Glenglassaugh ‘Octaves’ Classic batch #2 (2018, OB, 44%)

Hey, we’ve been there!

Dopo qualche anno di assenza dalle nostre pagine, torniamo a mettere piede a Glenglassaugh, sfortunata distilleria delle Highlands parte del gruppo BenRiach (gruppo di recente passato dalle mani di Billy Walker a quelle di Brown-Forman, colosso americano dell’alcol). Perché sfortunata? Beh, povera, è rimasta chiusa tra il 1986 e il 2008 – cosa che spiega perché il suo core range è diviso tra vecchioni e giovincelli, senza vie di mezzo. E poi diciamocelo francamente, del gruppo BenRiach lei è certo la meno amata dagli appassionati, se vogliamo proprio dirlo così, è un po’ la sfigatina del trio – ed è un peccato, però. Quando noi l’abbiamo visitata, tre anni fa, ci era piaciuto molto il contrasto tra il luogo, particolarmente ameno, e la struttura nuova della distilleria, molto… come dire… cementosa: guardate il profilo del tetto, sembra l’icona della fabbrica che si trova sui cartelli stradali! Ad ogni modo abbiamo tra le mani un sample del secondo batch di Octaves, versione Classic ovvero non torbata: messo in commercio nel 2018, è frutto della turbo-maturazione in barili piccoli (octaves, appunto, da 65 litri) ex-Bourbon ed ex-Sherry, sia Pedro Ximenez che Amontillado, ed è uno dei primi imbottigliamenti che indossano il cappello di Rachel Barrie. Ci aspettiamo un legno assai attivo, n’est-ce pas?

N: molto accattivante, fresco e fragrante. Ha una vivacità aromatica quasi da bibita, fra aranciata e EstaThè al limone. C’è anche un che di pasticceria maltosa, con croissant all’albicocca e pan brioche caldo. Lo sherry non si nasconde, lasciando una scia vinosa ma mai pesante o stucchevole. Mirtilli rossi disidratati!, è la folgorazione; ma poi ci sovviene anche la pralina al cioccolato con latte e caffè.

P. che botta di intensità! Non molto coerente con la freschezza del naso a dire il vero, ma senza dubbio di impatto. Corpo vigorosissimo per i 44%. Qui gli octave fanno sentire tutta la loro presenza: attacco molto dolce, poi tannini a go go, caffè, christmas pudding (chiodi garofano, scorze arancia e cannella). Caramello fuso e marmellata di mirtilli rossi. A bilanciare parzialmente questo muro di dolcezza, arriva una sensazione ossidata che vira al secco, probabilmente frutto dell’Amontillado.

F. meno spiccatamente zuccherino, si asciuga un po’. Caramello, arancia, sherry secco. Con acqua aranciata.

Una cosa va detta: è fatto bene. Può essere giovincello, può essere sfaccaito, può essere anche un po’ eccessivo, ma il risultato funziona alla grande. Il mix di botti crea un whisky carico ma molto espressivo, che unisce un olfatto fresco a un palato più tannico, ma comunque ben bilanciato dallo sherry secco. Non te ne finisci una bottiglia in un attimo, però non è neanche di quei malti che dopo il primo sorso metti via ogni altra voglia. A occhio, anzi a naso, la manina di Billy Walker (re indiscusso del cask management Scozzese) ancora un poco si sente. 86/100.

Sottofondo musicale consigliato: The Weirdos – We Got The Neutron Bomb.

Fettercairn 12 yo (2019, OB, 40%)

In un albo mitico di Dylan Dog, intitolato “Golconda”, si scatenava un discreto pandemonio quando una coppia calpestava per la prima volta un angolo di terra, mai calcata da piede umano fin dalla Pangea, la Pantalassa, i brontosauri ecc. Se sulla Terra dunque ci sono angolini ancora vergini, figuriamoci nel nostro umile pedigree. Che infatti finora nascondeva una lacuna orribile: nemmeno un Fettercairn recensito in carriera. Roba da ritiro della licenza di recensori.
fettercairn-distilleryOrdunque cari lettori, Fettercairn significa “il piede della montagna” (piede di notevoli dimensioni, da qui l’espressione “avere due fette così”. Ok, basta, la smettiamo…). Fondata nel 1824 da Sir Alexander Ramsay, oggi è di proprietà di White & Mackay, il gruppo che possiede anche Jura e Dalmore e che è importato in Italia da Fine Spirits. Di norma il malto di questa distilleria, che sorge sulla strada da Dundee a Stonehaven, finisce nei blended di casa. Ma ultimamente, dopo qualche NAS dalle alterne fortune, cominciano ad arrivare sugli scaffali delle espressioni di single malt stabili in un core range quanto meno bizzarro. Questa, nella fattispecie, invecchia per 12 anni in botti ex Bourbon di rovere bianco americano. Poi si trovano un 28 yo, un 40 yo e un 50 yo.
Prima di assaggiare il nostro 12 yo, due chicchette da nerd che potrebbero farvi vincere un giorno Trivial Pursuit “Spirits edition”, se esistesse: 1) Fettercairn è l’unica distilleria in cui un anello irrora a pioggia il collo dell’alambicco, così da facilitare il riflusso dei vapori e creare uno spirito più fine; 2) simbolo della distilleria è un unicorno. Che noi cavalchiamo verso il nostro Gleincairn, che il primo Fettercairn non si scorda mai…

