Aberfeldy 2001 ‘Hand-Filled’ #21444 (2017, OB, 55,5%)

Solo qualche mese fa abbiamo visitato per la prima volta Aberfeldy, distilleria al cuore del gruppo (e del blended) Dewar’s: oltre a un ottimo panino col salmone affumicato accompagnato da una zuppa di lenticchie, abbiamo apprezzato in modo particolare l’offerta di single cask esclusivi per il visitor center. Ce ne sono sempre almeno due, uno in bourbon ed uno in sherry, e hanno un rapporto qualità prezzo… dimenticabile, tant’è che appunto noi ce ne siamo dimenticati. L’onorabilità di Aberfeldy non sarà intaccata dalla nostra distrazione, vero? Quel che però ricordiamo nitidamente è che al rientro ci siamo trovati in tasca un campione del cask #21444, barile ex-bourbon first-fill di 16 anni.

N: domina senz’altro il barile, anche se sulle prime il profilo pare un po’ chiuso, come nascosto da una gradazione piuttosto aggressiva. Basta un poco di pazienza, però, e questo Aberfeldy si apre e rivela note di cioccolato bianco, vaniglia, cocco, banana matura e pasta di mandorle. Una punta di canfora, balsamica, come di eucalipto. Toffee chiaro. Con acqua, diventa più espressivo, un po’ più fruttato (mela), con qualche zaffatina erbacea, come di fieno caldo.

P: molto convincente, molto standard, molto legno. Dunque idem come sopra: l’epitome della dolcezza da barile, con ancora banana, cocco, vaniglia, frutta gialla come se un domani non dovesse arrivare mai – e forse non arriverà, chi lo sa. Emerge una nota speziata intensa, quasi pepata. Una venatura di arancia (forse scorza?) a screziare il profilo, con ancora punte erbacee che fanno capolino solo con aggiunta di acqua.

F: media lunghezza, con note ancora di barile e punte erbacee un po’ più evidenti.

Un distillato ‘con le palle’, sostiene scotchwhisky.com, e noi onestamente non sappiamo dargli torto, per lo meno per quel che è stata la nostra esperienza con i barili disponibili per l’assaggio e l’imbottigliamento in distilleria. Qui il legno, come detto, non è certo impercettibile, ma nel complesso ci pare che la ‘ciccia’ del distillato resti bene evidente, con un palato molto grasso, pieno, vellutato – una menzione per le note erbacee, che come delle marmotte coraggiose mettono la testa fuori dalla tana con sempre maggior convinzione nel corso dell’assaggio. 87/100: un whisky relativamente ‘standard’, intendiamoci, ma proprio molto buono, godibilissimo.

Sottofondo musicale consigliato: Bowland – Get Busy.

Tamdhu 29 yo ‘Cars’ (Moon Import, 43%)

Ancora una volta dobbiamo ringraziare un amico, Luca Bellia, per averci donato un campione di un imbottigliamento che rappresenta degnamente la storia del single malt italiano: si tratta infatti di un Tamdhu di 29 anni selezionato e imbottigliato negli anni ’90 da Moon Import, azienda dietro cui si cela il grande Pepi Mongiardino, nella celebre serie “Cars”. Moon Import, lo diciamo per inciso, è entrato nella storia anche per la qualità di etichette davvero incantevoli. Non perdiamo altro tempo, gettiamoci a capofitto sul bicchiere!

N: poggi il naso ed è subito gran cestone di mele gialle, belle mature e profumate. Basterebbe già solo questa suggestione di rara intensità a decretare il successo di questo single cask. E invece aggiungiamoci anche pasta frolla bella burrosa, crostata alle fragole. È soprattutto un whisky dall’incredibile esuberanza fruttata, ma non disdegna nemmeno qualche fuga immaginifica nei territori del miele, della cera d’api e del favo di miele. Nocciole e mandorle. Solo dopo un po’ si distinguono bene note di malto caldo, che virano talora su una venatura metallica, tipo rame, che riconosciamo come un classico di casa Tamdhu.

