Jura 24 yo (1991/2015, First Editions, 50,5%)

e adesso Jura!

E adesso Jura! Adesso Jura! Adesso Jura che non hai paura, che sia una fregatura dirmi “single cask”, perché una botte col silenziatore ti spara al cuore e Bum!, tu sei caduto giù, e non lo bevi più. Che qualità ragazzi, che qualità: e comunque è proprio Ambra Angiolini ad averci chiamato, questa mattina, imponendoci di assaggiare un single cask di Jura, selezionato da First Editions (aziendina fondata durante un episodio di “Beautiful”, la saga leggendaria della famiglia Laing, non ripercorreremo la storia qui). Noi obbediamo, ma avendo un po’ di paura che sia una fregatura, dato che Jura – si sa – non è sempre garanzia di qualità.

N: molto delicato; la primissima nota che ci pare di trovare è quella del bianco degli agrumi (si chiama albedo, ed è ricco di sostanze pectiche: no, non pensiamo agli acidi poligalatturonici ma alla pectina dei vegetali, ovviamente. L’abbiamo scritto solo per poterci vantare con gli amici di aver scritto “poligalatturonici”), e anzi concordiamo in pieno con i descrittori riportati in etichetta: grandissima epifania del pompelmo! Poi note vegetali, erbacee e cerealose, che assieme a punte più spiccatamente vanigliate (anche pasta di mandorle), paiono definire un naso davvero delicato, trattenuto, che cammina per la stanza in punta di piedi. Anche zaffatine marine, piacevoli. Cioccolato bianco? Crosta di pane?

P: corpo massello, compatto; al palato si rivela acido, vegetale e cerealoso. Potremmo chiuderla qui, no? Dipinge un affresco che solo l’occhio di un feticista della nicchia nella nicchia potrà apprezzare. Fiammate agrumate, poi una dolcezza zuccherina semplice, dissetante, vagamente fruttata; potremmo dire cocco, potremmo dire cereale, invece diremo mela gialla.

F: delicato e di media durata, ancora agrumato ed erbaceo. Un filo, ma proprio un filo di frutta secca (nocciola).

Ambra Angiolini aveva ragione: questo single cask era buono. Certo, non costa poco, ma cosa c’è di economico a questo mondo, ci chiediamo? Siccome è pur sempre sabato mattina e siamo un po’ in hangover, chiudiamo autocitandoci: “dipinge un affresco che solo l’occhio di un feticista della nicchia nella nicchia potrà apprezzare”, noi apprezziamo le perversioni e stimiamo i pervertiti, ma ci fermiamo a 86/100.

Sottofondo musicale consigliato: scusaci Ambra, ma sarà R.E.M. – All the way to Reno.

Aultmore 7 yo (2007/2014, Hepburn’s Choice, 46%)

non sono bella, ma piaccio

Nei meandri del nostro armadietto dei samples, ecco comparire un Aultmore del 2007, maturato in un barile ex-sherry e imbottigliato ormai cinque anni fa da Hunter Laing col marchio Hepburn’s Choice. Che senso ha recensire una cosa che ormai sarà quasi sicuramente esaurita? Non siamo mica una succursale di mediashopping, beviamo quello che ci pare, quando ci pare. Pensa te, tsk. Comunque, Aultmore è distilleria dello Speyside che spicca per bruttezza, a maggior ragione se confrontata con l’amenissima Strathisla che sorge poco lontano: d’altro canto, il suo whisky corposo è tradizionalmente molto apprezzato dai blenders, e di recente, con la discesa in campo di un core range di distilleria, anche gli appassionati più distratti ne stanno scoprendo il potenziale. Quindi: sarà pure brutta, ma mica ci dobbiamo vivere, no?

N: per iniziare con una suggestione cromatica, è sia verde che arancione: ha in evidenza la gioventù erbacea, lievitosa, acidula. Pian piano esce un calore ‘sporco’, con il barile che tende a prendersi spazio, con note di cuoio, aceto di mele… Poi un lato più compiutamente ‘dolce’, scuro, come di un caramello particolarmente grasso; anche barrette di cereali e miele. Con acqua, va sporcandosi, andando verso la carne (arrosto? cotenna di maiale?).

