Benromach ‘Chateau Cissac’ 2009 (2017, OB, 45%)

Compare del Triple Distilled nel mondo delle nuove uscite di Benromach è il terzo esemplare della serie “Wood Finish”: dopo un finish in Sassicaia (che abbiamo recensito qui) ed uno in Hermitage, ecco tornare in pista per 25 mesi d’affinamento il barile di Chateau Cissac – stimato e celebrato vino rosso francese, della zona di Bordeaux, a dominante Cabernet Sauvignon. Non è una novità la nostra diffidenza verso i finish in vino rosso, oltretutto per i torbati; né d’altro canto è novità la nostra stima per Benromach, dunque via, avanti!

chateau 2017 heroN: ehi cosa abbiamo qua? Sulle prime è contundente e balsamico, funghi, formaggi stagionati (?!). C’è un lato medicinale della torba, tipo colluttorio. Davvero strano, avrete intuito. Poi prende aria e si apre un po’ la frutta rossa (mirtilli), con un impatto vinoso che non lascia indifferenti. Longrow, anyone? Prugne secche e caramelle alla frutta. Scorza di arancia che ci ricorda giusto giusto quel quid minerale che in Benromach non manca mai. E la vaniglia arriva pian pianino…

P: saporito e molto vinoso, quasi pastoso. La vaniglia delle botti ex-bourbon first-fill (circa sei anni prima del passaggio in vino), nascosta al naso, si propone qui con grande convinzione.  E l’impressione è che la magia torba+vino+vaniglia sia riuscita solo a metà. Da dove viene questa leggera off-note di polvere da sparo? Rimane medicinale, con tanta torba minerale. Crostata di mirtilli e prugne cotte.

F: rimane astringente, robustamente torbato e con stecchette di vaniglia e miele.

Dobbiamo chiudere confermando entrambi i nostri pregiudizi iniziali: l’anima di Benromach è evidente, imperturbabile di fronte alle ‘offese’ del vino; e per contro queste offese sono molto nette, e certo potranno soddisfare appieno solamente i veri appassionati dell’abbinamento torbato e barile di vino rosso. Noi non possiamo dirci sconfinferati, ma neppure insoddisfatti, dato che comunque questo ci ha convinto più del finish in Sassicaia: 83/100.

Sottofondo musicale consigliato: The contortionist – Clairvoyant.

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Benromach ‘Triple Distilled’ (2009/2017, OB, 50%)

Fino a quando, Benromach, dovremo tessere le tue lodi? Probabilmente fino a quando continuerai a lavorare in questo modo… Piccola realtà indipendente (la proprietà, per chi si fosse distratto, è in mano allo storico imbottigliatore Gordon & MacPhail), rinnovata con l’esplicito intento di creare whisky old-style, Benromach delizia costantemente il nostro palato con un malto generalmente di grande personalità, con note torbate che suonano su frequenze veramente inusuali nel panorama dell’acquavite di malto – tant’è che spesso ci è capitato di riconoscere punti in comune con Springbank, e voi sapete bene quanto questo per noi sia uno dei migliori complimenti possibili. Oggi, grazie all’intercessione di Steve Rush e di Twitter, presentiamo le tasting notes della versione nuova di pacca: Triple Distilled, un whiskettino di otto anni appunto a tripla distillazione, alla moda degli irlandesi.

benromach-triple-distilledN: 50 gradi e non sentirli, molto pulito e fruttato, cerealoso e tanta pera. Fresco, campo di fiori e zenzero a pacchi. Mandorle, sia l’olio che il marzapane. Bella vaniglia e crema pasticcera con generosa aggiunta di scorza di limone. E poi escono alla grande le “soft and subtle mineral notes”, come da nostro immortale tweet (e il concetto di immortalità su Twitter è pari a cinque secondi). Note di lavanderia e un lieve sentore di affumicato, così Benromach, così vecchio stile.

