Masterclass Springbank @Spazio Versatile – 9.10.2017

Come sapete senz’altro, siamo grandi estimatori delle distillerie di Campbeltown: negli ultimi anni abbiamo collaborato con l’importatore italiano durante i festival italiani approfondendo così la conoscenza del core range e abbiamo visitato la distilleria diverse volte, lasciandoci sempre un pezzo di cuore (e qualche brandello di fegato, ma questo non ditelo al nostro medico). Quando ci è stata offerta la possibilità di presentare Springbank e Glengyle ad un pubblico di professionisti nella cornice dello Spazio Versatile, non abbiamo saputo opporre resistenza…

Lunedì 9 ottobre, dunque, alle 14.30 uno di noi racconterà gli imbottigliamenti base del core range di Springbank e Glengyle: Hazelburn 10, Longrow Peated, Springbank 10 e Kilkerran 12 – dopo le nostre stupidaggini arriverà il buon vecchio Ricky Corbetta dell’Harp Pub Guinness a cimentarsi con quattro drink: se volete partecipare, sappiate che l’evento è gratuito (!) e che per partecipare basta registrarsi online a questo link.

Di seguito, la presentazione ufficiale dell’evento.

Ottobre sarà un mese dove in Spazio Versatile parleremo tanto di Whisky. Lunedì 9 inizieremo questo viaggio andando a scoprire alcune release della distilleria scozzese Springbank e della sua ‘sorellina’ Glengyle. Relatori ancora una volta saranno Maurizio (Beja-Flor) ed i ragazzi di Whiskyfacile, mentre dietro al bancone ci sarà Riccardo Corbetta (Harp Pub Guinness) che proporrà la sua drink list dedicata.

In degustazione ed in miscelazione:
– Springbank 10Y
– Longrow Peated
– Hazelburn 10Y
– Kilkerran12Y

L’evento è GRATUITO ma la REGISTRAZIONE È OBBLIGATORIA.

I posti sono LIMITATI!

CHECK IN ore 14.15, INIZIO evento ore 14.30

SPRINGBANK DISTILLERY:
A Springbank si persegue il massimo rispetto dei metodi di produzione tradizionali: basti pensare che questa è la sola distilleria in tutta la Scozia in cui l’intero processo produttivo avviene in loco, a partire dal maltaggio dell’orzo fino ad arrivare all’imbottigliamento e all’etichettatura delle bottiglie, ed ogni fase ha la sua incidenza sullo stile unico del whisky. Proprio il maltaggio riveste un ruolo centrale: Springbank è l’unica distilleria tra le circa 110 attive oggi a maltare il 100% del proprio orzo coprendo dunque tutto il proprio fabbisogno. L’orzo, rigorosamente scozzese, è ancora girato a mano sui tradizionali pavimenti di maltazione, per essere poi essiccato in forni manuali secondo diversi gradi di torbatura. La fermentazione molto lunga (fino a 110 ore) impone al mosto una gradazione bassa ma un livello di esteri elevato, cosa che permette al distillato di sviluppare note molto fruttate. La distillazione avviene in tre alambicchi di rame, di cui il primo è ancora riscaldato con fiamma diretta (altro fatto assai raro nel panorama scozzese, ormai convertito al più economico ed ecologico riscaldamento a vapore); la produzione è molto limitata, attorno ai 250.000 litri annui. Quel che colpisce ancor di più è che tutte queste operazioni vengono interamente gestite manualmente, senza l’ausilio di computer o di automatizzazioni, affidandosi esclusivamente all’esperienza dei lavoratori.

