Lampi di torba

al vecchio Principe Carlo la torba piace un sacco

Che bellezza bere whisky! Si può decidere di bere solo malti torbati, eppure avere nel bicchiere decine di sfumature diverse. Ci sono stili di torbatura solo accennata, dove solo nel finale rimane un che di terroso in bocca, ce ne sono altri dove si viene investiti fin dalla prima snasata da un’intera foresta in fiamme. C’è chi sente il catrame, chi all’opposto una sensazione appena accenata di vegetazione macerata. E anche questa è la grandezza del whisky: essere una e centomila cose differenti. Oggi esploriamo tre tipologie differenti di whisky torbato, passando velocemente di fiore in fiore.

Benromach Wood Finish ‘Hermitage’ (2005/2015, OB, 45%)

benromach-2005-bottled-2015-hermitage-wood-finish-whiskyFin dal naso appare un po’ alcolico. Svela le note torbate, terrose e minerali del distillato di Benromach, che si combinano in un modo un po’ spigoloso e tagliente con la vinosità del barile. Note di inchiostro, di prugne nere secche; il tutto condito da una venatura sulfurea, di stoppino, dura a morire. Intenso ma non particolarmente espressivo, se vogliamo – si salva per le solite suadenti note grasse di Benromach. 82/100.

‘Nice ’N’ Peaty’ 10 yo (2006, Hepburn’s Choice, 46%)

Una distilleria delle Highlands, molto timida evidentemente, che fa whisky torbato nice-n-peaty-10-year-old-2006-hepburns-choice-langside-whiskyinvecchiato 10 anni in barile ex-vino rosso. Ha note ‘formaggiose’ (siamo specifici: fontina) davvero sorprendenti e piacevoli. Si diceva della torba, che in realtà è abbastanza delicata e decisamente continentale (no marinità). L’apporto vinoso (alla cieca diremmo: Porto) è decisamente fruttato, verso la frutta rossa, per nulla astringente, a differenza del Benromach di cui sopra. Una fettina di fontina con marmellata di fragola? Più godibile dell’altro, ma decisamente meno strutturato: 82/100.

Caol Ila 13 yo (2018, Gordon & MacPhail, 43%)

188840-bigVabbè, un Caol Ila, cosa volete che sia? Eppure, c’è sempre un po’ di magia in questo carattere, tutto giocato splendidamente in un equilibrio delicato tra fumo e lime, tra mare e vaniglia, tra limone e borotalco… Liquirizia, anche un filo d’inchiostro e un velo di zucchero a velo. Sembra facile trovare un equilibrio: eppure non lo è, e con la distilleria di Port Askaig si vola via. 84/100.

Sottofondo musicale consigliato: Charles Mingus – Moanin’

Mosstowie 17 yo (anni ’80, Sestante, 66%)

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Ciao, sono il Lomond Still di Scapa!

Miltonduff è da sempre una delle distillerie che produce il malto-base per un marchio tra i più conosciuti al mondo, Ballantine’s. Negli anni ’60 le magnifiche sorti e progressive dell’industria del whisky facevano illudere gli imprenditori che ogni investimento, ogni ampliamento di produzione, ogni raddoppiamento d’alambicco sarebbe stato ampiamente ripagato da un mercato in solida e inscalfibile espansione. Anche gli amici di Hiram Walker, all’epoca proprietari di Ballantine’s, la pensavano così: e dunque decisero nel 1961 di piazzare qualche alambicco Lomond a Miltonduff, per avere più ciccia da buttare nel blend – prassi comune, se pensiamo che HW piazzò alambicchi simili anche a Scapa, Inverleven e Glenburgie. Ma cos’è un Lomond Still? Innanzitutto prende il nome proprio dalla versione costruita a Inverleven, il cui single malt prodotto era appunto chiamato Lomond – si tratta, sostanzialmente, di un ibrido tra un pot still ‘normale’ ed un coffey still (alambicco a colonna), con una serie di piatti inseriti nel collo dell’alambicco che permettono al distillatore di regolare il reflusso, e dunque il carattere finale del distillato; al contempo, è regolabile anche l’inclinazione del lyne arm, il ‘becco’ dell’alambicco, anche qui con ovvie conseguenze su quel che poi ti trovi nel bicchiere. Volete un esempio conosciuto di Lomond Still, anzi, a ben vedere, il suo primo esemplare? Ugly Betty, l’alambicco in cui si fa il Botanist Gin a Bruichladdich. Mosstowie, invece, è il nome del single malt prodotto dal Lomond still di Miltonduff, prodotto solo tra il 1964 e il 1981: negli anni Ottanta l’italianissimo imbottigliatore Sestante mise le mani su diverse barili di Mosstowie e ne fece diverse release, per la gioia anche nostra che adesso ci assaggiamo un 17 anni a 66%.

