Brora 1982 (2002, Gordon&MacPhail for Collecting Whisky, 40%)

Ancora fino a qualche anno fa non era infrequente trovare a festival, degustazioni o nei salotti più intelligenti delle bottiglie aperte di Brora, distilleria chiusa oramai 35 anni fa. Mentre il mito di Port Ellen cresceva a dismisura, si vaticinava che presto Brora l’avrebbe seguita nel Pantheon dei malti in via d’estinzione. Bene, quel momento ormai è arrivato: al whisky festival romano di quest’anno è stata ecccezionalmente aperta l’ultima special release di Diageo (Pino ci assicura che era buona “ma non il migliore di sempre”, mannaggia a lui!) e la cosa ha fatto abbastanza scalpore perché almeno in Italia trovare un Brora aperto è divenuta una vera rarità, complici ovviamente quotazioni in moderata crescita alle aste. E tutto questo mentre, ironia della sorte, Diageo ha annunciato i piani per una prossima ventura riapertura della distilleria, che ancora conserva intatti i muri, gli alambicchi e la magica atmosfera. Nel nostro umile armadietto, ancora qualche sample è rimasto di questo nettare di Highlands e ci siamo detti: “e bevitelo un Brora ogni tanto!”, alla moda del Facebook più trito e ritrito. Per farla breve, trattasi di un single cask imbottigliato nel 2002 dai ragazzacci del Milano Whisky Festival sotto l’etichetta di Collecting Whisky, a sua volta sotto l’etichetta del mostro sacro Gordon & MacPhail. Un’ultima cosa: si diceva della penuria di Brora negli ultimi tempi, ma a sorpresa – numero incredibile! Clamoroso! Proprio lui! – saranno proprio gli organizzatori del Milano Whisky Festival ad aprire un Brora, il 15 maggio al Marriott di Milano, durante una degustazione delle special release di Diageo che si preannuncia quantomeno intensa. Costa 50 euro, un pensierino lo faremmo – o meglio l’abbiamo già fatto, e ci saremo.

brog!m1982v1N: oh bella, questo naso non ce lo aspettavamo. Ci folgora da subito un carattere spiccatamente erbaceo, che ci fa venire in mente la foglia di tè: diremmo proprio tè verde, principalmente, e un che di tè nero leggermente tostato, forse perfino con un filo lieve di fumo. In secondo piano, ecco una nota di mare, un po’ sporca, molto evidente (anima iodata, fune di barca); sul versante dei sentori più morbidi, si affaccia ‘solo’ un cereale molto caldo (proprio campo di grano al sole). Aggiungeremmo anche una suggestione di timo. Una purea di mela gialla, a tratti? Forse sì. La gradazione così bassa forse penalizza un po’ lo spettro aromatico?

P: dobbiamo con sgomento rilevare come abbia sicuramente perso un po’, forse la bottiglia da cui abbiamo pescato il sample era rimasta a lungo aperta, non sapremmo – di certo la sensazione è di un whisky un po’ scarico, purtroppo, un po’ sfarinato, di certo molto poco alcolico. Se rimangono vividi i sentori di tè verde e di una qualche marinità, per il resto registriamo solo una stranissima panna cotta e un sentore di caramella alla violetta, con una dolcezza un po’ fasulla.

F: perdura quel che c’era al palato, cioè panna cotta e tè verde. Non proprio il migliore dei mondi possibili.

Peccato, ma questo sample ha sicuramente perso. Inqualificabile, per una volta ci dobbiamo fermare al senza voto. Pubblichiamo ugualmente perché vogliamo menarcela e dirvi che sì, sarà pure stato rovinato ma ci siamo bevuti un Brora! A parte gli scherzi, dobbiamo dire che il naso rimane interessante, anche se non completamente broresco, mentre al palato una gradazione arrivata sicuramente – e abbondantemente – sotto i 40 gradi ha determinato un cambiamento radicale del profilo di questo whisky… Se volete un parere sicuramente più nitido, Serge ci viene eroicamente in soccorso assegnando un 83/100, che è poi più o meno il voto a cui avevamo pensato mettendolo sotto il naso.

Sottofondo musicale consigliato: Lucio BattistiConfusione

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Port Ellen 1979/2000 (Gordon & MacPhail, 60,7%)

Due anni prima che Diageo lanciasse la prima release di Port Ellen, c’era gente che si divertiva a mettere sul mercato dei barili, inconsapevole di quello che si sarebbe scatenato di lì a un paio di lustri… Grazie alla gentilezza di Luca, storico pavese e grande appassionato di whisky, abbiamo oggi il privilegio di assaggiare uno di questi imbottigliamenti: Gordon & MacPhail unisce due botti ex-bourbon (#7244 e #7247) di whisky distillato nel 1979 e li mette in vetro a gradazione piena, cioè 60,7%.

