Poker di whisky dal mondo

Inutile nasconderlo, il nostro debole per il whisky prodotto in Scozia non è una cosa che possiamo mascherare facilmente: delle oltre 1200 recensioni pubblicate ad oggi su questo umile taccuino internettiano, più di mille raccontano infatti i mille anfratti dello Scotch Whisky. E tuttavia ogni tanto ci viene da levare gli ormeggi e uscire dal nostro porto sicuro, tanto più che ormai la produzione del whisk(e)y è un fenomeno pienamente mondiale. Ce lo suggerisce con la consueta lungimiranza Claudio Riva, che dopo aver vinto con Whiskyclub la scommessa della moltiplicazione degli appassionati italiani di whisky (più di 11 mila iscritti in 6 anni!), gioca ora la partita della crescita del movimento dei distillatori nostrani con Distillerie.it. Nel nostro Paese, Puni è ormai una solida realtà, ma chissà che nei prossimi anni nuove e vecchie distillerie non decidano di puntare con forza sul Re dei distillati… Oggi comunque il gioco delle recensioni ci porta lontani da queste suggestioni romantiche.

Mars Kasei (2019, OB, 40%)

Questo blended giapponese senza età dichiarata e dal prezzo decisamente invitante (circa 40 euro per un whisky giapponese sono una pacchia ai giorni nostri), arriva dalla micro-distilleria Shinshu Mars, detentrice di un primato non trascurabile: è la distilleria più in altura del Paese, operando a circa 800 metri sul livello del mare. “Kasei” significa Marte, ma davvero voleremo via nello spazio tra i pianeti?

offertaFileFile-121742N. vodka di patate, frutto della carambola, pasta di ciambelle cruda, buccia mela verde e limone. Risulta un po’ sgarbato, con un’acidità a tratti eccessiva. Burrocacao alla fragola

P. molto dolce e abbastanza spento, corpo acquoso. Miele di acacia, caramella alla mela, chicco di cereale.

F. corto e zuccherino, con un filo di pompelmo

Occorre una premessa. Non si può pensare di giudicare questo whisky come un malto da meditazione. La sua estrema semplicità e la sua disarmante facilità di beva lo rendono un prodotto interessante più che altro per la miscelazione. Ad esempio, in un mizuari può recuperare una sua assoluta dignità. Se però parliamo di voto “in purezza”, per noi è un 75/100.

Few Rye (2019, OB, 46,5%)

La Few Spirits è una distilleria di Evanston, in Illinois, che ovviamente produce anche bourbon whiskey. Oggi assaggiamo il loro Rye, invecchiato circa 4 anni e ottenuto a partire da una percentuale molto alta di segale, circa il 70%.

165591-bigN. molto gradevole e aperto, l’alcol se ne sta ben coperto e integrato. Il primo impatto è spettacolosamente aromatico: la frutta prende la via del mango e dei frutti rossi, mentre si fa largo anche una bella zaffata floreale, diremmo ibisco (come si faceva alla visita dei tre giorni per saltare il militare). Pian piano emerge anche un che di balsamico, forse aloe, forse clorofilla.

P. il solvente del legno che tanta gioia ha dato ai bevitori di rye in tutto il mondo è qui. Seguito da una frutta tropicale dove mango e melone sono in compagnia degli alchechengi. Il corpo è davvero pienissimo, robusto. La segale con il suo caratteristico pizzichino, tisana alla menta e cocco essiccato. Prugne. Anzi, acquavite di prugne, tipo slivovitz ma senza quell’aggressività.

F. caramello, menta e prugne secche. Di nuovo floreale.

Stavamo giusto commentando che insomma, questo boom di rye è diventato un po’ mainstream, quand’ecco spuntare un whiskey che va oltre le nostre aspettative. Suona ad alto volume in tutte le fasi, ma senza steccare mai: non troppo piccante, non troppo dolce, non troppo floreale, non troppo legnoso. Eppure con un bel kick di personalità. E a noi il kick piace sempre: 87/100. Prezzo importante per un Rye, sui 70 euro.

