Daftmill 2006 Winter Release (2018, OB, 46%)

Alla fine del 2017 è finalmente comparsa in commercio la prima bottiglia di Daftmill, microdistilleria iper-artigianale delle Lowlands. I fratelli Ian e Francis Cuthbert, sesta generazione di coltivatori di orzo destinato alla maltazione e dunque alla produzione di whisky, solo nel 2003 hanno deciso di imbarcarsi nel magico mondo della distillazione: pensate che producono solamente 20.000 litri annui!, e solo in due momenti diversi dell’anno, estate e inverno – cioè quando non sono troppo impegnati nella semina e nella raccolta. Naturalmente, viste le quantità, non hanno una distribuzione globale, vendono qualcosa solo tramite Berry Bros & Rudd e per ora hanno messo sul mercato solo tre imbottigliamenti, che già hanno raggiunto prezzi importanti sul mercato secondario. Grazie all’amico Giuseppe Bezza, uno dei pochi che è riuscito a comprare una bottiglia e ha addirittura avuto il coraggio di aprirla, abbiamo potuto assaggiare uno dei due imbottigliamenti della Winter Release vintage 2006 (casks #080-085), distillato il 16 dicembre 2006 e imbottigliato nel 2018.

N: fresco, aperto, con una nota di cereale bella poderosa: ed è un cereale bello ‘vegetale’, verde, foglioso, con tante sfumature minerali, con anche solide note di distillato (pane, crosta di pane, pudding) – il tutto corroborato e reso ben strutturato da sempre fresche note di frutta esuberante. Pasticcino all’albicocca. Le mele, appena affettate, sono protagoniste del lato fruttato, assieme a un’incredibile nota di mandarino, deliziosa. Possiamo dimenticare fiori freschi? Fiori freschi soffocanti, quasi. In realtà, il grande eroe di questa prima fase è proprio lei: la freschezza. Biscotti ai cereali. Mooolto interessante, delicato ma intenso al contempo.

P: veramente eccellente, l’alcol non è pervenuto. Si sente molto l’apporto del fresh bourbon: esplosione di vaniglia, di butterscotch, di biscotti al burro, shortbread… Ma il legno non la fa mai fuori dal vasino, perché tutta questa esuberanza viene mitigata e levigata da un rinnovato senso di freschezza, ancora molto floreale e cerealosa. Ancora mandarino, ancora biscotti ai cereali, mele fresche, fieno. Eccellente e gustoso.

F: lungo, molto buono, tra panna cotta, fiori freschi, mele fresche, scorza di limone.

Cavolo, che bomba, sembra un Rosebank! Complimenti ai fratelli Cuthbert: sono stati molto bravi a creare uno stile che appare profondamente lowlander, in un momento in cui – non stiamo qui a spiegarvelo, siete già svegli da soli – la divisione per zone appare come una curiosa e bizzarra approssimazione commerciale. Pulito, complesso, floreale, fresco, agrumato, con in evidenza il sapore del cereale… Se questo è un 12 anni ‘qualsiasi’, non sappiamo cosa potrà riservarci il futuro! Di certo, non appena avremo il piacere di tornare in Scozia, questa sarà una tappa immancabile. 88/100, e forse siamo pure stati bassi. Grazie infinite Giuseppe!

Sottofondo musicale consigliato: Nirvana – Frances Farmer Will Have Her Revenge on Seattle.

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Kilchoman ‘Original Cask Strength’ (2016, OB, 56,9%)

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Kilchoman, ciao!

Kilchoman, come sapete, è la più giovane e la più piccola distilleria attiva su Islay, ed ha una caratteristica unica nell’industria scozzese: è infatti una farm distillery, vale a dire che è la sola a coltivare l’orzo che poi andrà a maltare – e voi ci insegnate che il whisky si fa con acqua, lievito e orzo, e se l’orzo te lo fai da solo, beh, di sicuro avrai un prodotto che si distingue dagli altri! L’espressione ‘Original Cask Strength’ è stata molto apprezzata all’ultimo Milano Whisky Festival, anche se erroneamente l’avevamo definita ‘Octaves’ nei nostri terzetti: si tratta di un 2010/2016 a grado pieno invecchiato in quarter casks (o appunto octaves), botti piccole da 125 litri, in edizione limitata a 12000 bottiglie. Il colore è paglierino.

