spesso i legami commerciali nell’industria del whisky si intrecciano quasi per caso, magari complice un bicchiere a margine di un festival europeo o un incontro in qualche remoto praticello scozzese. Ci piace essere romantici e pensarla così, insomma. E forse tutto questo ottimismo si alimenta oggi anche grazie al nostro bicchiere fatato che contiene un Highland Park di ben 27 anni, proveniente da una singola ex-Bourbon Hogshead. Nel 2011 ne esistevano 222 bottiglie nella serie “Bugs”, oggi certamente molte, molte di meno.

highland-park-27-yo-1984-2011-70cl-525-whisky-agency_IM65603N: un Highland Park piuttosto pulito e abbastanza austero, le note di torba sono molto gentili e tutte minerali, per nulla affumicate – un poco di cenere spenta, al massimo. Ci sono note di frutta goduriose, fragola, mela, uno di noi ci sente perfino qualche accenno tropicale. C’è anche una dimensione da pasticceria, con una torta di mele, crema pasticciera leggerissima, biscotti al burro.

P: il percorso che ci viene indicato è nell’ordine una timida dolcezza – marinità – torba. La prima parte riprende la parte fruttata del naso, con mele gialle sudate, un che di macedonia matura, ma non pensate a ruffianità e cafonaggine dolciastra, anzi… Interviene poi una nota inaspettata di… calamari fritti!, dolci e marini al contempo. Va richiudendosi su una torba leggera e piuttosto sapida, rimane erbaceo e ceneroso. Su tutto veglia una sobria coltre di limone.

F: non lunghissimo ma intenso, limone zuccherato, ancora un pelo di cenere.

Questo Highlandk Park è bello nervoso ed esibisce gran classe a ogni istante. A tratti sa farsi anche riccamente fruttato, ma sempre con una compostezza da applausi. Poi, pur entrando qui nel solco delle suggestioni più che soggettive, quel sentore di calamaro fritto ci ha fatto letteralmente impazzire. All’epoca costava sui 400 euro, ora temiamo qualcosa di più. Ci limitiamo a segnalare che Serge lo ha apprezzato fino a sforare i 90 punti, noi ci fermiamo un attimo prima, a 89/100.

Sottofondo musicale consigliato: The Beatles – A day in the life

Bowmore ‘Bw7’ (2001/2017, Elements of Islay, 53,2%)

“Quando un uomo è stanco di Londra, è stanco della vita, perché a Londra si trova tutto ciò che la vita può offrire”. E come andare contro al pensiero del critico letterario Samuel Johnson, evidentemente innamorato matto della capitale del Regno Unito. Per corroborare la sua opinione basterebbe ad esempio citare l’epopea dei fratelli Sukhinder e Raj Singh, che dal 1999 a oggi sotto l’ombra del Big Ben hanno costruito un impero nel mondo del whisky. Loro è The Whisky Exchange, uno dei siti di ecommerce più grandi del settore, il sito d’aste whisky.auction e sempre una loro creazione sono le serie Elements of Islay, Port Askaig, The Single Malts of Scotland, The Whisky Trail e il rum Black Tot, tutti marchi sotto il cappello di Elixir Distillers. Uno di noi ha recentemente sbirciato nella collezione privata di Sukhinder e per lo shock non ha parlato per qualche giorno. Insomma non proprio “tutto ciò che la vita può offrire” ma sicuramente una buona parte di divertimento è assicurato. Elements of Islay è nata nel 2008 e, grazie all’aiuto di eleganti bottiglie da mezzo litro simili a campioni da laboratorio chimico, si propone di esplorare meticolosamente gli stili di tutte le distillerie di Islay. Oggi assaggiamo la settima espressione di Bowmore, un assemblaggio di sherry butts che hanno maturato il nostro whisky dal 2001 al 2017.

162583-bigN: ah, ma quanto sono buoni i Bowmore in sherry?! Iniziamo da note di barbecue, di salsa rubra, a dare conto di un’affumicatura salatina, da torba organica. La componente fruttata è deliziosa, esuberante, con la ‘solita’ tropicalità frizzante (guava matura, mango), ma anche mele rosse. Chinotto senza disdegnare sfumature floreali. Molto complesso come spesso accade ai Bowmore in sherry.

P: in bocca è fantastico, con note di viole glassate, di caramello bruciato e salato, ancora barbecue (maiale in agrodolce si può dire?). Burro e spezie tipo cannella. C’è un fumetto che ricorda il legno bruciato – se si potesse addentare un falò in spiaggia sicuramente avrebbe questo sapore. La frutta sta un passo indietro, con  mela e arancia.

F: miele di castagno, cenere salata, frutta in composta. Bruciato, molto bruciato.

I più accorti sanno che la serie Elements of Islay è concepita per deludere raramente il bevitore; d’altronde anche il posizionamento commerciale è di fascia alta: per questa bottiglia siamo sui 120 euro per 50 cl, per dire. Tralasciando per un attimo il volgare mondo delle transazioni commerciali, bisogna tuttavia ammettere che siamo al cospetto di un ottimo Bowmore, capace di rispettare le caratteristiche del distillato, ma ben supportato da un parterre di botti che aggiungono guizzi e robustezza. Francamente questo è uno degli stili che preferiamo ed è un attimo dare 90/100.

