Teaninich 23 yo ‘Rare Malts’ (1973/1997, OB, 57,1%)

Qualche mese fa si è concluso il ciclo di degustazioni dell’Harp Pub dedicato alla serie dei Rare Malts di Diageo – ciclo di degustazioni francamente storico (chi altro apre 12 Rare Malts, al giorno d’oggi, in Italia, per condividerli con appassionati? ditecelo, chi?) e che abbiamo avuto il privilegio di tenere, come ‘relatori’. Qualche sample ci è rimasto ancora in bacheca, è il caso di ridurre questa imponente presenza, non credete? Dunque eccoci alle prese con un Teaninich del 1973 (quando c**** ci ricapita di assaggiare un Teaninich del 1973!?, spiegatecelo!), imbottigliato del 1997.

N: che profilo d’altri tempi… Oleoso, erbaceo, a tratti anche un po’ ‘sbagliato’, se ci concedete l’eresia, con note di distillato spigoloso, al limite del sulfureo che tira schiaffi. Incenso. Note di propoli, di cereale macerato, di olio d’oliva; poi perfino un ricordo di amaro centerbe, di artemisia fresca, di una bustina di tè al bergamotto lasciata lì a raffreddare. A regalare a questo naso una dimensione ulteriore è anche una nota fruttata, zuccherina e lievemente acida, da frutta gialla: prugna gialla anzi.

P: molto particolare, ancora austero, erbaceo, oleoso, minerale… ma con un’esuberanza fruttata davvero godibile. Una nota di propoli, ancora erbe tipo artemisia, ancora agrumi (limone; e anzi, di nuovo un senso di Earl Grey). Cereale oleoso. Poi però ci sono sentori fruttati, intensissimi: addirittura ananas, ci sentiamo di dire con sicurezza.

F: lungo, più sbilanciato sulla dolcezza di ananas; in seconda battuta torna una punta erbacea, da erba aromatica, che ricomplica.

Una testimonianza di uno stile che oggidì è davvero raro: distilleria poco nota, mix di barili lasciati liberi di invecchiare con calma in barili non troppo aggressivi… La ricetta perfetta. Mamma mia: può avere dei difetti magari, ma è unico, seriamente. 89/100. Grazie pikkolo Ancielo Corbetta, tanto amore per te.

Sottofondo musicale consigliato: Johnny Cash & Bob Dylan – Wanted Man.

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Benrinnes 19 yo (1997/2017, Claxton’s, 51,5%)

Speriamo che questo signore sia andato in pensione

Dobbiamo ammettere che, per quanto qui e là ci piaccia atteggiarci da grammar nazi, stigmatizzando ogni errore, soprattutto quando riguarda agenzie di comunicazione pasticcione che lavorano per multinazionali amanti delle borsette (ehm), anche noi abbiamo i nostri problemi: e quello principale, non c’è verso, riguarda un imbottigliatore indipendente che apprezziamo molto oltretutto, cioè Claxton’s. Una volta su due lo scriviamo sbagliato, “Clanxton’s”, forse perché siamo schiavi dello stereotipo e quando pensiamo alla Scozia ci dobbiamo infilare dentro un Clan, chissà… Sta di fatto che stavolta siamo stati attenti: e dunque eccoci di fronte a un Benrinnes di Claxton’s (scritto giusto) invecchiato per 19 anni in un singolo barile ex-bourbon. In un altro momento vi parleremo della tripla distillazione parziale di Benrinnes – perché oh, fa caldo, dateci pace.

N: da subito si mostra molto Benrinnes, e dunque – nella nostra esperienza limitata – molto fruttato: quindi ecco una teoria di frutta fresca, con ananas, delle gustose prugne fresche, anche una lieve acidità da agrumi (arancia soprattutto). Miele, di quelli freschi e floreali; forse anche un che di menta selvatica. E scriviamo “selvatica” perché siamo degli amabili cialtroni. Marzapane. Non sapremmo trovare molto di più, ma quel che troviamo ci basta.

P: davvero esplosivo, molto coerente con il naso e molto compatto. Che piacevolezza! Pare un concentrato di frutta, esibendo ancora note di ananas, albicocche mature, mela e arancia. C’è anche qualcosa di goduriosamente cerealoso, forse fette biscottate? Un pit di pepe bianco. Cioccolato bianco, a testimoniare una dolce grassezza.

F: molto fresco, con eruzioni balsamiche. Sarà la suggestione dataci da Angelo, ma ci pare di trovare una lievissima salinità.

Mentiremmo se dicessimo di aver trovato il Sacro Graal della complessità: ma mentiremmo anche se sminuisismo la grandezza di questo whisky, che è – semplicemente – piacevolissimo da bere. Fruttato, dolcino, con note erbacee e lievemente balsamiche a rinfrescare il tutto. Perfetto per l’estate, e siccome è estate, beh: bevetelo. 88/100. In vendita su Whiskyitaly, che peraltro lo importa in Italia.

Sottofondo musicale consigliato: Anderson .Paak – Parking Lot.

