Gordon & MacPhail presenta ‘Discovery’: Tormore 13, Balblair 12, Miltonduff 10

Gordon & MacPhail, uno dei più importanti imbottigliatori indipendenti scozzesi, ha da poche settimane rilanciato completamente la propria offerta, razionalizzando alcune serie, introducendone nuove e rifacendo completamente il look alle bottiglie. Grazie alla responsabile del mercato italiano Juliette Buchan abbiamo ricevuto un pacchetto con quattro campioni di una serie completamente nuova, Discovery, considerata particolarmente adatta al mercato italiano: si tratta di imbottigliamenti a gradazione ridotta, concepiti come introduttivi alla varietà e alla complessità del mondo dello scotch whisky – la serie è divisa in tre filoni, ciascuno identificato da un colore, che vorrebbero offrire una prima mappa dei principali profili aromatici dello scotch, e dunque Smoky (grigio), Sherry (viola), Bourbon (verde). L’iniziativa è lodevole, e di certo si vede come da più parti si tenda a curare molto la fase di ingresso nel mondo del whisky, creando spesso mappe più semplici e accattivanti rispetto a quelle ‘tradizionali’ sulle zone di produzione, generalmente scegliendo proprio i profili aromatici come chiave di lettura – d’altro canto, questa scelta ci dice che il mercato italiano, nonostante la sua tradizione e la sua cura verso la qualità, è ancora considerato un mercato marginale, da educare, in cui – come da stereotipo, dal Glen Grant 5 anni in giù, o in su – piacciono prodotti giovani, facili, ‘de pronta beva’. Noi ora assaggiamo i tre non torbati, la prossima settimana ci dedicheremo al quarto, che berremo in solitaria.

Tormore 13yo (2018, G&M, Discovery, 43%)

Al naso si presenta pulito e svestito, con uva bianca, fiori freschi, agrumi e canditi (limonata zuccherata), mela gialla. Solo dopo un po’ esce vaniglia e marzapane. Un profilo scattante, fresco, in bilico tra una sobria gioventù e una fruttarella che inizia ad affacciarsi. Il palato conferma il profilo, con una maggiore dolcezza vanigliata e una purea di frutta gialla (pera e mela). Ancora protagonista il cereale, molto floreale in questo caso. Finale erbaceo e pulito. Molto piacevole, onesto: sa di whisky dello Speyside, bene. 84/100

Balblair 12yo (2018, G&M, Discovery, 43%)

Al naso ha una bella impronta grassa e grossa, oleosa e minerale, data in partenza da un distillato di personalità come quello dì Balblair. Crosta di pane folgorante. A fianco, sentori più ingolosenti, di panna cotta, vaniglia, frutta gialla. In bocca smentisce le attese con una nota salina abbastanza inattesa, netta e piacevole; rimane oleoso e minerale, ma rispetto ai pronostici non si adagia su una dolcezza esuberante e preconfezionata (anche se mela e vaniglia ci sono). Il finale resta salato e cerealoso, non lunghissimo per la verità. 84/100

Miltonduff 10yo (2018, G&M, Discovery, 43%)

L’apporto dello sherry è inconfondibile. Fresco, succoso e avvolgente, non disdegna fughe in avanti verso note speziate e di frutta secca. Abbiamo un naso con torta di mele, del cioccolato al latte, poi una nota nettissima di aceto di more (ha sia note d’aceto che di frutta rossa, anche tanto ribes). Il palato torna con una frutta rossa acidina (ribes, lampone), molto succosa, con del cioccolato al latte. Finale lungo e persistente, speziato, frutta rossa e marmellata. 86/100

Interessante come i due ex-bourbon, Tormore e Balblair, siano molto diversi tra loro: il profilo astratto è il medesimo, whisky facili in bourbon, ma in concreto le differenze delle distillerie emergono con chiarezza, e nessuno dei due risulta essere eccessivamente ruffiano – bourbon sì, ma non esageriamo. Il MIltonduff, per contro, è un esempio perfetto di come un buon barile e un distillato onesto portino ottimi risultati già dopo soli 10 anni. Per ora, serie approvatissima!, anche tenendo conto dei prezzi, che dovrebbero essere intorno alle 55/60€.

