Botti da orbi: Milano Whisky Festival medley

[Marco Zucchetti, rapace come solo un reporter d’assalto sa essere, è stato al Milano Whisky Festival: è anche tornato per raccontarcelo, quindi siamogli tutti profondamente grati, per cortesia]

La sensazione, domenica sera scorsa, una volta che il triplice fischio aveva chiuso il weekend del Marriott, era quella che ogni tifoso ha provato almeno una volta nella vita, tornando a casa dallo stadio dopo una vittoria: la soddisfazione dell’esserci stati.
La 14esima edizione del Milano Whisky Festival è volata via così, una finale vinta da tutti che ha lasciato parecchi sorrisi sui volti e parecchie scorie sui fegati dei 5400 visitatori. Due sale, trenta masterclass e degustazioni, +10% di ingressi, un omaggio da brividi a Giorgio D’Ambrosio e soprattutto un entusiasmo generale che non si vedeva dalla prima puntata di Colpo Grosso. Ma i momenti sono come le Special Release Diageo: se non sei lesto a coglierli passano e ciao. Dunque qui non si farà un riassunto del festival, perché chi c’era sa, e chi non c’era paga pegno: rimorsi, amarezza e vodka & Red Bull per almeno dodici mesi per espiare la colpa.
Non si redigerà neppure un The Best of, perché si farebbe torto a tanti e poi parecchie chicche arriveranno in recensione nelle prossime settimane su queste Facili pagine…
Orbene, queste Botti da Orbi dunque cosa saranno? Cose a caso? Assaggi saggi? Whisky per fiaschi? Cicchetti Zucchetti? Tutto questo, ovvero un medley senza pretese tra meraviglie, curiosità, capolavori e delizie che in qualche modo hanno lasciato il segno e che ricorderemo. E che sarà difficile riassaggiare.

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PORT CHARLOTTE 15 yo (2019, Chorlton, 54,9%)
Compagno di avventure del già citato Ben Nevis 23 dello stesso imbottigliatore, questo single cask di Bruichladdich torbato è stato fra i più ricercati al Festival, complice un anonimo che lo suggeriva a chiunque con l’insistenza di un Testimone di Geova…
Il fatto è che torbati col turbo come questo ce ne sono pochi. Il naso è impressionante, parte con le aringhe affumicate, i “kippers” che in Scozia ti propinano pure a colazione. La marinità è acre, fra il diesel dei pescherecci e il creosoto, le alghe e il cuoio bagnato. Poi col tempo si fa più aromatico e bifronte: da un lato cioccolato extra fondente e liquirizia, dall’altro erbe fresche che prendono il sopravvento (timo, salvia e menta). C’è perfino della lavanda, come se qualcuno si fosse perso fra Provenza e Islay.
Al palato è una bella sventola di sensazioni estreme. La liquirizia pura ti colpisce, il catrame e il legno bruciato ti stendono, il cioccolato fondente e le caldarroste ti resuscitano. Sei in balia degli elementi, nell’ottovolante di dolcezza e oleosità (nocciole e noci brasiliane) che si alternano sotto questo piccante e acre fumo di torba bruciata.
L’accoppiata peperoncino/braci prosegue nel finale, con liquirizia salata e goduriose caldarroste di nuovo.
Possente e completo, non cede niente alla comfort. Però ti lascia felicemente senza fiato, con le farfalle nello stomaco come dopo una cotta. E ti senti leggero davanti a tanta forza della natura. 91/100

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TEELING SINGLE MALT 24 yo (1991/2016, OB, 46%)
Stava lì, discreto nella sua modestia, un po’ discosto dai suoi chiassosi e colorati simili. Una bottiglia quadrata, austera come un dignitario prussiano. Si dà però il caso che – in semi-incognito – in quella bottiglia ci fosse il “Best single malt of the world” ai World Whisky Awards 2019, il primo Irish a vincere il premio e forse il più nobile e venerabile Irish in commercio: un Teeling distillato nel 1991 e imbottigliato nel 2016, dopo 20 anni passati in bourbon cask e 4 in Sauternes.
Teeling è di norma di una gentilezza irresistibile e anche qui non si tradisce. Solo che l’età porta in prima linea gli aromi più oleosi, tra le noci pecan e un tocco di cerino. È l’anticamera di classe a un naso elegantemente fruttato e assai dolce (gioie e dolori del Sauternes…): albicocche, pesche e pere sciroppate. Compare perfino un lieve fumo, anche se di torba non pare essercene.
In bocca è inaspettatamente frizzante: ha la vivacità di una cedrata o di un vino moscato e giuriamo che ancora non abbiamo iniziato con le libagioni di Natale. C’è anche del mandarino fresco. L’impatto è leggero, il legno ha cesellato ma non stravolto il distillato, imprimendo al massimo un retrogusto di liquirizia e pepe bianco. Curioso un tocco quasi metallico, di rame.
Il finale è forse la cartina tornasole delle differenze fra Irish e Scotch, perché rimane medio, fruttato e giocato sulle erbe dolci, un poco inferiore al resto. È l’unico difetto, in fondo. Perché per il resto questo Teeling forse non sarà il migliore del mondo, ma di sicuro sfoggia grazia e piacevolezza. 87/100