GLENGYLE DISTILLERY [Kilkerran]:
Glengyle, distilleria nel cuore di Cambpeltown, ha una storia nettamente divisa in due parti. Nel 1872 John Mitchell, figlio dell’allora proprietario di Springbank, abbandona l’azienda che gestiva con il fratello – guarda caso, proprio una distilleria! – per un litigio in merito ad una pecora… e decide dunque di fondare la propria distilleria, Glengyle appunto. Il marchio Glengyle è stato acquistato negli anni ’40 dal gruppo che oggi è Loch Lomond Distillers, e per questo il single malt prodotto da Glengyle non ne può recare il nome. È stato dunque scelto “Kilkerran”, in tributo al nome gaelico dell’insediamento monastico precedente alla fondazione di Campbeltown. Il carattere di spiccata artigianalità della distilleria-madre pervade ogni aspetto della produzione: l’orzo è rigorosamente scozzese, coltivato soprattutto sulla costa est con un clima più mite; l’acqua proviene dal vicino Crosshill Loch; la torbatura è leggera, circa 15 ppm, e viene fatta in casa dopo 6 ore di esposizione al fumo di torba e altre 30 all’aria calda, così da mantenere uno stile non troppo aggressivo.

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Hazelburn 13 yo ‘Oloroso cask matured’ (2017, OB, 47,1%)

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Hazelburn, la distilleria che non c’è più

Hazelburn è il nome di una distilleria di Campbeltown rimasta aperta ed attiva per un centinaio d’anni, tra il 1825 e il 1925, quando fu chiusa dalla proprietà e col tempo smantellata e trasformata in un centro amministrativo (qui di fianco, una nostra foto della fu Hazelburn, da veri reporter d’assalto quali siamo). Springbank, nella sua operazione di valorizzazione del territorio, ha scelto proprio Hazelburn come nome per la sua terza ‘versione’, quella a tripla distillazione e senza torba, prodotta a partire dal 1997 e che occupa il 10% della produzione complessiva di Springbank. Oggi assaggiamo l’ultimo Hazelburn messo sul mercato, in primavera, un’edizione limitata di 12000 bottiglie a sola maturazione in barili ex-Oloroso. Non colorato, non filtrato a freddo e ovviamente a grado pieno (anche se piuttosto basso, bisogna dire).

hazelburn-_springbank_-13-year-old-olorosoN: già dal colore dorato antico si capiva che non è uno sherry monster, e il primo approccio olfattivo lo conferma, e però mostra delle caratteristiche inequivocabili: tanta uvetta e mela rossa, zucchero caramellato, torta alla marmellata di fragola, bella burrosa; créme caramel. Assieme a chiare zaffate di malto – sempre discreto, ma riconoscibile negli Hazelburn assaggiati finora – giunge inaspettata una lieve suggestione ‘sporca’, tra il minerale, il legno umido e un po’ di soffrittino invitante.

P: un bel corpo avvolgente, con una discreta pienezza. Prosegue sulla strada maestra tracciata dal naso, tra una dolcezza burrosa e fruttata e ancora una lieve sfumatura minerale/sulfurea. Riconosciamo note di una marmellata di fragole quasi bruciacchiata, ancora una torta burrosa; zucchero di canna e uvetta, ancora mele rosse (cotte, però). Poi di nuovo una sfumatura tostata, sporchina, qui più vicina al cerino. Una spruzzata di caffè.

F: abbastanza lungo e persistente, tutto giocato su burro, sull’uvetta, su una frutta secca nocciolosa.

Un naso facile, ordinato e gradevole, di una certa personalità pure, con un distillato maltoso ben accolto da un legno certo discreto e non sovrastante – certamente buono, per carità, forse un po’ meno Hazelburn rispetto all’idea, leggermente più ‘eterea’ e più succosa, che ne abbiamo noi. Ma questa vicenda, che accade solo nella nostra testa, non ci impedisce di riconoscere la qualità: 85/100.

Sottofondo musicale consigliato: The Roots – You Got Me.

Springbank 12 yo ‘Cask Strength’ #8 (2014, OB, 54,3%)

Questa mattina, mentre leggete le nostre irresistibili parole, noi siamo a Campbeltown e stiamo annusando l’aria costiera della città, i profumi di orzo del malting floor di Springbank, il penetrante odore di fumo di torba che sale dal kiln, e tra poco ci mangeremo il solito, pessimo fish and chips. Dura la vita, eh? Per darvi l’errata illusione di essere con noi, invece che in ufficio, oggi recensiamo l’ottavo batch dello Springbank 12 anni Cask Strength, a grado pieno, a prevalenza di invecchiamento in sherry; è una release del 2014, tenete conto che da quest’anno l’estetica delle etichette è cambiata.

