GlenAllachie 25 yo (2018, OB, 48%)

Dopo aver assaggiato il 12 anni ufficiale di GlenAllachie, eccoci alle prese con la versione più invecchiata del core range da poco rilanciato da quel vecchio volpone di Billy Walker, leggenda ambulante del mondo del whisky scozzese. Si tratta di un 25 anni, mix di barili ex-bourbon ed ex-sherry Oloroso e Pedro Ximenez, messi in vetro a 48%. Sarà un whisky massiccio e convincente come un destro di Piatek o deboluccio e molliccio come gli addominali di Higuain? Vediamo.

N: tutti questi Glenallachie hanno come primissima nota un che di lievito, lievito di birra, impasto del pane… cosa che decisamente stupisce, su un 25 anni! Cacao amaro. Arriva poi ananas disidratato, ancora frutta essiccata (diremmo soprattutto scorza d’arancia); forse un pit di tropicalità, a sorpresa? Torta all’uvetta, anzi: plumcake all’uvetta, ciambellone. Aceto di sherry?

P: ricco di sapore, colpisce con un’acuminata dolcezza acida, ancora con molta arancia in varia natura (forse perfino del limone?, anzi: yogurt al limone). Le botti portano uvetta e una certa dolcezza appunto, ma persiste un’acidità molto particolare da distillato, da lieviti, da birra, da pane (pane nero?). Cioccolato amaro, ancora, e nocciole (gheriglio di nocciola).

F: non lunghissimo, procede verso l’amaro (di cereale, chicco d’orzo) e con qualche sentore di legno caldo, e ancora frutta e gherigli multiformi.

Interessante, soprattutto colpisce la coerenza dello stile: a più del doppio dell’età del dodicenne assaggiato ieri resta evidente una certa acidità da lievito che fa da fil rouge nell’intero core range di GlenAllachie. Che poi la cosa possa essere divisiva, questo è tutt’altro discorso; certo è che si tratta di un buon whisky, magari non di devastante complessità e forse non sempre del tutto appagante, ma di certo non si può non applaudire all’operazione e sperare in magnifiche sorti e progressive: intanto, 85/100. Grazie a Fabio e Matteo per il sample.

Sottofondo musicale consigliato: Fela Kuti – Water no get enemy.

Annunci

GlenAllachie 12 yo (2018, OB, 46%)

Vi abbiamo già raccontato qui, con gran copia di fiorellini retorici (e citazioni para-sanremesi importanti, e un sottofondo musicale di rara memorabilità, ma come fareste se non ci fossimo, mah), la storia di GlenAllachie, distilleria da poco acquistata e rilanciata da Billy Walker; finora avevamo assaggiato solo il 10 anni Cask Strength, in questi giorni proviamo le due versioni agli estremi del core range, ovvero il 12 e il 25 anni. Iniziamo, come si conviene, dal giovincello, che sembra essere miscela di barili ex-Sherry Oloroso e Pedro Ximenez e con una quota di Virgin Oak (ahia).

N: le primissime note, ancorché curiose (ma prendetevela con noi e con la nostra malsana memoria aromatica) sono di dentifricio per bambini, a testimoniare una dolcezza molto pronunciata e un qualcosa di lievemente balsamico, erbaceo. Frutta cotta: prugne e mele gialle. Banana verde anche, che ci fa pensare a un’acidità da fermentato, poi lievitosa, come se fosse più giovane di quel che è. Pasta di mandorle.

P: l’ingresso è quasi timido, ma rivela poi un whisky molto fruttato, tutto giocato su frutta cotta (mele e uvetta), ancora pasta di mandorle. Perfino un qualcosa di nocciolato, anzi: si tratta proprio di olio di mandorle. Essenza d’arancia. Dolce e semplice, beverino assai.

F: inaspettatamente lungo, anche se riemerge quel senso di lievito un po’ così. Mandorle, zenzero e un touch amaricante (…) di legno.

Billy Billy, quante ne sai, quante ne combini! Così, a caso. L’impatto con questo 12 anni è coerente con le sensazioni avute assaggiando il 10 Cask Strength, notiamo sempre quell’acidità da distillato non del tutto ‘coperta’ dai barili, pure qui piuttosto attivi – e non sapremmo se nelle intenzioni si voleva coprirla o meno, ad ogni modo. 81/100 è il numero, per un entry level che piacerà sia agli amanti della frutta molto pronunciata che a quelli della nudità del whisky, ma che a nostro irrimediabile giudizio (eh?) difetta forse un poco in eleganza.

Sottofondo musicale consigliato: Kokoro – Abusey Junction.

