Tomintoul 1967 (2000, Gordon & MacPhail, 40%)

Direttamente dal Tasting Facile del 2017, eccoci alle prese con un Tomintoul del 1967: c’è un che di archeologico in una bevuta del genere, se si pensa che la distilleria dello Speyside ha iniziato a scaldare gli alambicchi solo nel 1965. Si tratta di una prestigiosa selezione di Gordon&MacPhail, dalla serie Rare Old, ed è stato imbottigliato ben diciotto anni fa, all’alba del nuovo millennio, proprio quando la proprietà passo da White &Mackey agli attuali proprietari di Angus Dundee. Trattasi di un barile sherry first-fill, curiosamente ridotto a 40%. Andiamo, e che Dio ce la mandi buona.

5466-7727tomintoul1967-2000rareoldN: la presenza dello sherry è inconfondibile, ma si tratta di uno sherry non succoso, piuttosto tagliente e leggermente metallico, con note ruginose che si protraggono per l’intera degustazione. Si inizia con aromi di castagne, anzi di buccia di caldarrosta; poi uvetta sotto spirito, della marmellata bruciacchiata ai bordi della crostata… Noci e prugne; uno di quei dolci alla carruba. Particolare, ad un assaggio alla cieca potrebbe quasi sembrare un altro distillato (un Cognac, forse – lo dice pure Serge, che è un po’ più affidabile di noialtri). Dopo un po’, sviluppa come una nota vinilica, quasi di scotch (disambigua: nel senso del nastro adesivo), che ci ricorda un sentore erbaceo fasullo, come fosse chimico. Difficile immaginare cosa intendiamo, vero?

P: compie uno strano percorso: attacca sulla dolcezza, quasi succosa qui, tra il tamarindo, la marmellata di prugne, l’uvetta, ancora la castagna; sulle prime pare molto zuccherino, con caramello e ancora carruba. Dopo queste premesse, i 40% lo lasciano sfumare e cade nel baratro dell’anonimato. Poi il legno tende a prendersi la scena: si sente una sorta di astringenza legnosa che ci fa venire in mente il tè Pu-er, lasciato un po’ troppo in infusione.

F: tè e legno, legno e tè; ancora un che di metallico e un ricordo di prugna secca. Cacao amaro in polvere.

Se dobbiamo cercare un pregio in questo Tomintoul (distilleria che francamente ci ha abituato ai tiepidi entusiasmi), in fondo ne troviamo due, ancorché piccini. Innanzitutto, come dicevamo in apertura, rappresenta un’occasione più unica che rara per tornare alle origini di Tomintoul, quando ancora si distillava con due soli alambicchi; e poi il profilo complessivo, dalla ferrosità contundente e dalla dolcezza un po’ appassita, è certo non così frequente ai giorni nostri. Detto questo, francamente questo single cask finisce per deludere sia perché poco gradevole sia perché poco intenso. Serge non lo ama particolarmente, e noi meno: 80/100.

Sottofondo musicale consigliato: The André canta Habibi (Ghali cover)

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Clynelish 20 yo (1996/2016, Signatory Vintage, 46%)

Signatory Vintage, imbottigliatore indipendente scozzese nato nel 1988, ha un serio problema di mancanza di morigeratezza. Se metti caso, vien voglia di imbottigliare un Clinelish di 20 anni a grado ridotto (a 46 gradi come di norma per la Un-chillfiltered collection), non si accontentano di un rilascio ma ne fanno quattro. Noi stessi, che pure non passiamo la vita a bere Clynelish pur amando particolarmente la distilleria, avevamo già bevuto un loro Clynelish 20 anni del 1996, ma trattavasi di altre due sister cask (6408 e 6409) unite apposta per l’occasione. A distanza di un anno assaggiamo invece il cask 6407, un hogshead che ha contenuto bourbon.