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The Speyside Files #1: Blair Athol, Aberfeldy

Eroici come solo due alcolisti all’ultimo stadio possono essere, la scorsa settimana abbiamo fatto un giretto allo Spirit of Speyside, il festival della regione che ospita un buon terzo delle distillerie scozzesi. Il giretto è stato matto e disperatissimo in verità: sono stati tre giorni molto intensi tra visite, degustazioni, incontri e tanti chilometri su una 500 color salmone – sommamente imbarazzante. Da bravi scribacchini recensori, evitiamo la mera cronaca per gettarvi in pasto il resoconto degli assaggi – o per lo meno dei pochi per cui siamo riusciti a mantenere una lucidità tale da appuntarci sintetiche note di degustazione.

Blair Athol è una distilleria deliziosa di proprietà di Diageo: è di strada per lo Speyside venendo da Glasgow e dunque non abbiamo potuto evitare di fermarci per una visita e un paio di assaggi, pescando nel range di Flora & Fauna – una menzione per il bar del visitor centre, letteralmente inserito dentro a un mash tun in disuso.

Mannochmore 12 yo Flora & Fauna (2017, OB, 43%)
Generosamente maltoso, con note evidenti di biscotti. Pulito e leggero, tutto sommato semplice e di persistenza medio-bassa, anche se qui e là non mancano degli spigoli erbacei/minerali e una leggera speziatura. Cereale cereale cereale! Un whisky che sa di whisky: 82/100.
Glenlossie 10 yo Flora & Fauna (2017, OB, 43%)
Chiuso al naso e abbastanza ‘spirity’. Note di yogurt, di gelsomino, e diventa molto floreale soprattutto al palato. Vaniglia e frutta gialla. Anche lui complessivamente pulito e abbastanza elegante, nel confronto diretto vince sul Mannochmore. 84/100

Due assaggi e passa la paura, si suol dire (dove? in quali occasioni? mah): forti di un nuovo coraggio, ci rimettiamo in strada e raggiungiamo Aberfeldy, amena e accogliente. Qui ne abbiamo approfittato per assaggiare qualche espressione delle altre distillerie del gruppo Dewar’s.

Royal Brackla 16 yo (2017, OB, 40%)
Note di caramello, poi note fruttate: un filo di banana verde, albicocca, arancia. Decisamente, tè zuccherato. Anche se a soli 40 gradi appare molto ricco e si fa rispettare, mostrando i muscoli di quello che si definisce “the king’s own whisky”. Bello dolce, ma con un finale pulito ed erbaceo. 86/100

 

Glen Deveron 18 yo (2017, OB, 40%)
Per chi se lo chiedesse, dietro questo esotico nome celasi nientepopodimenoché… il single malt prodotto a Macduff. Al naso sembra fruttato e piacevole, con note di frutta gialla (albicocca e pesche). In bocca è un po’ watery, anche se è ravvivato da un sentore salato e leggermente terroso. Strana nota di panna cotta, in un contesto interessante ma che, in fin dei conti, ci delude un po’. 78/100
Sottofondo musicale consigliato: Ariana Grande – No tears left to cry.