Amrut Naarangi (6 yo, OB, batch 1, 2014)

Questo è per gente che non conosce nemmeno il significato della parola “preconcetto”. Per fortuna ci sentiamo davvero spavaldi oggi e sciaboliamo il nostro sample. Le 900 bottiglie, forgiate nel lontano 2014, sono state riempite con whisky indiano Amrut che ha invecchiato in botti di sherry Oloroso nelle quali sono state infuse scorze di arancia (Naarangi in lingua indù) per due anni. Quando si dice innovare…

104411-bigN: difficile alla cieca dire che sia un whisky. Viene in mente la grappa Bonollo Dorange Of, con arance macerate nella grappa d’amarone. Francamente ci saremmo evitati la suggestione. L’arancia pialla tutto, sembra la scorzetta d’arancia candita ricoperta al cioccolato. Irrompe all’improvviso del prodotto per lavare il parquet.

P: molto, molto secco. L’alcol non si fa pregare. Cioccolato puro spintissimo, paradossalmente le arance stanno un passo indietro, pur restando evidenti. Mordere la scorza d’arancia. Liquirizia pura.

F: ancora liquirizia e indovinate un po’… Arance!!! Lascia la bocca dolce anche se un po’ allappata.

Un whisky molto strano, giovane ma deciso e sicuramente per nulla anonimo, anche grazie a quel condimento extra di arance un po’ freak che farebbe venire gli incubi alla Scotch Whisky Association per anni: 76/100. Oggi costa sui 120 euro circa.

Dunville’s Very Rare 10 yo (2019, OB, 46%)

Del meritorio progetto della neonata Echlinville Distillery abbiamo parlato giusto qualche giorno fa. Non amiamo ripeterci e quindi la storia della rinascita dello storico marchio Dunville’s la trovate qua, però amiamo ripetere gli assaggi e quindi andiamo a completare una serie che annovera anche il Dunville’s Three Crowns e il Three Crowns Peated.

114176-bigN: esordisce su una nota inconfutabile di lucido per legno – se avete una libreria grezza dell’ikea, sapete a cosa facciamo riferimento. Legno vergine, sembra di entrare in una segheria. Note di resina di pino, fra le cose più piacevoli. C’è una nota stranamente acetica, che ricorda l’agrodolce delle cipolline… C’è una dolcezza di grano, e un cocco iperzuccherino essiccato. Merendine industriali (Fiesta anyone?), liquore all’arancia.

P: decisamente diverso dal naso, decisamente migliore peraltro. Scompare la trielina, scompare il legno puro, emerge la dolcezza: cioccolato al latte, arancia zuccherata, molto zuccherino. Ancora Fiesta. Resta di una dolcezza un po’ chimica, ma complessivamente è fresco.

F: dolce, piacevole, ci si arrabatta tra arancia dolce chimica e un cioccolato bianco.

Come forse si sarà intuito su questo irish whiskey aleggia il fantasma ingombrante dei barili ex sherry, per di più di Pedro Ximenez. Dei tre che abbiamo assaggiato questo Dunville’s ci è parso il meno riuscito, con uno stile molto spinto e poco territoriale, se così possiamo dire. Amanti dei finish in PX, fatevi sotto! Costa sui 70 euro e per noi è 77/100.

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Fettercairn 12 yo (2019, OB, 40%)

In un albo mitico di Dylan Dog, intitolato “Golconda”, si scatenava un discreto pandemonio quando una coppia calpestava per la prima volta un angolo di terra, mai calcata da piede umano fin dalla Pangea, la Pantalassa, i brontosauri ecc. Se sulla Terra dunque ci sono angolini ancora vergini, figuriamoci nel nostro umile pedigree. Che infatti finora nascondeva una lacuna orribile: nemmeno un Fettercairn recensito in carriera. Roba da ritiro della licenza di recensori.
fettercairn-distilleryOrdunque cari lettori, Fettercairn significa “il piede della montagna” (piede di notevoli dimensioni, da qui l’espressione “avere due fette così”. Ok, basta, la smettiamo…). Fondata nel 1824 da Sir Alexander Ramsay, oggi è di proprietà di White & Mackay, il gruppo che possiede anche Jura e Dalmore e che è importato in Italia da Fine Spirits. Di norma il malto di questa distilleria, che sorge sulla strada da Dundee a Stonehaven, finisce nei blended di casa. Ma ultimamente, dopo qualche NAS dalle alterne fortune, cominciano ad arrivare sugli scaffali delle espressioni di single malt stabili in un core range quanto meno bizzarro. Questa, nella fattispecie, invecchia per 12 anni in botti ex Bourbon di rovere bianco americano. Poi si trovano un 28 yo, un 40 yo e un 50 yo.
Prima di assaggiare il nostro 12 yo, due chicchette da nerd che potrebbero farvi vincere un giorno Trivial Pursuit “Spirits edition”, se esistesse: 1) Fettercairn è l’unica distilleria in cui un anello irrora a pioggia il collo dell’alambicco, così da facilitare il riflusso dei vapori e creare uno spirito più fine; 2) simbolo della distilleria è un unicorno. Che noi cavalchiamo verso il nostro Gleincairn, che il primo Fettercairn non si scorda mai…