Botti da orbi – Marco Zucchetti vs Game of Thrones pt.2

[Chiudiamo con la seconda parte dello straordinario reportage di Marco Zucchetti dedicato ai whisky che Diageo ha confezionato per celebrare l’ultima stagione di Game of Thrones. Dai che lunedì prossimo finalmente si massacrano…]

Talisker Select reserve, Casa Greyjoy (2019, OB, 45,8%)

L’accoppiamento perfetto: i signori delle Isole di Ferro hanno la loro roccaforte a Pyke. Da lì a Skye, casa di Talisker, il passo è anche letteralmente breve. Tra l’altro i Greyjoy sono pure soldati fieri e piuttosto ribelli, quindi il malto tosto di Talisker si addice loro come il lutto ad Elettra e lo spritz al Fuorisalone di Milano.

La piovra sullo stemma e sulla bottiglia suggerirebbe un whisky marino, “made by the sea”. Invece il primo olfatto è una pancetta affumicata da far venire l’acquolina come a Homer Simpson con le ciambelle. Tizzoni ardenti di un falò, alghe e salamoia per ricordare che comunque ci sono gli scogli in vicinanza. Ma è un mare dolce, anche al naso: frutti rossi (ciliegie), caramello bruciato e una confettura di prugne e arance. Ah, Theon Greyjoy (prima di finire evirato) dice di aver sentito anche una nota di peperone dolce grigliato. Ma non se ne assume la responsabilità eh, che non vuole che qualche altro recensore dissenziente gli tagli altri pezzi… In bocca è ancor più dolce, tra zucchero caramellato e sciroppo. È forse l’unico difetto (per chi lo considera un difetto, per carità) di un palato che sembra creato per piacere. Un po’ meno pepe del solito, un’aria di erbe officinali e un ritorno della carne grigliata (le costine glassate…). Un tocco di cuoio prima di un eccellente e lunghissimo finale di peperoncino, arachidi tostate e sale, ora molto netto.

È un Talisker carichissimo, più pirata che signore ma comunque professionista dell’amore, direbbe Julio Iglesias. Succulento e vibrante, pulp come Euron quando coperto di sangue stermina gente a caso tra le navi in fiamme. 85/100

Oban Bay reserve, Guardiani della Notte, (2019, OB, 43%)

La confezione è la più spettacolare della serie. Nera, con il giuramento dei Guardiani della Notte in rilievo sulla bottiglia. Qui è meglio confessare subito il conflitto di interessi del giudice: la bottiglia nera e i Guardiani gli vanno proprio a genio. Sarà in grado di essere spietato come Jon Snow quando impicca perfino un bambino?

Il naso ha qualcosa di riconoscibile (cioccolato al latte che pare di essere in Svizzera, non fra i ghiacci della Barriera e uvetta, arance candite e datteri). L’aria di mare di Oban si dev’essere congelata, ma viene sostituita da una frutta intensa e cerosa (uva rossa) e da un profilo eccentrico e divisivo. In tanti non hanno apprezzato le note di fieno umido, polvere da sparo e formaggio di capra (no, non siamo impazziti, né abbiamo fame) che emergono col tempo, ma non c’è che dire, il risultato funziona. In bocca non è poderoso, ma è pieno di sfaccettature. Parla molte lingue: quella minerale della grafite e di una torba da scamorza affumicata; quella piacevolmente e rotondamente fruttata fatta di arancia rossa e amarene Fabbri; quella speziata che si gioca fra cacao (i Pan di Stelle!), cannella e Morositas. E quella della frutta secca, con un bel croccante di arachidi salatine. Nel finale – piacevolmente lungo e fruttato – torna il formaggio di capra salato, con un filo di fumo e tante gelee alla mora.

Ora, se si rilegge il tutto viene da pensare a un quadro di Bosch o alla ricetta di un concorrente di Master Chef schizofrenico. Invece no, è un whisky profondo e godibile, carico come il Talisker ma con più coraggio. Con qualche grado in più sarebbe stato immortale, proprio come Jon Snow. 86/100

Lagavulin 9 yo, Casa Lannister (2019, OB, 46%)

Il bicentenario whisky di Islay, principe dei torbati, per la casata più malvagia, potente, spietata e luciferina di Westeros, i Lannister. I quali – parafrasando Beautiful – sono un po’ i Forester della serie tv: un padre spietato e puttaniere, due figli bellissimi che si accoppiano fra di loro perché nessuno gli ha spiegato che non si fa, un altro figlio nano e una sete atavica di potere. Di fatto, senza di loro Game of Thrones sarebbe innocua come Un posto al sole. Il carattere di Lagavulin – con cui condividono lo stemma leonino – ci sta a pennello.

Ohibò, che naso poco convenzionale per un Laga. C’è la torba, ma non è grassa. Molta aria di mare, caramello salato bretone, ma è la dolcezza a fare la voce grossa: pesca, vaniglia, buccia d’arancia e lamponi maturi non si trovano spesso da queste parti. C’è poi un che di erbaceo, tra la menta, foglie di tè e sigaro, che anticipa l’anima più animale del malto, tra wurstel e cuoio. In bocca è salato e grigliato. La torba prende le forme di banana bruciacchiata, tè Lapsang souchong e marshmallows sulla fiamma. L’alcol è bello pimpante, la frutta fa un passo indietro ma rimane presente (mirtilli, albicocca). Caramello, pan di zenzero e mandorle tostate salate chiudono il banchetto. Il finale si fa bruciato, piccante e giocato fra le note pungenti del malto giovane e il caramello.

