Botti da orbi: Clynelish al cubo, tre pezzi da novanta

In spregio ad ogni umana fratellanza e ad ogni pietas, invece di cingere con amichevole braccio le spalle dei due Facili gravate dal peso degli anni e dei malanni, l’umile scrivente ha deciso di approfittare della loro assenza per malattia per darsi alla pazza gioia con l’amico Corrado. Il quale – fra le innumerevoli qualità – conta anche una generosità fuori dal comune. E fuori anche dal Politecnico, considerato che il luogo del ritrovo carbonaro è stato il covo dei Corbettas. Fuor di calembour, Corrado ha voluto condividere un ricco bottino, ovvero una schiscetta piena di samples di Clynelish. Sei magiche boccette direttamente dal tasting organizzato dal forum di singlemaltwhisky.it,  sei facce del dado, sei strade per salire all’olimpo di cera e mineralità della distilleria fu-Brora. Vediamo da quale sentiero si gode la vista migliore.

122051-bigClynelish Distillers edition (2018, OB, 46%)
Uh, che goduria olfattiva! Iniziamo subito con le considerazioni creative: può un whisky essere beverino al naso? E’ una sinestesia da pazzi pericolosi? Eppure è invitante come un negozio di giocattoli: apre sulle note liquorose, ma più che Oloroso seco, come dice l’etichetta, qui sembra di annusare il vin santo. Sfoggia una freschezza di aranciata che prelude al lato più cerealoso, diciamo i Frosties, a sottolineare la dolcezza. Uvetta, un che di cerino spento e poi, senza grandi avvisaglie, ecco sulla scena del sapone ai frutti rossi e del poutpourri. Angelo si lascia trasportare: profumo da donna di lusso…
Poi, svolti la curva del palato e… ti ritrovi in un altro mondo. Qui è molto affilato e l’alcol più evidente. Rimane la vinosità, ma ora sì più secca. Buccia di mela, nocciolo di pesca. Il legno rende tutto molto asciutto e poco gentile: spezie (chiodi di garofano, forse anice stellato) e polvere di caffè. Il finale è coerente, tendente all’amaro e alla mandorla. Buona persistenza, pizzico di sapidità finale.
Chiamate uno whischiatra, perché questo malto è un po’ scisso. Due vinosità differenti, due sensazioni differenti. Il voto tiene conto di questa carenza di equilibrio e purtroppo penalizza un whisky dall’olfatto eccellente ma che non rispetta le promesse. E a noi i bugiardi non piacciono granché: 83/100.

141010-bigClynelish 20 yo (1996/2016, casks 6410 e 6411, Signatory vintage, 46%)
Come la Panda rossa degli anni Ottanta, il Clynelish SV è uno di quei classici talmente diffusi che anche per sbaglio chiunque ci è incappato. Tra questi anche J&G, che hanno recensito una versione gemella, blend dei due barili precedenti, il 6408 e 6409: Carramba che sorpresa! Esauriti i convenevoli, subito è chiaro che è un altro sport: molto più rispondente ai canoni della distilleria (che poi, sono convenzioni, suvvia), apporto del legno minimo. Si apre con mela gialla, di quelle con la cera sopra a renderle lucidissime. Miele di erica, sventagliate di pera e banana, torta di mele con lo zucchero a velo (ma di quelle senza burro, che ti lasciano insoddisfatto, sospira Corrado con nostalgia). Whisky decisamente giallo! E infatti spunta una scorzetta di pompelmo, che con un profumo di pasta di pane (lievito, cereale), dà l’idea di un malto giovane, cosa che non è. Una voce dice: “Sembra un Glen Grant più minerale” e il paragone regge.
In bocca è omogeneo, stesso attacco di mela/pera. Poi però scende sovrappensiero verso il mare: ciottoli bagnati e asciugati, salinità, limone. Eccola, la mineralità rincorsa come la pietra filosofale! Di nuovo legno assente, compare giusto un che di frutta secca chiara, tipo macadamia. Nudo e costiero, nel finale si fa amarognolo (albedo del limone) e un filo di pepe bianco pulisce tutto.
Didattico e semplice, come quelle tavole per insegnare le lettere alle elementari: C di Clynelish, è lui. Certo, se proprio si deve trovare un difetto, da un vent’anni ci si aspetterebbe qualcosa in più, ma tanto ne abbiamo altri 4, quindi non ce la prendiamo. E dunque tra 84 e 85 scegliamo un 85/100.

