Roba nuova, roba strana, roba da ricchi

Proseguiamo nel nostro imprescindibile servizio di aggiornamento sulle nuove uscite di questi giorni, o meglio di queste settimane. Partiamo dal nuovo Ardbeg, perché quando esce un nuovo Ardbeg la curiosità dei più si fa spasmodica prima, patologica poi – e pensare che in questi tempi le novità sono addirittura due! Innanzitutto, c’è Ardbeg An Oa, nuovo NAS aggiunto al core range: non filtrato a freddo e imbottigliato a 46,6%, si tratta di una miscela di barili di legno vergine, di ex-Pedro Ximenez ed ex-bourbon – la particolarità è che il vatting è avvenuto nel nuovo “Gathering Vat”, un ‘barilone’ di quercia francese atto appunto ad ospitare il periodo in cui i vari barili vengono messi insieme perché si conoscano, facciano amicizia, diventino una cosa sola. Soprassediamo sull’ennesimo nome gaelico che allude a qualche angolo sperduto di Islay, tanto potete fare il copia-incolla mentale con mille altri. Ci aspettiamo di assaggiarlo al Milano Whisky Festival, sempre che Moet Hennessy ritenga strategico portare qualcosa di diverso, ogni tanto, dai soliti tre imbottigliamenti. In giro online costa intorno ai 50€, chissà quando arriverà in Italia.

Ma si diceva di un altro Ardbeg, questo ancor più buffo: Ardbeg Grooves, quello che presumibilmente sarà l’imbottigliamento per l’Ardbeg Day 2018. D’altro canto, se per trovare un nuovo concept hai finito i promontori di Islay, miti saghe e leggende del luogo, l’eroico e illegale passato dei whisky makers, le astronavi… perché non fare un bel tributo al funk anni ’70? A giudicare dall’etichetta che circola online, si tratta dei loro “grooviest casks”, barili di vino intensamente charred. Tremiamo al solo pensiero, onestamente, ma faranno uno splendido evento in cui bere gratis, quindi bene così. Siamo persone semplici, ci accontentiamo di poco per regalare un sorriso a noi stessi.

Restiamo ancora un istante in casa LVMH: Glenmorangie ha messo sul mercato una bicicletta – ehm – fatta di legno – ehm – di sole doghe di barili di whisky – ehm – per la gioia di tutti gli hipster feticisti della distilleria di Tain. L’anno scorso un’idea simile aveva portato a occhiali da sole di legno di barile di whisky Glenmorangie, e costavano 300 sterle: immaginate quale potrà essere il prezzo di una bicicletta! Ma, fortunatamente, a Glenmorangie fanno anche del whisky, talvolta: appena annunciato è il lancio di un 19 anni, esclusivamente maturato in barili ex-bourbon, esclusivamente disponibile per il travel-retail. Secondo il comunicato stampa, questo imbottigliamento porta a sorprendenti livelli di inedita intensità la morbidezza dello stile Glenmorangie: da questo momento in poi non accettiamo più critiche sul nostro uso sperticato dell’aggettivazione, perché i poveretti che lavorano all’ufficio stampa di Glenmorangie ci battono, ogni giorno. Di questo non conosciamo il prezzo ma senz’altro ci piacerebbe mettere il naso su questo whisky molto più di quanto vorremmo poggiare il culo su quella bici.

Talvolta, il pretesto per un nuovo imbottigliamento arriva dalla caleidoscopica settima arte, il cinema. Così almeno sembrano aver pensato Johnnie Walker, che ha dedicato una tamarrissima edizione Director’s Cut del proprio Black Label all’imminente (e attesissimo, per lo meno da noi) Blade Runner 2046. Edizione limitata a sole (!) 39000 bottiglie, è imbottigliato a 49% e contiene malti di oltre 30 distillerie di proprietà Diageo; costerà circa 70€. Il film lo vedremo senz’altro, speriamo anche di assaggiare questo blended. La forma della bottiglia è ovviamente un riferimento al Black Label che già compariva nel Blade Runner del 1982, per chi si chiedesse “che c’azzecca“.

