Whisky Revolution “calendario avventato” – Day 23

Il “calendario avventato” oggi ci fa bere Glenfiddich 21 Gran Reserva, whisky della blasonata distilleria di Dufftown invecchiato in barili ex bourbon e soggetto a un corposa seconda maturazione in rum cubano. Tenete conto che l’abbiamo assaggiato blind, alla cieca, e la sua identità ci è stata rivelata solo stamattina. Vediamo quanto ci ha confuso questo finish…

48377991_2001197296845012_549349887938920448_nErmetico e cangiante. Tra la torta di mele e il ciambellone, tra l’aceto di more e l’arancia candita, tra l’uvetta e la gelee alla frutta nera (dev’esserci una quota di sherry nell’assemblaggio). Al palato, con corpo molto lieve, ancora sherry con frutta rossonera (mirtilli e more), e poi un sentore di pandolce genovese, con quella sfumatura di anice… Buccia di mela rossa, anche al finale – medio e di media intensità, con una punta erbacea, come di un infuso.

Rileggendo la recensione alla luce del whisky che poi si è rivelato essere, ci vien da dire che il profilo complessivo l’abbiamo capito (e anche moderatamente apprezzato), mentre abbiamo bucato età (avremmo dato che si trattasse di un whisky giovane, sui 12 anni) e finish in rum, scambiandolo per una componente data da botti di sherry. Senza vergogna riveliamo che alla cieca avevamo ipotizzato si trattasse di un Aberlour, di quelli realizzati sia con botti ex bourbon che ex sherry. Se proprio bisogna parlare del vil denaro, si dica che questo Glenfiddich 21 yo Gran reserva costa circa 180 euro. Noi gli diamo 85/100.

Glenfiddich 12 yo ‘Special Reserve’ (inizio 2000, OB, 40%)

Glenfiddich è il brand di single malt scotch whisky più conosciuto al mondo, e almeno fino all’anno scorso era anche il più venduto (Glenlivet si è preso il primo gradino del podio, vedremo come andrà in futuro). Quel che è certo, è che diversi anni fa fu proprio un Glenfiddich 12 a darci il primo impulso verso lo scotch; prima ancora di assaggiare il Mortlach Flora & Fauna (vero punto di non ritorno nella nostra educazione), in una serata bolognese ormai sbiadita nel ricordo, assaggiammo l’ultima versione del ‘classico’ 12 anni… Sulla scatola c’era scritto che avremmo dovuto trovare “vaniglia e pera” al naso: diffidenti e già ubriachi ci prestammo al gioco dell’olfatto, e – folgorazione! – riconoscemmo proprio quei due descrittori! Ah, il potere della suggestione… Oggi non affonderemo le narici in quella stessa bottiglia, ma nel suo diretto predecessore: sempre 12 anni, ma imbottigliato tra fine anni ’90 e inizio 2000. Vaniglia e pera, ancora?

IMG_3694N: semplice e caldo, decisamente piacevole. Ci sono note fruttate: pere (onestamente, molto flebile rispetto alle più moderne edizioni), pesche sciroppate, frutta caramellata, genericamente; melone; ma anche uvetta e tanta mela. Note agrumate (buccia d’arancia). Pienamente integrate a queste, colpiscono nitide suggestioni maltate, che ci dipingiamo come frutta secca (nocciola soprattutto, diremmo) e qualcosa di biscottato (fette, nello specifico). Completa un che di tostato, forse chicchi di caffè?

P: una leggera nota alcolica accompagna l’esperienza; esperienza che innanzitutto pare davvero coerente con quella vissuta nella fase olfattiva. Il corpo è più dignitoso, e vengono elargiti sapori molto pieni: a base di frutta secca innanzitutto, soprattutto nocciole; e poi ancora frutta fresca e caramellata, di nuovo prevalgono mela molto matura e uvetta. Poi crème caramel e un che di caffelatte.

F: infinita frutta secca, nocciola ancora sugli scudi; di nuovo uvetta.

Ok, non abbiamo potuto rivivere la straordinaria folgorazione perché non abbiamo riconosciuto l’evidenza di vaniglia e pera – e però questo dodicenne è molto piacevole, forse anche sorprendente, se dobbiamo essere sinceri: a fronte di una certa e indubbia semplicità, premiamo con un punticino in più la pienezza, la persistenza e la qualità complessiva di aromi e sapori. 84/100 per un signor whisky d’iniziazione, che in tutta franchezza pare giustificare appieno il suo successo globale.

