Botti da orbi: Newcastle Whisky Festival

(Questo reportage è stato realizzato prima che esplodesse il caos universale del coronavirus. Lo ricorderemo così, come l’ultima scorpacciata di dram prima della fine del mondo).

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L’amore ai tempi del Newcastle Whisky Festival

Buoni tutti di andare al Whisky Live a Parigi alternando dram di Karuizawa e flute di Bollinger. Troppo facile fare un salto a Limburg e sciacquare le viscere enfie di malto con splendide lager ghiacciate. Il vero asceta che rifugge le comodità sale fino a Newcastle-upon-Tyne, estremo nordest inglese, terra di operai disoccupati da film di Ken Loach e densissime brown ale. E lì – esultando come Alan Shearer dopo un gol – si tuffa nel clima geordie del whisky festival locale.

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L’idillico Civic centre di Newcastle in uno dei 7 giorni di sole previsti nel 2020

Il Newcastle Whisky Festival non è esattamente uno degli appuntamenti maltofili da segnare in rosso sul calendario. Non ha paillettes e si tiene in un Civic Centre brutalista su cui torreggiano dei cavallucci marini (sono il simbolo della città, l’abuso di alcol non c’entra…). Però il festival ha una storia interessante. Infatti fa parte degli eventi targati The Whisky Lounge, il più grande organizzatore di manifestazioni a tema whisky nel Regno Unito. TWL ha il nome e il volto di Eddie Ludlow, detto “Whisky Evangelist”, che con la moglie Amanda si è messo in mente di portare la cultura del whisky anche nei centri meno posh dell’Inghilterra profonda: York, Bristol, Nottingham, Liverpool… Il whisky è la sua missione, dunque lasciate che il vostro reporter venga a lui…

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Chi siete? Da dove venite? Un fiorino!

Prima di tutto, due coordinate logistiche, casomai vi pungesse la voglia. Il festival si tiene nella giornata di sabato (quest’anno in un eccezionale 29 febbraio), divisa in due sessioni: una dalle 12 alle 16 e l’altra dalle 17 alle 21. I biglietti per ogni sessione costano una quarantina di sterline e danno diritto a un bicchiere, una guida e un gettone del valore di 5 pounds. “Soldino” da investire saggiamente in un laboratorio, in uno degli Eddie’s tastings o nei malti “under the counter” a pagamento, come l’Highland Park 17 “the Dark” o uno dei whisky rari esposti nell’angolo dei nerd/collezionisti. Per il resto, allungate il Gleincairn e vi sarà liberamente versato (1 cl, eh…).

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Colazione dei campioni al Five Swans

Iniziare a mezzogiorno non è uno scherzo, quindi è meglio mettere qualcosa sotto i denti. Tipo una english breakfast al vicino Five Swans pub. Opportunamente zavorrati, si può dare il via alle danze. Prima osservazione: pieno quasi fin da subito, il festival. Vero è che gli spazi non sono sconfinati: tutti gli stand di whisky (una trentina in tutto), la cucina, il negozietto dei dolci più calorici del globo e il bar temporaneo nel salone al piano terra; la piccola area gin e il banco mixology nella balconata al primo piano. Comunque basta mezz’ora ed ecco la folla. Seconda osservazione: parecchi over 60, a testimoniare come qui – a due passi dal vallo di Adriano – lo Scotch sia quasi di casa, spirito endemico della popolazione molto prima di essere moda o business.

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Raduno di capelloni al banchetto Kilchoman

Passeggiando qui e là da un banchetto all’altro come un umarell dei dram, quindi rigorosamente con le mani incrociate dietro la schiena, si va di stream of consciousness. Rispetto al Milano Whisky Festival, sia la competenza media dei visitatori, sia la qualità media delle bottiglie è in genere più bassa. Se si esclude la dozzina di malti rari in mescita a pagamento, le perle preziose sono pochine. Diageo e LVMH non pervenute, Pernod Ricard porta Aberlour, Chivas Regal e Glenlivet: Nadurra in sherry a 60° e Chivas Mizunara molto apprezzati dai geordie locali. Qualche Laphroaig OB, bei Bowmore (Vault Edition e 19 yo), un Highland Park 16 yo nuovo di pacca e il 17 yo Dark. C’è Kilchoman con l’UK edition small batch, c’è Distell con Deanston e Bunnahabhain, c’è Inverhouse con Old Pulteney e Ancnoc. Però ci sono un sacco di etichette di nicchia interessanti. Piccole produzioni, whisky sperimentali, cose curiose insomma. Una impressionante gamma di Mackmyra in cui spiccano i monumentali imbottigliamenti della serie “Moment”, il nuovissimo Bimber in sherry (tre anni e non sentirli), Lakes distillery con la Quatrefoil collection e parecchi altri. Eddie lo spiega bene: “Abbiamo creato Whisky Lounge per portare il whisky a un nuovo pubblico. Ora vogliamo portare anche i nuovi whisky al nuovo pubblico”.