fettercairn-12yoN: un cinguettio pare sprigionarsi dal bicchiere! Piuttosto aperto e piacevole, e anche se bisogna farsi largo attraverso una prima coltre un pelo troppo alcolica, l’impatto è positivo. Si rivela da subito tendenzialmente dolcino, fruttato e maltoso. Troviamo note di composta e di succo di pesca, ma anche dell’albicocca, in versione confettura; e come dimenticare quel sottile senso di mandarino? Il malto si ferma un passo prima della pasticceria, assumendo le fattezze della barretta di cereali al miele. Col tempo emerge un profumo di celebri cioccolatini marroni fuori e bianchi dentro…

P: anche qui attacca un po’ alcolico per la gradazione. Molto cremoso, con caramello e tanto toffee in grandissima evidenza. C’è anche una sensazione di porridge, a sottolineare sia la generale sensazione avvolgente, sia il buon apporto del cereale. Poi ecco spuntare un agrume curioso, che potrebbe ancora essere mandarino (con anche il bianco dell’agrume, a testimoniare un che di amaricante). Cioccolato al latte, testimone di una dolcezza non meglio definita.

F: corto, ahinoi. Di nuovo Kinderini, ma quel che resta è una buccia vuota di mandarino, come ci suggerisce il sapiente Angelo.

Se non sapessimo che lo Speyside è più a Nord di qualche km, non lo prenderemmo per un Highlander. Ma si sa, il terroir conta fino a un certo punto e si inchina davanti allo stile di distillazione. Qui abbiamo un whisky piuttosto whiskoso, con un naso gradevole ma che perde per strada qualche punto per la semplicità e per quella punta alcolica non entusiasmante. Ad ogni modo, l’onestà va premiata e noi gli diamo 82/100.

Recommended soundtrack: Zwan – Honestly

Macallan 12 yo (1988/2000, Caledonian Selection, 57,4%)

La serie Caledonian Selection, dell’imbottigliatore Liquid Gold, è stata spesso presente sugli impolverati scaffali delle enoteche italiane – ricordiamo bene la silhouette peculiare di questi decanter che ci guardavano tristi, magari nascosti e umiliati dietro a una bottiglia di Black & White… E colpevolmente le abbiamo sempre lasciate lì, nella loro tristezza. L’imbottigliatore ha chiuso i battenti nel 2005, a quel che ne sappiamo, e in tutta onestà non avevamo mai assaggiato nulla – prima di oggi!, dato che grazie ad Angus abbiamo messo le mani su un sample di un Macallan di 12 anni, single cask ex-sherry imbottigliato a grado pieno.

N: fin dall’inizio esibisce una bella complessità, tra frutti rossi, tiramisù, spremuta d’arancia zuccherata. C’è poi un lato più screziato, tra la sagrestia e un filo di zolfo. La sensazione generale, se ha senso per un Macallan in sherry, è di “umidità”: ricorda nitidamente le foglie umide calpestate in autunno.

P: l’alcol c’è ma non disturba troppo, e la cosa ci piace vista l’alta gradazione. Contribuisce anzi a formare un gusto pieno, caldo, dolce. Esplode su note sherrose, di mela rossa, arancia dolce e marmellata d’albicocche. Non mancano suggestioni di caramello, e soprattutto un sentore – sorprendente – di rosa canina.

F: indugia ancora su caramello, cioccolato e mela rossa (strudel?), ma poi dimostra grande intelligenza andando a chiudere con grande pulizia, senza abusi legnosi. Una piacevole nota di malto e noci ci culla.

Un Macallan giovane con tanta personalità: non ha quella pomposità un po’ compiaciuta di certi sacri Macallan, si mostra anzi curiosamente affilato, soprattutto al naso, e al palato esibisce l’apporto del barile senza negarsi un paio di staffilate inattese (rosa canina, davvero?). 88/100, se ne trovate su scaffali abbandonati… Salvateli. Grazie Angus!

Sottofondo musicale consigliato: Brockhampton – Boy Bye.

