Botti da orbi: ¡Hasta il Revolution (festival)!

[Zucchetti, Gran Maestro delle Piacevolezze, non si è perso il Whisky Revolution Festival, dato che è una persona per bene: come già l’anno scorso, ecco il suo mirabile resoconto…]

Il regime lavora nell’ombra, cospira duro nel farci credere che dovremmo finire la nostra vita adorando la dea Grappa e offrendo sacrifici umani al dio Prosecco. Sono ovunque, sono minacciosi, sono dannatamente convincenti anche grazie a ingegnose trovate come il resentin e lo Spritz in bottiglietta. Ma per fortuna non arrivano qui.
5d84df17c967fPerché Castelfranco Veneto, novella Kronstadt, è l’Isola che non c’è del malto. Qui si annida un manipolo di arditi rivoltosi che non si rassegnano a finire i loro giorni bevendo solo italiano e per questo ogni anno si ritrovano per organizzare la Resistenza. Niente clandestinità né “Bella Ciao”, ma un Whisky Festival che nella sua seconda edizione ha mandato un messaggio chiaro alla Spectre del Bere Omologato: non ci avrete mai come volete voi.
Ok, ci siamo fatti prendere la mano. Ora riponiamo la bandiera con falce e Gleincarn e sfogliamo i taccuini per snocciolare le mille ed una meraviglie assaggiate in questo Whisky Revolution Festival reloaded, dove il livello medio delle masterclass e dei dram in mescita è ulteriormente cresciuto (e parecchio).

Per dare a questi giudizi in libertà una parvenza di autorevolezza, li abbiamo mascherati da Oscar. Che non c’entrano niente né con il whisky né con la Revolution, è vero, ma se avessimo avuto a cuore solo i freddi nessi di causalità avremmo fatto Ingegneria e non Scienze della comunicazione a indirizzo storico.

Ps. Il fior da fiore (anzi, fior da Fior, dato che tutto si teneva nell’omonimo hotel) non è esaustivo. Tanti ottimi whisky sono rimasti fuori, per esempio perché già recensiti su queste nobili pagine. Che il Talisker 25 fosse buono era chiaro perfino a noi Orbi…

armorik-10-ansArmorik 10 yo (2019, OB, 46%)
Miglior opera prima
Un whisky francese nel bel mezzo della foresta dei mostri sacri dello Scotch sa che deve correre, perché se non tiene il passo finirà sbranato. Clémence Vedrenne – che per Armorik ha tenuto la masterclass al WRF – l’aria di Cappuccetto rosso non ce l’ha, ma nel cestino della merenda ha portato tutta la gamma dei single malt distillati da questa distilleria bretone al suo debutto. Il fatto che la Bretagna sia simile alla Scozia è un indizio, di certo non una prova. Bastasse quello, ci sarebbero Lagavulin pure in Galizia. Però aiuta. Il resto lo fa un’azienda che – dall’entry level alle limited edition – sa cosa vuole. Ovvero arrivare ai risultati di questo 10 anni, che ha una maturazione complicata: due terzi del whisky passano 9 anni in botti di bourbon e 4 in botti di sherry (13 anni in totale) e un terzo fa 10 anni in sherry cask. Una sciarada.
Poffarbacco, il naso contraddice l’etichetta: questi non sono 10 anni! Pare più maturo, con un bell’apporto del legno. Lo sherry è guizzante, al lato vinoso aggiunge un’acidità di papaya, buccia di mela rossa e liquore all’arancia: a tratti sembra quasi Calvados, ma forse è autosuggestione. Una dolcezza fruttata (tropicale, pesca) e di mou è coronata da un’intrigante sensazione di fiammifero. Al palato è molto pieno e di nuovo lucullianamente tropicale, come la Bretagna sa essere (no, eh?). Papaya e succo tropicale misto, fa venire l’acquolina in bocca. La piacevole acidità rimane, ma si aggiunge la sapidità (stavolta sì, segno del terroir) e una bella cera, che in un dieci anni non è così comune. Finale balsamico e fresco, con un tocco floreale, per un whisky più evoluto dell’età dichiarata, dove bourbon, sherry e dna costiero giocano una partita a racchettoni assai divertente. 86/100