kilchoman-original-cask-strength-lowresN: paradossalmente delicato nella sua brutale carica espressiva. Difficile trattenere a lungo il naso su questo dram fieramente a gradazione piena, ma le suggestioni sono di fiori di camomilla, di zafferano, di lime fresco e in generale di tanti agrumi profumati. Una freschezza davvero inattesa, ben impastata con la torba pesante e fumosa di casa Kilchoman. Sale e liquirizia, un che di balsamico zuccherino (caramelle Valda?). Con acqua questo ultimo aspetto balsamico si espande, assieme a un senso di erba verde e di vaniglia.

P: a primo impatto molto aggressivo, con una torba tagliente in crescita e un lato marino ancora più sugli scudi rispetto al naso. Subito dopo in realtà il vigoroso invecchiamento in botti piccole si fa sentire, con una botta devastante di toffee pastoso e caramello caldo, bilanciata da una sensazione amarognola d’inchiostro. L’acqua lo addomestica e lo migliora, con più vaniglia e ancora un crescendo balsamico (aghi di pino).

F: fumo intenso e un po’ di cereale macerato. Dolceamaro, ancora tra l’inchiostro, il legnoso, il balsamico e il vanigliato.

In un contesto urlato, in cui ogni nota arriva sparata a mille come una volée di Ibrahimovic, questo whisky ci pare forse un po’ squilibrato – anche se è un’esperienza complessa e dunque altamente soggettiva. Notiamo come quella nota erbacea e balsamica sia molto piacevole e salutare, dato che va a bilanciare almeno in parte una dolcezza che al palato è davvero mostruosa: e sì che al naso l’avevamo definito ‘paradossalmente delicato’…! Noi, infine intimiditi da cotanta viulenza, gli diamo 85/100; voi che al festival l’avete provato, beh, che ve n’è parso?

Sottofondo musicale consigliato: Mantar  – Era borealis.

L’alchimia del whisky, il viaggio – un resoconto troppo lungo (pt. 1)

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botti ad Ardbeg

Lo scorso fine settimana uno di noi (Jacopo) ha avuto il piacere di partecipare ad un viaggio che avevamo annunciato su queste pagine nella scorsa primavera: organizzata da Marco Maltagliati e Marco Russo, questa ‘vacanza-studio’ aveva lo scopo preciso di andare a scoprire alcune delle zone più affascinanti della Scozia per visitare delle realtà particolari nel mondo del whisky, realtà artigianali, decise ad operare ‘in direzione ostinata e contraria’ rispetto ai big players dell’industria dello scotch. Nelle distillerie di Springbank e Kilchoman, inoltre, Marco Russo ha potuto miscelare alcuni whisky di casa nello stile di ricerca del 1930, creando dei drink ad hoc per esaltare le peculiarità dei malti: ed è stata una prima volta assoluta per Islay. In questi giorni pubblicheremo un po’ di foto sulla nostra pagina facebook, per adesso accontentatevi di qualche highlight. Ma andiamo con ordine.

[NdR: siccome l’autore è un grafomane, abbiamo deciso di spezzare il reportage in due parti, una prima di cronaca, questa, ed una seconda di considerazioni. Abbiate pazienza.]

La cronaca

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Springbank, Campbeltown

Partiti giovedì mattina, arriviamo a Campbeltown nel tardo pomeriggio, appena in tempo per visitare la Kintyre Smokehouse (date un’occhiata al sito: c’è anche una pecora che scoreggia!), in cui abbiamo assistito a un vero e proprio show di sfilettatura del salmone e assaggiato prodotti locali, tra cui spiccavano delle cozze affumicate veramente commoventi. Sulla serata è forse opportuno stendere un velo pietoso, basti sapere che le milf locali hanno trovato un pane fin troppo duro per i loro (pochi) denti e che un pub di Campbeltown ha fatturato più quella sera che nell’intero mese di settembre – ma forse il velo pietoso andava steso meglio, chissà. Parlando di cose serie, il venerdì è stato straordinario: al mattino un accuratissimo tour di Springbank e Glengyle ha mostrato perfettamente quale sia lo stile di casa, assolutamente incentrato sul rispetto delle tradizioni (la distilleria è di