Clynelish_SignatoryN: aperto e piacevole, si parte con note molto ‘gialle’: frutta bianca e gialla (pesca bianca e mela gialla, per i pignoli), piuttosto cremoso con crema pasticciera, vaniglia e tanta pastafrolla cruda – ha un carattere profondamente burroso (burro fresco) e molto minerale, tendente alla cera e alla frutta cerata di marzapane. Ha anche una bella nota di limone, anche un po’ di scorza.

P: molto pieno ed esplosivo, il corpo e l’intensità sono molto decisi a dispetto del grado ridotto. Ripropone alcuni felice adagio del naso, tra cui una dolcezza vanigliosa robusta e strutturata, e una frutta gialla matura e piena, al limite del tropicale: pesche, sicuramente. Sorprende però una trama oleosa e compatta, che rimanda alle classiche suggestioni di cera e minerale, tipiche di Clynelish, che il naso non sembrava promettere. C’è anche una punta agrumata, anzi: del bianco degli agrumi (albedo, per i pignoli di cui sopra).

F: lungo e cerealoso, molto pulito, appena screziato da una venatura minerale ed erbacea acre, quasi torbata. Un ricordo d’olio d’oliva.

Rileggendo la recensione compilata un anno fa, non possiamo che rimanere compiaciuti per la sostanziale costanza sia della distilleria che delle nostre impressioni, in un tripudio di convergenze tra soggetto e oggetto, tra realtà e percetto. Tornando sulla terra, diciamo che questo Clynelish forse non entrerà nella mitologia, magari complice anche il grado ridotto, e nemmeno ci lascerà esplorare abissi di complessità, ma pare aver trovato un perfetto equilibrio tra dolcezza, acidità e mineralità. Piacione e austero, esiste un whisky del genere? Sì, è Clynelish. 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: Paolo Nutini – New Shoes

Ghibinet 8 yo (2016, Gluglu 2000, 51,7%)

Mauro Leoni, animatore dello storico club Gluglu 2000, una ne fa e cento ne pensa. Ad esempio è già da qualche mese che la Single Malt Whisky Society è tornata in italia, manco a dirlo grazie al suo impegno; quasi due anni fa, invece, vedeva la luce quello che lo stesso Glen Maur definì “il primo single malt italiano”: distillato a partire da orzo maltato inglese e tedesco nella distilleria bormiese Peloni (la stessa che produce il Braulio, per interderci), il Ghibinet ha trascorso otto anni in una botte che aveva contenuto in precedenza Caol Ila. E poi, e poi… eccolo sbucare come se nulla fosse da un banchetto del Milano Whisky Festival, quasi a voler richiamare la genesi del nome che porta: Ghibinet, la notte dei doni, dal tedesco “gaben nacht”. In Alta Valtellina, nelle vigilie di Natale, Capodanno ed Epifania, i bambini passano nottetempo casa per casa chiedendo doni, secondo un’antica usanza. E noi ci siamo sentiti tanto dei pargoli a ricevere inaspettatamente un campione omaggio di questa strana creatura…
Ne esistono 180 bottiglie da 70 cl e 200 da 20 cl, se vi venisse voglia di un assaggio.

Ghibinet_2008_V1aN: molto aromatico: spiccano sulle prime note profondamente erbacee, con rabarbaro, eucalipto, erbe di montagna… ci ricorda le caramelle svizzere tanto celebri di questi tempi. Il legno, impregnato di fumo di Caol Ila, ha effettivamente ceduto molto del carattere del distillato originale al nipotino italico: note di posacenere, per la verità più robuste del consueto stile di Caol Ila, e un’accennata marinità (salamoia, olive nere). Per il resto, oltre ad una leggera vaniglia, troviamo non tanto una dolcezza fruttata, ma nitidi sentori di cereale zuccherino (porridge).

