Tomintoul 1967 (2000, Gordon & MacPhail, 40%)

Direttamente dal Tasting Facile del 2017, eccoci alle prese con un Tomintoul del 1967: c’è un che di archeologico in una bevuta del genere, se si pensa che la distilleria dello Speyside ha iniziato a scaldare gli alambicchi solo nel 1965. Si tratta di una prestigiosa selezione di Gordon&MacPhail, dalla serie Rare Old, ed è stato imbottigliato ben diciotto anni fa, all’alba del nuovo millennio, proprio quando la proprietà passo da White &Mackey agli attuali proprietari di Angus Dundee. Trattasi di un barile sherry first-fill, curiosamente ridotto a 40%. Andiamo, e che Dio ce la mandi buona.

5466-7727tomintoul1967-2000rareoldN: la presenza dello sherry è inconfondibile, ma si tratta di uno sherry non succoso, piuttosto tagliente e leggermente metallico, con note ruginose che si protraggono per l’intera degustazione. Si inizia con aromi di castagne, anzi di buccia di caldarrosta; poi uvetta sotto spirito, della marmellata bruciacchiata ai bordi della crostata… Noci e prugne; uno di quei dolci alla carruba. Particolare, ad un assaggio alla cieca potrebbe quasi sembrare un altro distillato (un Cognac, forse – lo dice pure Serge, che è un po’ più affidabile di noialtri). Dopo un po’, sviluppa come una nota vinilica, quasi di scotch (disambigua: nel senso del nastro adesivo), che ci ricorda un sentore erbaceo fasullo, come fosse chimico. Difficile immaginare cosa intendiamo, vero?

P: compie uno strano percorso: attacca sulla dolcezza, quasi succosa qui, tra il tamarindo, la marmellata di prugne, l’uvetta, ancora la castagna; sulle prime pare molto zuccherino, con caramello e ancora carruba. Dopo queste premesse, i 40% lo lasciano sfumare e cade nel baratro dell’anonimato. Poi il legno tende a prendersi la scena: si sente una sorta di astringenza legnosa che ci fa venire in mente il tè Pu-er, lasciato un po’ troppo in infusione.

F: tè e legno, legno e tè; ancora un che di metallico e un ricordo di prugna secca. Cacao amaro in polvere.

Se dobbiamo cercare un pregio in questo Tomintoul (distilleria che francamente ci ha abituato ai tiepidi entusiasmi), in fondo ne troviamo due, ancorché piccini. Innanzitutto, come dicevamo in apertura, rappresenta un’occasione più unica che rara per tornare alle origini di Tomintoul, quando ancora si distillava con due soli alambicchi; e poi il profilo complessivo, dalla ferrosità contundente e dalla dolcezza un po’ appassita, è certo non così frequente ai giorni nostri. Detto questo, francamente questo single cask finisce per deludere sia perché poco gradevole sia perché poco intenso. Serge non lo ama particolarmente, e noi meno: 80/100.

Sottofondo musicale consigliato: The André canta Habibi (Ghali cover)

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Monkey Whisky Night #6 (24.02.18) – Cadenhead’s

Con solo un mese di ritardo veniamo a rendere conto del sesto ritrovo del Monkey Whisky Club, ovvero l’incontrollabile creatura di un manipolo di appassionati di whisky e di semplici erotomani che organizzano degustazioni tematiche in una non meglio precisata abitazione milanese (sssh, location segretissima!!! Ma va’, scherziamo, per partecipare basta iscriversi al loro gruppo Facebook e giurare fedeltà alla Scimmia).
Questa volta il fil rouge della serata è stato l’imbottigliatore indipendente scozzese Cadenhead’s, che nel 2017 ha festeggiato i 175 anni di storia e ha fatto uscire una caterva di imbottigliamenti che a occhio e croce un assaggino lo meritano. I 5 whisky che abbiamo bevuto noi, a ogni buon conto, sono stati imbottigliati in annate precedenti nella serie ‘Small Batch’, quella con le bottiglie basse e schiacciate in stile vintage, per intenderci. Il clima era come al solito gioviale, tra il serio e il faceto senza disdegnare l’improbabile, l’assurdo, il grottesco e lo sconveniente; ciononostante siamo riusciti a prendere qualche nota di degustazione finché la rodata formula dell’auto mescita con refill libero per i 15 presenti non ha definitivamente tappato la vena descrittivista che ci contraddistingue. Ma andiamo di parterre!