Sottofondo musicale consigliato: The Stylistics – Can’t give you anything but love.

Kininvie 23 yo (batch #2, 2014, OB, 42,6%)

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signora mia!

Signora mia, e cosa sarà mai questo Kininvie? Che roba è?, non ho mica mai sentito una distilleria del genere. Beh, mio caro interlocutore immaginario, io che sono una signora esperta so! Capisco, signora, e rispetto la sua autostima, ma mi dica, cortesemente, che roba è. Beh, caro interlocutore immaginario, Kininvie un tempo era una distilleria ‘fantasma’ del gruppo William Grant: usavasi la piccoletta e poco amena distilleria, sita nel cortile di Balvenie, per produrre grain e malt whisky da destinare ai blended di casa; oggi però si distilla quasi solo malt whisky destinato a rimpinguare il Monkey Shoulder e, soprattutto, a fare magazzino per imbottigliamenti premium semi-misteriosi, tipo quello che abbiamo qui davanti, caro interlocutore immaginario. Ah, signora mia!, ma allora Kininvie Single Malt è come l’Hazelwood! Già, solo che costa un poco di più. Beh, signora mia, beviamoci su.

Schermata 2016-07-13 alle 20.26.10N: da subito, è un whisky che sa maledettamente di whisky di Dufftown, in tutte le sue accattivanti sinuosità: ci sono note ingolosenti di brioche all’albicocca e di toffee burroso (avete presente il fudge?), poi seducenti voci di pesca sciroppata, mele gialle; pane al latte con le uvette. Sicuramente nel mix di botti c’è un bell’apporto dello sherry, che porta anche un senso di legno tostato, di zucchero cotto (diciamo tarte tatin per placare chi a ragione diffida dal descrittore zucchero cotto). Tutto davvero molto opulento. A bilanciare, un ricordo di buccia d’arancia rossa.

P: sa proprio di cereale burroso con delle frutta cotta zuccherina: fate voi, a seconda della vostra sensibilità e del vostro vissuto: una bella brioche all’albicocca, una torta di mele o ancora tarte tatin. Ancora un po’ di legno tostato e la buccia d’arancia, magari essiccata… Qualcosa di noccioloso, anche. Miele.

F: abbastanza lungo e persistente, prosegue sulla linea ben tracciata sopra, tra burro e buccia d’arancia, tra malto e frutta secca.

Come senz’altro sapete, si tratta di una bottiglia molto ricercata tra i collezionisti (memori delle quotazioni raggiunte dai primi Hazelwood) e tra gli amanti di Balvenie: è una bottiglia da 35 ml, che in uscita costava circa 130 danari. Toltoci il dente del prezzo, dobbiamo dire che è un buon whisky, certo, ma non “mitologico”: la qualità è buona, ovviamente, e a dispetto della gradazione intensità e qualità dei sapori sono di alto livello. Noi però vogliamo tutto, vogliamo sognare!, e dunque non andremo sopra il 85/100. La signora mia di cui sopra nel frattempo si è appartata con l’interlocutore immaginario (lo diciamo per i più apprensivi).

Sottofondo musicale consigliato: Napoli Centrale – Simme iute e simme venute.

Burnside 26 yo (1989/2015, Cadenhead’s, 48,8%)

Da novembre abbiamo nel nostro parco-sample questo Burnside: forse il nome, messo così, non richiama molto alla vostra memoria… Peccato per voi: si tratta di un single cask di Balvenie (che non autorizza terzi a imbottigliare con il nome in evidenza) teaspooned con Glenfiddich. Cosa voglia dire teaspooned, ve lo spiega abilmente e con agile retorica il sommo Bevitore Raffinato, ché noi oggi siamo pigri. Si tratta di un 26 anni, invecchiato in una botte ex-bourbon e messo in vetro da Cadenhead’s, imbottigliatore che ormai abbiamo imparato a conoscere bene. Il colore è dorato chiaro – certo, mica lo scriviamo sempre il colore, direte voi, perché farlo adesso? Boh, perché ci è venuto in mente.

Burnside-26-y.o.-1989-2015-CadenheadsN: davvero espressivo con vere e proprie lamate di profumi che fendono il naso. Arriva subito un’immagine, chiara e nitida: una torta di mele, di quelle alte, fragranti, ripiene di mele gialle e crema. Un grandioso malto, che ci ricorda tanto il 15 anni ‘single barrel’; pere burrose, pastafrolla; brioche al miele, biscotti ai cereali; un velo di ananas (pasticcino al). Miele poi, con note floreali (erica); una leggera freschezza mentolata ed erbacea. Insomma, un whisky capace di odorare veramente di whisky, nel suo miglior archetipo.