P: l’impatto è massiccio, anche se a tratti l’alcol pare emergere fin troppo, restando un po’ slegato. Il distillato si sente molto, anche se non nell’accezione di molti new make scozzesi, che pur se erbacei riportano alla mente canditi e lieviti; piuttosto si sente nitido il sapore del cereale dolcino, molto secco. Ancora iper-erbaceo, con infinite note di eucalipto, infusi di erbe… Glen Maur parla di un velo di vaniglia, poi pare proprio di addentare un chicco di grano. Per il resto, domina la scena il fumo, ancora molto intenso, forte e ‘sigarettoso’, con note marine (ancora sale e salamoia). 

F: erba fresca e fumo, lungo, lunghissimo e persistente; ricorda decisamente certi mezcal, erbacei e fumosissimi.

Per certi versi il Ghininet sa essere più scozzese di uno scozzese, super secco e nitido. Ci è sembrato di bere un malternative, a dir la verità, a metà tra un mezcal, un whisky isolano e una grappa nostrana secchissima. Esperimento approvato, ma per dargli solidità bisognerebbe continuare a distillare, sperimentare. Noi attendiamo fiduciosi e incoraggiamo con un 78/100.

Sottofondo editoriale consigliato: non potevamo non rilanciare un’intervista a Telemonteve Livigno di Mauro Leoni, che tra tante cose spiega da dove viene il nome del club Gluglu, che richiama il “rumore tipico di una Samsonite rigida con dieci bottiglie di whisky all’interno”. Beh, capolavoro!

Brora 1982 (2002, Gordon&MacPhail for Collecting Whisky, 40%)

Ancora fino a qualche anno fa non era infrequente trovare a festival, degustazioni o nei salotti più intelligenti delle bottiglie aperte di Brora, distilleria chiusa oramai 35 anni fa. Mentre il mito di Port Ellen cresceva a dismisura, si vaticinava che presto Brora l’avrebbe seguita nel Pantheon dei malti in via d’estinzione. Bene, quel momento ormai è arrivato: al whisky festival romano di quest’anno è stata ecccezionalmente aperta l’ultima special release di Diageo (Pino ci assicura che era buona “ma non il migliore di sempre”, mannaggia a lui!) e la cosa ha fatto abbastanza scalpore perché almeno in Italia trovare un Brora aperto è divenuta una vera rarità, complici ovviamente quotazioni in moderata crescita alle aste. E tutto questo mentre, ironia della sorte, Diageo ha annunciato i piani per una prossima ventura riapertura della distilleria, che ancora conserva intatti i muri, gli alambicchi e la magica atmosfera. Nel nostro umile armadietto, ancora qualche sample è rimasto di questo nettare di Highlands e ci siamo detti: “e bevitelo un Brora ogni tanto!”, alla moda del Facebook più trito e ritrito. Per farla breve, trattasi di un single cask imbottigliato nel 2002 dai ragazzacci del Milano Whisky Festival sotto l’etichetta di Collecting Whisky, a sua volta sotto l’etichetta del mostro sacro Gordon & MacPhail. Un’ultima cosa: si diceva della penuria di Brora negli ultimi tempi, ma a sorpresa – numero incredibile! Clamoroso! Proprio lui! – saranno proprio gli organizzatori del Milano Whisky Festival ad aprire un Brora, il 15 maggio al Marriott di Milano, durante una degustazione delle special release di Diageo che si preannuncia quantomeno intensa. Costa 50 euro, un pensierino lo faremmo – o meglio l’abbiamo già fatto, e ci saremo.

brog!m1982v1N: oh bella, questo naso non ce lo aspettavamo. Ci folgora da subito un carattere spiccatamente erbaceo, che ci fa venire in mente la foglia di tè: diremmo proprio tè verde, principalmente, e un che di tè nero leggermente tostato, forse perfino con un filo lieve di fumo. In secondo piano, ecco una nota di mare, un po’ sporca, molto evidente (anima iodata, fune di barca); sul versante dei sentori più morbidi, si affaccia ‘solo’ un cereale molto caldo (proprio campo di grano al sole). Aggiungeremmo anche una suggestione di timo. Una purea di mela gialla, a tratti? Forse sì. La gradazione così bassa forse penalizza un po’ lo spettro aromatico?

