Roma Whisky Festival: due chiacchiere con Pino Perrone

Quest’anno gli eventi ci hanno costretto a restare lontani da Roma proprio nel weekend del Whisky Festival: da bravi letterati conosciamo Emma Bovary e le storture che giungono quando sovrapponi la vita letta a quella vissuta, e dunque non speriamo con questo post di rivivere ex-post la kermesse capitolina. Almeno svolgiamo la nostra funzione di scribacchini, però, e chiediamo un resoconto al suo miglior testimonial: il Professor Pino Perrone. Ne condensiamo la loquela in una sintetica intervista: lo facciamo solo perché non siamo riusciti a registrare la telefonata e siamo costretti a divinare gli enigmatici appunti presi durante la chiacchierata.

Pino, andiamo subito al dunque: com’è andata?

Sulla carta sembrava che gli elementi fossero coalizzati per metterci i bastoni tra le ruote: le elezioni nazionali, innanzitutto, che alla fine si sono rivelate molto partecipate e che hanno da un lato richiamato al paesello natio i fuorisede delle università romane, dall’altro dissuaso molti non romani a venire; gli agenti atmosferici, che hanno portato neve in tutta Europa costringendo diversi ospiti internazionali a rimanere bloccati tra Londra e Edinburgo, e che hanno bloccato trasporti e spedizioni, facendoci rischiare di non ricevere per tempo il nostro imbottigliamento (e anzi, grazie a Diego Malaspina di Whiskyitaly per essersi fatto la trasferta in macchina a riempirsi l’auto di cartoni); il diluvio universale del sabato pomeriggio; la coincidenza di Napoli-Roma e Lazio-Juventus, lo stesso sabato… E insomma, posto che le avversità non sono state poche, è stato un vero successo, e lo dice un numero su tutti: siamo arrivati a 4300 presenze, crescendo del 15% rispetto alla scorsa edizione! Le aziende presenti sono rimaste molto soddisfatte dalla reazione del pubblico, non possiamo che esserlo anche noi.

Quali sono stati i punti di forza di questo Festival, e poi: come mai siete passati alla nuova denominazione, da Spirit of Scotland a RWF?

Rispondo innanzitutto da quest’ultima questione: i whiskey irlandesi e americani sono sempre più protagonisti della rinascita del nostro distillato, soprattutto dietro ai banchi dei cocktail bar, e dunque sarebbe stato francamente riduttivo e un poco stridente restare imbrigliati nel nome SOS. Pur mantenendo la dicitura Roma Whisky Festival by Spirit of Scotland, abbiamo voluto slegarci dal riferimento alla Scozia, e al contempo darci un respiro più internazionale, più prestigioso, più autorevole. E dunque, senz’altro i whisky esteri sono stati grandi protagonisti: americani e irlandesi, come dicevamo, ma anche gli ormai celebri giapponesi… A tal proposito, la masterclass su Ichiro (di livello altissimo!) ha ricevuto meno adesioni di quella sul range base di Nikka: questa è la dimostrazione di un grande interesse, ma testimonia anche come a Roma ci sia ancora una fascinazione non strettamente legata alla qualità assoluta del prodotto, fatto che ci fa capire che il percorso intrapreso è quello giusto e che ci sono ancora tante prospettive di crescita, anche culturale. D’altro canto, il collector’s corner gestito da un raggiante Gaddoni ha riscosso un grande successo, quindi vuol dire che anche qui il pubblico inizia a richiedere qualità, imbottigliamenti rari, da collezione…

A proposito di Masterclass: ce n’erano di veramente interessanti, una su tutte quella di Diageo in cui è stato aperto addirittura un Brora! Un bilancio su questo aspetto?

Tieni conto che sul ventaglio di masterclass presenti, ben sei erano gratuite! Sono state un po’ ondivaghe, a dir la verità: alcune sono andate sold-out rapidamente, come quella di Diageo per cui ancora rosicate (ma siate sereni: era buono, ma non il migliore Brora di sempre), oppure quella di Glenfarclas, in cui abbiamo aperto un 21 e un 30 anni ‘normali’ affiancati a due Family cask della stessa età. Bene anche Bushmill’s, molto bene Nikka, come dicevo, anche grazie al prestigio di un relatore come Salvatore Mannino. Altre non sono state così popolate, come quella – peraltro molto interessante – sui single malt alla base di Ballantine’s…

Pino con sguardo malizioso sembra dirci che le dimensioni contano (foto da zero.eu)

Il format è migliorabile, secondo te? Alcuni hanno puntato il dito contro la presenza importante della miscelazione…