Glenfiddich_Snow_Phoenix__33146.1534084268Glenfiddich Snow Phoenix (2010, OB, 47.6%)
Migliori effetti speciali
Tra le novità di questo WRF c’è stata la “prima” italiana del colosso di aste online Scotch Whisky Auction, che ha portato qualche esempio di bottiglia dalle quotazioni sardanapalesche e le ha pure aperte. Sia a gloria a loro nell’alto delle Highlands e pace in Italia a noi appassionati di buona volontà.
Nel quintetto, un malto spiccava per storytelling e inventiva: un’edizione unica di Glenfiddich NAS imbottigliato in (soli?) 12mila esemplari nel 2010. La particolarità? E’ un assemblaggio di barili danneggiati da una nevicata epica che fece crollare il tetto della warehouse, sicché nel magazzino filtrò un raggio di sole che somigliava ad una fenice bianca, tipo quando i Blues Brothers vedono la Luce. Sembra impossibile, ma pare che non fossero neanche strafatti di Lsd quando hanno partorito l’idea.
Con queste premesse, scettici come Pirrone di Elide, assaggiamo circospetti un whisky che arriva ormai a 700 euro in asta. E umilmente ammettiamo che il pregiudizio era mal posto: al naso infatti è eccezionalmente aromatico, con una teoria di suggestioni fresche che vanno dalla frutta (succo di mela, ananas e mango) al floreale (zagara e parecchia gardenia). C’è poi una dolcezza di pasticceria che dalla vaniglia dei bourbon casks si sposta sulla brioche all’albicocca e perfino ai cupcake. Cambia parecchio col passare dei minuti e mostra anche un lato meno estroso e più riflessivo, con cacao in polvere e perfino un filo di fumo. Di nuovo rispunta la mela, ma stavolta sono granny smith croccanti. Al palato sembra più vecchio di quanto non lasciasse presagire il naso. Il legno è fine ma evidente e fa da spalla a una dolcezza di vaniglia, pastafrolla e mela cotta. Nessuna stucchevolezza, anzi una frizzantezza curiosa di zenzero candito, succo di limone e perfino un filo di sale. Poi tutto si richiude sul legno, sul cioccolato fondente e su note di cerino. Il finale è pulito, non lunghissimo ma piacevole, con agrumi canditi, legno e una netta sensazione di arachidi tostate.
Al netto del prezzo e del marketing discutibile, questo whisky dimostra come la mai abbastanza vituperata scelta di Glenfiddich di imbottigliare sempre a 40 gradi sia una tafazzata totale. A questa gradazione la freschezza del distillato può esplodere di intensità. Con un finale più lungo sarebbe stata vera gloria. 87/100

Kentucky-Owl-Bourbon-Batch-7__54222.1508534432Kentucky Owl batch #7 (2017, OB, 59%)
Miglior film straniero
Quando Marco Callegari di Velier fa quella faccia un po’ così, quell’espressione un po’ così che hanno loro che lavorano con Luca Gargano a Genova, l’unica cosa da fare è interrompere tutto e seguirlo come se fosse il Pifferaio magico. Solo che lui non suona il flauto, ma fa suonare le bottiglie. Artista.
Averlo seguito al banchetto anche stavolta è stata una buona idea. Nonostante l’etichetta di questo bourbon semisconosciuto sia una delle cose più scaccia-acquirenti della storia. Eppure l’abito non fa il monaco e il packaging triste non fa lo spirito, perché fin dal naso si capisce che il gufo la sa lunga: molto più profondo dei bourbon standard, sfoggia un legno venerando e scuro, tra note di cantina e tabacco. Whiskey vecchio fa buon brodo e soprattutto eccellente olfatto, infatti nel batch ci sono anche barili di 13 anni: non proprio roba da tutti i giorni. Accanto a questa maturità, però, guizza il Kentucky più classico, con energici twerking di spezie (rye piccante, cannella) e tarte tatin.
In bocca, la magia! I 59 gradi svaniscono e ti sembra impossibile sia tutto così piacevole. Di nuovo austero, di nuovo legno d’antan e tabacco. Cioccolato fondente al peperoncino, arancia a raffica e pane tostato con della cannella sopra, per un bourbon di scarsa dolcezza e grande struttura. Il finale è vigoroso e lungo: legno di sandalo, l’immancabile tabacco e un lampo natalizio: il panettone con gocce di cioccolato.
Il rinascimento dei whiskey americani passa da qui, prodotti di nicchia di grande spessore e invecchiamento. That’s the way (ah-Ha, ah-Ha) we like it. 88/100