clymdw1996Clynelish 20 yo Artist collective #1.3 (1996/2017, La maison du whisky, 48%)
Se l’Olimpo fosse a Cremona, si potrebbe camminare per km senza fare un metro di dislivello (e senza vedere a un passo per la nebbia). Invece è una montagna, quindi si sale, sia come grado che come pedigree. Ecco dunque un blend di due barili di sherry imbottigliato dalla Maison du whisky per la splendida serie Artist Collective. Qui le cose si fanno complesse, il naso è più criptico ma si capisce subito che sarà vera gloria. Si apre sulla marmellata di arance e mette sul tavolo un curioso e intrigante aroma di rabarbaro, quasi di vermut. E’ dolce/amaro, giocato tra bastoncino di liquirizia e fichi secchi. I frutti rossi non sono freschi, vengono in mente le bacche di goji disidratate e le scorze di arancia dragee. Lo sherry è profondo, umido, con foglie di tabacco e un’arancia rossa ipermatura.
In bocca dilagano cioccolato e caramello, perfino zabaione. Che cremeria!, direbbero i tizi che non trovavano Gigi nello spot. Fa capolino un’intrigante torbetta strana, levigata dal tempo: è la maschera che indossa la mineralità della casa, diciamo di grafite o polvere pirica. Un dubbio si fa strada: e se avessero usato botti ex Brora? Dovremmo contare gli anni, ma preferiamo lasciarci trasportare al secondo palato, dove il legno regala ancora liquirizia e un retrogusto di pepe. Prugne secche, anche!
Il finale è epico, prima il chinotto (prima il frutto, poi proprio la bibita); di nuovo rabarbaro, cacao amaro e una lunghezza che si stempera in un sorriso dalle labbra salate.
Eccellente, impegnativo, variegato. Non c’è la cerosità? Ce ne facciamo non una, ma due ragioni: 90/100.

1541Clynelish 2004 Expression (2004/2018, MaSam, 54%)
Toh, Zeus ci viene incontro. E chi se non Samaroli può fare le veci del padrone dell’Olimpo? Il sample arriva da una di quelle evocative ampolle della serie “From Silvano’s collection” e curate dalla moglie Maryse. Noi lo beviamo da un boccettino prosaico, ma confidiamo nella poesia liquida. Il colore assai pallido ci dice che le botti qui si sono sedute in platea ad applaudire l’evoluzione del distillato, e in effetti il naso è assai “sour”: ananas acerbo, limone e lime, note di fermentato. Sale poi una dolcezza zuccherina di uva spina e una mineralità non precisa, tra l’agrume e il sale: Citrosodina? Serve tempo, qui. Chi attende incapperà in una nota tropicale quasi da vecchio whisky, anche se qui non si parla di anziani. L’alcol non è evidente, ma forse tiene il guinzaglio ai profumi. Due gocce d’acqua migliorano il tutto e fanno emergere la candela spenta.
Un bisturi: affilato, pungente, pepe e peperoncino aprono la sarabanda. Poi è la frutta a dilagare (limone e pompelmo, ma anche macedonia matura e mela golden). Molto aromatico, miele millefiori. Si direbbe quasi balsamico. Alla dolcezza si contrappone la sapidità: cioccolato bianco con grani di sale, se la Lindt ci legge può brevettarlo. Nocciola. Con l’acqua si fa ancor più avvolgente, deliziosamente ceroso. Finale frizzante, limonoso e marino. Angelo estrae dai baffi il ricordo del sale turco al limone. Corrado oggi in vena di similitudini butta lì: un Ardbeg senza la torba. Molto austero, non nasconde gli spigoli e ne fa un vanto. Il naso inizialmente banale è solo il preludio a una grande esperienza degustativa, un sudoku infernale che è una gioia risolvere. 90/100, ma Angelo sarebbe stato più generoso.

60365-bigClynelish 10 yo (1995/2006, James McArthur, 58,9%)
Qui, al contrario del Samaroli, siamo contenti di avere il nostro boccettino, perché la bottiglia della serie The Way of Spirits, con la sua croce celtica sopra, è mesta come una di quelle cartoline con la scritta “Saluti da Gabicce mare”. Ci aspettiamo molto dal nostro N5, dato che i ragazzi del forum lo hanno messo al primo posto nel sestetto. Il primo naso è un po’ strano, tela cerata e un filo di zolfo. Di sicuro non nasconde i natali costieri, dato che fa capolino anche una nota di alghe riarse. L’alcol è ingombrante, ma non dà fastidio. Anche lo sherry sgomita, e accanto a una nota di pesca all’amaretto e arancia un po’ andata, spunta un netto accenno metallico, di rame. Pera e senape in grani, tipo mostarda.
Chi ha proditoriamente messo del cioccolato al latte nel nostro dram? Proprio Lindor, dolcezza e cremosità. Una sensazione che si ripete nella nota di miele di castagno e di lemon curd. Toffee setoso e un clamoroso sentore di marron glacé. Eppure rimane quel filo sulfureo mai sgradevole, ora accompagnato al pepe. Con l’acqua cala la dolcezza e sale il sale (!). Liquirizia salata. Splendido retrogusto di affumicato e quasi terroso.
Il finale è lungo e dolce, crema di marroni e cioccolato fondente, l’unica parte che con la diluizione perde un po’.
Beh, questo è giovane e incazzato, non c’è che dire. Decisamente tosto, fra tutti quello con meno compromessi e forse il più emozionante, come un ottovolante. Due di noi abbassano di nuovo la media, ma si resta comunque in quota: 88/100.