Westport 15 yo (2004/2019, Wilson & Morgan, 57,8%)

Westport è uno di quei nomi ricorrenti nel mondo degli imbottigliamenti indipendenti, cui però curiosamente non corrisponde nessuna distilleria: e quale sarà il segreto? Beh, come già avevamo scritto pochi giorni fa a proposito di Wardhead, si tratta di un malto “teaspooned”: in questo caso è Glenmorangie, con l’aggiunta di una goccina di un altro single malt (tempo fa si diceva fosse Glen Moray, ma ora che non fa più aprte del medesimo gruppo, chissà). Invecchiato per 15 anni in botte ex-sherry, il butt #900050, è stato imbottigliato da Wilson & Morgan.

wilson-morgan-westport-15-anni-sherry-wood-1531000-s506N: molto strano, parte un po’ chiuso e ‘sporco’, poco Glenmorangie a dirla tutta: c’è una nota di porta di legno umida con chiodi arrugginiti. Vi piace questa suggestione? C’è un sentore al limite del sulfureo, diciamo di ‘freschino’, di acqua termale. Legno macerato. Non mancano note di boero, di cioccolato; carruba e ciliegia sotto spirito.

P: molto aggressivo, l’impatto dell’alcol è innegabile. La suggestione che chiude i giochi è: cioccolato sulfureo. Anzi: un boero avvolto nel lardo di porco. C’è grasso di maiale, c’è ancora zolfo; c’è cioccolato, ci sono ancora ciliegie sotto spirito e uvetta. Dopo un po’ si ripulisce, e la parte sulfurea si sposta verso l’arancia troppo matura, anzi: l’arancia calda, in cottura, quando si fa la marmellata. Un po’ di spezie invernali, tra cannella e chiodi di garofano. Polvere di caffè? 

F: ancora una punta sulfurea, poi tanto zabaione. Polvere da sparo e liquirizia.

Il primo impatto sembrava un po’ sgradevole, dopo un po’ si ripulisce leggermente e non sembra così disastroso come all’inizio si poteva temere. Resta, a nostro gusto, un po’ troppo poco ‘Glenmorangie’ e un po’ troppo ‘sherroso’, e di uno sherry che alla fine non ci persuade fino in fondo – ma abbiamo amici che adorano questo stile, quindi dategli un assaggio, non siate timidi. 81/100.

Sottofondo musicale consigliato: Joan as a Police Woman – Holy City.

Macallan Edition N.5 (2019, OB, 48,5%)

Qualche anno fa, scherzando un po’, avevamo parlato dei primi NAS di Macallan (Ruby, Amber, Gold e Sienna) come dei “Macallan Pantone“, per dire che stavano puntando tutto sui colori… E alla fine, Macallan ci ha preso sul serio. I vari “Edition” sono infatti preparati in collaborazione proprio con lo studio Pantone, per valorizzare le infinite sfumature cromatiche legate al whisky – e a proposito della nostra bevuta di oggi, il violetto Edition N.5, sul sito ufficiale della distilleria si parla solo di quello. Anche se poi, in etichetta, sono indicate tutte le tipologie di barili usate, con una cura per il dettaglio davvero inusuale (come già accaduto anche con l’Edition N.4, ad esempio). E dunque, perché non puntare (anche) su quello? Ad ogni modo, non vogliamo essere polemici, e in fondo siamo d’accordo con tutto quello che scrive Mark su malt-review.com nel cappello introduttivo.

N: se si pensa al noumeno del Macallan in sherry (cioè?, direte voi, a ragione), questo fenomeno ne è distante: è uno di quei Macallan ‘pallidi’, anche se non così pallido come il range normale triple wood ecc. Cioccolato al latte, anzi: Lindor al latte! C’è malaga, forse zuppa inglese: a testimoniare una presenza tenue di frutti rossi, come diluiti in un mix di gelato, vaniglia, crema. Albicocche secche, arancia dolce, uvetta. 

P: super beverino e molto dolce, conferma le impressioni del naso: sa di zuppa inglese. Potremmo forse chiudere il palato qui: è il whisky più zuppinglesoso che abbiamo mai incrociato. Talmente dolce che la nota di arancia si rivela liquorosa, come Cointreau; tanta vaniglia, crema e uvetta. Il malto non c’è, coperto dalla coltre appiccicosa di dolcezza. Cacao.

F: Angelo, che beve con noi, ci stupisce con una nota epifanica: buccia di pesca.

E che gli vuoi dire, è un whisky complessivamente piacevole, certo un po’ sbilanciato sul dolce – più o meno siamo sul livello dell’Edition N.4, forse un pelo più piacione, e dunque, mostrando grandissima coerenza, ci piace anche un punticino in più: 85/100. Grazie a Marco e Chiara di Velier per il generoso sample.