Aberfeldy 1999 ‘distillery exclusive’ cask #5 (2017, OB, 56.5%)

Aberfeldy ha una storia interessante, dato che faceva parte del pacchetto-Dewar’s che Diageo fu costretta a vendere per evitare l’effetto monopolio: insieme a Aultmore, Craigellachie e Royal Brackla, Aberfeldy è infatti passata al gruppo Bacardi-Martini nel 1988. La proprietà ha deciso di trasformare Aberfeldy nella “casa” di Dewar, il blended di punta, e anche per questa ragione oggi Aberfeldy è tra le distillerie più gradevoli da visitare nella zona delle basse Highlands. Oggi beviamo uno degli imbottigliamenti ‘distillery only’ dell’anno scorso: si tratta del cask #5 del 1999, un Oloroso Sherry Butt vincitore dello Scottish Field Summer Whisky Challenge – qualsiasi cosa sia.

N: fresco e succoso, fruttato, bello agile – e al contempo con le note profonde dell’Oloroso. Abbiamo dunque spezie (soprattutto zenzero e profumo di legni dolci), un sentore di frutta secca, nocciola diremmo – ma soprattutto c’è tanta tanta frutta: mele gialle, uvetta, prugne, arancia essiccata… Brioche al burro e confettura d’albicocca. Caramello (forse salato, suggeriscono le tasting notes ufficiali). Col tempo, una nota vanigliata.

P: ha una presenza alcolica molto importante, che però non disturba più di tanto e anzi alla lunga regala bordate d’intensità. Iniziamo con note di zenzero, cioccolato fondente, le foglie di tabacco… C‘è un lato fruttato che ricorda frutta sia zuccherina che acida: ancora note di prugne, di uvetta e di albicocca, e l’immancabile arancia. Cioccolato con uvetta. Con acqua non cambia sostanzialmente, si rivela solo un poco più astringente.

F: legnoso e cioccolatoso, riemerge una vaniglia abbastanza marcata. Lungo, piacevole e molto intenso.

88/100, un perfetto esempio di come mettere un buon distillato in una buona botte di sherry sia una strategia semplice, forse, ma vincente. Non sapremmo dire se si trova ancora in distilleria, ma se così dovesse essere consigliamo la sosta anche solo per accaparrarselo.

Sottofondo musicale consigliato: Carl Brave x Franco126 – Tararì tararà.

Brora 1982 (2002, Gordon&MacPhail for Collecting Whisky, 40%)

Ancora fino a qualche anno fa non era infrequente trovare a festival, degustazioni o nei salotti più intelligenti delle bottiglie aperte di Brora, distilleria chiusa oramai 35 anni fa. Mentre il mito di Port Ellen cresceva a dismisura, si vaticinava che presto Brora l’avrebbe seguita nel Pantheon dei malti in via d’estinzione. Bene, quel momento ormai è arrivato: al whisky festival romano di quest’anno è stata ecccezionalmente aperta l’ultima special release di Diageo (Pino ci assicura che era buona “ma non il migliore di sempre”, mannaggia a lui!) e la cosa ha fatto abbastanza scalpore perché almeno in Italia trovare un Brora aperto è divenuta una vera rarità, complici ovviamente quotazioni in moderata crescita alle aste. E tutto questo mentre, ironia della sorte, Diageo ha annunciato i piani per una prossima ventura riapertura della distilleria, che ancora conserva intatti i muri, gli alambicchi e la magica atmosfera. Nel nostro umile armadietto, ancora qualche sample è rimasto di questo nettare di Highlands e ci siamo detti: “e bevitelo un Brora ogni tanto!”, alla moda del Facebook più trito e ritrito. Per farla breve, trattasi di un single cask imbottigliato nel 2002 dai ragazzacci del Milano Whisky Festival sotto l’etichetta di Collecting Whisky, a sua volta sotto l’etichetta del mostro sacro Gordon & MacPhail. Un’ultima cosa: si diceva della penuria di Brora negli ultimi tempi, ma a sorpresa – numero incredibile! Clamoroso! Proprio lui! – saranno proprio gli organizzatori del Milano Whisky Festival ad aprire un Brora, il 15 maggio al Marriott di Milano, durante una degustazione delle special release di Diageo che si preannuncia quantomeno intensa. Costa 50 euro, un pensierino lo faremmo – o meglio l’abbiamo già fatto, e ci saremo.