P: buono, piacevole, tendenzialmente più dolce del naso e un po’ più guidato dal legno – restano le note di distillato bianco, ancora un po’ acidule. Poi un lato fruttato, con uvetta, arancia, toffee. Ci sono punte speziate, che forse non sappiamo definire compiutamente. L’acqua sposta, facendo perdere la frutta e onestamente vien da chiedersi: perché abbiamo aggiunto acqua? Boh.

F: dopo un primo approccio di frutta rossa, diventa legnoso e speziato, erbe aromatiche (timo?). Il legno resta piuttosto evidente.

Il distillato mostra personalità, non soccombe di fronte al barile in sherry, e c’è da riconoscere che le due dimensioni restano ben armonizzate tra loro. Se vogliamo aggiungere un’altra nota di merito, costa (o costava? non sapremmo) proprio poco, intorno alle 45/50€. Un piacevole everyday dram: 84/100.

Sottofondo musicale consigliato: Khruangbin – Maria También. Ma che qualità, signori, dove la trovate una musica migliore? Stay whiskyfacile, stay foolish.

Bunnahabhain 26 yo (1989/2016, First Editions, 49,8%)

“La prima sbronza che ho preso è stata di sottaceti”. Questa frase campeggiava, come unica introduzione, all’inizio della bozza di questa recensione: scritta ormai tre settimane fa (sì, cerchiamo di tenere da parte qualche rece per i giorni di pioggia, per quando siamo malati e non possiamo bere, in ogni caso fatevi i fatti vostri!), non sapremmo dire a cosa quella frase facesse riferimento, né da chi fosse stata pronunciata. Ma è bello così, non potevamo non condividerla con voi, attenti e affezionati lettori. Con questa impareggiabile introduzione, ecco un single cask di Bunnahabhain selezionato dalla famiglia Laing per First Editions: speriamo non sappia di sottaceti, o per lo meno non solo, ecco.

N: espressivo ma non ruffiano, non squadernato, molto elegantemente trattenuto. I primi sentori che troviamo riportano verso un refill sherry (anche se non ne siamo sicuri), con note di pasticceria secca, tipo le pastafrolle e paste di mandorla con la ciliegia candita… Ha qualcosa dei dolcetti mediorientali, forse, con della marmellata bruciacchiata, della frutta secca e un poco di miele. Marmellata d’arancia. Pane imburrato e zucchero.

P: particolare e buono, con una decisa presenza (anche lievemente amaricante) del legno. Molto affilato, per nulla cremoso (immaginiamo un refill sherry, anche qui), molto coerente con il profilo definito al naso: ancora ‘arancione’, ancora con arancia e pasticceria con marmellata. Slightly coastal, con un che di burro salato.

F: lungo, persistente, legnosetto e aranciato. Un ricordo di marinità.

Buono, pieno anche se ‘esile’, affilato al palato, non cremoso o piacione, impreziosito dalle tipiche note marine che anche qui compaiono, al palato per lo più. La conferma, se ancora qualcuno ne sentiva il bisogno, che Bunnahabhain è una distilleria di gran pregio, da seguire, da amare, perfino da importunare, se necessario. Non sarà come i fantastici sottaceti della prima sbronza d’un ignoto amico, ma anche questo si fa apprezzare: 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: FKJ & Masego – Tadow.

Talisker 2008 (2016, First Edition, 57,1%)

Sogno di ogni nerd del whisky che si rispetti sarebbe il poter seguire passo passo la maturazione del proprio single malt preferito: da quando, neonato, esce dall’alambicco a gradazioni stellari, fino ad ogni anno di evoluzione in barile (anzi: l’ideale sarebbe avere barili diversi, no?). Non potendo farlo davvero, almeno finché non ci regalate i soldi per comprarci un barile, ci accontentiamo di godere di uno dei trend degli imbottigliatori indipendenti degli ultimi anni: compaiono sempre più spesso, da almeno tre / quattro anni, barili di whisky molto giovane, che in tempi di vacche magre sarebbe stato tenuto lì in warehouse a maturare. Oggi è il turno di un single cask di Talisker di soli 8 anni: non che la maggior parte dei Talisker in commercio sia granché più vecchio, intendiamoci, ma qui – dato il colore, dato lo stile degli imbottigliamenti ‘First Editions’ – ci aspettiamo un distillato eccellente lasciato nudo e crudo davanti ai nostri occhi. Avremo ragione?