Come dicevano l’Alto Passero e Andrea Giannone, le massime autorità morali di Approdo del Re e del Milano Whisky Festival: “Mai assaggiato un Lagavulin cattivo”. Anche questo non lo è, e ha anche il pregio di battere vie tutto sommato strambe per la distilleria. Paga dazio alla gioventù, ma sa di potenza e vittoria e non tradisce il dna isolano: la regina Cersei lo sorseggerebbe volentieri mentre vede scuoiare i suoi nemici. Atipico, ma tifiamo tutti per lui, come Tyrion. 86/100

Clynelish Reserve, Casa Tyrrell (2019, OB, 51,2%)

«Crescere forti», dice il motto dei Tyrell. Beh, questo è il malto a più alto grado infatti. Ma non basta a spiegare l’accostamento. Clynelish è malto ceroso, inconfondibilmente legato alle distese di erica delle Highlands nord-orientali proprio come la Casa Tyrell è legata all’Altopiano. Ecco, a dire il vero il vecchio Clynelish si sarebbe meritato una dinastia un po’ più coi controcazzi, eh, ma vuolsi così colà dove si puote, e non dimanderemo più altro.

Dal bicchiere spunta un gran bel naso. Si parte con una folata fresca di verbena, limone candito e mallo di noce. È assai minerale, buccia di lime e brina a sottolineare questa anima leggiadra come le vesti della bella Margaery dai capelli fulvi. Sotto le vesti ci sono le curve: mou, nocciole e frutta tropicale (maracuja), con un accenno delizioso di pasticcino al mandarino. Al palato è caldo – no, non cercate ancora dei doppi sensi con le scene di Margaery ignuda o mi costringerete a raffreddarvi gli spiriti con le immagini della vecchia Olenna -, ancora passion fruit e noci di cocco essiccate in un biscotto al malto e vaniglia. Il pepe dà un guizzo supplementare oltre la dolcezza miele e limone. Interessante la suggestione di semi di sesamo tostati che porta a un finale lungo, di nuovo pepato e che riempie la bocca di mango e spremuta di agrumi.

Non per riempire le recensioni di citazioni, ma chi dice che la gradazione non conta dovrebbe essere marchiato in fronte con la P di pirla. Qui, al netto del malto di qualità di base, il grado più elevato fa da amplificatore del gusto. Come se Margaery vestisse di latex. Ok, forza con le foto dell’ottuagenaria Olenna in pigiama, ce le siamo meritate… 87/100

Botti da orbi – Zucchetti vs Game of Thrones pt.1

Gli appassionati di whisky – si sa – sono persone semplici. Date loro dei samples, un taccuino e un bicchiere e non vi solleveranno l’universo e neppure un portacenere, ma di sicuro staranno quattro ore seduti al tavolino di un pub consumando acqua naturale per 2,70 euro e facendo molto bestemmiare il pacifico esercente. Detto questo, nella loro pidocchiosa semplicità covano tutti un sogno comune: creare una propria linea di whisky. Una serie ovviamente a loro dire geniale, a vario titolo ispirata a suggestioni totalmente personali che andrebbero studiate come le macchie di Rorschach. Negli anni, chi scrive è stato fortunato testimone della nascita delle seguenti idee:

– Single malt dedicati alle squadre della Serie A (che poi vai a pescare chi fa il Frosinone e chi la Juve. Tra l’altro: no, l’arbitro non si può imbottigliare…)

– Serie dedicata ai politici protagonisti della “discesa in campo” di Forza Italia nel 1994 (non ve lo berreste un “Elio Vito limited reserve”?)

– Serie con copertine serigrafate dagli autori Bonelli, dal torbato Dylan Dog al rye Tex Willer

– Serie di finish diversi ispirati alle correnti artistiche (giuro, questa era quasi seria, si erano solo un po’ incagliati sul futurismo, se fare finish in Red Bull o in Campari).

Tutte idee da ricovero o da successone, non è dato sapere. Quel che è certo, però, è che nessuno le ha tradotte in pratica. A parte qualcuno lassù in Scozia, o in America, o chissà dove è di stanza il fenomeno di Diageo che si è inventato la serie degli otto single malt dedicati al “Trono di Spade”.

Occorre una premessa. Quando il whisky incontra il cinema o la musica, il consumatore di solito è un uomo morto. Il marketing esige il suo tributo di sangue e spesso la qualità del prodotto equivale è quella di un cinepanettone o di un unplugged registrato in garage. Il che spiega il naturale sospetto degli appassionati, che da bravi nerd massimalisti vedono il marketing come sterco del demonio. Il fatto è che poi il marketing funziona, accende la curiosità e la passione, avvicina al whisky anche i neofiti. E dunque di riffa o di raffa oggi tutto il mondo sta parlando degli otto single malt Diageo dedicati alle Casate protagoniste della serie tv targata HBO. Chi perché non si è perso una puntata e aspetta l’ottava e ultima stagione come noi ragazzi degli anni ’80 aspettavamo il finale dei Cavalieri dello Zodiaco (mai una volta che arrivasse, con l’estate usciva dai palinsesti e si ricominciava da zero, maledetti). Chi perché collezionerebbe anche guano di piccione se avesse a che fare col whisky. Chi invece perché è un curiosone patologico e deve assaggiare tutto perché stolto è colui che si ritrae da un dram. Insomma, ognuno col suo viaggio ognuno diverso, tutti si occupano di quelle bottiglie. Dunque, facciamolo anche qui.