Ben altra attesa invece è rivolta al secondo episodio di Kingsman, dimenticabile film in uscita in questi giorni: decisamente più interessante sembra essere invece il GlenDronach Kingsman Edition, un 25 anni (vintage 1991, gradi 48,2%) in sherry che solletica la nostra attenzione perché di fatto è la primissima release della nuova proprietà americana interamente curata dalla nuova master distiller Rachel Barrie. Voci di corridoio dicono che l’importatore italiano abbia già esaurito quasi del tutto la sua assegnazione: un’anima pia che se ne compri una boccia per farcene assaggiare un sample? Sappiamo che sei là fuori, contattaci!

Non possiamo non dar conto del nuovo Kilchoman vintage 2009, già protagonista di una piccola (e sterile, con ogni probabilità) polemica sul gruppo facebook dei Malt Maniacs: il comunicato stampa annuncia che si tratta di barili ex-bourbon del 2009 e di tre barili ex-Pedro Ximenez del 2008, “per aggiungere ulteriore complessità”. Eh, ma se ci sono botti del 2008, come fa ad esserci scritto in etichetta “vintage 2009”? Non sappiamo dire, ma conoscendo Anthony Wills dubitiamo che avrebbe messo a rischio la reputazione di un suo imbottigliamento solo per pigrizia o distrazione, e dunque prendiamo atto e aspettiamo di stappare la nostra bottiglia. Ormai Kilchoman inizia ad avere una certa età, eh?, siamo curiosi di mettere alla prova questo whisky di otto anni.

E lì di fronte all’isola, che succede? Succede che Springbank ha messo sul mercato un 14 anni Bourbon Wood, edizione limitata a sole 9000 bottiglie, grado pieno di 55,8%, niente filtraggio a freddo, niente colori – ma siamo a Campbeltown, queste cose son così scontate che manco dovremmo scriverle. Praticamente già sold-out in tutti i negozi online: anche in questo caso attendiamo fiduciosi la magnanimità di qualche appassionato che di bottiglie è riuscito a comprarne due: una da bere, una per la collezione, e quella da bere, per favore, faccela passare davanti.

foto (ovviamente) di scotchtrooper

Quanto agli imbottigliamenti che, a prima vista, mettono un po’ di inquietudine, ecco due parole su Balvenie 14 Peat Week. Dovrebbe costare intorno ai 65€: si tratta di un’edizione limitata (strano, eh?), frutto di una distillazione di orzo intensamente torbato (30 ppm) che avviene a Balvenie ogni anno, per una sola settimana, dal 2001. Anche in questo caso però ci piace deporre i pregiudizi e far prevalere la curiosità: David Stewart, malt master della distilleria (ci lavora dal 1962…!) dichiara che si tratta di un tipo di torba delle Highlands poco fenolica, che dovrebbe dare note decisamente più minerali e terrose che marine. E di David Stewart noi ci fidiamo.

Chiudiamo su una nota di colore: spesso diciamo che quello del whisky è un business strano, prevede investimenti a lungo, lunghissimo termine, perché dal momento in cui inizi a distillare a quello in cui inizi a vendere, beh, può passare tanto tempo – almeno tre anni, diciamo. In questo caso, qualcuno si è davvero superato: fondata nel 1957 e silente dal 1980, North of Scotland è (era) una distilleria di grain whisky, e oggi la figlia del fondatore si è ricomprata uno stock di barili del 1965, gli unici rimasti, e ha deciso di imbottigliarle in un’edizione limitata di 1500 esemplari, il North of Scotland 50 years old. Singolare il fatto che questo sia il primo imbottigliamento ufficiale della distilleria, a soli 37 anni dalla chiusura. Quando si dice prendersela con calma. Collezionisti, comprate!

Alla prossima puntata per qualche altra novità, magari pescando anche dagli imbottigliatori indipendenti…

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Westport 12 yo (2004/2016, Wilson & Morgan, 54,3%)

Westport, chi è costui? Non stiamo parlando di una sconosciutissima distilleria dispersa in qualche valle della Scozia, ma di un marchio usato per imbottigliare quello che tecnicamente potremmo definire come un vatted whisky, ovvero sia una miscela di più single malt. Nel caso del Westport si tratta di fatto di Glenmorangie con una minuscola aggiunta (teaspooning) di Glen Moray, che fino al 2008 apparteneva guarda caso alla più famosa ‘Morangie: nulla accade mai per caso nell’intricata mappa commerciale dello Scotch whisky. La distilleria delle Highlands di proprietà del gruppo francese del lusso Louis Vuitton Moët Hennessey non concede mai a terzi il diritto di imbottigliare barili con il proprio nome in etichetta, ma ha adottato questo metodo oramai da una ventina di anni, il metodo del segreto di Pulcinella, diremmo noi. In Italia il nostro imbottigliatore Wilson & Morgan è già al quarto imbottigliamento e questo dodicenne invecchiato in uno sherry butt è l’ultimo nato.