Questo punto secondo me è proprio sbagliato. La miscelazione di alta qualità è fondamentale in una fiera del genere, innanzitutto perché sono le stesse aziende a chiedercela, dato che costituisce un grimaldello eccezionale per arrivare a nuovi consumatori con più leggerezza. Per noi è importante, anche per svecchiare l’immagine del whisky presso un pubblico meno esperto, e i bar presenti hanno riscosso un successo evidente. In futuro non credo rinunceremo a questo aspetto… Piuttosto, possiamo migliorare il lato del food, e senz’altro l’anno venturo cercheremo di ampliare l’offerta portando più alternative a disposizione del cliente, soprattutto per quel che riguarda lo street food. Servirebbero spazi più ampi, certo, e la location del Salone delle Fontane, pur essendo splendida, comincia ad andare stretto alle nostre esigenze; ma non è detto che qualcosa non possa accadere anche in questo senso – come si suol dire, stay tuned. L’anno venturo puntiamo anche a un ulteriore aumento degli espositori, per cercare di coprire l’intero mondo del whisky, sia scozzese che non.

Prima accennavi all’imbottigliamento del festival, una tua selezione: un Kilchoman di 6 anni e mezzo in bourbon, da te ribattezzato “caos calmo”. Noi te ne abbiamo ordinata una bottiglia, oltretutto firmata dal grande Taneli (per i barbari tra voi che non lo conoscono, ha inciso con gli Impaled Nazarene capolavori come Finland Suomi Perkele): vuoi dirci qualcosa?

Ne ho scritto sul blog del festival, che purtroppo in questo momento è offline per dei problemi tecnici: ad ogni modo, è un imbottigliamento splendido!, mi ha ricordato certi Ardbeg degli anni ’70 per l’oleosità del cereale, evidente, raffinatissimo… Al naso appare vicino ad un 100% Islay per la delicatezza della torba, che invece esplode in tutta la sua forza al palato: il distillato è da orzo maltato a Port Ellen, dunque a 50 ppm, ma l’eleganza della distillazione ne ha molto ammorbidito il fumo. Quanto al nome, volevo rendere l’idea di un ossimoro, facendo proprio riferimento alla compresenza di brutalità ed eleganza, e mi è piaciuto farlo con questo riferimento cinematografico (mi sono cassato alcune idee letterarie che forse sarebbero state fin eccessive)… Forse anche per questo copywriting un po’ casuale il Kilchoman ha avuto grande successo, ne abbiamo venduto molto e tutti venivano a chiedere “che ce l’avete un Caos Calmo?”

Senti, abbiamo notato che rispetto al passato hai provato a introdurre Cognac e Armagnac anche a un pubblico di integralisti del malto come quello dei whiskofili: com’è andata?

Questa era una sfida cui tenevo molto, non so dire ancora se possiamo considerarla vinta ma di certo è un tasto su cui andremo avanti a spingere. Non bisogna dimenticare che prima della strage di vitigni portata dall’epidemia di Fillossera nella seconda metà dell’Ottocento il Cognac era il vero re dei distillati… Abbiamo voluto provare a proporli anche al pubblico degli appassionati di whisky, cercando di superare la tradizionale rivalità che contrappone i due mondi: erano presenti 20 brand tra Cognac e Armagnac divisi su 9 stand, in una sala dedicata ma per nulla isolata, dato che costituiva una tappa obbligatoria per chi partecipava alle masterclass… Alcune tra le cose più interessanti che ho assaggiato erano proprio in questa sala: in particolare c’era un Armagnac del Domaine Laguille veramente splendido. Consiglio a tutti di dare una chance a questo distillato, stupirà anche i più tenaci difensori dell’acquavite di cereale!

Hai menzionato un’imbottigliamento che ti è piaciuto, a questo punto in chiusura devi dirci quali sono stati gli highlights, quali gli assaggi che ti hanno convinto di più.

Allora, d’obbligo il riferimento a questo Armagnac del 1992 di Laguille, spettacolare; ottimo anche un Cognac ‘through the grapevine’ di Francois Voyer, cask #88, molto complesso, così come piacevolissimo era il Vaudon VSOP. Lo Yellow Spot mi ha sorpreso tra gli irlandesi, molto equilibrato, e tra gli americani invece una menzione va senz’altro a Ocean di Jefferson’s, un progetto folle, con le botti che maturano per alcuni anni (!) su una barca, in giro per il mondo… Stando sugli scotch, buonissimo il blend di Diageo, il Collectivum XXVII, e ovviamente di alta qualità il Lagavulin 12 del 2017. Nello Speyside, invece, oltre al Glenfarclas del 1986 (Family Cask #2447), ho apprezzato il single cask di Glenlivet ‘Meiklour’. Insomma, dai, non sono riuscito ad assaggiare tutto ma qualche cosina interessante ve l’ho tirata fuori…