Sottofondo musicale consigliato: The Clash – London Calling

Botti da orbi – Non si esce vivi dagli anni ’80 @ Winetip Milano

Ok, ci sono sempre più turisti dal Qatar o dall’Ontario in coda al Cenacolo. Benissimo, fiorisce l’industria del design e le vendite degli sgabelli in plexiglass vanno alla grande. Che gioia, un palazzo coperto da una giungla di begonie è stato eletto grattacielo più fico del mondo. Tutto da brividi. Però quel che davvero fa di Milano l’ombelico della piacevolezza è che in certi periodi dell’anno puoi inciampare in una degustazione di distillati praticamente ogni sera. Un plus di qualità della vita che – capite bene – fa sembrare il Pil pro-capite come un dettaglio trascurabile.
IMG_0377Nel nutrito arsenale di tentazioni che mettono alla prova i proverbialmente ascetici milanesi, verso la fine di novembre, è spuntata una serata dal titolo fantasy: “Whisky fantastici e dove trovarli”. Appuntamento nel Castello di Hogwarts alias la sede di via Morbelli di Winetip, rivenditore di vini con la bellezza di 3mila etichette e 80mila bottiglie. A fare gli onori di casa un Harry Potter più buongustaio, ovvero Martial Hernandez, l’uomo che ha trasformato l’azienda in punto di riferimento anche per i distillati. Nei bicchieri, cinque whisky distillati o imbottigliati fra la fine degli anni ’70 e inizio ’80. Praticamente un revival della Disco music in chiave di malto.

Martial è un francese del sud di origine spagnola che – nella sua lunga carriera di sommelier e maitre di sala – è finito in Italia e ci si è trovato a suo agio come un’ostrica in Bretagna. Tant’è che ha messo su famiglia e ormai da anni cerca, compra e rivende spiriti, un mestiere che se la gioca con il guardiano degli atolli come lavoro più bello del mondo. Girovagando per cantine, aste online e mercato parallelo, ha messo su un plotone di bottiglie mica male e vale la pena andare a dare un’occhiata (anche nel magazzino del tesoro…) per farsi un’idea di cosa si può trovare da lui.
Ad ogni modo, il gaudente Martial ha pensato che nell’accogliente cantina di Winetip un ciclo di degustazioni ci sarebbe stato a pennello. Così si è inventato un format unico nel suo genere, a suo modo geniale come l’acqua calda (o come il cognac, va…): bere i whisky mentre si sbranano formaggi erborinati, petto d’anatra affumicato, speck e altre godurie palatali. Come dite, così le note degustative vengono compromesse? Ma scusate, voi Beethoven lo ascoltate cercando di decifrare le semi-tone? Al mare in Sardegna vi tuffate per ponderare la salinità dell’acqua? No, lo fate perché vi rilassa e vi piace. E allora zitti e mosca: Stilton, cioccolato fondente, uno champagnino 100% Meunier e poche pippe mentali, si salpa.

glenlivet-unblended-12yo-75cl-43-seagram-import_IM175483Glenlivet 12 yo Seagram Italia (inizio anni ’80, OB, 43%)

O tempora o mores, uno Speysider d’antan che Seagram importava in Italia proprio mentre in tv trionfava il Drive In. Ha un naso da Tempo delle Mele: non perché sappia di strudel, ma perché è un inno alla dolcezza: un sac-à-poche di crema nelle narici, i cannoncini di Panarello, brioche all’albicocca. La frutta esulta come Tardelli al Mundial ’82: mela gialla, banana, ananas. Spuntano anche un tocco floreale di zagara, della cera figlia del tempo e un’impressionante aria di pandoro. Che però in bocca imita la carrozza di Cenerentola e ritorna zucca. La cremosità si dissolve come il trucco pesante dopo una notte a ballare, rimane un palato secco, giocato fra mandorla, arancia essiccata e pepe bianco. Emerge tutto il cereale, ma in un senso un po’ cheap, come di vodka. Ok, bestemmia torna indietro: come di vodka, ma buona. Totalmente bifronte, sembra un caso da manuale per spiegare l’assoluto e arbitrario strapotere del tempo sul malto: può amplificarne la frutta e la cera e il naso assurge in Paradiso; ma può anche dichiarare il liberi tutti e precipitare il palato in purgatorio. La media è un 83/100.

