Laphroaig 18 yo (1987/2006, Douglas Laing, 50%)

Oggi ci sentiamo fortunati e peschiamo a caso nell’armadietto dei samples con la sicumera del bimbo che deve estrarre i bussolotti caldi di una lotteria truccata. E infatti, toh, spunta uno fra i tanti Laphroaig che affollano la nostra fortunata scansia: il primo selezionato è… rullo di tamburi… quello che avete già visto nella foto qui in alto! Vale a dire un refill sherry butt di Laphroaig, il #3109 per la precisione: 18 anni di invecchiamento, selezionato e imbottigliato da Douglas Laing nel 2006. Un vintage 1987 direttamente dalla bella serie Old Malt Cask, che tante soddisfazioni ha regalato a grandi e piccini.

56794-bigN: ci duole doverlo dire tutte le volte, ma quanto sono buoni i Laphroaig quando non sono violentati dagli stessi proprietari?! Elegantissimo, aromatico, la prima cosa che spicca è la frutta: mela rossa, proprio la buccia appena tagliata e fragrante; frutta tropicale, con kiwi dolce e mango (quasi mango disidratato). La torba è ancora bella viva, leggermente medicinale, ma senza essere troppo fumoso, e senza esibire una marinità troppo evidente. Piuttosto un che di american BBQ, ma senza eccessi “off”. La frutta tropicale è al limite del floreale, a tratti, se ha un senso. In generale spunta anche una sfumatura più erbacea, tra il timo e il rabarbaro, che si ferma a un centimetro dal balsamico.

P: di una bevibilità che sbalordisce, onestamente. Pieno, attacca sulla liquirizia, su note di legno ed erbe bruciate (canfora?) davvero intense. Poi man mano prende il comando il lato fruttato: mela, frutta bianca, che con un poco di acqua diventa perfino tropicale (succo mix tropical, ananas dolce). Biscotti al miele. Poi non dimentichiamo il fumo e la torba, che soprattutto senz’acqua pare piuttosto medicinale (la canfora…). L’acqua cambia molto, addolcisce il tutto e va ad attutire la componente più amara.

F: molto lungo, con sentori acri e medicinali, e con la nota marina (iodata più che compiutamente salata) decisamente evidente. Falò spento. Qualcuno azzarda: marmellata affumicata?

Quando il barile con lo sherry incontra lo spirito con la torba… No, non muore nessuno, però o è colpo di fulmine, come per la donna sexy e intelligente, oppure è l’accozzaglia invereconda. Qui siamo senza dubbio dalle parti della prima categoria, anche se per gridare al capolavoro manca qualcosina. L’olfatto è estremamente persuasivo, con un apporto di frutta raro. Il palato dà il meglio con una goccina d’acqua, ma va forse a perdere un po’ di quella Laphroaigness che nel naso ci aveva inebriato. Riassumendo, però, non possiamo non dare un convinto e soddisfatto 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: Cake – Long skirt, long jacket

Big Peat ‘Christmas Edition’ (2019, Douglas Laing, 53,7%)

Douglas Laing, “Villico con barile, d’inverno”, torba su tela, 2019

Come ogni Natale che si rispetti, almeno dal 2011 in poi, Douglas Laing mette sul mercato un’edizione speciale di Big Peat, il blended malt torbato di casa che dice di contenere malto di Ardbeg, Caol Ila, Bowmore e… perfino un poco di Port Ellen – ma quanto poco, non sappiamo e non chiediamo. Noi colpevolmente non abbiamo mai recensito nulla di questa serie, né il Big Peat ‘normale’ né le edizioni speciali che di tanto in tanto compaiono sugli scaffali delle enoteche – rimediamo parzialmente assaggiando proprio la Christmas Edition 2019, che è imbottigliata a gradazione piena.