Ordunque, mosso da questo spirito evangelizzatore, anche il reporter si adegua. E sceglie per le sue umili notule di degustazione degli assaggi curiosi. Non per forza i più buoni, ma novità e bizzarrie, esotismi e cose che valeva la pena assaggiare.

sb1098Kilchoman UK exclusive small batch (2019, OB, 48.3%)
Uh che bella bestiola, allo stesso tempo costiera e coccolosa. 75% invecchiato in bourbon, 25% madeira e 5% sherry: 1260 bottiglie per il mercato britannico. Al naso è bello fresco, marino: ostriche e gelato al limone, alghe wakame e borotalco. Melone bianco, anche. C’è poi un’anima erbacea vivida, canfora e timo, e un delicato fumino. Accanto, ecco la dolcezza, spessa e piacevole, come mandorle caramellate. Una dolcezza che in bocca prende il sopravvento: di nuovo caramello e zucchero bruciato, crema di agrumi e ananas grigliato. Caffelatte e cioccolato al latte, pure. Qui la torba si fa più potente e prende la via della cenere. Finale coerente, con caramello dolcissimo, frutta matura e un tocco di legno amaro. E sale, anche!
Molto morbido e piacione, con quella torba esibita ma non invasiva che ti conquista. Non è il Kilchoman più complesso e ortodosso del mondo e forse è un po’ costruito. Ma è costruito bene, perché non trad
isce l’anima isolana e ne berresti subito un altro. 87/100.

m57327Westward Oregon single malt (2018, OB, 45%)
La Seattle dove nacque il grunge non è lontana dall’Oregon. E dal Northwest arriva anche questo single malt, a tutti gli effetti parte della new wave dei craft whiskey americani. Orzo locale fermentato con lieviti di birra, distillato due volte in pot-still e infine invecchiato in botti di rovere vergine. Il risultato è ovviamente bello concentrato sul legno, che fin dal naso ci dà dentro a zaffate. E’ giovane ovviamente, con un aroma di nocciole al miele e un che di fienile/stallatico. Woody e farmy, si direbbe. C’è una frutta cotta vaga (prugne? pera?) e della vaniglia. Zucchero di canna, anche! In bocca molto dolce e molto giovane. Qualcosa di artificiale, fra i marshmallows e lo sciroppo d’acero. Pesca sciroppata. L’alcol e il legno sembrano scissi e il barile prende la forma del bastoncino di liquirizia. Un po’ aggressivo al palato. Finale dolciastro ma medio lungo: banana flambé, cioccolato al latte e stecchetta di liquirizia.
Non piacevolissimo, soprattutto al palato. Al naso il tocco nocciolato mitiga legno e gioventù, mentre in bocca la giovane età lo rende troppo slegato e rude. 76/100.

austr_sta6Starward Nova (2018, OB, 41%)
Single malt da orzo australiano totalmente maturato in barili di ex vino rosso locale. Tre anni di età, un packaging affascinante che strizza l’occhio non si sa perché all’astronomia e qualche perplessità: tre anni tutti in barili di vino rosso (Syrah, Pinot Nero), peraltro definiti “molto attivi” possono fare grossi danni…
Beh, l’attacco non è dei migliori, con una botta pungente e acetica di solvente. L’impatto del vino è evidente, ma accanto ad agrumi acidini e aspra uva rossa (Pinot Nero), compare anche una frutta più piacevole: mele rosse e fragole. Un che di rosa, un tocco di ginepro e lievito.
In bocca è di una dolcezza impressionante, seguita però da un contrafforte amarognolo e tannico. Gelee al mandarino, poi una vinosità da cognac giovane. Sugo d’uva con un tocco acido e caramello. Per la gradazione è piuttosto aggressivo. Finale amarognolo e corto, fra legno e pepe.
Siamo nel campo dello sperimentale, della nicchia. Non è drammatico, ha anche una frutta molto vivace che danza sul palato. Però non si può neppure dire che sia una piacevolezza, perché l’influsso del vino è preponderante e l’effetto è un po’ stucchevole. 77/100.

secret-speyside-works-20-years-1546516-s308Speyside 20 yo (2019, The Whisky Works, 47.1%)
Butti un occhio e rimani rapito. Cosa sono quelle bellissime bottiglie, colore e note di degustazione a braccetto fin dalla scatola? Ebbene, è “The Whisky Works”, il braccio armato del colosso Whyte & Mackay nel ramo del blending e dell’imbottigliamento indipendente. Diretta da Gregg Glass, finora ha in catalogo solo quattro espressioni: un blended, un blended malt delle Highlands, un single grain e un single malt. Ovvero questo Imperial di 20 anni, affinato per 7 mesi in barriques di cognac Bourgoin: ci si poteva forse esimere dall’assaggiare? Al naso è sorprendente: sfoggia una frutta fresca talmente sfacciata da sembrare più giovane. Melone bianco, platano, pera in macedonia. Poi, tra volute di zucchero a velo e dolcetti mediorientali, emerge un tocco erbaceo probabilmente dato dal finish: caramelle Valda, té verde e crema per il corpo (a sottolinearne la burrosità). Pannacotta alle fragole. A volte sembra di annusare un’ottima slivovica di prugne. In bocca invece recupera il suo status di ventenne: morbido, vellutato e profondo, attacca dolce – biscotto, miele, tarte tatin di pere – e poi lascia la scena alle spezie del legno. Che piacevole pizzicorino: nella dolcezza sciroppata di marmellata di prugne e caramello ecco lampi di zenzero, liquirizia pura, pepe bianco. Praline al cioccolato bianco! Un’idea di cognac, ora. Il finale è la cosa meno convincente, all’inizio: c’è un che di legno grezzo che non si addice al portamento del whisky. Per fortuna sparisce e rimane lungo, pulito e piccantino, con ancora melone bianco e un che di agrumato.
Beh, gran bel whisky come spesso gli Imperial. Ma piuttosto insolito, di sicuro a causa del finish. Il cognac aggiunge qualche pennellata personale al quadro. Che probabilmente sarebbe stato una bella opera d’arte anche senza, ma anche così è un piacere: 88/100.