Sottofondo musicale consigliato: The Jimi Hendrix Experience – Purple Haze.

Clynelish 1995 (2018, Wemyss, 46%)

Tempo fa abbiamo assaggiato un eccellente Clynelish del 1995 imbottigliato da Wemyss: siccome ci era piaciuto tantissimo (grazie, Francesco!), siamo andati alla ricerca di altri malti con lo stesso pedigree, e grazie all’amico Davide Ansalone abbiamo messo le mani su un campione di “Pork & Plum Terrine“, ovvero un Clynelish invecchiato in un barile ex-Bourbon per 23 anni, imbottigliato appunto da Wemyss. Vediamo se troveremo davvero una terrina di maiale e prugne…

clynelish_1995_2018_pork_plum_terrine_wemyss__01N: avvicini il naso e ti senti a casa. La patina di cera che tutto avvolge è semplicemente deliziosa, con sentori di paraffina, cera di candela. E i sentori di fieno, come facciamo a tacerne? Sotto, si agita un torrente di agrumi, che potrebbe essere bergamotto, con le sue sfumature floreali. Riesce ad essere affilato ma molto caldo: sentite la componente zuccherina e fruttata come esplode… Prugne gialle deliziose.

P: molto, molto buono. C’è ancora un’anima agrumata, evoluta, magnifica: c’è ancora un bergamotto floreale, con anche sentori di limone zuccherino. Poi cera, paraffina, un po’ di cereale dolce. La mineralità persiste decisa, e poi è seguita da frutta secca oleosa, mandorle soprattutto, e un sentore di burro fresco. Mela gialla.

F: come sopra: affilato e setoso al contempo. Cera e bergamotto e fiori. Delizioso.

Molto equilibrato, molto Clynelish: un profilo unico, decisamente complesso, riesce ad essere affilato e godurioso al contempo, e fidatevi, non è facile raggiungere questo equilibrio. Grazie Davide, grazie Wemyss ma soprattutto grazie Clynelish. 90/100.

Sottofondo musicale consigliato: Roxette – It must have been love.

Old Pulteney 12 yo ‘The Maritime Malt’ (2019, OB, 40%)

Vai a visitare l’amena Old Pulteney e la prima cosa cui pensi è “che festa!”

Old Pulteney, la seconda distilleria più a Nord delle Highlands scozzesi (ehm) dopo Wolfburn, ha da qualche tempo rifatto completamente il packaging del suo core range – come si fa di consueto in questi casi, ha tolto qualcosa, introdotto qualcos’altro, e insomma, niente di nuovo sotto la pioggia scozzese. Oggi assaggiamo Old Pulteney 12 anni, versione base della rinnovata gamma del ‘Maritime Malt’ – ah, rifatto il packaging, certo, ma la bottiglia ha sempre quella forma lì, con il collo che ricorda certi oggetti atti a dare piacere, diciamo. Vabbè.

N: abbiamo a che fare con un malto educato e abbastanza timido, sulle prime. Esibisce note ordinarie di vaniglia, limonata, orzo, pera e banana. Purea di banana? Crema alle pere? C’è poi una freschezza mentolata, portata ai nostri nasi da una piacevole brezza marina. Nail polish e mandorle, con qualche sfumatura erbacea (c’è chi pensa addirittura al prezzemolo).

P: l’ingresso è un po’ deboluccio e piatto, a voler essere franchi, e qui sembra un po’ troppo nudo – c’è tantissimo cereale, si sente tanto il distillato, ma senza una grande armonia. Molta pera, orzo, frutta candita – la parte cerealosa spinge un po’ sul pedale dell’erbaceo. C’è dell’agrume, in realtà non si tratta tanto di limone quanto piuttosto di pompelmo.

F: abbastanza corto, ancora piuttosto limonoso e con un cereale elegante. Una qualche sapidità vien fuori, qui. Mandorla.

Esile e semplice, con una sua pur timida personalità. Piacevole ma nulla di travolgente, e onestamente speravamo in note marine molto più spiccate – ma d’altro canto se l’hanno chiamato Maritime Malt hanno sicuramente le loro ragioni che noi non cogliamo, peggio per noi. 81/100. Poi questa cosa di voler imbottigliare a 40%…

Sottofondo musicale consigliato: Robert Wyatt – Sea song.