162340-bigClynelish 19 yo (1997/2017, Gordon and MacPhail, 55,5%)
Lo versiamo con la lacrimuccia che accompagna l’ultimo giorno di vacanza che chiude un grande viaggio. Un quasi ventenne (“19 anni e undici dodicesimi”) a grado pieno, imbottigliato per la serie “Germany at cask strength”: è quasi coetaneo del LMDW ma maturato in first fill American hogshead, quindi attendiamoci ricchezza. In attesa dei gioielli, ci accontentiamo di un cesto di frutta matura degno delle nature morte di Caravaggio: pesca, mela, melone, albicocca, ananas… Il tutto ricoperto da cera profumata e calda, a formare la tipica patina. Il legno non fa mancare il binomio vaniglia e miele, e invece del cocco di nuovo spunta la macadamia. Si fa sempre più tropicale col tempo, balena un che di fieno bagnato e poi esplode un burro fuso memorabile. Pandoro, sì, ma al triplo burro.
Pardon, quadruplo, perché continua in bocca. Ci mancava quell’oleosità che ha fatto grandi tanti Clynelish? Eccola servita! Le botti attive accentuano vaniglia e miele, ma potrebbero far poco se non supportate da un corpo quasi scultoreo: mela, banana e ananas maturo sul fronte frutta, cannoncini appena sfornati sul fronte pasticceria. In mezzo, noi, fortunati natanti sballottati dalle sensazioni. Un filo di sale, buccia di limone, un pizzico di zenzero e il naufragar ci è dolce… Finale fotocopia: crema, burro e sale. Avvolgente come un piumone.
Dopo tante asperità in questo viaggio, dopo whisky complessi e “pensati”, eccone uno rilassato, da bere più che da decodificare. Una intensità di sapori e una piacevolezza ammirevoli, quasi commoventi. Eppure questa relativa innocenza non sia scambiata per banalità. Questa è la terra promessa, dove scorrono latte e miele. Anzi è meglio, qui scorre burro fuso e miele, scusate se è poco. 90/100 anche se è un “whiskyfacile”.

Ardbeg 1979/1991 (G&M for Meregalli, 40%)

Qualche Tasting Facile fa (a proposito, corre voce che quest’anno lo organizzeremo sotto dicembre- stay tuned!) ci è parso appropriato aprire questa vecchia bottiglia di Ardbeg, che deve i suoi natali alle amorevoli cure di un vecchio barile di sherry, lasciato a riposare per 12 anni nei magazzini capienti di Gordon&Macphail. L’imbottigliamento è in esclusiva per lo storico importatore Meregalli, che all’epoca riusciva spesso ad accaparrarsi single cask per il mercato italiano. Che tempi, che tempi…

80926-bigN: primo: salamoia e marinità. Secondo: nota balsamica (eucalipto). Ha anche una sua espressività fruttata piuttosto viva, tra la pera William, mela, uva e fors’anche qualcosa di tropicale fermentato. Risulta comunque tutto molto integrato in un’atmosfera setosa. Sicuramente un naso da meditazione.

P: al palato viene meno la salamoia e anche il fumo resta in disparte. Il livello alcolico minimale certo non favorisce grandi esplosioni di sapore, ma troviamo ancora frutta gialla e caffè zuccherato. Impreziosiscono il tutto note balsamiche, diremmo di timo e di miele d’eucalipto.

F: breve e poco torbato, resta giusto un filino di fumo. Zucchero e liquirizia.

Il naso è la parte più interessante, testimone di uno stile di whisky- educato, levigato eppure profondo, equilibrato e molto sfidante- che oggi si fa fatica a trovare. Al palato si paga in bassa intensità, ma è la vita, signori. Se volevate la perfezione, nascevate sull’Olimpo. Noi qui, più modestamente, ci si arrangia con Ardbeg che non torneranno più, e che si beccano: 86/100.

Sottofondo musicale consigliato: 883 – Weekend

Brora 1982 (2002, Gordon&MacPhail for Collecting Whisky, 40%)

Ancora fino a qualche anno fa non era infrequente trovare a festival, degustazioni o nei salotti più intelligenti delle bottiglie aperte di Brora, distilleria chiusa oramai 35 anni fa. Mentre il mito di Port Ellen cresceva a dismisura, si vaticinava che presto Brora l’avrebbe seguita nel Pantheon dei malti in via d’estinzione. Bene, quel momento ormai è arrivato: al whisky festival romano di quest’anno è stata ecccezionalmente aperta l’ultima special release di Diageo (Pino ci assicura che era buona “ma non il migliore di sempre”, mannaggia a lui!) e la cosa ha fatto abbastanza scalpore perché almeno in Italia trovare un Brora aperto è divenuta una vera rarità, complici ovviamente quotazioni in moderata crescita alle aste. E tutto questo mentre, ironia della sorte, Diageo ha annunciato i piani per una prossima ventura riapertura della distilleria, che ancora conserva intatti i muri, gli alambicchi e la magica atmosfera. Nel nostro umile armadietto, ancora qualche sample è rimasto di questo nettare di Highlands e ci siamo detti: “e bevitelo un Brora ogni tanto!”, alla moda del Facebook più trito e ritrito. Per farla breve, trattasi di un single cask imbottigliato nel 2002 dai ragazzacci del Milano Whisky Festival sotto l’etichetta di Collecting Whisky, a sua volta sotto l’etichetta del mostro sacro Gordon & MacPhail. Un’ultima cosa: si diceva della penuria di Brora negli ultimi tempi, ma a sorpresa – numero incredibile! Clamoroso! Proprio lui! – saranno proprio gli organizzatori del Milano Whisky Festival ad aprire un Brora, il 15 maggio al Marriott di Milano, durante una degustazione delle special release di Diageo che si preannuncia quantomeno intensa. Costa 50 euro, un pensierino lo faremmo – o meglio l’abbiamo già fatto, e ci saremo.