highland-park-16-twisted-tattooHighland Park 16 yo Twisted tattoo (2019, OB, 46.7%)
Nemmeno il tempo di dire: “Toh, forse dopo orsilupiaquileThoreOdino Highland Park sta recuperando il senno”, ed ecco spuntare una nuova tamarrata made in Orkney. Se i due 17 yo Light e Dark sembrano dei classici, qui siamo nel campo della bottiglia di grande impatto. Un 16 anni invecchiato in botti ex bourbon ed ex vino rosso spagnolo della Rioja. Sulla bottiglia nera campeggia un dragone rosso. E per ora l’ottimo accostamento cromatico sembra l’unica cosa buona… Come non detto: il naso è aromatico. C’è una patina di cera di candela alla fragola, arancia rossa e burro di cacao. La mineralità di HP c’è, così come un tocco di torba. Ma sopra si stende uno strato variegato di frutta (more, ribes nero e succo di albicocca) e una sensazione umida. Fieno, cantina, erica dopo la pioggia. C’è anche un che di sughero. Al palato è cremosissimo e dolce, sarà il clima spagnolo ma ricorda la malaga. Pesca, frutti rossi, crumble di mele. Parecchia vaniglia. Poi si asciuga e vira sulla mandorla e il pepe. Chiude secco: fumo, zenzero e un pizzico di sale.
Non è spiacevole, anzi a occhio avrà parecchi estimatori. Certo, è il nuovo stile HP: botti cariche, dolcezza esondante (qui anche una certa astringenza del legno e l’apporto di frutti rossi). Il dna della distilleria fa un passo indietro e saluta da dietro la vetrina del tatuatore. 85/100.

159823-bigBruichladdich 23 yo (2016, The Whisky Lounge, 55.4%)
Trenta bottiglie di un barile distillato nel 1992, con in etichetta il bell’Eddie che alza il calice alla nostra salute. Scelta estetica così così, ma l’ultimo bicchiere dev’essere buono, non bello. E al naso non c’è dubbio che lo sia: un bel Laddie maltoso, dove la vaniglia e il cioccolato al latte procedono insieme alla frutta (mela, ananas). C’è anche – come spesso capita per i Bruichladdich – una cerealosità più vegetale, come di spiga e fieno umido. Balena anche un profumo speziato non semplice da individuare: coriandolo, o forse foglie di curry. Al palato la gradazione non si nasconde, ma è di una coerenza ammirevole: malto, biscotto, miele. Piuttosto carico, il legno mostra i muscoli: zenzero, stecche di vaniglia. Crema al limone. E un piacevolissimo tocco di sale che alleggerisce il tutto. Chiude più secco, nocciola e buccia di mela golden. Tisana.
Una chiusura più che degna, un Bruichladdich che porta in palmo di mano le insegne della distilleria, ovvero il cereale e il tocco isolano. La forza di questo barile è nell’equilibrio, davvero mai in discussione in ogni fase. Solido, pulito, sostanziale. 88/100.

La musica finisce, le porte si chiudono, gli amici si salutano. E’ tempo di andare. Al pub, ovviamente. L’Evangelista del whisky ha fatto un buon lavoro, l’apostolo ha tempo per un’ultima cena.

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Visto come gioca il Newcastle United, impossibile biasimare i ragazzi della curva…

Highland Park 27yo (1984/2011, The Whisky Agency, 52,5%)

quanto è bella la serie ‘Bacherozzi’

The Whisky Agency è un imbottigliatore tedesco di rinomata fama e oramai sulla piazza dal 2008. In Italia è importato da Whisky Antique, alias Max Righi, figura di spicco del whisky in Italia e non solo, e proprietario del marchio Silver Seal. Si potrebbe dire che tra imbottigliatori di fascia alta, praticamente altissima, ci si intende facilmente e noi lo diremo senza problemi. In realtà poi non sappiamo come sia nata la liason tra le due realtà, ma spesso i legami commerciali nell’industria del whisky si intrecciano quasi per caso, magari complice un bicchiere a margine di un festival europeo o un incontro in qualche remoto praticello scozzese. Ci piace essere romantici e pensarla così, insomma. E forse tutto questo ottimismo si alimenta oggi anche grazie al nostro bicchiere fatato che contiene un Highland Park di ben 27 anni, proveniente da una singola ex-Bourbon Hogshead. Nel 2011 ne esistevano 222 bottiglie nella serie “Bugs”, oggi certamente molte, molte di meno.

highland-park-27-yo-1984-2011-70cl-525-whisky-agency_IM65603N: un Highland Park piuttosto pulito e abbastanza austero, le note di torba sono molto gentili e tutte minerali, per nulla affumicate – un poco di cenere spenta, al massimo. Ci sono note di frutta goduriose, fragola, mela, uno di noi ci sente perfino qualche accenno tropicale. C’è anche una dimensione da pasticceria, con una torta di mele, crema pasticciera leggerissima, biscotti al burro.

P: il percorso che ci viene indicato è nell’ordine una timida dolcezza – marinità – torba. La prima parte riprende la parte fruttata del naso, con mele gialle sudate, un che di macedonia matura, ma non pensate a ruffianità e cafonaggine dolciastra, anzi… Interviene poi una nota inaspettata di… calamari fritti!, dolci e marini al contempo. Va richiudendosi su una torba leggera e piuttosto sapida, rimane erbaceo e ceneroso. Su tutto veglia una sobria coltre di limone.

F: non lunghissimo ma intenso, limone zuccherato, ancora un pelo di cenere.

Questo Highlandk Park è bello nervoso ed esibisce gran classe a ogni istante. A tratti sa farsi anche riccamente fruttato, ma sempre con una compostezza da applausi. Poi, pur entrando qui nel solco delle suggestioni più che soggettive, quel sentore di calamaro fritto ci ha fatto letteralmente impazzire. All’epoca costava sui 400 euro, ora temiamo qualcosa di più. Ci limitiamo a segnalare che Serge lo ha apprezzato fino a sforare i 90 punti, noi ci fermiamo un attimo prima, a 89/100.