glencadam-21-year-old-whiskyGlencadam 21 yo (2010, OB, 46%)
Miglior montaggio
Per fare un tavolo ci vuole un fiore, per fare un single cask ci vuole naso e fortuna. Ma per fare un core range di imbottigliamenti ufficiali di livello occorre un buon master distiller. Alla Glencadam ce l’hanno senza dubbio (Robert Fleming) e parecchi gli sono venuti assai bene. Chi scrive è stato folgorato dal 17 anni in Porto dunque si è abbandonato con fiducia al 21 yo, denominato con modestia “The Exceptional”.
Da subito ti conquista la potenza aromatica, con una batteria di agrumi micidiale: zagara, sorbetto al limone e bergamotto fanno subito capire che l’età non inciderà sulla freschezza. Si continua così, tra una sensazione tropicale di ananas e banana e di nuovo un che di floreale e dolce: torta di mele con gelato alla camomilla (ma forse si è fatto tardi e la fame parla la sua lingua). Col tempo si fa più denso, tra mango e una morbida nota burrosa. Nessuna sorpresa, nessun difetto.
In bocca è coerentissimo e riprende dal tropicale e dal limone, con lemon curd e cocco essiccato. Il malto deliziosamente dolce alza la voce, spuntano biscotti frollini, Cheerios e cioccolato al latte. Chips di mele disidratate e mousse di pere non fanno mancare la quota frutta. Le spezie (noce moscata) arrivano in fondo, con una punta di lime dolce che sdrammatizza la cremosità vanigliata.
Rimane equilibrato e fresco anche nel finale: tropicale, limone, zenzero e miele millefiori.
Cosa volevamo di più dalla Garelli nello spot anni ’90? Il sangue??? Ecco, cosa chiedere di più a un imbottigliamento ufficiale di 21 anni? È elegante, espressivo, vibrante. Non è un capolavoro di complessità, ma prima di stancarsene uno rischia di finire la bottiglia. 88/100

gloval25yoGlenlossie 25 yo (1993/2019, Valinch & Mallet, 53.9%)
Miglior regia
Fabio Ermoli e Davide Romano fortunatamente non assomigliano alle sorelle Wachowski, ma anche loro di fantascienza se ne intendono. Barili da fantascienza, nella fattispecie. A Castelfranco per esempio è arrivato uno spezzone del loro ultimo capolavoro, un Glenlossie di un quarto di secolo invecchiato in un bourbon hogshead. Occhio, spoiler alert!
Macché Wachowski, qui c’è il genio dei Coen: colpiscono immediatamente l’eleganza e la maturità, ben rappresentata da una nota delicata di incenso. Poi ecco comparire una freschezza vegetale entusiasmante, che dal prato tagliato approda a un nettissimo muschio bianco. È oleoso perfino al naso, cioccolato bianco in ganache come se piovesse. Un po’ di mela golden tanto per gradire.
Al palato è impressionante l’intensità dopo 25 anni. È dolce e severo nello stesso tempo, di un’educazione oxfordiana e perfetta: créme brulèe, sorbetto all’ananas e limone, evoluzione del barile di bourbon. Non è oleoso come al naso, ma sfoggia un piacevole tocco salino e un legno molto elegante. L’alcol è ancora gagliardo e il retrogusto erbaceo e floreale richiama il lato vegetale dell’olfatto.
Il finale – lungo, dolce/salato – tra cedro candito e legno dolce, è eccellente. E il risultato è un whisky completo, di raro portamento, insieme fresco e vitale. 91/100

203558-bigBen Nevis 23 yo (2019, Chorlton, 53.6%)
Miglior attore protagonista e miglior scenografia
Il concetto di “migliore” – da Togliatti in poi – è opinabile, ma quello di “goduria” no. E questo single cask selezionato dal buon David da Manchester lo è senza dubbi. Ventitré anni in due hogsheads riempiti da uno sherry butt, grado pieno e una complessità da labirinto di Borges.
Inizia con una lussureggiante frutta dalle sfumature piacevolmente vinose, tra uvetta e folate di pesca. Poi si immerge nei meandri del minerale, con un cereale ceroso d’altri tempi che sfocia quasi nel profumo di candela accesa. La dolcezza è piena, limone candito e fette biscottate. L’età assume il misterioso profilo di vecchi libri. Frutta secca mista con guscio a fare l’occhiolino.
In bocca è di una cremosità commovente: il malto, la frutta gialla e il miele grezzo si impastano in una sensazione golosissima di pan brioche caldo, dove il burro diventa la stella polare. Pian piano, facendosi largo fra la crema di albicocche e una punta di liquirizia, ecco il barile con la sua eleganza di zenzero. Barile che ti prende per mano fino all’avvolgente finale, tutto giocato su una dolce frutta matura (pesche e albicocche) e un curioso tocco di noce e fiammifero.
Interpretazione magnifica dello spirito Highlands, con quella mineralità che incanta e rende tutto più interessante e quel cereale puro e maturo che indulge sul burro. E noi lombardi si sa, al burro non sappiamo resistere…
Ps. Le etichette di Chorlton – ispirate all’arte medievale – sono generalmente capolavori. Anche questa non tradisce le alte aspettative estetiche. 92/100