The GlenAllachie 10 yo (2018, OB, 57,1%)

Billy Walker è un maledetto genio, come senz’altro tutti voi illustri lettori sapete bene: è l’uomo dietro alla rinascita di BenRiach e GlenDronach, per intenderci, un uomo con una grandissima competenza in materia di whisky fantastici e di dove invecchiarli (magister assoluto in reimbottamento di stock dimenticabili) e con una perniciosa e inspiegabile passione per le maiuscole “collocate alla cazzo di cane nel mezzo del nome” (cit. – un sample gratis di un whisky a nostra scelta per il genio che la coglie, non vale gugolare). Dopo aver venduto il gruppo BenRiach a Brown Forman, colosso dell’alcol a stelle e strisce, il vecchio Billy ha deciso che stare a casa a nuotare nei dollari non faceva per lui, e ha dunque comprato da Pernod la distilleria Glenallachie – che in men che non si dica è diventata GlenAllachie. Sembra abbia anche convocato dei camuni per farsi disegnare il logo, con un vago gusto preistorico-flinstoniano. Oggi assaggiamo il primo batch del 10 anni a gradazione piena, con non poca curiosità e accompagnati dal magico trio Corbetta – De Rosa – Zucchetti, ché le nostre spalle da sole non reggono il peso di cotanta responsabilità.

N: a grado pieno, l’alcol è molto volatile e tende a castigare il naso del degustatore. Poco espressivo, tende a mostrare un lato agrumato (mandarino) e un ricordo di torta di mele – anzi, Zucchetti suggerisce ‘crumble di mele’ e noi ci crediamo perché, it is known, Zucchetti ne sa un sacco. La quota di virgin oak porta quel tipico profumo legnoso, tipo mobili dell’Ikea. Con acqua, si apre una punta speziata e si spalanca la porta della vaniglia, lo zucchero a velo.

P: anche qui l’impatto è alcolico, pare piuttosto aggressivo ma pieno e ricco. La parte fruttata è dolce/acido/fermentato, con qualcosa di tropicale ma soprattutto – lo gridiamo a gran voce – caco! Cioccolato bianco. Tutto il resto è allappo. Castagne crude. L’acqua rende più accessibile, ma la parte dolce tende ad appiattirsi sulla zuccherinità facile (uva bianca dolce) e si fa più legnoso, più astringente.

F: lungo, con ancora cachi e miele e caramello. Budino di vaniglia.

Senza diluizione appare un po’ troppo aggressivo, soprattutto al palato: l’acqua trasforma il naso rendendolo decisamente più affrontabile, anche se ancora al palato ciò che guadagna in godibilità lo perde in complessità. Alla fine ci è parso buono, forse un po’ semplice ma decisamente non ruffiano, e la cosa ci piace: secondo noi è una buona bottiglia da avere a scaffale e sicuramente potrà colpire con il suo vigore contundente. Il costo, attorno alle 60€, lo rende appetibile: comunque condensando in numero diciamo 83/100.

Sottofondo musicale consigliato: Özgür Baba – Dertli Dolap. Questo è situazionismo puro, apprezzate – vi preghiamo – il contributo delle galline.

The Speyside Files #3: That Boutique-y Whisky Company

 

Non sappiamo bene con quali forze e non ricordiamo bene dopo quali tappe in quali distillerie (…), ma a un certo punto ci siamo trovati a Dufftown, seduti in mezzo a tedeschi pelosi, grassi e sudati, di fronte a sei single cask imbottigliati dalla famosa That Boutique-y Whisky Company, marchio da imbottigliatore per il gruppo di Master of Malt. Etichette in stile graphic-novel, bocce da mezzo litro, prezzi alti e velleità da collezionabile: garanzia di successo, o no? A presentare il tutto c’era Dave Worthington, barbuto e competente Brand Ambassador. Ogni distilleria ha una sua etichetta, variata di volta in volta, e ogni imbottigliamento viene contrassegnato dal numero di batch – anche se si tratta di single cask, nella maggior parte dei casi con età differenti.