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TOBERMORY 23 yo Tokaij finish (1996/2019, Wilson & Morgan, 58,7%)
Come l’anno scorso (e come l’anno prima), il banchetto di Wilson & Morgan al Festival somiglia alle bacheche dei reduci dello Sbarco in Normandia: file di medaglie di tutti i metalli. Scegliere cosa citare fra queste schiere di malti onusti di gloria è difficile come rispondere su due piedi a chi vi chiede qual è il vostro libro preferito. Pensarci non si può, si va di istinto. E di istinto gli Orbi scelgono questo Tobermory 23 anni a grado pieno, finish in botti di Tokaji, che già durante il blind taste che gli è valso l’oro aveva impressionato tutti.
Fin dal naso si intuisce che non è bevuta per dilettanti. Si apre vinoso e sporchetto (cerino spento e rame), con un accenno di muffa non sgradevole. Poi, sostenuto da un’alcolicità potente che col tempo si addomestica, parte la sarabanda: pasta di liquirizia e mou da una parte, more, fichi secchi e prugne disidratate dall’altra. In mezzo una sensazione di spezie in polvere (pepe nero, cumino dei prati) e un tocco di brodo di carne, specialità della casa.
Se possibile in bocca è ancora più intenso, una supernova. La vinosità si fa dolce e da dessert, tra uvette, torta al madeira e noci pecan. Rimane la sensazione di frutta concentrata, marmellata di mirtilli e arancia disidratata. Oleoso, complicato, sfarfallano suggestioni di cacao amaro, polvere da sparo e fiammifero. Perfino dei Toscani nell’humidor. In cauda genium: spunta perfino la violetta.
Finale coerente e dolce, tra toffee, albicocche secche e di nuovo fiammifero.
Dicevamo dei libri: i gialli volano via, ma quelli che ti restano nel cuore sono i classici che affrontano i meandri della nostra anima. Questo non è un classico – intensissimo, sporco, il Tokaji può dividere – ma riesce a parlare di tutto senza stonare mai. 89/100

glencadam 1982

GLENCADAM SINGLE CASK 33 YO (1982/2016, OB, 53%)
Arrivare a masterclass conclusa non è elegante. Soprattutto se il relatore ti accoglie con un “guardate che è finita eh!”. Ma la libera stampa ha la faccia tosta e il becco asciutto, quindi si installa lo stesso senza vergogna alcuna. Anche perché Iain Forteath, l’ambassador di Glencadam, è un uomo buono e condivide coi ritardatari due single cask: un vintage 1989 invecchiato 28 anni e questo 33enne classe 1982.
Ebbene, beve bene chi arriva ultimo. Complice il comune anno di nascita, subito scatta il feeling: al naso è stupefacente per la morbidezza tropicale e fruttata, tipica di certi lunghi invecchiamenti: guava, fragola, ananas maturo e banana. C’è una nota perfino acidina, rara in whisky over 30. Decisamente dolce, se uno chiude gli occhi si ritrova fra i morbidoni e i marshmallows delle bancarelle del luna park. Ma il tutto è ben bilanciato da un legno elegante (mobili smaltati) e da tocchi di noce.
Se i malti vecchietti sembrano dare tutto all’olfatto, qui il meglio arriva al palato, dove si fa polposo e succulento. Sfoggia una fine oleosità da frutta secca (mandorle) che si accompagna a un lato mentolato entusiasmante. Poi c’è la frutta, dalle prugne secche all’ananas ancora. Il legno si fa più presente, austero: chiodi di garofano e rovere, che prolungano un finale che nonostante la succosità allappa un po’.
Se Glencadam ha vinto due medaglie con il core range (oro al 17 anni in porto e argento al 21 anni), figuriamoci cosa potrebbe vincere con single cask come questo, in equilibrio fra frutta e barile come un’etoile del balletto sulle punte. 91/100