N: un Islayer fatto e finito, non privo di qualche nota peculiare. Abbiamo note di limone, ma non del frutto: quasi di foglie di limone, al massimo l’albedo. Ci sono note di lievito, di pasta di pane; c’è anche della pera acerba, molto giovane. Dobbiamo annotare una sensazione curiosa, sulle prime dominante, di würstel alla senape. La torba è presente ma non troppo aggressiva, un po’ ‘verde’, marina e bruciata: falò sulla spiaggia.

P: molto coerente, replica il naso ma con una dolcezza molto più proncunciata. Sparisce quella nota curiosa di würstel e senape, in qualche modo si normalizza: dolce, mela verde, lime… Molto amichevole, un perfetto whisky di Islay ruffiano. Fruit Joy al limone, nota molto evidente. Aloe. Il tutto su un tappetino di fumo, con una torba gentile che esce pian piano, senza prendere la scena.

F: ancora gelée al limone, vaniglia e una punta di fumo (falò spento) e ancora un tocco di aloe.

Non complesso, con qualche guizzo, ma molto piacevole e gustoso. Il naso lascia presagire un profilo forse più complesso di quel che è, ma non si può negare che è veramente amichevole e simpatico, molto beverino: uno di quei whisky che puoi bere all’infinito, senza pensarci, e finire, senza rendertene conto. Ottimo per agevolare la peristalsi dopo il cenone, rivelerà proprietà eupeptiche inattese. 85/100.

Sottofondo musicale consigliato: Barry McGuire – Eve of destruction.

Timorous Beastie 25 yo (2019, OB, 46%)

Continuiamo ad esplorare la gamma dei blended malts regionali di Douglas Laing, stavolta mettendo il naso su un’edizione limitata del Timorous Beastie: 25 anni di invecchiamento, per lo più in barili ex-Bourbon, per un malto in 1600 esemplari, non colorato e non filtrato a freddo. La pavida bestiola arriva direttamente dalle Highlands, e va a completare una serie già abbastanza nutrita – e piacevole, stando alle nostre passate recensioni (questa e quest’altra).

N: molto aperto ed elegante, delicatamente fruttato anche – una bestiola timida, in effetti. Squadernato e fresco, si apre su note floreali e minerali molto piacevoli, polline, fiori rugiadosi, erica e violette, geosmina. Miele millefiori. C’è poi una parte fruttata e ‘dolce’, tra la banana, il pasticcino alla frutta… Banana bread con una spolverata di cocco, dice il buon Samuel che stasera beve con noi. Plumcake!

P: l’impatto è un po’ alcolico, a dire la verità, ma poi esplode una botta bourbonosa da ananas, cocco, crema pasticciera… Molto ruffiano, molto dolcione, sicuramente il barile parla a voce alta – ma non dà fastidio alle orecchie, intendiamoci. Mela verde. Cioccolato bianco con una fetta di ananas appoggiato sopra – don’t try this at home, direbbe qualcuno, ma nel bicchiere ci sta. Frutta secca oleosa (noce e mandorla). Non complessissimo ma piacevole.

F: ananas, molto intenso, e poi si chiude semi-secco con erba fresca. Dopo un poco

Naso e finale tutto sommato poco espressivi, ad esprimere la timidezza del topo in etichetta; per contro il palato è davvero molto piacevole e ruffianone, diciamo bestiale – certo costicchia (175€), ma non si può dire che non sia una bella bevuta. Consigliamo l’assaggio. 86/100. Grazie a Douglas Laing per il sample!

Sottofondo musicale consigliato: Francesco De Gregori – La Storia.

The Rock Island Parade

Douglas Laing ha lanciato ormai da qualche anno una serie di blended malts (i vecchi “vatted”: miscela di whisky di orzo maltato di diverse distillerie) dedicati agli stili delle diverse regioni di produzione dello scotch: abbiamo detto tante volte che parlare delle zone lascia il tempo che trova, ma tant’è, gli stereotipi aiutano a incasellare, e questo, almeno in certe fasi, non è cosa brutta. Oggi, grazie alla gentilezza dell’imbottigliatore, assaggiamo a confronto tre Rock Island: tre blended malt delle isole di Scozia, con whisky da Islay, Orkney, Arran e Jura miscelati insieme. Uno è il NAS standard, poi il 10 anni e infine un 21 anni. Poche info, se non che è tutto non colorato e non filtrato a freddo – buono a sapersi, no?