P: ricco ricco ricco. Ma anche molto sottile. Torta paradiso e torta alla crema eppure ben bilanciato da un lato più fresco e innocente. E quindi ancora zenzero, cereali del mattino nel latte, pere croccanti. Torna quel lato minerale accattivante e siamo in pace col mondo. Torba gentile, alla Kilkerran diremmo. Semplice e complesso allo stesso tempo.

F: resiste un leggero fumo di torba, con burro fresco e crema. Nice!

Ma quanto lavora bene Benromach! I paragoni che ci vengono in mente sono tutti di livello, ci ricorda certi Clynelish, ma con meno cera, certi Kilkerran anche senza marinità, perfino certi Springbank… Insomma, con questo Triple Distilled abbiamo conferma che Benromach è una delle nostre distillerie da top 5. Quest’imbottigliamento, infatti, è probabilmente un poco più semplice di altri membri del core range, con una quota dell’oleosità tipica di altri Benromach sacrificata all’altare della tripla distillazione; ma di certo è comunque abbastanza complesso, ed è godurioso, molto godurioso: 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Liberato – Gaiola portafortuna.

Benromach lancia ‘Triple Distilled’

Da quest’anno cercheremo di ampliare un poco i contenuti del sito, compatibilmente con la nostra pigrizia, con l’obiettivo di dare maggiore spazio alle news, soprattutto su eventi e nuovi imbottigliamenti (per ora generalmente affidate solo a sporadici interventi sulla nostra pagina Facebook), ma anche ad incursioni in mondi alcolici diversi, a interviste ed editoriali d’opinione – purtroppo, generalmente, la nostra.

Non è certo una novità, per chi ci legge, il fatto che Benromach sia una delle nostre distillerie preferite per il suo carattere indipendente e controcorrente: acquistata da Gordon&MacPhail nel 1993, rivoltata in cinque anni e inaugurata nuovamente da quella faccia intelligente del principe Carlo nel 1998, Benromach è stata rimessa in moto con l’esplicito obiettivo di proporre whisky ispirati ai malti dello Speyside di prima degli anni ’60.  Il 10 e il 15 anni, ad esempio, sono effettivamente dei whisky eccellenti, molto diversi dall’immagine dello Speysider rotondo che generalmente si ha.

Oggi annunciamo il lancio di un nuovo imbottigliamento, il Triple Distilled: si tratta di un vintage del 2009 composto da whisky – appunto – a tripla distillazione maturato esclusivamente in botti ex-bourbon a primo riempimento, e arriva in bottiglia alla gradazione di 50%. Riportiamo le dichiarazioni del distillery mangager Keith Cruickshanck: “this new whisky is distilled in a wash still once and twice in a spirit still, before it is matured in first fill bourbon barrels, resulting in its light, fruity character with a fantastic delicate smokiness. The Benromach Triple Distilled is an exceptional addition to our Benromach family and we think that whisky lovers and Benromach fans will be eager to experience it for themselves […] We handcraft all our whiskies, giving us flexibility to experiment with different distilling and maturation techniques and our new Benromach Triple Distilled is testament to this”. Ci sarà quella torba ‘sporca’ che tanto ci seduce nei Benromach, o la tripla distillazione si porterà via tutto? Una possibile pietra di paragone potrebbe essere Hazelburn, versione triple distilled di Springbank, ma quello è un marchio stabile, questo solo un progetto: chissà.

Ovviamente siamo molto curiosi di assaggiare quest’imbottigliamento, perché sì, certo, i comunicati stampa vanno bene – ma solo il bicchiere conta. E quindi, ehm, chi è che ce ne manda una bottiglia “a scopo recensivo” (cit.)?

The “Artigiano in Fiera” files: Glen Elgin, Glenrothes, Arran

schermata-2016-12-13-alle-11-37-31La settimana scorsa uno di noi ha passato le sue giornate all’Artigiano in Fiera, lavorando per il Milano Whisky Festival: tra un’acciuga e una cornamusa, tra una fetta di pata negra e una chiacchiera, l’occasione è stata ghiotta per assaggiare qualche whisky qui e là. Niente recensioni vere e proprie, solo qualche ‘sentenza’ degna dei peggiori “Piove whisky”; e grazie ad Andrea e Giuseppe, ovviamente!

