Glenmorangie ‘Allta’ (2019, OB, 51,2%)

Bill Lumsden e la responsabile marketing di Glenmorangie in riunione

Quando ci si approccia a Glenmorangie, bisogna soppesare bene gli elementi in gioco: da un lato, una distilleria storica, una solidità affermata e un’offerta di qualità, dall’altro la proprietà di LVMH, la volontà di porsi come un brand di lusso che diventa immediatamente respingente per gli appassionati (“ma come, ci avete traditi!”). Nel mezzo, c’è quel pazzo di Bill Lumsden che sperimenta come se non ci fosse un domani: fatta apposta per lasciarlo sbizzarrire c’è la serie Private Edition, e noi oggi assaggiamo proprio l’ultima release in questa serie tutta matta. Ecco Allta (gaelico per ‘selvaggio’), frutto di esperimenti con lieviti autoctoni e selvaggi, direttamente dai campi d’orzo vicini alla distilleria. Nessuna età dichiarata, gradazione a 51,2%.

N: “o famo strano”, deve aver detto Bill: e al naso si trova subito una prima, bizzarra nota di segatura e aceto bianco (o aceto di mele?), poi anche pasta del pane. Accanto, crostatina all’albicocca. Si ‘apre’ verso la pastafrolla cruda, poi troviamo un qualcosa che ci ricorda un cereale astratto e bagnato. C’è anche del limone, un che di buccia d’uva (buccia d’uva americana, dice qualcuno). Mela.

P: resta inusuale, ancora un po’ acido e dolciastro, di una dolcezza ‘lattosa’ e di mela… Latte, panna cotta, ancora pasta di pastafrolla, mollica di pane, panini al latte. E le spezie? C’è una spezia, sì, che però non sappiamo identificare: oh, d’altro canto mica ci pagate, eh! Assaggiate e trovatevela voi, se proprio dovete lamentarvi. Zucchero liquido e limone.

F: piuttosto lungo, con panna cotta e buccia di mela.

Molto strano, ribadiamo: e a fronte di un profilo non propriamente seducente e ruffiano (cosa che dovrebbe far ricredere i detrattori di Glenmo, speriamo), dobbiamo dire che forse la stranezza è la cosa che più apprezziamo fino in fondo… Non dimostra la gradazione ed è indubbiamente diverso dal resto della gamma e dalle precedenti release: questo ci piace, anche se non siamo sicuri che ne acquisteremmo a cartoni. 83/100.

Sottofondo musicale consigliato: Eugene McDaniels – Supermarket Blues.

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Invergordon 1988 ‘Applewood Bake’ (2015, Wemyss, 46%)

Invergordon è una distilleria delle Highlands del Nord che, come quasi tutti voi lettori non potete certo dimenticare, è stata fondata in tempi relativamente recenti- correva l’anno 1959- dalla neonata Invergordon Distillers. Nel giro di pochi anni la società si espanse arrivando ad avere un portafoglio di tutto rispetto, con distillerie come Bruichladdich, Jura, Glenallachie, Tullibardine e Deanston. E il gruppo ebbe anche l’ardire di fondare due distillerie, Tamnavulin e Ben Wyvis. Oggi queste scorribande sono solo un lontano ricordo e l’impero si è disperso in mille rivoli, con Invergordon che svolge le mansioni di distilleria di grano (36 mln litri annui!) all’interno del gruppo Whyte and Mackay, a sua volta pesciolino all’interno della capiente pancia della filippina Emperor Distillers Inc. Andiamo dunque a delibare senza ulteriori esitazioni questo single cask, perché questa storia ci insegna che oggi viviamo, ma del domani non v’è certezza.

applewood-bake-1988-invergordon-wemyss-maltN: c’è un senso di acetone abbastanza brutale. Rimane quindi abbastanza spoglio, a tratti vegetale (piccoli arbusti verdi e clorofilla). Inattesa arriva una nota di albume, tanto inattesa che forse è la prima volta in assoluto che lo scriviamo. Per il resto si percepiscono, di tanto in tanto e abbastanza timidi, dei sentori di mele gialle, banana e zucchero glassato.

