Longmorn 28 yo (1989/2017, Valinch & Mallet, 45,4%)

belli come il sole

Se ricordate, qualche anno fa erano molto comuni i Longmorn indipendenti: se ne trovavano di frequente, e i broker erano pieni di barili da vendere. Di recente la tendenza ha visto una frenata, e ora sono molto più comuni nomi meno noti, di distillerie meno conosciute – che così diventeranno più familiari agli appassionati, e così via. Di fronte a questa grande metafora del ciclo della vita (eh?), noi tiriamo fuori dal cappello proprio un Longmorn del 1989, selezionato e imbottigliato dai prodi Valinch & Mallet nell’ormai preistorico 2017.

N: ha due lati, che si alternano in maniera equa ed equamente schizofrenica: uno, più educato e quasi austero, tra il panino al latte e il limone candito; l’altro, invece, che mostra un’esuberanza di frutta tropicale essiccata dall’alto contenuto zuccherino (papaya e ananas). Una nota di uvetta burrosa e di gelato ci fa pensare al gusto Malaga – pian piano evolve, mostrandosi sempre più pieno.

P: anche qui molto educato, diviso tra la vaniglia, ancora il panino al latte e una frutta gialla che guarda alla tropicalità (qui sul cocco). Certo, nessuna di queste anime prevale, e complessivamente il profilo è abbastanza timido, e sconta forse il fatto di non avere una dimensione cremosa. Molto tagliente, molto thin: va facendosi erbaceo pian piano, con una netta menta verso il finale.

F: frutta secca e cocco, di medie lunghezza e intensità.

Diciamo che mostra i segni di un whisky quasi trentenne, con note tropicali così evolute e, nella nostra esperienza, così tipiche dei Longmorn appena un poco agée. Resta però a metà strada, un po’ troppo magro per le nostre aspettative e un po’ troppo erbaceo per risultare pienamente fruttatone, nonostante un naso assai promettente: siamo incontentabili, l’avremmo preferito più ruffiano, soprattutto al palato – e comunque ce ne berremmo a litrate. 85/100.

Sottofondo musicale consigliato: The Prodigy – Serial thrilla.

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Bowmore 1999 (2011, Murray McDavid, 50%)

Lo scorso dicembre un fantasma si è aggirato per l’Italia del whisky: era una bottiglia dorata, scintillante, ripescata dall’oblio dai ragazzi del Milano Whisky Festival. Si tratta di un single cask ex-Chateau d’Yquem di Bowmore, selezionato da Jim McEwan (mica l’ultimo arrivato) ai tempi della collaborazione con Mark Reynier e Murray McDavid, e imbottigliato proprio da MMD per TF Costruzioni, azienda edile italiana guidata da un grande appassionato di whisky, Flavio Tognon. Noi l’abbiamo assaggiato durante l’Artigiano in Fiera e ne abbiamo portata a casa una bottiglia, vediamo se abbiamo fatto bene o se avevamo solo bevuto troppo.

N: molto vincente e convincente la parte fruttata, esplosiva e totalizzante. Frutta gialla matura, e una bella frutta tropicale, grassa, matura, ‘sudata’. Poca la torba, forse un po’ soffocata dalle note vinose, ma c’è sicuramente una deliziosa mineralità insistente. Un senso di acidità agrumata, e un coro unanime dice: “cedrata Tassoni”. Un punta speziata, tipo chiodo di garofano.

P: grasso e vinoso, lavorato. L’abbinamento spesso proposto dai sobri cugini d’oltralpe di foie gras e Sauternes si ripropone qui, trasfigurato nella contrapposizione tra torba e dolcezza vinosa. Deliriamo? Sì, indubbiamente; però è buono. Contro ogni attesa è molto Bowmore nonostante tutto, tra una grande frutta tropicale e punte di fiori freschi. Al palato la torba è più presente, accompagnata da una sapidità robusta. Pur se a 50 gradi, è veramente super-beverino.

F: leggera torba e spezie (ancora chiodo di garofano), con una leggera nota amaricante. Suadenti note di sauternes caduto in acqua salata. Crema di marroni.

Che bontà, davvero. Non è certo un Bowmore delicato, sussurrato, non è un quadro realizzato con pennellate leggere: dallo Chateau d’Yquem cadono pesanti spatolate di colore, ne vedi la piena sostanza materica appiccicata nel bicchiere – e ne godi come un matto. Un whisky grasso, pieno, succoso, fruttatissimo e molto dolce, appena venato da sale e mineralità, a inseguire vette di piacere: non un mostro di complessità, ma un mostro di goduria sì: 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: The Claypool Lennon Delirium – Blood And Rockets: Movement I, Saga Of Jack Parsons.

Highland Park 26 yo (1989/2016, Rest & Be Thankful, 48,4%)

Nelle scorse settimane abbiamo celebrato alcune selezioni di Rest & Be Thankful, giovane imbottigliatore indipendente scozzese, così come la gran copia di barili di Highland Park in circolazione presso gli indipendenti negli ultimi tempi. Basta fare due più due e l’assaggio di oggi pare obbligato, no? Single cask ex-bourbon di Highland Park, distillato 1989 e imbottigliato 2016 proprio da R&BT al grado di botte di 48,4%.