P: bello godibile, intenso a dispetto della gradazione. Inizia proseguendo il sentore del miele, della cera e della frutta secca, per poi sfoderare un lato erbaceo che, al naso, restava curiosamente inavvertito – ecco dunque il cereale, con anche note erbacee evolute, tipo erbe aromatiche. Anche un che di vagamente metallico. Si chiude di nuovo sulla crostata, sulla mela gialla, sul burro caldo.

F: lungo e persistente, perdura a lungo la frutta secca, cui pare poggiarsi un’impalcatura esile di frutta e cereale caldo.

Anche se in assoluto non è forse il più complesso dei whisky, bisogna dire che è veramente, veramente buono: elegante, raffinato, squaderna tutta la qualità unica dei barili cui vien lasciato il tempo di dialogare con calma con il distillato. Incredibile l’intensità, vista la gradazione bassa, che ha comunque retto alla perfezione a distanza di anni dall’imbottigliamento. Qualche anno fa capitava di trovare qualche bottiglia della serie Cars in giro per le enoteche a prezzi bassi: purtroppo non crediamo accadano più certi miracoli, ma in caso la vediate, accaparratevela. 89/100.

Sottofondo musicale consigliato: Thom Yorke – Suspirium.

Benrinnes 21 yo ‘Rare Malts’ (1974/1996, OB, 60,4%)

Angelo Corbetta, sovrano assoluto del Gran Regno dell’Harp Pub, ci concede sempre il privilegio di scegliere con lui, dalla sua ricca cantina, le bottiglie per le degustazioni che insieme organizziamo, generalmente pezzi storici che è raro vedere aperte in assaggio. “Privilegio” anche perché, oltre al piacere di assaggiare i whisky durante gli eventi, ci portiamo a casa un sample da recensire con calma nei mesi successivi. Un paio di mesi fa abbiamo aperto quattro dei suoi Rare Malts (e occhio: tra non molto annunceremo i prossimi due appuntamenti sempre a tema Rare Malts – e se dicessimo Brora e St. Magdalene?), e il primo era questo Benrinnes da oltre 60%. Diamoci dentro.

benrinnes-1974-21-year-old-rare-malts-with-box-965-pN: devastante come la gradazione passi inosservata, anzi, inodorata. Spicca in avvio una fascinosa patina minerale, di cera d’api e di cereale caldo ed essenze oleose di arancia. Sprigiona una gran ricchezza d’aromi, tra brioche integrale al miele, zucchero caldo – siamo travolti dall’immagine delle nastrine appena uscite dal forno – e una frutta gialla matura e aromatica (pesche e mele soprattutto). Un naso all’apparenza ordinato e ordinario, e invece c’è tanta libidine…

P: di grande intensità, gli oltre sessanta gradi qui si fanno sentire un po’ di più. Vive di fiammate: l’attacco è austero, ancora sulla cera, su una mineralità oleosa, poi sterza verso una frutta vivace (qui proprio pesca, forse sciroppata), poi scatta sulla pastafrolla, ancora zucchero caldo, brioche al miele… E che cereale, che cereale! Pieno e molto soddisfacente.

F: lungo e persistente, prima resta il calore e poi la cera si conquista il palcoscenico.

Poco da dire: semplicemente ottimo, con un profilo che oggidì è davvero raro da trovare. Questa patina di cera, a schermare il lato più fruttato e cerealoso, a noi fa letteralmente impazzire! Una sorpresa, tra i meno quotati della collezione Rare Malts, ma per noi è un pezzo da non perdere. 91/100.

Sottofondo musicale consigliato: Aphex Twin – T69 Collapse.

Timorous Beastie 18yo (2017, Douglas Laing, 46,8%)

Sep14-TimorousBeastie2Il timido topino, la bestiola timorosa in oggetto, vuole forse essere una metafora del whisky delle Highlands: non fumoso e aggressivo come quello di Islay, ma pur sempre con una personalità che lo distingue dai morbidi speysiders e dunque lo rende, a suo modo, bestiale. Così devono aver pensato negli uffici di Douglas Laing quando qualche anno fa hanno deciso di lanciare questo blended malt a tema regionale, composto di soli malti delle HIghlands: avevamo assaggiato la versione ‘base’, ora ci cimentiamo con quest’edizione limitata a 8000 bottiglie, maturata per almeno 18 anni.

douglas-laing-timorous-beastie-18-year-whisky-70cl_tempN: molto highlander, bisogna riconoscerglielo! Partiamo rilevando una nota di torba, delicatissima e senza fumo, ma con estrusioni di terra umida, di pioggia. C’è una bella spalla floreale, di erica, a sorreggere un fardello cerealoso particolarmente evidente e croccante: corn flakes, malto. Insomma, a dispetto dei suoi 18 anni, piuttosto ‘nudo’ e delicato. Una nota di torta di mele, ripiena di mele.