P: burro zuccherato e vinavyl, con una spruzzatina di alcol? Ancora ‘freschino’ d’uovo e pasta frolla cruda. Banana dolce e mele giungono a rendere un poco più gradevole l’esperienza, ma complessivamente rimane un po’ troppo grezzo, quasi grossolano. La cosa strana è come questi descrittori, solitamente accompagnati a profili molto grassi, in realtà stiano come appesi a un whisky abbastanza esile.

F: panna montata e noce di pekan.

Ora vi riveliamo un segreto: il barile che nel 1988 ha accolto qualche centinaio di litri di Invergordon era uno sherry butt. Noi non possiamo che crederci, ma davvero ci chiediamo che fine ha fatto (o quanto esausta fosse) la botte? Il distillato viene lasciato infatti libero di galoppare per questi lunghi 27 anni verso nuove e inesplorate vette di sfumature gusto-olfattive. Peccato che si tratti di un distillato di grano e che quindi il tutto si risolva in una sorta di strano distillato aromatizzato al whisky: 72/100. Costa sui 150 euro, se vi è venuta la curiosità.

Sottofondo musicale consigliato: Bob Dylan – Lay Lady Lay

Whisky Revolution “calendario avventato” – Day 1

Il “Calendario Avventato” al giorno n.1 ci regala un grande classico, il Tomatin 12 anni, distilleria delle Highlands del Nord, poco distante da Inverness. Questa è la nostra IMG-20181201-WA0001recensione, tenete conto che l’abbiamo assaggiato blind, alla cieca, e la sua identità ci è stata rivelata solo stamattina, pochi istanti prima di pubblicare questo post. Abbiate pietà di noi.

Whisky Advent #1

TOMATINIl “day one” si apre con un whisky senza tanti orpelli, che ti si presenta sincero così com’è. Il naso ha note che sembrano giovani, con tanti canditi, punte acide (tipo fermentazione); rivela anche però note ‘dolci’ di pastafrolla cruda, di burro e uovo e zucchero. Agrumato, con arancia, soprattutto. Qualcosa di fruttato, in disparte, come trattenuto (ananas candito?). Il corpo è molto fresco, si lascia bere molto piacevolmente. Complessivamente è più dolce, con dei mix di frutta essiccata (albicocca e ananas), con una sua cremosità, note di dolce di pan di Spagna. Ancora arancia. Il finale è medio, non troppo intenso, torna sul cereale – ha il gran pregio di invitare a un altro sorso.

Un whisky quasi sicuramente senza grosse particolarità d’assemblaggio, giovane e ben fatto. Mostra un po’ dei limiti in complessità e intensità, ma è sicuramente un whisky ‘da aperitivo’ più che godibile. 83/100

Clynelish 17 yo (1996/2014, Silver Seal, 51,9%)

Reduci dal Milano Whisky Festival 2018, non possiamo iniziare la settimana recensiva con una bottiglia qualsiasi: un Clynelish del 1996 selezionato e imbottigliato da Max Righi fa proprio al caso nostro. Dalla serie “Whisky is art” del 2014, ecco un barile ex-bourbon direttamente dalla distilleria delle Highlands che più ci scalda il cuoricino. Come spesso accade, beviamo insieme ad Angelo Corbetta, che ci accompagna con le sue suggestioni.

N: che piacere, che fascino… Questo Clynelish è esattamente come vogliamo che siano i Clynelish che beviamo: austero e complesso. Si parte con la cera, tagliente e minerale, e con note intense di olio d’oliva e di erba falciata… Poi pian piano si apre su un lato di pastafrolla arricchita, di biscotti al burro, magari screziati da una scorza di limone. Una nota di pera cotta (suggerisce Angelo), a dare conto di una dimensione fruttata non scontata, sfumata ma presente.

P: che impatto, e che texture oleosa! Il primo sorso è molto simile al naso e non concede nulla a smancerie e ruffianate, esibendo anzi severa austerità, cera, mineralità oleosa e qualche sentore di distante fumo di torba. Poi man mano si apre, verso una dolcezza delicata ma piena, semplice ma travolgente, fatta di frutta bianca, zucchero a velo, vaniglia e panna cotta. Eccellente.