Rock Island (2019, Douglas Laing, 46,8%)

N: isolano e fresco, si mostra onesto e giovane: si sente il new make, quasi, con lieviti e note erbacee. Un mix tra il metallico, il formaggioso e una torba leggera, minerale, poco affumicato. Limone candito, forse un filo di polvere da sparo, a testimoniare una lievissima punta sulfurea. Un po’ di vaniglia.

P: che piacevolezza! Molto dolce, ma di una dolcezza zuccherina pura, da distillato, non da barile (anche se una quota di vaniglietta c’è), Zucchetti ci fulmina con la sua sapienza dicendo “melone bianco”; acqua di mare; piuttosto torbato, più fumoso. Ancora decisamente erbaceo.

F: lungo, persistente, erbaceo (anzi: proprio insalata Iceberg). Fumosino, torbatuccio.

85/100. Piacevole, molto godibile, si lascia bere con facilità e al contempo ha evidente un’anima isolana, austera anche se dolce. Chi ben comincia è a metà dell’opera, se non ricordiamo male…

Rock Island 10 yo (2019, Douglas Laing, 46%)

N: è simile al NAS, in un certo senso, ma un po’ più greve. Ancora torbatino. La nota di formaggio torna, un po’ più strana: diventa carta del formaggio, con un senso di umido che sembra un po’ sbagliato, a dirla tutta. Dopo un po’, tutto ciò passa, e resta un profilo comunque ‘strano’, con carrube, note metalliche, intense, di rame. Pera. A naso, e volendo essere inutilmente cattivi, c’è un sacco di Jura…

P: più pulito del naso, ma decisamente meno affascinante del NAS. Ha una dolcezza monolitica, zuccherina e molto semplice, con un po’ di mousse di pera a variare lo zucchero liquido. Una punta metallica, ancora, poca torba. Mah.

F: non lunghissimo, pera cremosa. Vegetale, ancora.

78/100. Meh. Dopo l’ottimo avvio, questa pare una mezza battuta d’arresto: più semplice del primo, certo molto particolare ma – a nostro giudizio – un po’ ‘sbagliato’, con note metalliche non ben integrate. Più semplice del NAS.

Rock Island 21 yo (2019, Douglas Laing, 46,8%)

N: molto erbaceo, con salvia, menta secca, infusi… La torba è più bruciata qui, ricorda erbe bruciate, ma anche un falò. Ci sono note di liquirizia, miele di eucalipto. Ancora formaggio, qui più pieno, più stagionato: avete presente quelle tomette affinate nel fieno? Ecco.

P: ancora molto molto erbaceo, camomilla lasciata lì, genziana, ancora salvia… Erbe aromatiche a go go. Poi come dimenticare il fumo, il bruciato: fieno bruciato. Ancora note di toma, dolce e sapida al contempo. bella stagionata: nota che torna anche al finale con intensità. Bergamotto e pepe nero. Una parte acida da frutta tropicale, appena suggerita.

F: molto sapido, molto intenso. Lungo, avvolgente, con erbe bruciate e formaggio dolce.

87/100. Oh, bene. Molto buono, con una sua notevole acidità e note legnose e amarognole molto setose, anzi vellutate. Il nostro preferito dei tre.

Chi dice che i NAS sono il male assoluto? Chi dice che i blended sono il male assoluto? Ottimo trio, si tratta di whisky prezzati in modo ragionevole (dal primo al terzo, andiamo dai 40 ai 90 pounds sul mercato inglese) e ben congegnati: oltretutto si rivelano piuttosto diversi l’uno dall’altro, cosa che decisamente apprezziamo.