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proprietà della stessa famiglia che l’ha fondata nel 1828). Tutto il processo di produzione ha sede in loco, dal maltaggio all’imbottigliamento (ed è una cosa che accade solo qui e a Kilchoman); la parola d’ordine è “qualità!”, e se questo vuol dire mantenere tempi lunghi e ‘antieconomici’ (a ogni livello: dalla scelta dell’orzo ai tempi di fermentazione, dal fuoco diretto sotto ad un alambicco fino all’invecchiamento solo in warehouse interne alla distilleria, per arrivare – ovviamente – alla risoluta negazione di ogni piano di espansione per rincorrere maggiori volumi), beh, chi se ne frega. “Abbiamo sempre fatto il nostro whisky in un certo modo e non cambieremo certo adesso”, ci è stato detto. Ovviamente non è paragonabile ad essere lì presenti, ma vi consigliamo questa serie di video del buon Ralfy: replicano il tour e rendono bene l’idea del clima che si respira e dello spirito che anima la distilleria. Il pomeriggio è stato diviso in

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due: innanzitutto Marco Russo, all’interno di una warehouse di Kilkerran, ha utilizzato alcuni imbottigliamenti per creare dei cocktail tesi ad esaltare il single malt, tenendo di fatto un’accurata masterclass di miscelazione. L’accoglienza è stata ottima anche da parte di Mark Watt e dello staff della distilleria, pure se non abituatissimi a certe bevute: lo stile è ovviamente quello della “miscelazione di ricerca” del 1930, e tutti i drink avevano l’obiettivo chiaro di porre lo scotch in primo piano, con tutti i suoi spigoli, e non di appiattirlo o nasconderlo – memorabile resta un cocktail con Springbank 15, un distillato di bourbon (Maker’s Mark ri-distillato, circa 80%), acqua di mare e granatina. Abbiamo anche assaggiato l’ottimo nuovo Kilkerran 12 anni, di

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il 1930 a Kilkerran

cui pubblicheremo qui una recensione a breve, ma – vi stupirà – a quest’altezza, dopo quattro whisky e quattro drink, non avevamo ancora iniziato a “fare sul serio”… Mark Watt ci ha portato in una warehouse di Cadenhead’s (una warehouse vera, che puzza di muffa, non quelle ‘ripulite’ e pettinate) e ci ha versato, direttamente dalla botte, queste robette qui: Glentauchers 1989 in bourbon, Mortlach 1987 in bourbon, Caperdonich 1996 finito in Oloroso, Bruichladdich 1992 in bourbon, Springbank 1997 in sherry e Caol Ila 1991 in bourbon. Eh, dai, mica male. Ah, se non erro c’era anche il prossimo Longrow Peated, ancora a grado pieno…

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Port Ellen Maltings, con pixel

A questo punto, non si capisce bene come e con quali forze, ci ritroviamo il giorno dopo a Port Ellen, scortati dai delfini verso l’attracco su Islay. Per me era la prima volta sull’isola, e in poche ore mi sono reso conto del perché quasi tutti quelli che ci vanno ci lasciano il cuore: i paesaggi sono incantevoli, sia sotto la pioggia che illuminati dalla splendida luce di taglio dei cieli del Nord, la fauna è straordinaria – non so voi, ma io ragazzo di città fatico ad abituarmi a vedere foche, fagiani, cervi, lontre, pecore e alpaca in misura infinitamente superiore a cani e gatti… Giusto il tempo di piantare la bandierina italiana nei campi adiacenti a Laphroaig dopo la colazione con il 10 anni Cask Strength batch #8, dopo un rapido pranzo ad Ardbeg (assaggiando giusto una sciocchezza,