 

Annunci

Glenfiddich ‘Fire & Cane’ (2018, OB, 43%)

Glenfiddich, che anno dopo anno si contende con Glenlivet la palma di single malt più venduto al mondo, paga la sua stessa popolarità: gode di grande stima presso i bevitori occasionali mentre viene spesso snobbato dai nerd appassionati. Noi, come si conviene, stiamo democristianamente nel mezzo, ma confessiamo la nostra perplessità quando l’amico Corrado ci ha sottoposto questo “Fire & Cane“: un Glenfiddich senza età dichiarata, torbato e finito per tre mesi in barili di rum (hanno l’accortezza di dirci che si tratta “non di rum qualsiasi, ma di rum del Sud America”: grazie mille, eh). Con questa ricetta, cosa mai potrebbe andare storto? Beh, tutto.

N: piuttosto leggero ma molto aromatico, senz’altro molto meno peggio del previsto (del temuto). Dolce, aromatico, si sente nettamente la torba (un filo di fimo, diremmo anche olive nere in salamoia). Decisamente speziato, con cannella e chiodi di garofano. Col tempo, cresce il profumo di pastafrolla, anzi, vogliamo essere molto precisi: avete presente la crosticina di zucchero ai bordi della crostata di frutta?

P: estremamente estremo ma inaspettatamente inaspettato, ehm, no: inaspettatamente equilibrato. La torba è ancora più presente (fumo, braci), e qui al palato resta molto ruffiano e piacione anche se tutto sommato un po’ meno convincente. Si sente molto caramello. Ancora oliva nera, punte sapide e speziate (pepe nero). Caramelle all’arancia.

F: relativamente persistente ma non molto lungo, ancora dolcezza di rum (di rum e coca, vogliamo dirlo?) e un pit di fumo. Un rum e coca in cui qualcuno ha spento una sigaretta per errore, o per dolo. La parte peggiore.

A parte il finale, tutto sommato dimenticabile, questo è un whisky piacevole, ruffiano: parte della “Experimental Serie” di Glenfiddich, in effetti è assai distante dall’immagine che normalmente si ha del whisky della distilleria di Dufftown. Talvolta si dice che i whisky moderni sono “flavor-oriented”, ovvero sono ‘costruiti’ per ottenere un certo profilo: questo gioca in quel campionato lì, resta un whisky da battaglia ma ben fatto, e prezzato adeguatamente (meno di 50€). L’ipotesi è che se ne si mette una bottiglia sul tavolo mentre si gioca a carte, la bottiglia finirà prima della partita. 82/100 e grazie Corrado, non era una truffa come temevamo!

Sottofondo musicale consigliato: The Dandy Warhols – Bohemian Like You.

Whisky Revolution “calendario avventato” – Day 23

Il “calendario avventato” oggi ci fa bere Glenfiddich 21 Gran Reserva, whisky della blasonata distilleria di Dufftown invecchiato in barili ex bourbon e soggetto a un corposa seconda maturazione in rum cubano. Tenete conto che l’abbiamo assaggiato blind, alla cieca, e la sua identità ci è stata rivelata solo stamattina. Vediamo quanto ci ha confuso questo finish…

48377991_2001197296845012_549349887938920448_nErmetico e cangiante. Tra la torta di mele e il ciambellone, tra l’aceto di more e l’arancia candita, tra l’uvetta e la gelee alla frutta nera (dev’esserci una quota di sherry nell’assemblaggio). Al palato, con corpo molto lieve, ancora sherry con frutta rossonera (mirtilli e more), e poi un sentore di pandolce genovese, con quella sfumatura di anice… Buccia di mela rossa, anche al finale – medio e di media intensità, con una punta erbacea, come di un infuso.

Rileggendo la recensione alla luce del whisky che poi si è rivelato essere, ci vien da dire che il profilo complessivo l’abbiamo capito (e anche moderatamente apprezzato), mentre abbiamo bucato età (avremmo dato che si trattasse di un whisky giovane, sui 12 anni) e finish in rum, scambiandolo per una componente data da botti di sherry. Senza vergogna riveliamo che alla cieca avevamo ipotizzato si trattasse di un Aberlour, di quelli realizzati sia con botti ex bourbon che ex sherry. Se proprio bisogna parlare del vil denaro, si dica che questo Glenfiddich 21 yo Gran reserva costa circa 180 euro. Noi gli diamo 85/100.