P: attacca un po’ alcolico; l’avvio è coerente con il naso, c’è un tripudio pomico, ci sono mele in ogni forma: torta di mela, mela rossa, succo di mela filtrato. La mineralità e la torba restano decisamente in disparte, quasi svanendo, lasciando piuttosto spazio a spezie: pepe, zenzero. Yogurt ai cereali (avete present gli Yomo?) e fiocchi di cereale. Zucchero di canna. Mah.

F: torba la torna, ehm, torna la torba, poi mela ad libitum.

Incompiuto, come la carriera di Biabiany (che pure si è portato a casa una Intercontinentale, ricordiamo). Resta sempre un po’ inespresso: se sulle prime pareva molto promettente, anche se sorprendente per l’austerità giovanile, nella seconda fase della carriera le sgroppate sulla fascia paiono stanche e, a dirla tutta, non pienamente integrate al possesso palla della squadra. Non sappiamo se a Biabiany piacciano le mele e il cereale, ma al topino in etichetta sicuramente sì: intendiamoci, abbiamo di fronte un whisky onesto, piacevole e godibile, ma se in enoteca dovessimo scegliere tra la versione base e questo diciottenne, opteremmo per la prima. 83/100.

Sottofondo musicale consigliato: Church of the Cosmic Skull – Evil in you eyes.

Macallan 12 ‘Sherry Oak’ (2017, OB, 40%)

Nonostante il drammatico rientro post-vacanziero, siamo ancora obnubilati dagli ozii e per tale ragione ci concediamo di iniziare la settimana con una coccola: Macallan 12 anni ‘sherry oak’. Confessiamo di non capirci tanto nel mare magnum del core range di Macallan, il produttore più posh di Scozia (poshness cui contribuisce il nuovo grandioso design della stessa distilleria, una bazzecola da 140 milioni di sterle) – ma ci sembra di aver capito che, dopo anni di assenza, il 12 anni in sherry sia finalmente rientrato in distribuzione in Italia. Armati di bicchiere, eccoci ad analizzarlo solo per la gioja dei nostri ventisei lettori.

N: intenso ed aromatico, molto ricco; davvero apprezzabile l’intensità anche a 40%. Esibisce generose staffilate di gelée alla fragola, di arancia, di un bel chinotto. Legno fresco e vagamente vaniglioso (addio, botti dai sentori di legno umido e profondo!). Ricorda cose iperzuccherate, in generale: sciroppo di ciliegia, o amarene Fabbri. Fichi molto maturi e cristalli di zucchero.

P: molto morbido, decisamente dipanato e zuccheroso. Ha proprio chiaro un senso di zucchero profondo e ‘secco’: quindi pastiglia Leone alla fragola, sciroppo di amarena, confettura di frutti rossi. Succo d’arancia e tocchetti di legno fresco. Cioccolato al latte. Verso il finale tende a una certa astringenza.

F: pulito e zuccherino, di nuovo, di media persistenza. Mele e sciroppo di ciliegia.

Molto zuccherino, al limite della ruffianeria – forse oltre tale limite, a dire la verità. Si sente nettamente il legno ‘fresco’, con un impatto molto forte sul distillato. Tecnicamente gli diamo 83/100: valutiamolo per quel che è, un whisky di 12 anni imbottigliato a 40% che dovrebbe essere un entry-level: non è certo particolarmente complesso ma non ha veri difetti, a parte quello del prezzo (costa più di 80€). A dispetto di quanto scrive F. Paul Pacult, “world renowned whisky writer”, noi non siamo convinti che sia “semplicemente il miglior 12 anni sul mercato”: anche se, di certo, se volete impressionare gli ospiti sul vostro yacht questo Macallan farà la sua porca figura, in una serata d’estate, mentre siete lì ormeggiati davanti ad Anacapri.

