Laphroaig 12 yo (ceramica, anni ’70, OB, 43%)

Giorgio D’Ambrosio e Franco DiLillo hanno da sempre il banchetto più speciale al Milano Whisky Festival: farcito di bottiglie storiche, offre l’occasione per assaggiare prodotti del passato, da collezione, altrimenti inavvicinabili dalla maggior parte dei comuni mortali. Oggi assaggiamo un Laphroaig 12 anni imbottigliato – anzi, inceramicato – negli anni ’70 per il mercato italiano grazie all’intervento di Bonfanti (in etichetta curiosamente – e chissà quanto avvertitamente – anglicizzato in Bonfant, per i più attenti). La distillazione è presumibilmente di inizio anni ’60 e anni ’50, dunque sappiamo di avvicinarci a un pezzo di storia.

N: non abbiamo mai – mai! – annusato un Laphroaig del genere. Molto aperto e avvolgente, delicatissimo e di grandissima personalità; c’è qualcosa che ci lascia subito di stucco, noi che negli anni ’70 eravamo a mala pena un’ipotesi scherzosa da parte dei nostri genitori. C’è una nota balsamica, di eucalipto, anzi: di canfora!, unita indissolubilmente a frutti neri (more, mirtilli e confettura di mirtilli e succo di mirtilli!, ma pure un’escrescenza di fragola…) – per questa incredibile fusione di mondi lontani, ricorda anche certe caramelle balsamiche alle erbe (tipo certe Ricola…). Anche una nota medicinale molto forte: garze, poi mercurocromo, pasta del dentista, sembra a tratti di sentire l’odore delle medicazioni, in ospedale. Un pit di liquirizia, ma quella gommosa – pare di aprire un pacco di Haribo; una suggestione di carruba. La torba, come la intendiamo noialtri oggidì, si lascia appena intuire, molto setosa e velata. Un po’ di iodio, una leggera brezza marina fa capolino di tanto in tanto. Spettacolare.

P: alcuni aspetti del naso tornano in maniera altrettanto sorprendente, e di nuovo riescono a stupire: ancora molto balsamico (sempre eucalipto), ci fa tornare in mente la suggestione di quelle caramelle Elah a menta e liquirizia, ma è una nota intensa e delicata al contempo; il tutto risulta legato da una frutta rossa, anzi nera, davvero profonda, continuamente cangiante (more e mirtilli, talora più acidi, talora più dolci e succosi). C’è un che di latte, anche, anzi piuttosto: panna. Ancora molto legno e liquirizia, con suggestioni di castagne bollite; forse un po’ meno medicinale che al naso, ma di certo la torba s’avanza con potenti note di cenere, legna arsa e grasso di maiale carbonizzato. Al di là dei descrittori, comunque, quel che davvero ci piacerebbe comunicarvi è l’estrema e compatta setosità del tutto, la morbidezza, la delicatezza quasi.

F: lunghissimo e intenso, si parte con quella nota di Elah a menta e liquirizia, dolce e zuccherina, e poi si prosegue a lungo con quel nitido senso di grasso di maiale bruciato e fumo, di braci ancora accese.

Ah, una volta erano così i Laphroaig? Non potevate dircelo prima? Cosa abbiamo fatto di male per meritarci il 10 anni di oggi? Ancora una volta, siamo schiacciati dall’esperienza: pensare che un whisky del genere, così diverso da quanto siamo abituati ad assaggiare, fosse la norma – beh, è stupefacente. Vengono in mente le parole di Marco Malvestio, giovane poeta, studioso di letteratura, con cui tempo fa chiudeva un articolo dedicato al vino (a noi basta sostituire “whisky” a “vino”): “il whisky cambia attraverso il tempo, sia in termini di processi produttivi (che spesso, come tutte le cose, subiscono l’influenza della moda), sia in termini di singole bottiglie. Anche per questo non esistono due whisky uguali, e ogni bottiglia ha la propria storia personale: ogni bottiglia, dunque, è irripetibile. Stando così le cose, mi sembra chiaro che portare la nostra attenzione al whisky significa davvero, più di ogni altra cosa, riflettere sulla fragilità della vita e del nostro essere nel mondo, sull’irripetibilità e dunque sulla preziosità di ogni momento della nostra esistenza, e sulla varietà imprevedibile e inestimabile delle combinazioni casuali che generano le nostre esistenze individuali”. 94/100.

