Carsebridge 42 yo (1973/2015, Hunter Laing ‘Sovereign’, 48,9%)

Quante volte può capitare di assaggiare un single cask di 42 anni di una distilleria di grain whisky chiusa da oltre trenta? Non sapremmo, ma – ve lo possiamo garantire – a noi sta capitando proprio adesso. Grazie a Matteo Zampini (e a Fabio, ça va sans dire) per il sample.

N: sapete bene che siamo degli uomini di mondo, e dunque certo non vi stupirete se il primo descrittore che ci viene in mente di fronte a cotanto naso è “fruta pinha” (scommettiamo che il Gerva la conosce!). Molto zuccherino e denso, con crema di vaniglia al limone, noce di Pecan; c’è anche una nota curiosa – ma non così tanto, per un grain – di colla per legno. Molta pera, anche una barretta di Galak; un filo di orzata. Non possiamo definirlo un “mostro di complessità”, ma il naso promette bene.

P: l’alcol non esiste, l’attacco è pulitissimo e molto fresco: cosa che ci stupisce, e a dirla tutta il palato colpisce positivamente. Cioccolato bianco e una bella bananona matura, intensissimi; ancora la nostra amata ‘fruta pinha’, zuccherina e grassa, burrosa. Un budino alla vaniglia. Una nota fresca di succo d’ananas (più zuccherino dell’ananas vero e proprio). A confermare un lato vegetale, ‘verde’ e fresco, troviamo note di sedano (che nella nostra perversa esperienza è nota tipica dei Rye).

F: di media durata, non di esplosiva intensità, molto pulito; a dominare è il gelato alla banana…

Ottimo whisky, che conferma come nella maggior parte dei casi i grain reggano magnificamente invecchiamenti molto importanti – o girando la questione, dimostra come nella maggior parte dei casi i grain richiedano invecchiamenti molto importanti per acquisire armonia. Questo single cask non potrà non piacere, con la sua pienezza sbarazzina: 42 anni e non sentirli, decisamente. 88/100, che clamore!

Sottofondo musicale consigliato: Klaus Nomi – After the Fall.

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Roba nuova, roba strana, roba da ricchi

Proseguiamo nel nostro imprescindibile servizio di aggiornamento sulle nuove uscite di questi giorni, o meglio di queste settimane. Partiamo dal nuovo Ardbeg, perché quando esce un nuovo Ardbeg la curiosità dei più si fa spasmodica prima, patologica poi – e pensare che in questi tempi le novità sono addirittura due! Innanzitutto, c’è Ardbeg An Oa, nuovo NAS aggiunto al core range: non filtrato a freddo e imbottigliato a 46,6%, si tratta di una miscela di barili di legno vergine, di ex-Pedro Ximenez ed ex-bourbon – la particolarità è che il vatting è avvenuto nel nuovo “Gathering Vat”, un ‘barilone’ di quercia francese atto appunto ad ospitare il periodo in cui i vari barili vengono messi insieme perché si conoscano, facciano amicizia, diventino una cosa sola. Soprassediamo sull’ennesimo nome gaelico che allude a qualche angolo sperduto di Islay, tanto potete fare il copia-incolla mentale con mille altri. Ci aspettiamo di assaggiarlo al Milano Whisky Festival, sempre che Moet Hennessy ritenga strategico portare qualcosa di diverso, ogni tanto, dai soliti tre imbottigliamenti. In giro online costa intorno ai 50€, chissà quando arriverà in Italia.

Ma si diceva di un altro Ardbeg, questo ancor più buffo: Ardbeg Grooves, quello che presumibilmente sarà l’imbottigliamento per l’Ardbeg Day 2018. D’altro canto, se per trovare un nuovo concept hai finito i promontori di Islay, miti saghe e leggende del luogo, l’eroico e illegale passato dei whisky makers, le astronavi… perché non fare un bel tributo al funk anni ’70? A giudicare dall’etichetta che circola online, si tratta dei loro “grooviest casks”, barili di vino intensamente charred. Tremiamo al solo pensiero, onestamente, ma faranno uno splendido evento in cui bere gratis, quindi bene così. Siamo persone semplici, ci accontentiamo di poco per regalare un sorriso a noi stessi.