light-creamy-vanilla-17-year-old-cadenhead-creationswhiskyCreations ‘Light creamy vanilla’ 17 yo (2014, batch #1, 46%): questo blended assemblato con whisky di Auchroisk, Clynelish, Ardmore e della defunta Caperdonich è piacione e facilone come l’Heineken su Tinder (qualsiasi cosa significasse, l’abbiamo scritto e fedelmente lo riportiamo). Vaniglia, torta paradiso e scorza di limone, con un discreto supporto sul lato terroso e oleoso delle distillerie Clynelish e Ardmore. È tanto saporito e un 85/100 ci sta tutto.

Dailuaine 11 yo (2016, 46%): frutta cotta, soprattutto pere. Le note di botte sherry in cui AA-Cadenhead2ha riposato per più di un decennio non sono così evidenti, e anzi si trovano sentori di whisky giovane (lieviti e canditi). Al palato è speziato e frizzantino. Sicuramente particolare ma si ferma a 84/100.

bowmore-13-year-old-2001-small-batch-wm-cadenhead-whiskyBowmore 13 yo (2014, 46%): qui si comincia a fare sul serio, con un Bowmore tipicamente marino e tropicale. Caucciù. Si presenta gentile ma non privo di una certa complessità. Il palato è molto spinto sulla dolcezza, con pacchi di liquirizia salata. Gradevole fino a 87/100.

Tobermory 21 yo (2016, 52,5%): i due bourbon hogsheads usati tobermory-21-year-old-1995-cadenheads-small-batchrestituiscono un whisky grasso, oleoso e tagliente. È un impasto compatto di noce di pecan, vaniglia, sale e cera. Al palato arriva un’ondata pazzesca di sapidità, assieme a frutta gialla e marzapane. Si percepisce una leggera torba e sul finale ci si ritrova il sale sulle labbra: semplicemente splendido. 90/100.

La serata si è poi conclusa in bellezza con un maestoso Bruichladdich 24 yo del 2016, di cui però non sopravvivono ricordi nitidi, al di là di una spiccata tropicalità, perché la convivialità e il consumo irresponsabile di alcol hanno decisamente preso il sopravvento. Sicuramente da riprovare in altri contesti, anche perché ci sembrava molto complesso.
Per concludere non possiamo che ribadire il nostro divertito assenso per il tipo di serata che il club della Scimmia del Whisky ha ancora una volta imbastito con molta naturalezza: un po’ degustazione domestica con qualche nozione a suggestionare i presenti, un po’ alcolismo smodato a suggestionare tutti. Avanti!

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shooting di fine serata by Laura Licari: all’insegna della sobrietà

Glen Garioch 1990 (2017, Carn Mor ‘Celebration of the Cask’, 50,6%)

Carn Mor è una linea di single cask creata da Morrison & Mackay, storica realtà dell’imbottigliamento indipendente basata da qualche generazione nel Perthshire, in Scozia. Non contenti di tanto blasone, nel 2007 si sono inventati una serie di soli single cask di fascia alta, con imbottigliamenti ovviamente cask strength, ovviamente non filtrati a freddo. E questo 27 anni invecchiato in un ex bourbon barrel, di cui peraltro esistono solo 170 bottiglie, non fa certo eccezione. Glen Garioch, una delle poche distillerie fondate nel 1700 ancora in attività, regala (si fa per dire, eh) spesso whisky dalla spiccata personalità. Inoltre, per una sparuta claque di maniaci feticisti, è sicuramente di grande interesse il fatto che l’orzo contenuto in questo GG sia stato maltato direttamente sui pavimenti di maltazione della distilleria, che sono rimasti attivi fino al 1994, anno in cui Suntory comprò Bowmore e con essa Glen Garioch, fermando la produzione per un paio d’anni, e dismettendo, ahinoi, pure il maltatoio.

glen-garioch-1990-cask-20251-carn-mor-web_1N: compattissimo, con note di mandorla amara, nocino, torba minerale e senza disdegnare un tocco gentile e raffinato di cera. E altrettanto carezzevoli sono le suggestioni di burro fresco e vaniglia unite a un poco di erba limoncina. Un naso da vero damerino.