N: la gradazione scompare agli occhi delle narici (ehm, come?), svelando un panorama aperto e brumoso. Molto erbaceo, con il distillato giovane in primissimo piano: erbe aromatiche, ci vengono in mente la melissa, il timo, salvia e rosmarino… Qualcosa di balsamico, anche. Poi una punta di limone, anzi caramelle dure al limone, o nocciolo di limone. Molto ‘verde’. Poi non dimentichiamo la mineralità, evidente e gradevolissima, con note di sassi bagnati, di scogli, di sottobosco dopo la pioggia. E la marinità, e la torba? Ci sono, ci sono, molto leggeri, non invasivi, ma evidenti (tanto iodio e un lieve fumo acre).

P: che impatto! Molto pieno, avvolgente e tagliente allo stesso tempo, a la Talisker… Si parte con un impatto intenso, con pepe bianco e nero, ancora un fumo acre di torba e un bel po’ di acqua di mare (ti lascia le labbra salate). Balsamico, con eucalipto; buono buono. Salatino, non pescioso, e bruciacchiato (cenere). Fieno nitido, come suggerisce il sommo Zucchetti che degusta con noi. Una dolcezza astratta da zucchero liquido, tutta dal distillato e non dal barile.

F: lungo, lungo e pulito. Erbaceo, marino e ceneroso – o cinereo, fate voi.

87/100. È tutto distillato, e deve piacere quell’erbaceo lì – a noi piace, di brutto, ma sappiamo che è un sapore che può respingere anche i whiskofili più affezionati. Semplice forse, ma di una semplicità complessa e strutturata che ha solo Talisker: dalla nostra specola marginale speriamo francamente che Diageo colga il suggerimento di questi imbottigliamenti e provi a mettere sul mercato imbottigliamenti meno carichi…

Sottofondo musicale consigliato: The Ocean – Permian: The Great Dying.

Braeval 18 yo (1997/2016, First Editions, 54,8%)

Dall’ennesima serie di qualche membro della famiglia Laing, le cui vicende ricordano pericolosamente la trama di una telenovela sudamericana, peschiamo con curiosità questo single cask di Braeval (aka Braes of Glenlivet). È inusuale trovarlo imbottigliato, dato che serve per lo più come carne da macello per l’industria del blending, e infatti è il primissimo Braeval che compare sul nostro autorevolissimo sito: per questo ringraziamo i Laing ma soprattutto l’Ermoli che ce ne ha donato un campione e ci tuffiamo a bomba nella degustazione.

N: incredibilmente aperto ed espressivo a fronte di una gradazione importante. L’apertura porta essenzialmente ad un aranceto: arancia in ogni forma e immagine, partendo da una bella arancia gialla appena tagliata, poi arancia candita (per un attimo ci eravamo immaginati un panettone), una bella sorsata di Fanta, pasticcino con la fettina di arancia (ci sono anche un po’ di pastafrolla e di crema pasticcera, uniche sopravvissute allo tsunami agrumato). Molto fresco e aromatico, anche se – sia chiaro – se non vi piace l’arancia son cazzi amari. Unica deviazione dal tema: un sentore di ananas, pieno e ‘sudato’. Con acqua, si apre anche su mele e pere cotte.

P: pieno ed esplosivo, con bombette fruttate in deflagrazione. Paro paro al naso, non sapremmo cosa aggiungere oltre a pastafrolla, crema pasticciera, arancia in ogni forma e ananas. Proviamo ad aggiungere acqua per variare, e in effetti funziona – se retrocede la parte più esuberante di ananas, tornano un po’ note diversamente fruttate, poi cioccolato bianco e qualche cereale (volete una suggestione che vi farà commuovere? Sì, la volete: biancorì).