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MORTLACH 22 yo “GIORGIO D’AMBROSIO” (1997/2019, Silver Seal & S.P. Murat, 56,9%)
Se non si corresse il rischio di passare per blasfemi, si potrebbe dire che il sangue di Giorgio D’Ambsosio si fece whisky. La transustanziazione ha avuto luogo sabato sera, al termine della masterclass con gli imbottigliamenti Whisky for you, quando Simon Paul Murat – come una Raffaella Carrà meno snodata col tuca-tuca – piazza la carrambata. Ovvero un imbottigliamento celebrativo dedicato al padre adottivo di tutti gli appassionati milanesi di single malt: 141 bottiglie da un barile di Mortlach 22 anni selezionato in collaborazione con Max Righi. Sull’etichetta, un disegno di Giorgio che non gli rende del tutto giustizia: dal vivo è più bello e soprattutto nel disegno sembra che abbia il rossetto! Ma in fondo mica siamo critici d’arte, si lasci parlare il whisky!
Beh, qui si sta in religioso silenzio, perché fin da subito si capisce che siamo all’altezza del mito. Colpisce l’assenza dell’alcol e il primo naso di té infuso e carcadè, con un vortice aromatico di fragole mature e fiori di ibisco. Ma sotto sotto ecco l’anima Mortlach, di sherry monumentale dai toni scuri: cioccolato, poltrone in pelle, tabacco e perfino una nota di funghi shitake. Sembra di sentire Giorgio dire: “Ué, fa no el fenomeno!”. Ha ragione, quindi rientriamo nei ranghi e limitiamoci a dire che l’olfatto è maestoso, vinoso, per nulla dolce: cassetti chiusi, bitter all’arancia rossa e un che di Armagnac.
In bocca debutta tannico e astringente, bordate di liquirizia pura e cioccolato extra fondente. Il legno umido si fa più marcante e la vinosità prende il versante liquoroso. Prugne secche, di nuovo arancia rossa, marmellata di fragole bruciata e quella inconfondibile sfumatura carnosa, come di sugo d’arrosto.
Il finale è memorabile, tra legno, dolcezza liquorosa e marmellata di frutti rossi.
Dice Simon che il difficile non è ammirare Giorgio, ma trovare un whisky alla sua altezza. Missione compiuta, per un Mortlach come Madonnina comanda, dal naso e dal finale sontuosi. Un palato un filo astringente non gli impedisce di venire proiettato nell’Olimpo dei grandi, insieme a Rivera, Baresi e Maldini. 92/100

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BENRINNES 23 yo (1995/2019, Càrn Mòr, 48,8%)
Nel banchetto della mia fantasia, c’è un fottìo di whisketti, inventati da me… Prendendo in prestito il “Vitello dai piedi di balsa” di Elio, introduciamo un curioso esemplare di single malt color chinotto spuntato dal mondo di fiabe di Fabio Ermoli. Che come se fosse il terzo fratello Grimm sforna bottiglie da favola a destra e a manca. E dunque c’era una volta un Benrinnes 23 anni Càrn Mòr: si addormentò nel 1995, passò 23 anni in un hogshead di sherry, poi Ermoli coi suoi baffi lo svegliò. Fu vestito a festa e imbottigliato, poi arrivarono gli orchi del festival e il whisky finì. Ma per fortuna un gigante buono ne salvò un sample…
Foglie di té a iosa, a bizzeffe, a cascate. Le note di foglie umide (tabacco, anche) sono regine, e si portano appresso una corte di suggestioni simili, dal sandalo alla resina. Piuttosto unico, davvero. Se con un ideale rastrello si spazza via questo strato, sotto si trova della frutta essiccata: ciliegie e prugne, ma anche bucce di bergamotto. L’alcol non è pervenuto, mentre si fa strada un’aria floreale di magnolia. Col tempo cresce in maniera esponenziale l’albicocca secca. E finalmente spunta il legno, forse sottoforma di lucido da scarpe. Olfatto che meriterebbe ore di studio.
L’attacco al palato è succoso e sorprendente. Un colore così carico suggerirebbe un influsso mostruoso del legno. Invece non è né astringente, né tannico. L’albicocca è ancora sugli scudi, col suo tocco acidulo. Aumenta la dimensione dolce, resa da caramello, uvetta e marmellata di fragola. Lo sherry è vinoso e anche qui l’acidità non manca, come un vino di lamponi. Il rovere non sgomita, ma nel retrogusto torna il té, stavolta alla pesca. L’alcol è totalmente assente, il che è un bene. Ma forse un apostrofo di intensità in più avrebbe giovato.
Il finale è medio-lungo e coerente: té, pesca al forno, fragola e cioccolato fondente-ma-non-troppo.
Unisce una bevibilità impensabile a una complessità non comune, tutta giocata fra suggestioni di foglie di té e frutta gialla. Uno sherried malt che non stanca per nulla. E vissero tutti felici e contenti. 90/100