P: si presenta a sorpresa come tropicale e acremente torbato, con una stranissima struttura a base di note mentolate e floreali. Davvero un profilo unico, praticamente inafferrabile. Violetta mescolata a maracuja e banana? Incredibile. Le erbe aromatiche sono molto presenti, a creare un effetto setoso. Diciamo timo.

F: rimane una certa grassezza cerosa e torbata. Pulito, vegetale, di media durata.

Non possiamo fingere che questo Glen Garioch non sia un insulto diretto alla ragione sociale del nostro piccolo spazio degustazioni virtuali: è un whisky che di facile ha ben poco, si diverte a disorientare con un naso monolitico e difficile da penetrare, per poi stupire grazie a un palato assolutamente inaspettato e con richiami al limite dei sensi umani. Di certo quello che si percepisce è la pregevole fattura di questo single cask e noi gli daremo non meno di 89/100. E ci sentiamo anche di dire che i circa 200€ necessari per acquistarlo non sono soldi mal spesi, se non altro perché di malti con questo profilo di certo non capitano a tiro tutti i giorni. Grazie a Fabio Ermoli di Lost Drams per il campione.

Sottofondo musicale consigliato: Cypress Hill – Insane In The Brain

Blair Athol 21yo ‘Cars’ (Moon Import, 57%)

Le bottiglie della serie Cars, forgiata dallo storico importatore e imbottigliatore indipendente italiano Moon Import, non sono per niente facili da reperire. Messe in commercio in un non meglio precisato anno dell’ultima decade del millennio, sono infatti diventate instantaneamente oggetto da collezione, anche grazie allo stile squisitamente vintage delle etichette; perdipiù di questo Blair Athol ne sono state prodotte solo 257 bottiglie. Ma c’è un ma: lungo il percorso lastricato di insidie e sofferenze di questo blog noi abbiamo incontrato un angelo salvifico e munifico di doni inaspettati. Il suo nome è Luca Bellia, storico di professione, entusiasta del succo di malto e fan sfegatato di Blair Athol, il quale durante una recente degustazione si è presentato bello come il sole e ci ha mollato tra capo e collo questo sample da assaggiare: e gloria eterna per Luca sia!

BlairAthol-21Y-MoonCars-711604-FN: subito trasmette una sensazione calda e scura, profonda. Abbiamo a che fare con compatte bordate di sherry: frutta rossa, certo, con ciliegia sotto spirito e fragole, in primo piano; c’è tanta uvetta, con la teoria di dolciumi che ad essa si lega (zuppa inglese, strudel perfino). Qui e là c’è una nota lievemente sulfurea, di arancia rossa matura, quasi di carne, a tratti. Perdura alta una nota balsamica, particolare, non di eucalipto ma… di canfora! Con acqua, si apre il mentolato, erbaceo, e talvolta regala suggestioni al limite del farmy.

P: la gradazione non è nascosta, e però è un palato spariglia le carte, particolare, intenso, stranissimo e incantevole. Esibisce un lato erbaceo inaspettato, tra la liquirizia (ma la caramella alla liquirizia, pure salata), la canfora, il mentolato. Carruba e chinotto. Aumenta il lato carnoso/sulfureo, che si prende tanto spazio; se concede un po’ di spazio alla frutta rossa succosa, si chiude su una nota profondamente amaricante… L’acqua fa uscire anche qui un che di mentolato e della scorza d’agrume (agrumi in grande crescita), ma non ci pare esaltare il whisky, e onestamente lo preferiamo liscio.

F: …che però miracolosamente svanisce al finale, tutto fatto di uvetta, di una rotonda morbidezza sherried.

Blair Athol è spesso un whisky dallo stile non banale e questo Moon Import non fa certamente eccezione, risultando anzi abbastanza estremo. Ti prende a cazzotti e ti disorienta a ogni sorso, cambiando forma e suggestioni; a tratti quasi inafferrabile, eppure così presente. Non è in assoluto il nostro optimum, ma tanto rispetto per questo imbottigliamento che è già Storia (sperando che Luca ci perdoni la maiuscola): 91/100.

