Lagavulin 16 yo ‘Feis Ile 2017’ (2017, OB, 56,1%)

Novelli Zapotec e Marlin, abbiamo creato una macchina del tempo che ci ha riportati al Feis Ile del 2017: assaggiato con temperata soddisfazione il Bunnahabhain ventenne in Virgin Oak, ora ci spostiamo dall’altra parte dell’isola, mettendoci pazientemente in coda fuori da Lagavulin… Naturalmente, quando si parla di Open day di Lagavulin 2017 non si può non ricordare l’immagine qui sopra, un pezzo di italianità imperitura impresso a caldo nella mente di ciascuno di noi. Detto ciò, passiamo al whisky: si tratta di un sedicenne finito in barili di Moscatel, imbottigliato a grado pieno, non colorato non filtrato. Moscatel, già.

N: si sente, delicato ma netto, l’apporto del Moscatel, con note delicate di ciliegie, di uvetta, di torta calda, pasta frolla con uvetta forse. Liquirizia e caramello. Per il resto, è un eccellente Lagavulin ‘normale’, con torba tagliente, acre, odore di porto, di pesce e salamoia, di fumo di sigaro, di cenere; poi ha note agrumate, di arancia amara, magari essiccata.

P: molto presente e ‘grasso’ in bocca. Il primo impatto è ancora sulla dolcezza, con note di pasticceria (sul momento ci viene in mente un buon cannoncino ripieno di crema), di uva passa, di kranz. Ancora caramello, liquirizia dolce. Poi esplode la torba, ancora cenerosa e marina. Che bella sapidità, a tratti incontenibile.

F: sale e uvette sotto spirito. Cenere e crema. Molto lungo…

Molto buono e abbastanza complesso, come quasi sempre accade con Lagavulin: ci è piaciuta molto questa dolcezza compatta ma screziata, da caramello salato e pasticceria, con il lato più sharp di Lagavulin che resta indomito e non addomesticabile. Non il migliore dei Laga possibili, forse, ma di certo una bevuta che lascia tanta soddisfazione: a noi, almeno, forse non al pescatore di Islay che ci ha insultato quando abbiamo scelto di spendere 18 soldi per ordinarlo al pub di Port Ellen, al grido di “ma come fai a bere quella roba, ti brucia nello stomaco, puzza di fumo, il whisky dev’essere morbido, tipo White&Mackay” – tutto questo, naturalmente, in un inglese gutturale pressoché incomprensibile, e dopo una sessione di Tennent’s sicuramente serrata, a giudicare da fiato e viso rubizzo. A dimostrare il nostro spirito libero e l’autonomo pensiero, non ci lasciamo influenzare dal villico e stampiamo 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: P.F.M. – Oniro.

Annunci

Bunnahabhain 20 yo ‘American Oak’ (1997/2017, OB Feis Ile 2017, 52,2%)

Già che eravamo a Bunnahabhain ci siamo detti: perché non assaggiare anche uno degli imbottigliamenti del Feis Ile del 2017, visto che ne è avanzato qualche campione per la vendita? Scriviamo “uno dei” perché Bunna l’anno scorso ha realizzato ben due imbottigliamenti, un torbato di 14 anni in botte di Porto ed un ventenne non torbato che ha trascorso la giovinezza in un barile ex-bourbon e poi, fatta la maturità, si è iscritto a un master di quercia americana vergine, per venire poi acclamato dottore proprio al Festival più torbato del mondo nel giugno 2017. Noi assaggiamo quest’ultimo.

N: un naso scuro, profondo, in cui l’alcol pare straordinariamente morbido e impercettibile. Molto scuro, dicevamo, con note di noce di Pecan, di agrumi scuri – ci viene in mente una scorzetta d’arancia candita e pucciata nel cioccolato fondente, ma anche una scorza macerata nell’alcol. Suggestioni speziate ondivaghe (chiodi di garofano) e a tratti una curiosa nota lieve di sedano. Un forte sentore tostato, di vaniglia, ma anche di toffee, di noce di Pecan – insomma, ricorda per certi aspetti un bourbon. Ma qualche suggestione di piccoli frutti rossi, forse di ciliegia sotto spirito. Molto nitida una sensazione complessiva di legno di castagno.

P: in ingresso soprattutto si registra un apporto di legno molto corposo, un po’ astringente e particolarmente speziato: chiodi di garofano, un velo di pepe bianco. Per lo stesso motivo, ci pare, esibisce anche un lato mentolato davvero indisciplinato. Per il resto si conferma una frutta tra l’arancia molto carica. Con acqua, si accentuano gli spigoli amari (con anche un po’ di noce moscata). Anche crema di castagne.

F: la crema di marroni perdura infinita, poi un senso di tostato e speziato.

Ci pare buono, per carità, anche se il contributo del legno è a nostro gusto fin troppo invasivo, come purtroppo spesso vediamo accadere quando entra in azione un barile di legno vergine: l’effetto è di un whisky molto carico, con tante spezie sia al naso che al palato e un’astringenza un po’ eccessiva che – nel nostro quadernetto degli assaggi – lo trattiene dalla gloria imperitura cui eravamo già disposti a consegnarlo. 85/100.

Sottofondo musicale consigliato: Teho Tehardo & Blixa Bargeld – A Quiet Life.