brog!m1982v1N: oh bella, questo naso non ce lo aspettavamo. Ci folgora da subito un carattere spiccatamente erbaceo, che ci fa venire in mente la foglia di tè: diremmo proprio tè verde, principalmente, e un che di tè nero leggermente tostato, forse perfino con un filo lieve di fumo. In secondo piano, ecco una nota di mare, un po’ sporca, molto evidente (anima iodata, fune di barca); sul versante dei sentori più morbidi, si affaccia ‘solo’ un cereale molto caldo (proprio campo di grano al sole). Aggiungeremmo anche una suggestione di timo. Una purea di mela gialla, a tratti? Forse sì. La gradazione così bassa forse penalizza un po’ lo spettro aromatico?

P: dobbiamo con sgomento rilevare come abbia sicuramente perso un po’, forse la bottiglia da cui abbiamo pescato il sample era rimasta a lungo aperta, non sapremmo – di certo la sensazione è di un whisky un po’ scarico, purtroppo, un po’ sfarinato, di certo molto poco alcolico. Se rimangono vividi i sentori di tè verde e di una qualche marinità, per il resto registriamo solo una stranissima panna cotta e un sentore di caramella alla violetta, con una dolcezza un po’ fasulla.

F: perdura quel che c’era al palato, cioè panna cotta e tè verde. Non proprio il migliore dei mondi possibili.

Peccato, ma questo sample ha sicuramente perso. Inqualificabile, per una volta ci dobbiamo fermare al senza voto. Pubblichiamo ugualmente perché vogliamo menarcela e dirvi che sì, sarà pure stato rovinato ma ci siamo bevuti un Brora! A parte gli scherzi, dobbiamo dire che il naso rimane interessante, anche se non completamente broresco, mentre al palato una gradazione arrivata sicuramente – e abbondantemente – sotto i 40 gradi ha determinato un cambiamento radicale del profilo di questo whisky… Se volete un parere sicuramente più nitido, Serge ci viene eroicamente in soccorso assegnando un 83/100, che è poi più o meno il voto a cui avevamo pensato mettendolo sotto il naso.

Sottofondo musicale consigliato: Lucio BattistiConfusione

Port Ellen 1979/2000 (Gordon & MacPhail, 60,7%)

Due anni prima che Diageo lanciasse la prima release di Port Ellen, c’era gente che si divertiva a mettere sul mercato dei barili, inconsapevole di quello che si sarebbe scatenato di lì a un paio di lustri… Grazie alla gentilezza di Luca, storico pavese e grande appassionato di whisky, abbiamo oggi il privilegio di assaggiare uno di questi imbottigliamenti: Gordon & MacPhail unisce due botti ex-bourbon (#7244 e #7247) di whisky distillato nel 1979 e li mette in vetro a gradazione piena, cioè 60,7%.

N: pazzesco quanto sia delicato, a più di 60%! Si iscrive nel più nobile stile di Port Ellen, apprezzatissimo: c’è quella stessa delicata tensione tra un profilo ‘vegetale’ e setoso, vagamente balsamico (salvia, rosmarino, aghi di pino) e un’acidità agrumata, limonosa (e come zittire il lime, magari candito?). Suggestione cromatica? È bianco. Vabbè, passiamo oltre: note di banana verde,  descrittore che troviamo tipico nei Port Ellen; l’aria di mare, in costante crescita man mano che resta nel bicchiere; vapore profumato da stireria; e la torba, il fumo, anch’essi in evoluzione (vanno sempre più verso lo smog, un qualcosa di chimico), a prendersi sempre più spazio col tempo. Sul versante delle leccornie, rileviamo i biscotti scozzesi al burro e una placida vaniglia. Mela verde. Veramente ottimo.

P: madonna! Al di là dello stupore di non sentire l’alcol, ripropone il binomio lime / erbe aromatiche, il tutto inscritto in una marinità sapida e acre davvero incredibile, intensissima, devastante. Lime e sale, solo che al posto del tequila c’è il fumo. Mela verde ancora, che insieme ad una timida ma piena vaniglia (ci fa venire in mente il kinder Paradiso). Il lato della torba è molto setoso, di nuovo, con una splendida cenere in evidenza.