Restiamo ancora un istante in casa LVMH: Glenmorangie ha messo sul mercato una bicicletta – ehm – fatta di legno – ehm – di sole doghe di barili di whisky – ehm – per la gioia di tutti gli hipster feticisti della distilleria di Tain. L’anno scorso un’idea simile aveva portato a occhiali da sole di legno di barile di whisky Glenmorangie, e costavano 300 sterle: immaginate quale potrà essere il prezzo di una bicicletta! Ma, fortunatamente, a Glenmorangie fanno anche del whisky, talvolta: appena annunciato è il lancio di un 19 anni, esclusivamente maturato in barili ex-bourbon, esclusivamente disponibile per il travel-retail. Secondo il comunicato stampa, questo imbottigliamento porta a sorprendenti livelli di inedita intensità la morbidezza dello stile Glenmorangie: da questo momento in poi non accettiamo più critiche sul nostro uso sperticato dell’aggettivazione, perché i poveretti che lavorano all’ufficio stampa di Glenmorangie ci battono, ogni giorno. Di questo non conosciamo il prezzo ma senz’altro ci piacerebbe mettere il naso su questo whisky molto più di quanto vorremmo poggiare il culo su quella bici.

Talvolta, il pretesto per un nuovo imbottigliamento arriva dalla caleidoscopica settima arte, il cinema. Così almeno sembrano aver pensato Johnnie Walker, che ha dedicato una tamarrissima edizione Director’s Cut del proprio Black Label all’imminente (e attesissimo, per lo meno da noi) Blade Runner 2046. Edizione limitata a sole (!) 39000 bottiglie, è imbottigliato a 49% e contiene malti di oltre 30 distillerie di proprietà Diageo; costerà circa 70€. Il film lo vedremo senz’altro, speriamo anche di assaggiare questo blended. La forma della bottiglia è ovviamente un riferimento al Black Label che già compariva nel Blade Runner del 1982, per chi si chiedesse “che c’azzecca“.

Ben altra attesa invece è rivolta al secondo episodio di Kingsman, dimenticabile film in uscita in questi giorni: decisamente più interessante sembra essere invece il GlenDronach Kingsman Edition, un 25 anni (vintage 1991, gradi 48,2%) in sherry che solletica la nostra attenzione perché di fatto è la primissima release della nuova proprietà americana interamente curata dalla nuova master distiller Rachel Barrie. Voci di corridoio dicono che l’importatore italiano abbia già esaurito quasi del tutto la sua assegnazione: un’anima pia che se ne compri una boccia per farcene assaggiare un sample? Sappiamo che sei là fuori, contattaci!

Non possiamo non dar conto del nuovo Kilchoman vintage 2009, già protagonista di una piccola (e sterile, con ogni probabilità) polemica sul gruppo facebook dei Malt Maniacs: il comunicato stampa annuncia che si tratta di barili ex-bourbon del 2009 e di tre barili ex-Pedro Ximenez del 2008, “per aggiungere ulteriore complessità”. Eh, ma se ci sono botti del 2008, come fa ad esserci scritto in etichetta “vintage 2009”? Non sappiamo dire, ma conoscendo Anthony Wills dubitiamo che avrebbe messo a rischio la reputazione di un suo imbottigliamento solo per pigrizia o distrazione, e dunque prendiamo atto e aspettiamo di stappare la nostra bottiglia. Ormai Kilchoman inizia ad avere una certa età, eh?, siamo curiosi di mettere alla prova questo whisky di otto anni.

E lì di fronte all’isola, che succede? Succede che Springbank ha messo sul mercato un 14 anni Bourbon Wood, edizione limitata a sole 9000 bottiglie, grado pieno di 55,8%, niente filtraggio a freddo, niente colori – ma siamo a Campbeltown, queste cose son così scontate che manco dovremmo scriverle. Praticamente già sold-out in tutti i negozi online: anche in questo caso attendiamo fiduciosi la magnanimità di qualche appassionato che di bottiglie è riuscito a comprarne due: una da bere, una per la collezione, e quella da bere, per favore, faccela passare davanti.

foto (ovviamente) di scotchtrooper

Quanto agli imbottigliamenti che, a prima vista, mettono un po’ di inquietudine, ecco due parole su Balvenie 14 Peat Week. Dovrebbe costare intorno ai 65€: si tratta di un’edizione limitata (strano, eh?), frutto di una distillazione di orzo intensamente torbato (30 ppm) che avviene a Balvenie ogni anno, per una sola settimana, dal 2001. Anche in questo caso però ci piace deporre i pregiudizi e far prevalere la curiosità: David Stewart, malt master della distilleria (ci lavora dal 1962…!) dichiara che si tratta di un tipo di torba delle Highlands poco fenolica, che dovrebbe dare note decisamente più minerali e terrose che marine. E di David Stewart noi ci fidiamo.