brog!m1982v1N: oh bella, questo naso non ce lo aspettavamo. Ci folgora da subito un carattere spiccatamente erbaceo, che ci fa venire in mente la foglia di tè: diremmo proprio tè verde, principalmente, e un che di tè nero leggermente tostato, forse perfino con un filo lieve di fumo. In secondo piano, ecco una nota di mare, un po’ sporca, molto evidente (anima iodata, fune di barca); sul versante dei sentori più morbidi, si affaccia ‘solo’ un cereale molto caldo (proprio campo di grano al sole). Aggiungeremmo anche una suggestione di timo. Una purea di mela gialla, a tratti? Forse sì. La gradazione così bassa forse penalizza un po’ lo spettro aromatico?

P: dobbiamo con sgomento rilevare come abbia sicuramente perso un po’, forse la bottiglia da cui abbiamo pescato il sample era rimasta a lungo aperta, non sapremmo – di certo la sensazione è di un whisky un po’ scarico, purtroppo, un po’ sfarinato, di certo molto poco alcolico. Se rimangono vividi i sentori di tè verde e di una qualche marinità, per il resto registriamo solo una stranissima panna cotta e un sentore di caramella alla violetta, con una dolcezza un po’ fasulla.

F: perdura quel che c’era al palato, cioè panna cotta e tè verde. Non proprio il migliore dei mondi possibili.

Peccato, ma questo sample ha sicuramente perso. Inqualificabile, per una volta ci dobbiamo fermare al senza voto. Pubblichiamo ugualmente perché vogliamo menarcela e dirvi che sì, sarà pure stato rovinato ma ci siamo bevuti un Brora! A parte gli scherzi, dobbiamo dire che il naso rimane interessante, anche se non completamente broresco, mentre al palato una gradazione arrivata sicuramente – e abbondantemente – sotto i 40 gradi ha determinato un cambiamento radicale del profilo di questo whisky… Se volete un parere sicuramente più nitido, Serge ci viene eroicamente in soccorso assegnando un 83/100, che è poi più o meno il voto a cui avevamo pensato mettendolo sotto il naso.

Sottofondo musicale consigliato: Lucio BattistiConfusione

Clynelish 12 yo (1971, Ainslie&Heilbron for Edward&Edward, 56.9%)

Vediamo di leggere il titolo di questa recensione, analizziamo cosa ci dice. Clynelish 12 anni, imbottigliato nel 1971… Dunque la distillazione è sicuramente precedente alla fondazione della ‘nuova’ Clynelish, e dunque trattasi di fatto di un whisky che oggi chiameremmo Brora. Ainslie & Hebron è il nome della compagnia che ricostruì Clynelish a fine ‘800, per poi vendere a quella-che-sarà-Diageo dopo la celebre crisi dei Pattinson, negli anni ’20. Tra gli anni ’60 e gli ’80 (secondo whiskybase, anche oltre) sono usciti diversi imbottigliamenti di Clynelish a questo marchio, e si tratta di bottiglie pressoché leggendarie, rare e ormai costosissime. Edward & Edward altri non è che Edoardo Giaccone, il Baffo, proprietario della storica Whiskyteca di Salò – pensate – aperta addirittura nel 1959!, e di Clynelish 12 imbottigliati per lui da A&H ce ne sono diversi. E se fate caso all’ultimo numero vi rendete conto che è a gradazione piena: e sappiamo bene che all’epoca erano in pochi a imbottigliare così. Beh, lo capite pure voi che qua siamo al top – e prima di bere, ringraziamo Giuseppe (il Bevitore Raffinato) per l’impagabile omaggio.