N: molto potente e intenso, parte subito con un forte lato di cuoio, al limite del sulfureo; poi ci sono tutte le note più ‘sporche’ di Springbank, e dunque cantina umida, perfino un poco di muffa; un qualcosa di pirico, che ci ricorda i petardini o i fiammiferi, la polvere da sparo; e come tralasciare la spiccata nota salmastra? Poi, tanto sherry: frutta rossa succosa, ciliegia, more…

P: l’attacco è sulla liquirizia salata, poi cresce in intensità il lato marino, salato, costiero, con note che ricordano proprio le alghe, il pesce. Cioccolato salato, ancora radice di liquirizia. Poi torna la muffa, cresce il legno bagnato (avete mai camminato in montagna sotto la pioggia?). Si chiude ancora con la dolcezza, fatta ancora di frutta rossa, ciliegie, pesche sciroppate.

F: lungo, anzi sterminato; fumo, frutta rossa, sale, spezie…

Eccellente, molto carico e ‘sparato’ a mille in tutto e per tutto: non è un whisky per i deboli di cuore, data l’intensità devastante e la ‘difficoltà’ complessiva del profilo, sporco e rognoso come solo i malti di Campbeltown sanno essere. 88/100, scusate, torniamo in distilleria.

Sottofondo musicale consigliato: Pennywise – Bro Hymn.

L’alchimia del whisky, il viaggio – un resoconto troppo lungo (pt. 1)

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botti ad Ardbeg

Lo scorso fine settimana uno di noi (Jacopo) ha avuto il piacere di partecipare ad un viaggio che avevamo annunciato su queste pagine nella scorsa primavera: organizzata da Marco Maltagliati e Marco Russo, questa ‘vacanza-studio’ aveva lo scopo preciso di andare a scoprire alcune delle zone più affascinanti della Scozia per visitare delle realtà particolari nel mondo del whisky, realtà artigianali, decise ad operare ‘in direzione ostinata e contraria’ rispetto ai big players dell’industria dello scotch. Nelle distillerie di Springbank e Kilchoman, inoltre, Marco Russo ha potuto miscelare alcuni whisky di casa nello stile di ricerca del 1930, creando dei drink ad hoc per esaltare le peculiarità dei malti: ed è stata una prima volta assoluta per Islay. In questi giorni pubblicheremo un po’ di foto sulla nostra pagina facebook, per adesso accontentatevi di qualche highlight. Ma andiamo con ordine.

[NdR: siccome l’autore è un grafomane, abbiamo deciso di spezzare il reportage in due parti, una prima di cronaca, questa, ed una seconda di considerazioni. Abbiate pazienza.]

La cronaca

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Springbank, Campbeltown

Partiti giovedì mattina, arriviamo a Campbeltown nel tardo pomeriggio, appena in tempo per visitare la Kintyre Smokehouse (date un’occhiata al sito: c’è anche una pecora che scoreggia!), in cui abbiamo assistito a un vero e proprio show di sfilettatura del salmone e assaggiato prodotti locali, tra cui spiccavano delle cozze affumicate veramente commoventi. Sulla serata è forse opportuno stendere un velo pietoso, basti sapere che le milf locali hanno trovato un pane fin troppo duro per i loro (pochi) denti e che un pub di Campbeltown ha fatturato più quella sera che nell’intero mese di settembre – ma forse il velo pietoso andava steso meglio, chissà. Parlando di cose serie, il venerdì è stato straordinario: al mattino un accuratissimo tour di Springbank e Glengyle ha mostrato perfettamente quale sia lo stile di casa, assolutamente incentrato sul rispetto delle tradizioni (la distilleria è di