Chiudiamo su una nota di colore: spesso diciamo che quello del whisky è un business strano, prevede investimenti a lungo, lunghissimo termine, perché dal momento in cui inizi a distillare a quello in cui inizi a vendere, beh, può passare tanto tempo – almeno tre anni, diciamo. In questo caso, qualcuno si è davvero superato: fondata nel 1957 e silente dal 1980, North of Scotland è (era) una distilleria di grain whisky, e oggi la figlia del fondatore si è ricomprata uno stock di barili del 1965, gli unici rimasti, e ha deciso di imbottigliarle in un’edizione limitata di 1500 esemplari, il North of Scotland 50 years old. Singolare il fatto che questo sia il primo imbottigliamento ufficiale della distilleria, a soli 37 anni dalla chiusura. Quando si dice prendersela con calma. Collezionisti, comprate!

Alla prossima puntata per qualche altra novità, magari pescando anche dagli imbottigliatori indipendenti…

‘Hedonism’ (2016, Compass Box, 43%)

Quando si parla di un prodotto Compass Box, non si può tacere il concept interessantissimo che sta dietro al progetto: in parole poverissime, ché fa caldo e poi la ggente si annoia, è un’azienda che 1) fa solo blend, ma di qualità alta, e occhio perché fare un blended buono è molto più difficile che selezionare un barile buono (sembra una boutade ma non lo è, amici cari) 2) vuole a tutti i costi spiegarti nel dettaglio come li fa, questi blend, perché giustamente ritiene di farli molto bene e con criterio, e questo criterio te lo vuole squadernare. Bravissimi, non c’è che dire, e se volete approfondire partite da qui. Anche di fronte a Hedonism, blended grain whisky, viviamo una bellissima storia di trasparenza: non vi sveliamo niente dei nomi e delle età dei tre elementi che lo compongono, perché CB chiede di non farlo, ma… qui trovate il link per chiederglielo da voi, fatelo perché son proprio bravi a rispondere.

N: il primissimo impatto è un po’ alcolico, anche se poi, per farsi perdonare, ti fa subito omaggio di tutti i suoi cotillons… Dunque banana matura, succo di pera, noce di Pecan, vaniglia; siamo ovviamente in territori molto ‘grainy’ e al contempo molto bourbonosi, ma sappiamo che sotto diversi aspetti aromatici i due insiemi si intersecano. Ci piace segnalare la suggestione di ciambellone; anche il latte condensato mette la firma sul tabellino. Una leggera nota di solvente, di lucido per legno, in progressiva attenuazione.

P: molto beverino, è anche molto dolce, come ci si poteva aspettare: dunque ancora le suggestioni riscontrate al naso, soprattutto latte condensato, panna cotta, noce di Pecan, banana; tanto zucchero filato, o forse il marshmellow. C’è anche un qualcosa di vagamente balsamico ed erbaceo (che ci ricorda un rye), non sapremmo dire bene cosa: forse una caramella balsamica al miele, di quelle molto dolci?

F: persistente, non lunghissimo, ancora tutto su riverberi di dolcezza cremosa – panna cotta in primo piano.

Molto piacevole da bere, offre un bell’esempio di come anche il grain whisky possa essere un prodotto competitivo di per sé e non necessariamente come taglio per i più nobili whisky di malto. “Hedonism” comunque resta a parer nostro un prodotto semplice, non indimenticabile – e ciononostante ci piace: 82/100. Buon finesettimana.

Sottofondo musicale consigliato: Thegiornalisti – Riccione.

Invergordon 42 yo (1973/2016, Wilson & Morgan, 52%)

Ormai non è più una novità: i prezzi delle botti di single malt salgono costantemente, dunque tanti imbottigliatori indipendenti hanno deciso di aprirsi al grain whisky – considerato meno pregiato perché miscela di cereali meno nobili rispetto all’orzo, il grain ha però una caratteristica che lo rende unico: regge invecchiamenti lunghissimi, anche perché (il segreto sta qui) generalmente questi whisky finivano/finiscono in barili a secondo, terzo, quarto riempimento… Perché già, la sua originale destinazione era dare ciccia ai blended. Dopo questa lezioncina di storia, eccoci a testare uno dei molti Invergordon ultraquarantenni messi sul mercato di recente: refill bourbon cask (#13000000042) selezionato e imbottigliato dall’italianissimo Wilson&Morgan per 221 bottiglie esistenti.