357N: molto aromatico ed aperto, l’alcol si sente appena. Molto fruttato: ci coglie subito una suggestione generale di torta alle mele appena sfornata… Pesche sciroppate, prugne secche; pere. Brioche con marmellata di frutta; un misto di frutta cotta raffreddata (le solite mele uvette e prugne). Leggermente agrumato (soprattutto scorza di arancia), quasi a riferirici una eco di quello stile minerale delle distillerie del nord. Semplice, regolare come profilo, ma non sgarra di un millimetro. Lo sherry c’è, ma educato, non copre lo stile di casa.

P: ottimo impatto, anche qui non si sente praticamente la gradazione. Appare molto caldo e compatto, e al contempo beverino. Riconosciamo tanta brioche all’albicocca, un bel malto caldo, biscottoso (ancora torte appena sfornate); agrumi in aumento rispetto al naso (soprattutto arancia), con ancora quella sfumatura minerale. Miele. Molto pulito, dopo un po’ butta fuori note di cacao, e svela una sobria legnosità.

F: medio lungo, con miele ancora e un senso di brioche.

Ottimo esempio di come Glenmorangie – ehm, no: Westport, pardon – regali sempre all’appassionato delle grandi soddisfazioni. Come talora ci piace dire, è un whisky “che sa di whisky”, ordinato, pulito, senza eccessi, senza punti esclamativi certo, ma senza alcun possibile difetto. Bevibilissimo, rappresenta esattamente quel che per noi deve avere un whisky da 85/100. Ah, lo portate a casa con una settantina di euro.

Sottofondo musicale consigliato: Jula De Palma – A.A.A. Adorabile cercasi

Glenmorangie ‘Bacalta’ (2017, OB, 46%)

Facciamola breve: a dispetto delle ironie che seguiranno, Glenmorangie è una distilleria fantastica delle Highlands ed è di proprietà del gruppo LVMH (Louis Vuitton Moet Hennessy); il distillery manager (pardon: l’Head Manager & Whisky Creator, ma vai, va…) è il signor Bill Lumsden, un pazzo visionario che da tempo si è messo a sperimentare selvaggiamente, soprattutto in materia di legni. Nella serie Private Edition (che la stessa distilleria ama definire “vincitrice di molti premi e sempre intrigante”), quest’anno chiamasi “Bacalta”, e ha la peculiarità di essere un NAS e di essere finito in botti di Malmsey Madeira ‘cotte’ al sole e non essiccate artificialmente. Se volete leggervi tutto il pippone dell’ufficio marketing di Glenmorangie, lo trovate qui: ma preparatevi a una retorica, come dire, un po’ caricata.

N: molto invitante ed espressivo, con i sentori alcolici assenti. La parola d’ordine è zuccherinità, che tradotta in fragranzese (?) ci riporta alla mente albicocche molto mature (ed in compote), crostatina di frutta, marmellata d’arancia, pastafrolla… Fichi secchi, anche. E poi ha anche un lato speziato composito, tra uno zenzero fresco e un pepe bianco al top. Un che di tostato. Sotto questa coltre seducente, con qualche attenzione si può riconoscere anche un distillato piuttosto giovane e cerealoso, e che a tratti pare volere ancora scappare dalla completa integrazione con il legno.

P: come al naso, non tradisce le attese e si dimostra molto facile e beverino, replicando le note dolci e cremose, tra la pastafrolla e ancora tante albicocche, tra la crema con uvetta e un’agrumatura da marmellata d’arancia (e con questa coppia vorremmo che visualizzaste una dolcezza leggermente acida). Questa esuberanza ruffiana e dolciona resta appena sfregiata negli ultimi istanti da una nota alcolica un po’ sparagnina – a sua volta compensata da una frutta secca massiccia e legnosa, che…

F: …prosegue fino al finale, lungo e ricco, tra fichi secchi, frutta secca, crostata, malto tostato. Lascia il palato ‘appiccicoso’.