N: pazzesco quanto sia delicato, a più di 60%! Si iscrive nel più nobile stile di Port Ellen, apprezzatissimo: c’è quella stessa delicata tensione tra un profilo ‘vegetale’ e setoso, vagamente balsamico (salvia, rosmarino, aghi di pino) e un’acidità agrumata, limonosa (e come zittire il lime, magari candito?). Suggestione cromatica? È bianco. Vabbè, passiamo oltre: note di banana verde,  descrittore che troviamo tipico nei Port Ellen; l’aria di mare, in costante crescita man mano che resta nel bicchiere; vapore profumato da stireria; e la torba, il fumo, anch’essi in evoluzione (vanno sempre più verso lo smog, un qualcosa di chimico), a prendersi sempre più spazio col tempo. Sul versante delle leccornie, rileviamo i biscotti scozzesi al burro e una placida vaniglia. Mela verde. Veramente ottimo.

P: madonna! Al di là dello stupore di non sentire l’alcol, ripropone il binomio lime / erbe aromatiche, il tutto inscritto in una marinità sapida e acre davvero incredibile, intensissima, devastante. Lime e sale, solo che al posto del tequila c’è il fumo. Mela verde ancora, che insieme ad una timida ma piena vaniglia (ci fa venire in mente il kinder Paradiso). Il lato della torba è molto setoso, di nuovo, con una splendida cenere in evidenza.

F: lunghissimo, persistente, intensissimo: se volessimo ridurre tutto in un’immagine evocativa e francamente indimenticabile: una fettina di lime caduta nel sale, poi caduta nella cenere. Indimenticabile, vero?

90/100. Davvero molto, molto buono: un profilo sharp, tagliente, nudo, fatto di note erbacee e vegetali, di suggestioni agrumate, di una torba morbida e pure assai marina e cenerosa – Port Ellen nella sua versione più pura, più pulita. Se vi punge vaghezza di farvela vostra, questa bottiglia si trova qui e là a circa 900€. Grazie infinite, Luca!

Sottofondo musicale consigliato: Post Malone ft. 21 Savage – rockstar.

Macallan-Glenlivet 25 yo (1950/1975, Gordon&MacPhail, 43%)

Ci stiamo lentamente avvicinando al Milano Whisky Festival: come sempre, accanto ai banchetti degli importatori e distributori, degli imbottigliatori e degli appassionati, c’è uno stand che proprio non si può perdere di vista: quello di Giorgio D’Ambrosio e Franco Dilillo, due tra i maggiori collezionisti al mondo. Per darvi un’idea delle bottiglie che si possono trovare, oggi vi presentiamo uno dei campioni che ci siamo portati a casa l’anno scorso… Un Macallan 25 anni di Gordon & MacPhail, distillato nel 1950 e imbottigliato nel 1975, importato in Italia da Pinerolo. Serve dire altro?

N: chapeau, e dovremmo chiudere qui il naso. Siamo accolti da quella coltre di polverosa umidità che solo nei distillati così attempati sappiamo riscontrare: dunque una straordinaria cera, la cera d’api, un vecchio cassetto di legno… C’è una nota di ‘chiesa’, peculiarissima, davvero setosa. Vecchi mobili in legno: c’è proprio profumo di legno vecchio in cantina, forse perfino con una lieve nota di resina. Se dovessimo attribuirgli un colore, sarebbe un arancione intensissimo: ha note di albicocca disidratata, di una brioche gonfia di marmellata di frutti di bosco, fragole, molta arancia (che col tempo diventa sempre più buccia d’arancia), chips di mele. E perché non fichi secchi? E perché non un miele millefiori?

P: forse ha lasciato qualcosina in intensità a quei quarant’anni di invecchiamento in bottiglia; ripropone comunque in maniera più che persuasiva quel binomio del naso tra note setose e ‘antiche’ e rimandi a una grande frutta matura. Partiamo da quest’ultima dimensione: miele senz’altro, ancora molta arancia (marmellata e scorzetta), mele rosse, confettura di albicocca. D’altra parte, ecco tornare un legno impolverato, quello splendido senso di umidità, di cera. Se dicessimo di sentirci una leggera nota sapida, anzi proprio salata, ci prendereste per matti?

F: un leggero fumino, un che di tostato (o, chissà, proprio di torbato: è un fumino acre…) perdura un senso ancora di legno, malto, miele, frutta gialla, perfino qualcosa di più ‘grasso’, tipo toffee.