P: dobbiamo con sgomento rilevare come abbia sicuramente perso un po’, forse la bottiglia da cui abbiamo pescato il sample era rimasta a lungo aperta, non sapremmo – di certo la sensazione è di un whisky un po’ scarico, purtroppo, un po’ sfarinato, di certo molto poco alcolico. Se rimangono vividi i sentori di tè verde e di una qualche marinità, per il resto registriamo solo una stranissima panna cotta e un sentore di caramella alla violetta, con una dolcezza un po’ fasulla.

F: perdura quel che c’era al palato, cioè panna cotta e tè verde. Non proprio il migliore dei mondi possibili.

Peccato, ma questo sample ha sicuramente perso. Inqualificabile, per una volta ci dobbiamo fermare al senza voto. Pubblichiamo ugualmente perché vogliamo menarcela e dirvi che sì, sarà pure stato rovinato ma ci siamo bevuti un Brora! A parte gli scherzi, dobbiamo dire che il naso rimane interessante, anche se non completamente broresco, mentre al palato una gradazione arrivata sicuramente – e abbondantemente – sotto i 40 gradi ha determinato un cambiamento radicale del profilo di questo whisky… Se volete un parere sicuramente più nitido, Serge ci viene eroicamente in soccorso assegnando un 83/100, che è poi più o meno il voto a cui avevamo pensato mettendolo sotto il naso.

Sottofondo musicale consigliato: Lucio BattistiConfusione

Monkey Whisky Night #6 (24.02.18) – Cadenhead’s

Con solo un mese di ritardo veniamo a rendere conto del sesto ritrovo del Monkey Whisky Club, ovvero l’incontrollabile creatura di un manipolo di appassionati di whisky e di semplici erotomani che organizzano degustazioni tematiche in una non meglio precisata abitazione milanese (sssh, location segretissima!!! Ma va’, scherziamo, per partecipare basta iscriversi al loro gruppo Facebook e giurare fedeltà alla Scimmia).
Questa volta il fil rouge della serata è stato l’imbottigliatore indipendente scozzese Cadenhead’s, che nel 2017 ha festeggiato i 175 anni di storia e ha fatto uscire una caterva di imbottigliamenti che a occhio e croce un assaggino lo meritano. I 5 whisky che abbiamo bevuto noi, a ogni buon conto, sono stati imbottigliati in annate precedenti nella serie ‘Small Batch’, quella con le bottiglie basse e schiacciate in stile vintage, per intenderci. Il clima era come al solito gioviale, tra il serio e il faceto senza disdegnare l’improbabile, l’assurdo, il grottesco e lo sconveniente; ciononostante siamo riusciti a prendere qualche nota di degustazione finché la rodata formula dell’auto mescita con refill libero per i 15 presenti non ha definitivamente tappato la vena descrittivista che ci contraddistingue. Ma andiamo di parterre!

light-creamy-vanilla-17-year-old-cadenhead-creationswhiskyCreations ‘Light creamy vanilla’ 17 yo (2014, batch #1, 46%): questo blended assemblato con whisky di Auchroisk, Clynelish, Ardmore e della defunta Caperdonich è piacione e facilone come l’Heineken su Tinder (qualsiasi cosa significasse, l’abbiamo scritto e fedelmente lo riportiamo). Vaniglia, torta paradiso e scorza di limone, con un discreto supporto sul lato terroso e oleoso delle distillerie Clynelish e Ardmore. È tanto saporito e un 85/100 ci sta tutto.