Premessa bis prima di iniziare a recensirle e a fare una classifica spietata. Di norma si giudica il liquido e basta. Buona regola è che né prezzo né packaging debbano influire sul responso. Però qui c’è dietro un’idea e dunque non si può ignorare il legame con la regina Cersei, il nano Tyrion, Montagna o il Re della Notte. Chi scrive conosce “Il Trono di Spade” alla lontana. Ne ha visto qualche episodio, si è sfondato di riassunti e video su Youtube e si è documentato qua e là. Abbastanza per capirne qualcosa, senza la pretesa di essere un esperto. Per rimostranze sugli errori filologici e interpretativi dell’universo di Westeros, sulle abitudini alimentari degli Estranei e sulla controversa liceità degli amori incestuosi di cui la serie è pregna (di fatto, per chi non la conoscesse, nel tempo libero fra un massacro e copulano tutti fra consanguinei come se non ci fosse un domani), prego rivolgersi ai due demiurghi del qui presente sito. Chi scrive è ospite, e come tale sacro: se qualcosa non va sgozzate loro…

Cardhu Gold reserve, Casa Targaryen (2019, OB, 40%)

Uno dei due malti della serie già pre-esistenti come original bottling (l’altro è il Royal Lochnagar 12). Forse l’accoppiamento peggiore. Scegliere un whisky così fruttato, facile e leggero per questa casata è come vedere Marilyn Manson fare un reading di “Tre metri sopra il cielo” a teatro: fa un effetto tra il demenziale e lo straniante, degno di Aegon detto “il Re Pazzo”. I Targaryen sono i regnanti detronizzati, i custodi dei Dragoni, parlano una lingua oscura, sono un popolo di combattenti. Gente che col Cardhu Gold reserve al massimo ci annaffia le peonie prima di usarle come biada per i draghi. Abbinamento bocciato.

Passando al whisky, è un classico Cardhu: naso maltoso e leggero, con zaffate di sciroppo d’acero e fieno, mele rosse e pere. La regina Danaerys – una che divora cuori crudi senza neanche un filo d’olio e limone – non apprezzerebbe. Al palato è coerente e delicato: morbido e burroso, sa di biscotto al miele e di cannella. Il legno si fa sentire sul (breve) finale, tra zenzero e buccia d’arancia. Non cattivo, non squilibrato, non sgradevole: semplicemente banale.

In una scena epica, Khal Drogo, marito di Daenerys, uccide l’insopportabile cognato Viserys versandogli dell’oro fuso in testa. Abbiamo trovato il movente: gli aveva appena proposto di brindare col Cardhu Gold reserve. 77/100

Singleton of Glendullan select, Casa Tully (2019, OB, 40%)

Qui la scelta è geografica: i Tully sono un’antica casata originaria di Delta delle Acque e il pesce sullo stemma – lungi dall’ammiccare a una passione pionieristica per il sashimi – lo prova. Glendullan giace sulle placide rive del Fiddich e dunque bingo.

Fortunatamente il whisky non sa di trota salmonata. È un ex bourbon anche se il colore suggerisce che il caramello abbia dato un’abbronzatura supplementare. Il naso è estremamente espressivo e colorato, tra il profumato e il frizzante: pesca, albicocca secca, aranciata, perfino Esta Thè. Molto piacevole, anche se un filo rococò. Spunta un che di cera, un’idea di cioccolato al latte e della mela cotta. Ah, dimenticavamo i fiori, per Giove! Ci sono dei fiori qui e là sulla tavola, oppure qualcuno è passato davanti al profumatore di ambienti automatico. Olfatto da commedia sentimentale brillante. Il palato invece è introdotto dal fatidico sadtrombone che segna le grandi delusioni. Siamo a Delta delle Acque? E allora in bocca anche il whisky si fa acquoso. L’attacco è dolce, tra pera, zucchero di canna e miele. Diventa via via più secco, con un che di nocciolo di pesca, legno bruciato, pepe e una nota amarognola agrumata, come di angostura: sa di Old Fashioned. Il finale è corto, poco oltre il legno tostato e il caramello. Che è comunque meglio del finale di Catelyn Tully, la matriarca, sgozzata durante le Nozze Rosse. Che non si chiamano così perché viene servita bavarese di fragole… 79/100

Royal Lochnagar 12 yo, Casa Baratheon (2019, OB, 40%)

È l’altro malto non creato appositamente per la serie. Diranno i maligni: come 12 anni OB non si vendeva, gli piazzano un cervo sopra e ne fanno il più raro e ricercato della serie, bel colpo! Occhio con le maldicenze, i Baratheon vi possono scannare per molto meno. Lord Robert siede sul Trono di Spade, quindi quale migliore distilleria per raccontarlo di quella che può vantare il sigillo di preferita dai Windsor? Per sottolineare il sangue blu, diciamo anche che è il più vecchiotto della serie (tutti NAS ad eccezione di questo e del Lagavulin).