N: molto acuto e tagliente, qualitativamente spaventoso e sorprendente. Innanzitutto, l’apporto della torba è molto cesellato, elegante, trattenuto: la mineralità che ne consegue è delicatissima ma anche per questo deliziosa; non c’è da aspettarsi una cera esuberante (errata corrige: arriva, ma solo dopo un po’, ed è da panico!), piuttosto esplode un lato marino, salmastro, iodato (aria di mare sferzante, quando piove al mare; note di pioggia, di terra bagnata), con sentori di limone – anzi: di semino di limone. Pian piano, con pazienza, emerge un lato delicatamente ‘dolcino’, tra una mousse al cioccolato bianco, della vaniglia, un marshmallow. Elegante e trattenuto. Una spolverata di cardamomo?

P: conferma le premesse olfattive, risultando tagliente, affilato ma delicato: a grado pieno, è sia grasso e oleoso che molto fresco. Esibisce una sapidità e una freschezza limonosa veramente poderose, frizzantine. Ancora salamoia, cera e miele. Il lato più dolce è, come al naso, verbalmente facile: panino al latte, vaniglia, zucchero bianco, un che di cioccolato bianco. Con aggiunta d’acqua, appare ancora più evidente il cereale, l’orzo, spettacolare. Un filo di fumo, forse.

F: lungo, persistente, ancora scisso tra limone, la marinità, ed emerge un filo di fumo. Ostriche, perfino…

Il profilo è quello che idealmente ci piace di più: Clynelish, da questo punto di vista, è una sicurezza. Rispetto ad altre versioni degli stessi anni che abbiamo avuto il privilegio di assaggiare (alcune presenti qui), questo è solo leggeremente torbato, non tanto ceroso, per contro molto salmastro e iodato, con una dolcezza elegante e trattenuta. 92/100, delicato, semplice forse ma di una semplicità unica, introvabile, irripetibile, irrimediabile, irresponsabile.

Sottofondo musicale consigliato: Radiohead – Daysleeping.

Tullibardine 24 yo (1993/2017, Valinch & Mallet, 52,1%)

Tullibardine è distilleria difficile: un tempo concentrata esclusivamente sulla produzione di materiale per blended, oggi sta cercando di rifarsi l’immagine e – contestualmente – di innalzare la qualità del distillato, stante una fama non proprio radiosa. Il vintage del 1993 è il più frequente disponibile presso gli imbottigliatori indipendenti, se si dà una rapida occhiata al whiskybase: oggi assaggiamo un single cask ex-bourbon selezionato da Valinch&Mallet, italianissimo giovane top player nel mondo dell’imbottigliamento indie.

28928121_10155426680611958_1273406618_oN: all’inizio si rimane spiazzati dalla sconcertante datità del distillato: cioè dal modo assieme sereno e brutale con cui questo va incontro all’ignaro degustatore. E dunque sentiamo note lattiche, di yogurt bianco, e in generale sentori ‘acidi’ – per intenderci – e agrumati, di limone candito, poi di sfalcio d’erba. Solo a un secondo ascolto (ma come? al naso? SINESTESIAAAA HONESTAAAAA) e col passare dei minuti si rivelano le note più attese, pure se in punta di piedi, in stile bourbon hogshead: e quindi vaniglia, pastafrolla cruda. Tuorlo d’uovo. Non moltissimo d’altro, a dirla tutta. A tratti un po’ alcolico.

P: il corpo decisamente non esplode, anche se la componente alcolica è piuttosto evidente. Da un lato si normalizza, seguendo una via che va dallo zucchero bianco alla vaniglia, al frollino. Dall’altro, rispetto al naso quel lato erbaceo molto naked non arretra, anzi a tratti pare di ciucciare fili d’erba fresca. Lemongrass; in generale, piuttosto agrumato (scorza di limone).

F: di media durata, molto pulito e limonoso, sulla falsariga delle fasi precedenti.