Sottofondo musicale consigliato: Rodrigo Amarante – Tuyo (Narcos Theme)

Tobermory 20 yo (1994/2015, Cadenhead’s, 57,8%)

In questi giorni che annunciano malinconici la fine delle vacanze ci piace pubblicare recensioni di single cask selezionati da imbottigliatori indipendenti. Siamo fatti così, che ci volete fare. Abbiamo iniziato con l’italiana Silver Seal, per poi passare a Cadenhead’s,  storica realtà scozzese che quest’anno festeggia i 175 anni di attività con una serie di barili da panico. Noi, più modestamente ci siamo bevuti questo Littlemill 24 yo del 2016 e oggi retrocediamo di un anno andando sull’isola di Mull, appena sopra la ben più celebre Islay, dove la Tobermory produce whisky indisturbata da circa 200 anni. Spesso questa distilleria mostra un carattere arcigno, con un distillato pungente e molto particolare, fieramente spigoloso. Vediamo se da questo barile di sherry è scaturito il classico ‘impegnativo’ Tobermory.

W193_67351N: l’alcol non è pervenuto, e come prevedibile, ci si trova di fronte a un profilo “o lo ami o lo odi”. Ci sono in particolare due note, due mondi che emergono nitidi nella loro ‘sporcizia’: da un lato una componente sulphury, metallica, ruginosa, molto netta ed evidente; dall’altro, una dimensione costiera (aria di mare sferzante, aria di porto) ancora più urlata, intensissima. Sotto a queste guglie aromatiche, un’architettura di frutta rossa, anch’essa molto intensa, ma fresca, matura e succosa: ciliegie, duroni, more. Un sostrato appena accennato di polvere di caffè.

P: ripropone perfettamente questa impossibile ma felice fusione tra una frutta rossa intensa, intensissima anzi, ed un lato sporco, sulfureo e metallico, altrettanto deciso – e però rispetto al naso, forse, tra i due litiganti gode di più la frutta… Dunque ancora ciliegie, confettura di frutti di bosco, prugne nere succosissime; anche del cioccolato. E poi, appunto relativamente defilato, anche il metallo.

F: rimane a lungo quel concertone di frutta rossa e nera che sovrasta tutto, persino quel lato sulphury così presente al naso.

Siamo di fronte all’ennesima eccellente selezione per un imbottigliatore che, ne abbiamo conferma, non sbaglia quasi mai. Molto buono e, anche se certamente deve piacere lo stile così particolare, al palato difficilmente risulterà poco accattivante. Noi ci assestiamo su un massiccio 90/100, ma ad ogni modo corre voce che uno dei due organizzatori del Milano Whisky Festival, perentoriamente detto Il Gerva, se ne sia stipata una cassa, per dire.

Sottofondo musicale consigliato: Eric ClaptonChange the world

Invergordon 42 yo (1973/2016, Wilson & Morgan, 52%)

Ormai non è più una novità: i prezzi delle botti di single malt salgono costantemente, dunque tanti imbottigliatori indipendenti hanno deciso di aprirsi al grain whisky – considerato meno pregiato perché miscela di cereali meno nobili rispetto all’orzo, il grain ha però una caratteristica che lo rende unico: regge invecchiamenti lunghissimi, anche perché (il segreto sta qui) generalmente questi whisky finivano/finiscono in barili a secondo, terzo, quarto riempimento… Perché già, la sua originale destinazione era dare ciccia ai blended. Dopo questa lezioncina di storia, eccoci a testare uno dei molti Invergordon ultraquarantenni messi sul mercato di recente: refill bourbon cask (#13000000042) selezionato e imbottigliato dall’italianissimo Wilson&Morgan per 221 bottiglie esistenti.

3208_9_1N: naso intenso e compatto. Si distinguono in un primo momento note di caramello bruciacchiato e caramella mou. Diciamo un’eresia se diciamo che a tratti sembra un rye? Questa suggestione ci conduce attraverso una serie di note balsamiche (caramelle miele ed eucalipto) e speziate (pepe). Lucido per legno, frutta secca e buccia d’arancia.

P: davvero esplosivo e con una texture importante. Il palato è infatti molto ‘grasso’, con una sensazione burrosa netta (ancora toffee e miele) e a sorpresa ci sono bombe di frutta tropicale proprio in ingresso: maracuja uber alles. Non sorprende invece il vasto repertorio balsamico, tra l’eucalipto e la menta. Chiudono le spezie: noi sentiamo chiodi di garofano e pepe nero, ma ognuno si senta libero di perdercisi. Nocciole. In realtà c’è anche un’astringenza di fondo che contrasta col resto, che va a complicare ulterioriormente il palato.