Glenmorangie è una distilleria talmente solida che anche quando ricorre all’espediente del NAS con finish inusuali, lo fa con stile e con eleganza: anzi, a ben vedere si può forse dire che quest’espediente se lo sia inventato lei, grazie ai deliri immaginifici di Bill Lumsden e alla volontà di potere di Louis Vuitton. Anche in questo caso l’esperimento riesce, pur non raggiungendo le “inedite vette di complessità” che prometteva il sito di Glenmo: 84/100 per un whisky ben fatto, ma che per pura fatalità non incontra appieno i nostri gusti sì da farci girare la testa – e dunque bravi ma non bravissimi, per quel che ci riguarda.

Sottofondo musicale consigliato: Drake – Passionfruit.

Glenmorangie ‘Dornoch’ (2015, OB for travel retail, 43%)

Non ci capita spesso di imbatterci in nuovi Glenmorangie: ed è un peccato, perché abbiamo un occhio di riguardo per questa distilleria delle Highlands, caratterizzata da un distillato leggero e delicato, molto fruttato, in virtù dei proverbiali pot stills molto alti. Oggi assaggiamo una versione esclusiva per i Duty Free, in bottiglia da litro, un NAS nomato ‘Dornoch’: come sapete, a Glenmo’ amano sperimentare coi legni, e questo malcapitato – si fa per dire – è invecchiato in botti ex-bourbon first fill e finito in ex-sherry Amontillado.

Feb15-GlenmorangieDornochN: ha quella gentile eleganza da Glenmorangie, declinata qui verso la gioventù. Note di malto e di lieviti si sommano ad agrumi canditi e mela verde. Il finish in Amontillado non pare essere eccessivamente connotante, lasciando solo una nota vinosa che però vien fuori solo a tratti. Latte caldo zuccherato e un senso di brioscia: un whisky da colazione? Pera. Burro fresco.

P: in bocca il distillato si nasconde, e il complesso pare decisamente più cask-driven: tornano brioche, latte caldo e pera, ma come avvolti da un alone di vaniglia. Il corpo ha una buona intensità, ma c’è una nota leggermente alcolica che forse rivela come maturazione (in legno) e maturità (nella levigatura dei difetti) non vadano sempre a braccetto. Un pelo limonoso.

F: pulito, pulitissimo, tra malto e limone. Lungo ma non troppo.

Non si può condannare un malto decisamente onesto, che al naso si fa apprezzare per la piacevolezza del distillato: al palato resta invece semplice ma (leggermente) slegato, e per questo il nostro giudizio sarà di 81/100.

Sottofondo musicale consigliato: Bohren & der Club of Gore – Destroying Angels.

Piove whisky vol. III

C’abbiamo preso gusto e ci divertiamo anche oggi a smitragliare una  raffica di sentenze al limite del buon senso. Complice la giornata uggiosa, facciamo volentieri piovere all’unisono malto e pioggia…

Glen Avon 15 yo (2009, Gordon & Macphail, 57,3%)

I single cask della Glenfarclas spesso regalano emozioni. Qui abbiamo un bel sherry monster. 89/100

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Glendronach 12 yo “Original” (2010, OB, 43%)

Forse il miglior whisky “base” tra quelli full sherried: puro godimento a buon mercato, intorno ai 35 euro.85/100

Glen Grant 13 yo (2009, Duthies, 46%)

Cos’avete fatto al mio Glen Grant? Michele…   Micheleee! Purtroppo Cadenhead’s ha abbandonato la serie Duthies, che spesso regalava imbottigliamenti di buona qualità a prezzi onesti. Ma non in questo caso: 77/100

Glenmorangie “Nectar d’Or” (2010, OB, Sauternes finish, 46%)

Il più raffinato esperimento di wine finishing dell’esuberante distilleria.Un malto da pochette. 84/100

Balblair 1975 (2012, 2nd release, 46%)blbob.1975v1

Un bel Balblair: tanta frutta, tanta mineralità e il suo bel malto in evidenza. Che eleganza questa distilleria. 87/100

Glenmorangie 25 yo ‘Quarter Century’ (2014, OB, 43%)