Sottofondo musicale consigliato: The Beatles – A day in the life

Botti (di inizio anno) da Orbi – Oroscopo a grado pieno

Vade retro, uomini marketing di tutte le multinazionali del beverage, i pianeti vi mettono in guardia: potete convincere un uomo che un NAS a 200 euro è segno divinatorio di buona sorte, ma non potete truccare le stelle. E nemmeno Whisky Facile, che come l’anno scorso si carica sulle spalle l’onere di vaticinare ai suoi amati lettori il loro futuro alcolico. Se dunque volete sapere come gireranno i celesti barili delle vostre fortune e se il 2020 sarà per voi un anno da Brora o da Tamnavulin, siete nel posto giusto.
Segno per segno (che fa segno al quadrato), ecco a voi l’Oroscophisky, l’unico oroscopo a grado pieno del web, un vatting di astrologia, cialtronaggine ed elucubrazioni maltate che al confronto Branko e Paolo Fox sono più seri di Marie Curie.

jura-seven-wood-1372503-s350ARIETE
Segno di ovile che non sei altro, hai chiuso un anno che ti ha fatto imbestialire quanto trovare un sughero galleggiante in quell’Ardbeg Twenty Something che tenevi da parte come la falange di un santo medievale. Con ancora l’amaro in bocca, come disse quello che limonava solo bevitrici di Petrus, il rischio è ritirarsi nella solitudine. Tu, il tuo dram e un dito medio al mondo. Che può anche essere una buona idea, ma solo se il dram è buono. Dunque scegli bene con chi passare il tuo tempo eremitico, Ariete. E scegli bene a cosa accompagnare le tue seratone di meditazione. Il romanziere inglese George Orwell, non si sa se perché Ariete o perché un allegrone, decise di ritirarsi sull’isola di Jura dal ’46 al ’49. Il whisky deve avergli fatto così ribrezzo che piuttosto di scendere al pub per farsene uno, si chiuse nel suo cottage e scrisse “1984”. Dunque Ariete a te la scelta: o ti chiudi in casa con un misantropico Seven Wood e vinci il Nobel per la Letteratura, o ti chiudi in casa con un whisky decente, non vinci il Nobel, ma passi un 2020 rilassante. 60/100 o 85/100
Il tuo whisky dell’anno: Isle of Jura Seven Wood

glebcadam-13yoTORO
Quando si è sotto stress, o si dimagrisce o si ingrassa. Tu, amico bovino, hai passato un 2019 sul filo del rasoio e hai deciso di tenere un’alimentazione con un (fat) angel’s share tropicale: almeno il 15% di ciò che hai ingerito era colesterolo puro. Il 2020 è dunque tempo di mettere il Black Bull affamato che sei a stecchetto. Non guardarmi come se ti stessi dicendo che hai investito tutto in obbligazioni argentine, non ti sto dicendo di barattare tutta la tua collezione di Highland Park con casse di Crodino. Però occorre mettere qualche argine, a tavola come al bar. E magari anche al lavoro, così lo stress cala. D’altronde, prova a pensare: prendi un Octomore torbato a 200 ppm, invecchialo in botti sherry PX first fill per 20 anni in un magazzino alle isole Comore e poi finiscilo in barriques di grappa. Tanta roba, ma non è che sarà buono eh… Tornare alla sobrietà, Toro, è la tua missione. Pulizia, selezione e qualità. Se ci riesci, nessuno ti materà (e soprattutto non ti materanno le coronarie…).
83/100
Il tuo whisky dell’anno: Glencadam 13 yo

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Dlin dlon, sono Urano e sono nella tua seconda casa, pardon nel warehouse n. 2. E son venuto fin qua per dirti che il tuo anno pena farà. Pochi fronzoli, segno omozigote, non spacciamo Vat69 per Rosebank: le annate guaste ci sono per tutti e il tuo 2020 sarà un anno tipo il Floki Sheep Dung. Bisogna solo aspettare che passi. Tu armati di mallet, pianta bene il tappo nel barile dei tuoi affetti e rifugiati lì. Anche le special release di Port Ellen a volte sono meno fantastiche, ma nessuno mette in discussione il valore del malto. Quindi se anche ti capiterà qualche rovescio lavorativo, qualche scazzo familiare, qualche whisky festival in cui finirai sbronzo a mangiare wurstel e a dire barzellette sconce, tira dritto.
64/100
Il tuo whisky dell’anno: Floki Sheep Dung

nov19-diageo19taliskerCANCRO
Sì, però il Laga 12 anni del 2018 non era all’altezza. Ok, il Talisker 15 è buono ma è poco Talisker. Non capisco gli entusiasmi per l’Ardbeg 19… Sia detto con il massimo rispetto, amico Cancro, ma da Orione a Cassiopea le stelle ti sussurrano una cosa: hai frantumato le gonadi alla galassia con questo tuo ipercriticismo. Tutti vorremmo essere sempre divini, eleganti come un Dalwhinnie anche quando andiamo a buttare l’immondizia. Però così ti condanni a essere sempre insoddisfatto, a rincorrere la stella Vega della perfezione impossibile da raggiungere. Il 2020 sarà l’anno in cui provare ad accontentarsi. Il che non significa andare in giro a dire che il Tullibardine è il Macallan del Terzo Millennio, ma trovare le cose positive in tutto. Ok, non proprio in tutto, non ti si chiede di dire che il Milan gioca un calcio champagne e che il Langatun è ambrosia, ma se ti lamenti di nuovo per un Talisker poi gli astri si incazzano, eh…
89/100 reali, 82/100 percepiti
Il tuo whisky dell’anno: Talisker 15 yo Diageo Special Release 2019

springbank-16-year-old-local-barley-2016LEONE
Maschio alfa per definizione (o anche femmina alfa, eh, che l’oroscopo è come il whisky e gli angeli, non ha sesso), la tua criniera non è mai stata così sfavillante. Passi e tutti si girano estasiati, come quando arriva Nicola Riske di Macallan a una degustazione. Nel 2020, caro segno della savana, sarai di moda tipo il Kavalan qualche anno fa. Tutti ti vorranno, a qualsiasi costo, ti sorseggeranno, ti rincorreranno, salirai sul Frecciarossa e verrai sedotto da donne dalle giacche con le spalle larghe come Michele del Glen Grant. Starà a te non montarti la testa. Per dire, anche Ricucci stava con Anna Falchi e ha fatto la fine del Cardhu… Il compito a casa è dunque resistere alla tentazione di dare tutto per scontato e credersi irresistibili. Mantenere alta la qualità, come uno Springbank, davanti alle moltitudini inneggianti non è facile, ce la farai?
91/100
Il tuo whisky dell’anno: Springbank 16 yo Local Barley 

