Rock Island 21 yo (2019, Douglas Laing, 46,8%)

Torniamo con grande piacere a frequentare la categoria dei blended malt, che ultimamente sembra andare di gran moda, visto il moltiplicarsi di imbottigliamenti. Un tempo chiamati anche “vatted”, indicano una miscela di whisky provenienti da almeno due distillerie ma che siano distillati a partire da solo malto d’orzo, a differenza dei classici blended whisky che contengono anche whisky ottenuto da altri cereali. Tra gli alfieri della categoria, troviamo sicuramente Douglas Laing, storica famiglia scozzese di blender e di imbottigliamenti indie, che ha declinato questa (in)sana passione per il blended malt su base territoriale, creando la serie “Remarkable Regional Malts“. Visitando la pagina ufficiale di presentazione dei whisky ispirati a 6 zone di produzione, ci si imbatte anche in un motto che più ispirazionale non si può, capace di far stappare da sola anche la bottiglia più timida: “Se un single malt è un violino solista, un blended malt è l’orchestra al completo”. Beh, dopo questa piccola perla il nostro Rock Island, marchio che raggruppa i blend ottenuti con soli malti isolani, è già soavemente scivolato nel bicchiere.

226448-big

N: un po’ sporchino come impatto, con qualcosa che ricorda nitidamente del formaggio affumicato… C’è una componente minerale piuttosto evidente: talco, grafite. Poi note erbacee, ci vengono in mente salvia e lime. Pera williams acerba. C’è un che di mojito, con zucchero liquido, menta… Fresco e dolce. Zucchero a velo. Ah, non si dimentichi: torba anziana, un bel fumino vegetale insistente e molto nudo.

P: educato, lime, tanta vaniglia, limone, crema pasticciera, non diresti che ha 21 anni. Sorbetto al limone. Più convenzionale rispetto al naso, potresti dire che è un Caol Ila. Molto gesso. Erbe aromatiche bruciate, timo, salvia. Cioccolato bianco!, l’eta non si sente quasi.

F: macchia mediterranea arsa, dolcezza di glassa di minne di Sant’Agata, limonata zuccherata.

Questo Rock Island, prodotto in 4200 bottiglie e che oggi si trova a circa 90 euro, è molto saporito e non dimostra la sua veneranda età. Tutte le informazioni della frase precedente sono delle qualità indiscutibili, secondo noi, vi sfidiamo a darci torto… A parte la voglia di far rissa verbale in questo altrimenti placido venerdì, diciamo che le erbe aromatiche sono il fil rouge, dal naso al finale; la torbatura è ben presente anche se mai volgare nè aggressiva. Tutta l’esperienza gustativa è uno scambio serrato fra dolcezza zuccherina agrumata e torba erbacea, in un groviglio di suggestioni che non sarà come l’intera orchestra della Scala all’opera, ma è pur sempre un’egregia esecuzione da 87/100.

Sottofondo musicale consiglato: Talking Heads – This Must Be The Place

Laphroaig 17 yo (1987/2005, Douglas Laing, 50%)

Qualcuno qui ha bevuto più di noi, eh?

Qualche mese fa abbiamo assaggiato un single cask ex-sherry di Laphroaig del 1987, selezionato e imbottigliato da Douglas Laing dopo 18 anni: oggi facciamo… quasi lo stesso, però si tratta di un barile differente. È un 17 anni, ed è il DL1710 – per gli amanti dei Gronchi Rosa, questo imbottigliamento è celebre (boh, non sapremmo: lo è davvero?) perché esibisce in etichetta un bellissimo errore, per cui si tratta di… un Laphraoig. D’altro canto che fosse difficile da scrivere l’abbiamo sempre saputo, in più se hai preparato l’etichetta dopo aver fatto degli assaggi direttamente dal barile, beh, un errorino ci sta. Ti perdoniamo, Douglas.

N: come sempre coi Laphroaig indipendenti, abbiamo a che fare con un profilo pazzesco, con note molto evidenti e tutto sommato inusuali di erbe amare (a ruota libera ci lasciamo suggestionare: quindi timo, ma pure rabarbaro, genziana e canfora). La torba è a suo modo gentile, dolce, e ricorda la carne di porco glassata e cotta sul barbecue. C’è anche un che di limone a dare ulteriore freschezza. Molto interessante, sbilanciato ma bilanciato in un certo senso.