Macallan Extravaganza – tre assaggi e Macallan ‘Estate’

Ieri pomeriggio due illustri rappresentanti del collettivo qui dedicato alla degustazione compulsiva di molti malti (Jacopo e Zucchetti) hanno partecipato alla presentazione del nuovo Macallan Estate – ci piace chiarire subito che non si tratta della prima bottiglia di una serie dedicata alle Quattro Stagioni di Vivaldi, deponete il sovranismo linguistico e sappiate che Estate in inglese si legge “Istèit” e vuol dire “tenuta”. L’imbottigliamento, dunque, è dedicato alla tenuta in cui sorge Macallan, e nella quale si coltiva anche dell’orzo, tutto destinato alla produzione di questa bottiglia.

Invitati da Velier, che non possiamo che ringraziare per l’ennesima puntata di “alcolismo pomeridiano in contesti esclusivi”, i nostri prodi bevitori hanno partecipato a una sobria degustazione di due drink e quattro malti. I cocktail, d’apertura e chiusura, preparati da Guglielmo Miriello e dallo staff del Ceresio 7, erano – onestamente – eccellenti: in particolar modo il primo, l’Easy Rider, ci ha veramente sedotto.

Nicola Riske, deliziosa Brand Ambassador di Macallan che già in passato avevamo avuto modo di conoscere e ascoltare, era presente a raccontarci alcuni imbottigliamenti della gamma ‘normale’, prima di passare al pezzo grosso, l’Estate (Istèit). Senza perdere altro tempo, ecco le nostre sobrie note di degustazione.

Macallan 12 yo ‘Double cask’ (2019, OB, 40%) 

N: molto dolce e pesante, carico. Caramello e sticky toffee pudding (siamo gente che ha visto il mondo, che credete). Caramelle alla banana. Marmellata di arancia, cioccolato all’arancia – l’agrume è molto presente. Nocciole, poi bordate di noce moscata, sentori chiari di lieviti e distillato (si sente tanto la gioventù, cosa che stupisce vista la presenza netta dei legni). P: oleoso, poi cannella, gianduia… Ancora caramello, ancora buccia d’arancia, poi pepe nero, pane tostato col cioccolato, un tocco di sale e (tremate) salsa di soia, infine legno e caffè. F: breve, dal dolciastro iniziale vira al secco con arancia, spezie e (tremate) angostura.

Nel complesso, ci è parso piuttosto sgraziato: al naso è enfatico, con gioventù esibita e dolcezza gonfiata. Il finale secco stona col resto, e la gradazione contribuisce a dargli una sensazione di anonimato un po’ deludente. Non male, intendiamoci, ma comunque non oltre gli 81/100.

Macallan 15 yo ‘Triple cask’ (2019, OB, 40%)
N: fin da subito molto più elegante, con nocciole a iosa, mandarini, cioccolato bianco (il Ritter sport bianco col ripieno di frutta), crosta di pane… Lo sherry è più evidente ma resta molto pulito ed equilibrato; c’è anche un evidente e assai piacevole tocco floreale di acqua di rose. Solo dopo un po’ emergono le spezie e il legno. Bellissimo naso. P: un po’ deludente rispetto al naso, complice senz’altro una gradazione depotenziante. È piuttosto dolce, con cioccolato al latte e ananas in prima fila. Buccia di pompelmo, a confermare il ruolo che l’agrume ha nella palette aromatica di Macallan, e pepe bianco – ma nel complesso un po’ piatto. Vira al secco verso il finale. F: dolce, frutta mista (ananas) e ancora nocciola.
Ha un carattere differente dagli altri, e certamente dimostra un’eleganza superiore e apprezzabile. Il bilanciamento fra spezie, dolcezza e frutta è buono, soprattutto al naso: peccato, infatti, per la sensazione di un palato un po’ monocorde. Ciononostante, 85/100.
Macallan 18 yo ‘Triple cask’ (2019, OB, 40%)
N: ancora frutta secca molto esibita: la sensazione è di oleosità, poi noci e mandorle. Non manca un lato più compiutamente fruttato, al limite di un tropicale trattenuto ed elegante, con mango, ananas caramellato; poi cannella, tabacco, cioccolato e fichi secchi a go go – lo sherry è con noi. P: molto tropicale anche qui, poi tanta mela. Seguono a ruota le spezie (peperoncino e zenzero, a sottolineare la piccantezza). Cacao amaro e ancora frutta secca (mandorle). Poi il toffee cremoso e una nota di caramello, che richiama il croccante. F: mandarino, toffee, noce moscata e pepe.
Non è affatto un cattivo whisky, è nel complesso molto incentrato sulla frutta secca e il toffee. In franca onestà, ci pare un peccato che manchi di quel quid in grado di farlo emergere sui suoi coetanei 18enni, sempre più agguerriti. Tra le altre cose, anche se nella valutazione noi non teniamo mai conto del prezzo, questa è una boccia da 240€… 84/100.
Macallan ‘Estate’ (2019, OB, 43%)
N: improvvisamente una nota di All Stars sudate, di gomma umida e chiusa: ma non temete, il whisky è stato servito un pelo troppo freddo e occorre aspettare. Pian piano si passa al fieno umido e infine, miracolosamente, si apre. Quando succede, esce subito l’arancia (olio essenziale), poi spezie varie fra cui la cannella e curiosamente… il curry. Poi note più attese, come la banana, il mango, l’arancia matura e un tocco evidente di ciliegia/amarena. P: si apre con liquirizia e caramello, seguite da scorza di arancia e cacao amaro. Curiosa nota distinta di curry, che anche al naso aveva fatto capolino. Mela cotogna cotta, prima di un retrogusto speziato fra zenzero, pepe rosa e noce moscata. F: cacao amaro e cioccolato fondente, cacao amaro, castagna dolce.
Ha bisogno di parecchio tempo per aprirsi, occorrono il giusto distacco e la giusta pazienza. Quando succede, però, si scopre un whisky molto equilibrato e piuttosto energico, con note agrumate spiccate e una coerente cremosità cioccolatosa. 87/100.