216572-bigLinkwood 10 yo “On the road serie” (1984/1995, Signatory vintage per Velier, 40%)

Nel 1995 la Velier – storico marchio di importatori genovesi – lanciò la serie “On the road”: 4 single cask di Signatory realizzati in 1.200 esemplari con etichette firmate dallo scenografo e illustratore Emanuele Luzzati. A noi tocca in sorte un bel Linkwood.
La differenza di naso rispetto al Glenlivet è netta, come passare da un Mirò a un Morandi (non Gianni). Il primo impatto è molto oleoso e delicato e nessuno si azzardi a dire che è colpa del petto d’anatra, che qui si è veri professionisti e ci si sfascia di mangime sì, ma con juicio. No, è che il naso è proprio recalcitrante, ha bisogno di tempo per superare la timidezza. Pian piano, come palla di neve che si fa valanga, guadagna vivacità sul lato fruttato e vira sull’esotico. Dall’albicocca e dalla mela (tanta!) passa a un mango frizzantino. Da qualche parte un filo di fumo, ma stavolta forse la suggestione è davvero colpa dello speck. Al palato paga un po’ dazio al grado loffio, ma sembra subito un capolavoro di equilibrismo che al confronto Roberto Bolle è un ubriaco sciancato: elegante, abbina malto dolce a una piacevole nota di arachide tostata che fa salivare. Di nuovo un filo di fumo, il legno c’è e parla la lingua del pepe. Succo di pompelmo e miele di acacia riassumono il bilanciamento che perdura nel finale, dove fa capolino un tocco sapido. Somiglia al “Nome della Rosa”, si può leggere come si vuole e resta sempre piacevole: sia come malto di grande bevibilità levigato e rotondo, sia come single cask ben sfaccettato e arricchito dall’esperienza. 87/100.

pdt__macallan_12yo_43__70cl_giovinetti_imp_6736_1Macallan 12 yo Giovinetti (anni ’80, OB, 43%)

Coup de théatre al cospetto del più atteso ospite di vetro della serata: chi sa dire se questa bottiglia è vera? Macallan Giovinetti di inizio anni ’80, fratello maggiore del famoso 7 anni creato per il mercato italiano. Però qualcosa all’ispettore Martial non tornava, quando gli era stata proposta. La bottiglia è sicuramente Macallan, l’etichetta probabilmente: ma siamo sicuri che sia proprio un 12 anni? Nel brusio degli astanti parte il consulto globale, ma l’unica voce che si alza competente è quella di Giorgio D’Ambrosio, che di Macallan ne ha maneggiato un esercito. E l’uomo dal Bar Metro ha detto sì: etichetta valida come il gol di Muntari, è la carta Fabriano che Macallan ha sempre usato. L’è Macallan. E l’è anca bùn.
Sticky toffee pudding appena avvicini le narici, ad aprire un bouquet compatto e tipico del tempo: fichi secchi, cioccolato al latte, marmellata di prugne e lamponi. La frutta è ponderosa e appiccicosa, datteri e pesche al forno, anche ciliegie sotto spirito. Pian piano dallo strato emergono resti di un naso più composito, come vestigia ben conservate: scatola del tabacco, poutpourri e crema di marroni a cucchiaiate. In bocca rimane la stessa sensazione di marmellata (di fichi) che dilaga e impasta tutto. Rispetto al naso il cioccolato si fa fondente, la frutta vira al tropicale maturo e compaiono delle note speziate/erbacee di cumino e rosmarino, seguite da un tocco acido di chinotto. Pienissimo e intenso, sciabola un finale lungo di crostata ai frutti rossi bruciata con un po’ di zenzero. Si dice che i vecchi Macallan siano un po’ tutti uguali. Di sicuro sono (quasi) tutti buoni e questo non fa eccezione. La capacità di avvolgere e colare su tutto è spia del fatto che qui dentro qualche barile vecchiotto c’era. E la magnifica sensazione di avere la bocca praticamente drageé di Macallan non è per nulla brutta. 90/100

IMG_0476_1Orkney 11 yo – Fragments of Scotland serie (1977/1988, Samaroli, 50%)

Samaroli e Highland Park sono tre parole che nella stessa frase scatenano il demone, come i versi al contrario nelle canzoni dei Black Sabbath. Formalmente la distilleria non è dichiarata, ma questa bottiglia rappresenta le Isole Orcadi nella serie di imbottigliamenti di Duthie dedicata da Samaroli nel 1988 ai “Frammenti di Scozia”, e dato che nell’arcipelago le distillerie sono due, gli avventori come Fantozzi furono colti da un leggerissimo sospetto… Così, mentre il distillato si ossigena, per un attimo ci si ferma a pensare all’essenza di questa serata: bottiglie nate per essere di largo consumo quando i calciatori avevano ancora i numeri dall’1 all’11 e c’erano in tv i cartoni dei Masters, che ora sono gioielli perduti, roba che in asta va a centinaia di euro.
Superato il momento malinconico per la clessidra delle nostre esistenze che si svuota inesorabile, torniamo concentrati sul whisky. L’impatto è bello sporchino, originalissimo. Cheddar affumicato, qualcosa di umido tra il fieno e il cordame bagnato. Ha un carattere forte, forse divisivo, ma sa quel che vuol dire. C’è del cuoio, magari bagnato anch’esso, e una vivace pennellata di carrube, sotto cui sta quieto un mare di malto e miele d’erica. Il carattere diventa esuberanza in bocca: una bomba a orologeria masticabile, ancora centrata su carrube e cioccolato fondente. La torba c’è pur senza essere contundente, ben sposata a miele di castagno e una intensa cera di quelle mineraline. In cauda salis, trade mark delle distillerie isolane che permane nel finale, mirabile, tra cola e Lindt fondente. Maleducato e cafone come il punk, ma quanta determinazione e quanta maestria in questo whisky di nerboruta tracotanza. 91/100.