P: l’alcol è assente, dev’essere rimasto tutto nel sangue di chi ha scritto l’etichetta. Dolce e fresco, praticamente mentolato. È ancora erbaceo, molto setoso e la torba segue questa falsariga, simulando l’erba bruciata. Poca, pochissima marinità. Non è uno sherry pesante, tutt’altro: resta fresco, con una bella mela rossa croccante e pesca tabacchiera. Un filo di sale, a dire il vero.

F: va avanti sciropposo e tanto dolce. Si ferma un attimo prima di apparire stucchevole. Fumo lungo (fumo piano, fumo solo pakistano, direbbero alcuni rimastoni con gli occhi arrossati), ma discreto.

Come l’etichetta avrebbe dovuto farci immaginare, si tratta di un Laphroaig atipico (non è medicinale né particolarmente marino): ma resta un piccolo capolavoro d’equilibrio tra alcol, erba, dolcezza e torba. Consigliato, se lo trovate ancora in asta da qualche parte. 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: Eagles of Death Metal – Careless Whisper.

Laphroaig 18 yo (1987/2006, Douglas Laing, 50%)

Oggi ci sentiamo fortunati e peschiamo a caso nell’armadietto dei samples con la sicumera del bimbo che deve estrarre i bussolotti caldi di una lotteria truccata. E infatti, toh, spunta uno fra i tanti Laphroaig che affollano la nostra fortunata scansia: il primo selezionato è… rullo di tamburi… quello che avete già visto nella foto qui in alto! Vale a dire un refill sherry butt di Laphroaig, il #3109 per la precisione: 18 anni di invecchiamento, selezionato e imbottigliato da Douglas Laing nel 2006. Un vintage 1987 direttamente dalla bella serie Old Malt Cask, che tante soddisfazioni ha regalato a grandi e piccini.

56794-bigN: ci duole doverlo dire tutte le volte, ma quanto sono buoni i Laphroaig quando non sono violentati dagli stessi proprietari?! Elegantissimo, aromatico, la prima cosa che spicca è la frutta: mela rossa, proprio la buccia appena tagliata e fragrante; frutta tropicale, con kiwi dolce e mango (quasi mango disidratato). La torba è ancora bella viva, leggermente medicinale, ma senza essere troppo fumoso, e senza esibire una marinità troppo evidente. Piuttosto un che di american BBQ, ma senza eccessi “off”. La frutta tropicale è al limite del floreale, a tratti, se ha un senso. In generale spunta anche una sfumatura più erbacea, tra il timo e il rabarbaro, che si ferma a un centimetro dal balsamico.

P: di una bevibilità che sbalordisce, onestamente. Pieno, attacca sulla liquirizia, su note di legno ed erbe bruciate (canfora?) davvero intense. Poi man mano prende il comando il lato fruttato: mela, frutta bianca, che con un poco di acqua diventa perfino tropicale (succo mix tropical, ananas dolce). Biscotti al miele. Poi non dimentichiamo il fumo e la torba, che soprattutto senz’acqua pare piuttosto medicinale (la canfora…). L’acqua cambia molto, addolcisce il tutto e va ad attutire la componente più amara.

F: molto lungo, con sentori acri e medicinali, e con la nota marina (iodata più che compiutamente salata) decisamente evidente. Falò spento. Qualcuno azzarda: marmellata affumicata?

Quando il barile con lo sherry incontra lo spirito con la torba… No, non muore nessuno, però o è colpo di fulmine, come per la donna sexy e intelligente, oppure è l’accozzaglia invereconda. Qui siamo senza dubbio dalle parti della prima categoria, anche se per gridare al capolavoro manca qualcosina. L’olfatto è estremamente persuasivo, con un apporto di frutta raro. Il palato dà il meglio con una goccina d’acqua, ma va forse a perdere un po’ di quella Laphroaigness che nel naso ci aveva inebriato. Riassumendo, però, non possiamo non dare un convinto e soddisfatto 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: Cake – Long skirt, long jacket

Big Peat ‘Christmas Edition’ (2019, Douglas Laing, 53,7%)

Douglas Laing, “Villico con barile, d’inverno”, torba su tela, 2019

Come ogni Natale che si rispetti, almeno dal 2011 in poi, Douglas Laing mette sul mercato un’edizione speciale di Big Peat, il blended malt torbato di casa che dice di contenere malto di Ardbeg, Caol Ila, Bowmore e… perfino un poco di Port Ellen – ma quanto poco, non sappiamo e non chiediamo. Noi colpevolmente non abbiamo mai recensito nulla di questa serie, né il Big Peat ‘normale’ né le edizioni speciali che di tanto in tanto compaiono sugli scaffali delle enoteche – rimediamo parzialmente assaggiando proprio la Christmas Edition 2019, che è imbottigliata a gradazione piena.