Sottofondo musicale consigliato: Queens of the Stone Age – Millionaire.

Glengoyne 20 yo (1996/2016, First Editions, 60,4%)

First Editions è una delle tante etichette del famoso imbottigliatore indipendente scozzese. Si tratta di imbottigliamenti a grado pieno, non filtrati e senza aggiunta di coloranti. Le premesse sono ottime, dunque. Curiosamente di questo ventennale Glengoyne ne esistono solo 83 bottiglie, dettaglio che potrebbe far pensare a un uso parziale del liquido contenuto della botte. Ma noi siamo gente semplice, non ci facciamo troppe domande: vediamo un Glengoyne invecchiato in una botte ex sherry e siamo felici!

glengoyne-20-year-old-1996-cask-12825-the-first-edition-hunter-laing-whiskyN: la coltre alcolica è molto fitta, è ostico avvicinarsi sulle prime. Per ora si distinguono le forme dell’uvetta, della brioche all’albicocca, della nocciola e di un’essenza di arancia; per il resto poco espressivo, ma è la gradazione a chiudere. Con acqua, si confermano le note di prima, ma restano più affrontabili, più gradevoli, percepibili a pieno. Poi anche miele liquido, dolce; il profumo del legno caldo al sole. Ancora iper-burroso, con sentori di pandoro, di pasta di mandorle, di glassa della colomba (oggi ci vengono in mente dolci festivi, che ci volete fare).

P: anche qui, a grado pieno è un po’ ostico, l’alcol brucia e copre il dipanarsi dei sentori: resta il burro caldo, la pastafrolla e un che di sciroppo d’acero, forse; zucchero liquido, brioche e ancora arancia dolce. L’acqua concede lo stesso cambiamento del naso, in un vero festival della coerenza: quanto già detto quindi, ma più amplificato e piacevole. Ancora burroso, anche in questa fase.

F: lungo e intenso, molto persistente, con tanta frutta secca burrosa (nocciola e mandorle). Una punta erbacea.

Per una volta la gradazione alta è penalizzante, va a chiudere un profilo che una volta dispiegato si rivela piuttosto gradevole anche se abbastanza ordinario – consideriamo anche i vent’anni di invecchiamento. Buono ma ‘banale’, senza guizzi: vien da chiedersi se forse non sarebbe stato meglio, per una volta, imbottigliarlo a grado ridotto (sì, lo sappiamo, non ci riconosciamo più neanche noi): 85/100.

Sottofondo musicale consigliato: John Lee Hooker – Wednesday Evenin’ Blues

Gordon & MacPhail presenta ‘Discovery’: Tormore 13, Balblair 12, Miltonduff 10

Gordon & MacPhail, uno dei più importanti imbottigliatori indipendenti scozzesi, ha da poche settimane rilanciato completamente la propria offerta, razionalizzando alcune serie, introducendone nuove e rifacendo completamente il look alle bottiglie. Grazie alla responsabile del mercato italiano Juliette Buchan abbiamo ricevuto un pacchetto con quattro campioni di una serie completamente nuova, Discovery, considerata particolarmente adatta al mercato italiano: si tratta di imbottigliamenti a gradazione ridotta, concepiti come introduttivi alla varietà e alla complessità del mondo dello scotch whisky – la serie è divisa in tre filoni, ciascuno identificato da un colore, che vorrebbero offrire una prima mappa dei principali profili aromatici dello scotch, e dunque Smoky (grigio), Sherry (viola), Bourbon (verde). L’iniziativa è lodevole, e di certo si vede come da più parti si tenda a curare molto la fase di ingresso nel mondo del whisky, creando spesso mappe più semplici e accattivanti rispetto a quelle ‘tradizionali’ sulle zone di produzione, generalmente scegliendo proprio i profili aromatici come chiave di lettura – d’altro canto, questa scelta ci dice che il mercato italiano, nonostante la sua tradizione e la sua cura verso la qualità, è ancora considerato un mercato marginale, da educare, in cui – come da stereotipo, dal Glen Grant 5 anni in giù, o in su – piacciono prodotti giovani, facili, ‘de pronta beva’. Noi ora assaggiamo i tre non torbati, la prossima settimana ci dedicheremo al quarto, che berremo in solitaria.