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proprietà della stessa famiglia che l’ha fondata nel 1828). Tutto il processo di produzione ha sede in loco, dal maltaggio all’imbottigliamento (ed è una cosa che accade solo qui e a Kilchoman); la parola d’ordine è “qualità!”, e se questo vuol dire mantenere tempi lunghi e ‘antieconomici’ (a ogni livello: dalla scelta dell’orzo ai tempi di fermentazione, dal fuoco diretto sotto ad un alambicco fino all’invecchiamento solo in warehouse interne alla distilleria, per arrivare – ovviamente – alla risoluta negazione di ogni piano di espansione per rincorrere maggiori volumi), beh, chi se ne frega. “Abbiamo sempre fatto il nostro whisky in un certo modo e non cambieremo certo adesso”, ci è stato detto. Ovviamente non è paragonabile ad essere lì presenti, ma vi consigliamo questa serie di video del buon Ralfy: replicano il tour e rendono bene l’idea del clima che si respira e dello spirito che anima la distilleria. Il pomeriggio è stato diviso in

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due: innanzitutto Marco Russo, all’interno di una warehouse di Kilkerran, ha utilizzato alcuni imbottigliamenti per creare dei cocktail tesi ad esaltare il single malt, tenendo di fatto un’accurata masterclass di miscelazione. L’accoglienza è stata ottima anche da parte di Mark Watt e dello staff della distilleria, pure se non abituatissimi a certe bevute: lo stile è ovviamente quello della “miscelazione di ricerca” del 1930, e tutti i drink avevano l’obiettivo chiaro di porre lo scotch in primo piano, con tutti i suoi spigoli, e non di appiattirlo o nasconderlo – memorabile resta un cocktail con Springbank 15, un distillato di bourbon (Maker’s Mark ri-distillato, circa 80%), acqua di mare e granatina. Abbiamo anche assaggiato l’ottimo nuovo Kilkerran 12 anni, di

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il 1930 a Kilkerran

cui pubblicheremo qui una recensione a breve, ma – vi stupirà – a quest’altezza, dopo quattro whisky e quattro drink, non avevamo ancora iniziato a “fare sul serio”… Mark Watt ci ha portato in una warehouse di Cadenhead’s (una warehouse vera, che puzza di muffa, non quelle ‘ripulite’ e pettinate) e ci ha versato, direttamente dalla botte, queste robette qui: Glentauchers 1989 in bourbon, Mortlach 1987 in bourbon, Caperdonich 1996 finito in Oloroso, Bruichladdich 1992 in bourbon, Springbank 1997 in sherry e Caol Ila 1991 in bourbon. Eh, dai, mica male. Ah, se non erro c’era anche il prossimo Longrow Peated, ancora a grado pieno…

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Port Ellen Maltings, con pixel

A questo punto, non si capisce bene come e con quali forze, ci ritroviamo il giorno dopo a Port Ellen, scortati dai delfini verso l’attracco su Islay. Per me era la prima volta sull’isola, e in poche ore mi sono reso conto del perché quasi tutti quelli che ci vanno ci lasciano il cuore: i paesaggi sono incantevoli, sia sotto la pioggia che illuminati dalla splendida luce di taglio dei cieli del Nord, la fauna è straordinaria – non so voi, ma io ragazzo di città fatico ad abituarmi a vedere foche, fagiani, cervi, lontre, pecore e alpaca in misura infinitamente superiore a cani e gatti… Giusto il tempo di piantare la bandierina italiana nei campi adiacenti a Laphroaig dopo la colazione con il 10 anni Cask Strength batch #8, dopo un rapido pranzo ad Ardbeg (assaggiando giusto una sciocchezza,