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L’alchimia del whisky – Road to Speyside (21-25 settembre 2017)

Ecco, ci risiamo, l’hanno fatto di nuovo. Lo scorso ottobre abbiamo partecipato ad uno spettacolare tour scozzese tra Islay e Campbeltown, tour di cui abbiamo dato conto qui e qui: l’organizzazione era in mano a Marco Russo, uno dei migliori barman italiani e proprietario di vari locali milanesi, dallo speakeasy 1930 al MAG fino al Barba, e Marco Maltagliati, appassionato whiskofilo di lunga data e ormai da tempo nel team del 1930.

Quel viaggio voleva essere la naturale evoluzione di un percorso intrapreso nel 2014 e intitolato “L’Alchimia del Whisky“: l’idea alla base è quella per cui il whisky, e il single malt specialmente, non è un prodotto di cui avere timore reverenziale, abituati come siamo a sovrapporre l’immagine di un vecchio signore in pantofole seduto su una poltrona di pelle a quella del normale bevitore di whisky – non bisogna avere timore e proprio per questo ci si può avvicinare al whisky, e si può affrontarlo seriamente, capendo la cultura che ci sta dietro, anche partendo da un drink, da un cocktail. Il single malt può essere un ingrediente estremamente complesso, e per questo bisogna saperlo usare, esaltandone o attenuandone determinate sfumature: è proprio ciò che fa con i suoi drink Marco Russo, e chiunque sia stato al 1930, per una degustazione monografica o per una bevuta in compagnia, sa bene a cosa ci riferiamo. E dunque, dopo diverse serate di introduzione al whisky e ad alcune sue distillerie, accompagnando la bevuta in purezza con alcuni drink, i due hanno deciso di affrontare ancor più seriamente la questione, andando proprio in Scozia a fare cocktail e a studiare il processo di produzione: perché per lavorarci seriamente, gli ingredienti vanno scoperti, studiati e analizzati, e bisogna conoscere chi il whisky lo fa, e come.

Marco & Marco

Quest’anno si replica, e lo si fa alla grande, senza sedersi sulle formule del passato ma puntando l’obiettivo altrove: Marco e Marco hanno organizzato un tour dello Speyside, cuore del whisky scozzese con le sue oltre trenta distillerie attive, proprio in occasione del principale evento dell’autunno, cioè lo Speyside autumn festival. Non possiamo svelare tutti i dettagli, e a dirla tutta neppure li sappiamo: di certo si passerà da Glenfarclas, da Balvenie (uno dei tour più belli di Scozia, sia detto per inciso) e da Glen Grant, esplorando dunque diverse tipologie di distilleria, tra colossi e produttori fieramente indipendenti, e di certo Marco Russo darà spettacolo con i suoi drink. Sappiamo anche qualcosina in più, ma non vogliamo certo svelarlo qui, e ora… Molto meglio scoprirlo direttamente il mattino della partenza, no? Siccome siamo stati testimoni diretti della bellezza del primo viaggio, vogliamo dar conto di questa iniziativa qui sul sito, e invitare chi fosse interessato a contattare direttamente uno dei due Marchi (nella locandina tutte le info su prezzi, tempi, disponibilità) per conoscere i dettagli di questa strada per lo Speyside. Se Dufftown è la Roma di Scozia (perché come Roma sorge su sette colli, così Dufftown sorge su sette distillerie…) tutte le strade portano a Dufftown, in fondo, no?

Glenfarclas 10 yo (anni ’80, OB, 40%)

Assaggiamo un import italiano di Glenfarclas, un dieci anni messo sul mercato nella seconda metà degli anni ’80 e importato e distribuito nel Belpaese grazie al prodigo intervento dei Fratelli Averna – come spesso accade quando assaggiamo certe chicche, dobbiamo ringraziare Angelo Corbetta (Harp Pub Guinness, Milano) e la sua bella idea di metter via bottiglie negli anni. Fondata nel 1836, Glenfarclas è dal 1865 di proprietà della stessa famiglia, con un cognome insospettabile ed unico: Grant. A dimostrazione dell’estro familiare quanto a nomi, siamo alla sesta generazione e abbiamo due John e quattro George… La metà dei 3400000 litri prodotti finisce in single malt, l’altra metà in blended. Perché diciamo questo? Mah.

schermata-2017-01-31-alle-22-21-27N: alcol, zero. Anche se l’invecchiamento in sherry, come vedremo, è molto marcante, i dieci anni ci consegnano un whisky ancora incredibilmente fresco, fruttato, vivo: dimenticate quegli sherry ‘scuri’, qui troviamo solo tanta voglia di divertirsi con mela rossa fresca e fragrante, poi la ciliegia, la fragola e con aberrante riferimento: aceto di more! C’è anche una nota altrettanto fresca ma più ‘grassa’, corposa, da tabacco da narghilè… Sotto a questa coltre di sherry, si agita un cereale ancora vivace, che rende il tutto estremamente invitante e pimpante. Eppure c’è di più: una leggera nota di legno di botte, molto cesellata e composta.