Assaggiare certe chicche di un tempo in cui non eravamo neppure nati vuol dire confrontarsi con la leggenda, con il mito, con bottiglie che in asta vanno ben oltre le mille euro… Questo Macallan non fa eccezione, e il naso è un’esperienza assolutamente unica: certo rimane la sensazione che gli oltre quarant’anni in vetro abbiano sottratto un po’ di gradazione e di intensità, soprattutto al palato. A un naso da (molto) oltre 90 punti, dunque, segue un palato meno straordinario, e ci fermeremo per questo a un deferente 89/100.

Sottofondo musicale consigliato: Yes – Starship Troopers.

Glen Mhor 1980 (2011, Gordon & MacPhail, 43%)

Circa un mese fa abbiamo avuto il privilegio di ricevere da Gordon & MacPhail quattro campioni della serie “Rare Vintage” e tra questi abbiamo già assaggiato un Glen Grant 52 yo indimenticabile, oltre a un Dallas Dhu 34 yo e a uno Strathisla 1965 molto interessanti.  Si tratta di imbottigliamenti davvero importanti, impreziositi dalle storiche etichette dei tempi gloriosi, quando G&M aveva licenza esclusiva per alcune distillerie e di fatto faceva uscire single malt altrimenti semplicemente inesistenti sul mercato. Si tratta di un fenomeno nato a partire dagli anni ’30 ma che è poi sopravvissuto come una felice tradizione fino ai giorni nostri, giorni in cui (quasi) tutte le distillerie forgiano core range a volte fin troppo variegati. Questo Glen Mhor, distilleria delle Highlands chiusa nel 1983, ha riposato in refill sherry butts per più di 30 anni.

glen-mhor-1980-gmN: non immaginatevi una botte eccessivamente marcante e aromatica: piuttosto, il legno pare aver sottratto… Sembrano rimasti i tratti più ‘vegetali’ del distillato, sotto forma di fiori (camomilla!, e gambi di fiori recisi) e un malto davvero pulito (non brioscioso o burroso, per intenderci). Poi c’è una grande citricità limonosa, multiforme: dalle foglie fresche alla limonata appena zuccherata. Un mero ricordo di vaniglia e un pizzico di pera e banana. Leggermente minerale. Semplice, ma incredibilmente raffinato…

P: una sorprendente, leggera nota alcolica in ingresso, e poi parte una botta di dolcezza, proprio di zucchero bianco… Si parlava di dolcezza: non è ‘moderna’ e vanigliosa, da whisky caricato con legno, anzi: è una paradossale dolcezza ‘austera’, verosimilmente guidata dal distillato, e di nuovo viene in mente la limonata zuccherata. Poi, sempre sul versante dell’austerità, in aumento una mineralità terrosa, ciottolosa (in fin dei conti proprio torbata, anche se leggermente). Resiste anche il lato erbaceo, leggermente e piacevolmente amaricante.

F: breve e molto pulito, dopo un primo rimasuglio di dolcezza lascia spazio alla mineralità di torba.

Il Glen Mhor di oggi ci ha davvero stupito per le botti a millesimo riempimento, scariche e dagli esiti imprevedibili: la baracca infatti è retta dal distillato, austero e romanticamente lontano dalla modernità vanigliata. A noi questo stile francamente affascina molto, perchè rappresenta l’eleganza che non c’è più e lo premieremo con un 87/100. Costa intorno ai 300 euro, se vi pungesse vaghezza.

Sottofondo musicale consigliato: CreamSunshine of your Love

Strathisla 1965 (2013, Gordon & MacPhail, 43%)

Qualche tempo fa abbiamo avuto il piacere (il privilegio) di assaggiare un Glen Grant di 52 anni imbottigliato da Gordon & MacPhail: oltre a quel whisketto, il pacco comprendeva anche un Dallas Dhu, un Glen Mhor e uno Strathisla di 48 anni… Roba da niente, eh? Abbiamo atteso fin troppo, ora è il momento di tirargli il collo e di metterlo alla prova della degustazione: sarà meglio lui o il più vecchio Glen Grant? Si tratta anche in questo caso di una botte ex-sherry first fill, riempita nell’anno in cui l’Inter vinceva la sua seconda Coppa dei Campioni di fila, tenuta a invecchiare nei vaults di G&M per quasi mezzo secolo e inspiegabilmente finita in casa nostra, se pure in quota minima.