Senz’altro molto particolare, molto erbaceo, molto nudo; rispetto alla valutazione di Serge, a noi ha convinto complessivamente un po’ meno, e se possibile l’abbiamo trovato ancor più guidato dal distillato, forse fin troppo dopo 24 anni, e in ogni caso senza che la nudità, qui, risulti un valore assoluto, in sé – anche se quella suggestione di pane che l’alsaziano propone diffusamente, a posteriori, ci pare decisamente azzeccata. 83/100. Grazie a Fabio e Davide per il sample.

Sottofondo musicale consigliato: Cesare Cremonini – Nessuno vuole essere Robin.

 

Macallan 18 yo ‘sherry oak’ (1985/2003, OB, 43%)

Sarebbe offensivo per la vostra specchiata intelligenza delle cose del whisky premettere a questa recensione una didascalica circonvoluzione retorica che spieghi cosa, come e perché: non prendiamoci in giro, la serie dei Macallan 18 anni in sherry con il millesimo indicato non richiede nulla di tutto ciò. Consultate Whisky Paradise se volete della pornografia di Macallan (e non solo, per la verità) e avete velleità di studiare le variazioni delle etichette: noi qui vi raccontiamo solo di questo diciottenne del 1985.

N: un whisky molto ‘arancione’, in cui le suggestioni ci parlano di una bella brioche calda all’albicocca, marmellata di fragole, mele rosse fresche e miele. Un pizzico di vaniglia, il classico ciambellone al forno e cera d’api – quest’ultima testimonia di una cosa che si sa: che il distillato di Macallan ha le spalle larghe. Pane al latte con uvetta (e uvetta da sola); pasta di mandorle. Lo sentiamo molto caldo, anche se lontano dalle profondità dei mitici 18 anni anni ’60-’70, con generose zaffate di legno di botte, piacevolmente tostato, quasi ‘tabaccoso’, dopo un po’. A ben vedere l’arancia c’è, eccome se c’è.

P: potente, ma anche molto elegante: pare quasi cask strength, a giudicare dal kick e dalla texture. I sentori di frutta rossa (merita una menzione speciale l’uvetta, evidentissima) qui sono decisamente più evidenti; ancora molto maltoso e anche burroso, il che ci rimanda di nuovo all’immagine di una bella torta appena sfornata. Ancora arancia e miele – in definitiva, è molto coerente col naso, anche se certo stupisce per carattere.

F: lungo e persistente, note di burro tostato, arancia e uvetta.

Diciamo fresco ma non troppo, perchè il legno dà profondità, tostatura, sfaccettature: non sarà forse un mostro di complessità, e certo siamo lontani dal mito, dai Macallan storici e supersherried distillati nei decenni precedenti… Ma non ci sentiamo di condannarlo per contrasto con la storia, anzi: ci piace valorizzarne la modernità (ci sono sentori che fanno pensare a quercia americana), la coerenza, la soddisfazione che ti lascia. 89/100, davvero molto buono. I prezzi guardateli voi, che a noi ci scappa da piangere.

Sottofondo musicale consigliato: Guns n’ Roses – Estranged.

GlenDronach 25 yo (1992/2017, cask #63, OB for Beija-Flor, 57,6%)

Nei mesi scorsi Beija-Flor, importatore di GlenDronach già responsabile di alcuni imbottigliamenti magnifici (qualcuno ha ancora in mente il cask #35, forse?), ha presentato la sua ultima selezione: si tratta di un single cask di 25 anni, maturato in un barile ex-sherry Oloroso ed imbottigliato nel settembre 2017. Noi avevamo già avuto la fortuna di assaggiare il campione della botte a maggio, quando la scelta non era ancora definitiva, e ci era parso molto buono, con tutto quello che uno può attendersi da un single cask di GlenDronach – ora però è tempo di dedicargli un po’ più di attenzione.