3208_9_1N: naso intenso e compatto. Si distinguono in un primo momento note di caramello bruciacchiato e caramella mou. Diciamo un’eresia se diciamo che a tratti sembra un rye? Questa suggestione ci conduce attraverso una serie di note balsamiche (caramelle miele ed eucalipto) e speziate (pepe). Lucido per legno, frutta secca e buccia d’arancia.

P: davvero esplosivo e con una texture importante. Il palato è infatti molto ‘grasso’, con una sensazione burrosa netta (ancora toffee e miele) e a sorpresa ci sono bombe di frutta tropicale proprio in ingresso: maracuja uber alles. Non sorprende invece il vasto repertorio balsamico, tra l’eucalipto e la menta. Chiudono le spezie: noi sentiamo chiodi di garofano e pepe nero, ma ognuno si senta libero di perdercisi. Nocciole. In realtà c’è anche un’astringenza di fondo che contrasta col resto, che va a complicare ulterioriormente il palato.

F: ancora burro e maracuja a formare un finale lungo e incantevole. Il balsamico dona freschezza e lo speziato profondità e complessità. Un finale che culla e su cui spendere più di un pensiero.

92/100: un grain di questo tipo non capita certo tutti i giorni… Non la solita compattezza dolce fatta di sfumature, ma un whisky dalle tante anime (spezie, tropici, burro, balsamico), tutte molto nette e distinguibili. E costa circa 300€, il che, per un single cask ultraquarantenne di questo livello, non è neppure tanto. Il sommo Giuseppe ha da poco bevuto un sister cask, anche questo evidentemente molto buono… Buona Pasqua!

Sottofondo musicale consigliato: Cat Stevens – Moon Shadow.

Ballantine’s ‘Finest’ (2015, OB, 40%)

Mercoledì abbiamo assaggiato un Ballantine’s 17 anni dei tempi che furono… Adesso ci ha punto vaghezza di mettere le narici e il palato su un Ballantine’s moderno, anzi odierno – in assenza del 17 anni, che sarebbe stato lo sparring partner perfetto, ci accontentiamo dell’unico che – ahinoi – abbiamo in casa, cioè la versione base, il Finest, senza età dichiarata e imbottigliato a 40%.

blend_bal5N: nel bicchiere si sente davvero troppo l’alcol, e a 40% questo non è un buon segno. È aperto e aromatico, ma tutto quel che arriva al naso non ha troppa personalità. Proviamo a elencare i descrittori per come ci arrivano: c’è senz’altro una zuccherinità abbastanza astratta, poi delle note intese di pera; si sente bene il cereale, sia esso grano o malto, con note proprio di new make, cereale bagnato (porridge, ci viene in mente); agrumi e zenzero canditi. Tutto qui, e col tempo sembra progressivamente slegarsi e perdere intensità.

P: delle suggestioni del naso, la fanno da padrone cereale e pera… Si lascia bere con facilità, molta, troppa: viene meno quella sensazione alcolica del naso, ma il profilo si impoverisce ancora. Resta una dolcezza ancora zuccherina e astratta (forse miele? caramello?), con qualche nota di fiori freschi. È un palato più ‘scuro’ del naso. Non ci sono particolari fiammate d’intensità, e tutto si risolve molto in fretta…

F: …in un finale molto breve e però anche pulito, ancora su cereale e pera.

Non giriamoci intorno: il secondo blended più venduto al mondo è semplice, è giovane, realisticamente non è fatto per essere bevuto con tutti i crismi della degustazione e con velleità analitiche – per intenderci, noi in gioventù lo bevevamo in tappini, nei parcheggi, ingaglioffendoci nelle periferie, nei non-luoghi del contemporaneo, e quella è la sua dimensione. Però, insomma: è semplice, è giovane, si diceva, e complessivamente non è sgradevole; nei parcheggi ci piaceva; detto ciò, più di 70/100 non si può.