69446-bigGlen Mhor 10 yo (1978, Intertrade, 65.3%)

Con il marchio Intertrade, fondato nel 1984, Nadi Fiori diede forma alla sua lunga amicizia con George Urquhart, patron di Gordon & MacPhail. E mai connubio fu più dilettevole per gli appassionati, dato che da quel momento gli italiani iniziarono a trovare in ristoranti ed enoteche di classe dei single malt praticamente sconosciuti fino a quel momento e non di rado imbottigliati a grado pieno, pienissimo, praticamente a livelli di supernova interstellare. Esattamente il caso di questo Glen Mhor, un titano da 65 gradi.
Sono pochi i whisky di questa distilleria disponibili in giro a prezzi umani, quindi la platea si fa silenziosa e curiosa per cercare di coglierne il carattere. Salvo accorgersi subito che è un bel rompicapo.
Assaggiato in batteria, nelle gozzoviglie, pareva che l’alcol funzionasse come quelle maschere con occhiali e baffi finti che travisano i connotati, come metterebbero a verbale gli appuntati dei carabinieri. Al naso, inizialmente, non si va oltre un senso di frutta (mele verdi, ananas, limone), vaniglia e salvia. Al netto di un tocco pungente quasi da sottaceto, non è aggressivo, non è napalm nelle narici. Ci si aspettava addirittura qualcosa di più violento, ma resta il fatto che è quasi soffocato. Sicché il saggio assaggiatore usa il vecchio trucchetto del “metti in sample e porta a casa”. E fa la cosa giusta, perché riprovato con calma e  (molto) tempo, beh, ha il suo perché.
A quelli che sanno aspettare, come dice la pubblicità della Guinness, squaderna una ricchezza minerale da propoli vecchio stile, con una nota “off” ma intrigante di rame e (pare incredibile) salsa di acciughe accennata. Il tutto prima di un’esplosione di pandoro e crema. Altro che diesel, è una littorina a carbone, prende velocità dopo decine di km, ma poi non la fermi più. Ah, giusto per restare in tema littorina: il bicchiere vuoto sussurra qualcosa di torbatino.
Anche in bocca l’alcol fa un po’ l’hooligan in un negozio di pizzi e merletti. Nocciole tostate, cereale e un sincero apporto di legno caldo. Miele e malto e una cremosità che con una gradazione umana sarebbe ancor più avvolgente. L’acqua lo migliora, aumentando il senso di burro sciolto e miele, ma estrae anche un’acidità curiosa, succo di limone in cui è caduta accidentalmente della cenere. E una mentina, toh. Finale tra crema di vaniglia, miele di eucalipto e frizzante zenzero candito (dopo l’aggiunta di acqua).
Philip Hills lo ha definito a “truly great postprandial whisky” e di sicuro ha doti eupeptiche non comuni. Però la sensazione è che questo Tyrannosaurus Rex abbia un potenziale ancor superiore e che la bardatura di alcol eccessiva lo limiti un po’ nello slancio. Tra parentesi, c’è da chiedere perdono per la lunghezza, ma davvero va sul podio dei whisky più difficili da decifrare: 86/100, media fra gli 84 iniziali e l’88 potenziale.

Clynelish 12 yo (G&M, anni ’80, 57%)

Va in scena oggi l’ultima recensione di questo 2019, un anno che nella caotica redazione di whiskyfacile (incredibile quanto caos riescano a produrre sole due persone!) sarà ricordato con affetto. Anzitutto per l’ottavo anno consecutivo abbiamo aumentato il numero di visite totali sul blog, sfondando per la prima volta quota 100 mila utenti. Sono soddisfazioni. E poi la fine del 2019 porterà con sè novità significative per questo virtuale

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Belle facce per il Tasting Facile 2019

spazio alcolico; vi chiediamo solo un po’ di pazienza prima di scoprire le carte di quella che per noi è una piccola grande rivoluzione. Per celebrare in pieno la fine del decennio ci sembrava giusto concludere pescando da una distilleria a noi molto cara come Clynelish, con un imbottigliamento aperto durante un evento che è ormai un classico senza tempo e che ci ha fatto compagnia in tutti questi anni come il Tasting Facile. Per chi non conosce la storia della distilleria, sappia che è una delle più confuse e paradossali nel panorama del whisky: Clynelish, storica distilleria del nord delle Highlands, chiuse nel 1969 dopo che una nuova e più moderna Clynelish fu costruita proprio affianco. Tuttavia DCL, antesignana di Diageo, ebbe proprio in quel periodo un accresciuto bisogno di whisky torbato per la ricetta del Johnnie Walker. Siccome i whisky di Islay non bastavano- il 1968 fu un anno particolarmente secco su Islay e la produzione ne risentì- si pensò di