L’oro zecchino nel bicchiere è quello della corona dei Sette regni. Al naso è parecchio maltoso, tipo i frollini a colazione per il giovane e insopportabile principe Joffrey. Caramello, crema al limone e un arazzo di frutta gialla (mele golden, prugne, mirabolani, melone). È elegante ma un po’ timido, con un accenno più profondo di cioccolato al latte, cannella e ciliegie sotto spirito. In bocca è coerente, mica come la Casata di riferimento, dove tutti congiurano contro i parenti che nemmeno nella Dc degli anni Ottanta. Ancora malto (Ovomaltina), cacao, arancia candita e biscotti al burro e cannella. È pulito e whiskoso, con un accenno fresco di ananas e pomelo e un tocco di tabacco dolce. Finale legnosetto ed erbaceo (rabarbaro?), di media lunghezza. Ha la dignità del regnante, ma non il carisma del sovrano adorato dal suo popolo. Machiavelli diceva: il Principe deve farsi “golpe e lione”, essere astuto e violento. Questo whisky si fa solo cervo: ha un bel portamento ma manca il mordente. 81/100

Dalwhinnie Winter’s frost, Casa Stark (2019, OB, 43%)

Gli Stark sono i protettori del Nord e regnano a Grande Inverno. Dalwhinnie sta lassù nelle Highlands dove il clima è bastardo e nel suo core range annovera il non imperdibile Winter’s Gold, quindi l’accoppiata era di rigore. D’altronde c’è anche un’assonanza di carattere: Eddard Stark e la sua famiglia sono rispettati, coraggiosi e di valore, proprio come il malto in questione (non per nulla il 15 anni è fra i Classic Malts). Orbene, prima che i “metalupi” animali guida degli Stark ci divorino i garretti, sotto con la rece.

Al naso è lui, il celebre “honey malt”: miele, vaniglia, Corn Flakes, agrumi canditi. Anche parecchia frutta tropicale, qualcosa di fresco (bergamotto e mentolo) e una nota più ricca di caramello, cannella e caffè zuccherato. Assai piacevole, l’alleato ideale. In bocca però è il contrario di Arya, la rampolla più sveglia della casa, che sopravvive a mille massacri e diventa una killer dai mille volti. Il whisky invece ne ha solo uno, quello con il profilo tradizionale di miele, cereali, nocciole e sorbetto al limone. Vaniglia, un pizzico di pepe e un retrogusto floreale: pieno, ma non si va più in là e a poco giova il finalino più secco dove spunta lo zenzero. Giusto per intendersi, non è male ed è molto più buono del Winter’s Gold. Però pecca un po’ di graziosa banalità. Quando Arya si vendica di Walder Frey, l’uomo che ha fatto sterminare tutti gli Stark, gli serve un pasticcio di carne fatto con i cadaveri dei suoi figli. Ecco, questo whisky in un pairing con quel pasticcio non lo esalterebbe… 82/100

Clynelish 20 yo (1996/2016, Signatory Vintage, 46%)

Signatory Vintage, imbottigliatore indipendente scozzese nato nel 1988, ha un serio problema di mancanza di morigeratezza. Se metti caso, vien voglia di imbottigliare un Clinelish di 20 anni a grado ridotto (a 46 gradi come di norma per la Un-chillfiltered collection), non si accontentano di un rilascio ma ne fanno quattro. Noi stessi, che pure non passiamo la vita a bere Clynelish pur amando particolarmente la distilleria, avevamo già bevuto un loro Clynelish 20 anni del 1996, ma trattavasi di altre due sister cask (6408 e 6409) unite apposta per l’occasione. A distanza di un anno assaggiamo invece il cask 6407, un hogshead che ha contenuto bourbon.

Clynelish_SignatoryN: aperto e piacevole, si parte con note molto ‘gialle’: frutta bianca e gialla (pesca bianca e mela gialla, per i pignoli), piuttosto cremoso con crema pasticciera, vaniglia e tanta pastafrolla cruda – ha un carattere profondamente burroso (burro fresco) e molto minerale, tendente alla cera e alla frutta cerata di marzapane. Ha anche una bella nota di limone, anche un po’ di scorza.

P: molto pieno ed esplosivo, il corpo e l’intensità sono molto decisi a dispetto del grado ridotto. Ripropone alcuni felice adagio del naso, tra cui una dolcezza vanigliosa robusta e strutturata, e una frutta gialla matura e piena, al limite del tropicale: pesche, sicuramente. Sorprende però una trama oleosa e compatta, che rimanda alle classiche suggestioni di cera e minerale, tipiche di Clynelish, che il naso non sembrava promettere. C’è anche una punta agrumata, anzi: del bianco degli agrumi (albedo, per i pignoli di cui sopra).

F: lungo e cerealoso, molto pulito, appena screziato da una venatura minerale ed erbacea acre, quasi torbata. Un ricordo d’olio d’oliva.