Sottofondo musicale consigliato: Johnny Cash – Rock Island Line.

“Scotch Missed”: a tasting in Croatia

Cask End di un Brora 1972: serve altro?

Sabato scorso una nutrita delegazione di Whiskyfacile (cioè: Jacopo) ha attraversato ben due confini pur di partecipare alla degustazione SCOTCH MISSED a Motovun, in Croazia, organizzata dal grandissimo Tomislav Ruszkowski. Non è un blog di turismo, quindi vi saranno risparmiate le avventure del viaggio, tra maiali arrosto e spiagge di nudisti (a dispetto delle apparenze: le due cose non coincidono). La degustazione ha avuto luogo nella bellissima cornice del Roxanich Wine & Heritage Hotel, piccolo santuario di alcune passioni di Mladen Rozanić, imprenditore croato che da una decina d’anni ha deciso di trasformarsi anche in winemaker: i suoi vini, rigorosamente naturali e biodinamici, hanno diviso i partecipanti, ma chi scrive – pur nella sua conclamata ignoranza in materia – si è innamorato dei macerati. Ad ogni modo, il tema della degustazione era appunto “lo scotch che non c’è più“, e dunque bottiglie di distillerie chiuse, o di distillerie aperte ma con un passato problematico. Abbiamo preso appunti solo su 5 dei 7 assaggi: i due mancanti sono tornati in sample a Milano, e in questi giorni pubblicheremo delle recensioni più esaustive.

Glen Flagler ‘Rare All-Scotch Malt’ (anni ’70, 40%): Glen Flagler era il single malt prodotto dai pot still dentro a Garnheath, distilleria di grano del gruppo Inver House, nel periodo tra il 1965 e il 1985. Roba molto rara, se cercate su whiskybase ve ne renderete conto. Un sacco di pera al naso (mousse di pera), mela verde, scorza d’agrume, cereale; come spesso accade con whisky così vecchi, cambia molto, muove verso le scorze di frutti tropicali, diventa sempre più fruttato e lievemente ceroso (la solita, splendida storia della patinina minerale). Piuttosto floreale. Il palato è dolce, di una dolcezza fruttata intensa, ancora mela verde e pere. Finale breve e easy. 83/100.

Littlemill 16 yo (1991/2008, Douglas Laing, 50%): non c’è bisogno di introdurre una delle nostre distillerie preferite di sempre, vero? Questo è un refill Hogshead della serie Old Malt Cask di Douglas Laing. Inizia con una nota di colla vinilica, inaspettata, ma pian piano sale una dimensione fruttata spettacolare (mela verde, tropical acidi maracuja mango), foglie di foglie, legno nuovo. Unsexy ma sexy, se si capisce cosa intendiamo. Cera. Il palato è totale, tropicale ed erbaceo, esplosivo, ancora cera, finisce sulla clorofilla e con sentori amari, spettacolare. Pasta di mandorle. Peccato per un naso un pelo troppo poco espressivo, altrimenti avremmo volato ancora più in alto. 89/100.

Rosebank 14 yo (1990/2005, Chieftain’s, 46%): anche in questo caso, presentare Rosebank appare quasi imbarazzante. Fin dalle prima note del naso, sembra molto particolare, con un profilo inusuale per un Rosebank, almeno per come l’abbiamo sempre conosciuto. Nel panorama delicato e fruttato, con le consuete note erbace pronunciate, c’è infatti una lieve nota sulfurea, che al palato diventa ancora più evidente. Nel complesso, oltre a ciò, è dolce, con vaniglia, frutta fresca (mele fragole pesche) e una venatura minerale. Una punta di caramella all’anice. Non ci persuade fino in fondo, ma resta una testimonianza per noi ‘nuova’ di una distilleria di culto. 84/100.