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Parterre de rois

riaprire la vecchia Clynelish, cambiandone lo stile in heavely peated e il nome in Brora, il villaggio adiacente al mare dove sorge la distilleria. Oggi beviamo un 12 yo imbottigliato nell’84, anno in cui G&M rileva, facendone una licensed label, l’etichetta storica del Clynelish 12 yo che era stato prodotto per tutti gli anni ’70 dalla vecchia Clynelish. Questo invece è con ogni probabilità un Clynelish prodotto dalla nuova distilleria nei primi anni di vita, più o meno nel 72, quando sfornarono alcune delle bottiglie più acclamate dagli appassionati di Clynelish. Insomma ci sembrava un modo decoroso per fare gli auguri di buon anno!

IMG-20191229-WA0015N: odora di vecchio, di emeroteca, carta logora e ingiallita. Ci sono nuances molto difficili, di grasso del prosciutto, lana bagnata, moquette, fieno umido. Sì, abbiamo esagerato, ma già questo delirio basterebbe per gridare al capolavoro. Poi ci sono altre dimensioni, da quella fruttata (mela gialla appena tagliata e limone) a un’altra grassa e ingolosente, tipo pasta frolla cruda, cioccolato al latte. Cereale umido da panico, il tutto inserito in un contesto polveroso, una patina che tutto ricopre e tutto nobilita.

P: l’alcol si sente più che al naso. In generale ci muoviamo nell’ambito di un whisky secco. A sorpresa ha una spiccata nota agrumata amara (nocciolo e scorza di limone). Ancora tanto vivo, con una bella acidità che fa salivare. Tanto malto semplice, molto presente e che richiama una mineralità e una sapidità d’antan. Si sente un filo di torba leggermente affumicata.  Liquirizia pura e mirtilli. L’acqua gli giova e lo rende meno tagliente, facendo uscire tanta frutta (mela gialla, ananas).

F: polvere, sale, limone, chicco d’orzo, fumo sottile. E ancora mirtilli, per lo stupore dei più. Ma ancora più stupefacente è la suggestione di mele conservate per l’inverno in un vecchio mobile.

Questo Clynelish è un whisky ostico e sfidante, difficile, ma davvero vale la pena di sfidarlo, cadere sconfitti, rialzarsi e affrontarlo altre mille volte. Resta un’esperienza memorabile, una testimonianza irripetibile del whisky che fu e non possiamo davvero dargli meno di 93/100. Noi ci rivediamo a gennaio per continuare a bere malti incredibili come questo, malti imbarazzanti, malti introvabili, i malti del supermercato che la zia vi ha regalato a Natale. Insomma tutto quello che avrà la sfortuna di ritrovarsi nei nostri Glen Cairn… Buon anno!

Sottofondo musicale consigliato: R.E.M.It’s The End Of The World As We Know It (And I Feel Fine)

Piove whisky (pre-Christmas edition)

Da tanto, troppo tempo ormai ci tratteniamo e non pubblichiamo un post popolato da sentenze lapidarie, scomposte e assolutamente non richieste. D’altra parte, se è vero che non può piovere per sempre, ogni tanto deve pur Piovere whisky, no? E allora eccoci qua, in clamoroso anticipo sull’imminente bulimia natalizia, a strafogarci di assaggi. Abbiamo incontrato whisky buoni, whisky decorosi e altri molto più che indecorosi. Quel che possiamo dire è che purtroppo, a differenza di quel che ci insegna il grandissimo Roy Batty in Blade Runner, NON “tutti questi momenti andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia”.

glenalmondGlenalmond everyday (circa ’90, OB, 40%)

Un vatting da battaglia di una volta, con tanto cereale evidente e una punta acidina, da fermentato, bene integrata e gradevole. Elargisce anche suggestioni dolci, tipo banana. Miele. Il palato non è sorretto dalla gradazione, e va bene così. 82/100

eRetico 3 yo (2016, OB, 43%)61TAA5qQ4HL._SL1500_

Invecchia in botti che hanno contenuto grappa e sherry, prima di un ulteriore travaso in altre botti ex grappa. Insomma se andate matti per la grappa, vi piacerà; però secondo noi qui si scontrano due anime mai integrate e forse mai integrabili. Ha note di Ricola al ribes nero e di liquirizia dolce. Balsamico, anche. 69/100

166284-bigArran 21 yo (1996/2017, Scoma, 55,5%)

Nel bicchiere un single cask ex-bourbon oak di Scoma, negozio e imbottigliatore tedesco. Sicuramente si tratta di un refill, anche perchè il profilo è molto naked – aperto e piacevole, burroso, note di cereali, frutta bianca. Shortbread. 85/100

 