F: ancora burro e maracuja a formare un finale lungo e incantevole. Il balsamico dona freschezza e lo speziato profondità e complessità. Un finale che culla e su cui spendere più di un pensiero.

92/100: un grain di questo tipo non capita certo tutti i giorni… Non la solita compattezza dolce fatta di sfumature, ma un whisky dalle tante anime (spezie, tropici, burro, balsamico), tutte molto nette e distinguibili. E costa circa 300€, il che, per un single cask ultraquarantenne di questo livello, non è neppure tanto. Il sommo Giuseppe ha da poco bevuto un sister cask, anche questo evidentemente molto buono… Buona Pasqua!

Sottofondo musicale consigliato: Cat Stevens – Moon Shadow.

Arran 15 yo Douglas of Drumlanrig (1997/2013, 46%)

Oggi andiamo a pescare direttamente dalla capiente saccoccia dei Laing, gloriosa dinastia scozzese di imbottigliatori indipendenti e blenders. La serie Douglas of Drumlanrig non gode della fama di altre più fortunate ‘saghe’ quali “Old Malt Cask” e “Old and Rare”, ma insomma noi ci certo non ci formalizziamo, anche di fronte a un single cask che ha vissuto un’extra maturazione in un port puncheon; sono esperimenti che a volte dovrebbero sfociare direttamente nel penale, ma Arran è distilleria che più volte ha attirato le nostre lodi per il fatto di essere un distillato riconoscibile (certo, se lo assaggiassimo alla cieca le cose si farebbero più complicate e la peculiarità arrenesca andrebbe forse a farsi benedire, ma chi mai si premurerebbe di apparecchiarci una trappola tanto crudele?). Dati contrastanti quindi, un’unica ratio la ritroveremo come al solito nel bicchiere…

Isle_of_Arran_15YO_-_Douglas_of_Drumlanrig_-_whisky_singapore_grandeN: molto aperto e odoroso. Per essere un 15 anni sa ancora tanto di distillato, con una forte componente di cereale inzuppato nel latte caldo. Sopra, un po’ scollate da questa base maltosa, si agitano zaffate zuccherine, in odor di finish aggressivo di Porto, che ricordano pesche sciroppate,  sciroppo di zucchero. Vaniglia e poi immancabile è quella nota agrumata tipica di Arran, con la scorzetta d’arancia. A tratti percepiamo una suggestione inquietante di cimice schiacciata, un che di vegetale andato storto. Speriamo nel palato…

P: da manuale. Un manuale su come non fare i finish, però: c’è ancora una nota cerealosa ed erbacea di distillato, per la verità molto alcolica, ma il peggio è che risulta totalmente slegata dall’ondata dolciastra-legnosa che arriva un attimo dopo. Le suggestioni sono quelle tipiche del Porto, con una vinosità zuccherosa, sciroppata; di uvetta e ancora di pesche. I sapori sono anche intensi, ma la sensazione non ha molto di piacevole.

F: come se non bastasse emerge una nota amara di legno davvero disturbante, tra sentori di alcol troppo grezzo e sciroppi alla frutta.

Uno dei whisky più catastrofici della nostra esperienza di degustazione, in un climax discendente da naso a finale. Qui non si tratta di non apprezzare i sentori tipici del Porto (che, comunque, non ci fa impazzire: deve accadere un miracolo perché un whisky in Porto ci risulti dignitoso), si tratta che ha proprio troppi aspetti sgradevoli e sballati: 69/100.

Sottofondo musicale consigliato: Maruego – Cioccolata feat. Caneda

 

Mortlach 25 yo (1987/2013, Adelphi, 59,4%)