F: sulla falsariga di quanto detto fino ad ora: pulito e non lunghissimo,

Monodimensionale, in fondo, ma quella dimensione è bellissima: talvolta, davanti a single cask del genere, ci troviamo a chiederci “ma quanti ce ne saranno di barili simili, nello Speyside?”. A quel punto, con espressione interrogativa sul volto, non possiamo che invidiare chi nello Speyside ci sta tutto il tempo: beati loro. Buono buono, 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Duran Duran – Ordinary World.

Glengoyne 20 yo (1996/2016, First Editions, 60,4%)

First Editions è una delle tante etichette del famoso imbottigliatore indipendente scozzese. Si tratta di imbottigliamenti a grado pieno, non filtrati e senza aggiunta di coloranti. Le premesse sono ottime, dunque. Curiosamente di questo ventennale Glengoyne ne esistono solo 83 bottiglie, dettaglio che potrebbe far pensare a un uso parziale del liquido contenuto della botte. Ma noi siamo gente semplice, non ci facciamo troppe domande: vediamo un Glengoyne invecchiato in una botte ex sherry e siamo felici!

glengoyne-20-year-old-1996-cask-12825-the-first-edition-hunter-laing-whiskyN: la coltre alcolica è molto fitta, è ostico avvicinarsi sulle prime. Per ora si distinguono le forme dell’uvetta, della brioche all’albicocca, della nocciola e di un’essenza di arancia; per il resto poco espressivo, ma è la gradazione a chiudere. Con acqua, si confermano le note di prima, ma restano più affrontabili, più gradevoli, percepibili a pieno. Poi anche miele liquido, dolce; il profumo del legno caldo al sole. Ancora iper-burroso, con sentori di pandoro, di pasta di mandorle, di glassa della colomba (oggi ci vengono in mente dolci festivi, che ci volete fare).

P: anche qui, a grado pieno è un po’ ostico, l’alcol brucia e copre il dipanarsi dei sentori: resta il burro caldo, la pastafrolla e un che di sciroppo d’acero, forse; zucchero liquido, brioche e ancora arancia dolce. L’acqua concede lo stesso cambiamento del naso, in un vero festival della coerenza: quanto già detto quindi, ma più amplificato e piacevole. Ancora burroso, anche in questa fase.

F: lungo e intenso, molto persistente, con tanta frutta secca burrosa (nocciola e mandorle). Una punta erbacea.

Per una volta la gradazione alta è penalizzante, va a chiudere un profilo che una volta dispiegato si rivela piuttosto gradevole anche se abbastanza ordinario – consideriamo anche i vent’anni di invecchiamento. Buono ma ‘banale’, senza guizzi: vien da chiedersi se forse non sarebbe stato meglio, per una volta, imbottigliarlo a grado ridotto (sì, lo sappiamo, non ci riconosciamo più neanche noi): 85/100.

Sottofondo musicale consigliato: John Lee Hooker – Wednesday Evenin’ Blues

Carsebridge 42 yo (1973/2015, Hunter Laing ‘Sovereign’, 48,9%)

Quante volte può capitare di assaggiare un single cask di 42 anni di una distilleria di grain whisky chiusa da oltre trenta? Non sapremmo, ma – ve lo possiamo garantire – a noi sta capitando proprio adesso. Grazie a Matteo Zampini (e a Fabio, ça va sans dire) per il sample.

N: sapete bene che siamo degli uomini di mondo, e dunque certo non vi stupirete se il primo descrittore che ci viene in mente di fronte a cotanto naso è “fruta pinha” (scommettiamo che il Gerva la conosce!). Molto zuccherino e denso, con crema di vaniglia al limone, noce di Pecan; c’è anche una nota curiosa – ma non così tanto, per un grain – di colla per legno. Molta pera, anche una barretta di Galak; un filo di orzata. Non possiamo definirlo un “mostro di complessità”, ma il naso promette bene.