Imperial 19 yo (1995/2015, Signatory, 46%): ultimamente ci capita sempre più spesso di assaggiare degli ottimi Imperial, non sappiamo se dipenda dal fatto che sta raggiungendo età sempre maggiori, e magari questo giova al distillato, oppure dal fatto che semplicemente ce ne siamo accorti solo ora. Ad ogni modo, questa è stata la vera sorpresa della serata: veramente ‘cccezzionale, fruttato (abbiamo frutta gialla, mela, pesche) e con uno strato ceroso/maltoso davvero incantevole. Il malto è molto presente, brioche appena sfornate, pastafrolla calda, burro caldo, miele. Venature minerali. Una menzione al corpo del palato, di alto livello anche se a grado ridotto. Lo vogliamo premiare: 90/100.

Ardmore 21 yo (1979/2001, Douglas Laing, 50%): il distillato di Ardmore è molto spigoloso, “rognosetto” lo definirebbe qualcuno, e se si lascia in un barile poco attivo i risultati sanno essere sorprendenti. Questo è appunto il caso: 21 anni in barile hanno portato a un’evoluzione che non può non lasciare sedotti. Il naso offre un profilo torbato leggero, piuttosto sporchino e minerale (olio, perfino del gesso), per noi buonissimo. Intensa anche la frutta, tutta su pere e pesche: lato che torna vivo anche al palato, subordinato però a una torba delicata e al cerino, allo stoppino di candela. Finale lungo e affilato. Davvero buono: 90/100.

Vorremmo ringraziare ancora una volta Tomislav per l’invito a questa degustazione davvero unica, e Mladen per la grande ospitalità in un luogo così bello: e ne approfittiamo per ringraziare gli amici croati e gli italiani, Gpp e Dameris, Luca e Maura, Claudio, Anna, Davide e Daniela, Michele, con cui abbiamo condiviso passeggiate, consigli sloveni sbagliati, calamari pigri e cotenne di maiale fumanti. Prossimamente le recensioni di Millburn (!) e Ardbeg.

Sottofondo musicale consigliato: Brad Mehldau – O Ephraim.

Tamdhu 10 yo (2002/2013, Provenance, 46%)

Domani ci sarà il Milano Whisky Day, dedicato in particolare agli imbottigliatori indipendenti: pare un percorso coerente da parte degli organizzatori Andrea e Giuseppe, che arrivati alla dodicesima edizione del MWF provano a fare un passo ulteriore nei confronti della qualità e della ricerca in ambito whiskofilo. Nei confronti delle élite, direbbe qualche stolto ‘leone da tastiera’. Tra i vari espositori mancherà Douglas Laing, e noi ne celebriamo l’assenza con questo giovane Tamdhu della serie “Provenance”. È una serie entry-level cui siamo particolarmente affezionati: sono sempre prodotti onesti, senza pretese, a un prezzo coerente. Single cask refill-sherry (ref 10104), alle prese con un distillato tutt’altro che anonimo come quello di Tamdhu: se non andiamo errati, si tratta di un’edizione per Les Whiskies Du Monde, un distributore e negoziante francese.

N: sporco tra il rame, l’ossidato e l’ananas dimenticato nel frigoverre (cosa che getta un’ombra oscura sulle nostre schiscette, lo sappiamo). Sulfureo, e poi toma bella grassa, ma ha anche dei difetti: nel senso che tutto il contundente di cui sopra è anche a suo modo intrigante, però poi esce fuori che l’alcol, un po’ sparato e slegato. Curioso. Uva appassita.

P: attacco a sorpresa molto dolce, tipo ripieno delle caramelle haribo, vaniglia, gelato alla panna. Poi si ricorda di ciò che fu e ripropone note di grasso e sulfuree. Ancora ananas andato, seppure non maturo. Cereale caldo e rame, sensazioni di alambicco.

F: zucchero glassato con una spruzzata di cereale dolce. Non corto, ma non fa altro che ricordarci la sua gioventù, tra canditi e rame.