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Kilchoman, con sole

il nuovo 21 anni) corriamo a Kilchoman, la distilleria più piccola dell’isola e l’unica vera farm distillery di Scozia. Piccola, piccolissima, produce 120000 litri l’anno (Caol Ila ne fa sei milioni, per capirci) e fa proprio tutto in casa: coltiva perfino parte del proprio orzo nella Rockside Farm, lì affianco, e la quota dell’orzo locale che viene distillato finisce tutto nell’imbottigliamento 100% Islay – e peraltro attenzione, il nuovo batch è finalmente e veramente convincente (il malto viene torbato in casa attorno ai 20 ppm, contro i circa 40/50 della quota che viene acquistata dai Port Ellen Maltings). Anche in questo caso, consigliamo ai poveri che non erano con noi di dare un’occhiata a questa bella intervista del 2006 di Charles MacLean a Anthony Wills che chiarisce bene quali fossero, fin dall’inizio, gli obiettivi della distilleria (e poi sì, Ralfy va pure lì) – obiettivi raggiunti pienamente, a giudicare dai lavori di ampliamento attualmente in atto. In una cornice forse ancor più emozionante, ovvero la sala del malting floor di Kilchoman, Marco ha tenuto la seconda parte della masterclass del giorno prima,

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Ops, scusate

creando drink a base Kilcho e conquistando tutti gli scozzesi presenti – a dimostrazione di come certe diffidenze siano più figlie di sovrastrutture che ci poniamo noi appassionati ‘esterni’, che spesso tendiamo a sacralizzare un prodotto che invece sacro non è e mai deve diventarlo, pena la perdita del divertimento, della curiosità e della voglia di sperimentare. Per pudore tralasciamo la caccia alla pecora (ehm…) e per necessità la luculliana cena di pesce, perché per quel che mi riguarda i ricordi sono sommersi dalle dozzine di chele di granchio che mi sono scofanato.

Il quarto giorno è stato più ‘tradizionale’, diviso tra il tasting del bicentenario di Lagavulin e un approfondito tour di Bunnahabhain. Si inizi da Lagavulin: quello che i direttori del marketing di Diageo impongono di chiamare “il Barolo del whisky” è – ovviamente – un prodotto eccellente, di altissimo livello, e gli assaggi dei vari

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Alambicchi giganti, Bunnahabhain

imbottigliamenti sono stati fantastici, in un tasting curato alla perfezione (il tasting companion con i cinque assaggi e con le boccette dei vari aromi è davvero notevole). Di certo, dopo il calore dell’artigianalità sperimentato a Springbank e Kilchoman non abbiamo potuto non notare una maggiore freddezza, in qualche modo una maggiore distanza… Detto ciò, come al solito quel che conta è il bicchiere, e un bicchiere pieno di Lagavulin è sempre un bicchiere di cui esser grati. Sorprendente invece il tour di Bunnahabhain, condotto dal bravissimo David Brodie con cui abbiamo potuto apprezzare alcune delle strutture più grandi dell’industria del whisky: il mash tun è immenso, i sei washback in legno lo sono altrettanto, e gli alambicchi sono… giganti! La degustazione è poi avvenuta anch’essa in warehouse, con tre versioni di Bunnahabhain direttamente dalle botti: un 7 anni non torbato in Porto, un 13 anni non torbato in Pedro Ximenez e un 8 anni torbato in sherry Oloroso spaventosamente buono.

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I tosi

Fin qui, la mera cronaca: prima di fare qualche considerazione da editorialista inadeguato [considerazioni fortunatamente rimandate a domani, NdR], ne approfitto per ringraziare Marco Maltagliati, che è stato una guida impeccabile, sempre pronto a farsi prendere in giro ma in grado di trasmettere, assieme ad un grande entusiasmo, tante accurate informazioni, dirette soprattutto ad un pubblico di professionisti del settore, ancorché neofiti in fatto di acquavite di cereali. Elogiare Marco Russo per i drink sarebbe fin troppo ovvio, ma in un contesto del genere, condividendo per ore la stessa macchina, sono emerse qualità umane e una infinita curiosità verso i prodotti difficili da indovinare stando ‘solo’ al bancone – e soprattutto questo mi ha fatto piacere scoprire. Un enorme abbraccio al resto della cricca: come scrivono nei booklet dei dischi, you know who you are, due pugni sul petto, bravi tutti. Siamo stati un bel gruppo, e imparando tanto ci siamo divertiti, o mi sbaglio?