P: l’alcol non esiste, l’attacco è pulitissimo e molto fresco: cosa che ci stupisce, e a dirla tutta il palato colpisce positivamente. Cioccolato bianco e una bella bananona matura, intensissimi; ancora la nostra amata ‘fruta pinha’, zuccherina e grassa, burrosa. Un budino alla vaniglia. Una nota fresca di succo d’ananas (più zuccherino dell’ananas vero e proprio). A confermare un lato vegetale, ‘verde’ e fresco, troviamo note di sedano (che nella nostra perversa esperienza è nota tipica dei Rye).

F: di media durata, non di esplosiva intensità, molto pulito; a dominare è il gelato alla banana…

Ottimo whisky, che conferma come nella maggior parte dei casi i grain reggano magnificamente invecchiamenti molto importanti – o girando la questione, dimostra come nella maggior parte dei casi i grain richiedano invecchiamenti molto importanti per acquisire armonia. Questo single cask non potrà non piacere, con la sua pienezza sbarazzina: 42 anni e non sentirli, decisamente. 88/100, che clamore!

Sottofondo musicale consigliato: Klaus Nomi – After the Fall.

Cambus 30 yo (1985/2015, Hunter Laing, ‘The Sovereign’, 53,4%)

Restiamo nei territori granulosi, granulari, grandi, granguignoleschi, granaroli, dei grain whisky, e restiamo pure nelle cantine di Hunter Laing: dopo lo splendido cinquantaduenne dell’altro giorno, ringiovaniamo ed assaggiamo un 30 anni della distilleria Cambus, chiusa nel 1993 da Diageo e situata nei pressi dell’a noi cara Deanston.

cambus-30-year-old-1985-cask-11591-the-sovereign-hunter-laing-whiskyN: sulle prime l’inespressività è quasi desolante, lasciando alle narici un mero senso alcolico di solvente, di colla. Ma abbiamo imparato ad avere pazienza… E veniamo premiati: emerge una patina di cereale biscottoso e burroso, ma rispetto al cliché grainy dolciastro e caramellato qui si fa strada – sempre con grande e trattenuta raffinatezza – la frutta gialla, a tratti anche tropicale e agrumata (ananas, cedro candito). Pasta di mandorle. C’è un che di ‘clorofilla’ (?), un qualcosa di vegetale e quasi balsamico.

P: al palato si perde quell’intro spiazzante, e si conferma un whisky dalle dinamiche bizzarre e inattese, anche se il profilo del naso trova qui specchio in un’intensità infinitamente potenziata. Ripetiamo i descrittori: grande tropicalità ‘verde’ (la suggestione cromatica è puro arbitrio: lychees, ananas, cedro, lime), un bel lato maltoso, di cereale burroso e una pasta di mandorle piacevolissima. Ancora una punta balsamica, a condire un lato vegetale piuttosto floreale e zuccherino. Decisamente più convincente.

F: non lunghissimo, tende a farsi più cerealoso e quasi amaro, con solo un velo di frutta tropicale.

Ma che grain è? Matteo Zampini, lo standista più hipster di tutti i festival di whisky italiani, ci ha dato questo sample (così come il North British): che, è uno scherzo? Ma no, un imbottigliamento del genere ci conforta, dandoci inattese speranze sulla vastità (per lo più inesplorata, ma – credeteci – è solo questione di tempo) dello spettro aromatico dei grain. Peccato forse per quel naso così delicato: 85/100, e buona camicia a tutti.

Sottofondo musicale consigliato: Can – Turtles have short legs, e beh, è una grande verità.