N: un Islayer fatto e finito, non privo di qualche nota peculiare. Abbiamo note di limone, ma non del frutto: quasi di foglie di limone, al massimo l’albedo. Ci sono note di lievito, di pasta di pane; c’è anche della pera acerba, molto giovane. Dobbiamo annotare una sensazione curiosa, sulle prime dominante, di würstel alla senape. La torba è presente ma non troppo aggressiva, un po’ ‘verde’, marina e bruciata: falò sulla spiaggia.

P: molto coerente, replica il naso ma con una dolcezza molto più proncunciata. Sparisce quella nota curiosa di würstel e senape, in qualche modo si normalizza: dolce, mela verde, lime… Molto amichevole, un perfetto whisky di Islay ruffiano. Fruit Joy al limone, nota molto evidente. Aloe. Il tutto su un tappetino di fumo, con una torba gentile che esce pian piano, senza prendere la scena.

F: ancora gelée al limone, vaniglia e una punta di fumo (falò spento) e ancora un tocco di aloe.

Non complesso, con qualche guizzo, ma molto piacevole e gustoso. Il naso lascia presagire un profilo forse più complesso di quel che è, ma non si può negare che è veramente amichevole e simpatico, molto beverino: uno di quei whisky che puoi bere all’infinito, senza pensarci, e finire, senza rendertene conto. Ottimo per agevolare la peristalsi dopo il cenone, rivelerà proprietà eupeptiche inattese. 85/100.

Sottofondo musicale consigliato: Barry McGuire – Eve of destruction.

Timorous Beastie 25 yo (2019, OB, 46%)

Continuiamo ad esplorare la gamma dei blended malts regionali di Douglas Laing, stavolta mettendo il naso su un’edizione limitata del Timorous Beastie: 25 anni di invecchiamento, per lo più in barili ex-Bourbon, per un malto in 1600 esemplari, non colorato e non filtrato a freddo. La pavida bestiola arriva direttamente dalle Highlands, e va a completare una serie già abbastanza nutrita – e piacevole, stando alle nostre passate recensioni (questa e quest’altra).

N: molto aperto ed elegante, delicatamente fruttato anche – una bestiola timida, in effetti. Squadernato e fresco, si apre su note floreali e minerali molto piacevoli, polline, fiori rugiadosi, erica e violette, geosmina. Miele millefiori. C’è poi una parte fruttata e ‘dolce’, tra la banana, il pasticcino alla frutta… Banana bread con una spolverata di cocco, dice il buon Samuel che stasera beve con noi. Plumcake!

P: l’impatto è un po’ alcolico, a dire la verità, ma poi esplode una botta bourbonosa da ananas, cocco, crema pasticciera… Molto ruffiano, molto dolcione, sicuramente il barile parla a voce alta – ma non dà fastidio alle orecchie, intendiamoci. Mela verde. Cioccolato bianco con una fetta di ananas appoggiato sopra – don’t try this at home, direbbe qualcuno, ma nel bicchiere ci sta. Frutta secca oleosa (noce e mandorla). Non complessissimo ma piacevole.

F: ananas, molto intenso, e poi si chiude semi-secco con erba fresca. Dopo un poco

Naso e finale tutto sommato poco espressivi, ad esprimere la timidezza del topo in etichetta; per contro il palato è davvero molto piacevole e ruffianone, diciamo bestiale – certo costicchia (175€), ma non si può dire che non sia una bella bevuta. Consigliamo l’assaggio. 86/100. Grazie a Douglas Laing per il sample!

Sottofondo musicale consigliato: Francesco De Gregori – La Storia.