Tormore 13yo (2018, G&M, Discovery, 43%)

Al naso si presenta pulito e svestito, con uva bianca, fiori freschi, agrumi e canditi (limonata zuccherata), mela gialla. Solo dopo un po’ esce vaniglia e marzapane. Un profilo scattante, fresco, in bilico tra una sobria gioventù e una fruttarella che inizia ad affacciarsi. Il palato conferma il profilo, con una maggiore dolcezza vanigliata e una purea di frutta gialla (pera e mela). Ancora protagonista il cereale, molto floreale in questo caso. Finale erbaceo e pulito. Molto piacevole, onesto: sa di whisky dello Speyside, bene. 84/100

Balblair 12yo (2018, G&M, Discovery, 43%)

Al naso ha una bella impronta grassa e grossa, oleosa e minerale, data in partenza da un distillato di personalità come quello dì Balblair. Crosta di pane folgorante. A fianco, sentori più ingolosenti, di panna cotta, vaniglia, frutta gialla. In bocca smentisce le attese con una nota salina abbastanza inattesa, netta e piacevole; rimane oleoso e minerale, ma rispetto ai pronostici non si adagia su una dolcezza esuberante e preconfezionata (anche se mela e vaniglia ci sono). Il finale resta salato e cerealoso, non lunghissimo per la verità. 84/100

Miltonduff 10yo (2018, G&M, Discovery, 43%)

L’apporto dello sherry è inconfondibile. Fresco, succoso e avvolgente, non disdegna fughe in avanti verso note speziate e di frutta secca. Abbiamo un naso con torta di mele, del cioccolato al latte, poi una nota nettissima di aceto di more (ha sia note d’aceto che di frutta rossa, anche tanto ribes). Il palato torna con una frutta rossa acidina (ribes, lampone), molto succosa, con del cioccolato al latte. Finale lungo e persistente, speziato, frutta rossa e marmellata. 86/100

Interessante come i due ex-bourbon, Tormore e Balblair, siano molto diversi tra loro: il profilo astratto è il medesimo, whisky facili in bourbon, ma in concreto le differenze delle distillerie emergono con chiarezza, e nessuno dei due risulta essere eccessivamente ruffiano – bourbon sì, ma non esageriamo. Il MIltonduff, per contro, è un esempio perfetto di come un buon barile e un distillato onesto portino ottimi risultati già dopo soli 10 anni. Per ora, serie approvatissima!, anche tenendo conto dei prezzi, che dovrebbero essere intorno alle 55/60€.

The Speyside Files #1: Blair Athol, Aberfeldy

Eroici come solo due alcolisti all’ultimo stadio possono essere, la scorsa settimana abbiamo fatto un giretto allo Spirit of Speyside, il festival della regione che ospita un buon terzo delle distillerie scozzesi. Il giretto è stato matto e disperatissimo in verità: sono stati tre giorni molto intensi tra visite, degustazioni, incontri e tanti chilometri su una 500 color salmone – sommamente imbarazzante. Da bravi scribacchini recensori, evitiamo la mera cronaca per gettarvi in pasto il resoconto degli assaggi – o per lo meno dei pochi per cui siamo riusciti a mantenere una lucidità tale da appuntarci sintetiche note di degustazione.

Blair Athol è una distilleria deliziosa di proprietà di Diageo: è di strada per lo Speyside venendo da Glasgow e dunque non abbiamo potuto evitare di fermarci per una visita e un paio di assaggi, pescando nel range di Flora & Fauna – una menzione per il bar del visitor centre, letteralmente inserito dentro a un mash tun in disuso.