Sottofondo musicale consigliato: Tom Waits – Warm beer, cold women.

Annunci

L’alchimia del whisky “a ruota libera”: Giorgio D’Ambrosio e il MWF al 1930…

Dopo il secondo viaggio in Scozia dello scorso settembre (qui e qui i resoconti del primo), il progetto “L’alchimia del whisky” si arricchisce di un nuovo capitolo. Come sapete, da tre anni i due Marchi (Maltagliati e Russo) hanno deciso di lavorare con i clienti del 1930 cocktail bar per approfondire il mondo dello scotch whisky, andando a studiare alcuni tra i produttori più interessanti e affrontando la sfida di miscelare il single malt, e non solo quello più ‘semplice’, esplicitamente votato a quella dimensione. Fare cultura seriamente attorno allo scotch, spiegarne la struttura, la genesi, la produzione, la geografia… senza perdere l’approccio di un cocktail bar, e dunque avvicinarsi al whisky attraverso un drink, che diventa il punto di partenza per il pubblico e non un punto d’arrivo. Che l’obiettivo sia stato raggiunto appieno è testimoniato ad esempio dal recente articolo di un sito prestigioso come scotchwhisky.com che annovera il ’30 tra i migliori whisky bar di Milano…

Il bilancio è stato finora positivo, con crescente interesse e ottima partecipazione di pubblico, perfino con l’esportazione del format anche in altri contesti: ora Marco&Marco hanno deciso di fare un passo ulteriore, di non fermarsi e riproporre la stessa formula ma di puntare ancora più in alto nell’approfondimento del mondo del whisky. La prima serata di questa stagione di degustazioni, dunque, vedrà ospiti e protagonisti Giorgio D’Ambrosio, collezionista mostruoso e proprietario del leggendario Bar Metro, e Giuseppe Gervasio Dolci, per tutti ‘il Gerva’, una delle due metà del Milano Whisky Festival: l’obiettivo è quello di parlare della storia del whisky a Milano, del mondo del collezionismo, della crescita dello stesso MWF… Insomma, un appuntamento ambizioso e certamente degno di interesse: noi naturalmente ci saremo (grazie a Marco e Marco per l’invito, anzi!), e crediamo proprio che, a una settimana dal festival, sia l’evento più adatto per prepararsi… Non vorremmo però dimenticare il parterre: si assaggeranno tre selezioni di Giorgio e del Milano Whisky Festival, tra cui spiccano un Glenfarclas imbottigliato dal MWF nel 2014 e che avevamo assaggiato qui, un Lochindaal (e voi sapete cosa nasconde l’oscuro nome, vero? no? venite e scopritelo!) di Giorgio e un Caol Ila scelto e imbottigliato da GDA e MWF nel 2016… La serata sarà condotta da Marco Maltagliati, che però lascerà parlare Giorgio e il Gerva “a ruota libera“; in più, aspettatevi una variazione sul drink preferito di Giorgio – quale? chiedeteglielo – e una sorpresina… Insomma, che ne dite: ci vediamo là?