The Rock Island Parade

Douglas Laing ha lanciato ormai da qualche anno una serie di blended malts (i vecchi “vatted”: miscela di whisky di orzo maltato di diverse distillerie) dedicati agli stili delle diverse regioni di produzione dello scotch: abbiamo detto tante volte che parlare delle zone lascia il tempo che trova, ma tant’è, gli stereotipi aiutano a incasellare, e questo, almeno in certe fasi, non è cosa brutta. Oggi, grazie alla gentilezza dell’imbottigliatore, assaggiamo a confronto tre Rock Island: tre blended malt delle isole di Scozia, con whisky da Islay, Orkney, Arran e Jura miscelati insieme. Uno è il NAS standard, poi il 10 anni e infine un 21 anni. Poche info, se non che è tutto non colorato e non filtrato a freddo – buono a sapersi, no?

Rock Island (2019, Douglas Laing, 46,8%)

N: isolano e fresco, si mostra onesto e giovane: si sente il new make, quasi, con lieviti e note erbacee. Un mix tra il metallico, il formaggioso e una torba leggera, minerale, poco affumicato. Limone candito, forse un filo di polvere da sparo, a testimoniare una lievissima punta sulfurea. Un po’ di vaniglia.

P: che piacevolezza! Molto dolce, ma di una dolcezza zuccherina pura, da distillato, non da barile (anche se una quota di vaniglietta c’è), Zucchetti ci fulmina con la sua sapienza dicendo “melone bianco”; acqua di mare; piuttosto torbato, più fumoso. Ancora decisamente erbaceo.

F: lungo, persistente, erbaceo (anzi: proprio insalata Iceberg). Fumosino, torbatuccio.

85/100. Piacevole, molto godibile, si lascia bere con facilità e al contempo ha evidente un’anima isolana, austera anche se dolce. Chi ben comincia è a metà dell’opera, se non ricordiamo male…

Rock Island 10 yo (2019, Douglas Laing, 46%)

N: è simile al NAS, in un certo senso, ma un po’ più greve. Ancora torbatino. La nota di formaggio torna, un po’ più strana: diventa carta del formaggio, con un senso di umido che sembra un po’ sbagliato, a dirla tutta. Dopo un po’, tutto ciò passa, e resta un profilo comunque ‘strano’, con carrube, note metalliche, intense, di rame. Pera. A naso, e volendo essere inutilmente cattivi, c’è un sacco di Jura…

P: più pulito del naso, ma decisamente meno affascinante del NAS. Ha una dolcezza monolitica, zuccherina e molto semplice, con un po’ di mousse di pera a variare lo zucchero liquido. Una punta metallica, ancora, poca torba. Mah.

F: non lunghissimo, pera cremosa. Vegetale, ancora.

78/100. Meh. Dopo l’ottimo avvio, questa pare una mezza battuta d’arresto: più semplice del primo, certo molto particolare ma – a nostro giudizio – un po’ ‘sbagliato’, con note metalliche non ben integrate. Più semplice del NAS.

Rock Island 21 yo (2019, Douglas Laing, 46,8%)

N: molto erbaceo, con salvia, menta secca, infusi… La torba è più bruciata qui, ricorda erbe bruciate, ma anche un falò. Ci sono note di liquirizia, miele di eucalipto. Ancora formaggio, qui più pieno, più stagionato: avete presente quelle tomette affinate nel fieno? Ecco.

P: ancora molto molto erbaceo, camomilla lasciata lì, genziana, ancora salvia… Erbe aromatiche a go go. Poi come dimenticare il fumo, il bruciato: fieno bruciato. Ancora note di toma, dolce e sapida al contempo. bella stagionata: nota che torna anche al finale con intensità. Bergamotto e pepe nero. Una parte acida da frutta tropicale, appena suggerita.

F: molto sapido, molto intenso. Lungo, avvolgente, con erbe bruciate e formaggio dolce.

87/100. Oh, bene. Molto buono, con una sua notevole acidità e note legnose e amarognole molto setose, anzi vellutate. Il nostro preferito dei tre.

Chi dice che i NAS sono il male assoluto? Chi dice che i blended sono il male assoluto? Ottimo trio, si tratta di whisky prezzati in modo ragionevole (dal primo al terzo, andiamo dai 40 ai 90 pounds sul mercato inglese) e ben congegnati: oltretutto si rivelano piuttosto diversi l’uno dall’altro, cosa che decisamente apprezziamo.

Sottofondo musicale consigliato: Johnny Cash – Rock Island Line.

“Scotch Missed”: a tasting in Croatia

Cask End di un Brora 1972: serve altro?