P: molto ricco di sapore, e pieno. In grande coerenza con il naso, ripete quelle ottime note di frutta gialla matura e burrosa, di impasto per torte, di crema. Quindi ancora tante mele e tante pere, miele, malto brioscioso… Assieme a questo lato, si afferma anche una dimensione più compiutamente erbacea e ‘legnosa’: foglie di tè, menta, fieno. Frutta secca (mandorla). La parte dolce e quella più legnosa sono molto ben bilanciate, unite da una punta acida di agrumi misti. Anche un tocco di chiodi di garofano a dare una profondità speziata.

F: lungo e persistente, ancora dolce, maltoso, sulla frutta secca, sul malto a bilanciare la dolcezza.

Buono, molto buono: è “standard” nella migliore delle accezioni, e soprattutto al palato svela un’intensità legnosetta ed erbacea veramente caratterizzante. Contiene una dolcezza ricca e densa, ma equilibrata alla perfezione da quel lato lievemente amarino. 89/100, con Balvenie non si sbaglia.

Sottofondo musicale consigliato: Piero Bassini Trio – Looking at the hills.

Glenfiddich 14 yo ‘Rich Oak’ (OB, 40%)

Oggi andiamo a berci quello che probabilmente è uno degli Scotch whisky più venduti al mondo, visto e considerato che è commercializzato dalla distilleria che vende ogni anno più bottiglie tra le circa cento attive in Scozia. Inoltre questo 14 anni è in una fascia mediana di prezzo nel core range di Glenfiddich (attorno ai 45 euro), cosa che ne fa una facile preda per il vorace ma non troppo danaroso appassionato medio di whisky. In realtà, a dispetto di un’aria così pop, il Rich Oak è il frutto di una lavorazione praticamente unica nel panorama scozzese: si tratta infatti di un malto invecchiato per 14 anni in botti di quercia americana verosimilmente sia ex sherry che ex bourbon (e fin qui tutto nella regola), che incontra poi un’extra maturazione separata sia in botti vergini di quercia spagnola che in botti altrettanto immacolate di quercia americana. Un gran sfoggio di virginale candore insomma, che nell’ambito del whisky non si traduce però in delicatezza e timidezza nelle movenze, ma spesso e volentieri nel suo contrario: i legni al primo utilizzo cedono infatti una gran quantità di aromi e sapori, non di rado straripanti. Vediamo un po’ qual è il risultato sull’educato malto distillato alla Glenfiddich.

gfdob.14yoN: greve e profondo, carico e traboccante d’aromi. Non complessissimo, ma gradevole: zucchero di canna, fico maturo (e in generale è tutta frutta matura); prugne cotte, aroma di confetture varie, melone. C’è poi un senso di dolce burroso alla mele, tipo strudel. Unica nota inattesa, un po’ eterodossa, è un pizzico di salsa barbecue.

P: corpo un po’ deboluccio, anche se rimane quel senso di dolcezza marcata. Qui, come descrittori, è più ‘semplificabile’ rispetto al naso: su tutto, diremmo dolce alla mela e zucchero di canna; uno strato genericamente zuccheroso, da frutta cotta e molto matura. Non è propriamente ruffiano, perché l’intensità non è mai alta; riesce però a essere a tratti un po’ stucchevole. Nota negativa: un senso alcolico, un po’ slegato che…

F: …va peggiorando nel finale, in cui l’abuso di legna vergine tende ad allappare oltre misura.

Dobbiamo ammettere che il naso ci era piaciuto e pregustavamo un palato, magari semplice, ma di innegabile gradevolezza. Invece in bocca ci è parso povero e slegato, tra l’altro in peggioramento di sorso in sorso. Il finale, poi, riesce a essere la parte meno riuscita di questo prodotto, con un inquietante sensazione di legno alcolico. Quando si dice che i whisky moderni spesso risultano troppo costruiti sui legni e sono afflitti da una mancanza di complessità e sfumature, beh si potrebbe aggiungere: “ad esempio, hai mai assaggiato il Rich Oak?”. Voto a un passo dalla bocciatura totale: 75/100.