Dailuaine 11 yo (2016, 46%): frutta cotta, soprattutto pere. Le note di botte sherry in cui AA-Cadenhead2ha riposato per più di un decennio non sono così evidenti, e anzi si trovano sentori di whisky giovane (lieviti e canditi). Al palato è speziato e frizzantino. Sicuramente particolare ma si ferma a 84/100.

bowmore-13-year-old-2001-small-batch-wm-cadenhead-whiskyBowmore 13 yo (2014, 46%): qui si comincia a fare sul serio, con un Bowmore tipicamente marino e tropicale. Caucciù. Si presenta gentile ma non privo di una certa complessità. Il palato è molto spinto sulla dolcezza, con pacchi di liquirizia salata. Gradevole fino a 87/100.

Tobermory 21 yo (2016, 52,5%): i due bourbon hogsheads usati tobermory-21-year-old-1995-cadenheads-small-batchrestituiscono un whisky grasso, oleoso e tagliente. È un impasto compatto di noce di pecan, vaniglia, sale e cera. Al palato arriva un’ondata pazzesca di sapidità, assieme a frutta gialla e marzapane. Si percepisce una leggera torba e sul finale ci si ritrova il sale sulle labbra: semplicemente splendido. 90/100.

La serata si è poi conclusa in bellezza con un maestoso Bruichladdich 24 yo del 2016, di cui però non sopravvivono ricordi nitidi, al di là di una spiccata tropicalità, perché la convivialità e il consumo irresponsabile di alcol hanno decisamente preso il sopravvento. Sicuramente da riprovare in altri contesti, anche perché ci sembrava molto complesso.
Per concludere non possiamo che ribadire il nostro divertito assenso per il tipo di serata che il club della Scimmia del Whisky ha ancora una volta imbastito con molta naturalezza: un po’ degustazione domestica con qualche nozione a suggestionare i presenti, un po’ alcolismo smodato a suggestionare tutti. Avanti!

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shooting di fine serata by Laura Licari: all’insegna della sobrietà

Glen Garioch 1990 (2017, Carn Mor ‘Celebration of the Cask’, 50,6%)

Carn Mor è una linea di single cask creata da Morrison & Mackay, storica realtà dell’imbottigliamento indipendente basata da qualche generazione nel Perthshire, in Scozia. Non contenti di tanto blasone, nel 2007 si sono inventati una serie di soli single cask di fascia alta, con imbottigliamenti ovviamente cask strength, ovviamente non filtrati a freddo. E questo 27 anni invecchiato in un ex bourbon barrel, di cui peraltro esistono solo 170 bottiglie, non fa certo eccezione. Glen Garioch, una delle poche distillerie fondate nel 1700 ancora in attività, regala (si fa per dire, eh) spesso whisky dalla spiccata personalità. Inoltre, per una sparuta claque di maniaci feticisti, è sicuramente di grande interesse il fatto che l’orzo contenuto in questo GG sia stato maltato direttamente sui pavimenti di maltazione della distilleria, che sono rimasti attivi fino al 1994, anno in cui Suntory comprò Bowmore e con essa Glen Garioch, fermando la produzione per un paio d’anni, e dismettendo, ahinoi, pure il maltatoio.

glen-garioch-1990-cask-20251-carn-mor-web_1N: compattissimo, con note di mandorla amara, nocino, torba minerale e senza disdegnare un tocco gentile e raffinato di cera. E altrettanto carezzevoli sono le suggestioni di burro fresco e vaniglia unite a un poco di erba limoncina. Un naso da vero damerino.

P: si presenta a sorpresa come tropicale e acremente torbato, con una stranissima struttura a base di note mentolate e floreali. Davvero un profilo unico, praticamente inafferrabile. Violetta mescolata a maracuja e banana? Incredibile. Le erbe aromatiche sono molto presenti, a creare un effetto setoso. Diciamo timo.

F: rimane una certa grassezza cerosa e torbata. Pulito, vegetale, di media durata.