P: la riduzione a 40% ci porta un corpo di media struttura e un palato molto omogeneo, senza fiammate di sapore ma comunque con una bella compattezza e una certa intensità. Si ripresenta in grande coerenza col suo naso, e quindi tante mele rosse (anche una deviazione verso la tarte tatin, a dar conto di una maggiore ‘tortosità’, se siete in grado di perdonare l’orrenda parola) e una bella frutta rossa matura e succosa (more e ciliegie). Non è per nulla astringente, come sono talora certi sherried, ma ha comunque delle note tostate, quasi di tabacco.

F: di media durata, prosegue l’eterno balletto di tabacco e frutta rossa.

Buono, succoso, piacione: anche se di poco, il più apprezzato alla degustazione di ieri sera, in cui era messo a confronto con vecchie edizioni di Glen Keith, Dalwhinnie e Bowmore – non temete, recensiremo anche questi nei prossimi giorni. 86/100, e soprattutto un’osservazione: quanto era più buono questo dieci anni rispetto al pari età sul mercato odierno… Ah, come si stava meglio quando si stava peggio!

Sottofondo musicale consigliato: Mötley Crue – Wild Side.

Piove whisky (sullo Speyside)

Ecco che tornano le esilaranti performance lampo di quando ci ritroviamo la sera, abbiamo voglia di assaggiare qualcosa e non ci sentiamo poi però così tanto riflessivi. Allora noi questa volta si fa un viaggetto nello Speyside, patria indiscussa del whisky di malto.

oldbothwellMacduff 1980/2011 (Old Bothwell, 54,3%): bordate di frutta gialla fresca, persino tropicale, persino poco alcolico, persino con sfumature minerali. Esibisce anche una sorprendente freschezza floreale in pieno stile irish. Inscì avéghen! 87/100

Glenfarclas 12 yo (metà 2000, OB, 43%): al naso è molto disarmonico, si presentaimg-2d-0003-20130611110125_IM174163 piatto, troppo alcolico, con note di profumo dappoco; al palato le note pacchiane di caramelle al toffee si salvano in corner per una dolcezza vagamente sherried e maltosa (tra uvetta e biscotti di malto e frutta secca). Il corpo lo protegge dal baratro: 76/100

longmorn-19-year-old-1994-first-edition-whiskyLongmorn 19 yo (1994/2014, First Edition, 58,2%): malto, malto e tanta frutta gialla; però a grado pieno l’esperienza è davvero un po’ traumatica… Con aggiunta d’acqua, si dispiega una bella distesa di arance e c’è anche un bel biscotto al burro golosone. 84/100

 

 

Glenfarclas 2006 (2014, OB for Milano Whisky Festival, 49,5%)

Andrea Giannone e Giuseppe Gervasio Dolci sono gli organizzatori del Milano Whisky Festival, e questo lo sapete; quest’anno, giunti alla nona edizione della ‘creatura’, hanno deciso di fare le cose in grande e hanno proposto ben tre imbottigliamenti speciali per celebrare l’evento (e se l’andazzo è questo.. chissà cosa imbottiglieranno l’anno prossimo!). Oggi assaggiamo una vera chicca, ovvero un giovane Glenfarclas (distilleria tra le più quotate in Scozia e tra le più ambite per ogni imbottigliatore – e, se non andiamo errati, tra le preferite di Andrea), risultato dell’unione di due barili ‘gemelli’ (#749 e #750). La gradazione, non sappiamo se naturale o leggermente ridotta, è di 49,5%. Via!