Glenallachie 8 yo batch #2 (2018, TBWC, 53,9%)
Note di cereali, di porridge, evidente il distillato; molto giovane e spiritoso. Barretta ai cereali e yogurt (con quella acidità lì). Anche al palato è buono, onesto, senza veri difetti ma piuttosto semplice. 81/100



Tormore 21 yo batch #3 (2018, TBWC, 46,8%)
Molto delicato e floreale, note di frutta gialla fresca, una suggestione agrumata (lime più che limone); al palato resta dolcino, floreale e fruttato. Leggermente cremoso, cioccolato bianco. Bella evoluzione, col tempo diventa sempre più tropicale al palato. Delizioso e delicato ma non delirante. Uno degli assaggi più piacevoli. 89/100



Glentauchers 17 yo batch #2 (2016, TBWC, 48,8%)
Un’ode al whisky che sa di whisky: nudo, avvolgente, erbaceo e burrosino, con una bella nota di cera d’api e miele al palato – e sapete che a noi questa nota di cera piace tanto tanto. Biscotto alla vaniglia. 87/100



Blend #3 19 yo (2017, TBWC, 50,2%)
Si tratta di un Glenfiddich teaspooned, presumibilmente con Balvenie ma ancora più presumibilmente con nulla. Dolce, tropicalissimo, sia al naso che al palato. Tantissimo cocco, sicuramente era un barile first-fill (tanta crema pasticciera, vaniglia, pasticcini, frutta gialla, mela). Aranciata zuccherata. Il finale è tutto cocco o mango alla thailandese, qualsiasi cosa questo voglia dire. Buono, forse tutto questo cocco lo rende un po’ noioso, alla lunga. 86/100



Mortlach 27 yo batch #2 (2016, TBWC, 52,6%)
Molto ‘grasso’, buono, anche lui con una grande presenza tropicale. Il naso è aromatico e affilato, con una nota di cera d’api deliziosa (nota che torna al palato, delicatamente). Al palato c’è anche una punta di propoli, poi diventa iper-tropicale con tanta guava evidente. Anche fieno, caldo. Complesso, pieno e soddisfacente. 92/100



Sottofondo musicale consigliato: Iron Maiden – No prayer for the dying.

Glenallachie 9 yo (2005/2014, Hepburn’s Choice, 46%)

Ultimamente ci è capitato di sentire un amico pontificare – ostentando sicumera – sulla necessità, per un whisky, di essere molto invecchiato per poter dare soddisfazione: noi non sappiamo resistere alla tentazione della smentita, e dunque assaggiamo un malto che avevamo già testato in passato ‘in via informale’ e che adesso, come dire, casca a fagiuolo. Trattasi d’un Glenallachie (from Speyside, baby) di anni 9, invecchiato in una botte ex-sherry e messo in bottiglia da Hepburn’s Choice (leggasi Hunter Laing), di cui già tempo fa lodammo la selezione di botti giovani ma seducenti (qui, un Talisker). Colore: dorato.

Schermata 2015-09-07 alle 16.48.17N: sulle prime lascia filtrare tutta la sua gioventù, con note di canditi, un senso diffuso di new make (e, diremmo, di mash tun): lieviti a go go, pane, orzo, a tratti con sentori di acqua tonica – e perfino, qualcuno dice, di brodo. Dopo poco, però, questa maltosità organica e vibrante si lascia schermare dall’invecchiamento: note tostate (arachidi), di frutta secca; legno; un che di miele, caramello, carruba, sciroppo d’acero… Cardamomo e mandarino, così, per stupirvi. A parte tutto, è un naso molto stimolante, fresco e gggiovane ma anche piuttosto complesso e non così scontato.

P: si inizia con una dolcezza biscottata e cerealosa (facile citare i Gran Cereale, no? a questo punto aspettiamo un riconoscimento dall’azienda che li produce) e persino dei sentori di frutta rossa (fragola); biscotti al miele e al caramello. Al contempo, ai lati e verso il finale ci sono note frizzantine davvero peculiari, quasi di (biscotti allo) zenzero, oltre alle note vegetali maltose. Anche il re degli agrumi, l’arancia (abbiamo appena operato l’incoronazione), si fa sentire. Un palato spigoloso ma ‘caldo’, nel complesso davvero convincente.

F: lungo, più sul dolce (ancora caramello) che non sul giovane / maltoso: ancora una potente suggestione di zenzero e biscotti.

Ci è piaciuto. È facile da inquadrare e da ‘analizzare’, ma si mostra costruito su fertili contraddizioni: è mieloso, ma non troppo dolce; è giovane, ma non troppo sbarazzino; ha un naso più fresco, un palato più caldo – e nel complesso ci convince perché svela la sua beata giovinezza ma la indossa con portamento maturo, non rinunciando a una certa complessità non banale. 85/100 è il nostro giudizio in numeri, e forse avremmo potuto anche spingerci oltre… Ma fa niente, ormai abbiamo zittito l’amico: era questo il nostro obiettivo.

Sottofondo musicale consigliato: Paradise Lost – Terminal.