Macallan-Glenlivet 25 yo (1950/1975, Gordon&MacPhail, 43%)

Ci stiamo lentamente avvicinando al Milano Whisky Festival: come sempre, accanto ai banchetti degli importatori e distributori, degli imbottigliatori e degli appassionati, c’è uno stand che proprio non si può perdere di vista: quello di Giorgio D’Ambrosio e Franco Dilillo, due tra i maggiori collezionisti al mondo. Per darvi un’idea delle bottiglie che si possono trovare, oggi vi presentiamo uno dei campioni che ci siamo portati a casa l’anno scorso… Un Macallan 25 anni di Gordon & MacPhail, distillato nel 1950 e imbottigliato nel 1975, importato in Italia da Pinerolo. Serve dire altro?

N: chapeau, e dovremmo chiudere qui il naso. Siamo accolti da quella coltre di polverosa umidità che solo nei distillati così attempati sappiamo riscontrare: dunque una straordinaria cera, la cera d’api, un vecchio cassetto di legno… C’è una nota di ‘chiesa’, peculiarissima, davvero setosa. Vecchi mobili in legno: c’è proprio profumo di legno vecchio in cantina, forse perfino con una lieve nota di resina. Se dovessimo attribuirgli un colore, sarebbe un arancione intensissimo: ha note di albicocca disidratata, di una brioche gonfia di marmellata di frutti di bosco, fragole, molta arancia (che col tempo diventa sempre più buccia d’arancia), chips di mele. E perché non fichi secchi? E perché non un miele millefiori?

P: forse ha lasciato qualcosina in intensità a quei quarant’anni di invecchiamento in bottiglia; ripropone comunque in maniera più che persuasiva quel binomio del naso tra note setose e ‘antiche’ e rimandi a una grande frutta matura. Partiamo da quest’ultima dimensione: miele senz’altro, ancora molta arancia (marmellata e scorzetta), mele rosse, confettura di albicocca. D’altra parte, ecco tornare un legno impolverato, quello splendido senso di umidità, di cera. Se dicessimo di sentirci una leggera nota sapida, anzi proprio salata, ci prendereste per matti?

F: un leggero fumino, un che di tostato (o, chissà, proprio di torbato: è un fumino acre…) perdura un senso ancora di legno, malto, miele, frutta gialla, perfino qualcosa di più ‘grasso’, tipo toffee.

Assaggiare certe chicche di un tempo in cui non eravamo neppure nati vuol dire confrontarsi con la leggenda, con il mito, con bottiglie che in asta vanno ben oltre le mille euro… Questo Macallan non fa eccezione, e il naso è un’esperienza assolutamente unica: certo rimane la sensazione che gli oltre quarant’anni in vetro abbiano sottratto un po’ di gradazione e di intensità, soprattutto al palato. A un naso da (molto) oltre 90 punti, dunque, segue un palato meno straordinario, e ci fermeremo per questo a un deferente 89/100.

Sottofondo musicale consigliato: Yes – Starship Troopers.

Talisker 20 yo (1981/2002, OB, 62%)

Oggi assaggiamo un imbottigliamento iconico di una distilleria iconica: il 20 in sherry di Talisker, edizione limitata messa sul mercato nel 2002, esaurita rapidamente e ora oggetto di culto per i collezionisti (valore stimato attorno a 1500€, per intenderci). La gradazione (inusuale per Talisker) è di 62%. Quando il buon Pagani si è avvicinato ad uno di noi, durante il Milano Whisky Festival, brandendo un bicchiere con questo whisky, alla domanda fatidica “che cos’è?, indovina!” mai avremmo risposto con Talisker. Ora lo riassaggiamo con calma, suvvia, sperando in sensazioni più coerenti.

talob-1981N: la scena: una barchetta dal mare avanza nella nebbia fitta cercando la riva. Nel bicchiere infatti c’è tanto mare e un’atmosfera rarefatta di torba umida, un senso pesante di vapore e di amido. Acqua di mare, certamente, e un filo di fumo da un falò. Giunti a riva, il meritato ristoro del marinaio: bacon, ma sopratutto tantissima confettura di fragole e mirtilli, more. Il lato fruttato è veramente succoso e a dir poco esuberante. Liquirizia e cenere, uva nera e cioccolato, pepe e torba, in un continuo disorientamento olfattivo, come migliaia di storie raccontate sulla spiaggia attorno al fuoco.