F: lunghissimo, persistente, intensissimo: se volessimo ridurre tutto in un’immagine evocativa e francamente indimenticabile: una fettina di lime caduta nel sale, poi caduta nella cenere. Indimenticabile, vero?

90/100. Davvero molto, molto buono: un profilo sharp, tagliente, nudo, fatto di note erbacee e vegetali, di suggestioni agrumate, di una torba morbida e pure assai marina e cenerosa – Port Ellen nella sua versione più pura, più pulita. Se vi punge vaghezza di farvela vostra, questa bottiglia si trova qui e là a circa 900€. Grazie infinite, Luca!

Sottofondo musicale consigliato: Post Malone ft. 21 Savage – rockstar.

Macallan-Glenlivet 25 yo (1950/1975, Gordon&MacPhail, 43%)

Ci stiamo lentamente avvicinando al Milano Whisky Festival: come sempre, accanto ai banchetti degli importatori e distributori, degli imbottigliatori e degli appassionati, c’è uno stand che proprio non si può perdere di vista: quello di Giorgio D’Ambrosio e Franco Dilillo, due tra i maggiori collezionisti al mondo. Per darvi un’idea delle bottiglie che si possono trovare, oggi vi presentiamo uno dei campioni che ci siamo portati a casa l’anno scorso… Un Macallan 25 anni di Gordon & MacPhail, distillato nel 1950 e imbottigliato nel 1975, importato in Italia da Pinerolo. Serve dire altro?

N: chapeau, e dovremmo chiudere qui il naso. Siamo accolti da quella coltre di polverosa umidità che solo nei distillati così attempati sappiamo riscontrare: dunque una straordinaria cera, la cera d’api, un vecchio cassetto di legno… C’è una nota di ‘chiesa’, peculiarissima, davvero setosa. Vecchi mobili in legno: c’è proprio profumo di legno vecchio in cantina, forse perfino con una lieve nota di resina. Se dovessimo attribuirgli un colore, sarebbe un arancione intensissimo: ha note di albicocca disidratata, di una brioche gonfia di marmellata di frutti di bosco, fragole, molta arancia (che col tempo diventa sempre più buccia d’arancia), chips di mele. E perché non fichi secchi? E perché non un miele millefiori?

P: forse ha lasciato qualcosina in intensità a quei quarant’anni di invecchiamento in bottiglia; ripropone comunque in maniera più che persuasiva quel binomio del naso tra note setose e ‘antiche’ e rimandi a una grande frutta matura. Partiamo da quest’ultima dimensione: miele senz’altro, ancora molta arancia (marmellata e scorzetta), mele rosse, confettura di albicocca. D’altra parte, ecco tornare un legno impolverato, quello splendido senso di umidità, di cera. Se dicessimo di sentirci una leggera nota sapida, anzi proprio salata, ci prendereste per matti?

F: un leggero fumino, un che di tostato (o, chissà, proprio di torbato: è un fumino acre…) perdura un senso ancora di legno, malto, miele, frutta gialla, perfino qualcosa di più ‘grasso’, tipo toffee.

Assaggiare certe chicche di un tempo in cui non eravamo neppure nati vuol dire confrontarsi con la leggenda, con il mito, con bottiglie che in asta vanno ben oltre le mille euro… Questo Macallan non fa eccezione, e il naso è un’esperienza assolutamente unica: certo rimane la sensazione che gli oltre quarant’anni in vetro abbiano sottratto un po’ di gradazione e di intensità, soprattutto al palato. A un naso da (molto) oltre 90 punti, dunque, segue un palato meno straordinario, e ci fermeremo per questo a un deferente 89/100.

Sottofondo musicale consigliato: Yes – Starship Troopers.

Glen Mhor 1980 (2011, Gordon & MacPhail, 43%)

Circa un mese fa abbiamo avuto il privilegio di ricevere da Gordon & MacPhail quattro campioni della serie “Rare Vintage” e tra questi abbiamo già assaggiato un Glen Grant 52 yo indimenticabile, oltre a un Dallas Dhu 34 yo e a uno Strathisla 1965 molto interessanti.  Si tratta di imbottigliamenti davvero importanti, impreziositi dalle storiche etichette dei tempi gloriosi, quando G&M aveva licenza esclusiva per alcune distillerie e di fatto faceva uscire single malt altrimenti semplicemente inesistenti sul mercato. Si tratta di un fenomeno nato a partire dagli anni ’30 ma che è poi sopravvissuto come una felice tradizione fino ai giorni nostri, giorni in cui (quasi) tutte le distillerie forgiano core range a volte fin troppo variegati. Questo Glen Mhor, distilleria delle Highlands chiusa nel 1983, ha riposato in refill sherry butts per più di 30 anni.