Glenfiddich 12 yo ‘Special Reserve’ (inizio 2000, OB, 40%)

Glenfiddich è il brand di single malt scotch whisky più conosciuto al mondo, e almeno fino all’anno scorso era anche il più venduto (Glenlivet si è preso il primo gradino del podio, vedremo come andrà in futuro). Quel che è certo, è che diversi anni fa fu proprio un Glenfiddich 12 a darci il primo impulso verso lo scotch; prima ancora di assaggiare il Mortlach Flora & Fauna (vero punto di non ritorno nella nostra educazione), in una serata bolognese ormai sbiadita nel ricordo, assaggiammo l’ultima versione del ‘classico’ 12 anni… Sulla scatola c’era scritto che avremmo dovuto trovare “vaniglia e pera” al naso: diffidenti e già ubriachi ci prestammo al gioco dell’olfatto, e – folgorazione! – riconoscemmo proprio quei due descrittori! Ah, il potere della suggestione… Oggi non affonderemo le narici in quella stessa bottiglia, ma nel suo diretto predecessore: sempre 12 anni, ma imbottigliato tra fine anni ’90 e inizio 2000. Vaniglia e pera, ancora?

IMG_3694N: semplice e caldo, decisamente piacevole. Ci sono note fruttate: pere (onestamente, molto flebile rispetto alle più moderne edizioni), pesche sciroppate, frutta caramellata, genericamente; melone; ma anche uvetta e tanta mela. Note agrumate (buccia d’arancia). Pienamente integrate a queste, colpiscono nitide suggestioni maltate, che ci dipingiamo come frutta secca (nocciola soprattutto, diremmo) e qualcosa di biscottato (fette, nello specifico). Completa un che di tostato, forse chicchi di caffè?

P: una leggera nota alcolica accompagna l’esperienza; esperienza che innanzitutto pare davvero coerente con quella vissuta nella fase olfattiva. Il corpo è più dignitoso, e vengono elargiti sapori molto pieni: a base di frutta secca innanzitutto, soprattutto nocciole; e poi ancora frutta fresca e caramellata, di nuovo prevalgono mela molto matura e uvetta. Poi crème caramel e un che di caffelatte.

F: infinita frutta secca, nocciola ancora sugli scudi; di nuovo uvetta.

Ok, non abbiamo potuto rivivere la straordinaria folgorazione perché non abbiamo riconosciuto l’evidenza di vaniglia e pera – e però questo dodicenne è molto piacevole, forse anche sorprendente, se dobbiamo essere sinceri: a fronte di una certa e indubbia semplicità, premiamo con un punticino in più la pienezza, la persistenza e la qualità complessiva di aromi e sapori. 84/100 per un signor whisky d’iniziazione, che in tutta franchezza pare giustificare appieno il suo successo globale.

Sottofondo musicale consigliato: The Stylistics – Can’t give you anything but love.

Kininvie 23 yo (batch #2, 2014, OB, 42,6%)

Kininvie-Opening-big
signora mia!

Signora mia, e cosa sarà mai questo Kininvie? Che roba è?, non ho mica mai sentito una distilleria del genere. Beh, mio caro interlocutore immaginario, io che sono una signora esperta so! Capisco, signora, e rispetto la sua autostima, ma mi dica, cortesemente, che roba è. Beh, caro interlocutore immaginario, Kininvie un tempo era una distilleria ‘fantasma’ del gruppo William Grant: usavasi la piccoletta e poco amena distilleria, sita nel cortile di Balvenie, per produrre grain e malt whisky da destinare ai blended di casa; oggi però si distilla quasi solo malt whisky destinato a rimpinguare il Monkey Shoulder e, soprattutto, a fare magazzino per imbottigliamenti premium semi-misteriosi, tipo quello che abbiamo qui davanti, caro interlocutore immaginario. Ah, signora mia!, ma allora Kininvie Single Malt è come l’Hazelwood! Già, solo che costa un poco di più. Beh, signora mia, beviamoci su.