Glenmorangie ha lanciato di recente una serie di imbottigliamenti, tutti curiosamente suffissati -anta o con lieve variazione del nesso consonantico: La Santa, Eleanta, Companta, Sonnalta, Finealta, Quaranta, Cinquanta, Gallinacanta, eccetera eccetera… Siccome abbiamo scoperto in noi una rara forma di allergia alla serialità delle desinenze, ma al contempo anima la nostra tensione all’alcolismo una pertinace e ottusa testardaggine, decidiamo di assaggiare sì un Glenmorangie, ma non uno di quelli succitati; grazie all’intercessione di Katerina Logvinova (che ora ringraziamo anche pubblicamente) abbiamo messo le mani su un sample del 25 anni, “top di gamma”, come si suol dire. E quindi, insomma, ce lo beviamo.

whglenmorgie25N: ad accoglierci troviamo subito un’incantevole coltre di pastelli a cera, schermo delizioso, sotto il quale riposano le esplosioni fruttate (tipiche di Glenmorangie), con grande intensità. E allora: fragola, bitter all’arancia, forse un pit di vermouth, poi mele gialle e frutta tropicale, banana a tuono. Non è esente da note oleose, di un bel malto burroso, anch’esso hallmark della distilleria. Rispetto al 18 anni, perde quella fantastica freschezza zuccherina, ma guadagna quella coltre cerosa così Highland… Frutta secca: fichi? Serge parla di Sauternes, ed effettivamente…

P: molto beverino e diretto, replica con una discreta intensità di sapori il fruttato del naso, mentre si dirada uno po’ quella splendida nebbia cerosa di cui sopra. Ancora bello maltoso, più che al naso: brioche all’albicocca, poi arancia, mele, un grande grande cocco, in crescita esponenziale; cioccolato al latte; un po’ di fichi freschi, e forse di prugne. Lievi note erbacee, qua e là.

F: cocco cocco cocco, frutta cotta, malto tostato. Cocco?

A parte il costo elevato, che però non incide sulla valutazione, non ha difetti: è rotondo, fresco, intrigante, equilibrato: al naso, poi, la patina cerosa che scherma le note più facili e attese è incantevole. Forse, se al palato avesse dimostrato un po’ di grip in più, l’avremmo sparato oltre i 90 punti: ci fermeremo a 89/100, il che vuol dire che ci è piaciuto di brutto, tanto per chiarire.

Sottofondo musicale consigliato: in morte del mai abbastanza celebrato Maurizio, ecco la sua splendida L’amore è blu.

Glenmorangie ‘Lasanta’ (2014, OB, 46%)

Glenmorangie ha cavalcato alla grande la ‘moda’ dei finishing, ovvero delle ‘seconde maturazioni’ in botti diverse, generalmente molto marcanti; varie volte abbiamo avuto modo di dire che spesso si tratta di operazioni tese a rendere più affascinanti prodotti che, in partenza, tendono a non esserlo… Ma a dispetto di questo pregiudizio, siccome siamo persone molto liberali e non siamo quei puristi noiosoni che storcono il naso a ogni tentativo di ‘costruire’ il prodotto finale, dobbiamo riconoscere che spesso il risultato dei passaggi in seconde botti è di buona (talora ottima) qualità. E quindi avviciniamoci a questo Lasanta, un NAS (no age statement, ovvero età non dichiarata [EDIT: come ci segnala un solerte amico, si tratta in effetti di un 12 anni; 10 in bourbon, 2 in sherry]) finito in botti di sherry Oloroso.

lasanta-fmtN: molto morbido e accogliente; c’è una elegantissima prateria di distillato-Glenmorangie, maltoso e brioscioso, con note seducenti di pesche sciroppate e albicocche secche. Su questa prateria galoppano con foga i cavalli dello sherry, col loro apporto vinoso, caramelloso e agrumato: le note aranciate, anche di buccia d’arancia, paiono quasi – a tratti – decadere in piani sulfurei pronunciati a metà. Fragoline e chinotti? Un naso ‘grasso’, gravido di aromi semplici, sinceri ma debordanti.