snSIERRA NORTE Mais morado (2019, NAS, OB, 45%)
Il primo whiskey messicano non si scorda mai. Viene da Oaxaca, terra di mezcal e divinità zapoteche che quando si infuriano di solito mandano serpenti mostruosi e schiere di spiriti agguerriti. Ragion per cui ci si accosta a questi imbottigliamenti con un misto di deferenza e curiosità esotica. L’idea è distillare separatamente i diversi tipi di mais atavico di queste montagne: noi si assaggia la versione dove l’85% del mash è a base mais viola (ci sono anche a base mais giallo, nero e bianco).
L’impatto al naso è un po’ spiazzante. Il mais c’è, le note di cereale dolce tipiche dei bourbon sono riconoscibili. Però sono come in chiaroscuro, ombreggiate da qualcosa di più sporco, tra la cantina e la iuta, le spezie e un che di legumi secchi. Non sgradevole, solo piuttosto imperscrutabile. In bocca però qualcosa va storto: l’alcol si avverte in maniera importante e la morbidezza che ci si aspetterebbe viene schiacciata dall’esuberanza del distillato giovane. Il “palato burroso e morbido” delle note ufficiali è un tantino ottimistico. C’è della banana, dell’angostura, vampate di vaniglia e zucchero caramellato. Il finale è sì medio-lungo, ma tutto incentrato sulla piccantezza alcolica.
Un whiskey dove il cereale imprime un carattere forte, peculiare, che lo differenzia dai bourbon. Coraggio da premiare, peccato che non abbia un’età (e una finezza) sufficiente per esprimere le potenzialità. Al contrario, in miscelazione la sensazione è che possa dare di più, consentendo un twist unico ai classici. Valeva la pena sperimentarlo, ma gli Orbi lo cedono volentieri ai baristi. Suerte! 74/100

Botti da orbi – Sanremo, le polemiche: Redbreast 21 yo Single pot still (2015, OB, 46°)

[Il festival è finito, ma la sorpresa è che adesso ci aspetta pure una polemica infinita capace di ridurre all’alcolismo anche un salmone selvaggio. Zucchetti ha l’antidoto per voi.]

 

redbreast-21yoÈ inevitabile per ragioni statistiche. Si chiama teorema della scimmia instancabile: una scimmia che picchiettasse a caso all’infinito sulla tastiera prima o poi comporrebbe la Divina Commedia. Ecco, vale anche per il festival: fai salire sul palco cantanti a caso e prima o poi salterà fuori qualche canzone piacevole. Un Rino Gaetano, un Elio e le Storie tese, un Max Gazzè. Quando accade (e ovviamente non vincono mai…), gioia e tripudio. Come quelli che accompagnano questo single pot still irlandese, così atipico da far gridare al miracolo più di Pippo Baudo senza parrucchino. Il naso è paradisiaco. Sul serio, c’è un’intensità così vivida di profumi da sbalordire. Succo multifrutta, tanto tropicale (guava, cocco essiccato, mango) e marmellata di pesca. Ma non si ferma qui. Ci sono olio essenziale di arancia e olio di lino, una patina elegante di rame, eucalipto e anche un che di grasso dolce di prosciutto. Noce moscata e strudel con frutti rossi a indicare una benedetta influenza delle botti di sherry. Più lo si ascolta più lo si ascolterebbe, è un tormentone.