strathisla-1965-2013-gordon-and-macphail-whisky-webN: molto aperto e accogliente, satura le narici con botte aromatiche davvero maestose. Come prevedibile già dal colore, lo sherry domina la scena, restando sia fruttato e succoso, con importanti note di frutta rossa (fragole, ciliegie, perfino ribes, anche in composta), sia profondo, con suggestioni evidenti di tannini, di tabacco da pipa (aromatizzato, con mele), pesche sciroppate, prugne secche, uvetta, miele scuro, fichi secchi, un senso di malto tostato… Oli essenziali d’arancia, ed un velo appena accennato di cola. Ma se fosse solo questo, sarebbe solo complesso: e invece è complessissimo, con una lieve ma costante nota mentolata (anzi: proprio di dopobarba); poi cioccolato, liquirizia, un po’ di spezie.

P: rispetto al naso, la componente di tannini si prende più spazio, con un attacco mentolato e forti sentori vegetali, erbacei, di infuso lasciato lì; di tabacco, di cioccolato, di fonda di caffè. D’altro canto, dopo 48 anni in botte… Il lato fruttato arriva, con un carico di frutta rossa non dolce (ci vengono in mente le bucce…), con una nota sottile, quasi di tropicale ipermaturo. Zuppa inglese. Anche qui una nota tostata, quasi di bruciato, accompagna verso il finale.

F: ancora fumo e bruciato; liquirizia amara, e un ritorno di frutta rossa e ciliegia intensa. Ancora un retropensiero vagamente dopobarboso.

Il naso è fantastico, stupendo, clamoroso, ben sopra i 90 punti: ha una complessità davvero convincente e, soprattutto, ci si pone davanti proteiforme, in continua e indefessa evoluzione. Il palato retrocede su un lato legnoso un po’ eccessivo, d’altro canto da mettere in conto dopo tutti quegli anni di interazione botte-distillato, e genera con un tripudio tanninico combinazioni di sapori veramente personali; il finale invece torna a esplodere con un perfetto equilibrio tra le due anime e una grande intensità. Spegneremo l’incandescenza del cuore per tenere salda la concentrazione e provando sommo rispetto per un whisky di questa caratura diremo 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: HooverphonicSingle Malt

Glen Grant 52 yo (1956/2008, Gordon&MacPhail, 40%)

Nel 1956 i carri armati sovietici entravano in Ungheria tarpandone la rivolta, provocando il disilluso sdegno di quanti riponevano speranze nell’utopia comunista; nel 1956 Elvis Presley entrava per la prima volta nelle classifiche di vendita americane, e poco dopo scandalizzava i puritani Stati Uniti con movimenti pelvici in diretta televisiva; nel 1956 Nasser nazionalizzava il canale di Suez, aprendo una crisi epocale, che avrebbe messo in luce i limiti della NATO e cambiato i rapporti di forza internazionali; nel 1956 l’Inghilterra aboliva la pena di morte; nel 1956, a Rothes, Speyside, nella distilleria Glen Grant venivano riempite, tra le tante, due botti ex-sherry appena arrivate, belle fresche, a primo riempimento. Quelle due botti sarebbero rimaste a riposare per 52 anni, fino a quando, nel 2008, l’imbottigliatore Gordon & MacPhail decise che era tempo di svegliarne il distillato racchiuso, per la gioia dei più. Tra questi “più”, inaspettatamente ci siamo anche noi: abbiamo infatti avuto il piacere di ricevere un sample di questo Glen Grant, dalla serie “Rare Vintage” – G&M ha da anni la licenza per imbottigliare botti di diverse distillerie con etichette particolari, che in passato costituivano di fatto degli imbottigliamenti ‘ufficiali’, con partnership tra imbottigliatore e distilleria: queste etichette hanno fatto la storia, e ogni collezionista o appassionato le conosce bene. Oggi queste etichette sono ancora usate da G&M, a dimostrazione del rapporto di fiducia che lega il marchio all’industria dello scotch. Detto ciò, assaggiamo.

ggtg!m1956N: fermi tutti! Se avvistate la brigata “antimaltoporn” evocata da Serge nei momenti più concitati delle sue degustazioni, mandatecela subito qui. Gli aromi si dispiegano con picchi  d’intensità che abbiamo sentito davvero di rado. Per quanto riguarda il solo lato fruttato, troviamo quella stessa vivacità sfrontata e fresca che ci aveva stregato nel Bowmore Bicentenary: frutta rossa e nera a pacchi (succo e cioccolato ai frutti di bosco), gelée alla ciliegia e uva nera. Fichi freschi, e vira quasi sul tropicale. Poi a espandere uno spettro già largo, arrivano chinotto, tamarindo e uvetta; una scatola da tabacco da pipa, cuoio, vecchia carta e mobili di legno d’una volta. Incantevoli sono infine i richiami erbacei e mentolati. Anche del sedano? Ebbene sì.