Compass_Box_The_Circle_mlVERGINE
Se parliamo di single malt, Vergine, nessuno ti può dare lezioni. Hai un tuo carattere forte (spesso insopportabile, eh), sei più introspettivo di un bicchiere di Caol Ila 30 alle tre di notte e la solitudine non ti spaventa, roba che potresti sentirti a tuo agio anche in quella metropoli che è Bowmore. Però, come insegna l’industria dello Scotch, con solo single malt si fallisce. E dunque questo sarà l’anno delle Vergini blended: sforzati di non vomitare appena il tuo collega insopportabile con la cravatta regimental su camicia a righe ti rivolge la parola, mescola qualche parte di grain alla tua purezza cristallina e un po’ altezzosa. Ritrova il piacere di stare con gli altri, come disse Moana Pozzi alla fine di una scena particolarmente affollata.
86/100
Il tuo whisky dell’anno: “The Circle” Compass box

brbon_los3BILANCIA
Saturno ha scambiato gli anelli con una collana d’oro, Marte si è vestito camouflage e Giove gira in auto per la Via Lattea col braccio fuori dal finestrino cantando trap. Bella Bilancia, sei troppo un segno top, zio! Sei un Abomination, che sotto la scorza tamarrissima (il Cielo ci perdoni per quel che stiamo per dire) non è affatto male. Però qui Bilancia non si parla di sostanza, la tua non si discute. Parliamo di forma, di packaging, di modo di porsi. La scelta è fra l’Highland Park style, tutto guerrieri vichinghi e bestie selvagge, e il Kilkerran style, sobrietà all’ennesima potenza. Quest’anno prova a metterli entrambi in equilibrio sui tuoi piatti, Bilancino: una sera tweed come Nadi Fiori e le etichette medievali di Chorlton, una sera tuta dell’Adidas e Ardbeg Drum col suo insensato carnevale di Rio in etichetta. Cambiare fa bene: d’altronde anche Glenfarclas ogni tanto usa botti di bourbon, eh.
80/100
Il tuo whisky dell’anno: Abomination “The layers of the saw”

kilchoman-str-cask-maturedSCORPIONE
Il tuo anno sarà enigmatico, come uno di quei campioni assaggiati alla cieca dove la figura di palta è dietro l’angolo, che sei sicuro di avere nel bicchiere un Ben Nevis indipendente over 25 e invece hai un whisky cecoslovacco. Dovrai guadagnarti tutto, lottare su ogni pallone, annusare ogni singolo barile. Finiti i tempi in cui entravi nei magazzini della vita e – pescando a caso – portavi a casa botti di Ardbeg del ’74. Oggi tocca sbattersi, e non stavolta non è neanche colpa dei cinesi che si comprano tutta la materia prima. Dovrai sfrondare ogni cosa dal suo finish “coprente”, andare al distillato delle persone. Il tuo amore cosa nasconde sotto la torba da Kilchoman STR? E le tue amicizie candide come un Glenfiddich saranno ancora salde senza quell’extra maturazione in Madeira? Esercita il dubbio, Scorpioncino, non fermarti alla prima sensazione. E neanche al primo whisky.
?6/100
Il tuo whisky dell’anno: Kilchoman STR

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Morbidezza 2.0 è il titolo del tuo anno, Sagittario. Sei rotondo come uno Yamazaki, e non stiamo parlando di forme abbondanti. Baciato dalle stelle (speriamo senza che Solange faccia da tramite), vivi in un Bengodi di pace e tranquillità tipo lo Speyside a giugno. Idilliaco e senza asperità, potresti far trovare un accordo anche fra Trump e l’Iran sul nucleare o fra Giannone e il Gerva del MWF sulla bontà del Merlot. Il rischio – in questi 12 mesi di lune buone – è abituarsi ai velluti. Illudersi che la vita sia un Glenmorangie, mentre quanti Ardmore graffianti e quanti Tobermory ruggenti sono dietro l’angolo. E bada bene che non è per niente un male! Morbidi, ma senza scordare gli spigoli, come un Che Guevara al contrario.
89/100
Il tuo whisky dell’anno: Dalmore King Alexander III

nikka-daysCAPRICORNO
Sappi che capiterà di doversi rialzare, Capricorno, in questo anno accidentato. Ricominciamo, canterebbe Adriano Pappalardo, e tu – con la giugulare vibrante – canterai nello stesso modo. Sei la Banff dei segni zodiacali, attrai sfighe come Islay turisti assetati. Epperò, più che la fine di Banff, se non ti lascerai abbattere potrai fare come Talisker, che dall’ultimo incendio nel 1960 risorse da vera Fenice. Devi solo trovare la pozione magica per assorbire le botte del destino: c’è chi usa il Peroncino ghiacciato dopo una sbronza, chi con un Johnnie Walker Blue Label archivia placido licenziamenti, tradimenti o cartelle esattoriali. Tu devi trovare la tua via alla rinascita costante e allo zen. Le sette stelle di Hokuto sono con te.
77/100
Il tuo whisky dell’anno: Nikka Days

dufftown-11-years-oldACQUARIO
Hai sotto mano un barile di Laphroaig e non te ne accorgi, perché sei troppo occupato a piangere nel tuo Acquario. Ora, a parte che rischi di avvelenare la flora ittica perché c’è ben poca acqua nelle tue lacrime alcoliche, questo deve farti riflettere. Le occasioni, come sanno tutti gli imbottigliatori indipendenti, vanno colte al volo. Se passi al Duty Free e spunta un Balvenie Tun 1509, vuoi lasciartelo scappare? Il fatto è che tu sei troppo chiuso, hai proprio i sigilli doganali come una spirit safe. E quando ci si guarda solo in casa si perde l’abitudine a cogliere le occasioni. Se Diageo ti invita alla presentazione delle Special Releases, mica rinunci perché non hai ancora cambiato l’armadio, no?
86/100
Il tuo whisky dell’anno: Dufftown 11 yo Milano Whisky Festival