93796093_glenelginmwfbmGlen Elgin 2003 (2016, Gordon&MacPhail for MWF, 50%)
Molto fruttato e noccioloso, punge sulle prime ma con un goccio d’acqua si apre quasi fino alla frutta tropicale. Intense note di cereale, caldo (pasticcini, brioscia). Molto molto buono. 87/100

nav1Glenrothes 2006/2016 (Wilson&Morgan, 48%)
Una lieve nota sulfurea accoglie sia al naso che al palato; il carattere nocciolato del whisky di Glenrothes è ben presente, ma il grado alto rende il tutto molto più persuasivo rispetto agli OB: fidatevi degli indie! 86/100

23903100_arranmwfArran 6yo (2008/2014, OB for MWF, 59,8%)
Che sorpresa, che bontà: avevamo già assaggiato questo single cask in sherry di soli sei anni, che ha già la maturità di un quindicenne – almeno. Si conferma un capolavoro assoluto, impressionante intensità: delizioso e gli diamo un punticino in più rispetto al vecchio assaggio: 89/100

 

Sottofondo musicale consigliato: Liv – Wings of Love.

Port Ellen 1971 (1990, Gordon&MacPhail for Meregalli, 40%)

Due settimane fa abbiamo avuto il piacere di organizzare la quarta edizione del Tasting Facile: volevamo scrivere un post apposta (…), ma siccome il rischio è l’autocelebrazione scomposta, gratuita e immotivata, rimandiamo alle impressioni dei tanti amici venuti all’Harp Pub lasciate sul forum singlemaltwhisky.it (comunque, lasciatecelo dire: in quattro anni abbiamo aperto bottiglie mica male, eh?, a costo di peccare di hybris vi sfidiamo a trovare degustazioni di pari valore agli stessi prezzi…). Siccome lunedì scorso abbiamo compiuto 5 anni come blog, pensiamo sia giusto celebrarlo con una delle bottiglie che abbiamo aperto al TF2016: trattasi di un Port Ellen del 1971, imbottigliato nel 1990 da Gordon&MacPhail per lo storico importatore italiano, il nostro concittadino Meregalli. Questa bottiglia l’abbiamo trovata circa un anno fa, dimenticata su uno scaffale di un bar milanese assieme a tante altre chicche: non abbiamo saputo resistere all’acquisto, e la tentazione di aprirla era troppo forte, anche di fronte al valore collezionistico della boccia stessa… Quindi quale occasione migliore del Tasting Facile?

img_4737_3N: delicato ma intensissimo anche a 40 gradi e dopo 26 in anni in bottiglia. Come ci aspettavamo è molto complesso: la frutta ad esempio è imponente e variegata (mele gialle, pesche mature, cocco e persino una punta di frutta tropicale sfumata), non mancano gli agrumi (succo d’arancia dolce) e nemmeno un lato più propriamente zuccherino (vaniglia). C’è poi una bella patina di torba minerale e di iodio con un velo di fumo acre e di inchiostro, ma quella setosità vegetale tipica di molti Port Ellen ultrainvecchiati viene qui un po’ sottaciuta in favore di uno spirito più gagliardamente fruttato e profumato, come si diceva sopra. La sensazione è che ci sia qui un bell’apporto delle botti; il malto in realtà è ben presente- delizioso, per inciso- ma ricorda piuttosto un cereale caldo e dolce. Per il resto, sconfina volentieri nel ‘farmy’, in un gioco incantevole di riflessi tra frutta e isola.