P: anche alla gradazione monstre di 62 gradi si lascia bere con una certa facilità. Totale, come ti aspetti che sia, ovvero buonissimo. Il corpo è grasso, ultra masticabile e il primo impatto è del tutto isolano, con torba, bacon e mare. Trionfa anche l’anima speziata di Talisker, con tripudio di pepe e noce moscata, giusto un attimo prima dell’apocalisse: le botti ex sherry squassano all’improvviso il palato e s’impone una dolcezza pesante, calda di tarte tatin, marmellate ai frutti rossi in cottura. Spruzzi di arancia. Aghi di pino? Aggiungete acqua e godrete per sempre.

F: lunghissimo e con una nota sporca persistente tra il bacon e il pepe. Cenere ma anche marmellata, ad libitum.

Il miglior Talisker mai bevuto dai vostri umili Whisky e Facile, per lo meno secondo le mutevoli e relativissime percezioni del qui e ora? Forse sì, anzi certamente: 94/100. Potenza incredibile, complessità in continuo movimento, costante ristrutturazione di un profilo aromatico che ad ogni snasata rivela nuovi sentori, tutti fusi assieme, tutti di volta in volta sotto ai riflettori: magistrale e squassante intensità, magistrale e delizioso bilanciamento. Riesce ad essere tutto sparato a mille da un lato, e dall’altro ad essere velato di una surreale eleganza, con quella rarefazione di cui parlavamo nella descrizione del naso… Magnifico. Grazie a Giorgio D’Ambrosio per il sample, grazie infinite!

Sottofondo musicale consigliato: Led Zeppelin – Thank you.

Port Charlotte 6 yo (2008/2015, High Spirits for D’Ambrosio-DiLillo-Fiori, 46%)

Schermata 2016-05-05 alle 23.08.00Ricordate lo splendido Port Charlotte in sherry imbottigliato da D’Ambrosio, Di Lillo e Nadi Fiori qualche anno fa? Il trio ha replicato l’anno scorso, questa volta con un single cask ex-bourbon di 6 anni: 216 bottiglie ripartite per tre, fanno 72 bottiglie a testa – ogni versione ‘personale’ è segnalata dalla retroetichetta, firmata di volta in volta da uno solo dei tre amici. Ne mettiamo una copia (presa da whiskybase, grazie al lavoro di catalogazione di Glen Maur) a firma D’Ambrosio, in cui si può leggere una storia interessante, che vi spiegherà perché con questa etichetta c’è anche un’altra versione, a 50%…

Schermata 2016-05-05 alle 23.07.20N: beh, si intuisce immediatamente la stoffa del campione. Esibisce fin da subito una massiccia marinità pulviscolare (wtf?!), come quando sul molo il vento ti sbatte nelle narici aria e acqua di mare… Alghe. Una intensa mineralità torbosa accompagna il mare, con fortissime evidenze di lana bagnata. Molto nudo e tagliente, sembra di rotolarsi su un prato di erba falciata, appena dopo la pioggia. Oltre a un senso di limone ancora molto vegetale e pungente (lemongrass, o il bianco del limone), si riesce a scorgere appena una velata nota ‘dolce’ di borotalco, diciamo. La gioventù si evince anche da un fumo veramente ficcante ed acre, tutto su cenere e motore diesel. In crescita note di erbe aromatiche (rosmarino?), magari abbrustolite sul fuoco… Solo il tempo (diciamo una mezz’ora) lascia uscire note di caramelle di zucchero.