Sabato scorso una nutrita delegazione di Whiskyfacile (cioè: Jacopo) ha attraversato ben due confini pur di partecipare alla degustazione SCOTCH MISSED a Motovun, in Croazia, organizzata dal grandissimo Tomislav Ruszkowski. Non è un blog di turismo, quindi vi saranno risparmiate le avventure del viaggio, tra maiali arrosto e spiagge di nudisti (a dispetto delle apparenze: le due cose non coincidono). La degustazione ha avuto luogo nella bellissima cornice del Roxanich Wine & Heritage Hotel, piccolo santuario di alcune passioni di Mladen Rozanić, imprenditore croato che da una decina d’anni ha deciso di trasformarsi anche in winemaker: i suoi vini, rigorosamente naturali e biodinamici, hanno diviso i partecipanti, ma chi scrive – pur nella sua conclamata ignoranza in materia – si è innamorato dei macerati. Ad ogni modo, il tema della degustazione era appunto “lo scotch che non c’è più“, e dunque bottiglie di distillerie chiuse, o di distillerie aperte ma con un passato problematico. Abbiamo preso appunti solo su 5 dei 7 assaggi: i due mancanti sono tornati in sample a Milano, e in questi giorni pubblicheremo delle recensioni più esaustive.

Glen Flagler ‘Rare All-Scotch Malt’ (anni ’70, 40%): Glen Flagler era il single malt prodotto dai pot still dentro a Garnheath, distilleria di grano del gruppo Inver House, nel periodo tra il 1965 e il 1985. Roba molto rara, se cercate su whiskybase ve ne renderete conto. Un sacco di pera al naso (mousse di pera), mela verde, scorza d’agrume, cereale; come spesso accade con whisky così vecchi, cambia molto, muove verso le scorze di frutti tropicali, diventa sempre più fruttato e lievemente ceroso (la solita, splendida storia della patinina minerale). Piuttosto floreale. Il palato è dolce, di una dolcezza fruttata intensa, ancora mela verde e pere. Finale breve e easy. 83/100.

Littlemill 16 yo (1991/2008, Douglas Laing, 50%): non c’è bisogno di introdurre una delle nostre distillerie preferite di sempre, vero? Questo è un refill Hogshead della serie Old Malt Cask di Douglas Laing. Inizia con una nota di colla vinilica, inaspettata, ma pian piano sale una dimensione fruttata spettacolare (mela verde, tropical acidi maracuja mango), foglie di foglie, legno nuovo. Unsexy ma sexy, se si capisce cosa intendiamo. Cera. Il palato è totale, tropicale ed erbaceo, esplosivo, ancora cera, finisce sulla clorofilla e con sentori amari, spettacolare. Pasta di mandorle. Peccato per un naso un pelo troppo poco espressivo, altrimenti avremmo volato ancora più in alto. 89/100.

Rosebank 14 yo (1990/2005, Chieftain’s, 46%): anche in questo caso, presentare Rosebank appare quasi imbarazzante. Fin dalle prima note del naso, sembra molto particolare, con un profilo inusuale per un Rosebank, almeno per come l’abbiamo sempre conosciuto. Nel panorama delicato e fruttato, con le consuete note erbace pronunciate, c’è infatti una lieve nota sulfurea, che al palato diventa ancora più evidente. Nel complesso, oltre a ciò, è dolce, con vaniglia, frutta fresca (mele fragole pesche) e una venatura minerale. Una punta di caramella all’anice. Non ci persuade fino in fondo, ma resta una testimonianza per noi ‘nuova’ di una distilleria di culto. 84/100.

Imperial 19 yo (1995/2015, Signatory, 46%): ultimamente ci capita sempre più spesso di assaggiare degli ottimi Imperial, non sappiamo se dipenda dal fatto che sta raggiungendo età sempre maggiori, e magari questo giova al distillato, oppure dal fatto che semplicemente ce ne siamo accorti solo ora. Ad ogni modo, questa è stata la vera sorpresa della serata: veramente ‘cccezzionale, fruttato (abbiamo frutta gialla, mela, pesche) e con uno strato ceroso/maltoso davvero incantevole. Il malto è molto presente, brioche appena sfornate, pastafrolla calda, burro caldo, miele. Venature minerali. Una menzione al corpo del palato, di alto livello anche se a grado ridotto. Lo vogliamo premiare: 90/100.