Schermata 2016-07-13 alle 20.26.10N: da subito, è un whisky che sa maledettamente di whisky di Dufftown, in tutte le sue accattivanti sinuosità: ci sono note ingolosenti di brioche all’albicocca e di toffee burroso (avete presente il fudge?), poi seducenti voci di pesca sciroppata, mele gialle; pane al latte con le uvette. Sicuramente nel mix di botti c’è un bell’apporto dello sherry, che porta anche un senso di legno tostato, di zucchero cotto (diciamo tarte tatin per placare chi a ragione diffida dal descrittore zucchero cotto). Tutto davvero molto opulento. A bilanciare, un ricordo di buccia d’arancia rossa.

P: sa proprio di cereale burroso con delle frutta cotta zuccherina: fate voi, a seconda della vostra sensibilità e del vostro vissuto: una bella brioche all’albicocca, una torta di mele o ancora tarte tatin. Ancora un po’ di legno tostato e la buccia d’arancia, magari essiccata… Qualcosa di noccioloso, anche. Miele.

F: abbastanza lungo e persistente, prosegue sulla linea ben tracciata sopra, tra burro e buccia d’arancia, tra malto e frutta secca.

Come senz’altro sapete, si tratta di una bottiglia molto ricercata tra i collezionisti (memori delle quotazioni raggiunte dai primi Hazelwood) e tra gli amanti di Balvenie: è una bottiglia da 35 ml, che in uscita costava circa 130 danari. Toltoci il dente del prezzo, dobbiamo dire che è un buon whisky, certo, ma non “mitologico”: la qualità è buona, ovviamente, e a dispetto della gradazione intensità e qualità dei sapori sono di alto livello. Noi però vogliamo tutto, vogliamo sognare!, e dunque non andremo sopra il 85/100. La signora mia di cui sopra nel frattempo si è appartata con l’interlocutore immaginario (lo diciamo per i più apprensivi).

Sottofondo musicale consigliato: Napoli Centrale – Simme iute e simme venute.

Burnside 26 yo (1989/2015, Cadenhead’s, 48,8%)

Da novembre abbiamo nel nostro parco-sample questo Burnside: forse il nome, messo così, non richiama molto alla vostra memoria… Peccato per voi: si tratta di un single cask di Balvenie (che non autorizza terzi a imbottigliare con il nome in evidenza) teaspooned con Glenfiddich. Cosa voglia dire teaspooned, ve lo spiega abilmente e con agile retorica il sommo Bevitore Raffinato, ché noi oggi siamo pigri. Si tratta di un 26 anni, invecchiato in una botte ex-bourbon e messo in vetro da Cadenhead’s, imbottigliatore che ormai abbiamo imparato a conoscere bene. Il colore è dorato chiaro – certo, mica lo scriviamo sempre il colore, direte voi, perché farlo adesso? Boh, perché ci è venuto in mente.

Burnside-26-y.o.-1989-2015-CadenheadsN: davvero espressivo con vere e proprie lamate di profumi che fendono il naso. Arriva subito un’immagine, chiara e nitida: una torta di mele, di quelle alte, fragranti, ripiene di mele gialle e crema. Un grandioso malto, che ci ricorda tanto il 15 anni ‘single barrel’; pere burrose, pastafrolla; brioche al miele, biscotti ai cereali; un velo di ananas (pasticcino al). Miele poi, con note floreali (erica); una leggera freschezza mentolata ed erbacea. Insomma, un whisky capace di odorare veramente di whisky, nel suo miglior archetipo.

P: molto ricco di sapore, e pieno. In grande coerenza con il naso, ripete quelle ottime note di frutta gialla matura e burrosa, di impasto per torte, di crema. Quindi ancora tante mele e tante pere, miele, malto brioscioso… Assieme a questo lato, si afferma anche una dimensione più compiutamente erbacea e ‘legnosa’: foglie di tè, menta, fieno. Frutta secca (mandorla). La parte dolce e quella più legnosa sono molto ben bilanciate, unite da una punta acida di agrumi misti. Anche un tocco di chiodi di garofano a dare una profondità speziata.

F: lungo e persistente, ancora dolce, maltoso, sulla frutta secca, sul malto a bilanciare la dolcezza.

Buono, molto buono: è “standard” nella migliore delle accezioni, e soprattutto al palato svela un’intensità legnosetta ed erbacea veramente caratterizzante. Contiene una dolcezza ricca e densa, ma equilibrata alla perfezione da quel lato lievemente amarino. 89/100, con Balvenie non si sbaglia.

Sottofondo musicale consigliato: Piero Bassini Trio – Looking at the hills.