P: un gran bel corpo e zero alcolicità, pare più un nettare che un superalcolico. Comprensibilmente qui emerge di più il mezzo secolo in botte, e si va un po’ a perdere quella frutta rossa/nera succosa del naso; frutta che comunque è presente nel ricco banchetto, tra ciliegie, uva e lamponi. La portata principale è il legno, con ricchi tannini astringenti sì, ma senza eccessi. Ci vengono in mente ancora il tabacco da pipa, foglie di menta, ma anche sciroppo d’acero, liquirizia in legnetti e rabarbaro. Cioccolato fondente. Il tutto vive di un equilibrio precario ma grandioso, basterebbe un passo per crollare ma la magia sta tutta qui.

F: rimane un legno immenso, quasi con un leggero filo di fumo. Freschezza mentolata, ciliegie, chinotto e caramelle al rabarbaro. Cioccolato amaro.

Le botti, indifferenti alla storia, sono rimaste a dormicchiare per mezzo secolo, e il peso di questa indifferenza si percepisce tutto, nel bicchiere. Il naso è qualcosa di spettacolare, la freschezza dello sherry impressiona, rivelando una complessità davvero inusitata, almeno per noi che non frequentiamo spesso invecchiamenti di questa portata; il palato resta un pelo indietro, con il legno che ovviamente guadagna qualcosa, anche se non diventa mai eccessivo, ed anzi mostra una pienezza e una qualità inaspettata: e lasciano stupefatti la potenza e l’intensità di un nettare imbottigliato a soli 40%. Questo whisky ci è piaciuto tantissimo: in calce a questa esperienza, scriviamo un bel 93/100.

Sottofondo musicale consigliato: Elvis Presley – Hound dog.

Benromach 10 yo ‘100° Proof’ (2014, OB, 57%)

Di Benromach abbiamo già parlato in passato, assaggiando alcuni suoi imbottigliamenti; oggi mettiamo alla prova il 10 anni ‘100° Proof’, ovvero a 57%, come da prassi britannica (negli Stati Uniti i 100° Proof corrispondono a 50% abv). Come saprete, si tratta esclusivamente di distillato ‘nuovo’, ovvero successivo al takeover da parte di Gordon & MacPhail avvenuto nel 1998 (o meglio: G&M ha acquisito la distilleria nel 1992, ma c’è voluto tempo prima che i lavori fossero ultimati); ne abbiamo sempre apprezzato lo stile ‘old-style’, vediamo se questo conferma le attese.

unnamedN: a pensare che è a 57%… non ci si crede! Impressionante assenza d’alcol: apertissimo e davvero espressivo. La prima cosa che notiamo è l’affumicatura, bella ‘sporca’ – che, a dirla tutta, ci ricorda certi Longrow… Note di carne, di cuoio (proprio di conceria); persino di soffritto; scorza d’arancia rossa ipermatura, a vagonate; un cenno di polvere da sparo (ma anche vecchi libri, impolverati). Dietro, col tempo sale un stupenda ‘dolcezza’ grave: barrette di cereali / sesamo al miele, crema catalana, uvetta, biscotti al burro… Prugne secche; albicocche disidratate; banana; potremmo andare avanti a lungo a sezionarlo e a lasciarci condurre dalle suggestioni, è davvero complesso e strutturato.

P: attacca piano, ma basta tenerlo in bocca per pochi istanti e… SBAM!, esplode in un apocalisse nucleare di intensità. La torba qui è più sul tostato / sporco che non sul fumo vero e proprio: ancora arancia rossa amara, ancora polvere da sparo (Serge parla di “good sulphur”). Bello minerale; ma poi ancora deflagra una dolcezza grassa ma non ruffiana o stucchevole: vaniglia, creme caramel (amarino); certi mieli amari, però, non dolci; prugne secche; ancora banana. Tarte tatin? Caramello cristallizzato; una nota di cola. Non eccede mai in dolcezza, resta sempre ben bilanciato dal lato amarino.

F: attacca sulle spezie (chiodi di garofano?), su un vago pepatino, si apre su un dolceamaro agrumato e caramelloso e muore su un tappeto infinito di torba mineralissima, con anche un poco di cera.