Sottofondo musicale consigliato: Polonia violentaIl giudizio

Glenfiddich 18 yo (2013, OB, 40%)

Il single malt più venduto al mondo è prodotto qui, alla Glenfiddich, distilleria molto bella (se pur gigantesca non ha perso un fascino romantico) alle porte di Dufftown, la capitale dello scotch whisky; i proprietari sono i medesimi di Balvenie (William Grant & Sons, dal 1886, anno di fondazione di Glenfiddich) e quindi, come dire c’è da fidarsi… Senonché di rado siamo rimasti rapiti dai suoi whisky, certamente di buona qualità ma mai capaci di farci innamorare… Vediamo come si comporta questo 18 anni. Il colore è ramato chiaro.

glenfiddich-18-year-old-whiskyN: certamente il malto non si nasconde, così come la frutta fresca (pera, una banana molto intensa, forse anche qualche suggestione tropicale… cocco, un po’ di vaniglia); colpisce fin dall’inizio una nota schermante, tipo di cera, di candela, che proprio non ci aspettavamo. C’è poi un aroma di legna appena tagliata, al limite del bosco di conifere (bosco balsamico… Sì, beviamo troppo) che contribuisce a schermare la dolcezza (caramello, creme brulée, torte bruciate) e a rendere il profilo più inusuale del solito.

P: si intensifica in maniera inattesa quella promettente coltre di cera che impedisce a questo Glenfiddich di deragliare in una dolcezza scomposta (come talvolta accade ai suoi OB); anzi si sommano note di malto piuttosto secco a punte erbacee gradevoli. Sotto, un tappetino dolcino rassicurante, con zucchero di canna e caramello. Legno (e frutta secca) che allappa?

F: pulito, non infinito; burro, cera, frutta secca.

Una sorpresa piacevole; generalmente nel nostro libretto i Glenfiddich pagano dazio a un palato deludente, con un corpo mai esaltante (in virtù della gradazione bassa?). Questo, invece, oltre a esibire aromi e sapori di sicura personalità mantiene un’oleosità al palato convincente. Un buon 85/100 per questo maggiorenne.

Sottofondo musicale consigliato: Ivan Graziani – Pigro.

Glenfiddich 30 yo (2012, OB, 43%)

Rimaniamo nei territori degli imbottigliamenti ufficiali, e scegliamo per questo mercoledì apparentemente qualsiasi una versione importante di un malto importante: vale a dire, il 30 anni di Glenfiddich, il single malt scozzese più venduto al mondo… Mica poco, eh. Il colore è dorato scuro.

36133N: è ‘dolce’ come tutti i Glenfiddich, è rotondo ed elegante come si conviene ad un trentenne: note di zucchero bruciato, cioccolato bianco, crostata di fragola, brioche… Pare sia burroso che fruttato, buono. Poi, una nota di eucalipto, legni profumati (sandalo?). Una suggestione di marmellata d’arancia. Pulito e rotondo, con punte di prugne e vaniglia.

P: sorprende: ci aspettavamo un palato fruttato e succoso, e invece… Invece domina un insolito sentore legnoso, ma quasi di lucido per legno (che però non abbiamo mai assaggiato, eh), un che di ‘chimico’ da caramella gommosa. Una punta balsamica, ancora. Datteri e fichi secchi? Un pit di vaniglia, ancora è bello ‘crostatoso’.

F: legnoso e abbastanza lungo, ritornano note succose e fruttate. Zucchero bruciato, con un sentore vagamente affumicato.

Ha il grande pregio di essere particolare, al palato, ma nel complesso non finisce per persuaderci, soprattutto se si tien conto del prezzo elevato (circa 300 euro): è un buon whisky, per carità, ma allo stesso prezzo si possono trovare malti probabilmente più complessi… La solita perplessità sulla gradazione dei Glenfiddich, poi, ci induce a non salire oltre il giudizio di 86/100.

Sottofondo musicale consigliato: Eugenio Finardi – La C.I.A.

Glenfiddich 15 yo ‘Solera Reserve’ (2012, OB, 40%)

Torniamo alla più produttiva distilleria di Scozia per assaggiare il 15 anni Solera Reserve: un vatting di botti ex-bourbon, ex-sherry (portoghese, pare) e vergini. Il cosiddetto “metodo Solera” (utilizzato per l’invecchiamento del rum e di vini liquorosi e descritto, ad esempio, qui) in questo caso consiste nell’utilizzo di un grande tino nel quale, di volta in volta, vengono riversati i distillati invecchiati nelle botti di cui sopra. Questo tino non viene mai svuotato, ma è lasciato pieno circa per metà: in tal modo, ogni volta che viene riempito, il nuovo contenuto si mescola a quel che rimane del vecchio, e così via… Si capisce cosa intendiamo? Ad ogni modo, il colore è dorato.

glenfiddich15N: il profilo, naturalmente, è apertissimo. A prevalere, tra le tre anime coinvolte, è forse il lato sherried, con tanta frutta matura, dolce (mela e uvetta… anzi, proprio strudel!, poi anche scorzette d’arancia), ma non manca il caramello, né una profonda vaniglia, e neppure si risparmiano generose zaffate di legno, in pieno stile virgin oak. Melone maturo, molto intenso; melassa, zucchero di canna.