F: molto lungo e persistente, parte cremoso e poi si fa venare di cera, torbina e cereale.

Nel corso del tempo ci siamo forse abituati alla complessità di Clynelish e tendiamo a darla per scontata, un po’ come gli juventini si sono abituati a vincere i campionati: e però immaginiamo che, se sotto la loro (terribile) maglia bianconera batte ancora un cuore (forse no), debba essere comunque una sensazione piacevole portarsi a casa il titolo. Ugualmente, anche noi non sappiamo nascondere la gioia che proviamo davanti a un profilo come questo, perfetto e tagliente come piace a noi. 90/100, tondi tondi. Grazie, Max, per questo e per tanti altri samples…

Sottofondo musicale consigliato: Metallica – Disposable Heroes (acoustic, live at Bridge School 2007).

The GlenAllachie 10 yo (2018, OB, 57,1%)

Billy Walker è un maledetto genio, come senz’altro tutti voi illustri lettori sapete bene: è l’uomo dietro alla rinascita di BenRiach e GlenDronach, per intenderci, un uomo con una grandissima competenza in materia di whisky fantastici e di dove invecchiarli (magister assoluto in reimbottamento di stock dimenticabili) e con una perniciosa e inspiegabile passione per le maiuscole “collocate alla cazzo di cane nel mezzo del nome” (cit. – un sample gratis di un whisky a nostra scelta per il genio che la coglie, non vale gugolare). Dopo aver venduto il gruppo BenRiach a Brown Forman, colosso dell’alcol a stelle e strisce, il vecchio Billy ha deciso che stare a casa a nuotare nei dollari non faceva per lui, e ha dunque comprato da Pernod la distilleria Glenallachie – che in men che non si dica è diventata GlenAllachie. Sembra abbia anche convocato dei camuni per farsi disegnare il logo, con un vago gusto preistorico-flinstoniano. Oggi assaggiamo il primo batch del 10 anni a gradazione piena, con non poca curiosità e accompagnati dal magico trio Corbetta – De Rosa – Zucchetti, ché le nostre spalle da sole non reggono il peso di cotanta responsabilità.

N: a grado pieno, l’alcol è molto volatile e tende a castigare il naso del degustatore. Poco espressivo, tende a mostrare un lato agrumato (mandarino) e un ricordo di torta di mele – anzi, Zucchetti suggerisce ‘crumble di mele’ e noi ci crediamo perché, it is known, Zucchetti ne sa un sacco. La quota di virgin oak porta quel tipico profumo legnoso, tipo mobili dell’Ikea. Con acqua, si apre una punta speziata e si spalanca la porta della vaniglia, lo zucchero a velo.

P: anche qui l’impatto è alcolico, pare piuttosto aggressivo ma pieno e ricco. La parte fruttata è dolce/acido/fermentato, con qualcosa di tropicale ma soprattutto – lo gridiamo a gran voce – caco! Cioccolato bianco. Tutto il resto è allappo. Castagne crude. L’acqua rende più accessibile, ma la parte dolce tende ad appiattirsi sulla zuccherinità facile (uva bianca dolce) e si fa più legnoso, più astringente.

F: lungo, con ancora cachi e miele e caramello. Budino di vaniglia.

Senza diluizione appare un po’ troppo aggressivo, soprattutto al palato: l’acqua trasforma il naso rendendolo decisamente più affrontabile, anche se ancora al palato ciò che guadagna in godibilità lo perde in complessità. Alla fine ci è parso buono, forse un po’ semplice ma decisamente non ruffiano, e la cosa ci piace: secondo noi è una buona bottiglia da avere a scaffale e sicuramente potrà colpire con il suo vigore contundente. Il costo, attorno alle 60€, lo rende appetibile: comunque condensando in numero diciamo 83/100.

Sottofondo musicale consigliato: Özgür Baba – Dertli Dolap. Questo è situazionismo puro, apprezzate – vi preghiamo – il contributo delle galline.