Schermata 2014-11-21 alle 10.48.39N: a farla da padrone, qui, nell’ambito di un whisky bello aperto e poco alcolico, è il malto: un malto che non nasconde la propria gioventù, ma la esibisce anzi fieramente: e fa bene!, perché non c’è la solita nota sdolcinata di canditi, ma note più profonde di malto fermentato, di washback… Par di stare in distilleria! Poi, nocciole e mandorle; arancia rossa; sfumature di frutta rossa, di bosco. Botte umida, e come spezie zenzero e un pelo di pepe. Tuorlo d’uovo. A riprova della già solida struttura, l’acqua (pur superflua per impatto alcolico) apre e spalanca il lato più succoso e fruttato. Ah, ne avessimo ancora un po’…

P: molto pulito e piacevole, con un corpo fresco ma avvolgente, quasi oleoso. L’agrume è ribadito in primo piano, assieme – ancora – al vero protagonista, il malto: questo però si presenta qui più ‘vegetale’ che al naso, meno da ‘distilleria’: ha una dolcezza erbacea davvero piacevolissima. Orzo! Zuccherino e pericolosamente beverino. Infuso d’erbe; miele. Rimane semplice, se vogliamo, ma una semplicità davvero sorprendente, piena e a suo modo matura. Una bella suggestione di zabaione. L’acqua fa la stessa magia che al naso, aprendo su un pelo di caramello e ancora sulla frutta.

F: pulito e delicato, e indovina un po? Il malto vincit omnia.

Un’ode al malto fatto bene, da una distilleria impeccabile che non ha bisogno di badilate di legno per dare sapore al proprio prodotto, se pure così giovane, per l’orizzonte d’attesa attuale (anche se, su questa questione, date un’occhiata all’articolo di Davide…). Diretto, sincero, al top. Complimenti ad Andrea e Giuseppe, la scelta di un malto così… maltoso e così poco ruffiano non era affatto scontata: e una goccia d’acqua, tenete presente, ve ne farà finire una bottiglia in mezz’ora! Noi purtroppo l’abbiamo aggiunta solo quando il nostro malto era agli sgoccioli, altrimenti avremmo esplorato molto di più quel lato… 87/100 è il giudizio provvisorio, ma ci riserviamo di assaggiarlo con più calma (e con più… whisky!) non appena ne avremo occasione.

Sottofondo musicale consigliato: The police – Wrapped around your finger.

Glenfarclas 19 yo (1988/2007, Cadenhead’s, 46%)

Assaggiare un Glenfarclas invecchiato in botti ex-bourbon, si sa, è più raro che trovare una giornata afosa ad Aberdeen: ma siccome noi amiamo sudare per voi, eccoci qui, con un esemplare da versare nel bicchiere. Che egoisti!, direte; ma siccome noi amiamo sudare per voi, appunto, vi avvertiamo che questa sarà una delle sei bottiglie aperte in degustazione mercoledì prossimo, quando all’interno del “corso di avvicinamento al whisky” organizzato da Alcoliche Alchimie terremo un piccolo tasting in cui vi parleremo un po’ di alcune zone della Scozia (Speyside, Lowlands, Highlands). Per tutte le info, date un’occhiata qui; ad ogni modo, i sei whisky in degustazione saranno:
Lowlands
– Littlemill Cadenhead’s 16 yo (1989/2006, bourbon cask, 59,7%)
Speyside
– Aberlour Cadenhead’s 18 yo (1989/2008, sherry cask, 58%)
– Glenfarclas Cadenhead’s 19 yo (1988/2007, bourbon cask, 46%)
Highlands
– Tomatin 15 yo (OB, 46%)
– Balblair Cadenhead’s 18 yo (1990/2008, bourbon cask, 46%)
– Clynelish Duthies 14 yo (sherry cask, 46%)
Se deciderete di fare un salto, ci farà piacere scambiare quattro chiacchiere con voi! Detto ciò, sotto con questo ‘farclas. Il colore è dorato.

1524783_513602058754740_231825503_nN: l’apporto del bourbon è tanta tanta frutta! Frutta matura e sugosa, di varia natura: dalla banana alla mela gialla, dal mandarino dolce alla maracuja… Che bontà; anche marmellata d’arancia, se pur lieve. Poi spicca nitida la frutta secca, di quella bella oleosa (noci, su tutti, ma anche nocciole; e pure burro fresco, a dir la verità). Non manca una traccia di legno odoroso, né una vaniglia sobriamente cremosa. Multiforme, intenso ma non spaccone.

P: una bella sorpresa. Si intensifica il lato signorile: l’impressione complessiva è quella di una bella oleosità, d’una bella masticabilità. Non c’è una farsa dolciastra, ma anzi: rispetto al naso retrocede la frutta (comunque presente con banana, cocco e un’ombra d’agrume). Piuttosto, si esaltano il malto, con le sue note cerealose e di frutta secca (noce, ancora), un nonsoché di legnoso e speziato, erbaceo (forse chiodi di garofano? o erbe amare?). Nocciolo di limone.

F: di nuovo maltoso e pulito, con un che di cocco. Frutta secca.