Mannochmore 12 yo Flora & Fauna (2017, OB, 43%)
Generosamente maltoso, con note evidenti di biscotti. Pulito e leggero, tutto sommato semplice e di persistenza medio-bassa, anche se qui e là non mancano degli spigoli erbacei/minerali e una leggera speziatura. Cereale cereale cereale! Un whisky che sa di whisky: 82/100.
Glenlossie 10 yo Flora & Fauna (2017, OB, 43%)
Chiuso al naso e abbastanza ‘spirity’. Note di yogurt, di gelsomino, e diventa molto floreale soprattutto al palato. Vaniglia e frutta gialla. Anche lui complessivamente pulito e abbastanza elegante, nel confronto diretto vince sul Mannochmore. 84/100

Due assaggi e passa la paura, si suol dire (dove? in quali occasioni? mah): forti di un nuovo coraggio, ci rimettiamo in strada e raggiungiamo Aberfeldy, amena e accogliente. Qui ne abbiamo approfittato per assaggiare qualche espressione delle altre distillerie del gruppo Dewar’s.

Royal Brackla 16 yo (2017, OB, 40%)
Note di caramello, poi note fruttate: un filo di banana verde, albicocca, arancia. Decisamente, tè zuccherato. Anche se a soli 40 gradi appare molto ricco e si fa rispettare, mostrando i muscoli di quello che si definisce “the king’s own whisky”. Bello dolce, ma con un finale pulito ed erbaceo. 86/100

 

Glen Deveron 18 yo (2017, OB, 40%)
Per chi se lo chiedesse, dietro questo esotico nome celasi nientepopodimenoché… il single malt prodotto a Macduff. Al naso sembra fruttato e piacevole, con note di frutta gialla (albicocca e pesche). In bocca è un po’ watery, anche se è ravvivato da un sentore salato e leggermente terroso. Strana nota di panna cotta, in un contesto interessante ma che, in fin dei conti, ci delude un po’. 78/100
Sottofondo musicale consigliato: Ariana Grande – No tears left to cry.

Aberfeldy 1999 ‘distillery exclusive’ cask #5 (2017, OB, 56.5%)

Aberfeldy ha una storia interessante, dato che faceva parte del pacchetto-Dewar’s che Diageo fu costretta a vendere per evitare l’effetto monopolio: insieme a Aultmore, Craigellachie e Royal Brackla, Aberfeldy è infatti passata al gruppo Bacardi-Martini nel 1988. La proprietà ha deciso di trasformare Aberfeldy nella “casa” di Dewar, il blended di punta, e anche per questa ragione oggi Aberfeldy è tra le distillerie più gradevoli da visitare nella zona delle basse Highlands. Oggi beviamo uno degli imbottigliamenti ‘distillery only’ dell’anno scorso: si tratta del cask #5 del 1999, un Oloroso Sherry Butt vincitore dello Scottish Field Summer Whisky Challenge – qualsiasi cosa sia.

N: fresco e succoso, fruttato, bello agile – e al contempo con le note profonde dell’Oloroso. Abbiamo dunque spezie (soprattutto zenzero e profumo di legni dolci), un sentore di frutta secca, nocciola diremmo – ma soprattutto c’è tanta tanta frutta: mele gialle, uvetta, prugne, arancia essiccata… Brioche al burro e confettura d’albicocca. Caramello (forse salato, suggeriscono le tasting notes ufficiali). Col tempo, una nota vanigliata.

P: ha una presenza alcolica molto importante, che però non disturba più di tanto e anzi alla lunga regala bordate d’intensità. Iniziamo con note di zenzero, cioccolato fondente, le foglie di tabacco… C‘è un lato fruttato che ricorda frutta sia zuccherina che acida: ancora note di prugne, di uvetta e di albicocca, e l’immancabile arancia. Cioccolato con uvetta. Con acqua non cambia sostanzialmente, si rivela solo un poco più astringente.

F: legnoso e cioccolatoso, riemerge una vaniglia abbastanza marcata. Lungo, piacevole e molto intenso.

88/100, un perfetto esempio di come mettere un buon distillato in una buona botte di sherry sia una strategia semplice, forse, ma vincente. Non sapremmo dire se si trova ancora in distilleria, ma se così dovesse essere consigliamo la sosta anche solo per accaparrarselo.

Sottofondo musicale consigliato: Carl Brave x Franco126 – Tararì tararà.