Caol Ila 16 yo (1998, Wilson & Morgan, 60,4%)wm-16yo-caol-ila

Stereotypical Caol Ila: non sbagli mai. Vorremmo sottolineare con piacevolezza l’assenza di alcol, a dispetto di un volume apparentemente mostruoso. Dolce, decisamente zuccherino con vaniglia, torta Paradiso e torta al limone. Tanti agrumi, tra cui lime e cedro. Falò sulla spiaggia e spruzzi di acqua di mare. 87/100

Loch Lomond 13 yo (2005/2019, Claxton’s, 57,5%)

Loch Lomond, ovvero sia la distilleria più bizzarra di Scozia. Negli edifici di Lomond Estate, per la verità tra i meno graziosi di tutta la Scozia e dediti alla produzione del whisky solo dal 1965, succede un po’ di tutto: sono in funzione 6 alambicchi in grado di sfornare 4 mln di litri di whisky di malto ogni anno, ma non si può omettere la presenza di un gigante buono, un patent still che vomita 18 mln di whisky di grano annui. A Loch Lomond si producono dunque single grain e tanto blended whisky; ma per rendere più lineari le cose, il single malt è commercializzato sia come Loch Lomond che come Inchmurrin, oltre ad almeno altri 5 nomi diversi per i whisky torbati. Se mai faremo il sito whiskydifficile.com, promettiamo di recensire solo questa pazzerella distilleria delle Highlands. Per ora ci limitiamo a bere un single cask di Claxton’s, l’ex bourbon hogshead numero #1962-113.

lp10184-loch-lomond---claxton's-single-cask---2005-13-year-oldN: urca, che zozzeria! In senso tecnico, beninteso: note di emmenthal, di pastone per bestiame, punte metalliche e balsamiche insieme – un profilo veramente stranissimo. Si sente il distillato, molto evidente, si sente il wash, con lieviti, un’acidità peculiare, da yogurt agli agrumi. L’acqua non sposta nulla.

P: purtroppo abbastanza coerente, con cose sporche, sollevato da una zuccherinità molto più dignitosa – ma è zucchero bianco, neutro. Ancora emmenthal, ancora wash, ancora lieviti e distillato giovane e sporchetto e metallico. Senza voler essere sgradevoli, beninteso, ma proprio ci pare un imbottigliamento sbagliato. L’acqua porta una dolcezza più strutturata, diciamo di cedro candito.

F: per fortuna.

Al di là di una sfrenata attitudine enciclopedica, capace di spingere il bevitore a esplorare ogni sfaccettatura della miriade di whisky prodotti a Loch Lomond, francamente vediamo poche ragioni per rapportarsi a questo single cask. Il naso è a tratti inquietante, mentre il palato diventa decente se si opta per l’aggiunta di acqua. Siamo sui 74/100.

Sottofondo musicale consigliato: Whitehorse – Sweet Disaster

Stratheden (2018, Lost Distillery Company, 43%)

La Lost Distillery Company, che detta così sembra una via di mezzo fra il Signore degli Anelli e i Pirati dei Caraibi, è un imbottigliatore indipendente che si è messo in mente di assoldare un team di archivisti per recuperare le ricette dei vecchi whisky di distillerie chiuse e un team di master blender per assemblare diversi single malt così da ricrearle. Il che è meritorio perché dà lavoro a due categorie da preservare come gli archivisti e i blender, ma non toglie che siamo sempre in territori profondamente controversi, in cui l’idea di marketing alla base è francamente discutibile… Dato questo nostro superfluo contributo alla discussione filosofica sui remake di malti del passato,  si dà però il caso che molti dei whisky assaggiati fossero buoni. Certo, occorre sfrondarli di questa tremenda aura da Indiana Jones alla ricerca del dram perduto. Quello di oggi è un blended malt chiamato Stratheden, che la narrazione vuole essere una distilleria di Fife, chiusa nel 1926. Ma non saremo complici dello storytelling e non proseguiremo oltre.

stratheden-1N: presumibilmente piuttosto giovane, troviamo note di agrumi canditi molto evidenti (limone e soprattutto arancia). Ha una tensione acida non indifferente, che ci fa percepire assonanze con un Sauvignon per quella mistura minerale un po’ sporca (c’è un filo di torba acre, non fumosa). Spunta un piacevole ricordo di salamoia. Buono.

P: l’ingresso è soft ma intenso, per nulla acquoso. La sensazione è che il palato sia molto più dolce di quanto il naso lasciasse presagire. Caramelle dure alla frutta, pastiglia Leone all’ananas – sempre ammesso che esista. Un accenno di violetta è la ciliegina sulla torta di un profilo parecchio ruffiano. Forse un velo di salinità riverbera anche qui, ma la chiusura è di aranciata zuccherata.

F: prosegue sulla strada della dolcezza molto marcata: zucchero bianco e caramelle. Ma quel che resta è una una lieve nota erbacea appena minerale.

Avete presente quei calciatori improbabili che improvvisamente si inventano un doppio passo, un sombrero o un tunnel e si involano verso la porta? Ecco, neppure il tempo di entusiasmarsi per la giocata e subito sprecano tutto con tiracci scomposti o traversoni immancabilmente sbilenchi. Qui è lo stesso: il naso è molto promettente, ma subito palato e finale scadono in una dolcezza eccessiva. Peccato: 79/100.