Glenfiddich 14 yo ‘Rich Oak’ (OB, 40%)

Oggi andiamo a berci quello che probabilmente è uno degli Scotch whisky più venduti al mondo, visto e considerato che è commercializzato dalla distilleria che vende ogni anno più bottiglie tra le circa cento attive in Scozia. Inoltre questo 14 anni è in una fascia mediana di prezzo nel core range di Glenfiddich (attorno ai 45 euro), cosa che ne fa una facile preda per il vorace ma non troppo danaroso appassionato medio di whisky. In realtà, a dispetto di un’aria così pop, il Rich Oak è il frutto di una lavorazione praticamente unica nel panorama scozzese: si tratta infatti di un malto invecchiato per 14 anni in botti di quercia americana verosimilmente sia ex sherry che ex bourbon (e fin qui tutto nella regola), che incontra poi un’extra maturazione separata sia in botti vergini di quercia spagnola che in botti altrettanto immacolate di quercia americana. Un gran sfoggio di virginale candore insomma, che nell’ambito del whisky non si traduce però in delicatezza e timidezza nelle movenze, ma spesso e volentieri nel suo contrario: i legni al primo utilizzo cedono infatti una gran quantità di aromi e sapori, non di rado straripanti. Vediamo un po’ qual è il risultato sull’educato malto distillato alla Glenfiddich.

gfdob.14yoN: greve e profondo, carico e traboccante d’aromi. Non complessissimo, ma gradevole: zucchero di canna, fico maturo (e in generale è tutta frutta matura); prugne cotte, aroma di confetture varie, melone. C’è poi un senso di dolce burroso alla mele, tipo strudel. Unica nota inattesa, un po’ eterodossa, è un pizzico di salsa barbecue.

P: corpo un po’ deboluccio, anche se rimane quel senso di dolcezza marcata. Qui, come descrittori, è più ‘semplificabile’ rispetto al naso: su tutto, diremmo dolce alla mela e zucchero di canna; uno strato genericamente zuccheroso, da frutta cotta e molto matura. Non è propriamente ruffiano, perché l’intensità non è mai alta; riesce però a essere a tratti un po’ stucchevole. Nota negativa: un senso alcolico, un po’ slegato che…

F: …va peggiorando nel finale, in cui l’abuso di legna vergine tende ad allappare oltre misura.

Dobbiamo ammettere che il naso ci era piaciuto e pregustavamo un palato, magari semplice, ma di innegabile gradevolezza. Invece in bocca ci è parso povero e slegato, tra l’altro in peggioramento di sorso in sorso. Il finale, poi, riesce a essere la parte meno riuscita di questo prodotto, con un inquietante sensazione di legno alcolico. Quando si dice che i whisky moderni spesso risultano troppo costruiti sui legni e sono afflitti da una mancanza di complessità e sfumature, beh si potrebbe aggiungere: “ad esempio, hai mai assaggiato il Rich Oak?”. Voto a un passo dalla bocciatura totale: 75/100.

Sottofondo musicale consigliato: Polonia violentaIl giudizio

Glenfiddich 18 yo (2013, OB, 40%)

Il single malt più venduto al mondo è prodotto qui, alla Glenfiddich, distilleria molto bella (se pur gigantesca non ha perso un fascino romantico) alle porte di Dufftown, la capitale dello scotch whisky; i proprietari sono i medesimi di Balvenie (William Grant & Sons, dal 1886, anno di fondazione di Glenfiddich) e quindi, come dire c’è da fidarsi… Senonché di rado siamo rimasti rapiti dai suoi whisky, certamente di buona qualità ma mai capaci di farci innamorare… Vediamo come si comporta questo 18 anni. Il colore è ramato chiaro.

glenfiddich-18-year-old-whiskyN: certamente il malto non si nasconde, così come la frutta fresca (pera, una banana molto intensa, forse anche qualche suggestione tropicale… cocco, un po’ di vaniglia); colpisce fin dall’inizio una nota schermante, tipo di cera, di candela, che proprio non ci aspettavamo. C’è poi un aroma di legna appena tagliata, al limite del bosco di conifere (bosco balsamico… Sì, beviamo troppo) che contribuisce a schermare la dolcezza (caramello, creme brulée, torte bruciate) e a rendere il profilo più inusuale del solito.

P: si intensifica in maniera inattesa quella promettente coltre di cera che impedisce a questo Glenfiddich di deragliare in una dolcezza scomposta (come talvolta accade ai suoi OB); anzi si sommano note di malto piuttosto secco a punte erbacee gradevoli. Sotto, un tappetino dolcino rassicurante, con zucchero di canna e caramello. Legno (e frutta secca) che allappa?

F: pulito, non infinito; burro, cera, frutta secca.