Perfino sopra le aspettative: questo 100 Proof è per noi una sorpresa paragonabile a quella provata col Kilkerran in bourbon, ci lascia di stucco per la sua capacità di essere old-school, bilanciando senza sbavature una dolcezza molto intensa con un lato amaro e torbato / minerale strepitoso. Le due anime si passano la palla continuamente, e nel bicchiere questo dram continua a cambiare, ad evolvere… E non siamo neppure riusciti ad aggiungerci acqua, l’entusiasmo ci ha fatto finire il sample prima di fare una prova. Che personalità! 89/100 è il nostro giudizio, e ci piace ricordare che dovrebbe costare attorno ai 65€… Più che consigliato. Grazie alla squisita Juliette Buchan per il sample.

Sottofondo musicale consigliato: Jason Hurwitz – Ouverture, dalla colonna sonora di Whiplash.

St. Magdalene 1981 (1997, Gordon & MacPhail, 40%)

Da tanto, troppo tempo non scendiamo nelle Lowlands per assaggiare i malti più delicati di Scozia; oddio, delicati, non vorremo mica farci noi stessi schiavi dello stereotipo? No, infatti, a maggior ragione se pensiamo che tra i nostri lowlander preferiti ci sono tanti whisky che di certo non difettano in personalità… Ma comunque, eccoci alle prese con una coppia di St. Magdalene, o Linlithgow se preferite; distilleria chiusa, da tanto tempo ahinoi e senza speranza di riapertura, dato che ora al posto della distilleria c’è un bel condominio. Il primo è un imbottigliamento di Gordon&MacPhail, distillato nel 1981 e imbottigliato sedici anni dopo, cioè diciotto anni fa, cioè tredici anni dopo la pubblicazione di Kill’em all dei Metallica. Confusi? Nel dubbio, lecchiamoci i baffi e passiamo ai fatti.

Schermata 2014-11-03 alle 13.29.18N: molto espressivo e annusabile; ma di un’espressività composta ed austera. Su tutto spicca un agrumato davvero pungente: limone, lime, cedro candito. C’è anche altra frutta (ananas, mela verde, canditi generici), ma soprattutto emerge il malto: ed è un malto Lowland, fragrante, vegetale, perfino un po’ minerale; invano si cercherebbero note cremose, in questo whisky. Una punta d’anice; del miele; note di terra bagnata.

P: un attacco quasi di cera, certamente molto maltoso e vegetale, e non patisce il grado ridotto. Il corpo ha una buona consistenza e si fa più rotondo, quasi cremoso. Come sapori privilegiamo senza dubbio le mele, oltre a note verdi e tanto miele; una dolcezza maltosa, ma non da brioche, quanto piuttosto ancora vegetale. Ancora un pit d’agrume, leggermente più caldo che al naso. Ma sbagliamo o c’è della torba?
F: miele, torba, un pit di cera, vegetale maltoso; mela verde.

Davvero un malto interessante ed istruttivo, paradossalmente coerente nella sua incoerenza; un whisky particolare che rivela uno stile che difficilmente si ritrova nelle distillerie standardizzate di oggi (e che palle con la nostalgia dei tempi andati! Basta!), unendo eleganti note di frutta ‘verde’ a inattese emersioni di una torba vegetale e seducente. 87/100 sia il verdetto, e grazie infinite al team di blogger romani (occhio ché sono due link distinti, uno per “blogger” e uno per “romani”!) per il sample.

Sottofondo musicale consigliato: Django django – Zumm zumm.

Linkwood 40yo (1946/1986, Gordon&MacPhail for Sestante, 40%)

Ed ecco il secondo matusalemme del Tasting Facile: si tratta di un Linkwood del 1946, imbottigliato 40 anni dopo (!) ancora da Gordon & MacPhail per Sestante (leggi Ernesto Mainardi). Sappiamo che Linkwood è stata una delle prime distillerie ad avere rapporti commerciali con G&M (entrambe di Elgin), tant’è che l’azienda della famiglia Urquhart ha imbottigliato, negli anni, perfino un Linkwood del 1938. Sestante negli anni ’80 seleziona vari malti della distilleria (almeno 12 diversi) tramite G&M, e sono sempre etichettati con l’immagine della distilleria e il bordino viola; a cambiare è solo il colore della banda dietro la scritta ‘Linkwood’. C’è un altro 40 anni imbottigliato negli anni ’80, ma senza vintage dichiarato. Questo, invece, lo reca bello in evidenza su un’etichetta sotto al collo. Basta parole adesso; il colore è ramato.