P: i 40 gradi sono forse un po’ al limite e qualcosa cede in intensità. La trama però è ancora molto fitta e ben integrata: il lato più sporco, farmy e torboso è sicuramente in primo piano e si conferma pure una bella sensazione marina, di liquirizia salata. Incantevole poi è il sapore ancora una volta caldo del malto, le cui vene zuccherine sembrano un passo avanti a quella frutta che al naso avevamo percepito invece così rigogliosa. Cioè, meno frutta (mela gialla, tropicale misto) e più cereale, ma invertendo l’ordine degli addendi l’orgasmo non cambia, se ci è permesso dire.

F: lungo, ancora un crescendo di torba e cereale elegantemente zuccherino (formaggio dolce? Carruba?), in un’esaltazione sperticata del palato. Inchiostro e fumo di sigaretta.

Un naso super complesso e avvolgente, da 95 punti pieni; rispetto agli imbottigliamenti ufficiali più recenti che abbiamo potuto assaggiare, ha in più quel lato farmy, simile solo ad un altro PE bevuto, e ‘in meno’ un lato vegetale e fruttato, ‘verde’. Il nostro voto finale cede un paio di punti sul palato, che ripropone in una scala più in miniatura il capolavoro del naso e che forse ha perso qualche grado per strada: 93/100 come giudizio dunque, in uno scatto di sobrietà istituzionale. Grazie a tutti gli amici venuti al Tasting Facile, grazie a quanti ci hanno fatto gli auguri, e ovviamente… grazie a GP per la bottiglia!

Sottofondo musicale consigliato: Nick Cave & The Bad Seeds – Brother my cup is empty.

Glenturret 1999 (2014, Gordon&MacPhail, 43%)

Se il nostro amico Davide di Angelshare.it ha deciso di imbottigliare due Glenturret per celebrare la sua stessa persona, beh, vorrà dire che la distilleria non sarà così male, no? La nostra limitata esperienza pare avallare questa sensazione, ma in cerca di conferme assaggiamo un quindicenne multibotte selezionato e imbottigliato da Gordon&MacPhail: si tratta di un vintage 1999, imbottigliato nel 2014 (ce ne sono almeno tre diverse versioni, 2011, 2012 e appunto 2014, come insegna anche whiskybase).

gtug!m1999N: è un naso fresco, agile e fruttato che al contempo, però, si porta dietro una corposa e fragrante personalità. Quest’ultima è infatti impersonificata da un bel misto di frutta cotta (ciascuno di voi avrà avuto un amico immaginario a forma di prugna cotta, no?): mele soprattutto, ma anche pere e prugne. Inoltre, si fa via via sempre più ‘grasso’, con note di burro caldo, ma anche di biscotto (al burro) appena sfornato… In principio dicevamo di una certa freschezza fruttata, che assieme a una nota di arancia molto frizzantina mantiene tutto estremamente easy e gradevole. Anche un velo di legno profumato e di tabacco da pipa. Veramente buono. Dopo un po’, si apre una finestrella minerale…

P: a 43% non pare un mostro di violenza, e il corpo resta un po’ piattino. In compenso, stupisce per delle curiose novità rispetto al naso: quella finestrella minerale diventa un portone, da cui si infilano anche suggestioni lievemente sulfuree, quasi metalliche, e una davvero inconsueta nota di pastiglie alla violetta (ci perseguitano, ultimamente!). Questo profilo schiaccia un po’ la componente di frutta cotta del naso, che rimane solo in disparte; ancora un tocco d’arancia e un po’ di spezie, ad appesantire.

F: un filo di legno tostato con le sue spezie e un grosso, grasso puntello minerale: il tutto appena attorniato da una nota di frutta rossa dolce.

Siamo un po’ perplessi: il naso era molto promettente e certo non lasciava presagire un palato del genere. Come abbiamo scritto, siamo rimasti un po’ spiazzati dalla “pastiglia alla violetta”, che tende a coprire le tante sfumature che finiscono solo per ‘agitarsi’ in disparte rispetto al palco principale (peccato!, perché il lato minerale sembrava spaventosamente buono), minando l’equilibrio generale. Ci rimane un dubbio sul fatto che il nostro sample possa essersi in qualche modo guastato; nel frattempo, il palato ci costringe a non salire oltre il 80/100. Davide, i tuoi erano più buoni!