Balblair 1999 3rd release (2017, OB, 46%)

Balblair è una distilleria ben piantata nel Nord della Scozia, sopra Inverness, che ci ha sempre causato un’immotivata simpatia. Sarà che è tra quelle la cui visita rimane un bel ricordo tra le sbiadite reminiscenze regalate dai fumi dell’alcol, sarà che la proprietà è dal 2001 della thailandese ThaiBev; sarà che la distilleria si è prestata come location per le riprese del film The Angel’s Share; sarà per quella politica di sfornare solo whisky col vintage e non con la più consueta età espressa in ‘years old’. Beh sarà quel che sarà, ma cerchiamo sempre di avere qualche Balblair nella nostra lista d’attesa dei sample da assaggiare. Oggi è il turno di un fresco maggiorenne o giù di lì, sherry & american oak cask matured.

balblair-1999-2nd-release-whiskyN: andiamo giù duro di frutti come pesche sciroppate e albicocche disidratate; poi il gioco si fa ancora più duro con caramello, caramella mou, torte di noci, croccante di noci e miele (tanto miele). I sentori di frutta, molto presenti, vogliono rappresentare una screziatura nel profilo fruttato e ‘dolce’ che andiamo descrivendo – anche peché questo è a dire il vero più sottile di come può sembrare dai descrittori. Una bella nota agrumata, con un’arancia appena tagliata.

P: buono, piacevole ma – come dire – un po’ frenato. A guardare i descrittori, il panorama appare molto dolce, denso e appiccicoso, e però rimane tutto etereo, come se svanisse in fretta. Diciamo miele, mele gialle, un po’ di arancia. Noce tostata, forse.

F: cocco, spezie e finalmente la frutta rossa.

Imputiamo a questo Balblair solo ciò che non ha, perché è un whisky che fa un bel po’ di promesse per poi mantenerne solo alcune. Pieno, aromatico e molto gradevole rimane purtroppo esile, a un passo dall’eccellenza; non tradisce per davvero, ma d’altro canto non spinge mai abbastanza. Presi da un insolito interesse per mondi lontani dal solo bere, per una volta ci azzardiamo a dire che probabilmente sarebbe un ottimo whisky da pairing col cibo. Tra l’altro qua e là sull’Internet lo si trova a prezzi assolutamente ragionevoli, sui 70 euro (tipo qui). Ah, si dimenticava il voto, una sciocchezzuola da 83/100.

Sottofondo musicale consigliato: Dengue Fever – Integration

Aberfeldy 2001 ‘Hand-Filled’ #21444 (2017, OB, 55,5%)

Solo qualche mese fa abbiamo visitato per la prima volta Aberfeldy, distilleria al cuore del gruppo (e del blended) Dewar’s: oltre a un ottimo panino col salmone affumicato accompagnato da una zuppa di lenticchie, abbiamo apprezzato in modo particolare l’offerta di single cask esclusivi per il visitor center. Ce ne sono sempre almeno due, uno in bourbon ed uno in sherry, e hanno un rapporto qualità prezzo… dimenticabile, tant’è che appunto noi ce ne siamo dimenticati. L’onorabilità di Aberfeldy non sarà intaccata dalla nostra distrazione, vero? Quel che però ricordiamo nitidamente è che al rientro ci siamo trovati in tasca un campione del cask #21444, barile ex-bourbon first-fill di 16 anni.

N: domina senz’altro il barile, anche se sulle prime il profilo pare un po’ chiuso, come nascosto da una gradazione piuttosto aggressiva. Basta un poco di pazienza, però, e questo Aberfeldy si apre e rivela note di cioccolato bianco, vaniglia, cocco, banana matura e pasta di mandorle. Una punta di canfora, balsamica, come di eucalipto. Toffee chiaro. Con acqua, diventa più espressivo, un po’ più fruttato (mela), con qualche zaffatina erbacea, come di fieno caldo.

P: molto convincente, molto standard, molto legno. Dunque idem come sopra: l’epitome della dolcezza da barile, con ancora banana, cocco, vaniglia, frutta gialla come se un domani non dovesse arrivare mai – e forse non arriverà, chi lo sa. Emerge una nota speziata intensa, quasi pepata. Una venatura di arancia (forse scorza?) a screziare il profilo, con ancora punte erbacee che fanno capolino solo con aggiunta di acqua.