Ardmore 21 yo (1979/2001, Douglas Laing, 50%): il distillato di Ardmore è molto spigoloso, “rognosetto” lo definirebbe qualcuno, e se si lascia in un barile poco attivo i risultati sanno essere sorprendenti. Questo è appunto il caso: 21 anni in barile hanno portato a un’evoluzione che non può non lasciare sedotti. Il naso offre un profilo torbato leggero, piuttosto sporchino e minerale (olio, perfino del gesso), per noi buonissimo. Intensa anche la frutta, tutta su pere e pesche: lato che torna vivo anche al palato, subordinato però a una torba delicata e al cerino, allo stoppino di candela. Finale lungo e affilato. Davvero buono: 90/100.

Vorremmo ringraziare ancora una volta Tomislav per l’invito a questa degustazione davvero unica, e Mladen per la grande ospitalità in un luogo così bello: e ne approfittiamo per ringraziare gli amici croati e gli italiani, Gpp e Dameris, Luca e Maura, Claudio, Anna, Davide e Daniela, Michele, con cui abbiamo condiviso passeggiate, consigli sloveni sbagliati, calamari pigri e cotenne di maiale fumanti. Prossimamente le recensioni di Millburn (!) e Ardbeg.

Sottofondo musicale consigliato: Brad Mehldau – O Ephraim.

Tamdhu 10 yo (2002/2013, Provenance, 46%)

Domani ci sarà il Milano Whisky Day, dedicato in particolare agli imbottigliatori indipendenti: pare un percorso coerente da parte degli organizzatori Andrea e Giuseppe, che arrivati alla dodicesima edizione del MWF provano a fare un passo ulteriore nei confronti della qualità e della ricerca in ambito whiskofilo. Nei confronti delle élite, direbbe qualche stolto ‘leone da tastiera’. Tra i vari espositori mancherà Douglas Laing, e noi ne celebriamo l’assenza con questo giovane Tamdhu della serie “Provenance”. È una serie entry-level cui siamo particolarmente affezionati: sono sempre prodotti onesti, senza pretese, a un prezzo coerente. Single cask refill-sherry (ref 10104), alle prese con un distillato tutt’altro che anonimo come quello di Tamdhu: se non andiamo errati, si tratta di un’edizione per Les Whiskies Du Monde, un distributore e negoziante francese.

N: sporco tra il rame, l’ossidato e l’ananas dimenticato nel frigoverre (cosa che getta un’ombra oscura sulle nostre schiscette, lo sappiamo). Sulfureo, e poi toma bella grassa, ma ha anche dei difetti: nel senso che tutto il contundente di cui sopra è anche a suo modo intrigante, però poi esce fuori che l’alcol, un po’ sparato e slegato. Curioso. Uva appassita.

P: attacco a sorpresa molto dolce, tipo ripieno delle caramelle haribo, vaniglia, gelato alla panna. Poi si ricorda di ciò che fu e ripropone note di grasso e sulfuree. Ancora ananas andato, seppure non maturo. Cereale caldo e rame, sensazioni di alambicco.

F: zucchero glassato con una spruzzata di cereale dolce. Non corto, ma non fa altro che ricordarci la sua gioventù, tra canditi e rame.

La botte è a fine vita, il distillato ha la sua personalità e si impone in modo indisciplinato, soprattutto al naso. Si rischia la catastrofe ma poi in fondo in fondo un 81/100 non ce lo risparmiamo. È un whisky onesto, sincero, che da un lato avrebbe forse giovato di qualche anno in più in un barile così poco attivo, ma dall’altro sta bene qui dove sta, ovvero nel nostro bicchiere. Grazie a Corrado, che ha bevuto e recensito con noi, per il corposo sample.

Sottofondo musicale consigliato: Emmanuelle – Italove.

Timorous Beastie 18yo (2017, Douglas Laing, 46,8%)

Sep14-TimorousBeastie2Il timido topino, la bestiola timorosa in oggetto, vuole forse essere una metafora del whisky delle Highlands: non fumoso e aggressivo come quello di Islay, ma pur sempre con una personalità che lo distingue dai morbidi speysiders e dunque lo rende, a suo modo, bestiale. Così devono aver pensato negli uffici di Douglas Laing quando qualche anno fa hanno deciso di lanciare questo blended malt a tema regionale, composto di soli malti delle HIghlands: avevamo assaggiato la versione ‘base’, ora ci cimentiamo con quest’edizione limitata a 8000 bottiglie, maturata per almeno 18 anni.

douglas-laing-timorous-beastie-18-year-whisky-70cl_tempN: molto highlander, bisogna riconoscerglielo! Partiamo rilevando una nota di torba, delicatissima e senza fumo, ma con estrusioni di terra umida, di pioggia. C’è una bella spalla floreale, di erica, a sorreggere un fardello cerealoso particolarmente evidente e croccante: corn flakes, malto. Insomma, a dispetto dei suoi 18 anni, piuttosto ‘nudo’ e delicato. Una nota di torta di mele, ripiena di mele.