Sottofondo musicale consigliato: Albertus Radius – Nel ghetto.

Glen Albyn 21 yo (1963/1984, Gordon & MacPhail, 40%)

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1934: mentre Hitler firmava il patto di non aggressione con la Polonia, il mostro di Lochness se la spassava

Come ci insegna l’imperdibile Alfred Barnard, che nel peregrinare per le infernali lande scozzesi è il nostro Virgilio , nel ‘700 Inverness era di gran lunga la principale città produttrice di malto, tanto da essere quasi monopolista: quando a fine Ottocento nella stessa città aprì Glen Albyn, però, questo primato era stato abbondantemente perduto… La cosa ovviamente non ha impedito alla distilleria di prosperare, anche se solo per un secolo: nel 1983 la famosa grande crisi del whisky l’ha costretta a chiudere, e proprio per questo è sempre più raro trovarne imbottigliamenti sul mercato. Per questo, quando all’ultimo Milano Whisky Festival abbiamo intravisto al banchetto di Giorgio D’Ambrosio e Franco Di Lillo la scritta rossa in caratteri gotici GLEN ALBYN, non abbiamo saputo resistere e ne abbiamo portato a casa un sample: si tratta di una selezione di Gordon & MacPhail, 21 anni in botte tra il 1963 e il 1984 (ucciso e messo in vetro un anno dopo la nostra venuta al mondo, per capirci). Ah, un dettaglio simpatico: la distilleria traeva l’acqua da Loch Ness…

Schermata 2016-06-30 alle 20.19.33N: certo non sa né di vaniglia né di frutti rossi hardcore, due descrittori così comuni nelle moderne declinazioni ex-bourbon ed ex-sherry… Tanto per chiarire che il salto generazionale è bello forte. Accoglie senza alcuna aggressività alcolica, e ciononostante col massimo della ricchezza aromatica. Si inizia con una setosità un po’ umida (?) da libro vecchio, da cera d’api, impreziosita da burro fresco, tè verde, biscotti al burro, miele. Fieno. L’impronta di grande naso è data poi però dall’aggiunta di un cestone di frutta matura, con mele, pere dolci; perfino la pesca, a portarci alle soglie del tropicale. Fantastique!

P: dopo tanti anni probabilmente un minimo di ossidazione è intervenuta, e in effetti l’attacco è molto soft, con una leggera sensazione di ‘slegato’… Ma com’è slegato bene! L’esperienza infatti è assai più che gradevole: ci pare affievolita la componente più ‘cerosa’, da whisky d’antan (non che sparisca: perde un po’ di spazio) a vantaggio di una dolcezza a base di cereale: brioche (alla marmellata, o anzi: fagottino alla mela), biscotti; ancora fieno.

F: persistente, rimane bello dolce, tutto su biscotti ai cereali, malto, cioccolato bianco.

Come spesso accade con i whisky del passato, il naso di questo imbottigliamento meriterebbe valutazioni stellari, con la capacità evocativa che hanno quelle note maltose, di fieno, di vecchia carta umida, di cera… Peccato che il palato, leggermente ‘scarico’ a nostro parere, porti un po’ giù l’asticella: ma ciò non toglie che l’esperienza complessiva sia fantastica, e il nostro freddo, pur alto 88/100 non rende giustizia allo splendore.

Sottofondo musicale consigliato: Amy Winehouse – Tears Dry On Their Own.

Highland Park 8 yo (2014, Gordon & MacPhail, 43%)

È da qualche anno che Gordon & MacPhail (uno dei maggiori imbottigliatori indipendenti scozzesi) mantiene alcuni imbottigliamenti ‘fissi’, stabili, rilasciati a cadenza annuale, nella serie The MacPhail’s Collection. A Roma ne abbiamo portati via alcuni, e oggi affrontiamo una versione relativamente giovane di una delle nostre distillerie del cuore, Highland Park. Il colore, paglierino, è un bel colore.