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Se la lava fosse whisky, saresti l’Etna. Rutti torbato ed erutti iniziative, Pescetto. Ti tuffi nelle cose come Ermoli nello Tsipouro o il Gerva nella cachaça. Devi avere ristrutturato la tua linea di produzione di energie e ora hai almeno una trentina di alambicchi, altrimenti non si spiega da dove spunti tutta la tua foga. Nel lavoro sei in fase di rilancio spinto, consolidi l’esistente come Arran e inventi qualcosa di nuovo come Lagg. In amore idem, entusiasmo da volare via, ogni partner è un cacao meravigliao. Il rischio è esaurire le forze senza costrutto, finendo spiaggiati fra progetti iniziati e mai finiti. Ordunque, Pesce, concentrati su poche cose e incanala il collo di cigno delle tue energie su quelle. Sii Clynelish di te stesso.
88/100
Il tuo whisky dell’anno: Clynelish Select Reserve “Games of Thrones”

Highland Park 18 yo ‘Viking Pride’ (2019, OB, 46%)

Sono quasi dieci anni che non recensiamo un Highland Park 18, e questo proprio non va bene, decisamente. Un grande classico, da tutti (da noi per primi) celebrato per terra e per mare, così tipico dello stile più elegante della distilleria di Kirkwall, vittima di qualche lamentela da parte di tutti (noi per primi) per l’impennata del suo prezzo negli ultimi anni. Ancora ricordiamo di quando riuscivamo a portarcene a casa una bottiglia a meno di 70€, ora ci vuole più o meno il doppio – dev’essere perché ora si chiama ‘Viking Pride‘. Miscela di barili ex-bourbon ed ex-sherry, deve la sua peculiare torbatura leggera ad un mix particolare di orzo: quello maltato nel proprio malting floor, heavily peated, e quello acquistato all’esterno, non torbato.

N: molto buono, accogliente come lo ricordavamo. Riesce nel miracolo di esser fresco e ‘appiccicoso’ allo stesso tempo: spiccano note ‘arancioni’ di agrumi dolci e zuccherati (canditi? marmellata di arancia?), pesca sciroppata, uvetta, poi liquirizia e un po’ di caramello salato, miele di acacia. C’è una nota di cerealino lievementissimamente torbato croccante, con una lieve salinità, davvero deliziosa.

P: eccezionale, esplosivo anche se ha un corpo molto affilato, e molto più Highland Park del naso: esce la torba gentile, una punta oleosa più grassa, cera, paraffina, un po’ di pane bruciato. Molto minerale. C’è un sentore di Barbour. Non si pensi che però sia ‘solo’ affilato, è anche molto ben dolce e fruttato. Toffee salato. Cioccolato, liquirizia, un po’ di cuoio, brioscina. Frutta sciroppata ancora, pesche e uvetta. Carruba salata.

F: lungo, molto persistente, è una torta fruttata (crostata di mele e uvetta, anzi: strudel) ricoperta di erica e polvere di cereale torbato, minerale.

Eccellente: il naso è seducente e si rimarrebbe ad ammirarlo per ore, anche il palato è ottimo ma forse forse per la gloria assoluta gli manca un po’ di compattezza, ha un ingresso un pelo watery, un po’ esile – ma a sua difesa, anche con un corpo così sottile riempie il palato e lo stuzzica con mille suggestioni. 89/100, confermiamo tutto il nostro amore per questo Highland Park.

Sottofondo musicale consigliato: Pink Floyd – Sheep.

Highland Park 10 yo ‘Viking Scars’ (2019, OB, 40%)

Restiamo sulle Orcadi per tornare, per una volta, al core range di Highland Park: come sapete, siccome sulle Isole sono presenti resti di insediamenti vichinghi, il dipartimento di marketing del gruppo Edrington deve aver pensato – ormai un po’ di anni fa – che fosse una splendida idea usare questa eredità per caratterizzare packaging e comunicazione di Highland Park. La cosa a noi piaceva; piace ancora in realtà, diciamo che forse ne stanno un po’ abusando, ed è diventato un po’ stucchevole. Per fortuna che il whisky è sempre molto buono, come dimostrano sempre gli imbottigliamenti indipendenti: oggi proviamo il 10 anni ‘Viking Scars‘, uno dei 15 imbottigliamenti entry-level in un core range sterminato e indominabile.

N: molto Highland Park, in senso positivo. Parte molto aromatico, con note ‘dolci’ di vaniglia, cioccolato bianco, mela gialla, biscotti al burro… Poi pian piano si apre decisa una prima nota minerale ed erbacea, diciamo di clorofilla e di distillato giovane, e poi scorzetta d’arancia (olio essenziale di?), insieme ad un tripudio di quella torba sottile tipica di HP: un lieve fumo, acre, piuttosto minerale, in crescita.