N: la gradazione è importante, e ovviamente (pur non lasciando scorie aromatiche) trattiene un po’ il pieno dispiegarsi dei profumi – ma che davanti a noi ci sia un top player, beh, questo è fin troppo evidente. Rivela da subito i suoi tanti anni di invecchiamento con generose note di legno (non di botte: proprio vecchi mobili di legno), una sorta di guscio, di gheriglio. Ascoltandolo meglio, col passare del tempo si palesa un meraviglioso lato succoso, di frutta rossa intensissima dichiaratamente sherried (ciliegia sesquipedale, poi fragole, lamponi e more, ribes nero), poi un cioccolato “fondente ma non troppo” (pare inevitabile pensare al mon cheri, è chiaro). Frutta secca, con nocciola in primo piano (e perfino una crema di nocciola); torta al cioccolato con uvetta, di quelle che talora vendono in distilleria in Scozia. Fondo di caffelatte. Regge molto bene l’acqua, che non cambia le carte in tavola ma, per così dire, armonizza il tutto. Il legno si ‘apre’, diventando più dolce, più aromatico (sandalo?).

P: masticabile e densissimo, senz’acqua resta piuttosto chiuso e un po’ astringente: ci sono note di chicchi di caffè, di fave di cacao, di legno, perfino di polvere, di tabacco di sigaro (molto intenso), di noci. Solo in disparte paiono agitarsi le note più fruttate, che riescono a farsi però pienamente succose: ancora ciliegie e fragole. La struttura è molto solida e complessa, l’acqua taglia decisamente l’astringenza legnosa e rende tutto più morbido: si sprigiona un lato speziato e dolce, tra lo sciroppo d’acero, il tamarindo, un mix di spezie (ci vengono in mente cannella e pepe nero).

F: molto lungo e persistente, tutto sul legno tostato, sul tabacco, e solo dopo un po’ esce quel mix di frutta rossa e frutta secca che tanto ci sconfinfera.

Un whisky certo complesso, in continua evoluzione e di grandissima intensità, che se dovessimo posizionare in un universo di GD bevuti definiremmo come ‘secco e tagliente’, di certo lontano da certe opulenze cremose riscontrate in passato. Soprattutto il palato, con quelle note lievemente astringenti e tabaccose, si fa più difficile, e richiede senz’altro qualche goccia d’acqua per dispiegare appieno il suo potenziale. 90/100, complimenti a GlenDronach per la qualità sempre alta, complimenti a Beija-Flor per l’ennesima selezione riuscita.

Sottofondo musicale consigliato: Royal Blood – You can be so cruel.

Clynelish 1997 (2017, Carn Mor, 57%)

La compagnia Morrison & Mackay è nel business dell’alcol britannico dall’inizio degli anni ’80: dopo liquori, gin e altre amenità, dal 2008 seleziona e imbottiglia single malt scozzese. È nel 2012 che viene lanciata la serie ‘premium’ di single cask con nome “Carn Mor”: e da qualche mese Lost Drams, azienda di importazione e distribuzione di distillati che fa capo al prode Fabio Ermoli, ha portato in Italia queste bottiglie, presentandole in anteprima all’ultimo Milano Whisky Festival. Noi in quell’occasione abbiamo adocchiato alcuni whisky piuttosto solleticanti, e iniziamo ad assaggiarli partendo da un Clynelish maturato in uno sherry puncheon.

N: un profilo sicuramente particolare. Dà l’idea di un whisky pesante, dove gli aromi faticano a uscire dal bicchiere ma che d’altra parte si mostra delicato, assolutamente non alcolico. Piano piano si mostra un profilo levigato, con note di tabacco, tamarindo, cola, una leggera suggestione sulphury di brodo di carne e – perché no? – di cera, in crescita. Soprattutto quest’ultimo rende conto di un distillato bello grasso, capace di dialogare alla pari con la botte. Bontà, ma certo non per i palati (pardon, nasi) in cerca di ruffianeria. Via via si apre, e fa venire in mente le fragole disidratate, o addirittura: certi infusi di frutta essiccata; scorzetta d’arancia secca. Pasticcino con fragola. Ogni istante che passa, diventa più aperto, più profondo, più entusiasmante. Profumo di un sigaro cubano morbido, nuovo, appena uscito dall’humidor. Continuamente cangiante, splendido. Candela di cera aromatizzata alla fragola. Agrumi. Basta, fermati qui!