Rileggendo la recensione compilata un anno fa, non possiamo che rimanere compiaciuti per la sostanziale costanza sia della distilleria che delle nostre impressioni, in un tripudio di convergenze tra soggetto e oggetto, tra realtà e percetto. Tornando sulla terra, diciamo che questo Clynelish forse non entrerà nella mitologia, magari complice anche il grado ridotto, e nemmeno ci lascerà esplorare abissi di complessità, ma pare aver trovato un perfetto equilibrio tra dolcezza, acidità e mineralità. Piacione e austero, esiste un whisky del genere? Sì, è Clynelish. 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: Paolo Nutini – New Shoes

Diageo Special Release 2017 (MWF tasting – 15.5.18)

Ieri sera grazie a Diageo Italia e al Milano Whisky Festival c’è stata una delle degustazioni più attese dell’anno: cinque Special Release del 2017 sono state aperte per la gioia di una quarantina di appassionati e professionisti – nel pubblico c’erano tanti giocatori del whisky game italiano, ed è stato molto piacevole salutare tanti amici. Il parterre prevedeva il Collectivum XXVIII, il Blair Athol 23, il Lagavulin 12, il The Cally 40 (SR del 2015, da noi già recensito qui) e… il Brora 34! Ogni volta che ne assaggiamo uno, ci diciamo che probabilmente è l’ultimo Brora che berremo nella nostra vita… e dunque abbiamo deciso di rimandare l’esperienza: abbiamo fatto un sorso infinitesimale, ci siamo presi un sample e nei prossimi giorni ce lo beviamo con calma. Partiamo con le solite tre ‘sentenze’, mini-recensioni prese sul momento.

Collectivum XXVIII (2017, OB, 57,3%)
Un Blendend Malt senza età dichiarata, frutto dell’unione di tutte le distillerie di malto di Diageo: “Diageo in un bicchiere”, diceva il grande Franco Gasparri. Note di frutta gialla, morbido, mite; bel naso aperto nonostante l’alta gradazione, al palato un po’ troppo ‘frizzantino’ (pepe e zenzero), un po’ troppo presente l’alcol. Oleoso comunque; cremoso (zabaione). L’acqua giova ma non troppo, rendendo meno espressivo il naso e aprendo invece il palato. Una cassetta di mele gialle, vere protagoniste. 85/100

Blair Athol 23 yo (1993/2017, OB, 58,4%)
Solo maturazione in barili ex-sherry. Una bella mela rossa, qualcosa di floreale al naso (con acqua si fa più dolce, con note di torta di mele, di miele); al palato appare alcolico e un po’ debole rispetto alle attese, con sentori chiari di aceto di mela. Con acqua si fa decisamente più fruttato (ancora mela rossa), poi castagna e caramelle Rossana. Una venatura mentolata al palato. L’acqua è fondamentale. 86/100

Lagavulin 12 yo (2017, OB, 56,5%)
La sedicesima release del Lagavulin 12. Da subito, è lui: molto costiero e marino, poi frutta bianca; aria di mare, fumosissimo. Lagavulin sarebbe riconoscibile in mezzo a mille! Anche al palato c’è tanto sale, tanto mare, fumo, una dolcezza leggera (uva e zucchero a velo). Come sempre, Laga mantiene una solidità e una qualità da spavento. 90/100

Sottofondo musicale consigliato: Fantastic Negrito – Plastic Hamburgers, così, a caso.

The Speyside Files #1: Blair Athol, Aberfeldy

Eroici come solo due alcolisti all’ultimo stadio possono essere, la scorsa settimana abbiamo fatto un giretto allo Spirit of Speyside, il festival della regione che ospita un buon terzo delle distillerie scozzesi. Il giretto è stato matto e disperatissimo in verità: sono stati tre giorni molto intensi tra visite, degustazioni, incontri e tanti chilometri su una 500 color salmone – sommamente imbarazzante. Da bravi scribacchini recensori, evitiamo la mera cronaca per gettarvi in pasto il resoconto degli assaggi – o per lo meno dei pochi per cui siamo riusciti a mantenere una lucidità tale da appuntarci sintetiche note di degustazione.

Blair Athol è una distilleria deliziosa di proprietà di Diageo: è di strada per lo Speyside venendo da Glasgow e dunque non abbiamo potuto evitare di fermarci per una visita e un paio di assaggi, pescando nel range di Flora & Fauna – una menzione per il bar del visitor centre, letteralmente inserito dentro a un mash tun in disuso.

Mannochmore 12 yo Flora & Fauna (2017, OB, 43%)
Generosamente maltoso, con note evidenti di biscotti. Pulito e leggero, tutto sommato semplice e di persistenza medio-bassa, anche se qui e là non mancano degli spigoli erbacei/minerali e una leggera speziatura. Cereale cereale cereale! Un whisky che sa di whisky: 82/100.
Glenlossie 10 yo Flora & Fauna (2017, OB, 43%)
Chiuso al naso e abbastanza ‘spirity’. Note di yogurt, di gelsomino, e diventa molto floreale soprattutto al palato. Vaniglia e frutta gialla. Anche lui complessivamente pulito e abbastanza elegante, nel confronto diretto vince sul Mannochmore. 84/100

Due assaggi e passa la paura, si suol dire (dove? in quali occasioni? mah): forti di un nuovo coraggio, ci rimettiamo in strada e raggiungiamo Aberfeldy, amena e accogliente. Qui ne abbiamo approfittato per assaggiare qualche espressione delle altre distillerie del gruppo Dewar’s.