La botte è a fine vita, il distillato ha la sua personalità e si impone in modo indisciplinato, soprattutto al naso. Si rischia la catastrofe ma poi in fondo in fondo un 81/100 non ce lo risparmiamo. È un whisky onesto, sincero, che da un lato avrebbe forse giovato di qualche anno in più in un barile così poco attivo, ma dall’altro sta bene qui dove sta, ovvero nel nostro bicchiere. Grazie a Corrado, che ha bevuto e recensito con noi, per il corposo sample.

Sottofondo musicale consigliato: Emmanuelle – Italove.

Timorous Beastie 18yo (2017, Douglas Laing, 46,8%)

Sep14-TimorousBeastie2Il timido topino, la bestiola timorosa in oggetto, vuole forse essere una metafora del whisky delle Highlands: non fumoso e aggressivo come quello di Islay, ma pur sempre con una personalità che lo distingue dai morbidi speysiders e dunque lo rende, a suo modo, bestiale. Così devono aver pensato negli uffici di Douglas Laing quando qualche anno fa hanno deciso di lanciare questo blended malt a tema regionale, composto di soli malti delle HIghlands: avevamo assaggiato la versione ‘base’, ora ci cimentiamo con quest’edizione limitata a 8000 bottiglie, maturata per almeno 18 anni.

douglas-laing-timorous-beastie-18-year-whisky-70cl_tempN: molto highlander, bisogna riconoscerglielo! Partiamo rilevando una nota di torba, delicatissima e senza fumo, ma con estrusioni di terra umida, di pioggia. C’è una bella spalla floreale, di erica, a sorreggere un fardello cerealoso particolarmente evidente e croccante: corn flakes, malto. Insomma, a dispetto dei suoi 18 anni, piuttosto ‘nudo’ e delicato. Una nota di torta di mele, ripiena di mele.

P: attacca un po’ alcolico; l’avvio è coerente con il naso, c’è un tripudio pomico, ci sono mele in ogni forma: torta di mela, mela rossa, succo di mela filtrato. La mineralità e la torba restano decisamente in disparte, quasi svanendo, lasciando piuttosto spazio a spezie: pepe, zenzero. Yogurt ai cereali (avete present gli Yomo?) e fiocchi di cereale. Zucchero di canna. Mah.

F: torba la torna, ehm, torna la torba, poi mela ad libitum.

Incompiuto, come la carriera di Biabiany (che pure si è portato a casa una Intercontinentale, ricordiamo). Resta sempre un po’ inespresso: se sulle prime pareva molto promettente, anche se sorprendente per l’austerità giovanile, nella seconda fase della carriera le sgroppate sulla fascia paiono stanche e, a dirla tutta, non pienamente integrate al possesso palla della squadra. Non sappiamo se a Biabiany piacciano le mele e il cereale, ma al topino in etichetta sicuramente sì: intendiamoci, abbiamo di fronte un whisky onesto, piacevole e godibile, ma se in enoteca dovessimo scegliere tra la versione base e questo diciottenne, opteremmo per la prima. 83/100.

Sottofondo musicale consigliato: Church of the Cosmic Skull – Evil in you eyes.

Lost in Caol Ila: una sessione di quattro

Ogni giorno, quando apriamo il mobile dei sample per cercare ispirazione, ce n’è un mucchietto che ci guarda sconsolato, triste, gemendo e chiedendo pietà. Noi lo abbiamo sempre ignorato, perché – lo sapete anche voi – questi sample sono dei viziati, frignano frignano continuamente e compito di un buon blogger, nelle sue funzioni di educatore, è di non assecondarne troppo i capricci. Oggi però, sentito il composto silenzio che giungeva dalle retrovie, abbiamo deciso di essere magnanimi e optare per un premio: abbiamo tirato fuori un gruppo di quattro Caol Ila, tra i 5 e i 13 anni, di quattro imbottigliatori indipendenti diversi, e ce li beviamo, adesso, davanti a voi, senza vergogna. Come di consueto in questi casi, si va di impressioni, di sentenze, lasciamo in bozza le noiose recensioni lunghe.