L’invecchiamento pare essere frutto di una ottima interazione tra botte e distillato: nello specifico, siamo di fronte a una botte evidentemente rispettosa del distillato che ha contenuto, non imponendo eccessive note vanigliose e dolciastre e lasciando intravedere perché la distilleria faccia perdere la testa agli appassionati. Vive di equilibrate contraddizioni, è cremoso e fruttato e al contempo elegante e quasi austero. 87/100 è il nostro giudizio.

Sottofondo musicale consigliato: The OceanMesopelagic: Into the uncanny (la versione solo strumentale è più bella, ma su youtube non c’è!).

Glenfarclas 40 yo (1971/2011, Silver Seal, 52%)

E anche quest’anno, puntuale così come solo un lappone può essere, è arrivato il signore panciuto di rosso vestito. Come da tradizione gli abbiamo offerto un dram e abbiamo affidato a lui la scelta di un sample celebrativo, da tracannare sotto l’albero. Santa ha scelto un Glenfarclas dalle credenziali mostruose, un “family cask” di distilleria imbottigliato direttamente per Silver Seal. Come dargli torto?

29599N: l’alcol è levigatissimo, la gradazione impercettibile. Non dimostra quarant’anni, di certo; si sprigionano odori intensissimi e profondi ma non grevi nè ‘sporchi’. C’è però un aspetto che suggerisce la lunga interazione tra botte e distillato: la setosità estrema di aromi di spezie e fragranze agrumate (chinotto, arancia disidratata, tamarindo, un velo di cannella dolce), e qui la qualità è davvero stellare. Ruben, che lo assaggia e lo apprezza assai, ha un’intuizione condivisibile: cardamomo! Poi certo non dimentichiamo di abbandonarci ai più felici clichés degli invecchiamenti heavy sherried: mele rosse, zucchero di canna, un po’ di frutta cotta (mele, prugne, uvette). Troviamo che la frutta rossa sia particolare, non troppo marmellatosa nè del tutto fresca, è ottima e compatta. Infine, punte erbacee foriere di infinite suggestioni, tra vermouth e infusi. Col tempo cresce anche un gran cioccolatone e un che di pineta sotto la pioggia.

P: a volte i whisky sulla quarantina tendono a scaricarsi e potremmo dire con un “anziano” saggio che”i whisky buoni oltre i 25 anni di invecchiamento sono un’eccezione, non la regola”. Qui però non vale l’adagio. C’è infatti grande intensità, anche alcolica, ed è garantito un corpo denso e ‘masticabile’. Il palato vive pericolosamente tra due precipizi, il dolce e l’amaro, e si muove a suo agio camminando sul filo. Da una parte, robuste note di (marmellata di) arancia, mela, frutti rossi disidratati; dall’altra (ma la divisione deriva, ahinoi, dalle aride esigenze del linguaggio scritto, quando invece nell’esperienza tutto è estaticamente fuso), una vasta gamma di sapori, tra legno, noce moscata, cannella, infusi d’erbe, tabacco da pipa, eucalipto, cioccolato amaro, chiodi di garofano. Dimenticavamo, il malto bello caldo, beh si sente anche quello.

F: si assesta su livelli di eccellenza protratti all’infinito. Dominano punte di cenere, di tabacco, di biscotti natalizi scandinavi allo zenzero e cannella. E no, non è Babbo Natale che ce li ha pucciati dentro.

Che dire? Sarà pure lo spirito di questa giornata, sarà pure il senso ristoratore di aver fatto del nostro meglio anche per quest’anno, prossimo a spegnersi, ma dopo whisky del genere ci si sente più buoni, quasi purificati. E già siamo in attesa della prossima visita del barbuto, che per quest’anno ci ha omaggiato di un 93/100.

Sottofondo musicale consigliato: Vieni a noi, Babbo, vieni! Jacques BrelJ’arrive

Glenfarclas 15 yo (fine anni ’70, OB, 46%)

bttf_time_machine_ebay_leadE dopo il contemporaneo, passiamo al moderno: il Glenfarclas 15 di fine anni Settanta si presentava così, con una bottiglia tozza, quadrata e col tappo a vite. Grazie alla nostra Delorean, ci siamo presi la briga di andare per voi fino agli anni dei Movimenti e del punk rock, e lì abbiamo prelevato un sample di questo whisky del color del rame, ma di quello scuro, eh – la gradazione è di 46%, speriamo che negli oltre trent’anni di maturazione in bottiglia abbia retto. Assaggiamolo, suvvia.