glen-mhor-1980-gmN: non immaginatevi una botte eccessivamente marcante e aromatica: piuttosto, il legno pare aver sottratto… Sembrano rimasti i tratti più ‘vegetali’ del distillato, sotto forma di fiori (camomilla!, e gambi di fiori recisi) e un malto davvero pulito (non brioscioso o burroso, per intenderci). Poi c’è una grande citricità limonosa, multiforme: dalle foglie fresche alla limonata appena zuccherata. Un mero ricordo di vaniglia e un pizzico di pera e banana. Leggermente minerale. Semplice, ma incredibilmente raffinato…

P: una sorprendente, leggera nota alcolica in ingresso, e poi parte una botta di dolcezza, proprio di zucchero bianco… Si parlava di dolcezza: non è ‘moderna’ e vanigliosa, da whisky caricato con legno, anzi: è una paradossale dolcezza ‘austera’, verosimilmente guidata dal distillato, e di nuovo viene in mente la limonata zuccherata. Poi, sempre sul versante dell’austerità, in aumento una mineralità terrosa, ciottolosa (in fin dei conti proprio torbata, anche se leggermente). Resiste anche il lato erbaceo, leggermente e piacevolmente amaricante.

F: breve e molto pulito, dopo un primo rimasuglio di dolcezza lascia spazio alla mineralità di torba.

Il Glen Mhor di oggi ci ha davvero stupito per le botti a millesimo riempimento, scariche e dagli esiti imprevedibili: la baracca infatti è retta dal distillato, austero e romanticamente lontano dalla modernità vanigliata. A noi questo stile francamente affascina molto, perchè rappresenta l’eleganza che non c’è più e lo premieremo con un 87/100. Costa intorno ai 300 euro, se vi pungesse vaghezza.

Sottofondo musicale consigliato: CreamSunshine of your Love

Strathisla 1965 (2013, Gordon & MacPhail, 43%)

Qualche tempo fa abbiamo avuto il piacere (il privilegio) di assaggiare un Glen Grant di 52 anni imbottigliato da Gordon & MacPhail: oltre a quel whisketto, il pacco comprendeva anche un Dallas Dhu, un Glen Mhor e uno Strathisla di 48 anni… Roba da niente, eh? Abbiamo atteso fin troppo, ora è il momento di tirargli il collo e di metterlo alla prova della degustazione: sarà meglio lui o il più vecchio Glen Grant? Si tratta anche in questo caso di una botte ex-sherry first fill, riempita nell’anno in cui l’Inter vinceva la sua seconda Coppa dei Campioni di fila, tenuta a invecchiare nei vaults di G&M per quasi mezzo secolo e inspiegabilmente finita in casa nostra, se pure in quota minima.

strathisla-1965-2013-gordon-and-macphail-whisky-webN: molto aperto e accogliente, satura le narici con botte aromatiche davvero maestose. Come prevedibile già dal colore, lo sherry domina la scena, restando sia fruttato e succoso, con importanti note di frutta rossa (fragole, ciliegie, perfino ribes, anche in composta), sia profondo, con suggestioni evidenti di tannini, di tabacco da pipa (aromatizzato, con mele), pesche sciroppate, prugne secche, uvetta, miele scuro, fichi secchi, un senso di malto tostato… Oli essenziali d’arancia, ed un velo appena accennato di cola. Ma se fosse solo questo, sarebbe solo complesso: e invece è complessissimo, con una lieve ma costante nota mentolata (anzi: proprio di dopobarba); poi cioccolato, liquirizia, un po’ di spezie.

P: rispetto al naso, la componente di tannini si prende più spazio, con un attacco mentolato e forti sentori vegetali, erbacei, di infuso lasciato lì; di tabacco, di cioccolato, di fonda di caffè. D’altro canto, dopo 48 anni in botte… Il lato fruttato arriva, con un carico di frutta rossa non dolce (ci vengono in mente le bucce…), con una nota sottile, quasi di tropicale ipermaturo. Zuppa inglese. Anche qui una nota tostata, quasi di bruciato, accompagna verso il finale.

F: ancora fumo e bruciato; liquirizia amara, e un ritorno di frutta rossa e ciliegia intensa. Ancora un retropensiero vagamente dopobarboso.

Il naso è fantastico, stupendo, clamoroso, ben sopra i 90 punti: ha una complessità davvero convincente e, soprattutto, ci si pone davanti proteiforme, in continua e indefessa evoluzione. Il palato retrocede su un lato legnoso un po’ eccessivo, d’altro canto da mettere in conto dopo tutti quegli anni di interazione botte-distillato, e genera con un tripudio tanninico combinazioni di sapori veramente personali; il finale invece torna a esplodere con un perfetto equilibrio tra le due anime e una grande intensità. Spegneremo l’incandescenza del cuore per tenere salda la concentrazione e provando sommo rispetto per un whisky di questa caratura diremo 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: HooverphonicSingle Malt

Glen Grant 52 yo (1956/2008, Gordon&MacPhail, 40%)