fettercairn-12yoN: un cinguettio pare sprigionarsi dal bicchiere! Piuttosto aperto e piacevole, e anche se bisogna farsi largo attraverso una prima coltre un pelo troppo alcolica, l’impatto è positivo. Si rivela da subito tendenzialmente dolcino, fruttato e maltoso. Troviamo note di composta e di succo di pesca, ma anche dell’albicocca, in versione confettura; e come dimenticare quel sottile senso di mandarino? Il malto si ferma un passo prima della pasticceria, assumendo le fattezze della barretta di cereali al miele. Col tempo emerge un profumo di celebri cioccolatini marroni fuori e bianchi dentro…

P: anche qui attacca un po’ alcolico per la gradazione. Molto cremoso, con caramello e tanto toffee in grandissima evidenza. C’è anche una sensazione di porridge, a sottolineare sia la generale sensazione avvolgente, sia il buon apporto del cereale. Poi ecco spuntare un agrume curioso, che potrebbe ancora essere mandarino (con anche il bianco dell’agrume, a testimoniare un che di amaricante). Cioccolato al latte, testimone di una dolcezza non meglio definita.

F: corto, ahinoi. Di nuovo Kinderini, ma quel che resta è una buccia vuota di mandarino, come ci suggerisce il sapiente Angelo.

Se non sapessimo che lo Speyside è più a Nord di qualche km, non lo prenderemmo per un Highlander. Ma si sa, il terroir conta fino a un certo punto e si inchina davanti allo stile di distillazione. Qui abbiamo un whisky piuttosto whiskoso, con un naso gradevole ma che perde per strada qualche punto per la semplicità e per quella punta alcolica non entusiasmante. Ad ogni modo, l’onestà va premiata e noi gli diamo 82/100.

Recommended soundtrack: Zwan – Honestly

Botti da orbi – Dalmore vs Alajmo: la sfida

IMG_8943[Marco Zucchetti torna alla carica, e come al solito lo fa sacrificandosi per noi sull’altare del benessere: questa volta è reduce da un pranzo stellato in abbinamento a un whisky tra i più celebri al mondo… Povero Zucchetti, povero!]

Quando un amico ti scrive un messaggio del tipo “Ciao, ti va di venire ospite alle Calandre di Alajmo per un pranzo stellato con abbinamento Dalmore?”, ti passano davanti agli occhi i pairing whisky&food di tutta la vita. Una vita fatta di Ballantine’s dopo la pizza, di avvilenti panini improvvisati per asciugare quell’ultimo dram, di degustazioni costellate da benedetti crackerini curativi… Passato lo choc e concluso il flashback, in tre secondi hai già accettato, preso ferie e se la tua torbida anima valesse qualcosa l’avresti già ceduta senza il minimo rimorso.

Consapevoli di apparire dei parvenu che si eccitano per queste quisquilie, facciamo spallucce, ammettiamo serenamente di esserlo e raccontiamo qui il resoconto di una giornata da whisky gourmet all’insegna della più sfrenata lussuria enogastronomica ringraziando Davide Terziotti per quel messaggio e Whisky Club Italia per l’invito.

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Andrea Coppetta, Max Alajmo, Paolo Gargano e Claudio Riva

The Dalmore è distilleria assai rinomata praticamente ovunque, ma in Italia gli appassionati la snobbano un po’, forse per la scelta di imbottigliare tendenzialmente a 40 gradi. Una scelta che però non impedisce una grande ricchezza di sentori, che fa scopa con la cucina. Da qualche anno, anche grazie a Richard Paterson – praticamente la Kim Kardashian dello Scotch – il marchio ha intrapreso l’ardua via del lusso: imbottigliamenti cinquantennali preziosissimi, collaborazioni con chef star come Massimiliano Bottura, eventi nei bar più esclusivi del mondo. E anche una serie di pranzi nei ristoranti stellati, a testimoniare come il whisky del cervo non tema il confronto con sapori complessi.