Sottofondo musicale consigliato: Dogo Gang – Italia 90.

Ballantine’s 17 yo (anni ’80, OB, 43%)

Il marchio Ballantine’s, attualmente appiccicato su uno dei blended più venduti al mondo (il secondo, dopo il giuàn caminador), risale addirittura al 1827, ovvero ad uno dei tanti momenti d’oro dell’industria del whisky scozzese: ad avviare la storia è il signor George Ballantine, di Edimburgo, che volendo far evolvere il suo negozietto di vini e liquori decide di blendarsi da solo il whisky. Fino al 2002 la quota di grain veniva prodotta a Dumbarton (nelle Lowlands), dove guardacaso c’era una enorme distilleria di whisky di grano ora chiusa, fondata negli anni ’30 del ‘900 dagli stessi proprietari di Ballantine’s. In quegli anni, proprio per garantire sempre nuovo blend, il proprietario canadese di allora acquistò pure Miltonduff e Glenburgie; ora il grain viene da Straithclyde, distilleria di proprietà di Pernod, come d’altro canto lo stesso marchio Ballantine’s. Cenni storici un po’ buttati lì per introdurre un blended diciassettenne degli anni ’80, tra i più apprezzati alla degustazione della scorsa settimana.

ballantine17__43155.1312365134.1280.1280N: molto aromatico, le chiacchiere stanno a zero e pure l’alcol. Si sente parecchio la quota di grain, e presumibilmente si tratta di un grain bello maturo: ci sono note di toffee, di lucido per legno, di caramello… Burro di arachidi. Ben evidente è pure l’apporto dello sherry: uvetta, frutta rossa disidratata, cioccolato. Anche albicocche e prugne secche; ma emerge forte e chiaro anche un lato più cremoso: proprio zabaione.

P: al palato l’impatto è ancora più convincente rispetto ad un naso già di alto livello. Mostra una grande intensità, supportata da un corpo davvero denso e oleoso. Sostanzialmente, a grandi linee replica le componenti della prima fase: c’è un senso ‘dolceamaro’ e molto maturo di caramello, miele, frutta disidratata (uvetta, prugne); un velo di liquirizia, poi crema catalana. Cresce la frutta secca (nocciola, ma anche castagna) ed esce una punta di minerale/torbato, molto delicata ma che nondimeno conferisce un ulteriore livello a questo whisky. Pepe, legno.

F: di media durata, rimane molto pulito sul malto, sul legno tostato (a pacchi) e sulla frutta secca.

Veramente molto, molto buono. Si sente che è un whisky ‘importante’, con una certa età: soprattutto ha una personalità veramente convincente, divisa tra una quota di grain molto piacevole e di un malto che riesce ad essere anche cremoso. Ah, i whisky di una volta… E questo vale anche per i Ballantine’s, sappiatelo! 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: Paul Simon – Wristband.

Cambus 30 yo (1985/2015, Hunter Laing, ‘The Sovereign’, 53,4%)

Restiamo nei territori granulosi, granulari, grandi, granguignoleschi, granaroli, dei grain whisky, e restiamo pure nelle cantine di Hunter Laing: dopo lo splendido cinquantaduenne dell’altro giorno, ringiovaniamo ed assaggiamo un 30 anni della distilleria Cambus, chiusa nel 1993 da Diageo e situata nei pressi dell’a noi cara Deanston.

cambus-30-year-old-1985-cask-11591-the-sovereign-hunter-laing-whiskyN: sulle prime l’inespressività è quasi desolante, lasciando alle narici un mero senso alcolico di solvente, di colla. Ma abbiamo imparato ad avere pazienza… E veniamo premiati: emerge una patina di cereale biscottoso e burroso, ma rispetto al cliché grainy dolciastro e caramellato qui si fa strada – sempre con grande e trattenuta raffinatezza – la frutta gialla, a tratti anche tropicale e agrumata (ananas, cedro candito). Pasta di mandorle. C’è un che di ‘clorofilla’ (?), un qualcosa di vegetale e quasi balsamico.

P: al palato si perde quell’intro spiazzante, e si conferma un whisky dalle dinamiche bizzarre e inattese, anche se il profilo del naso trova qui specchio in un’intensità infinitamente potenziata. Ripetiamo i descrittori: grande tropicalità ‘verde’ (la suggestione cromatica è puro arbitrio: lychees, ananas, cedro, lime), un bel lato maltoso, di cereale burroso e una pasta di mandorle piacevolissima. Ancora una punta balsamica, a condire un lato vegetale piuttosto floreale e zuccherino. Decisamente più convincente.