North British 52 yo (1962/2014, The Sovereign, Hunter Laing, 40,8%)

Gli appassionati più attenti avranno notato che i single grain whisky stanno acquistando visibilità… La ragione è ovvia, si cerca un’alternativa più economica agli ormai sempre più costosi single malt: oltretutto, i grain reggono bene / hanno bisogno di invecchiamenti lunghi per acquistare complessità: e quindi oggi assaggiamo un 52 anni!, un single cask della distilleria North British (proprietà condivisa tra Diageo ed Edrington, il suo whisky finisce in un sacco di blended famosi, dal Famous Grouse al Chivas al Cutty Sark – e ragazzi, produce 64 milioni di litri all’anno!) imbottigliato da Hunter Laing nella serie ‘The Sovereign’. Daje.

grain_nor1962v4N: i 52 anni di invecchiamento hanno inciso, donando complessità ed eleganza alla classica prepotente ‘dolcezza’ dei grain. Domina un senso forte di cereale e frutta, tra biscotti al burro, toffee, barrette di cereali con mela e miele; pere caramellate. Una punta di cuoio, ed anche di legni ‘dolci’ profumati (sandalo o cedro); tamarindo e cola. Col tempo vien fuori una nota di scorza d’arancia deliziosa, a donare ulteriori sfaccettature. Un cioccolatino al cocco?

P: molto beverino, poco alcolico e raffinato: la gradazione bassa non penalizza l’intensità e il corpo masticabile. Sulle prime forte è il sentore di burro, fresco e in biscotto (proprio i Walker’s); pian piano si allarga al toffee, ancora alle dolci barrette ai cereali e frutta, ancora alla frutta caramellata. Più netto è l’agrume (arancia rossa), sempre in salita la cola; prugne secche, e verso la fine segnali di caffè (ma si ferma appena prima dell’amaro vero e proprio).

F:  lungo e intenso, tutto su biscotti burrosissimi, cereali, miele, prugne secche.

Un pezzo di storia, è nato nell’anno di Tom Cruise e Demi Moore, di Flea e Jodie Foster, e voi direte, chi se ne frega? Giusto, avete ragione. Passiamo ail giudizio: 90/100 per premiare la complessità e la struttura di un whisky davvero, davvero buono. Complimenti, abbiamo l’impressione che ci piacerà continuare a seguire i grain… Magari già da mercoledì?

Sottofondo musicale consigliato: obbligato, quest’oggi, è lo splendido testamento di David Bowie – Blackstar.

Talisker 6 yo (2008/2015, Hepburn’s Choice, 46%)

Oggi abbiamo voglia di assaggiare qualcosa d’insolito e la via per placare le nostre bizzose voglie ce la indica Hunter Laing, rinomato imbottigliatore di Glasgow. Sotto il nome di ‘Hepburn’s Choice’ sono stati giustappunto messi in commercio vari single cask dagli invecchiamenti insolitamente brevi, come questo Talisker di 6 anni, ma qui potete trovare molti altri imbottigliamenti curiosi di questa serie. Il colore è chiarissimo, d’un giallino flebile.

talisker-6-year-old-2008-bottled-2015-hepburns-choice-langside-whiskyN: di primo acchito acqua di mare e succo di limone. E tanto già potrebbe bastare per un riassunto quasi esaustivo. Diciamo che la gioventù è ben esibita, con note maltose (mashtun) e di canditi, assieme a una suggestione spumosa di mare molto Talisker style, per la verità. Risulta aperto ma tagliente assai, spigoloso nella sua solida nudità. Una coltre di pepe si fa largo. Zucchero a velo e borotalco.

P: giovane, grazioso e molto organico (?). Si sente la selvaggia natura di Skye! Ancora molto marino e con una torba fumosa in crescita; e poi nuovamente succo di limone zuccherato. Pepe. Serge parla di mezcal, e in effetti ricorda proprio quella strenua vegetalità bruciata.

F: erba e mezcal; fumo e nocciolo di limone; sale e pepe…

Diciamoci la verità, non basta esser giovani, spensierati e vitali per affascinare. Anche la giovinezza bisogna saperla portare con eleganza e questo Talisker pare avere imparato a dimostrare garbatamente i suoi pochi anni: è un whisky molto nudo e dal malto molto Talisker. Si potrebbe dire quasi didattico, anche se al contempo ha soddisfatto la nostra voglia di qualcosa di particolare. E 83/100 sia.

Sottofondo musicale consigliato: Jeff Buckley Grace