Nel 1956 i carri armati sovietici entravano in Ungheria tarpandone la rivolta, provocando il disilluso sdegno di quanti riponevano speranze nell’utopia comunista; nel 1956 Elvis Presley entrava per la prima volta nelle classifiche di vendita americane, e poco dopo scandalizzava i puritani Stati Uniti con movimenti pelvici in diretta televisiva; nel 1956 Nasser nazionalizzava il canale di Suez, aprendo una crisi epocale, che avrebbe messo in luce i limiti della NATO e cambiato i rapporti di forza internazionali; nel 1956 l’Inghilterra aboliva la pena di morte; nel 1956, a Rothes, Speyside, nella distilleria Glen Grant venivano riempite, tra le tante, due botti ex-sherry appena arrivate, belle fresche, a primo riempimento. Quelle due botti sarebbero rimaste a riposare per 52 anni, fino a quando, nel 2008, l’imbottigliatore Gordon & MacPhail decise che era tempo di svegliarne il distillato racchiuso, per la gioia dei più. Tra questi “più”, inaspettatamente ci siamo anche noi: abbiamo infatti avuto il piacere di ricevere un sample di questo Glen Grant, dalla serie “Rare Vintage” – G&M ha da anni la licenza per imbottigliare botti di diverse distillerie con etichette particolari, che in passato costituivano di fatto degli imbottigliamenti ‘ufficiali’, con partnership tra imbottigliatore e distilleria: queste etichette hanno fatto la storia, e ogni collezionista o appassionato le conosce bene. Oggi queste etichette sono ancora usate da G&M, a dimostrazione del rapporto di fiducia che lega il marchio all’industria dello scotch. Detto ciò, assaggiamo.

ggtg!m1956N: fermi tutti! Se avvistate la brigata “antimaltoporn” evocata da Serge nei momenti più concitati delle sue degustazioni, mandatecela subito qui. Gli aromi si dispiegano con picchi  d’intensità che abbiamo sentito davvero di rado. Per quanto riguarda il solo lato fruttato, troviamo quella stessa vivacità sfrontata e fresca che ci aveva stregato nel Bowmore Bicentenary: frutta rossa e nera a pacchi (succo e cioccolato ai frutti di bosco), gelée alla ciliegia e uva nera. Fichi freschi, e vira quasi sul tropicale. Poi a espandere uno spettro già largo, arrivano chinotto, tamarindo e uvetta; una scatola da tabacco da pipa, cuoio, vecchia carta e mobili di legno d’una volta. Incantevoli sono infine i richiami erbacei e mentolati. Anche del sedano? Ebbene sì.

P: un gran bel corpo e zero alcolicità, pare più un nettare che un superalcolico. Comprensibilmente qui emerge di più il mezzo secolo in botte, e si va un po’ a perdere quella frutta rossa/nera succosa del naso; frutta che comunque è presente nel ricco banchetto, tra ciliegie, uva e lamponi. La portata principale è il legno, con ricchi tannini astringenti sì, ma senza eccessi. Ci vengono in mente ancora il tabacco da pipa, foglie di menta, ma anche sciroppo d’acero, liquirizia in legnetti e rabarbaro. Cioccolato fondente. Il tutto vive di un equilibrio precario ma grandioso, basterebbe un passo per crollare ma la magia sta tutta qui.

F: rimane un legno immenso, quasi con un leggero filo di fumo. Freschezza mentolata, ciliegie, chinotto e caramelle al rabarbaro. Cioccolato amaro.

Le botti, indifferenti alla storia, sono rimaste a dormicchiare per mezzo secolo, e il peso di questa indifferenza si percepisce tutto, nel bicchiere. Il naso è qualcosa di spettacolare, la freschezza dello sherry impressiona, rivelando una complessità davvero inusitata, almeno per noi che non frequentiamo spesso invecchiamenti di questa portata; il palato resta un pelo indietro, con il legno che ovviamente guadagna qualcosa, anche se non diventa mai eccessivo, ed anzi mostra una pienezza e una qualità inaspettata: e lasciano stupefatti la potenza e l’intensità di un nettare imbottigliato a soli 40%. Questo whisky ci è piaciuto tantissimo: in calce a questa esperienza, scriviamo un bel 93/100.

Sottofondo musicale consigliato: Elvis Presley – Hound dog.

Benromach 10 yo ‘100° Proof’ (2014, OB, 57%)

Di Benromach abbiamo già parlato in passato, assaggiando alcuni suoi imbottigliamenti; oggi mettiamo alla prova il 10 anni ‘100° Proof’, ovvero a 57%, come da prassi britannica (negli Stati Uniti i 100° Proof corrispondono a 50% abv). Come saprete, si tratta esclusivamente di distillato ‘nuovo’, ovvero successivo al takeover da parte di Gordon & MacPhail avvenuto nel 1998 (o meglio: G&M ha acquisito la distilleria nel 1992, ma c’è voluto tempo prima che i lavori fossero ultimati); ne abbiamo sempre apprezzato lo stile ‘old-style’, vediamo se questo conferma le attese.

unnamedN: a pensare che è a 57%… non ci si crede! Impressionante assenza d’alcol: apertissimo e davvero espressivo. La prima cosa che notiamo è l’affumicatura, bella ‘sporca’ – che, a dirla tutta, ci ricorda certi Longrow… Note di carne, di cuoio (proprio di conceria); persino di soffritto; scorza d’arancia rossa ipermatura, a vagonate; un cenno di polvere da sparo (ma anche vecchi libri, impolverati). Dietro, col tempo sale un stupenda ‘dolcezza’ grave: barrette di cereali / sesamo al miele, crema catalana, uvetta, biscotti al burro… Prugne secche; albicocche disidratate; banana; potremmo andare avanti a lungo a sezionarlo e a lasciarci condurre dalle suggestioni, è davvero complesso e strutturato.