P: si chiarisca un punto: i 57% non ci sono, non esistono, sono scomparsi, rimasti nella bottiglia, nel sample, chissà. Molto coerente col naso, ha un attacco ‘sporco’ e sulfureo, poi evolve verso una deliziosa cera (di candela, non cera d’api) con innesti di fragole, e man mano va verso un profilo più dolcino, più compiutamente fruttato. Brioche, di quelle tanto, tanto burrose. Esplosiva è la frutta, che appare una frutta ‘cerata’ e cerosa, quasi di marzapane; c’è una bella presenza agrumata, di arancia rossa soprattutto – a tratti appare un’arancia rossa quando è troppo matura, per non dire marcia, che si lega perfettamente al sulfureo. Poi c’è cioccolato al latte, c’è pasta di mandorla.

F: rimane il doppio binario del sulfureo e della delicatezza, in perfetto equilibrio; lascia la bocca deliziosamente impastata di frutta rossa e agrumi sulfurei, senza alcun cenno d’astringenza.

Talvolta, quando abbiamo bevuto qualche dram di troppo e ci sentiamo di poterci sbilanciare su questioni tanto delicate, ci capita di rispondere “Clynelish!” alla domanda “qual’è la tua distilleria preferita?”: e bere whisky come questo non fa altro che rinforzare quella convinzione. Straordinario, un distillato particolarissimo, unico, delicato e grasso al contempo, che si unisce con straordinaria eleganza a un barile – fortunatamente – non troppo marcante se pure certo non passivo. Magnifico. 92/100.

Sottofondo musicale consigliato: Cesare Cremonini – Poetica.

Aberfeldy 12 yo (2017, OB, 40%)

Un paio di settimane fa abbiamo avuto la la fortuna di partecipare all’ennesimo tweet tasting organizzato da Steve Rush, questa volta a tema Aberfeldy: il primo dei tre assaggi era (ovviamente) l’entry-level del suo core range, vale a dire il 12 anni – età che costituisce un vero spartiacque, quantomeno nel mondo imbottigliamenti ufficiali. Mettiamoci sopra il naso, e spariamo un paio di sentenza, via.

N: da subito si intuisce un naso molto ben bilanciato, tra note delicate, fresche e floreali, e un lato più fruttato ed esuberante. Le tasting notes ufficiali parlano di miele d’erica e non è difficile farsi catturare da questa suggestione. Accanto ecco ben evidente la frutta: albicocche disidratate, ananas, arance. Su tutto aleggia una spruzzatina di sentori minerali e il malto, a dirla tutta, è anch’esso in bella vista. Semplice ma davvero ben fatto.

P: un filo debole l’attacco e tutto giocato su una dolcezza senza tanti fronzoli. Toffee e ancora miele, tanto miele. In un secondo momento si accende la frutta, con brioches all’albicocca e un po’ di marmellata alle arance. Una sensazione innocente di fiori freschi ci viene a fare visita anche al palato, e ci rallegra.

F: di media durata, mostra a sorpresa una nota legnosa e si richiude su se stesso, con una leggera sensazione astringente, di allappamento.

Il naso non ci è affatto dispiaciuto, ma a ben vedere il palato è un po’ timido e forse si limita a fare il compitino; peccato perché all’olfatto sembrava promettere moltissimo… Ad ogni modo, resta una prova convincente, a maggior ragione se si pensa che questo solido single malt si trova in commercio abbondantemente sotto alle 40€. Perfetta introduzione al whisky di malto non torbato. 82/100.

Sottofondo musicale consigliato: Adamsky & Seal – Killer.