Botti da orbi – Dalmore vs Alajmo: la sfida

IMG_8943[Marco Zucchetti torna alla carica, e come al solito lo fa sacrificandosi per noi sull’altare del benessere: questa volta è reduce da un pranzo stellato in abbinamento a un whisky tra i più celebri al mondo… Povero Zucchetti, povero!]

Quando un amico ti scrive un messaggio del tipo “Ciao, ti va di venire ospite alle Calandre di Alajmo per un pranzo stellato con abbinamento Dalmore?”, ti passano davanti agli occhi i pairing whisky&food di tutta la vita. Una vita fatta di Ballantine’s dopo la pizza, di avvilenti panini improvvisati per asciugare quell’ultimo dram, di degustazioni costellate da benedetti crackerini curativi… Passato lo choc e concluso il flashback, in tre secondi hai già accettato, preso ferie e se la tua torbida anima valesse qualcosa l’avresti già ceduta senza il minimo rimorso.

Consapevoli di apparire dei parvenu che si eccitano per queste quisquilie, facciamo spallucce, ammettiamo serenamente di esserlo e raccontiamo qui il resoconto di una giornata da whisky gourmet all’insegna della più sfrenata lussuria enogastronomica ringraziando Davide Terziotti per quel messaggio e Whisky Club Italia per l’invito.

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Andrea Coppetta, Max Alajmo, Paolo Gargano e Claudio Riva

The Dalmore è distilleria assai rinomata praticamente ovunque, ma in Italia gli appassionati la snobbano un po’, forse per la scelta di imbottigliare tendenzialmente a 40 gradi. Una scelta che però non impedisce una grande ricchezza di sentori, che fa scopa con la cucina. Da qualche anno, anche grazie a Richard Paterson – praticamente la Kim Kardashian dello Scotch – il marchio ha intrapreso l’ardua via del lusso: imbottigliamenti cinquantennali preziosissimi, collaborazioni con chef star come Massimiliano Bottura, eventi nei bar più esclusivi del mondo. E anche una serie di pranzi nei ristoranti stellati, a testimoniare come il whisky del cervo non tema il confronto con sapori complessi.

Paolo Gargano, che con la sua Fine Spirits lo importa in Italia, ha dunque organizzato – insieme a Claudio Riva di Whisky Club – un derby amichevole pazzesco: Dalmore vs Massimiliano Alajmo, il più giovane chef a prendere tre Stelle Michelin e stabilmente fra i best 50 al mondo. Ordunque una settimana fa un’allegra comitiva di fortunati si è ritrovata a Sarmeola di Rubano (Padova) per vedere l’effetto che faceva. Qui il puntuale resoconto di piatti e abbinamenti. Sì, ci facciamo schifo e invidia da soli…

Dalmore 12 yo (2018, OB, 40%)
Capesante arrostite con salsa di pistacchi e ostriche
L’entry level fa scattare subito la ola. Le note piacevoli di caramello, miele scuro e pralina di questo sherry finish poco hanno a che fare con pesci e affini. Ma le capesante hanno una loro goduriosa dolcezza e il connubio è sorprendentemente azzeccato (anche se l’insalatina non ci sta granché, ma provate voi a trovare un whisky che si abbini all’insalatina!). Il distillato è morbido, con l’arancia che tutto pervade ma senza mai eccesso di quella sensazione “appiccicosa” di melassa. Anzi rimane scattante e fresco. Il grado basso aumenta la bevibilità, naso e palato vanno a braccetto, spuntano anche dei biscottini alla cannella. Con le capesante? Sì, con le capesante! 84/100 per il whisky, 8/10 per l’abbinamento.