Come sapete i siti che in Italia in varie salse parlano di whisky stanno spuntando come funghi. Il gran decano dei maltofili 2.0 ci guarda tutti dall’alto, avendo abbondantemente superato i cinque anni di attività, e col piglio coriaceo di sempre si premura di ricordare che “Angel’s Share nasce nel Febbraio 2009 in un desolato paesaggio web per il whisky in Italia, per fortuna man mano colmato da altri amici, ma che ai tempi vedeva la totale mancanza di notizie e informazioni sul whisky in lingua italiana”. Poi appunto è iniziata la proliferazione- un elenco completo lo trovate qui– tra siti di rater e portali d’informazione. Emblematico è il caso di Roma, dove la nascita del festival Spirit of Scotland, arrivato nel 2015 alla terza edizione, ha accompagnato la nascita a stretto giro di ben due siti di recensori. Un vero e proprio collettivo, che acquista bottiglie intere per degustazioni extra large, e un cane sciolto, il quale ha avuto l’ardire di staccarsi proprio da quel gruppo per tentare l’impresa solitaria sotto i vessilli di whiskymaschio. A nostro parere si trattava di una bella creatura, certamente mai banale, e dispiace vedere che il sito non viene più aggiornato da qualche  mese. Oggi quindi gli tributiamo il nostro personale omaggio assaggiando questo Mortlach, che ci piovve in saccoccia proprio sottoforma di dono da parte del maschio del whisky.

mortlach_1987_adelphiN: molto compatto e intenso. Non ha quella nota carnosa tipica di Mortlach però non è del tutto pulito, ricorda un po’ del legno vecchio e umido in cantina, con anche belle note cerose, oleose. Altri aromi ‘pesanti’ sono il cioccolato amaro, il rabarbaro, il tabacco. Poi c’è un lato zuccherino con tanto toffee e marmellate varie (di arance ma anche di albicocche). Non è sicuramente un whisky semplice, il quarto di secolo ha dato complessità a un distillato già tradizionalmente intrigante di suo. Vengono fuori anche zaffate delicate di frutta rossa.

P: grande botta di sapore. Sorprende la cera in aumento che avvolge la bocca in modo spettacolare, assieme al cacao. Poi si manifestano con più forza note di frutta rossa sempre in marmellata. Anche pesche, albicocche e mele rosse, in un gran balletto di frutta matura, zuccherosa. Un bel legno speziato, con la noce moscata e i chiodi di garofano che si sentono nitidamente. Rimane comunque abbastanza asciutto, chiudendosi su note legnose amaricanti.

F: lungo, speziato, ceroso e ancora molto fruttato, pur se complessivamente amarognolo.

A proposito di blog non anglofoni, l’unica altra recensione di questo single cask l’ha fatta whiskysaga, che gli dà 90 punti ma l’ha scritta in norvegese, rendendo il confronto abbastanza ostico per noi. Aiutiamoci da soli, quindi: questo Mortlach è di quelli che si ricordano per un po’, pur mancando di alcune caratteristiche peculiari della distilleria. C’è quella nota di legno amaro che lo trattiene dall’essere un grandissimo, ma è comunque un grande. L’impressione è che l’invecchiamento fosse arrivato proprio al limite e lo si sia riacciuffato un attimo prima che la situazione degenerasse: 87/100 e ancora grazie a whiskymaschio, sia mai che tornando alla mente questo dram sull’onda della recensione, non torni anche la voglia di rimettersi all’opera…

Sottofondo musicale consigliato: Lady Gaga – Dance in the dark (pensate che non sia un’artista talentuosa? Ricredetevi)

Ardbeg 20 yo (1993/2014, Cadenhead’s, 55,9%)

Qualche giorno fa abbiamo assaggiato un Ardbeg Cadenhead’s dalle specifiche molto simili, solamente imbottigliato qualche anno prima, nel 2008. L’obiettivo, accostandovi in degustazione quello di oggi, era di cogliere eventuali differenze. L’inizio degli anni ’90 è tra l’altro un periodo molto particolare nella storia della distilleria, appena riaperta dopo un decennio di inattività. Questo ventenne è maturato in una botte ex bourbon, che ha sfornato 186 bottiglie. Piccola nota di colore (cupo): su whiskybase l’ultima quotazione è di 320 euro!

IMG_8621N: la prima cosa che impressiona è la grande somiglianza, è talmente simile che l’unico modo per non fare copia/incolla è concentrarsi sulle differenze: questo è più austero, con una vaniglia più nascosta; qui, se il fumo è appena più lieve, c’è di certo tanta più legna bruciata. L’agrumato è più verde, sul lime e cedro. Si tratta di un naso spigoloso, meno piacione ma -intendiamoci- le differenze non sono così marcate.

P: che schianto! Anzitutto, generalmente parlando, batte l’altro 3-0 in quanto a sapore. Poi, si assiste uno sperticato e folle equilibrio, che mai lo crederesti possibile, tra le componenti che all’unisono si contendono il primato. Anzitutto la dolcezza non è di sola vaniglia, ma si pregia di una quota di frutta gialla matura (pera); ancora tanto lime, bello succoso; liquirizia. Dall’altro lato, mare e torba sono imponenti e variegati: legno bruciato e sentori ‘chimici’. Infine, una gran sapidità. Che vivacità questa torba ventenne!