 

L’alchimia del whisky – il viaggio

beati tra le botti

beati tra le botti

Da qualche tempo circola questa storia: cioè che i destini del whisky prendano due strade divergenti, sempre più nelle direzioni “industrializzazione-standardizzazione” versus “artigianalità-valorizzazione delle singolarità”. In tanti ne hanno scritto, e certo molto meglio di noi che siamo solo umili spettatori del teatrino del whisky; qui però vorremmo dare conto di un’iniziativa lodevole che nasce dal mondo della miscelazione, anche se d’eccellenza, ovvero proprio da quel mondo che da tanta parte dell’opinione pubblica whiskofila viene identificato come responsabile della mercificazione e della dissacrazione del Santo Single Malt.

13405467_10209237054228521_42213263_oIl 1930, speakeasy milanese di cui abbiamo già parlato in passato, ha infatti organizzato per inizio ottobre un breve e intensivo tour in Scozia, naturale evoluzione del percorso iniziato con le degustazioni del ciclo “L’alchimia del whisky“: l’obiettivo è quello di andare a vedere e studiare piccole realtà quasi artigianali, distillerie in cui si malta l’orzo in casa, in cui i concetti di terroir e di unicità del proprio distillato diventano prevalenti su ogni altra strategia. Non c’è come conoscere a fondo le sfumature e le infinite varietà di un prodotto per poterlo apprezzare e sfruttare al meglio: e la logica è proprio quella di cercare whisky insoliti, caratterizzati da aromi e dettagli unici, dipendenti dal processo di produzione, per poter capire a fondo il distillato così da poterlo utilizzare (anche) in fase di miscelazione. È infatti previsto che, per la prima volta!, Marco Russo prepari dei cocktail addirittura all’interno della distilleria, utilizzando gli stessi prodotti appena ‘studiati’. Se l’obiezione dell’appassionato è quella per cui “un single malt è troppo complesso e troppo perfetto per usarlo in un cocktail”, bene, questo può essere anche vero: ma siamo in un ambito di eccellenza, in cui la ricerca è paragonabile – per intenderci – a quella dei ristoranti stellati: e tutti sappiamo come la qualità dei prodotti di partenza influisca in modo decisivo sul risultato finale.

FullSizeRender-41Marco Russo e Marco Maltagliati, ideatori del viaggio, hanno stabilito un percorso molto interessante, tutto compresso in un weekend lungo da vivere tutto d’un fiato (alcolico), dal 6 al 10 ottobre. Si parte il giovedì e si torna il lunedì successivo: si andrà a Cambeltown per visitare Springbank (distilleria che produce le tre versioni Springbank-Longrow-Hazelburn) e Glengyle (madre del nostro amato Kilkerran); ci sarà nientepopodimeno che una visita alle cantine e una degustazione nella tasting room di Cadenhead’s, guidata da Mark Watt in persona; ci si sposterà poi su Islay, in cui è previsto un tour di Kilchoman, microdistilleria che già in passato abbiamo riconosciuto responsabile di caratteri davvero unici e ‘agricoli’ nel panorama dei torbati. Queste sono le tappe fisse: ci saranno anche delle sorprese, ovviamente (voi saprete certo che su Islay ci sono anche altre distillerie, no?, e anche in giro per la Scozia…), ma in questa fase non possiamo svelare nulla di più… Noi – l’abbiamo deciso ieri – ci saremo, parteciperemo a questo viaggio un po’ perché da troppo tempo manchiamo dalla Scozia e l’aggiornamento è importante, un po’ perché le distillerie coinvolte sono veramente particolari, con processi di produzione unici, e ci piace l’idea di scoprire come questi prodotti possano essere combinati in drink di qualità. Purtroppo, per ora i posti sono terminati, ma abbiamo l’impressione che non sarà l’ultimo di questi viaggi…

Springbank 16 yo (1999/2015, The Maltman, 47,5%)

All’ultimo Spirit of Scotland abbiamo portato a casa ben due Springbank indipendenti – la cosa non è comunissima, anche perché generalmente, data la rarità dell’evento, si tratta di bottiglie molto costose. Oggi assaggiamo una singola botte ex-bourbon, ma – occhio! – con un finale di tempo imprecisato in legni ex-Porto: sapete che quando leggiamo ‘Port finish’ ci si drizzano le antenne e iniziamo a diffidare, ma al contempo abbiamo grande fiducia nella distilleria e nella ‘resistenza’ del distillato a legni inusuali (e l’esperienza ci insegna che è così). L’imbottigliatore è The Maltman (in realtà chiamasi con nome assai meno evocativo: Meadowside Blending). Partiamo.