Schermata 2014-10-16 alle 11.37.58N: di una forza quasi commovente, di una vivacità, intensità e ricchezza che quasi ti piegano le gambe. Il tempo sembra non aver rubato nulla. C’è in primo piano tutto lo splendore di una frutta maestosa e odorosa, soprattutto tropicale: maracuja, kiwi e lime; ma anche fragole profumate, frutta sciroppata pesca, ananas. Questo lato è ulteriormente sviluppato da una cremosità fragrante, tra la crema pasticciera, la crema al limone; torta alla frutta, avete presente? Molto borioso posò e caldo, in un contesto di grande generosità, molto zuccherino. Brioscine calde. C’è anche dell’altro, forse a testimoniare l’invecchiamento quarantennale: una patina di legno caldo, molto aromatica, e un pit di mentolato. Non è assente neppure un senso di affumicato, anzi piuttosto di tostato. Ma c’è un lato profumato e inusuale che non sapremmo definire: carta d’Eritrea? Ma poi uvetta, marron glacé (avete presente quella zaffata aromatica che ci investe in apertura di sacchetto?).

P: ok, rispetto al Talisker questo è intatto: il corpo è perfetto, non pare aver perso niente né come compattezza anni come intensità. Rispetto al naso, perde solo un po’ di quella cremosità avvolgente, conservando invece -e riproponendole con insistenza- le note più acidule e fruttate, assieme a una maltosità vegetale notevole. Quindi, dopo un attacco impreziosito da una delicata ma fantastica sfumatura di cera, inaspettata, ecco dispiegarsi una tropicalità dolce e asprina assieme (ancora maracuja come suggestione principe), con note ditte zuccherato, di frutta gialla a piacere: albicocca acerba? Una lieve nota quasi metallica, ma meno di quanto registri Serge, che noi interpretiamo piuttosto come un lieve eccesso alcolico, una sfumatura graffiante in più.
F: solo apparentemente cotto: in realtà prosegue lungo e in sordina, quasi nascosto, su note maltose pulitissime e vegetali, con sfumature tostate.
Fantastico, ancor più convincente del Talisker, se possibile; a impressionare sono la roboante cremosità e la gioia immensa della frutta… I 40 anni in botte e gli altri 30 in bottiglia non ne hanno scalfito la vivacità, non hanno neppure iniziato a graffiarne la fiancata: ma non è solo la carrozzeria ad essere intatta, anche il motore gira a pieno e ruggendo aggredisce la strada della degustazione tagliando il traguardo, ma con un’eleganza che al giorno d’oggi è cosa rara. È la qualità del malto a fare la differenza, un malto distillato mentre l’Europa si andava risvegliando dall’incubo del nazismo: si svegliava avendo sete, pare. Eccoci al dunque: 91/100 è il giusto compromesso tra un naso da panico e un palato ‘semplicemente’ molto buono. Mamma mia, che Tasting!
Sottofondo musicale consigliato: Mike Oldfield – Foreign Affair.

Talisker 35 yo (1947/1982, Gordon&MacPhail, 40%)

Sabato c’era il Tasting Facile, primo evento targato Forum dell’autunno 2014; non vogliamo trasformare questo post in una succursale variata del libro Cuore, quindi il nostro ringraziamento verso i partecipanti sarà generico e virile. Una menzione solo per Monica, che ci ha ospitato, e naturalmente un’altra, sincera e doverosa, per Giorgio D’Ambrosio, che di fatto ha tenuto la degustazione, correggendo i nostri errori e impreziosendo il racconto con aneddoti che solo uno che certe cose le ha vissute può donare alla platea. Passiamo ai fatti. Siccome siamo dei megalomani, per bissare l’esperienza dell’anno scorso abbiamo puntato su cavalli di razza assoluta: il programma della degustazione prevedeva, come prima bottiglia aperta, nientepopodimeno che un Talisker, distillato nel 1947 ed imbottigliato nel 1982 da Gordon & MacPhail. Ora, che la boccia sia rara è fuori discussione, basta fare una googlata e dare un occhio alle quotazioni; su whiskybase si nota come di imbottigliamenti di Talisker con vintage dichiarato degli anni ’40 ve ne siano soltanto due, entrambi di G&M; questo perché l’azienda storica di Elgin era la sola, anche negli anni della guerra, a rifornirsi di botti direttamente dalle distillerie. L’etichetta basta a togliere il fiato: è quella storica (simile alla prima versione della serie Connoisseur Choice), nera con scritta rossa e con l’aquila sopra il nome Talisker; reca l’indicazione dei prorietari, vale a dire ‘Dailuaine-Talisker Distillers Ltd’, già all’epoca parte di Scottish Malt Distillers (SMD, la società ‘bisnonna’ di Diageo, attuale proprietaria). Se date un’occhiata al sito di Serge, anche se cum grano salis, vi rendete facilmente conto che con la stessa etichetta sono stati imbottigliati alcuni tra i Talisker più buoni che ha bevuto, per lo più botti degli anni ’50 per Pinerolo, a grado pieno… Il livello del liquido in bottiglia era basso (e d’altro canto stava a riposare in vetro da più di trent’anni), quindi un po’ di timore per la conservazione del distillato c’era. Il colore è ambrato scuro.