mosstowie-17-yo-75-cl-66-old-sestante_IM312053N: ci incuriosiva molto la gradazione monstre, di cui però non troviamo traccia. Probabile che la bottiglia abbia perso qualcosa, anche se ci sembra un whisky perfettamente integro, pieno, magari appena appena pungente. Succoso, tagliente, ma nonostante questo trattenuto, e impreziosito da una nota leggermente sulfurea davvero sui generis. Fin qui, le parole: se vogliamo parlare di oggetti, diciamo che si sente una grande arancia, poi frutta rossa intensa e succosa (uvetta e fragole), un filo di carruba, una nota di tamarindo.

P: anche qui i 66% se ne sono andati da un pezzo, forse da decenni addirittura: è però successa una cosa che forse ci capita per la prima volta… Rispetto alle recensioni non proprio entusiastiche che si trovano qui, oppure qui, tutte concentrate sulla dubbia piacevolezza del palato, probabilmente qui la riduzione alcolica naturale, portata dall’ossidazione, ha ingentilito e smussato, formando un profilo sherried niente male. Non a caso Serge consigliava di diluire la violenza alcolica… E comunque: frutta rossa, di nuovo, uvetta, miele (di quelli un po’ amari) e caramello, ancora carruba e tamarindo. In Valdaosta esistono biscotti di farina di noci coi frutti rossi, che i più accorti non esiterebbero a paragonare a questo Mosstowie. Il tutto, percorso da una nota sulfurea e un po’ ferrosa.

F: aumenta questa dimensione sulfurea, che – possiamo solo ipotizzare – a 66% poteva risultare sgradevole, e qui si limita ad essere un’ulteriore nota di colore in una tavolozza ben assortita.

Questo whisky ha una fama controversa, prende basse valutazioni sia su whiskybase che su whiskyfun – a noi sembra invece molto piacevole, anche se certamente un po’ ‘strano’ e inusuale, probabilmente avvantaggiato da una gradazione forse calata con il tempo. Rimaniamo col dubbio, ma nel dubbio non possiamo che assegnare un convinto 86/100.

Sottofondo musicale consigliato: Yussef Kamaal – Strings of Light.

Lost in Caol Ila: una sessione di quattro

Ogni giorno, quando apriamo il mobile dei sample per cercare ispirazione, ce n’è un mucchietto che ci guarda sconsolato, triste, gemendo e chiedendo pietà. Noi lo abbiamo sempre ignorato, perché – lo sapete anche voi – questi sample sono dei viziati, frignano frignano continuamente e compito di un buon blogger, nelle sue funzioni di educatore, è di non assecondarne troppo i capricci. Oggi però, sentito il composto silenzio che giungeva dalle retrovie, abbiamo deciso di essere magnanimi e optare per un premio: abbiamo tirato fuori un gruppo di quattro Caol Ila, tra i 5 e i 13 anni, di quattro imbottigliatori indipendenti diversi, e ce li beviamo, adesso, davanti a voi, senza vergogna. Come di consueto in questi casi, si va di impressioni, di sentenze, lasciamo in bozza le noiose recensioni lunghe.