Una sorpresa piacevole; generalmente nel nostro libretto i Glenfiddich pagano dazio a un palato deludente, con un corpo mai esaltante (in virtù della gradazione bassa?). Questo, invece, oltre a esibire aromi e sapori di sicura personalità mantiene un’oleosità al palato convincente. Un buon 85/100 per questo maggiorenne.

Sottofondo musicale consigliato: Ivan Graziani – Pigro.

Glenfiddich 30 yo (2012, OB, 43%)

Rimaniamo nei territori degli imbottigliamenti ufficiali, e scegliamo per questo mercoledì apparentemente qualsiasi una versione importante di un malto importante: vale a dire, il 30 anni di Glenfiddich, il single malt scozzese più venduto al mondo… Mica poco, eh. Il colore è dorato scuro.

36133N: è ‘dolce’ come tutti i Glenfiddich, è rotondo ed elegante come si conviene ad un trentenne: note di zucchero bruciato, cioccolato bianco, crostata di fragola, brioche… Pare sia burroso che fruttato, buono. Poi, una nota di eucalipto, legni profumati (sandalo?). Una suggestione di marmellata d’arancia. Pulito e rotondo, con punte di prugne e vaniglia.

P: sorprende: ci aspettavamo un palato fruttato e succoso, e invece… Invece domina un insolito sentore legnoso, ma quasi di lucido per legno (che però non abbiamo mai assaggiato, eh), un che di ‘chimico’ da caramella gommosa. Una punta balsamica, ancora. Datteri e fichi secchi? Un pit di vaniglia, ancora è bello ‘crostatoso’.

F: legnoso e abbastanza lungo, ritornano note succose e fruttate. Zucchero bruciato, con un sentore vagamente affumicato.

Ha il grande pregio di essere particolare, al palato, ma nel complesso non finisce per persuaderci, soprattutto se si tien conto del prezzo elevato (circa 300 euro): è un buon whisky, per carità, ma allo stesso prezzo si possono trovare malti probabilmente più complessi… La solita perplessità sulla gradazione dei Glenfiddich, poi, ci induce a non salire oltre il giudizio di 86/100.

Sottofondo musicale consigliato: Eugenio Finardi – La C.I.A.

Glenfiddich 15 yo ‘Solera Reserve’ (2012, OB, 40%)

Torniamo alla più produttiva distilleria di Scozia per assaggiare il 15 anni Solera Reserve: un vatting di botti ex-bourbon, ex-sherry (portoghese, pare) e vergini. Il cosiddetto “metodo Solera” (utilizzato per l’invecchiamento del rum e di vini liquorosi e descritto, ad esempio, qui) in questo caso consiste nell’utilizzo di un grande tino nel quale, di volta in volta, vengono riversati i distillati invecchiati nelle botti di cui sopra. Questo tino non viene mai svuotato, ma è lasciato pieno circa per metà: in tal modo, ogni volta che viene riempito, il nuovo contenuto si mescola a quel che rimane del vecchio, e così via… Si capisce cosa intendiamo? Ad ogni modo, il colore è dorato.

glenfiddich15N: il profilo, naturalmente, è apertissimo. A prevalere, tra le tre anime coinvolte, è forse il lato sherried, con tanta frutta matura, dolce (mela e uvetta… anzi, proprio strudel!, poi anche scorzette d’arancia), ma non manca il caramello, né una profonda vaniglia, e neppure si risparmiano generose zaffate di legno, in pieno stile virgin oak. Melone maturo, molto intenso; melassa, zucchero di canna.

P: rispetto al naso, c’è sostanziale coerenza, con frutta matura (ancora melone sugli scudi, mela, anche caramelle alla fragola e liquore all’arancia) e una dolcezza sfacciata e un po’ vaga e indefinita… Però è tutto veramente depotenziato, e il legno, con il suo apporto speziato, la fa fin troppo da padrone. I sapori ci sono, ma sono tutti un po’ fugaci; il corpo, beh, paga dazio a una gradazione sicuramente colpevole. Note di frutta secca (noce?).

F: molto legno e un lieve pepatino. Una nota di burro e mela e caramello.

Al naso questo Glenfiddich si sarebbe tranquillamente meritato un voto medio-alto, ma le blande blandizie palatali (?) fanno crollare la nostra valutazione. Un peccato, in fin dei conti, perché le premesse (le promesse?) non erano niente male. Il nostro verdetto dunque sarà di 80/100. Al buon Ralfy, comunque, è piaciuto di più, e lo potete scoprire qui.

Sottofondo musicale consigliato: Los ZefirosHe venido.