Paolo Gargano, che con la sua Fine Spirits lo importa in Italia, ha dunque organizzato – insieme a Claudio Riva di Whisky Club – un derby amichevole pazzesco: Dalmore vs Massimiliano Alajmo, il più giovane chef a prendere tre Stelle Michelin e stabilmente fra i best 50 al mondo. Ordunque una settimana fa un’allegra comitiva di fortunati si è ritrovata a Sarmeola di Rubano (Padova) per vedere l’effetto che faceva. Qui il puntuale resoconto di piatti e abbinamenti. Sì, ci facciamo schifo e invidia da soli…

Dalmore 12 yo (2018, OB, 40%)
Capesante arrostite con salsa di pistacchi e ostriche
L’entry level fa scattare subito la ola. Le note piacevoli di caramello, miele scuro e pralina di questo sherry finish poco hanno a che fare con pesci e affini. Ma le capesante hanno una loro goduriosa dolcezza e il connubio è sorprendentemente azzeccato (anche se l’insalatina non ci sta granché, ma provate voi a trovare un whisky che si abbini all’insalatina!). Il distillato è morbido, con l’arancia che tutto pervade ma senza mai eccesso di quella sensazione “appiccicosa” di melassa. Anzi rimane scattante e fresco. Il grado basso aumenta la bevibilità, naso e palato vanno a braccetto, spuntano anche dei biscottini alla cannella. Con le capesante? Sì, con le capesante! 84/100 per il whisky, 8/10 per l’abbinamento.

Dalmore Port wood reserve (2018, OB, 46.5%)
Lumache croccanti, ricotta e intingolo di funghi
Da bravi parvenu, di questo piatto ne avremmo finita una teglia intera, è semplicemente commovente. Però fra tutti i pairing è quello che ha convinto meno, perché il finish in Porto è una brutta bestia. E a dirla tutta nemmeno il distillato di Dalmore riesce a domarla, perché infine è il meno entusiasmante dei sei single malt. Al naso è alcolico ma opulento, con una frutta rossa sotto spirito che va dalle ciliegie alle fragoline di bosco. Fico, papaya essiccata e marshmallows, ma anche qualcosa di bizzarro come legno dell’Ikea, colla e fiammifero. Epifania: il sentore di arancia speziata ricorda un Old Fashioned. Anche in bocca è complicato: abbastanza ruggente, succo di arancia concentrato e dolce che subito vira al secco, al tannico (pasta di legno e foglia di tabacco) e alla menta amara. Té molto infuso, cacao amaro e caramelle alla fragola in un finale lungo ma non indimenticabile. Abbinamento rivedibile, lumache divine. Provato con il dolce invece migliora. 79/100 per il whisky, 6/10 per l’abbinamento.

Dalmore King Alexander III (2018, OB, 40%)
Tagliolini al fumo con scaglie di tuorlo d’uovo
Come, il più sontuoso malto non lo si beve per ultimo? Scelta spiazzante quella di Claudio Riva, ma colpo di genio vero, anche perché struttura sostiene struttura e tutto si sposa a meraviglia. Nei tagliolini ci sono dei cubetti di gelatina di brodo che danno una cremosità eccelsa e il “mouthfeel”, come dicono quelli bravi, è avvolgente proprio come quello del malto. D’altronde con il piatto condivide una intima complessità tecnica di realizzazione: un NAS con un sestuplo finish in madeira, sherry, vino rosso, bourbon, porto e marsala. Cerebrale ma succulento, con zaffate di arancia, nougat e una maltosità golosa. Il cioccolato cola sui nasi dei giusti e degli ingiusti, così come una bella frutta cotta (prugne e uvetta). In bocca la vinosità si fa importante e l’arancia più liquorosa, tipo Grand Marnier. Scorze d’arancia dragee, noci pecan e biscotti da té al cioccolato per un malto piacione e barocco che è impossibile non amare nonostante il finale medio corto (noce moscata, legno e cioccolato). Poi un giorno Richard Paterson ci spiegherà perché quei parchi 40 gradi che mozzano le gambe al Re Alessandro. Nel frattempo qui si dice 86/100 per il whisky e 10/10 per l’abbinamento.