Non possiamo fingere che questo Glen Garioch non sia un insulto diretto alla ragione sociale del nostro piccolo spazio degustazioni virtuali: è un whisky che di facile ha ben poco, si diverte a disorientare con un naso monolitico e difficile da penetrare, per poi stupire grazie a un palato assolutamente inaspettato e con richiami al limite dei sensi umani. Di certo quello che si percepisce è la pregevole fattura di questo single cask e noi gli daremo non meno di 89/100. E ci sentiamo anche di dire che i circa 200€ necessari per acquistarlo non sono soldi mal spesi, se non altro perché di malti con questo profilo di certo non capitano a tiro tutti i giorni. Grazie a Fabio Ermoli di Lost Drams per il campione.

Sottofondo musicale consigliato: Cypress Hill – Insane In The Brain

‘Six Isles’ blended malt (2017, Ian McLeod, 43%)

Questo blended malt messo in commercio a partire dal 2008 da Ian MacLeod Distillers, tra le altre cose proprietari delle ottime Glengoyne e Tamdhu, ci ha sempre incuriosito per il concept molto accattivante su cui è basato. Il blend contiene infatti whisky proveniente da sei distillerie situate su sei differenti isole scozzesi. Considerando che su Arran, Talisker, Tobermory e Jura esistono solo le distillerie produttrici degli omonimi whisky, un piccolo alone di mistero rimane sulle isole di Islay (quale delle 8 distillerie?) e di Orkney (Highland Park o Scapa?). Chiarendo che, no, nessuno sarà mai in grado di ricavare la ricetta esatta usando i sensi, ci addentriamo con passi felpati nella recensione.

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N: fresco e piacevole, si mostra fin dall’inizio molto onesto, molto ‘trasparente’, improntato sui distillati senza apparenti ingerenze di legni. Il lato acidino e agrumato è quello fin da subito più evidente, con note di agrumi (limone, anche yogurt al limone) e di impasto per pane. Poi, merita una menzione speciale il carattere isolano, di qualsiasi isola si tratti: c’è una bella torbatura convinta, con un’affumicatura più da Islayer che da Talisker, per intenderci (a noi, senza che ci venga chiesto, viene in mente Caol Ila), e poi una notevole marinità, con note di olive nere in salamoia e aria di mare. Una ‘dolcezza’ astratta, da zucchero liquido, compare qui e là.

P: non propriamente esplosivo, un po’ ‘acquoso’ e per questo anche molto beverino, conferma per sommi capi le suggestioni del naso, forse qui ricordando descrittori più vicini al mondo della dolcezza (vaniglia e zucchero bianco, una dolcezza neutra ma più intensa; diciamo pure banana verde) e con minore acidità agrumata. Resta invece sugli scudi il lato più selvaggio, con un fumo smoggoso ma delicato e, soprattutto, una composta e sapida marinità.

F: non lunghissimo, piacevole però e molto pulito: ancora sul distillato, leggermente maltoso e con una torba marina persistente ma – di nuovo – molto delicata.

Tutto molto delicato, in sordina, leggero: e però buono, piacevole, beverino. Se poi aggiungiamo la simpatia di farsi un ideale tour delle principali isole scozzesi dove si produce whisky, stando magari comodi comodi in un parcheggio a Cologno Monzese, e ci aggiungiamo pure che si trova sugli scaffali a circa 35 euro, beh non è davvero possibile storcere il naso. Per questo e per altre insondabili ragioni, gli diamo 82/100. Ci sia concesso anche di ringraziare i ragazzi della milanese Corte dei Miracoli, che ci hanno omaggiato di un abbondante sample in coda a una delle loro matte serate di degustazione.