Brora 1982 (2002, Gordon&MacPhail for Collecting Whisky, 40%)

Ancora fino a qualche anno fa non era infrequente trovare a festival, degustazioni o nei salotti più intelligenti delle bottiglie aperte di Brora, distilleria chiusa oramai 35 anni fa. Mentre il mito di Port Ellen cresceva a dismisura, si vaticinava che presto Brora l’avrebbe seguita nel Pantheon dei malti in via d’estinzione. Bene, quel momento ormai è arrivato: al whisky festival romano di quest’anno è stata ecccezionalmente aperta l’ultima special release di Diageo (Pino ci assicura che era buona “ma non il migliore di sempre”, mannaggia a lui!) e la cosa ha fatto abbastanza scalpore perché almeno in Italia trovare un Brora aperto è divenuta una vera rarità, complici ovviamente quotazioni in moderata crescita alle aste. E tutto questo mentre, ironia della sorte, Diageo ha annunciato i piani per una prossima ventura riapertura della distilleria, che ancora conserva intatti i muri, gli alambicchi e la magica atmosfera. Nel nostro umile armadietto, ancora qualche sample è rimasto di questo nettare di Highlands e ci siamo detti: “e bevitelo un Brora ogni tanto!”, alla moda del Facebook più trito e ritrito. Per farla breve, trattasi di un single cask imbottigliato nel 2002 dai ragazzacci del Milano Whisky Festival sotto l’etichetta di Collecting Whisky, a sua volta sotto l’etichetta del mostro sacro Gordon & MacPhail. Un’ultima cosa: si diceva della penuria di Brora negli ultimi tempi, ma a sorpresa – numero incredibile! Clamoroso! Proprio lui! – saranno proprio gli organizzatori del Milano Whisky Festival ad aprire un Brora, il 15 maggio al Marriott di Milano, durante una degustazione delle special release di Diageo che si preannuncia quantomeno intensa. Costa 50 euro, un pensierino lo faremmo – o meglio l’abbiamo già fatto, e ci saremo.

brog!m1982v1N: oh bella, questo naso non ce lo aspettavamo. Ci folgora da subito un carattere spiccatamente erbaceo, che ci fa venire in mente la foglia di tè: diremmo proprio tè verde, principalmente, e un che di tè nero leggermente tostato, forse perfino con un filo lieve di fumo. In secondo piano, ecco una nota di mare, un po’ sporca, molto evidente (anima iodata, fune di barca); sul versante dei sentori più morbidi, si affaccia ‘solo’ un cereale molto caldo (proprio campo di grano al sole). Aggiungeremmo anche una suggestione di timo. Una purea di mela gialla, a tratti? Forse sì. La gradazione così bassa forse penalizza un po’ lo spettro aromatico?

P: dobbiamo con sgomento rilevare come abbia sicuramente perso un po’, forse la bottiglia da cui abbiamo pescato il sample era rimasta a lungo aperta, non sapremmo – di certo la sensazione è di un whisky un po’ scarico, purtroppo, un po’ sfarinato, di certo molto poco alcolico. Se rimangono vividi i sentori di tè verde e di una qualche marinità, per il resto registriamo solo una stranissima panna cotta e un sentore di caramella alla violetta, con una dolcezza un po’ fasulla.

F: perdura quel che c’era al palato, cioè panna cotta e tè verde. Non proprio il migliore dei mondi possibili.

Peccato, ma questo sample ha sicuramente perso. Inqualificabile, per una volta ci dobbiamo fermare al senza voto. Pubblichiamo ugualmente perché vogliamo menarcela e dirvi che sì, sarà pure stato rovinato ma ci siamo bevuti un Brora! A parte gli scherzi, dobbiamo dire che il naso rimane interessante, anche se non completamente broresco, mentre al palato una gradazione arrivata sicuramente – e abbondantemente – sotto i 40 gradi ha determinato un cambiamento radicale del profilo di questo whisky… Se volete un parere sicuramente più nitido, Serge ci viene eroicamente in soccorso assegnando un 83/100, che è poi più o meno il voto a cui avevamo pensato mettendolo sotto il naso.

Sottofondo musicale consigliato: Lucio BattistiConfusione