Royal Brackla 16 yo (2017, OB, 40%)
Note di caramello, poi note fruttate: un filo di banana verde, albicocca, arancia. Decisamente, tè zuccherato. Anche se a soli 40 gradi appare molto ricco e si fa rispettare, mostrando i muscoli di quello che si definisce “the king’s own whisky”. Bello dolce, ma con un finale pulito ed erbaceo. 86/100

 

Glen Deveron 18 yo (2017, OB, 40%)
Per chi se lo chiedesse, dietro questo esotico nome celasi nientepopodimenoché… il single malt prodotto a Macduff. Al naso sembra fruttato e piacevole, con note di frutta gialla (albicocca e pesche). In bocca è un po’ watery, anche se è ravvivato da un sentore salato e leggermente terroso. Strana nota di panna cotta, in un contesto interessante ma che, in fin dei conti, ci delude un po’. 78/100
Sottofondo musicale consigliato: Ariana Grande – No tears left to cry.

Caol Ila 18 yo OB vs Caol Ila 15 V&M

Dal momento in cui abbiamo aperto il blog, sei anni fa (quasi sette, si invecchia anche da queste parti!), abbiamo sempre avuto almeno un Caol Ila a disposizione – ora con un gesto di arbitrio ineguagliabile, beviamo gli ultimi due superstiti e li beviamo insieme, a sfregio. Si inizia da un grande classico della distilleria di Islay, il 18 anni che abbiamo già avuto modo di assaggiare qualche anno fa, per poi passare a un recente single cask già esauritissimo di Valinch & Mallet: mondi lontanissimi, come nell’album di Battiato, che diventano vicini di casa… basta avere un po’ di fantasia (e di sete)!

Caol Ila 18 yo (2017, OB, 43%)

whisky-caol-ila-18-year-43-Al naso, è un Caol Ila fatto e finito, così come ce lo immaginiamo, compatto e solido: quindi una torba gentile, fumosa, poi un lato balsamico, con mentolo e aghi di pino. Tanta parte agrumata, con arancia fresca e pure marmellata d’arancia. C’è una morbida quota di vaniglia. Al palato si conferma di una bella cremosità compatta, davvero beverina e suadente – corroborante, oseremmo dire, se solo avesse un senso. Tanta dolcezza, sì, ma mitigata dagli spigoli di Islay, con marinità in netto aumento, così come il fumo. Liquirizia. Ottimo nella sua banalità. 87/100. Buono, tanto buono, al punto che forse al quinto bicchiere può pure stancare… Viene via con una novantina di euro.

Caol Ila 15 yo (2002/2017, Valinch & Mallet, 52,8%)

Caol_ila_15_Valinch_&_Mallet_Single_Malt_Scotch_WhiskyAl naso, il lato torbato è molto simile al diciottenne, intenso ma non troppo aggressivo né particolarmente orientato al mare, salvo un sentore di pesce secco. Spicca una nota di risotto allo zafferano, e perfino un che di aceto balsamico. Il lato ‘dolce’ è vicino all’OB, anche se più scuro, decisamente più sbilanciato verso il bruciacchiato.  Al palato conferma questo spostamento, molto carico, con cuoio e liquirizia e miele evidentissimi. L’apporto dello sherry non è tanto sulla frutta rossa, quanto su una screziatura speziata (o una speziatura screziata, se preferite). Barbecue, pancetta sulla brace. 86/100. Buono, molto rustico, molto carico, ti deve piacere questo profilo, a tratti un po’ eccessivo forse. Pur nell’eccellenza complessiva, Serge lo definisce ‘impreciso’, e a dirla tutta siamo d’accordo: procede un po’ a strattoni, non ci sembra profondamente armonico; e tuttavia pare svolgere a pieno il compito di mostrarci ancora una volta come i single cask sappiano avere personalità da vendere e siano in molti casi degli abiti sartoriali, ad uno calzano a pennello, altri nemmeno ci entrano… ah lo si trova ancora sull’internet a 120 euro.

Sottofondo musicale consigliato: Led ZeppelinThe Battle of Evermore

‘The Cally’ 40 yo (1974/2015, OB, 53,3%)

Mentre Diageo annuncia le nuove Special Release del 2018 (e attenzione attenzione: nessun Brora, nessun Port Ellen!), noi ci dedichiamo con il piglio dei cronisti d’assalto ad una S.R. di tre anni fa… Il Cally 40 altro non è che un grain whisky prodotto dalla Caledonian Distillery nel 1974, messo in bottiglia appunto nel 2015, non colorato, non filtrato a freddo, alla gradazione naturale di 53,3%. Sulla carta, sembra avere tutte le caratteristiche del fuoriclasse: testiamolo nel bicchiere.

N: da subito rivela una nota di solvente, probabilmente data dalla gradazione, che scherma un poco – e subito dietro, ecco agitarsi alcuni dei più consolidati cliché da grain, ovvero banana matura, crema pasticciera, noce di Pecan… Ma qui in versione relativamente ‘light’, non troppo carichi come spesso accade talvolta. Procediamo per tentativi, vista la nostra poca esperienza coi grain ultraquarantenni – e però ci sembra che il lungo invecchiamento abbia smussato gli aspetti più triviali e più ruffiani di questo whisky, in favore di note speziate e più taglienti: dunque una punta di sedano, sentori di grafite. E poi, man mano che respira, si apre su una nota dominante: burro, burro fresco, burro caldo, burro sciolto, burro, burrissimo, poi panna rappresa, frutta gialla (mela gialla e albicocca).