Dalmore Port wood reserve (2018, OB, 46.5%)
Lumache croccanti, ricotta e intingolo di funghi
Da bravi parvenu, di questo piatto ne avremmo finita una teglia intera, è semplicemente commovente. Però fra tutti i pairing è quello che ha convinto meno, perché il finish in Porto è una brutta bestia. E a dirla tutta nemmeno il distillato di Dalmore riesce a domarla, perché infine è il meno entusiasmante dei sei single malt. Al naso è alcolico ma opulento, con una frutta rossa sotto spirito che va dalle ciliegie alle fragoline di bosco. Fico, papaya essiccata e marshmallows, ma anche qualcosa di bizzarro come legno dell’Ikea, colla e fiammifero. Epifania: il sentore di arancia speziata ricorda un Old Fashioned. Anche in bocca è complicato: abbastanza ruggente, succo di arancia concentrato e dolce che subito vira al secco, al tannico (pasta di legno e foglia di tabacco) e alla menta amara. Té molto infuso, cacao amaro e caramelle alla fragola in un finale lungo ma non indimenticabile. Abbinamento rivedibile, lumache divine. Provato con il dolce invece migliora. 79/100 per il whisky, 6/10 per l’abbinamento.

Dalmore King Alexander III (2018, OB, 40%)
Tagliolini al fumo con scaglie di tuorlo d’uovo
Come, il più sontuoso malto non lo si beve per ultimo? Scelta spiazzante quella di Claudio Riva, ma colpo di genio vero, anche perché struttura sostiene struttura e tutto si sposa a meraviglia. Nei tagliolini ci sono dei cubetti di gelatina di brodo che danno una cremosità eccelsa e il “mouthfeel”, come dicono quelli bravi, è avvolgente proprio come quello del malto. D’altronde con il piatto condivide una intima complessità tecnica di realizzazione: un NAS con un sestuplo finish in madeira, sherry, vino rosso, bourbon, porto e marsala. Cerebrale ma succulento, con zaffate di arancia, nougat e una maltosità golosa. Il cioccolato cola sui nasi dei giusti e degli ingiusti, così come una bella frutta cotta (prugne e uvetta). In bocca la vinosità si fa importante e l’arancia più liquorosa, tipo Grand Marnier. Scorze d’arancia dragee, noci pecan e biscotti da té al cioccolato per un malto piacione e barocco che è impossibile non amare nonostante il finale medio corto (noce moscata, legno e cioccolato). Poi un giorno Richard Paterson ci spiegherà perché quei parchi 40 gradi che mozzano le gambe al Re Alessandro. Nel frattempo qui si dice 86/100 per il whisky e 10/10 per l’abbinamento.

Dalmore 15 yo (2018, OB, 40%)
Risotto di limone nero, capperi e caffè
Altro rebus sensoriale: cosa abbinare a un riso con un limone fermentato che ricorda la liquirizia? Beh, un malto tra i più solidi del core range, quel 15 anni che tanta gioia ha dato a tutti noi. La solidità d’altronde è la chiave di tutta l’esperienza gustativa, perché ci sono tutte ma proprio tutte le sensazioni Dalmore: arancia, cioccolato fondente, nocciola, malto, mou. Il naso è uno sticky toffee pudding con baleni di cioccolata calda e liquirizia dolce (esiste una crema di liquirizia?). Aromatico, legno di sandalo e foglie di té, con una cerealosità tra il biscottato e il pane all’uvetta. In bocca solito problema del basso grado, ma grande piacevolezza. Lindor al caramello, pan brioche, cannella e crema di caffè, ma con un legno sicuro di sé che riequilibra la dolcezza. Nocciole salate in fondo, in un finale troppo breve. Insomma, un whisky da pasticceria col risotto pareva un azzardo, ma caffè e liquirizia sono un link perfetto. 85/100 per il whisky, 9/10 per l’abbinamento.

Dalmore Cigar malt reserve (2018, OB, 44%)
Germano scottato con crema d’ostriche, anguilla, alga tostata e composta di prugne
Il germano, gran bell’animale. E ora che è stato assaggiato, andandosi a sommare a tutte le altre bestie che abbiamo divorato in vita nostra, si può dire che è anche buono. Il piatto è il più ardito, perché alla selvaggina si sommano la marinità della salsa e la dolcezza della composta di prugne. Ci sta che in abbinamento vada uno dei Dalmore più arditi, quello pensato per accompagnare… i sigari. Assemblaggio di barili ex bourbon ed ex sherry, sfoggia anche un finish in cabernet sauvignon che con la carne sta alla perfezione. Un po’ meno perfetto è il malto, che al naso ha una eccentrica collezione di note grasse: tantissimo cuoio, formaggio, pane molto imburrato e un che di tabacco umido. Rimane la marmellata di arance, il toffee e un’uvetta al rum, a cui si somma un tocco balsamico di resina di pino. L’erbaceo persiste in bocca, tra anice, chiodi di garofano e cardamomo. I 44 gradi gli donano. La frutta prende la forma di un distillato di ribes, poi si fa strada del pompelmo rosa. Vira un po’ sull’amaro, liquirizia salata e cioccolato extra fondente. Il finale è super dry, ancora cardamomo e marmellata di pompelmo. Divisivo, può non convincere ma in pairing si smussano gli angoli e va via liscio. 82/100 per il whisky, 9/10 per l’abbinamento.