F: media lunghezza, con note ancora di barile e punte erbacee un po’ più evidenti.

Un distillato ‘con le palle’, sostiene scotchwhisky.com, e noi onestamente non sappiamo dargli torto, per lo meno per quel che è stata la nostra esperienza con i barili disponibili per l’assaggio e l’imbottigliamento in distilleria. Qui il legno, come detto, non è certo impercettibile, ma nel complesso ci pare che la ‘ciccia’ del distillato resti bene evidente, con un palato molto grasso, pieno, vellutato – una menzione per le note erbacee, che come delle marmotte coraggiose mettono la testa fuori dalla tana con sempre maggior convinzione nel corso dell’assaggio. 87/100: un whisky relativamente ‘standard’, intendiamoci, ma proprio molto buono, godibilissimo.

Sottofondo musicale consigliato: Bowland – Get Busy.

Tamdhu 29 yo ‘Cars’ (Moon Import, 43%)

Ancora una volta dobbiamo ringraziare un amico, Luca Bellia, per averci donato un campione di un imbottigliamento che rappresenta degnamente la storia del single malt italiano: si tratta infatti di un Tamdhu di 29 anni selezionato e imbottigliato negli anni ’90 da Moon Import, azienda dietro cui si cela il grande Pepi Mongiardino, nella celebre serie “Cars”. Moon Import, lo diciamo per inciso, è entrato nella storia anche per la qualità di etichette davvero incantevoli. Non perdiamo altro tempo, gettiamoci a capofitto sul bicchiere!

N: poggi il naso ed è subito gran cestone di mele gialle, belle mature e profumate. Basterebbe già solo questa suggestione di rara intensità a decretare il successo di questo single cask. E invece aggiungiamoci anche pasta frolla bella burrosa, crostata alle fragole. È soprattutto un whisky dall’incredibile esuberanza fruttata, ma non disdegna nemmeno qualche fuga immaginifica nei territori del miele, della cera d’api e del favo di miele. Nocciole e mandorle. Solo dopo un po’ si distinguono bene note di malto caldo, che virano talora su una venatura metallica, tipo rame, che riconosciamo come un classico di casa Tamdhu.

P: bello godibile, intenso a dispetto della gradazione. Inizia proseguendo il sentore del miele, della cera e della frutta secca, per poi sfoderare un lato erbaceo che, al naso, restava curiosamente inavvertito – ecco dunque il cereale, con anche note erbacee evolute, tipo erbe aromatiche. Anche un che di vagamente metallico. Si chiude di nuovo sulla crostata, sulla mela gialla, sul burro caldo.

F: lungo e persistente, perdura a lungo la frutta secca, cui pare poggiarsi un’impalcatura esile di frutta e cereale caldo.

Anche se in assoluto non è forse il più complesso dei whisky, bisogna dire che è veramente, veramente buono: elegante, raffinato, squaderna tutta la qualità unica dei barili cui vien lasciato il tempo di dialogare con calma con il distillato. Incredibile l’intensità, vista la gradazione bassa, che ha comunque retto alla perfezione a distanza di anni dall’imbottigliamento. Qualche anno fa capitava di trovare qualche bottiglia della serie Cars in giro per le enoteche a prezzi bassi: purtroppo non crediamo accadano più certi miracoli, ma in caso la vediate, accaparratevela. 89/100.

Sottofondo musicale consigliato: Thom Yorke – Suspirium.

Benrinnes 21 yo ‘Rare Malts’ (1974/1996, OB, 60,4%)

Angelo Corbetta, sovrano assoluto del Gran Regno dell’Harp Pub, ci concede sempre il privilegio di scegliere con lui, dalla sua ricca cantina, le bottiglie per le degustazioni che insieme organizziamo, generalmente pezzi storici che è raro vedere aperte in assaggio. “Privilegio” anche perché, oltre al piacere di assaggiare i whisky durante gli eventi, ci portiamo a casa un sample da recensire con calma nei mesi successivi. Un paio di mesi fa abbiamo aperto quattro dei suoi Rare Malts (e occhio: tra non molto annunceremo i prossimi due appuntamenti sempre a tema Rare Malts – e se dicessimo Brora e St. Magdalene?), e il primo era questo Benrinnes da oltre 60%. Diamoci dentro.