Caol Ila 5 yo (2008/2014, Hepburn’s Choice, 46%)

Un concentrato di mare e di torba, sbattuto in faccia per quel che è: un concentrato di mare e di torba. Evidente la nuda gioventù, con lieviti ed agrumi, e note erbacee e di alga. In bocca è salatissimo! Per i duri e puri: 85/100.

Caol Ila 10 yo (1995, Douglas Laing’s Provenance, 46%)

Al naso si presenta molto trattenuto, timido, e al tempo stesso morbido e invitante, con crema pasticciera e una leggera marinità. Al palato perde la dolcezza, rimane solo un erbaceo zuccherino, un po’ slegato e amaricante. 75/100.

Caol Ila 11 yo (1996/2008, Hart Brothers, 46%)

Ancora leggermente diverso: la torba è più inorganica, da tubo di scappamento, e al palato diventa anche più dolce grazie a un maggiore apporto del barile (crema, vaniglia). Oleoso. Formaggio. Poca marinità, poco agrume – anche se in crescita costante. 86/100.

Caol Ila 13 yo (1990/2003, Gordon & MacPhail, 58,2%)

Il Caol Ila più completo del lotto. Pieno e saporito, di certo qui la gradazione aiuta; ottimo equilibrio tra marinità, torba forte e contributo della botte – cremoso, oleoso (proprio olio d’oliva), con vaniglia, clorofilla, forse una banana giovane, non verde, non troppo matura. Banana, insomma, dai. 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: Quentin40 – Giovane1.

L’alchimia del whisky incontra Gordon & MacPhail

Ennesima puntata di L’alchimia del whisky, il percorso di degustazioni di whisky in abbinamento a drink (a base degli stessi whisky, che vi credete?!) intrapreso ormai tre anni fa dal 1930, cocktail bar e speakeasy all’avanguardia nel mondo della miscelazione milanese e non solo. Ormai non è più una novità per chi ci legge, ne abbiamo parlato in diverse occasioni (ad esempio qui, qui, oppure ancora qui – e l’intervista fondativa a Marco Russo e Marco Maltagliati si legge qui): sapete dunque che il percorso prevede per quest’anno un passo ulteriore nella direzione delle mille sfumature dello scotch whisky, e protagonisti degli eventi dell’anno sono gli imbottigliatori indipendenti.

Dopo un incontro con una leggenda come Giorgio D’Ambrosio e col Milano Whisky Festival, è stata la volta dei rampanti Valinch & Mallet: sabato 10 marzo tocca a un mostro sacro come Gordon & MacPhail, colosso dell’imbottigliamento indipendente, attivo da oltre un secolo e importato in Italia dall’azienda Meregalli, di Monza. Il focus sarà sull’importanza del legno (cask is king, direbbe qualcuno) e sul lavoro di selezione che G&M fa proprio sotto questo rispetto: a presentare le selezioni, tra cui spiccano un Linkwood di 15 anni, un Bunnahabhain del 2009 (favoloso!) ed una “piccola” sorpresa alla fine, saranno il solito inarrestabile Marco Maltagliati coadiuvato da un amico, di rare competenza e passione, come Roberto D’Alessandro. Dietro al bancone Marco Russo e il suo team, per un sabato pomeriggio davvero imperdibile per tutti gli amanti del whisky, della sua storia, dei suoi segreti e dei suoi misteri che si rinnovano ad ogni distillazione.