Dalmore 18 yo (2018, OB, 40%)
Consistenze al contrario: pandoro al cacao e té affumicato, gelato al cacao e té affumicato e gelatina affumicata a base di acqua
L’unico abbinamento a cui un comune mortale avrebbe pensato è quello con un dolce al cioccolato, anche se meno elaborato di questo. Motivo per cui di fatto è il pairing meno sbalorditivo. Il Dalmore 18 è il più austero della compagnia, con un apporto del legno molto più accentuato rispetto ai suoi fratellini. Al naso è un po’ chiuso, con note che  vanno dai mobili antichi alla mandorla, dal té iper infuso alla terra umida.
Gli serve tempo per far galoppare sentori profondi di prugne secche che lo fanno somigliare a un cognac. C’è anche qualcosa di nocino in sottofondo, e perfino un tocco floreale (legno di rosa?). Rimane oaky, ma ha una vivacità sorprendente per la sua età. Noci secche, chinotto, uvetta bruciata nel forno e caffè. Un whisky scuro, dove il barile fornisce anche un bel kick di pepe bianco, ma che rimane succoso nonostante la legnosità: il finale è di sherry, arancia e albicocca secca, con del cacao amaro sopra, magari. Probabilmente l’abbinamento con pandoro e gelato al cioccolato ne accentua la predisposizione al tannico e all’astringente, ma a dirla tutta il contrasto è piacevole, stempera un po’ la dolcezza del dessert. 85/100 per il whisky, 7/10 per l’abbinamento.

Glenmorangie ‘Allta’ (2019, OB, 51,2%)

Bill Lumsden e la responsabile marketing di Glenmorangie in riunione

Quando ci si approccia a Glenmorangie, bisogna soppesare bene gli elementi in gioco: da un lato, una distilleria storica, una solidità affermata e un’offerta di qualità, dall’altro la proprietà di LVMH, la volontà di porsi come un brand di lusso che diventa immediatamente respingente per gli appassionati (“ma come, ci avete traditi!”). Nel mezzo, c’è quel pazzo di Bill Lumsden che sperimenta come se non ci fosse un domani: fatta apposta per lasciarlo sbizzarrire c’è la serie Private Edition, e noi oggi assaggiamo proprio l’ultima release in questa serie tutta matta. Ecco Allta (gaelico per ‘selvaggio’), frutto di esperimenti con lieviti autoctoni e selvaggi, direttamente dai campi d’orzo vicini alla distilleria. Nessuna età dichiarata, gradazione a 51,2%.

N: “o famo strano”, deve aver detto Bill: e al naso si trova subito una prima, bizzarra nota di segatura e aceto bianco (o aceto di mele?), poi anche pasta del pane. Accanto, crostatina all’albicocca. Si ‘apre’ verso la pastafrolla cruda, poi troviamo un qualcosa che ci ricorda un cereale astratto e bagnato. C’è anche del limone, un che di buccia d’uva (buccia d’uva americana, dice qualcuno). Mela.

P: resta inusuale, ancora un po’ acido e dolciastro, di una dolcezza ‘lattosa’ e di mela… Latte, panna cotta, ancora pasta di pastafrolla, mollica di pane, panini al latte. E le spezie? C’è una spezia, sì, che però non sappiamo identificare: oh, d’altro canto mica ci pagate, eh! Assaggiate e trovatevela voi, se proprio dovete lamentarvi. Zucchero liquido e limone.

F: piuttosto lungo, con panna cotta e buccia di mela.

Molto strano, ribadiamo: e a fronte di un profilo non propriamente seducente e ruffiano (cosa che dovrebbe far ricredere i detrattori di Glenmo, speriamo), dobbiamo dire che forse la stranezza è la cosa che più apprezziamo fino in fondo… Non dimostra la gradazione ed è indubbiamente diverso dal resto della gamma e dalle precedenti release: questo ci piace, anche se non siamo sicuri che ne acquisteremmo a cartoni. 83/100.

Sottofondo musicale consigliato: Eugene McDaniels – Supermarket Blues.