P: ottimo il corpo, anche a 46%: oleoso e masticabile com’è, spara bordate di sapore che neppure Roberto Carlos quando ancora era magro. Rispetto al naso, spicca una dolcezza più marcata (anche se certo non ruffiana), tutta tra vaniglia e liquirizia. Per il resto, il profilo è molto coerente, con una chiara sapidità, note ancora erbacee, di erbe aromatiche; cresce un’affumicatura bella ‘sporca’, da tubo di scappamento, da plastica fusa più che da braci. Poi, più nette sono note medicinali (quasi di garza).

F: qui il mare è predominante, un’ondata travolge gli ultimi lacerti di dolcezza vanigliata: tutto il resto è fumo. Plastica bruciata.

Non ha molto senso perdersi in troppi giri di parole, e sappiamo che Giorgio, che speriamo ci legga, sarebbe perfettamente d’accordo: è buono, anche a 46% ha un’intensità impressionante. Come al solito in questi casi apprezziamo l’austerità, la ‘serietà’ di un whisky godibilissimo ma nudo, severo, tutto incentrato sul lato più wild di Port Charlotte, senza concessioni a botti troppo marcanti: 88/100 è il verdetto, speriamo di riuscire a riassaggiarlo presto!

Sottofondo musicale consigliato: Send Medicine – Who am I feeling?

Ardbeg 18 yo (1991/2009, whiskyforyou.it, 50%)

Avevamo promesso un secondo Ardbeg, eccolo qui. Molti amici lo conoscono già, lo conoscono bene, e lo venerano: si tratta di un ex-sherry del 1991, selezionato da Giorgio D’Ambrosio e Franco DiLillo per il marchio “whiskyforyou.it”, imbottigliato a 50% nel 2009. L’etichetta è celebre, nella serie dei cavalieri: ricorda certe copertine di romanzi fantasy… Ma bando alle ciance, eccoci qui: il colore è ambrato. Lo paragoniamo col (quasi) coetaneo di Nadi Fiori, ma di circa vent’anni prima, pubblicato mercoledì scorso.

wa0471i758-40_IM157843N: che piacere, che privilegio portare a casa un simile confronto. Si sentono i tratti comuni, così come si sentono le sfumature di differenza: partiamo da queste ultime. Si esalta (a grado pieno…) il lato più tagliente: la torba acre è ancora più acre, minerale e terrosa, e si sposa ad una marinità perfino eccessiva: salamoia a manetta, e ancora smog, gomma bruciata. Anche qui l’agrume c’è, ma molto più intenso: il tipico limone di Ardbeg, ma anche arancia (candita?). Dal poderoso lato isolano si sguinzagliano molossi di ‘dolcezza’, dal borotalco alla marmellata di fragole, dal chinotto alla liquirizia. Punte pepate speciali. Con ossigeno, va fondendosi tutto con equilibrio notevolissimo. L’aggiunta d’acqua non sposta, ma apre e illumina (magari la fragola è un po’ più evidente?).

P: un palato massacrante! Qui segue un percorso specularmente opposto all’altro di Nadi; non che si partisse da un naso poco intenso, intendiamoci; però ad una fase olfattiva meno appariscente, qui segue un palato roboante di intensità e qualità eccezionali. La dolcezza caramellosa della botte è costante e massiccia, tra le fragole, lo sciroppo, la liquirizia, la marmellata d’arancia. Sotto questo blocco, si anima la torba, acre e brutale ma composta; sapido e pepato, anche minerale, punte di gomma bruciata. Top. Il fumo è costante, intenso. Da panico.

F: molto lungo, anzi, infinito, tutto sull’isolanità del whisky – torba, acqua di mare; legno bruciato, cenere. Fragole, per non dimenticare il palato. Mamma mia.

Beh, che dire, in questo caso il mito è pienamente giustificato: complesso, intenso, in continua evoluzione. Siccome a noi dare i numeri piace, scaglieremo nell’agone del web un giudizio di 92/100, e in questo caso, a nostro insindacabile e infallibile parere, è proprio meritato. Complimenti a Giorgio e a Franco per la selezione.

Sottofondo musicale consigliato: Charles Bradley – How long.