IMG_3813N: …ma allora è possibile fare un finish in Porto che mantenga in evidenza le caratteristiche di casa! E quindi: un’intensa e travolgente brezza di mare, poi proprio la spuma marina; la mineralità prosegue su note di terra bagnata e di amido di stireria. Fiammifero spento. Poi, non manca ovviamente il lato più fruttato e zuccherino: protagonista è l’arancia, in varie forme: Grand Marnier, o liquori per torte all’arancia; poi marron glacée; un pit di chinotto. Non si sente troppo il ‘vino’, piuttosto il suo legno, che si esprime anche attraverso suggestioni speziate.

P: se il naso riusciva a conciliare miracolosamente anima wild e finish in botte, al palato non riesce lo stesso miracolo. L’imbocco infatti rimane marino, sapido e iodato, ma appena si lascia danzare sulla lingua il whisky, la componente dolce, anzi dolciastra prende il sopravvento. Se i descrittori restano simili a quelli del naso, è la qualità dell’integrazione tra le varie anime a deludere. C’è una acidità molto marcata, che ricorda l’agrume (certo marmellata d’arancia, ma in generale marmellate: la dolcezza è da zucchero cotto) ma soprattutto certe bacche, tipo alkekengi, o bacche di goji. Molto intense e costanti le note di pepe e di tabacco, piccantino.

F: l’avvio del finale, scisso com’è tra note sulfuree e torbate/marine e una dolcezza vinosa molto greve, ha un effetto vagamente chimico, ancora eccessivo e non tanto di nostro gusto. Dura a lungo un senso di fumo di torba.

12994563_1150104171674573_672754449800619511_nSi tratta di una selezione per un Cigar club (Cigarro). Il naso è da 90, il palato invece proprio non rientra nel nostro gusto: è un whisky adatto per accompagnare il sigaro, evidentemente, e come quasi sempre in questi casi noi, non essendo fumatori di sigaro, non ne sappiamo apprezzare fino in fondo la qualità (era successo anche con questo Glen Scotia, o con quest’altro Ben Nevis). Non ci è piaciuto, nel complesso, e non ci vien voglia di riberlo; peccato, perché il naso era davvero incantevole: il nostro giudizio complessivo si dovrà fermare a 82/100, ma tenete conto che in questi casi, con sapori così forti, la soggettività è ancor più sovrana. A proposito di Springbank: sabato al 1930 di Milano c’è la serata “L’alchimia del Whisky”, proprio a base Springbank (qui a fianco la locandina, due cocktail e tra dram in assaggio). Noi ci saremo, voi?

Sottofondo musicale consigliato: Barrerito – Cigarro, whisky e gelo.

Hazelburn 8 yo ‘Sauternes Wood’ (2002/2011, OB, 55,9%)

Errabondi come siamo tra le terre di Scozia, oggi torniamo in quella che fu la capitale del whisky, vale a dire Campbeltown: come sapete, la Springbank Distillery ha tre diverse versioni (questa, questa e quest’altra); come sapete, la Springbank Distillery ama sperimentare con botti e legni e finish di vario genere, spesso – come dire – eterodossi. Questo Hazelburn è la versione a tripla distillazione, e dopo 5 anni in botti refill-bourbon ha trascorso tre anni in botti che contennero Sauternes. Sarà vera gloria? Annusiamo… Il colore è ramato.