Caol Ila 5 yo (2008/2014, Hepburn’s Choice, 46%)

Un concentrato di mare e di torba, sbattuto in faccia per quel che è: un concentrato di mare e di torba. Evidente la nuda gioventù, con lieviti ed agrumi, e note erbacee e di alga. In bocca è salatissimo! Per i duri e puri: 85/100.

Caol Ila 10 yo (1995, Douglas Laing’s Provenance, 46%)

Al naso si presenta molto trattenuto, timido, e al tempo stesso morbido e invitante, con crema pasticciera e una leggera marinità. Al palato perde la dolcezza, rimane solo un erbaceo zuccherino, un po’ slegato e amaricante. 75/100.

Caol Ila 11 yo (1996/2008, Hart Brothers, 46%)

Ancora leggermente diverso: la torba è più inorganica, da tubo di scappamento, e al palato diventa anche più dolce grazie a un maggiore apporto del barile (crema, vaniglia). Oleoso. Formaggio. Poca marinità, poco agrume – anche se in crescita costante. 86/100.

Caol Ila 13 yo (1990/2003, Gordon & MacPhail, 58,2%)

Il Caol Ila più completo del lotto. Pieno e saporito, di certo qui la gradazione aiuta; ottimo equilibrio tra marinità, torba forte e contributo della botte – cremoso, oleoso (proprio olio d’oliva), con vaniglia, clorofilla, forse una banana giovane, non verde, non troppo matura. Banana, insomma, dai. 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: Quentin40 – Giovane1.

Mortlach 21 yo (1992/2013, Douglas Laing’s Director’s Cut, 56,7%)

Conosciamo tutti la vicenda di Mortlach: la distilleria lavora per decenni come fornitrice di bulk-whisky per i blended di casa Diageo, e intanto la sua reputazione cresce grazie ai numerosi imbottigliamenti indipendenti di alta qualità, con una particolare predilezione per pesanti invecchiamenti in sherry, i più adatti ad abbinarsi ad un distillato molto particolare, sporco in virtù di un processo di distillazione unico. Poi, pochi anni fa, Diageo decide di imbottigliarlo come single malt di fascia premium, in decanter da 50cl (come questo), con prezzi “da Macallan”, inserendo una buona quota di maturazioni ex-bourbon nella miscela. Gli appassionati storcono il naso e continuano a rifornirsi presso gli indipendenti: così facciamo anche noi, pescando questo ventunenne scurissimo selezionato da Douglas Laing e messo in vetro nel 2013, a grado pieno, nella serie Director’s Cut.

N: sherry monster prometteva d’essere e sherry monster è – così tanto da tarpare le ali perfino agli spigoli del distillato di Mortlach… L’impatto è di un whisky molto morbido, ‘dolcione’, tra traboccanti frutti rossi (sceglieteli voi: tanto ci sono tutti), brioche al burro, cioccolato al latte, magari caldo, quasi gianduia. Suggestioni di caffè, che promettono un palato forse un po’ astringente… E poi caramello, con qualche nota ‘bruciacchiata’ da creme brulée. Legno, tanto legno, con emersioni resinose molto evidenti, pur non entrando nei territori balsamici. Ti satura il naso… Solo alla fine, dopo un po’, emerge un piacevolissimo sentore di tabacco di sigaro caraibico.

P: un nettare, un succo di frutta e legno, straordinariamente privo di gradazione alcolica. Ce lo attendevamo astringente, e invece è lontano da questa dimensione: ancora frutta rossa (strabiliante, mostruosa nella sua succosa intensità), cioccolato al latte, crema, tanta uvetta… Un tripudio di pasticceria ‘pesante’: crema rappresa, poi nocciolato, confetture, fichi. 

