GlenDronach 25 yo (1992/2017, cask #63, OB for Beija-Flor, 57,6%)

Nei mesi scorsi Beija-Flor, importatore di GlenDronach già responsabile di alcuni imbottigliamenti magnifici (qualcuno ha ancora in mente il cask #35, forse?), ha presentato la sua ultima selezione: si tratta di un single cask di 25 anni, maturato in un barile ex-sherry Oloroso ed imbottigliato nel settembre 2017. Noi avevamo già avuto la fortuna di assaggiare il campione della botte a maggio, quando la scelta non era ancora definitiva, e ci era parso molto buono, con tutto quello che uno può attendersi da un single cask di GlenDronach – ora però è tempo di dedicargli un po’ più di attenzione.

N: la gradazione è importante, e ovviamente (pur non lasciando scorie aromatiche) trattiene un po’ il pieno dispiegarsi dei profumi – ma che davanti a noi ci sia un top player, beh, questo è fin troppo evidente. Rivela da subito i suoi tanti anni di invecchiamento con generose note di legno (non di botte: proprio vecchi mobili di legno), una sorta di guscio, di gheriglio. Ascoltandolo meglio, col passare del tempo si palesa un meraviglioso lato succoso, di frutta rossa intensissima dichiaratamente sherried (ciliegia sesquipedale, poi fragole, lamponi e more, ribes nero), poi un cioccolato “fondente ma non troppo” (pare inevitabile pensare al mon cheri, è chiaro). Frutta secca, con nocciola in primo piano (e perfino una crema di nocciola); torta al cioccolato con uvetta, di quelle che talora vendono in distilleria in Scozia. Fondo di caffelatte. Regge molto bene l’acqua, che non cambia le carte in tavola ma, per così dire, armonizza il tutto. Il legno si ‘apre’, diventando più dolce, più aromatico (sandalo?).

P: masticabile e densissimo, senz’acqua resta piuttosto chiuso e un po’ astringente: ci sono note di chicchi di caffè, di fave di cacao, di legno, perfino di polvere, di tabacco di sigaro (molto intenso), di noci. Solo in disparte paiono agitarsi le note più fruttate, che riescono a farsi però pienamente succose: ancora ciliegie e fragole. La struttura è molto solida e complessa, l’acqua taglia decisamente l’astringenza legnosa e rende tutto più morbido: si sprigiona un lato speziato e dolce, tra lo sciroppo d’acero, il tamarindo, un mix di spezie (ci vengono in mente cannella e pepe nero).

F: molto lungo e persistente, tutto sul legno tostato, sul tabacco, e solo dopo un po’ esce quel mix di frutta rossa e frutta secca che tanto ci sconfinfera.

Un whisky certo complesso, in continua evoluzione e di grandissima intensità, che se dovessimo posizionare in un universo di GD bevuti definiremmo come ‘secco e tagliente’, di certo lontano da certe opulenze cremose riscontrate in passato. Soprattutto il palato, con quelle note lievemente astringenti e tabaccose, si fa più difficile, e richiede senz’altro qualche goccia d’acqua per dispiegare appieno il suo potenziale. 90/100, complimenti a GlenDronach per la qualità sempre alta, complimenti a Beija-Flor per l’ennesima selezione riuscita.

Sottofondo musicale consigliato: Royal Blood – You can be so cruel.

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GlenDronach 8 yo ‘The Hielan’ (2017, OB, 46%)

Ormai da tempo la comunità whiskofila è tristemente orfana del GlenDronach 8 ‘Octarine’, uno dei migliori imbottigliamenti degli ultimi dieci anni per rapporto qualità/prezzo – all’epoca costava 35€, talora perfino meno. Dopo un paio di anni, quell’espressione è stata sostituita dal coetaneo ‘The Hielan’, anch’esso frutto di una miscela di barili ex-bourbon ed ex-sherry (voi sapete, combo inusuale per la distilleria che fa della sherry maturation uno dei proprio capisaldi) ma, dicunt, con quota ancor maggiore di ex-bourbon. Pressoché ignorato all’ultimo Milano Whisky Festival, assaggiamolo almeno noi.

N: effettivamente, appare da subito diverso rispetto al vecchio Octarine: non tanto perché si senta di più l’apporto del bourbon, quanto perché è inusualmente nudo: i sentori più evidenti sono infatti quelli della fermentazione, dei lieviti, di malto in macerazione, yogurt o latte rappreso, canditi, una lieve acidità agrumata (limone, scorzetta d’arancia). Purea di pere, mela verde, sentori erbacei (prato bagnato dopo la pioggia: sapete, siamo dei romantici). Solo con un po’ di tempo emergono note più rotonde, tra uvetta, un che di caramello, suggestioni di frutta secca (nocciola, mandorle pelate). Biscotti al burro. Giovane, nudo, e però per nulla esile come talora accade, bensì molto pieno. Un poco di zenzero, pure?

P: lo scenario è simile al naso, anche se in tutta onestà qui va facendosi un po’ più ‘scuro’. Confermiamo comunque come il corpo sia molto pieno, molto grasso, avvolgente ma beverino. Un tripudio cerealizio in prima battuta, con biscotti integrali di malto, corn flakes non zuccherati, ancora lieviti (aò, se capissimo qualcosa pure di birra lo diremmo meglio, ma: sa di birra cruda – ok, adesso biasimateci, maledetti integralisti); semini del limone. Lievemente più dolce di quanto il naso non dicesse, con un mero cenno di vaniglia, di latte condensato e di caramello e poi pera, nocciola, mandorla.

F: lungo e persistente, scisso tra il prolungarsi di una certa acidità e una dolcezza qui calda, con note di legna, di nocciola, di uvetta.

Un whisky didattico, e per questo prezioso: a Serge piace molto perché lo trova nudo, onesto e pieno, e queste sono tutte doti che non possiamo non riconoscergli – detto ciò, non ci sembra un whisky semplicissimo, né particolarmente accattivante per un profano data la sua integralistica nudità. Piuttosto, forse, un piacevole divertissement per whiskofili già un po’ esperti. Avvertiti i naviganti, a noi è piaciuto e assegneremo un 84/100.

Sottofondo musicale consigliato: Edwinn Starr – War.