HAZOB.2002N: la gradazione non si nasconde, ma l’effetto complessivo è di un naso caldo, aperto, invitante… A dispetto dei tre anni in Sauternes, non è ‘vinoso’, ma la botte offre comunque spezie (chiodi di garofano, poi avete presenti i biscotti natalizi con zenzero e cannella?) e frutta disidratata (albicocca come se non ci fosse un domani, poi prugne, cocco…). Marmellata d’arancia e un po’ di mela… a completare un naso che, come vedete, è davvero molto fruttato e caldo. Rispetto al 12 anni del core range, forse il finishing così marcante copre un po’ le note ‘carnose’ di Springbank, che comunque un po’ rimangono.

P: in attacco domina un legno speziato, per nulla discreto, che ci pare senz’altro il secondo dei due utilizzati… Si svela però anche l’animo della distilleria, con un malto inquieto, tra suggestioni leggermente metalliche e ‘carnose’. Poi un dolceamaro (caramello) malto fruttato (albicocca, confettura), con esuberanti agrumi (arancia uber alles). Brioche. Consigliamo due gocce d’acqua, arrotondano e aggiungono calore.

F: brioscioso e torbato (?); tanta albicocca, ancora.

Certamente è un whisky molto esposto all’oscillazione del gusto personale – e a noi, incidentalmente, piace – e sicuramente dalla personalità impegnativa, tutto costruito sull’animo caratteristico del malto Springbank e legni francesi improntati alla grandeur, davvero molto marcanti. Insomma, un whisky costruito, che a qualcuno (come a Serge, ad esempio) non piacerà troppo; ma noi non crediamo che la ‘costruzione’ di un whisky sia un malus di per sé, e 86/100 ci pare il giudizio più appropriato.

Sottofondo musicale consigliato: Black Sabbath – Orchid.

Hazelburn 12 yo (2012, OB, 46%)

Campbeltown era la capitale del whisky scozzese, ospitando ai tempi d’oro 28 distillerie; ora ne sono rimaste solo tre, Glen Scotia, Glengyle e Springbank. Quest’ultima, come si sa, produce tre malti diversi: di Longrow e Springbank abbiamo già parlato, oggi assaggiamo il 12 anni del marchio Hazelburn, ovvero la versione non torbata e a tripla distillazione. Questo whisky è in produzione dal 1997, e il primo 12 anni è del 2009. Questo che abbiamo nel bicchiere ha un bel colore ambrato.

5130045786_3d1a8ca8e8N: subito rileviamo le note caratteristiche di Springbank; una certa ‘carnosità’ e il legno speziato; poi, ecco il lato agrumato, sempre un must della distilleria (scorza di limone); poi, molto cuoio e interessanti inserti di olive nere (tipo quelle in salamoia). Nel complesso non concede grandi fuochi d’artificio, con una ‘dolcezza’ molto discreta, giocata tra frutta cotta (mela e prugne), note di malto e di una mandorla ‘giovane’. C’è anche un che di erboso (sarà la tripla distillazione a imporci questa suggestione in stile Lowlands?) e aromatico; frutta secca.

P: protagonista è il malto (brioche, fette biscottate), in un palato di certo non ruffiano per dolcezza ma senza spigoli, e che trova nel lato agrumato le maggiori fonti d’interesse (marmellata d’arancia, ancora scorza di limone). Torna la frutta cotta, poi piacevoli punte di frutti rossi, di mirtilli, di caramello e di nocciola. Si chiude sullo zenzero, forse su un pepe leggero.

F: nocciola, frutti rossi ancora; bello maltato (con note lievemente amare) e piacevolmente fresco. Piuttosto lungo.

Serge, nella sua recensione, insiste sulla presenza di legni speziati, definendo questo Hazelburn quasi come un whisky “orientale”. Non sapremmo dargli torto; molto godibile, molto ‘composto’, ci ha fatto piacere ritrovare alcuni elementi che riteniamo tipici di Springbank anche in questa versione a tripla distillazione: vuol dire che una coerenza c’è, a questo mondo. Il nostro giudizio sarà di 85/100.

Sottofondo musicale consigliato: che c’entri non lo so, comunque Wu-Tang ClanReunited.