P: ci saremmo aspettati un’esplosione di sapori clamorosa, e invece anche qui rimane abbastanza sottile, pur con una morbidezza inconfutabile. Crema, frutta gialla, nocciola e noce di Pecan, burro d’arachidi sono contrappuntati da una leggera ma costante nota speziata e legnosa: chiodi di garofano e sentori tostati, financo amaricanti. E per una pura coincidenza verbale, ora diciamo pure ‘amaretto’. Forse un dattero, anche?

F: burro, legno amaro… lungo e persistente.

Naso molto buono, complesso e piacevole, ha però una torsione tostata al palato che mmm, non ci convince fino in fondo. Ce lo ricordavamo molto buono dal nostro assaggio quando era uscito – confermiamo la soddisfazione anche se, ora forse vittime della delusione, ci ‘fermiamo’ a un 86/100.

Sottofondo musicale consigliato: Sleep – Sonic Titan.

Brora 1982 (2002, Gordon&MacPhail for Collecting Whisky, 40%)

Ancora fino a qualche anno fa non era infrequente trovare a festival, degustazioni o nei salotti più intelligenti delle bottiglie aperte di Brora, distilleria chiusa oramai 35 anni fa. Mentre il mito di Port Ellen cresceva a dismisura, si vaticinava che presto Brora l’avrebbe seguita nel Pantheon dei malti in via d’estinzione. Bene, quel momento ormai è arrivato: al whisky festival romano di quest’anno è stata ecccezionalmente aperta l’ultima special release di Diageo (Pino ci assicura che era buona “ma non il migliore di sempre”, mannaggia a lui!) e la cosa ha fatto abbastanza scalpore perché almeno in Italia trovare un Brora aperto è divenuta una vera rarità, complici ovviamente quotazioni in moderata crescita alle aste. E tutto questo mentre, ironia della sorte, Diageo ha annunciato i piani per una prossima ventura riapertura della distilleria, che ancora conserva intatti i muri, gli alambicchi e la magica atmosfera. Nel nostro umile armadietto, ancora qualche sample è rimasto di questo nettare di Highlands e ci siamo detti: “e bevitelo un Brora ogni tanto!”, alla moda del Facebook più trito e ritrito. Per farla breve, trattasi di un single cask imbottigliato nel 2002 dai ragazzacci del Milano Whisky Festival sotto l’etichetta di Collecting Whisky, a sua volta sotto l’etichetta del mostro sacro Gordon & MacPhail. Un’ultima cosa: si diceva della penuria di Brora negli ultimi tempi, ma a sorpresa – numero incredibile! Clamoroso! Proprio lui! – saranno proprio gli organizzatori del Milano Whisky Festival ad aprire un Brora, il 15 maggio al Marriott di Milano, durante una degustazione delle special release di Diageo che si preannuncia quantomeno intensa. Costa 50 euro, un pensierino lo faremmo – o meglio l’abbiamo già fatto, e ci saremo.

brog!m1982v1N: oh bella, questo naso non ce lo aspettavamo. Ci folgora da subito un carattere spiccatamente erbaceo, che ci fa venire in mente la foglia di tè: diremmo proprio tè verde, principalmente, e un che di tè nero leggermente tostato, forse perfino con un filo lieve di fumo. In secondo piano, ecco una nota di mare, un po’ sporca, molto evidente (anima iodata, fune di barca); sul versante dei sentori più morbidi, si affaccia ‘solo’ un cereale molto caldo (proprio campo di grano al sole). Aggiungeremmo anche una suggestione di timo. Una purea di mela gialla, a tratti? Forse sì. La gradazione così bassa forse penalizza un po’ lo spettro aromatico?

P: dobbiamo con sgomento rilevare come abbia sicuramente perso un po’, forse la bottiglia da cui abbiamo pescato il sample era rimasta a lungo aperta, non sapremmo – di certo la sensazione è di un whisky un po’ scarico, purtroppo, un po’ sfarinato, di certo molto poco alcolico. Se rimangono vividi i sentori di tè verde e di una qualche marinità, per il resto registriamo solo una stranissima panna cotta e un sentore di caramella alla violetta, con una dolcezza un po’ fasulla.

F: perdura quel che c’era al palato, cioè panna cotta e tè verde. Non proprio il migliore dei mondi possibili.

Peccato, ma questo sample ha sicuramente perso. Inqualificabile, per una volta ci dobbiamo fermare al senza voto. Pubblichiamo ugualmente perché vogliamo menarcela e dirvi che sì, sarà pure stato rovinato ma ci siamo bevuti un Brora! A parte gli scherzi, dobbiamo dire che il naso rimane interessante, anche se non completamente broresco, mentre al palato una gradazione arrivata sicuramente – e abbondantemente – sotto i 40 gradi ha determinato un cambiamento radicale del profilo di questo whisky… Se volete un parere sicuramente più nitido, Serge ci viene eroicamente in soccorso assegnando un 83/100, che è poi più o meno il voto a cui avevamo pensato mettendolo sotto il naso.

Sottofondo musicale consigliato: Lucio BattistiConfusione