14941-2N: rispetto al nipote, altra categoria, altra classe. La vecchia scuola qui si manifesta con accenti molto più scuri e pieni: botte di legno, umida, impregnata, un sacco di succosissima frutta rossa (fragola, lampone, perfino confettura di more – pare quasi gelée ai frutti di bosco); poi, quelle splendide note che abbiamo trovato solo in sherried di una certa età, ovvero suggestioni setose di rabarbaro, propoli e cera d’api; poi, nette, cola e tamarindo… E poi, il campo forse più nutrito, ovvero il laboratorio di torte: ci vengono in mente dolci al Grand Marnier, amaretti (che intensità), tiramisù… Continua a cambiare, continua a pungerci con nuove suggestioni: mou alla liquirizia, tabacco da pipa, mele rosse fragranti… Datteri? Un naso assolutamente eclatante.

P: ci piace, e anche tanto. Trova un bilanciamento mirabile e inatteso tra le asperità amare e le rotondità degli zuccheri, vista la stazza dei due pesi massimi che si contendono la cintura di campione del palato. In sostanziale coerenza col naso, rimane un profilo molto sherried e pesante, con generose note di legno imbevuto d’alcol, con rabarbaro (+++, alla grande!), propoli, note di caffè. Poi, si diceva, la succosa dolcezza: una frutta rossa grave ma splendida (fragola, mora, ciliegia), caramello, zucchero bruciato, succo di arancia rossa. Perde il lato più ‘da crostata’ (anche se queste note di tarte tatin, mmm…), ma trova un nuovo felicissimo equilibrio a metà tra il legno nervoso e la frutta rossa fresca. Mele rosse?

F: lunghissimo e intenso, ancora armoniosamente diviso tra tabacco, rabarbaro, ciliegia succosa, cioccolato…

proprio questa
proprio questa

Mamma mia signori, che qualità. Talvolta siamo stati un po’ critici verso alcuni prodotti di Glenfarclas, ma questa sola bottiglia basta a farci percepire in modo assai chiaro il nitore lucente della distilleria: un whisky equilibratissimo, che riesce a unire freschezza e gravità, ammiccamenti ed eleganza, sospiri e goduria carnale. Veramente un malto buonissimo, l’ideale – se ne avete una bottiglia – per brindare intorno a Natale; ma anche per brindare a Pasqua, perfino a ferragosto… 92/100 è il voto, chapeau.

Sottofondo musicale consigliato: un hard rock fatto in pieno stile anni ’70, e fatto bene: In solitudeSister.

Glenfarclas 15 yo (2006, OB, 46%)

Aggirandoci per i bar della zona di Milano vicino casa abbiamo scoperto un piccolo tempio sconosciuto del whisky. L’Harp Pub Guinness, in piazza Leonardo Da Vinci, custodisce infatti decine di malti dei decenni passati, immoti in un’atmosfera in pieno stile anni ’80. Noi abbiamo salvato per spirito di servizio un sample di Glenfarclas 15 anni risalente alla fine degli anni ’70, una vera chicca la cui bottiglia viene venduta oggi a prezzi folli, e che ci è parso carino confrontare con l’ultima versione del 15 yo della distilleria di Ballindalloch. La comparazione è stata davvero stimolante, e oggi iniziamo con il “nuovo nato”.

137N: uno stile di sherry tutto sommato ‘secco’ e senz’altro di concezione moderna (diciamo subito che l’altro Glenfarclas è un lontanissimo parente di questo); un po’ pungente, con anche sulle prime una nota di cartone bagnato che pian piano va scemando, ma mai del tutto. Pur con questi spigoli, il profilo complessivo, grazie anche a un prolungato riposo nel bicchiere, è nobilitato da una serie di aromi eleganti e tutti sherried: crostata di fragole, nocciola, marzapane, chips di mela e frutta disidratata in generale. Uvetta. Si percepisce anche un che di legna appena tagliata (o di lucido per legno); latte zuccherato. Arancia candita, un pizzico. Poggiando il dram e passando al vecchio Farclas, al nostro ritorno ci sembra incredibilmente più giovane: il naso, sconvolto dalla complessità dell’altro, pare regalare note di canditi, di lievito, di malto giovane…

P: ecco lo scoglio maggiore che, a nostro gusto, ci impedisce di apprezzare al meglio i Glenfarclas del core range: la poca potenza del palato. Nel complesso è fresco e permane una secchezza di fondo. Suggestioni mandorlate e una frutta rossa discreta. Zucchero bruciato (anche nel senso di marmellata appena fatta). Tanto malto cerealoso, per un whisky che è un po’ tutto qui. Nota di merito: la compatezza, il sapore unitario e in definitiva caratteristico della distilleria.

F: torna la frutta secca, anche latte. Un poco di fumo di sigaro. Lungo, persistente, gradevole.