Benromach ‘Chateau Cissac’ 2009 (2017, OB, 45%)

Compare del Triple Distilled nel mondo delle nuove uscite di Benromach è il terzo esemplare della serie “Wood Finish”: dopo un finish in Sassicaia (che abbiamo recensito qui) ed uno in Hermitage, ecco tornare in pista per 25 mesi d’affinamento il barile di Chateau Cissac – stimato e celebrato vino rosso francese, della zona di Bordeaux, a dominante Cabernet Sauvignon. Non è una novità la nostra diffidenza verso i finish in vino rosso, oltretutto per i torbati; né d’altro canto è novità la nostra stima per Benromach, dunque via, avanti!

chateau 2017 heroN: ehi cosa abbiamo qua? Sulle prime è contundente e balsamico, funghi, formaggi stagionati (?!). C’è un lato medicinale della torba, tipo colluttorio. Davvero strano, avrete intuito. Poi prende aria e si apre un po’ la frutta rossa (mirtilli), con un impatto vinoso che non lascia indifferenti. Longrow, anyone? Prugne secche e caramelle alla frutta. Scorza di arancia che ci ricorda giusto giusto quel quid minerale che in Benromach non manca mai. E la vaniglia arriva pian pianino…

P: saporito e molto vinoso, quasi pastoso. La vaniglia delle botti ex-bourbon first-fill (circa sei anni prima del passaggio in vino), nascosta al naso, si propone qui con grande convinzione.  E l’impressione è che la magia torba+vino+vaniglia sia riuscita solo a metà. Da dove viene questa leggera off-note di polvere da sparo? Rimane medicinale, con tanta torba minerale. Crostata di mirtilli e prugne cotte.

F: rimane astringente, robustamente torbato e con stecchette di vaniglia e miele.

Dobbiamo chiudere confermando entrambi i nostri pregiudizi iniziali: l’anima di Benromach è evidente, imperturbabile di fronte alle ‘offese’ del vino; e per contro queste offese sono molto nette, e certo potranno soddisfare appieno solamente i veri appassionati dell’abbinamento torbato e barile di vino rosso. Noi non possiamo dirci sconfinferati, ma neppure insoddisfatti, dato che comunque questo ci ha convinto più del finish in Sassicaia: 83/100.

Sottofondo musicale consigliato: The contortionist – Clairvoyant.

Benromach ‘Triple Distilled’ (2009/2017, OB, 50%)

Fino a quando, Benromach, dovremo tessere le tue lodi? Probabilmente fino a quando continuerai a lavorare in questo modo… Piccola realtà indipendente (la proprietà, per chi si fosse distratto, è in mano allo storico imbottigliatore Gordon & MacPhail), rinnovata con l’esplicito intento di creare whisky old-style, Benromach delizia costantemente il nostro palato con un malto generalmente di grande personalità, con note torbate che suonano su frequenze veramente inusuali nel panorama dell’acquavite di malto – tant’è che spesso ci è capitato di riconoscere punti in comune con Springbank, e voi sapete bene quanto questo per noi sia uno dei migliori complimenti possibili. Oggi, grazie all’intercessione di Steve Rush e di Twitter, presentiamo le tasting notes della versione nuova di pacca: Triple Distilled, un whiskettino di otto anni appunto a tripla distillazione, alla moda degli irlandesi.

benromach-triple-distilledN: 50 gradi e non sentirli, molto pulito e fruttato, cerealoso e tanta pera. Fresco, campo di fiori e zenzero a pacchi. Mandorle, sia l’olio che il marzapane. Bella vaniglia e crema pasticcera con generosa aggiunta di scorza di limone. E poi escono alla grande le “soft and subtle mineral notes”, come da nostro immortale tweet (e il concetto di immortalità su Twitter è pari a cinque secondi). Note di lavanderia e un lieve sentore di affumicato, così Benromach, così vecchio stile.

P: ricco ricco ricco. Ma anche molto sottile. Torta paradiso e torta alla crema eppure ben bilanciato da un lato più fresco e innocente. E quindi ancora zenzero, cereali del mattino nel latte, pere croccanti. Torna quel lato minerale accattivante e siamo in pace col mondo. Torba gentile, alla Kilkerran diremmo. Semplice e complesso allo stesso tempo.

F: resiste un leggero fumo di torba, con burro fresco e crema. Nice!