F: se nell’altro a un palato dolcissimo seguiva un finale di soli copertoni bruciati, qui la gomma arde in compagnia di una bella dolcezza vanigliata.

Questi single cask sono la ragione per cui il mito di Ardbeg, dopo gli anni d’oro delle distillazioni fino a metà anni ’70, continua ad alimentarsi anche ai giorni nostri. Se la produzione ufficiale della distilleria si è progressivamente normalizzata e anzi rimane, con l’eccezione del 10 anni, un po’ deludente in quanto a rapporto qualità/prezzo, gli imbottigliatori indipendenti ancora ci regalano (mai espressione fu più fuorviante) sprizzi di vera e maestosa ardbegtudine. Un whisky indomabile, prepotente eppure anche così raffinato e invitante alla bevuta. Pure magic: 91/100.

Sottofondo musicale consigliato: Godot – The fragrance of black coffee

Ardbeg 17 yo (1991/2008, Cadenhead’s, 54,5%)

Qualche giorno fa Mark Watt, vulcanico boss di Cadenhead’s, è calato in Italia, fino a Milano, per una degustazione di cinque nuovi imbottigliamenti della casa, tre single cask e due small batch (la nuova serie di vatting di due-tre barili). La serata, in quel dell’Harp Pub milanese, è stata di assoluta gradevolezza e Mark, rigorosamente in kilt, ha regalato aneddoti a profusione sul mondo del whisky, passato e presente. A un certo punto, scagliandosi contro la moda degli imbottigliamenti ultra-premium, al grido di “you don’t drink packaging”, ha rovesciato mezzo dram nel cartoncino di uno small batch, tra le risate stupite dei presenti. Presentando il primo whisky di serata, un Glen Ord di 10 anni, si è lasciato andare a una confidenza e ha spiegato che è proprio la ricerca di barili di questo genere di distillerie così poco “sexy”, quasi sconosciute al grande pubblico, a costituire il vero divertimento nel suo lavoro. E poi ha citato Ardbeg: “Quando qualcuno mi dice: ‘Gran bell’Ardbeg, hai fatto un’ottima selezione’, io penso che non è poi così difficile, non ci vuole un gran talento per farlo”. La banalità dell’eccellenza, si direbbe… Vediamo se questo vecchio Cadenhead’s imbottigliato nel 2008 da botte ex bourbon è l’ennesimo caso…

Ardbeg-17-y.o.-1991-2008-Cadenheads-e1412875111541N: in effetti ci sono tutti le caratteristiche che hanno fatto il mito: una torba pesante, fumosa, smoggosa; tanto, tanto iodio, a sbattere in faccia il carattere marino; il tutto, sorretto da limone (qui poco pronunciato), vaniglia e zucchero a velo. Ricorda anche lo zuccherosità del cedro candito e del marzapane, che danzano in uno splendido paso doble con tutte le spezie del legno: note intense di liquirizia si uniscono a pepe e sfumature erbacee, mentolate.

P: una botta, forte e secca, di liquirizia salata, di vaniglia marina, di ossimori felici. Ci sembra molto presente un legno acre. In contemporanea c’è anche una nota ultra-dolce a forma di banana matura; curiosamente al poco bruciato corrisponde un fumo intenso di torba. Medicine varie e un po’ in disparte, il limone.

F: piuttosto lungo. Dopo cenni mentolati e balsamici, erbacei domina un chimico acre (plastica bruciata).

Qui la profezia del patron di Mark Watt si compie, eccome, anche se di questo imbottigliamento abbiamo apprezzato sicuramente di più il naso, in perfetto Ardbeg style. Il palato ci è sembrato non così ricco e bilanciato, sbilanciato su una nota dolciastra che non ci fa impazzire. Al Bevitore Raffinato è piaciuto di più, nella nostra scala invece si rimane a un passo dall’eccellenza; ad ogni modo dei cento e passa Ardbeg messi in bottiglia da Cadenhead’s questo si iscrive in pieno tra quelli a botta sicura, così facilmente buono: 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: main theme of L.A. Noire Ost