P: attacca un po’ alcolico; l’avvio è coerente con il naso, c’è un tripudio pomico, ci sono mele in ogni forma: torta di mela, mela rossa, succo di mela filtrato. La mineralità e la torba restano decisamente in disparte, quasi svanendo, lasciando piuttosto spazio a spezie: pepe, zenzero. Yogurt ai cereali (avete present gli Yomo?) e fiocchi di cereale. Zucchero di canna. Mah.

F: torba la torna, ehm, torna la torba, poi mela ad libitum.

Incompiuto, come la carriera di Biabiany (che pure si è portato a casa una Intercontinentale, ricordiamo). Resta sempre un po’ inespresso: se sulle prime pareva molto promettente, anche se sorprendente per l’austerità giovanile, nella seconda fase della carriera le sgroppate sulla fascia paiono stanche e, a dirla tutta, non pienamente integrate al possesso palla della squadra. Non sappiamo se a Biabiany piacciano le mele e il cereale, ma al topino in etichetta sicuramente sì: intendiamoci, abbiamo di fronte un whisky onesto, piacevole e godibile, ma se in enoteca dovessimo scegliere tra la versione base e questo diciottenne, opteremmo per la prima. 83/100.

Sottofondo musicale consigliato: Church of the Cosmic Skull – Evil in you eyes.

Lost in Caol Ila: una sessione di quattro

Ogni giorno, quando apriamo il mobile dei sample per cercare ispirazione, ce n’è un mucchietto che ci guarda sconsolato, triste, gemendo e chiedendo pietà. Noi lo abbiamo sempre ignorato, perché – lo sapete anche voi – questi sample sono dei viziati, frignano frignano continuamente e compito di un buon blogger, nelle sue funzioni di educatore, è di non assecondarne troppo i capricci. Oggi però, sentito il composto silenzio che giungeva dalle retrovie, abbiamo deciso di essere magnanimi e optare per un premio: abbiamo tirato fuori un gruppo di quattro Caol Ila, tra i 5 e i 13 anni, di quattro imbottigliatori indipendenti diversi, e ce li beviamo, adesso, davanti a voi, senza vergogna. Come di consueto in questi casi, si va di impressioni, di sentenze, lasciamo in bozza le noiose recensioni lunghe.

Caol Ila 5 yo (2008/2014, Hepburn’s Choice, 46%)

Un concentrato di mare e di torba, sbattuto in faccia per quel che è: un concentrato di mare e di torba. Evidente la nuda gioventù, con lieviti ed agrumi, e note erbacee e di alga. In bocca è salatissimo! Per i duri e puri: 85/100.

Caol Ila 10 yo (1995, Douglas Laing’s Provenance, 46%)

Al naso si presenta molto trattenuto, timido, e al tempo stesso morbido e invitante, con crema pasticciera e una leggera marinità. Al palato perde la dolcezza, rimane solo un erbaceo zuccherino, un po’ slegato e amaricante. 75/100.

Caol Ila 11 yo (1996/2008, Hart Brothers, 46%)

Ancora leggermente diverso: la torba è più inorganica, da tubo di scappamento, e al palato diventa anche più dolce grazie a un maggiore apporto del barile (crema, vaniglia). Oleoso. Formaggio. Poca marinità, poco agrume – anche se in crescita costante. 86/100.

Caol Ila 13 yo (1990/2003, Gordon & MacPhail, 58,2%)

Il Caol Ila più completo del lotto. Pieno e saporito, di certo qui la gradazione aiuta; ottimo equilibrio tra marinità, torba forte e contributo della botte – cremoso, oleoso (proprio olio d’oliva), con vaniglia, clorofilla, forse una banana giovane, non verde, non troppo matura. Banana, insomma, dai. 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: Quentin40 – Giovane1.