Ma quanto lavora bene Benromach! I paragoni che ci vengono in mente sono tutti di livello, ci ricorda certi Clynelish, ma con meno cera, certi Kilkerran anche senza marinità, perfino certi Springbank… Insomma, con questo Triple Distilled abbiamo conferma che Benromach è una delle nostre distillerie da top 5. Quest’imbottigliamento, infatti, è probabilmente un poco più semplice di altri membri del core range, con una quota dell’oleosità tipica di altri Benromach sacrificata all’altare della tripla distillazione; ma di certo è comunque abbastanza complesso, ed è godurioso, molto godurioso: 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Liberato – Gaiola portafortuna.

Benromach lancia ‘Triple Distilled’

Da quest’anno cercheremo di ampliare un poco i contenuti del sito, compatibilmente con la nostra pigrizia, con l’obiettivo di dare maggiore spazio alle news, soprattutto su eventi e nuovi imbottigliamenti (per ora generalmente affidate solo a sporadici interventi sulla nostra pagina Facebook), ma anche ad incursioni in mondi alcolici diversi, a interviste ed editoriali d’opinione – purtroppo, generalmente, la nostra.

Non è certo una novità, per chi ci legge, il fatto che Benromach sia una delle nostre distillerie preferite per il suo carattere indipendente e controcorrente: acquistata da Gordon&MacPhail nel 1993, rivoltata in cinque anni e inaugurata nuovamente da quella faccia intelligente del principe Carlo nel 1998, Benromach è stata rimessa in moto con l’esplicito obiettivo di proporre whisky ispirati ai malti dello Speyside di prima degli anni ’60.  Il 10 e il 15 anni, ad esempio, sono effettivamente dei whisky eccellenti, molto diversi dall’immagine dello Speysider rotondo che generalmente si ha.

Oggi annunciamo il lancio di un nuovo imbottigliamento, il Triple Distilled: si tratta di un vintage del 2009 composto da whisky – appunto – a tripla distillazione maturato esclusivamente in botti ex-bourbon a primo riempimento, e arriva in bottiglia alla gradazione di 50%. Riportiamo le dichiarazioni del distillery mangager Keith Cruickshanck: “this new whisky is distilled in a wash still once and twice in a spirit still, before it is matured in first fill bourbon barrels, resulting in its light, fruity character with a fantastic delicate smokiness. The Benromach Triple Distilled is an exceptional addition to our Benromach family and we think that whisky lovers and Benromach fans will be eager to experience it for themselves […] We handcraft all our whiskies, giving us flexibility to experiment with different distilling and maturation techniques and our new Benromach Triple Distilled is testament to this”. Ci sarà quella torba ‘sporca’ che tanto ci seduce nei Benromach, o la tripla distillazione si porterà via tutto? Una possibile pietra di paragone potrebbe essere Hazelburn, versione triple distilled di Springbank, ma quello è un marchio stabile, questo solo un progetto: chissà.

Ovviamente siamo molto curiosi di assaggiare quest’imbottigliamento, perché sì, certo, i comunicati stampa vanno bene – ma solo il bicchiere conta. E quindi, ehm, chi è che ce ne manda una bottiglia “a scopo recensivo” (cit.)?

The “Artigiano in Fiera” files: Glen Elgin, Glenrothes, Arran

schermata-2016-12-13-alle-11-37-31La settimana scorsa uno di noi ha passato le sue giornate all’Artigiano in Fiera, lavorando per il Milano Whisky Festival: tra un’acciuga e una cornamusa, tra una fetta di pata negra e una chiacchiera, l’occasione è stata ghiotta per assaggiare qualche whisky qui e là. Niente recensioni vere e proprie, solo qualche ‘sentenza’ degna dei peggiori “Piove whisky”; e grazie ad Andrea e Giuseppe, ovviamente!