Sottofondo musicale consigliato: Iron Maiden – The number of the beast

Blair Athol 21yo ‘Cars’ (Moon Import, 57%)

Le bottiglie della serie Cars, forgiata dallo storico importatore e imbottigliatore indipendente italiano Moon Import, non sono per niente facili da reperire. Messe in commercio in un non meglio precisato anno dell’ultima decade del millennio, sono infatti diventate instantaneamente oggetto da collezione, anche grazie allo stile squisitamente vintage delle etichette; perdipiù di questo Blair Athol ne sono state prodotte solo 257 bottiglie. Ma c’è un ma: lungo il percorso lastricato di insidie e sofferenze di questo blog noi abbiamo incontrato un angelo salvifico e munifico di doni inaspettati. Il suo nome è Luca Bellia, storico di professione, entusiasta del succo di malto e fan sfegatato di Blair Athol, il quale durante una recente degustazione si è presentato bello come il sole e ci ha mollato tra capo e collo questo sample da assaggiare: e gloria eterna per Luca sia!

BlairAthol-21Y-MoonCars-711604-FN: subito trasmette una sensazione calda e scura, profonda. Abbiamo a che fare con compatte bordate di sherry: frutta rossa, certo, con ciliegia sotto spirito e fragole, in primo piano; c’è tanta uvetta, con la teoria di dolciumi che ad essa si lega (zuppa inglese, strudel perfino). Qui e là c’è una nota lievemente sulfurea, di arancia rossa matura, quasi di carne, a tratti. Perdura alta una nota balsamica, particolare, non di eucalipto ma… di canfora! Con acqua, si apre il mentolato, erbaceo, e talvolta regala suggestioni al limite del farmy.

P: la gradazione non è nascosta, e però è un palato spariglia le carte, particolare, intenso, stranissimo e incantevole. Esibisce un lato erbaceo inaspettato, tra la liquirizia (ma la caramella alla liquirizia, pure salata), la canfora, il mentolato. Carruba e chinotto. Aumenta il lato carnoso/sulfureo, che si prende tanto spazio; se concede un po’ di spazio alla frutta rossa succosa, si chiude su una nota profondamente amaricante… L’acqua fa uscire anche qui un che di mentolato e della scorza d’agrume (agrumi in grande crescita), ma non ci pare esaltare il whisky, e onestamente lo preferiamo liscio.

F: …che però miracolosamente svanisce al finale, tutto fatto di uvetta, di una rotonda morbidezza sherried.

Blair Athol è spesso un whisky dallo stile non banale e questo Moon Import non fa certamente eccezione, risultando anzi abbastanza estremo. Ti prende a cazzotti e ti disorienta a ogni sorso, cambiando forma e suggestioni; a tratti quasi inafferrabile, eppure così presente. Non è in assoluto il nostro optimum, ma tanto rispetto per questo imbottigliamento che è già Storia (sperando che Luca ci perdoni la maiuscola): 91/100.

Sottofondo musicale consigliato: Rodrigo Amarante – Tuyo (Narcos Theme)

Connemara ‘peated original’ (2017, OB, 40%)

Tra gli addetti ai lavori e non è oramai opinione diffusa che il whiskey irlandese, a lungo bistrattato durante il Secolo Breve, si appresti a prendersi una saporitissima rivincita nei confronti del whisky scozzese. Sono molte le aperture recenti di nuove distillerie e ancora di più sono i nuovi marchi, che si alimentano tramite l’acquisto di botti dalle distillerie storiche. Tra queste, anche se non proprio dalla storia secolare, figura Cooley, fondata nel 1987 e autrice dietro le quinte di ottimi singoli barili, acquistati e imbottigliati da realtà indipendenti più o meno famose. Cooley, che nel 2012 è stata acquistata da jim Beam, ha inoltre da tempo creato una linea di whiskey torbati, a partire dal qui presente Nas ‘original’. Questo malto è nato per sparigliare alcuni dei clichè più consolidati dell’industria del whiskey irlandese: è infatti torbato e distillato non tre, ma due volte. Ci sono tutte le premesse per una sapida recensione.

connemara-peated-single-maltN: schietto e semplice: impasto del pane, tanto limone; biscotti ai cereali (quelli al malto e miele, ad essere precisi); e poi la torba, che si sente bene, intensa anche se delicata, con un po’ di liquirizia e lontano legno bruciato. Un’indistinta aura floreale, soooo irish!