Sottofondo musicale consigliato: Of Montreal – Past is a grotesque animal.

Brora 28 yo (1982/2010, Whisky Agency for LMDW, 51,6%)

Oggi inizia la settimana che ci porterà all’evento più whiskoso dell’anno, la quattordicesima edizione del Milano Whisky Festival, che ogni anno attendiamo con trepidazione e sete massime. Tra l’altro quest’anno il festival raddoppia, fresco del record di presenze dello scorso anno, e occuperà ben due sale nella storica location dell’Hotel Marriott. Sembra quindi opportuno consumare la settimana di vigilia sganciando un paio di bombe a mano, qui nel nostro umile spazio internettiano, giusto per scaldare ulteriormente l’atmosfera. Di lunedì tocca a un Brora messo in vetro ormai quasi un decennio fa da The Whisky Agency, affermato imbottigliatore tedesco che ci ha regalato più di una gioia in passato. Questa bottiglia fa parte della serie “Private Stock” ed è imbottigliata per La Maison du Whisky. Parliamo di sole 222 bottiglie, un whisky ormai rarissimo, ma sapete che non ci fermiamo di fronte a nulla.

Brora-28-y.o.-Whisky-Agency-for-LMDW-e1432913499131N: possiamo dire fin da subito che il naso si è posato su un Brora con la B maiuscola, nel senso che ha tutti i crismi della distilleria. Da subito molto aperto: spicca un cereale minerale incontrastato, accompagnato da una patina cereosa evidente, favo di miele. Non è sporchissimo, nè tanto torbato (il fumo è solo flebile), però arrivano chiare le tipiche note farmy broresche, tipo balle di fieno, ma anche sala di consultazione di testi antichi. Finisce qui? Mavvaaaaa!!! Sfondano note di pasta di mandorle, buccia di pera, frutta gialla (pesca, albicocca). A suo modo delicato, e infatti pensiamo addirittura al gelsomino.

P: non delude, ma proprio per niente. Risulta allo stesso tempo dolce e ricco, ma è anche affilato, duro. C’è una grande masticabilità, a richiamare ancora la cera e il miele. Un cereale clamoroso, semplicemente delizioso, e ancora pasta di mandorle. La frutta è straripante: albicocca disidratata, mango, arancia, Su tutto aleggia un senso di libro vecchio, una farmyness a dire il vero non mostruosa, come altre volte ci è capitato con Brora, ma più su sentori di fieno caldo. Zaffatine di pepe nero.

F: rimane il sapore del chicco di cereale maltato con torba, secco e complesso. Molto sapido. Lungo, incantevole. Agrumato e delicatamente vegetale: sintetizziamo in albedo, anche se un po’ ce ne vergogniamo.

Un Brora di un’eleganza mostruosa, a suo modo fresco, diventato anziano in un barile ex bourbon che ha dialogato in maniera intelligente col distillato, senza prevaricarlo. La cera si riverbera infinita e vorremmo addormentarci per sempre con questo sapore in bocca. Dolce ma non eccessivo, broresco ma in maniera sussurrata, molto diversa dagli assemblaggi degli OB. Pare che gli ultimi anni a Brora si producesse malto meno torbato, e qui potremmo avere una parziale riprova. Il voto è alto e combacia con quello di IBR: 93/100.

Sottofondo musicale consigliato: The Notorious B.I.G. – Mo Money Mo Problems

 

Glenrothes 13 yo ‘Halloween Edition 2019’ (OB, 46,6%)

Persino momenti bucolici al Whisky Revolution Festival

Chiariamo subito una cosa: questa recensione e il suo incredibile tempismo sono il frutto del colpo di genio di un uomo e di una donna che, pur stremati al termine di due giorni di Whisky Revolution Festival in quel di Castelfranco, hanno gettato il cuore, il fegato e ogni altro organo vitale oltre l’ostacolo. La sala era ormai vuota, gli stand irrimediabilmente deserti, le bottiglie di whisky già tutte malinconicamente impilate a formare bancali, ma i prodi – il nostro Marco Zucchetti e Nadia Bastianon, che fino all’ultimo e oltre ha animato il banco di Velier – hanno realizzato all’unisono che Halloween era ormai alle porte e che proprio una distilleria in portfolio dell’importatore genovese aveva appena sfornato un’edizione limitata di 5000 bottiglie dedicata guarda caso a questa festa ammerigana. In un attimo il bancale era sbancalato, i due come furie ad aprire scatoloni, il sample riempito per la lieta ricorrenza.