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Kilchoman, con sole

il nuovo 21 anni) corriamo a Kilchoman, la distilleria più piccola dell’isola e l’unica vera farm distillery di Scozia. Piccola, piccolissima, produce 120000 litri l’anno (Caol Ila ne fa sei milioni, per capirci) e fa proprio tutto in casa: coltiva perfino parte del proprio orzo nella Rockside Farm, lì affianco, e la quota dell’orzo locale che viene distillato finisce tutto nell’imbottigliamento 100% Islay – e peraltro attenzione, il nuovo batch è finalmente e veramente convincente (il malto viene torbato in casa attorno ai 20 ppm, contro i circa 40/50 della quota che viene acquistata dai Port Ellen Maltings). Anche in questo caso, consigliamo ai poveri che non erano con noi di dare un’occhiata a questa bella intervista del 2006 di Charles MacLean a Anthony Wills che chiarisce bene quali fossero, fin dall’inizio, gli obiettivi della distilleria (e poi sì, Ralfy va pure lì) – obiettivi raggiunti pienamente, a giudicare dai lavori di ampliamento attualmente in atto. In una cornice forse ancor più emozionante, ovvero la sala del malting floor di Kilchoman, Marco ha tenuto la seconda parte della masterclass del giorno prima,

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Ops, scusate

creando drink a base Kilcho e conquistando tutti gli scozzesi presenti – a dimostrazione di come certe diffidenze siano più figlie di sovrastrutture che ci poniamo noi appassionati ‘esterni’, che spesso tendiamo a sacralizzare un prodotto che invece sacro non è e mai deve diventarlo, pena la perdita del divertimento, della curiosità e della voglia di sperimentare. Per pudore tralasciamo la caccia alla pecora (ehm…) e per necessità la luculliana cena di pesce, perché per quel che mi riguarda i ricordi sono sommersi dalle dozzine di chele di granchio che mi sono scofanato.

Il quarto giorno è stato più ‘tradizionale’, diviso tra il tasting del bicentenario di Lagavulin e un approfondito tour di Bunnahabhain. Si inizi da Lagavulin: quello che i direttori del marketing di Diageo impongono di chiamare “il Barolo del whisky” è – ovviamente – un prodotto eccellente, di altissimo livello, e gli assaggi dei vari

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Alambicchi giganti, Bunnahabhain

imbottigliamenti sono stati fantastici, in un tasting curato alla perfezione (il tasting companion con i cinque assaggi e con le boccette dei vari aromi è davvero notevole). Di certo, dopo il calore dell’artigianalità sperimentato a Springbank e Kilchoman non abbiamo potuto non notare una maggiore freddezza, in qualche modo una maggiore distanza… Detto ciò, come al solito quel che conta è il bicchiere, e un bicchiere pieno di Lagavulin è sempre un bicchiere di cui esser grati. Sorprendente invece il tour di Bunnahabhain, condotto dal bravissimo David Brodie con cui abbiamo potuto apprezzare alcune delle strutture più grandi dell’industria del whisky: il mash tun è immenso, i sei washback in legno lo sono altrettanto, e gli alambicchi sono… giganti! La degustazione è poi avvenuta anch’essa in warehouse, con tre versioni di Bunnahabhain direttamente dalle botti: un 7 anni non torbato in Porto, un 13 anni non torbato in Pedro Ximenez e un 8 anni torbato in sherry Oloroso spaventosamente buono.

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I tosi

Fin qui, la mera cronaca: prima di fare qualche considerazione da editorialista inadeguato [considerazioni fortunatamente rimandate a domani, NdR], ne approfitto per ringraziare Marco Maltagliati, che è stato una guida impeccabile, sempre pronto a farsi prendere in giro ma in grado di trasmettere, assieme ad un grande entusiasmo, tante accurate informazioni, dirette soprattutto ad un pubblico di professionisti del settore, ancorché neofiti in fatto di acquavite di cereali. Elogiare Marco Russo per i drink sarebbe fin troppo ovvio, ma in un contesto del genere, condividendo per ore la stessa macchina, sono emerse qualità umane e una infinita curiosità verso i prodotti difficili da indovinare stando ‘solo’ al bancone – e soprattutto questo mi ha fatto piacere scoprire. Un enorme abbraccio al resto della cricca: come scrivono nei booklet dei dischi, you know who you are, due pugni sul petto, bravi tutti. Siamo stati un bel gruppo, e imparando tanto ci siamo divertiti, o mi sbaglio?