In bocca ha una freschezza vibrante. Qui il cocco emerge alla grande, noci brasiliane e banana bread fanno da contorno. Si fa cremosissimo, la mou e la vaniglia sono un velluto caldo. L’oleosità non manca, ma non pregiudica una facilità di beva disarmante. Il finale è coerente: cocco, tamarindo e uno zenzero pimpante che chiude la sarabanda.

Niente da fare, si possono avere tutti i pregiudizi possibili su Sanremo e sugli Irish whiskey, ma quando c’è il colpo di genio allora giù il cappello. Per avere 21 anni ha un fisico atletico ed eccezionalmente scattante, il legno cesella e arrotonda ma non mette la sua firma ingombrante se non con quella spezia che prolunga il finale. Applausometro impazzito, bene, bravi e bis: 90/100.

 

Sottofondo musicale consigliato: StatutoAbbiamo vinto il festival di Sanremo

 

Whiskyfacile @Milano Whisky Festival 2016: i terzetti!

_dsc5529Finalmente, l’evento più atteso dell’anno whiskofilo è arrivato: domani e dopodomani ci sarà il Milano Whisky Festival, come sempre al Marriott, in via Washington a Milano. Come l’anno scorso (e come l’anno primaaaaa!) noi parteciperemo attivamente, e non solo passivamente sventolando il bicchiere davanti al povero standista: saremo infatti al banchetto di Beija-Flor, importatore di Cadenhead’s, Springbank, GlenDronach, Arran, Kilchoman, Tomatin e Glenglassaugh, a diffondere la nostra presunta sapienza e la nostra contagiosa passione a quanti avranno voglia di bersi un dram con noi.

Anche quest’anno abbiamo selezionato, nel portfolio dell’importatore, dei percorsi di degustazione, dei terzetti da proporre con la formula del “bevi 3 paghi 2”: come potete vedere qui sotto, ci saranno imbottigliamenti davvero ghiotti, e oltretutto Springbank è stata premiata dal festival come distilleria dell’anno e noi l’abbiamo appena visitata… Insomma, ci sono tutte le premesse per divertirci, no? Vi aspettiamo!

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Caol Ila Feis Ile 2014 (2002, OB, 55,5%)

Oggi siamo di fretta e non abbiamo tempo di scrivere un cappello introduttivo, tanto, insomma, cosa sia Caol Ila più o meno lo sapete e cosa sia il Feis Ile pure. Quindi, corriamo alle tasting notes.

caol-ila-2002-feis-ile-2014-whiskyN: non è molto diverso dal Caol Ila di Gluglu, ma – ad annusare con cura – differenze ci sono: innanzitutto, il grado pieno chiude un po’, o meglio, mantiene il profilo più trattenuto, più composto. Gli attori, per il resto, sono gli stessi: anzi, col tempo e con un po’ d’ossigeno pare un po’ più ‘dolce’, nel senso di zuccherino (zucchero a velo, proprio; torta paradiso); crema chantilly. E poi, l’affumicatura sembra più ‘bruciata’ che nell’alrto, forse lievemente più ceneroso. Sarà la gradazione, ma pare leggermente più complesso dell’altro. Erbe aromatiche; rosmarino? Con aggiunta d’acqua, aumenta l’intensità di tutto, comprese queste note erbacee davvero convincenti.

P: davvero intensissimo; ancora, conferma il perfetto bilanciamento che Caol Ila sa dare al proprio prodotto. Le botti erano tutte refill, ma la dolcezza bourbonosa non ne risente, con belle gemme di vaniglia e frutta gialla; poi, il lato torbato pare farsi bello chimico, nel senso di gomma bruciata e plastica. Un pit di lime e cedro. Notevole. L’acqua lo migliora ulteriormente, rendendolo assai più fruttato (frutta gialla, fresca).

F: frutta vaniglia e un bel tappetone di torba, acre ma addomesticata, che perdura a lungo.

Sulla consistenza di Caol Ila già abbiamo detto in passato, ma ci piace ribadire che è veramente difficile trovare un Caol Ila cattivo, ma pure modesto: son tutti buoni, tutti simili di solito, ma tutti buoni. Questo non fa eccezione: il fatto di essere a grado pieno lo rende molto intenso e (tutto sommato) abbastanza complesso, e a noi intensità e complessità piacciono. 88/100 è il voto appropriato, a nostro gusto, per un perfetto Caol Ila moderno.

Sottofondo musicale consigliato: Nick Cave & The Bad Seeds – Fifteen Feet of Pure White Snow.