9712_the_glenrothes_13_year_old_halloween_edition_2019N: riconosciamo subito una nota che ricorre nei whisky della distilleria, vale a dire un bel carico di frutta secca, soprattutto noci ma anche mandorle. Il profilo generale è di quelli umidi, tra la scatola di legno chiusa da tempo, il cartone bagnato e un filo di cera. Si sente anche la torba, ma abbastanza timida e dal fumo accennato. C’è poi tutto un lato che ricorda cose dolci molto cariche, tra il caramello, i fichi secchi, tanta scorza d’arancia candita e la mela rossa caramellata. Vaniglia, certamente, mentre la parte speziata la riassumiamo con una suggestione di pan dei morti.

P: attacca deciso, forte anche di una gradazione dignitosa. Le note agrumate dominano in lungo e in largo, con ancora arancia candita; dolce e ricco, avvolge il palato con note di vaniglia, creme caramel, uvetta sotto spirito, pesche succose e mele gialle. In effetti sembra fatto per riscaldare il cuore e accontentare i golosi che, con la scusa dei primi freddi novembrini, iniziano a divorare zuccheri a ogni ora del giorno. La torba è ancora un di più ed esce più che altro sulla distanza, regalando una suggestione di caldarroste e un filo di sapidità.

F: abbastanza lungo, su note di zucchero rappreso, cera e frutta secca. Vive la torba, ben integrata.

Chi segue questo spazio sa che su Glenrothes abbiamo spesso speso parole amare. Immaginatevi quanto potevamo partire prevenuti su un’edizione speciale di Halloween con un’extra maturazione in botti che hanno contenuto whisky torbato. E invece il magico mondo del whisky di malto è magnificente proprio perché sa stupirti a ogni assaggio, trasformare una sicura beffa in un whisky gradevole. In generale questo Glenrothes è ben congegnato, un malto moderno creato con uso spregiudicato dei legni per spingere forte su note zuccherine, sontuose, al limite dell’eccesso. Per chiuderla con un discutibilissimo gioco di parole, da cui d’altronde davvero non sappiamo esimerci, noi avremmo giurato fosse scherzetto, e invece era dolcetto: 86/100.

Sottofondo musicale consigliato:  Tones And I – Dance Monkey (acoustic cover)

 

 

Ardbeg 25 yo (1991/2016, Signatory for Kirsch, 51%)

Proseguiamo trionfalmente la nostra marcia d’avvicinamento all’edizione limitata di Ardbeg di quest’anno, il pittoresco Drum. L’altro giorno ne abbiamo salvato un bel campione nella festa pazza organizzata a Milano per l’Ardbeg Day e abbiamo tutta l’intenzione di riassaggiarlo con calma quanto prima… Nel frattempo ci si perdonerà se indugiamo ancora un attimo sugli imbottigliatori indipendenti: l’altro giorno questo splendido Ar10 di Elements of Islay, oggi un singolo barile addirittura venticinquenne, selezionato da Signatory per il quarantesimo anniversario di Kirsch Whisky, importatore e imbottigliatore tedesco dal 1976. Noi amiamo le celebrazioni e i quarti di secolo, e così alziamo di scatto il bicchiere, che contiene un liquido estratto da un refill sherry hogshead.

N: mamma mia, che splendore! Tutta la complessità di un vero Ardbeg ben invecchiato… Limone, limonata zuccherata, ma anche torta paradiso e zucchero a velo. Pastafrolla, lateralmente. C’è anche una dimensione fruttata deliziosa, nel cui panorama spicca l’ananas; lime, cedro. E non si può tacere la torba, molto vivace nonostante i tanti anni spesi in botte: gomma (boule dell’acqua calda), gasolio, copertoni. C’è qualcosa di erbaceo, che diremmo salvia, forse timo.

P: lasciateci qui, dimenticateci qui davanti a questo bicchiere (e però ogni tanto passate a riempircelo, per favore). Spettacolare, l’impatto è davvero impressionante. Partiamo dall’erbaceo, ancora con timo e salvia (anzi: erbe aromatiche bruciacchiate). Poi la torba, che qui si fa più fumosa, aggressiva, anche se viene meno la gomma. La dolcezza è soprattutto mielosa, con pastafrolla abbondante e generossa.

F: torna la gomma, scompare il fumo più acre. Ancora miele, ancora note di erba selvatica. Cambia e cambia e cambia…

Questa tipologia di Ardbeg ultrainvecchiati, il cui spirito è stato distillato tra l’altro in un periodo non facile per la distilleria (a due anni dalla riapertura operata da Allied, dopo un lungo silenzio e in mezzo al decennio forse più travagliato), è ormai merce prelibata e sempre più rara. Gli ultimi imbottigliamenti ufficiali sono proposti a prezzi esorbitanti (e anche questo non scherza a dire il vero, attorno ai 500 euro), però ci sentiamo di suggerire almeno un assaggio, se lo trovate in giro. Bere single cask come questo è un’esperienza in grado di cambiare il nostro modo di concepire il whisky, per l’intensità brutale dei sapori, per la mutevolezza delle suggestioni, per la raffinatezza nelle sfumature. Poi certo possiamo tornare a bere il nostro everyday dram, ma in pace con la coscienza: 91/100. Grazie a Riccardo per il sample.

Sottofondo musicale consigliato: Childish GambinoThis is America