P: attacca piano, ma basta tenerlo in bocca per pochi istanti e… SBAM!, esplode in un apocalisse nucleare di intensità. La torba qui è più sul tostato / sporco che non sul fumo vero e proprio: ancora arancia rossa amara, ancora polvere da sparo (Serge parla di “good sulphur”). Bello minerale; ma poi ancora deflagra una dolcezza grassa ma non ruffiana o stucchevole: vaniglia, creme caramel (amarino); certi mieli amari, però, non dolci; prugne secche; ancora banana. Tarte tatin? Caramello cristallizzato; una nota di cola. Non eccede mai in dolcezza, resta sempre ben bilanciato dal lato amarino.

F: attacca sulle spezie (chiodi di garofano?), su un vago pepatino, si apre su un dolceamaro agrumato e caramelloso e muore su un tappeto infinito di torba mineralissima, con anche un poco di cera.

Perfino sopra le aspettative: questo 100 Proof è per noi una sorpresa paragonabile a quella provata col Kilkerran in bourbon, ci lascia di stucco per la sua capacità di essere old-school, bilanciando senza sbavature una dolcezza molto intensa con un lato amaro e torbato / minerale strepitoso. Le due anime si passano la palla continuamente, e nel bicchiere questo dram continua a cambiare, ad evolvere… E non siamo neppure riusciti ad aggiungerci acqua, l’entusiasmo ci ha fatto finire il sample prima di fare una prova. Che personalità! 89/100 è il nostro giudizio, e ci piace ricordare che dovrebbe costare attorno ai 65€… Più che consigliato. Grazie alla squisita Juliette Buchan per il sample.

Sottofondo musicale consigliato: Jason Hurwitz – Ouverture, dalla colonna sonora di Whiplash.

St. Magdalene 1981 (1997, Gordon & MacPhail, 40%)

Da tanto, troppo tempo non scendiamo nelle Lowlands per assaggiare i malti più delicati di Scozia; oddio, delicati, non vorremo mica farci noi stessi schiavi dello stereotipo? No, infatti, a maggior ragione se pensiamo che tra i nostri lowlander preferiti ci sono tanti whisky che di certo non difettano in personalità… Ma comunque, eccoci alle prese con una coppia di St. Magdalene, o Linlithgow se preferite; distilleria chiusa, da tanto tempo ahinoi e senza speranza di riapertura, dato che ora al posto della distilleria c’è un bel condominio. Il primo è un imbottigliamento di Gordon&MacPhail, distillato nel 1981 e imbottigliato sedici anni dopo, cioè diciotto anni fa, cioè tredici anni dopo la pubblicazione di Kill’em all dei Metallica. Confusi? Nel dubbio, lecchiamoci i baffi e passiamo ai fatti.

Schermata 2014-11-03 alle 13.29.18N: molto espressivo e annusabile; ma di un’espressività composta ed austera. Su tutto spicca un agrumato davvero pungente: limone, lime, cedro candito. C’è anche altra frutta (ananas, mela verde, canditi generici), ma soprattutto emerge il malto: ed è un malto Lowland, fragrante, vegetale, perfino un po’ minerale; invano si cercherebbero note cremose, in questo whisky. Una punta d’anice; del miele; note di terra bagnata.

P: un attacco quasi di cera, certamente molto maltoso e vegetale, e non patisce il grado ridotto. Il corpo ha una buona consistenza e si fa più rotondo, quasi cremoso. Come sapori privilegiamo senza dubbio le mele, oltre a note verdi e tanto miele; una dolcezza maltosa, ma non da brioche, quanto piuttosto ancora vegetale. Ancora un pit d’agrume, leggermente più caldo che al naso. Ma sbagliamo o c’è della torba?
F: miele, torba, un pit di cera, vegetale maltoso; mela verde.

Davvero un malto interessante ed istruttivo, paradossalmente coerente nella sua incoerenza; un whisky particolare che rivela uno stile che difficilmente si ritrova nelle distillerie standardizzate di oggi (e che palle con la nostalgia dei tempi andati! Basta!), unendo eleganti note di frutta ‘verde’ a inattese emersioni di una torba vegetale e seducente. 87/100 sia il verdetto, e grazie infinite al team di blogger romani (occhio ché sono due link distinti, uno per “blogger” e uno per “romani”!) per il sample.

Sottofondo musicale consigliato: Django django – Zumm zumm.