P: corpo leggerino, poco masticabile: più sfuggente di come ce lo aspettavamo. Con questo non pensiate ad un whisky povero di sapori: c’è una parziale rivincita dei frutti rossi, fusi con equilibrio a note maltate, biscottate e di frutta secca. Un palato omogeneo, senza picchi, sostanziato in un’elegante piattezza: un ricco bouquet agrumato completa il profilo. Zucchero di canna? Forse un pit ancora sulfureo, come di arance molto (troppo) mature. Bombetta vanigliata sul finale.

F: notevole, stupisce per varietà e persistenza: rabarbaro, frutta secca, frutti rossi.

Un whisky ricco e ben fatto, anche se questi sherried così lineari e di facile bevuta non ci fanno strappare i capelli dalla gioia. Non si può non riconoscere la qualità, non si può non disconoscere il proprio gusto: 84/100 è il giusto voto.

Sottofondo musicale consigliato: Danger Mouse & Daniele Luppi feat Norah Jones – Black.

Glenmorangie 10 yo ‘Original’ (2013, OB, 43%)

Dopo tante chicche, dopo tante rarità, ripartiamo con umiltà da un classicone tra gli imbottigliamenti base: Glenmorangie 10 anni, e siccome è freddo e piovoso non ci dilunghiamo in cappelli introduttivi troppo verbosi. Il colore è dorato chiaro.

Schermata 2013-11-18 alle 11.33.45N: accogliente e bello fruttato (succo di pesca, frutta gialla, forse un po’ di banana), con una dolcezza di marzapane e mandorlata che però non riesce mai stucchevole. Il profilo è appunto equilibrato da persistenti note minerali e oleose, con zone legnose da frutta secca. Suggestione: washback ma un po’ più ‘pulito’ – malto e lievito, dai. Zucchero a velo.

P: ingresso molto delicato, che parrebbe digradare verso l’anonimato; e invece, la parte fruttata risulta bella ricca, certo non complessa ma di nuovo in coerenza col naso con una pesca zuccherina golosa, di caramella… Poi tanto marzapane. Semplice, si diceva, leggero di corpo con un malto pulitissimo e cristallino, ma non privo di zone d’intensità.

F: ha una botta di sapore marzapanoso, intenso e medio-lungo, poi ti resta la bocca bella pulita.

Sempre poche parole, ché oggi ci fa fatica: buono, semplice ma buono: il voto sarà dunque un po’ più alto, a dispetto della suddetta semplicità, perché ci piace premiare la particolarità di questo ‘morangie per nulla banale. Insomma, è un everyday dram, certo, ma ci ha proprio soddisfatto: quindi, 84/100.

Sottofondo musicale consigliato: ScorpionsRock you like a Hurricane.

Glenmorangie 18 yo (2012, OB, 43%)

I was there!

I was there!

Il quinto single malt più venduto al mondo è Glenmorangie, e dal 2008 è in costante crescita con la ‘cura Louis Vuitton’ (come Ardbeg, infatti, è di proprietà di LVMH, che ha acquisito la distilleria nel 2004). Due sono le caratteristiche che ci piace sottolineare: in primo luogo, da sempre la distilleria ha avuto un particolare senso per le botti curiose, inaugurando esperimenti al limite del criminoso – si scherza eh – ma soprattutto prestando grande attenzione al legno (ad esempio, Glenmorangie possiede un pezzo di foresta in Kentucky sulle Ozark Mountains). Inoltre, celebri sono i suoi alambicchi slanciati, i più alti di Scozia, che producono uno spirito molto delicato (qualche accurata info la trovate sul sito di Claudio, qui). Oggi assaggiamo il 18 anni, che pur essendo parte normale del core range viene definito sull’etichetta extremely rare: se vi chiedete perché, contattate pure Louis Vuitton. Il colore è dorato.

glenmorangie-18N: tutto molto intenso, a cominciare da un bel malto biscottoso strutturato e splendidamente ‘highland’, con punte minerali e terra bagnata. Il vero attore di talento, però, è la frutta, sia gialla (pera matura, susina gialla, uva, mele gialle) che tropicale (che intensità! maracuja, ananas). Molto ricco e completato da una sensazione zuccherina di vaniglia, canditi e glassa. Una spruzzata d’agrumi (bergamotto…); fresco ma di grande personalità, con talora buone note di legna calda, al sole.