Schermata 2016-05-05 alle 20.03.47N: un po’ pungente, sulle prime, l’alcol. Un whisky che vive di contrasti, come ci ha abituato la distilleria nelle sue espressioni più pure: unisce un lato salmastro (aria di mare nitida, salamoia) e torbato (nel senso di minerale, non di affumicato: ricorda proprio la terra umida, dopo la pioggia) ad un lato fruttatino e vanigliato che rimanda al marzapane e alla pera. Il tutto è scavato in una dimensione ‘erbacea’ (proprio erbe, foglie fresche) e di esibita gioventù che va dai lieviti, dall’aroma di mash tun, di cereale in infusione, ad un lato agrumato e limonoso molto seducente nella sua austerità.

P: ha un andamento curioso: attacca austero e abbastanza timido, riproponendo note di cereale acerbo e minerali – manca però all’appello quella splendida marinità del naso: e mentre uno si attarda a ricercarla, ecco che esplode inaspettata una dolcezza ‘grassa’, ancora sul marzapane, sui corn flakes, sui biscotti al burro (shortbread), magari quelli con lo zucchero sopra… Anche qualcosa di agrumato, probabilmente arancia (candita?).

F: bello lungo, grasso e torbato, con un fil di fumo e tanto bel cereale mineralizzato (eh?).

Un malto davvero godibile, come spesso capita quando si analizzano espressioni di Highland Park: il fascino della distilleria sta – tradizionalmente – nella splendida armonia che coinvolge anime assai distanti, dalla torba alla dolcezza, dal cereale alla marinità. Non ce n’è, a noi questo whisky piace molto: non vuole essere ruffiano, esibisce la sua giovane età come una collegiale consapevole e vive di una paradossale “semplice complessità”. Su whiskybase il prezzo è segnato attorno ai 40€, dunque più o meno quanto il 12 anni ufficiale: a parità di danaro, questo imbottigliamento ci pare una scelta molto più accattivante, e infatti il voto sarà proporzionato: 86/100.

Sottofondo musicale consigliato: Cullen Omori – Cinnamon.

Dallas Dhu 34 yo (1980/2014, Gordon & Macphail, 43%)

Oltre al già leggendario Glen Grant 52 anni, il postino ci ha portato altri tre sample dalle cantine di Gordon & MacPhail: uno che fin da subito ci ha particolarmente attirato è stato questo Dallas Dhu di 34 anni, e ci ha attirato perché ancora risuona nella nostra memoria la voce di Andrea Giannone, una delle menti del Milano Whisky Festival, che ci magnificava le doti di una distilleria chiusa come altre più celebri ma, rispetto a quelle, decisamente sottovalutata. Pochi sono i Dallas Dhu in cui ci si imbatte, e per questo gioiamo davvero: un single cask ex-refill sherry (ma il colore è paglierino chiaro chiaro!) di 34 anni, messo in bottiglia a 43%.

ddug!m1980v1N: apertissimo e molto intenso, con alcol inesistente. Se già il colore risultava inatesso, al naso forse nessuno indovinerebbe la botte in sherry e tanto meno l’invecchiamento monstre: si presenta infatti ancora molto ‘fresco’, con poderose note di malto in distilleria (mashtun ma anche warehouse) e anche richiami molto erbacei, come foglie fresche e menta. A questa maltosità si legano anche suggestioni minerali e vagamente cerose. Poi però non si può tralasciare una gran quantità di frutta bella profumata. Pesche sciroppate, mele, albicocche e banane secche. Miele e cioccolato bianco, a rendere il tutto ancora più goloso. Infine aromi di legno impregnato.

P: ancora molto pieno e sull’attacco splendidamente minerale, ceroso e mentolato. Poi, mentre il malto non arretra di un millimetro, si fanno avanti anche note zuccherine di mela, zucchero bianco, pane dolce al latte. Si mantiene comunque su una dolcezza molto trattenuta e gradevole, costantemente venata di suggestioni erbacee e vagamente legnose e speziate (pepe bianco).