benrinnes-1974-21-year-old-rare-malts-with-box-965-pN: devastante come la gradazione passi inosservata, anzi, inodorata. Spicca in avvio una fascinosa patina minerale, di cera d’api e di cereale caldo ed essenze oleose di arancia. Sprigiona una gran ricchezza d’aromi, tra brioche integrale al miele, zucchero caldo – siamo travolti dall’immagine delle nastrine appena uscite dal forno – e una frutta gialla matura e aromatica (pesche e mele soprattutto). Un naso all’apparenza ordinato e ordinario, e invece c’è tanta libidine…

P: di grande intensità, gli oltre sessanta gradi qui si fanno sentire un po’ di più. Vive di fiammate: l’attacco è austero, ancora sulla cera, su una mineralità oleosa, poi sterza verso una frutta vivace (qui proprio pesca, forse sciroppata), poi scatta sulla pastafrolla, ancora zucchero caldo, brioche al miele… E che cereale, che cereale! Pieno e molto soddisfacente.

F: lungo e persistente, prima resta il calore e poi la cera si conquista il palcoscenico.

Poco da dire: semplicemente ottimo, con un profilo che oggidì è davvero raro da trovare. Questa patina di cera, a schermare il lato più fruttato e cerealoso, a noi fa letteralmente impazzire! Una sorpresa, tra i meno quotati della collezione Rare Malts, ma per noi è un pezzo da non perdere. 91/100.

Sottofondo musicale consigliato: Aphex Twin – T69 Collapse.

Timorous Beastie 18yo (2017, Douglas Laing, 46,8%)

Sep14-TimorousBeastie2Il timido topino, la bestiola timorosa in oggetto, vuole forse essere una metafora del whisky delle Highlands: non fumoso e aggressivo come quello di Islay, ma pur sempre con una personalità che lo distingue dai morbidi speysiders e dunque lo rende, a suo modo, bestiale. Così devono aver pensato negli uffici di Douglas Laing quando qualche anno fa hanno deciso di lanciare questo blended malt a tema regionale, composto di soli malti delle HIghlands: avevamo assaggiato la versione ‘base’, ora ci cimentiamo con quest’edizione limitata a 8000 bottiglie, maturata per almeno 18 anni.

douglas-laing-timorous-beastie-18-year-whisky-70cl_tempN: molto highlander, bisogna riconoscerglielo! Partiamo rilevando una nota di torba, delicatissima e senza fumo, ma con estrusioni di terra umida, di pioggia. C’è una bella spalla floreale, di erica, a sorreggere un fardello cerealoso particolarmente evidente e croccante: corn flakes, malto. Insomma, a dispetto dei suoi 18 anni, piuttosto ‘nudo’ e delicato. Una nota di torta di mele, ripiena di mele.

P: attacca un po’ alcolico; l’avvio è coerente con il naso, c’è un tripudio pomico, ci sono mele in ogni forma: torta di mela, mela rossa, succo di mela filtrato. La mineralità e la torba restano decisamente in disparte, quasi svanendo, lasciando piuttosto spazio a spezie: pepe, zenzero. Yogurt ai cereali (avete present gli Yomo?) e fiocchi di cereale. Zucchero di canna. Mah.

F: torba la torna, ehm, torna la torba, poi mela ad libitum.

Incompiuto, come la carriera di Biabiany (che pure si è portato a casa una Intercontinentale, ricordiamo). Resta sempre un po’ inespresso: se sulle prime pareva molto promettente, anche se sorprendente per l’austerità giovanile, nella seconda fase della carriera le sgroppate sulla fascia paiono stanche e, a dirla tutta, non pienamente integrate al possesso palla della squadra. Non sappiamo se a Biabiany piacciano le mele e il cereale, ma al topino in etichetta sicuramente sì: intendiamoci, abbiamo di fronte un whisky onesto, piacevole e godibile, ma se in enoteca dovessimo scegliere tra la versione base e questo diciottenne, opteremmo per la prima. 83/100.

Sottofondo musicale consigliato: Church of the Cosmic Skull – Evil in you eyes.