P: corpo debole, molto etereo. Piacevole, più dolce e fruttato del naso: ha note di carambola perfino, poi di mela gialla. Vaniglia. Ancora cereali. Ancora torba, non brutale ma presente. Sa di zucchero bianco, di sciroppo di zucchero.

F: slegati alcol (l’effetto è quello di un profumo vecchio) e una torba a metà tra il plasticoso e il legno bruciato. Dolcezza astratta, forse la parte meno convincente.

La nostra valutazione si ferma un po’ a sorpresa (e già immaginiamo i lettori sbigottiti) a 78/100. Al naso tutto sembra far pensare a un whisky senza pretese ma piacevole, irlandesemente easy. Tuttavia al palato e al finale si perde tra un corpo insufficiente e qualche smagliatura alcolica di troppo. D’altra parte è pur sempre vero che questo insolito irlandese torbato varcherà la soglia di casa vostra se sarete disposti a spendere circa 35 euro, il che lo rende comunque un prodottino dal buon rapporto qualità/prezzo, coi tempi che corrono.

Sottofondo musicale consigliato: The Cranberries – Linger

Vanilla Burst (2017, Wemyss, 46%)

Da qualche tempo partecipiamo festosamente ai tweet tasting organizzati da whiskywire, che funzionano più o meno così: una ventina di blogger e appassionati di whisky da tutta Europa ricevono a casa dei campioncini e li bevono in simultanea all’orario dell’aperitivo, riversando su Twitter tutte le impressioni e le frustrazioni di giornata come se non ci fosse non solo un domani, ma nemmeno un post cena. Qualche settimana fa il pacchettino conteneva gli ultimi esperimenti di Wemyss, estroso imbottigliatore indipendente scozzese (tanto per capirci l’ultimo assaggio era un old fashioned già confezionato a cui aggiungere solamente ghiaccio). La serata è iniziata con questo Vanilla Burst, un no age statement prodotto con malto dello Speyside fino a raggiungere i 15200 litri. Per questo primo batch sono state sfornate 4800 bottiglie. E il nome è tutto un programma…

N: siccome questo è un concept whisky, noi faremo una concept recensione, optando per un’immagine altrettanto onnicomprensiva – e l’immagine è: ciambellone / torta paradiso, con tanto zucchero a velo e la scorzetta di limone nell’impasto. Se qualcuno poteva temere un bourbon monster, quest’incubo si realizza solo a metà: la palese giovinezza del distillato, che ci pare avvicinarlo al familiare Glen Grant 5, rimane abbastanza in evidenza, bilanciando curiosamente il tutto… Note fruttate, di frutta gialla, semplici ma gradevoli completano il profilo: pesca bianca anyone?

P: un buon corpo e un bell’impatto: ancora cremoso con vaniglia e torta paradiso, ancora una bella acidità con limone – di certo c’è un lato fatto di burro fresco ed erbaceo (diremmo lemongrass per essere cialtroni fino in fondo) che bilancia bene la dolcezza. Di nuovo viene in mente Glen Grant. Mela e pesca gialla.

F: medio-lunghino e persistente

Premesso che questo nuovo filone dei Nas connotati da un descrittore già in etichetta può piacere o può far inorridire, bisogna convenire sul fatto che un whisky va valutato in base al nostro gusto personale e alle sensazioni che ci trasmette. In questo senso, al Vanilla Burst non si potranno negare una certa piacevolezza e corposità, pur nel contesto di una ostentata semplicità. Quindi sbattiamocene della tradizione e vai di 83/100! Costa intorno ai 50 euro.

ah, per chi volesse farsi del male l’hashtag su Twitter era #wemissmalts

Sottofondo musicale consigliato: Vanilla Sky – Just Dance