F: non lunghissimo, tende a farsi più cerealoso e quasi amaro, con solo un velo di frutta tropicale.

Ma che grain è? Matteo Zampini, lo standista più hipster di tutti i festival di whisky italiani, ci ha dato questo sample (così come il North British): che, è uno scherzo? Ma no, un imbottigliamento del genere ci conforta, dandoci inattese speranze sulla vastità (per lo più inesplorata, ma – credeteci – è solo questione di tempo) dello spettro aromatico dei grain. Peccato forse per quel naso così delicato: 85/100, e buona camicia a tutti.

Sottofondo musicale consigliato: Can – Turtles have short legs, e beh, è una grande verità.

North British 52 yo (1962/2014, The Sovereign, Hunter Laing, 40,8%)

Gli appassionati più attenti avranno notato che i single grain whisky stanno acquistando visibilità… La ragione è ovvia, si cerca un’alternativa più economica agli ormai sempre più costosi single malt: oltretutto, i grain reggono bene / hanno bisogno di invecchiamenti lunghi per acquistare complessità: e quindi oggi assaggiamo un 52 anni!, un single cask della distilleria North British (proprietà condivisa tra Diageo ed Edrington, il suo whisky finisce in un sacco di blended famosi, dal Famous Grouse al Chivas al Cutty Sark – e ragazzi, produce 64 milioni di litri all’anno!) imbottigliato da Hunter Laing nella serie ‘The Sovereign’. Daje.

grain_nor1962v4N: i 52 anni di invecchiamento hanno inciso, donando complessità ed eleganza alla classica prepotente ‘dolcezza’ dei grain. Domina un senso forte di cereale e frutta, tra biscotti al burro, toffee, barrette di cereali con mela e miele; pere caramellate. Una punta di cuoio, ed anche di legni ‘dolci’ profumati (sandalo o cedro); tamarindo e cola. Col tempo vien fuori una nota di scorza d’arancia deliziosa, a donare ulteriori sfaccettature. Un cioccolatino al cocco?

P: molto beverino, poco alcolico e raffinato: la gradazione bassa non penalizza l’intensità e il corpo masticabile. Sulle prime forte è il sentore di burro, fresco e in biscotto (proprio i Walker’s); pian piano si allarga al toffee, ancora alle dolci barrette ai cereali e frutta, ancora alla frutta caramellata. Più netto è l’agrume (arancia rossa), sempre in salita la cola; prugne secche, e verso la fine segnali di caffè (ma si ferma appena prima dell’amaro vero e proprio).

F:  lungo e intenso, tutto su biscotti burrosissimi, cereali, miele, prugne secche.

Un pezzo di storia, è nato nell’anno di Tom Cruise e Demi Moore, di Flea e Jodie Foster, e voi direte, chi se ne frega? Giusto, avete ragione. Passiamo ail giudizio: 90/100 per premiare la complessità e la struttura di un whisky davvero, davvero buono. Complimenti, abbiamo l’impressione che ci piacerà continuare a seguire i grain… Magari già da mercoledì?

Sottofondo musicale consigliato: obbligato, quest’oggi, è lo splendido testamento di David Bowie – Blackstar.

Dumbarton 50 yo (1964/2015, The Sovereign, 49,1%)

amenità

amenità

Hunter Laing, dopo lo split dello storico Douglas Laing, fa le cose in grande e arricchisce il portfolio con la serie The Sovereign: vale a dire singole botti di whisky di grano, a grado pieno, non filtrati a freddo e non colorati. Siamo alle prese con un Dumbarton (a.k.a. Inverleven, o meglio: viceversa, come scrive maltmadness) di 50 anni!, e d’altro canto si sa che i whisky di grano reggono molto bene invecchiamenti lunghi. Assaggiamolo, senza troppe ciance.

grain_dum1964v3N: zero alcol. Molto suadente, morbido e a suo modo delicato. Su tutto svetta una cremosità vanigliata che ricorda molto la noce di Pecan; in generale, tanta frutta secca (nocciola), cioccolato bianco; crema al mascarpone (quella che mangi a Natale col panettone). Uvetta sotto spirito e prugne cotte. Il legno c’è, non prevaricante, caldo e speziato (un pelo, ma appena accennato, di noce moscata).