F: si richiude elegantemente su mele, malto, menta e foglie fresche. Molto minerale.

Saremo stringati. I pregi: un’intensità veramente straordinaria a questa gradazione e un naso davvero particolare e raffinato. I difetti: non ne ha per davvero, forse un limite è che al palato a ogni sorso si fa sempre più vegetale e mentolato, perdendo forse quell’equilibrio d’aromi della parte olfattiva. In totale, un gran bel whisky da 89/100 a un prezzo per portafogli all’ingrasso ma che, visto il mercato, pare quasi economico (300 euro).

Sottofondo musicale consigliato: Paolo Frescura – Non serve a niente

 

Benromach Organic 2008 (2014, OB, 46%)

Qualche anno fa avevamo assaggiato la prima versione dell’Organic, ovvero l’imbottigliamento “bio” di Benromach: questo whisky, prodotto con orzo che rispetta gli standard rigorosi certificati dalla UK Soil Association, viene maturato in botti di quercia americana vergine (anche in questo caso, si tratta di legno che proviene da foreste naturali e dunque non è intaccato da pesticidi). La prima versione, pionieristica, era stata rilasciata nel 2006: due anni dopo hanno ripetuto l’esperimento, giunto a compimento solo qualche mese fa. Non ci aveva fatto impazzire, soprattutto se confrontato con l’eccellente 10 anni (che resta uno dei nostri malti preferiti in assoluto): vediamo se nel tempo le cose sono cambiate…

brmob.2008N: volendo iniziare con una metafora un po’ viscida, pare una giovane preadolescente che si trucca pesantemente, per sentirsi donna: qui in effetti i soli 7 anni sono mascherati da un “apporto di botte” davvero massiccio. Detto così, parrebbe un profilo discutibile: e invece rimane sempre un passo al di qua dell’eccessivo: tanta frutta matura, cotta (mele e prugne) ma anche fresca e tropicale (ananas, arancia). La virgin oak produce certamente bordate mandorlate (pasta di mandorla intensa) e vanigliose, appena smussate da sentori di legno e spezie (pepe nero; cannella). Scorza d’arancia caramellata; un naso comunque cangiante, con, qui e là, qualche nota brinosa-torbata.

P: corpo non esaltante, compatto ma non sfavillante. Perde molto in frutta (un che di mela gialla e un velo d’arancia) e invece la botte si prende tutto: tanto ‘sapore di legno’ (legno lucido, segatura: sì, al palato, beh?, in tempi di crisi si mangia quel che c’è). Tanta mou, tanta mandorla: qui, rispetto al naso, un mezzo passetto oltre l’eccesso. Tuorlo d’uovo (proprio zabaione al marsala, anzi); anche un bel po’ di burro fresco. Poi, verso il finale, una sorpresa torbatina che…

F: …prosegue in un finale comunque secco, dominato ancora da sfumature di legno e burro.

È indubbiamente un buon whisky, ha sapori molto particolari e soprattutto squaderna una discreta complessità in tutte le fasi. Non è però, almeno per noi, un whisky da bere a litrate, perché è impegnativo, nella sua varia dolcezza: ci chiediamo poi, data l’evidenza dell’apporto del legno, dove stia il valore aggiunto di un malto biologico se poi questo viene coperto dalla virgin oak… Legno che comunque, soprattutto al naso, non è arma di distruzione ma strumento utile e piacevole: ne consigliamo caldamente un assaggio al prossimo Milano Whisky Festival, dato che, come gli altri Benromach ma in modo diverso, è portatore di uno stile in questo momento unico nel panorama scozzese. Il nostro voto alla fine sarà di 80/100, ma come al solito se ci date retta a sbagliare siete voi.

Sottofondo musicale consigliato: Interkosmos – Floatboat.