Dalmore 15 yo (2018, OB, 40%)
Risotto di limone nero, capperi e caffè
Altro rebus sensoriale: cosa abbinare a un riso con un limone fermentato che ricorda la liquirizia? Beh, un malto tra i più solidi del core range, quel 15 anni che tanta gioia ha dato a tutti noi. La solidità d’altronde è la chiave di tutta l’esperienza gustativa, perché ci sono tutte ma proprio tutte le sensazioni Dalmore: arancia, cioccolato fondente, nocciola, malto, mou. Il naso è uno sticky toffee pudding con baleni di cioccolata calda e liquirizia dolce (esiste una crema di liquirizia?). Aromatico, legno di sandalo e foglie di té, con una cerealosità tra il biscottato e il pane all’uvetta. In bocca solito problema del basso grado, ma grande piacevolezza. Lindor al caramello, pan brioche, cannella e crema di caffè, ma con un legno sicuro di sé che riequilibra la dolcezza. Nocciole salate in fondo, in un finale troppo breve. Insomma, un whisky da pasticceria col risotto pareva un azzardo, ma caffè e liquirizia sono un link perfetto. 85/100 per il whisky, 9/10 per l’abbinamento.

Dalmore Cigar malt reserve (2018, OB, 44%)
Germano scottato con crema d’ostriche, anguilla, alga tostata e composta di prugne
Il germano, gran bell’animale. E ora che è stato assaggiato, andandosi a sommare a tutte le altre bestie che abbiamo divorato in vita nostra, si può dire che è anche buono. Il piatto è il più ardito, perché alla selvaggina si sommano la marinità della salsa e la dolcezza della composta di prugne. Ci sta che in abbinamento vada uno dei Dalmore più arditi, quello pensato per accompagnare… i sigari. Assemblaggio di barili ex bourbon ed ex sherry, sfoggia anche un finish in cabernet sauvignon che con la carne sta alla perfezione. Un po’ meno perfetto è il malto, che al naso ha una eccentrica collezione di note grasse: tantissimo cuoio, formaggio, pane molto imburrato e un che di tabacco umido. Rimane la marmellata di arance, il toffee e un’uvetta al rum, a cui si somma un tocco balsamico di resina di pino. L’erbaceo persiste in bocca, tra anice, chiodi di garofano e cardamomo. I 44 gradi gli donano. La frutta prende la forma di un distillato di ribes, poi si fa strada del pompelmo rosa. Vira un po’ sull’amaro, liquirizia salata e cioccolato extra fondente. Il finale è super dry, ancora cardamomo e marmellata di pompelmo. Divisivo, può non convincere ma in pairing si smussano gli angoli e va via liscio. 82/100 per il whisky, 9/10 per l’abbinamento.

Dalmore 18 yo (2018, OB, 40%)
Consistenze al contrario: pandoro al cacao e té affumicato, gelato al cacao e té affumicato e gelatina affumicata a base di acqua
L’unico abbinamento a cui un comune mortale avrebbe pensato è quello con un dolce al cioccolato, anche se meno elaborato di questo. Motivo per cui di fatto è il pairing meno sbalorditivo. Il Dalmore 18 è il più austero della compagnia, con un apporto del legno molto più accentuato rispetto ai suoi fratellini. Al naso è un po’ chiuso, con note che  vanno dai mobili antichi alla mandorla, dal té iper infuso alla terra umida.
Gli serve tempo per far galoppare sentori profondi di prugne secche che lo fanno somigliare a un cognac. C’è anche qualcosa di nocino in sottofondo, e perfino un tocco floreale (legno di rosa?). Rimane oaky, ma ha una vivacità sorprendente per la sua età. Noci secche, chinotto, uvetta bruciata nel forno e caffè. Un whisky scuro, dove il barile fornisce anche un bel kick di pepe bianco, ma che rimane succoso nonostante la legnosità: il finale è di sherry, arancia e albicocca secca, con del cacao amaro sopra, magari. Probabilmente l’abbinamento con pandoro e gelato al cioccolato ne accentua la predisposizione al tannico e all’astringente, ma a dirla tutta il contrasto è piacevole, stempera un po’ la dolcezza del dessert. 85/100 per il whisky, 7/10 per l’abbinamento.