P: si ripropone, in maniera quasi totalizzante, la noce di Pecan, cremosa e dolce: il contesto però non è di una dolcezza esplosiva, anzi – i 50 anni in legno hanno forse un po’ esaurito il distillato (sentiamo l’acol un po’ slegato, con note di tannini, di legno), che in bocca pare quasi silente fino a quando non si appropinqua il finale. Una nota agrumata e liquorosa (ci viene in mente il Grand Marnier).

F: ritornano la pienezza e la ricchezza del naso, con frutta secca cremosa e oleosa.

Non abbiamo una grandissima esperienza con i whisky di grano, ma sappiamo (anche ricordando la bella cena con Gluglu) che a dispetto della vulgata anche i grain sanno muoversi su differenti nuances e sfumature, per quanto certo con meno destrezza del fratello maggiore di malto. Questo Dumbarton, a nostro gusto, è molto seducente al naso ma al palato perde, rivelandosi forse un po’ esausto e con poco grip – per lo meno, rispetto alle nostre aspettative. Assegneremo dunque un 82/100, ma non possiamo che consigliare l’assaggio. Didattico.

Sottofondo musicale consigliato: Ruggero dei Timidi – Perdere l’amore.

Cena Gluglu – Grain Whiskies, 26/2/15

FullSizeRenderGiovedì scorso abbiamo avuto il piacere di partecipare per la prima volta ad un evento organizzato dallo storico Whisky Club Gluglu, attivo da quindici anni grazie soprattutto alla voglia e all’entusiasmo di Glen Maur, mattatore e mastermind del club. Il format è stato quello della cena-degustazione: sei (in realtà sette, in realtà otto…) whisky abbinati ad altrettante portate, raffinatissime, preparate dallo chef Mario Pozzi della Trattoria del Glicine di Cernobbio. Il tema era il grain whisky, genere solitamente sottostimato (“pff, roba da blended”) ma che sa regalare guizzi di genio: abbiamo assaggiato l’Haig Club (quello di Beckham); uno Strathclyde 12 anni (2001/2013) della serie Cask Strength di Chivas, a 62,1%; un Invergordon 21 di Cadenhead’s (1991/2013, 46%); un North British di Wilson & Morgan (1991/2014, cask #3325); un Girvan ancora di Cadenhead’s di 33 anni (1979/2013) a 46%; un Port Dundas ufficiale (Special Release di Diageo 2011) a 57,4%. Tra questi grain, che onestamente ci hanno complessivamente sorpreso positivamente (alla faccia di tutti i pregiudizi…), una menzione d’onore la diamo all’Invergordon, che ci ha stupito perché inusuale, meno dolce degli altri e più particolare, con note quasi torbate ed erbacee al palato; ma eccellenti erano anche il Girvan, molto complesso e strutturato, così come il North British; e lo Strathclyde, pure così giovane, aveva un’intensità al palato molto piacevole. Non ci spingiamo a dare valutazioni numeriche, ma di certo ora possiamo dirci anche appassionati di grain!

FullSizeRender-3Ma oltre a questi sei, abbiamo avuto il privilegio di assaggiare in anteprima un Tomatin 8 anni, selezionato da Gluglu nella neonata serie “Travel Adventures” (per cui si preannunciano confezioni speciali…): un gradevolissimo refill sherry butt, giovane e maltoso ma non privo di guizzi e di qualche nota ‘sporca’, come piace a noi. Presto lo recensiremo con calma, così come recensiremo la vera sorpresa della serata, per cui saremo sempre grati a Mauro: uno Springbank 1965/1990 selezionato e imbottigliato da Samaroli. Un whisky magnifico, semplicemente, con un naso veramente incantevole, di quelli che continuano a mutare, passando da note di cera e libri vecchi a frutta secca, frutta cotta, frutta fresca, tabacco… E si potrebbe andare avanti all’infinito – ma come detto, lo recensiremo presto con calma.

FullSizeRender-2Insomma, un ingresso nel mondo Gluglu veramente ‘in pompa magna’: speriamo davvero di riuscire a organizzare qualcosa assieme, e, se non altro, possiamo assicurare che non sarà certo l’ultima riunione del club cui avremo partecipato… Slàinte!