P: setoso e burroso, ci piace molto. La bassa gradazione lo rende pressoché analcolico, e resta un succo di orzo torbato aromatizzato alla vaniglia. Meno fruttato del naso, la fanno da padrone aromi di corn flake, biscotti al burro, burro fuso, poi fumo acre, un po’ di cenere. Si chiude su una bella sapidità…

F: …che prosegue al finale, accanto a un mantello di torba e burro. Molto buono.

Se dobbiamo trovare una pecca, al palato è fin troppo beverino: ne apri una bottiglia e la finisci senza aver neppure scelto quale nuova serie iniziare su Netflix. Diciamo che, nel complesso, abbiamo trovato problemi maggiori… Il naso promette più di quanto poi il palato mantenga, ma alla fine della fiera il voto sarà 85/100 (buono eh, ma vista da qui forse Serge ha esagerato).

Sottofondo musicale consigliato: per dimostrare che per noi i Vichinghi sono roba seria, ecco Windir – Arntor, A Warrior.

Highland Park 1995 (2018, Carn Mor, 54%)

La scorsa settimana si è chiusa con un Highland Park non dichiarato: oggi invece ripartiamo con un HP che non si vergogna della sua identità, perché lui è fatto così, e sono gli altri a doverlo accettare per come è. Noi condividiamo la sua battaglia, e alziamo i calici tra strilli di giubilo. 22 anni in un hogshead ex-sherry, gradazione piena: bene così.

N: questo è un naso da top player, non c’è verso. La prima suggestione è di candela alla fragola appena spenta, e riassume quasi tutto: la torba, leggera, fumosina ma delicatamente austera, con stoppino; la frutta, esuberante ma delicata anch’essa, fragola, mela gialla, albicocca matura. Note di cera, a spandere una patina incantevole su un profilo arricchito anche da note erbacee, di foglie, forse timo? Eccellente.

P: monumentale, un mix perfettamente integrato tra frutta rossa e torba. Lamponi e mirtilli dolci danzano un ballo perfetto con un poco di fumo, una coltre di cera deliziosa… Mamma mia, ne berremmo a secchiate. Ha anche una nota leggermente erbacea, cenni di erbe aromatiche mediterranee. E vi stupiamo se diciamo che riusciamo a sentire il sapore del chicco di cereale dolce?

F: lungo, intenso; lunghissimo, intensissimo anzi. Ancora torba austera, fragola, lamponi… Candela appena spenta. Che delizia.

Semplicemente eccezionale: Highland Park al suo meglio. Quando un whisky leggermente torbato incontra un barile ex-sherry, il risultato può essere disastroso: non in questo caso però, con eleganza, raffinatezza, bilanciamento tra spigoli e amenità, facilità di bevuta e complessità aromatica. Tutto quel che ci piace è qui: 92/100.

Sottofondo musicale consigliato: Depeche Mode – Freelove.

Mystery Orkney 2006 (2019, Signatory Vintage for Die Whiskybotschaft, 64,8%)

Nel tripudio di Highland Park non dichiarati che da qualche tempo stanno invadendo il mercato degli imbottigliatori indipendenti, tempo fa abbiamo adocchiato (e comprato) questo Mystery Orkney 2006/2019, un single cask ex-sherry refill imbottigliato da Signatory per Die Whiskybotshaft, negozio e locale tedesco. La gradazione mostruosa ci ricorda che sì, è cask strength.

N: ti schiaffeggia senza aspettare di presentarsi con un uno-due di cerino spento, rame, zolfo, torbina fumigante. Dopo un po’ si agita sotto una nota di frutta supermatura, arancia quasi andata, albicocca matura, cioccolato, mon cheri… L’acqua, tanta acqua, lo rende più dolce, più aperto, con note decisamente più fruttate, ancora mele cotte e arancia.

P: al primo sorso sei steso, al secondo l’alcol continua a sentirsi, ma resta più aperto e complessivamente godibile. Torba minerale, ancora note sulfuree e minerali. Più fruttato, con frutta cotta, ancora arancia rossa troppo matura. Ciliegia sotto spirito. Molto speziato, cannella. L’acqua apre, rende l’esperienza più godibile, ma il profilo resta il medesimo: sulfureo, metallico e ramato, molto sporco, con uno sfondo di frutta cotta e cannella.

F: sulfureo ancora, lungo, legno caldo allappante e note amare, speziate, cioccolato fondente, frutta rossa e arancia amara. Ma soprattutto sulfureo.

Ora, noi amiamo il grado pieno, per carità: ma a questa gradazione l’impatto non è solo sull’esperienza (al palato devastante), è disturbante complessivamente – a maggior ragione su un profilo del genere, contundente e spigoloso e sporco come pochi. L’aggiunta di acqua è dunque essenziale: e pure, comunque, la componente sulfurea è fin troppo aggressiva per i nostri gusti da donnicciole, dunque ci fermiamo a 83/100.

Sottofondo musicale consigliato: Massimo Pericolo – Amici.

Highland Park 17 yo ‘Full Volume’ (1999/2017, OB, 47,2%)

Da qualche tempo abbiamo fatto pace con Highland Park: un po’ nauseati dalle infinite serie pseudo-vichinghe, con prezzi sempre più alti e soddisfazione sempre più bassa, abbiamo iniziato a rivolgerci stabilmente agli imbottigliatori indipendenti, che in questi anni sono particolarmente ricchi di single casks di una innominabile distillerie delle Orcadi… Oggi diamo un’altra chance agli OB, e scegliamo un imbottigliamento inizialmente per il mercato americano e da qualche tempo sbarcato nel Vecchio Continente: Full Volume, maturato quasi 18 anni (vintage 1999, imbottigliato 2017) in barili ex-bourbon first fill. Se volete sapere di più, sul lato del (bellissimo) packaging c’è la fascetta che mettiamo qui a lato.