F: lungo, intenso e persistente, ancora su frutta rossa e cioccolato

La selezione di Douglas Laing colpisce nel segno: è un whisky delizioso, per dirla con il Gerva “è un nettare”, uno sherry monster fatto e finito, pulito, succoso… Certo, le caratteristiche grasse e sporchine del distillato restano tarpate. Qualcuno potrebbe dire “è tutta botte!”: costui avrebbe ragione probabilmente, ma questo whisky è equilibrato, non si spinge mai nel ‘troppo legno’ astringente, ruffiano nel senso migliore, piacione: e in effetti a noi piace, 89/100.

Sottofondo musicale consigliato: VNV Nation – Beloved.

Rosebank 27 yo (1975/2002, Douglas Laing ‘OMC’, 50%)

Di ieri è la notizia della riapertura imminente di Rosebank per mano di Ian Macleod (già proprietario di Glengoyne, Tamdhu – per adesso, per chiarire bene lo spirito, l’AD si fa fotografare con bicchiere pieno e bottiglia di Rosebank Flora e Fauna ben chiusa e sigillata: non la metafora migliore per introdurre la cosa, no?). Nei prossimi giorni arriveranno i nostri due centesimi sulla questione, intanto però ci è venuta voglia di assaggiare com’era il whisky di Rosebank, per vedere sostanzialmente “se ne valeva la pena”. Troviamo nel nostro armadietto un sample di Rosebank del 1975, nientemeno, un barile ex-sherry imbottigliato nel 2002 da Douglas Laing: come guanto di sfida al futuro può andar bene?

Schermata 2017-09-27 alle 20.02.57N: oh, da quanto tempo non mettevamo il naso su un Rosebank! Il primo impatto ci fa gridare al miracolo: è letteralmente un tripudio di frutta, fresca, deliziosa e succosa. C’è la frutta rossa innanzitutto, con tanta ciliegia, poi fragola concentratissima come se fosse un’iperfragola (anche confettura di iperfragola); mele gialle, fresche ma anche mele cotte al forno; albicocche disidratate. E la pasticceria: c’è un profumo di impasto per torte, di fagottini alla mela con crema, di pasticcini di frutta. Scorzetta d’agrume, poi, insieme ad una dimensione più minerale e maltosa… che, a dirla tutta, è forse la cosa che più ti colpisce quando annusi questo whisky: c’è infatti quella patina di cera, di mobili antichi (ci viene in mente un vecchio cassettino delle spezie…), che – se ci leggete, lo sapete – a noi fa impazzire, e che è solo dei whisky così vecchi.

P: la magia torna anche in questa fase, con una complessità e un’intensità veramente da urlo. Torta di mele gialle, una frutta rossa addirittura in crescita rispetto al naso (ancora fragole e ciliegie) a formare un profilo sì fruttato, ma allo stesso tempo molto ‘pesante’, molto piazzato, molto vecchio: legno speziato, tanta, tantissima cera, ancora un ricordo di legno impolverato, perfino un filo metallico, senza risultare un’off-note. Tamarindo, cioccolato, un poco di miele (di quelli non troppo dolci), scorza d’arancia rossa. Una punta di tabacco da sigaro? Una venatura di legnetti di liquirizia? Sì, a tutto. Spettacolare.

F: se il palato aveva la dicotomia frutta / cera a contendersi la gloria, senza però alternarsi, ma restando in scena assieme, qui le due componenti restano, con uguale intensità, ma in successione: prima un’esplosione fruttata clamorosa, poi, davvero all’infinito, una cera minerale da spavento.

Come c**** abbiamo fatto a tenere questo sample per degli anni nel nostro mobiletto? Come, eh? Ce lo sapete dire voi, senza insultarci magari? Un whisky francamente straordinario, intenso, complesso, esaltante: 94/100. Amici di Ian Macleod, questo è il benchmark: utilizzate bene l’eredità che avete comprato con il marchio, per favore. Dai. Per favore. La bottiglia vendita presso Lions’s Whisky a quasi 700€…

Sottofondo musicale consigliato: GraveyardHisingen Blues.