P: rispetto al naso, c’è sostanziale coerenza, con frutta matura (ancora melone sugli scudi, mela, anche caramelle alla fragola e liquore all’arancia) e una dolcezza sfacciata e un po’ vaga e indefinita… Però è tutto veramente depotenziato, e il legno, con il suo apporto speziato, la fa fin troppo da padrone. I sapori ci sono, ma sono tutti un po’ fugaci; il corpo, beh, paga dazio a una gradazione sicuramente colpevole. Note di frutta secca (noce?).

F: molto legno e un lieve pepatino. Una nota di burro e mela e caramello.

Al naso questo Glenfiddich si sarebbe tranquillamente meritato un voto medio-alto, ma le blande blandizie palatali (?) fanno crollare la nostra valutazione. Un peccato, in fin dei conti, perché le premesse (le promesse?) non erano niente male. Il nostro verdetto dunque sarà di 80/100. Al buon Ralfy, comunque, è piaciuto di più, e lo potete scoprire qui.

Sottofondo musicale consigliato: Los ZefirosHe venido.

Glenfiddich 19 yo ‘Age of discovery’ (2011, OB, 40%)

sembra sfocata ma giuro: nel mio computer non lo è

Neppure un Glenfiddich su questo sito, finora… Colpa grave, perché dire Glenfiddich significa “storia del whisky”; ma non solo storia passata (la distilleria è di Dufftown, la vera capitale del whisky scozzese), anzi, soprattutto storia presente. Il marchio Glenfiddich è uno dei più conosciuti al mondo, e la distilleria è quella che produce di più (dopo la neonata Roseisle, attiva da pochissimo e senza aspirazioni da single malt… ma aspettiamoci una qualche costosissima Special Release tra qualche anno) e che vende di più al mondo: 12 milioni di litri prodotti e il 14% dell’intero mercato dei single malt. Oggi assaggiamo un’espressione recente, ovvero il 19 anni della serie Age of Discovery, dedicata all’epoca delle grandi scoperte geografiche tra Quattro e Cinquecento: il whisky è finito in botti di Madeira della Henriques & Henriques, uno dei maggiori produttori di vino dell’isola.

N: sulle prime, è un naso ‘strano’: non è così fruttato come ci si potrebbe aspettare e non ha una vinosità così pronunciata come il finish in Madeira potrebbe portare. C’è invece tanta frutta secca e tanta frutta disidratata (un vero tripudio di fichi secchi); va comunque detto che la ‘tipica’ pera dei giovani Glenfiddich certo non manca all’appello. Ricorda certa pasticceria magrebina, fatta di miele, frutta secca, mandorle… Non è un naso ‘fresco’, è bello carico ma sempre piacevole. Pian piano le note vinose emergono. Qualche punta di cannella? Complessivamente, che buono!

P: piuttosto semplice, piuttosto breve, piuttosto piacevole: i 40% non lo fanno sembrare affatto ‘annacquato’, ma sicuramente tolgono (tanto) in intensità, arrotondando fin troppo. Dopo un esordio azzeccato a base di brioche, malto, frutta secca e uvetta (con forti note burrose), tutto vanisce un po’ in fretta, andando a sfociare…

F: …in un finale dalla consistenza francamente desolante. Una vaga sensazione vinosa, marsalata (ok, è Madeira, però ci intendiamo, no?), e leggere note di vaniglia.

A un naso molto particolare, davvero promettente e intrigante, corrisponde un palato sostanzialmente piatto e un finale quasi non pervenuto. Ci piace pensare che se fosse stato imbottigliato a gradazione più alta, anche leggermente, tutto sarebbe stato più soddisfacente; peccato, perché l’esperimento pareva proprio riuscito. Il nostro giudizio è di 83/100, Ruben la pensa così e Serge così.

Sottofondo musicale consigliato: una splendida canzone, omaggio al Portogallo e a un quartiere di Lisbona in cui tempo fa abbiamo lasciato tanti ricordi e qualche neurone, MadredeusAlfama.