N: molto piacevole, si sente tanto il bourbon first fill e lo spirito HP resta forse un po’ in disparte. Quindi super cremoso, con crema pasticciera, gelato alla banana, buccia di mela, pasticcino alla frutta da cui è caduta la frutta. Succo d’ananas zuccherato. Un senso di frutta sudata, da marzapane. Resta viva una torbina leggera leggera, con un sentore minerale persistente molto piacevole.

P: l’ingresso è molto piacevole e d’impatto, per così dire: stante una dolcezza che rimane molto evidente, con altra crema pasticcera e pastafrolla burrosa e vaniglia, verso il finale cresce l’identità dell’Highland Park, con torba fumosina (fumosinina, diciamo) e cereale cerealoso e terra minerale, con una sapidità in aumento e pure pepe nero. Ancora fruttato, essenzialmente diciamo “mela gialla”.

F: salato, torbatino leggero e minerale (roccia calda bagnata, dice Angelo), con la mela gialla che ritorna alla fine del finale.

86/100: costa poco per gli standard degli Highland Park ufficiali (se pensate che il 18 anni ‘normale’ costa 140€… questo si trova anche sotto le 100), e soprattutto è proprio buono. Certo, non si può negare come l’apporto dei barili first-fill trattenga un po’ lo spirito più selvatico della distilleria di Kirkwall, ma a noi, in fondo, checcefrega?

Sottofondo musicale consigliato: obbligato, visto il packaging, è Manowar – Blow Your Speakers.

Highland Park 26 yo (1989/2016, Rest & Be Thankful, 48,4%)

Nelle scorse settimane abbiamo celebrato alcune selezioni di Rest & Be Thankful, giovane imbottigliatore indipendente scozzese, così come la gran copia di barili di Highland Park in circolazione presso gli indipendenti negli ultimi tempi. Basta fare due più due e l’assaggio di oggi pare obbligato, no? Single cask ex-bourbon di Highland Park, distillato 1989 e imbottigliato 2016 proprio da R&BT al grado di botte di 48,4%.

N: ti avvicini al bicchiere e trovi una macedonia dimenticata lì per un paio di giorni, qualcuno direbbe “polimerizzata”, con quel senso compatto di frutta maturissima, perfettamente omogenea, invitante. Pesche o fragole con vino e zucchero. Frutta vecchia, con una patina un po’ cerosa, un po’ polverosa… Un che di cacao. Elegante e (s’era capito?) fruttatissimo. Invita decisamente all’assaggio…

P: …e noi assaggiamo. Quanta bellezza, quanta coerenza: ancora molto fruttato, di quella frutta maturissima e quasi andata già celebrata al naso, ma solo dopo aver pagato pedaggio a un casello di cera in ingresso. Note agrumate, anzi ad essere precisi: arancia essiccata (scorza di). Già qui fa, finalmente, capolino l’isolanità di HP, tra una torbina acre, note sapide e un fumetto crescente.

F: lungo e persistente, molto piacevole – in realtà perdura a lungo, ma la parte più dolce resta spazzata da mare e torba fumosa. Ancora agrume – anzi, mandarino.

Molto buono, molto elegante, molto equilibrato. La frutta esuberante resta il trait d’union tra le tre fasi, ma l’isolanità tipica di Highland Park cresce passo passo: non percepita al naso, qualche saltello al palato, un tappetone al finale. Non ce n’è, l’eleganza mossa di Highland Park ci piace sempre un sacco: 89/100.

Sottofondo musicale consigliato: Aurora – Running with the wolves.

Orkney 17 yo (2000/2017, North Star, 55,2%)

Una delle poche gioie che questi tempi oscuri e tetri regalano a noialtri peones dell’acquavite di cereali sono i frequenti Highland Park ‘nascosti’: HP non concede a cuor leggero agli imbottigliatori indipendenti la possibilità di dichiarare il nome sull’etichetta, e così bisogna arrangiarsi con nomi esotici. In questo caso, lo sforzo fatto da North Star è stato minimo, ma bisogna riconoscergli un certo gusto per il didascalico, che tutto sommato ci piace: Orkney, punto e basta. 17 anni di invecchiamento, di cui una quota incerta in un barile ex-Pedro Ximenez, varietà di sherry molto dolce – come sapete, d’altro canto.

N: molto aperto, inalcolico anche se a oltre 55%. Pungentino, le prime note che colpiscono sono di inchiostro (Angelo, che è un tipo preciso, riconosce anche la marca: Pelikan, possibilmente di colore rosso) e lievemente sulfuree, anche se svaniscono entrambe un po’ in fretta. Per il resto, il PX tende a prendere un po’ di scena, il lato costiero resta timido ma presente. Note di mele, confettura di pesche, cannella. Zucchero bruciato, tipo brûlé (crema catalana).

P: che bell’impatto! L’alcol qui è più presente. Mettendo per un attimo da parte la dolcezza, la componente torbata e marina di HP rimane un poco trattenuta (anche se la sapidità marina c’è), e resta soprattutto un senso sulfureo di arancia rossa marcia. Molto molto dolce, il PX copre tanto: iperzuccherino, note di mela cotta, di zucchero caldo, bruciacchiato. Ancora confettura di pesca melba. Una suggestione riassuntiva: caramello salato.

F: stupisce la spiccata salinità (lascia labbra salate), con torba fumosina e soprattutto una coltre di mela caramellata zuccherina estrema.

Non si fraintendano le prime parole che stiamo per scrivere: è un whisky stucchevole, con uno spiccato senso di ‘artificiale’… L’intervento del PX è a nostro gusto un po’ eccessivo, lascia una patina di caramello appiccicoso su un distillato tagliente e corposo come quello di HP. Insomma, bene ma non benissimo: quel che manca, a nostro parere, è un po’ di equilibrio, ma sappiamo che altri impazziranno, dunque suggeriamo di assaggiare: 84/100.

Sottofondo musicale consigliato: PJ Harvey – C’mon Billy.