N: ti avvicini al bicchiere e trovi una macedonia dimenticata lì per un paio di giorni, qualcuno direbbe “polimerizzata”, con quel senso compatto di frutta maturissima, perfettamente omogenea, invitante. Pesche o fragole con vino e zucchero. Frutta vecchia, con una patina un po’ cerosa, un po’ polverosa… Un che di cacao. Elegante e (s’era capito?) fruttatissimo. Invita decisamente all’assaggio…

P: …e noi assaggiamo. Quanta bellezza, quanta coerenza: ancora molto fruttato, di quella frutta maturissima e quasi andata già celebrata al naso, ma solo dopo aver pagato pedaggio a un casello di cera in ingresso. Note agrumate, anzi ad essere precisi: arancia essiccata (scorza di). Già qui fa, finalmente, capolino l’isolanità di HP, tra una torbina acre, note sapide e un fumetto crescente.

F: lungo e persistente, molto piacevole – in realtà perdura a lungo, ma la parte più dolce resta spazzata da mare e torba fumosa. Ancora agrume – anzi, mandarino.

Molto buono, molto elegante, molto equilibrato. La frutta esuberante resta il trait d’union tra le tre fasi, ma l’isolanità tipica di Highland Park cresce passo passo: non percepita al naso, qualche saltello al palato, un tappetone al finale. Non ce n’è, l’eleganza mossa di Highland Park ci piace sempre un sacco: 89/100.

Sottofondo musicale consigliato: Aurora – Running with the wolves.

Tobermory 22 yo (1995/2017, Valinch&Mallet, 51,5%)

Negli ultimi due anni presso gli imbottigliatori indipendenti si sono letteralmente moltiplicati i single cask di Tobermory, amena e discussa distilleria dell’isola di Mull, soprattutto di metà anni ’90 – e questa è una fortuna per gli appassionati… Con Tobermory non ci si annoia mai, anche grazie alle molte imperfezioni del distillato! Oggi posiamo gli artigli su una release dell’anno scorso da parte di Valinch & Mallet, indie bottler italiano in costante “crescita reputazionale”, per usare una formula orrenda: tutto merito delle ottime scelte di Fabio Ermoli e Davide Romano, che peraltro ringraziamo per il campione. Questo whisky è un single cask di 22 anni maturato in sherry, imbottigliato al grado pieno di 51,5%.

N: mamma mia, che spettacolo – è uno spettacolo tutto sballato, situazionista, ma è bellissimo! Si parte con una serie di descrittori eccentrici: si va da sentori ‘carnosi’, molto  meaty, a un senso di aria di mare, iodio, fino a pacchi di cacao, di carruba; legno umido di cantina. Il tutto appare sì eccentrico, ma si ricompone inaspettatamente in un profilo nel complesso elegante. Troviamo anche scorza d’arancia e caramello – c’è poca frutta ma tanta, tanta personalità e tanta opulenza d’aromi.

P: rimangono degli accenti sicuramente molto personali, con ancora sfumature sulfuree e di carne, però si normalizza verso note più fruttate. Frutta gialla gradevole e zuccherina (tipo confettura d’albicocca), poi ancora molto cacao e arancia. Molto tagliente, sottile, e pure molto compatto come sapori. In generale, la botte si lascia molto assaporare, e scommetteremmo che si tratta di un refill – così ci permettiamo di immaginare note di legno esausto, umido.

F: lungo, persistente, iodio ancora, poi cacao e ancora un legno suadente e setoso.

Molto interessante e senza dubbio molto divertente: un po’ scombinato, con note del tutto incoerenti, ma al contempo complesso, pieno di sfaccettature. La fase olfattiva resta la più goduriosa, mentre il palato – a dirla tutta – resta un po’ esile come corpo, per quanto non difetti in varietà e complessità. Probabilmente dividerà, perché per apprezzarlo appieno bisogna non temere note sulfuree e di carne: noi però non ci noveriamo in quella schiera di pavidi, e dunque appuntiamo un convinto 86/100.

Sottofondo musicale consigliato: Charles Aznavour – She.

Mortlach 1995 (2015, Riegger’s Selection, 55%)

Già sono rari i Mortlach in bourbon, figuratevi un po’ voi un Mortlach di vent’anni in un refill bourbon! Mortlach è distilleria che deve la sua fama agli imbottigliatori indipendenti, che storicamente hanno privilegiato le maturazioni ex-sherry: siamo proprio felici, dunque, del fatto che l’amico Fabio (A song of Ice and Whisky, sapevatelo) ci abbia omaggiato di un campione di questo ventenne selezionato da Riegger’s, imbottigliatore indipendente crucco – e si capisce subito, basta guardare l’etichetta e subito pensi a bratwurst, pinte di birra in mano a donne poppute, austerità, Jurgen Klinsmann.