Leggendo la recensione su Whisky Fun- per una volta si assegna un voto, 84/100, identico al nostro, son soddisfazioni!- ci siamo imbattuti e abbiamo condiviso in pieno un inciso di Serge, che riassume perfettamente la natura di questo dram: “Not very demonstrative, but very nicely balanced”. Detto con parole nostre: timidino il ragazzo, ma se gli si dà fiducia, non è poi malaccio.
Col suo parente dal passato comunque racconteremo tutta un’altra storia…

Sottofondo musicale consigliato: per questa gelida giornata di fine anno, Ruth MoodyCold Outiside

Ospitaletto Whisky Festival 2013

DSC_0006Il 2013 del whisky si è ufficialmente aperto sabato scorso, con la terza edizione dell’Ospitaletto Whisky Festival, convention nazionale (così c’era scritto, così era) del forum singlemaltwhisky.it; whisky facile non poteva mancare, con una delegazione limitata ma impreziosita da un’acconciatura più che discutibile e da un hangover sconfitto solo faticosamente e a colpi di malto. Gli impeccabili padroni di casa Gian Paolo e Dameris hanno approntato per tutti i presenti un programma eccellente: ampio aperitivo con abbondanza di carne di maiale, formaggi e grassi saturi, annaffiato da quattro birre del birrificio artigianale Fratelli Trami (chi scrive non capisce nulla di birra ma ha molto apprezzato la weiss Col De Serf e la bruna Grostè), il tutto seguito dal tasting vero e proprio, con sei malti di specchiata nobiltà presentati dalle sapienti parole di Claudio Riva e Davide Terziotti. Prima di entrare nel dettaglio dei whisky, nel salutare tutti gli amici che si sono ritrovati mi permetto una menzione speciale per Monica del team-Sacile, che eroicamente ha abbandonato a casa marito e figli malati per raggiungerci da sola in treno e che mi ha omaggiato di un sample di Port Ellen 19 anni Hart Brothers… Chapeau. Altra menzione d’onore, ça va sans dire, per il Ciambellone.

DSC_0041Ma tuffiamoci a pesce nei whisky: il primo assaggio è stato un’esclusiva assoluta, ovvero un undici mesi in bourbon di Puni, ovvero l’invecchiamento – per ora – massimo della neonata distilleria altoatesina. Mi è piaciuto, debbo dire, rispetto agli imbottigliamenti fin ora proposti assomiglia di più – ovviamente – al whisky che sarà; la gradazione piena di certo ha aiutato. Poi, questo il parterre: Craigellachie Rattray 20 anni (1991-2011), Glenfarclas 25 anni ufficiale, Clynelish della serie Coilltean di Samaroli 1995-2008 in sherry, il Port Ellen ufficiale 10th release, 31 anni (1978-2010), Ardbeg 10 anni (1993-2004) imbottigliato da Douglas Laing nella serie Old Malt Cask, ed infine il Laphroaig 10 anni Cask Strength, l’ultimo precedente l’era dei batch, imbottigliato a 55,7%. Bando alle ciance, eccoci alle tasting notes, come sempre in questi casi più brevi del solito e impreziosite dai suggerimenti dei presenti.

DSC_0052Del Glenfarclas 25 abbiamo già parlato in passato: Tomislav Ruszkowski, collezionista e appassionato croato, ci ha spiegato però che quello che abbiamo bevuto sabato era più vecchio, con la penultima etichetta della serie, ed anche un po’ più buono dei recenti imbottigliamenti ufficiali. Rispetto a quello che abbiamo recensito noi, in effetti era un po’ più buono, anche se non di molto… Il giudizio è stato condiviso dai presenti, e il discorso, per quel che mi riguarda, è il solito: non male, ma da un 25 anni in sherry mi aspetto qualcosa di più.

DSC_0012Craigellachie 20 yo (1991/2011, AD Rattray, 59,5%)

N: ci son subito note di ‘segheria’, di legno appena tagliato; c’è poi una frutta intensissima e molto varia: dalla frutta cotta (mele e prugne) alla frutta gialla, poi fichi freschi… molto buono. Note di caramello e vaniglia. Un naso semplice, standard, ma davvero molto godibile. P: Speyside, we love you! ancora colpisce l’intensità dei sapori, soprattutto di un’albicocca esuberante (in generale, molto fruttato); la dolcezza viene incrinata da una delicata nota di cera d’api, forse di propoli, che complica un po’ il palato e che a me è piaciuta un sacco. F: medio-lungo, non persistentissimo; pacchi di liquirizia. Il giudizio potrebbe essere intorno agli 86/100: un whisky semplice ma intenso e ‘saporito’. Approvato, peccato che i Craigellachie siano imbottigliati così di rado…

Domani, la seconda puntata. Intanto, sottofondo musicale consigliato: The Carpenters(Long to be) close to you.