93796093_glenelginmwfbmGlen Elgin 2003 (2016, Gordon&MacPhail for MWF, 50%)
Molto fruttato e noccioloso, punge sulle prime ma con un goccio d’acqua si apre quasi fino alla frutta tropicale. Intense note di cereale, caldo (pasticcini, brioscia). Molto molto buono. 87/100

nav1Glenrothes 2006/2016 (Wilson&Morgan, 48%)
Una lieve nota sulfurea accoglie sia al naso che al palato; il carattere nocciolato del whisky di Glenrothes è ben presente, ma il grado alto rende il tutto molto più persuasivo rispetto agli OB: fidatevi degli indie! 86/100

23903100_arranmwfArran 6yo (2008/2014, OB for MWF, 59,8%)
Che sorpresa, che bontà: avevamo già assaggiato questo single cask in sherry di soli sei anni, che ha già la maturità di un quindicenne – almeno. Si conferma un capolavoro assoluto, impressionante intensità: delizioso e gli diamo un punticino in più rispetto al vecchio assaggio: 89/100

 

Sottofondo musicale consigliato: Liv – Wings of Love.

Port Ellen 1971 (1990, Gordon&MacPhail for Meregalli, 40%)

Due settimane fa abbiamo avuto il piacere di organizzare la quarta edizione del Tasting Facile: volevamo scrivere un post apposta (…), ma siccome il rischio è l’autocelebrazione scomposta, gratuita e immotivata, rimandiamo alle impressioni dei tanti amici venuti all’Harp Pub lasciate sul forum singlemaltwhisky.it (comunque, lasciatecelo dire: in quattro anni abbiamo aperto bottiglie mica male, eh?, a costo di peccare di hybris vi sfidiamo a trovare degustazioni di pari valore agli stessi prezzi…). Siccome lunedì scorso abbiamo compiuto 5 anni come blog, pensiamo sia giusto celebrarlo con una delle bottiglie che abbiamo aperto al TF2016: trattasi di un Port Ellen del 1971, imbottigliato nel 1990 da Gordon&MacPhail per lo storico importatore italiano, il nostro concittadino Meregalli. Questa bottiglia l’abbiamo trovata circa un anno fa, dimenticata su uno scaffale di un bar milanese assieme a tante altre chicche: non abbiamo saputo resistere all’acquisto, e la tentazione di aprirla era troppo forte, anche di fronte al valore collezionistico della boccia stessa… Quindi quale occasione migliore del Tasting Facile?

img_4737_3N: delicato ma intensissimo anche a 40 gradi e dopo 26 in anni in bottiglia. Come ci aspettavamo è molto complesso: la frutta ad esempio è imponente e variegata (mele gialle, pesche mature, cocco e persino una punta di frutta tropicale sfumata), non mancano gli agrumi (succo d’arancia dolce) e nemmeno un lato più propriamente zuccherino (vaniglia). C’è poi una bella patina di torba minerale e di iodio con un velo di fumo acre e di inchiostro, ma quella setosità vegetale tipica di molti Port Ellen ultrainvecchiati viene qui un po’ sottaciuta in favore di uno spirito più gagliardamente fruttato e profumato, come si diceva sopra. La sensazione è che ci sia qui un bell’apporto delle botti; il malto in realtà è ben presente- delizioso, per inciso- ma ricorda piuttosto un cereale caldo e dolce. Per il resto, sconfina volentieri nel ‘farmy’, in un gioco incantevole di riflessi tra frutta e isola.

P: i 40 gradi sono forse un po’ al limite e qualcosa cede in intensità. La trama però è ancora molto fitta e ben integrata: il lato più sporco, farmy e torboso è sicuramente in primo piano e si conferma pure una bella sensazione marina, di liquirizia salata. Incantevole poi è il sapore ancora una volta caldo del malto, le cui vene zuccherine sembrano un passo avanti a quella frutta che al naso avevamo percepito invece così rigogliosa. Cioè, meno frutta (mela gialla, tropicale misto) e più cereale, ma invertendo l’ordine degli addendi l’orgasmo non cambia, se ci è permesso dire.