N: vi aspettavate un bel Mortlach carnoso, sporco e rognoso? Sbagliavate. Siamo di fronte a un whisky in cui a sorprendere è una nota erbacea e balsamica, tra l’erba fresca, la camomilla (zuccherata, precisa qualcuno) e il genepy… C’è poi una nota di cereale molto pulita, calda: tra il biscotto ai cereali e il fieno. Ma non si pensi a un whisky super-nudo: si sviluppano note di meringa, di pastafrolla, di crema pasticciera (di pasticcino con frutta?), ed anche di una mela gialla dolce, super aromatica. Un poco di miele.

P: è intenso e compatto, e al contempo di grande eleganza. Ripropone all’unisono la nota maltata, quella erbacea ed una dolcezza garbatissima. E quindi, andando con ordine, diciamo: fieno, fiori secchi, biscotti al burro, mela gialla dolcissima, perfino un ananas disidratato, biscotti digestive, pasta di mandorle. Bergamotto.

F: lungo, intenso, persistente, con ancora note biscottate, burrose e di frutta gialla (ancora mela e un’idea di ananas). Grasso e pieno.

I quattro elementi (maltoso, vegetale, agrumato e fruttato) sono perfettamente bilanciati e davvero compaiono sempre all’unisono, sempre compatti. Bello grasso e pieno, godibilissimo e complesso. Eccellente esempio della qualità di un distillato particolarissimo, tale anche grazie a macchinari e metodi unici: avete mai sentito parlare di un whisky distillato 2,81 volte? Ecco, appunto. 89/100, stessa valutazione di Fabio, scopriamo a posteriori.

Sottofondo musicale consigliato: Schubert – Gute Nacht (Winterreise).

Springbank 13 yo (2003/2017, Cadenhead’s, 57%)

Oggi assaggiamo quello che è stato un instant best seller all’ultimo Milano Whisky Festival: era andato sold out poche ore dopo la messa in commercio in estate, le poche bottiglie rimaste all’importatore italiano sono state letteralmente polverizzate due weekend fa. Come sapete, Cadenhead’s, il più antico imbottigliatore indipendente di Scozia, festeggia quest’anno il suo 175esimo anniversario, e lo sta celebrando alla grande, con imbottigliamenti dedicati e alcune serie speciali. Tra queste, ecco la linea di single casks per i punti vendita in Europa: come tributo al fu Cadenhead’s Whisky Shop di Aberdeen, negozio storico visto che proprio ad Aberdeen nacque la compagnia che ora ha sede a Campbeltown, Cadenhead’s ha imbottigliato uno Springbank di 13 anni in sherry Oloroso, naturalmente non colorato, non filtrato a freddo e non diluito (57%). Ora, Springbank e Cadenhead’s hanno la stessa proprietà: confidiamo che abbiano scelto un barile meritevole… Affrontiamolo.

58877-714-1N: massiccio e aggressivo, selvaggio e ‘sporco’ come ci si aspetta da uno Springbank in sherry first fill. Incredibile intensità: nel sezionare partiamo dalle note più sporche, sulfuree, di fiammifero, di cuoio nuovo, di cera di candela… Poi lo sherry porta una bordata di frutta rossa: confettura di ciliegie, poi fragole, more, anche lamponi. Molto fruttato, in effetti: pesca bruciacchiata (?), tarte tatin, mela glassata. Più ci si tiene il naso sopra, più il sulfureo si assorbe: resta poi, in crescita costante, una nota di malto, di frollino o di brioche. Arancia rossa, sempre di più.

P: l’impatto non è adatto ai deboli di cuore, l’alcol picchia abbastanza. Ma che spettacolo! Riesce ad essere ancora più sporco di quanto il naso non lasciasse presagire: tra mille spigoli, alcuni anche torbati, si fanno avanti note di cera, di zolfo, di arancia rossa marc… ehm, troppo matura (veramente notevole), poi un qualcosa che ricorda un soffritto. Cresce una nota salina, nitidamente sapida e marina, inattesa. Non si dimentichi il lato dolce e fruttato, pure presente, tra confetture ai frutti rossi, forse caramello, quelle parti di crostata bruciacchiate in forno, senz’altro del miele scuro. Ancora arancia rossa.

F: all’inizio troviamo cioccolato fondente (anzi: fave di cacao), confettura ai frutti rossi e qualcosa di dolce e bruciato, ma poi all’infinito resistono il fiammifero, il sulfureo, il cuoio. Viene fuori anche un bel fumino acre di torba.

Con Sprinbgank (e con gli Springbank in sherry a maggior ragione), la storia è sempre la stessa: o lo ami o lo odi. Un whisky che racchiude in sé due eccessi: sia il barile di sherry, marcante e sfacciato, sia tutta la spigolosità di un distillato che non ha eguali in Scozia, e non solo lì forse. Effettivamente è un whisky spettacolare, a suo modo, eccessivo e carico, e sicuramente sarà divisivo: un whisky scomodo, cui è difficile tappare la bocca. Dopo attente elucubrazioni, siamo giunti a chiudere su 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: A perfect circle – The Doomed.