foto-3-2N: appena messo nel bicchiere, molto aperto e volatile, quasi: sembra leggero e sempliciotto… Ma la bestia è stata in gabbia per più anni di quelli che noi abbiamo trascorso al mondo, diamogli tempo. Pare subito molto succoso, fin troppo rispetto a quel che ci aspettavamo: lo sherry è molto evidente, con lussuriose note di ciliegia e amarena, di frutti di bosco, quasi diremmo “pasticcini ai frutti di bosco”. Poi però, a ben altra avventura siamo destinati: come nello Springbank, troviamo note di ‘chiesa’, tra una lievissima cera, torbosa, e un che di rarefatto, che definiamo come libri vecchi, vecchia carta… E qui scopriamo una delicatissima affumicatura; ma ecco che una nuova snasata ci svela nuove dimensioni “dolci”, tra il caramello, la cola; note legnose e speziate (cannella in evidenza), agrumi maturi e succosi; cioccolato ai frutti rossi… Prugne rosse, dolci e mature; uva americana (incredibili suggestioni proprio di uva nera, matura… mai sentita così forte!). Siamo abituati ad associare Talisker al pepe: qui non ce n’è traccia, solo resta un sentore di sale… Ma poi il lato ‘sporco’ ha nuove nuances: c’è una nota minerale, come di cloro di piscina… A tratti pare perfino farmy. Continua a cambiare e a stimolare, dolciumi esuberati si alternano continuamente a fascinazioni torbate, cerose… Leggere emersioni metalliche.

P: con onestà, certamente ha perso qualcosa in gradazione (c’era da aspettarselo), e questo ha un primo corollario: l’intensità risulta piuttosto penalizzata. L’avvio pare molto ‘povero’, tutto sul lato minerale; diciamo lana bagnata?, e su questo si erge solo un muretto di legno (un pit di rabarbaro). Se l’alcol porta zuccheri, qui un po’ d’amaro è da mettere in conto. Poi, mentre il whisky passa sulla parte posteriore della lingua, torna ad affacciarsi quella ricca dolcezza succosa che si prometteva al naso; due o tre botte di frutta rossa (uva, more, fragole, amarene), ma anche perfino di frutta gialla? Melograno dolce. Dopo poco si richiude sulla torba, sul minerale e vegetale. Nel complesso, la dolcezza fruttata è ben replicata al palato; manca tuttavia quella spettacolare esuberanza che al naso ci aveva fatto sperare nel miracolo.

F: discreto ma molto lungo. Replica gli aspetti più austeri del palato (torba, un pizzico di fumo, legno vecchio) diluendoli ad libitum con un succo di frutta delizioso.

Ah, una raccomandazione: il bicchiere vuoto è un’esperienza straordinaria, semplicemente. Non lavatelo, MAI! Dunque, dunque. Di parole ne abbiamo con ogni evidenza spese già fin troppe… Aggiungiamo solo una cosuccia: rispetto a queste tasting notes, redatte come di consueto a casa, durante il Tasting Facile abbiamo dovuto riconoscere maggior forza al palato: sarà stato merito della compagnia? In ogni caso, qui una valutazione non diciamo tecnica – non ne saremmo in grado – ma per lo meno ‘fredda’ lascia un po’ il tempo che trova: di fronte a un liquido distillato appena dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale c’è poco da dire, bisogna aver rispetto e ringraziare chi meglio si crede per averci dato l’opportunità di assaggiare un malto del genere. In ogni caso, che qualità: anche se la gradazione è un po’ scesa, resta incredibilmente aromatico, continuamente cangiante, non perde mai il vizio di stimolarti con nuove sfumature, fino al momento prima del tutto inattese. Ragazzi, che malto… E dunque, la valutazione numerica diventa un mero accidente, in questo caso (sempre, direbbe Pino), ma non possiamo esimerci dal nostro gioco preferito e dunque ci forziamo ad ergerci giudici e censori: secondo il nostro indice di gradimento, un naso da 93-94, un palato da 85-86, per un 90/100, ma dovessimo dar retta al solo cuore…

Sottofondo musicale consigliato: Henry Mancini – Charade.