P: grande coerenza col naso, delicato e morbido ma assai ricco. Si sente alla grande una base bourbon (vaniglia e molto cocco) accompagnata da una frutta sempre nitida (pere e mele, poi arancia e pacchi di ananas intensissimi), che non procede per fiammate ma avvolge il palato. Pare anche cremoso e con note maltate, virando a tratti sull’amarognolo. Buono.

F: medio lungo ma piacevole, molto malto, bello pulito e con inserti di cocco e ananas.

Elegante e gustoso; sembra sempre lì lì per diventare un grandissimo, anche se gli manca quel quid in intensità e complessità, in particolar modo al palato. Ad ogni modo, non ci possiamo certo lamentare: un buon 87/100 è il nostro voto, mentre Serge la pensa così.

Sottofondo musicale consigliato: Daft PunkGiorgio by Moroder.

Glenmorangie Signet (2008, OB, 46%)

Dei molti malti (scusate, non ho resistito) delle Highlands, quello che esce dalla Glenmorangie Distillery è senza dubbio il più ‘eccentrico’, almeno negli ultimi anni: questo perché Bill Lumsden, il master distiller, ama sperimentare, soprattutto utilizzando legni diversi per le botti (ad esempio, lui stesso annovera tra le sue peggiori idee quella di invecchiare il whisky in botti di ciliegio brasiliano…), ed è uno dei maggiori responsabili – o colpevoli, a voi filosofare sul tema – del tripudio di wine-finishing che ha travolto il mercato del whisky negli ultimi anni. Il Signet che oggi assaggiamo è spesso definito dal suo creatore come la sua “magnum opus“, poiché è il frutto di diversi esperimenti combinati: per farla breve, si tratta di malto ‘tostato’ (il chocolate malt” che si usa per le birre stout… vi ricordate il sapore della vostra ultima Guinness?) e invecchiato in botti ex-sherry, ex-bourbon, di quercia americana nuova… Naturalmente, il tutto è mescolato con altre cose più tradizionali, e il malto più anziano ad essere finito nel vatting ha 35 anni. Di sicuro, è un malto importante per la distilleria, se è vero che il logo (il quadrato dorato che capeggia sulle loro bottiglie) si chiama appunto Signet. Il colore è ambrato.

N: inizialmente prevalgono subito note liquorose, pungenti. Aceto balsamico? Molta frutta (albicocca secca, uvetta, buccia di mela); paiono poi prevalere delle note tipiche dei whisky sherried (cuoio, ad esempio, ma a questo profilo vanno ricondotte certe note fruttate di cui sopra). Tabacco da sigaro. Con il tempo sviluppa delle suggestioni “vecchie”, polverose (legno impolverato); gli spigoli ‘acidi’, vinosi, man mano si attenuano lasciando spazio ad una maggiore rotondità, con marcate note di vaniglia (le componenti ex-bourbon si fanno sentire) e di malto ben invecchiato. Caramello. Lievissime emersioni di noce moscata. Il legno aumenta progressivamente il suo peso.

P: il corpo è onestamente un po’ deludente; comunque, il percorso che compie al palato è “vino dolce – frutta – amarognolo”. Delicato, molto fruttato: questo aspetto è molto composito, si va da note di frutti rossi fino alla frutta gialla (albicocca matura, soprattutto), con la solita uvetta che fa capolino. Delizioso sapore di malto. Caramello, cioccolato amaro. Frutta secca, qua e là.

F: molto lungo e persistente. Sulle prime allappa un po’, ma poi si aprono autostrade di frutta secca (noce!, mandorla, ma meno); ancora un po’ di frutta, sempre uvetta, ma soprattutto cioccolato al latte.

Ottimo esperimento, si percepisce la complessità della fattura; nel suo genere, è davvero buono. Sì, ti deve piacere il genere… Impressionano la resistenza del malto e le note di frutta secca che esplodono al finale; peccato per il corpo – o meglio, in realtà il fatto che sembri ‘leggerino’ lo rende di grande bevibilità, quindi peccato fino a un certo punto! Il nostro giudizio è di 88/100, anche se, certo, costicchia… L’opinione di Serge è questa, quella di Ruben è questa: lasciamo a loro i commenti sul packaging… True LVMH style!

Sottofondo musicale consigliato: Gotye feat. KimbraSomebody that I used to know, dall’album Making mirrors.