F: lungo, ancora un crescendo di torba e cereale elegantemente zuccherino (formaggio dolce? Carruba?), in un’esaltazione sperticata del palato. Inchiostro e fumo di sigaretta.

Un naso super complesso e avvolgente, da 95 punti pieni; rispetto agli imbottigliamenti ufficiali più recenti che abbiamo potuto assaggiare, ha in più quel lato farmy, simile solo ad un altro PE bevuto, e ‘in meno’ un lato vegetale e fruttato, ‘verde’. Il nostro voto finale cede un paio di punti sul palato, che ripropone in una scala più in miniatura il capolavoro del naso e che forse ha perso qualche grado per strada: 93/100 come giudizio dunque, in uno scatto di sobrietà istituzionale. Grazie a tutti gli amici venuti al Tasting Facile, grazie a quanti ci hanno fatto gli auguri, e ovviamente… grazie a GP per la bottiglia!

Sottofondo musicale consigliato: Nick Cave & The Bad Seeds – Brother my cup is empty.

Glenturret 1999 (2014, Gordon&MacPhail, 43%)

Se il nostro amico Davide di Angelshare.it ha deciso di imbottigliare due Glenturret per celebrare la sua stessa persona, beh, vorrà dire che la distilleria non sarà così male, no? La nostra limitata esperienza pare avallare questa sensazione, ma in cerca di conferme assaggiamo un quindicenne multibotte selezionato e imbottigliato da Gordon&MacPhail: si tratta di un vintage 1999, imbottigliato nel 2014 (ce ne sono almeno tre diverse versioni, 2011, 2012 e appunto 2014, come insegna anche whiskybase).

gtug!m1999N: è un naso fresco, agile e fruttato che al contempo, però, si porta dietro una corposa e fragrante personalità. Quest’ultima è infatti impersonificata da un bel misto di frutta cotta (ciascuno di voi avrà avuto un amico immaginario a forma di prugna cotta, no?): mele soprattutto, ma anche pere e prugne. Inoltre, si fa via via sempre più ‘grasso’, con note di burro caldo, ma anche di biscotto (al burro) appena sfornato… In principio dicevamo di una certa freschezza fruttata, che assieme a una nota di arancia molto frizzantina mantiene tutto estremamente easy e gradevole. Anche un velo di legno profumato e di tabacco da pipa. Veramente buono. Dopo un po’, si apre una finestrella minerale…

P: a 43% non pare un mostro di violenza, e il corpo resta un po’ piattino. In compenso, stupisce per delle curiose novità rispetto al naso: quella finestrella minerale diventa un portone, da cui si infilano anche suggestioni lievemente sulfuree, quasi metalliche, e una davvero inconsueta nota di pastiglie alla violetta (ci perseguitano, ultimamente!). Questo profilo schiaccia un po’ la componente di frutta cotta del naso, che rimane solo in disparte; ancora un tocco d’arancia e un po’ di spezie, ad appesantire.

F: un filo di legno tostato con le sue spezie e un grosso, grasso puntello minerale: il tutto appena attorniato da una nota di frutta rossa dolce.

Siamo un po’ perplessi: il naso era molto promettente e certo non lasciava presagire un palato del genere. Come abbiamo scritto, siamo rimasti un po’ spiazzati dalla “pastiglia alla violetta”, che tende a coprire le tante sfumature che finiscono solo per ‘agitarsi’ in disparte rispetto al palco principale (peccato!, perché il lato minerale sembrava spaventosamente buono), minando l’equilibrio generale. Ci rimane un dubbio sul fatto che il nostro sample possa essersi in qualche modo guastato; nel frattempo, il palato ci costringe a non salire oltre il 80/100. Davide, i tuoi erano più buoni!

Sottofondo musicale consigliato: Albertus Radius – Nel ghetto.