Green Spot (2017, OB, 40%)

Direttamente dalle Blind Sessions della scorsa settimana, ecco un sample che era stato misteriosamente denominato “Arcore“, rimandando evidentemente a un panorama di notti insonni, feste e festini, lettoni, santuari, Emilio Fede e chiappe in faccia. Ah, i bei tempi andati: com’eravamo ingenui al tempo, com’eravamo felici! Nel sample abbiamo trovato un Green Spot, un Single Pot Still Irish Whiskey prodotto a Midleton: non ha età dichiarata in etichetta, ma sappiamo essere composto da whiskey tra i 7 e i 10 anni maturato in botti vergini, ex-bourbon ed ex-sherry (queste per il 25% della miscela). Qui sotto recensione e valutazione: ricordate, abbiamo assaggiato alla cieca, e scoperto solo dopo di cosa si trattasse. Colore: oro antico.

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N: opperbacco che fruttatone! Melone, caramella all’arancia, succo d’arancia, scorzetta di limone. Sarà l’estate imminente, ma diremmo anche percoca. Comunque frutta fresca. C’è anche un tocco di impregnante per il legno un po’ aggressivo, che si stempera pian piano. Accanto, c’è anche chi nota una patina quasi ossidata, di rame. E ci risiamo coi worm tubes…

P: dolcezza dolce dolcezza. Anche qui la sensazione è che sia un whisky di distilleria ufficiale. Piacione e delicato insieme, tanto dolce, un po’ sfacciato ma coerente col naso.  Sembra piuttosto giovane, il lato fruttato è zuccherino: liquore all’arancia e dolcetti ai fichi, ma non quelli mediorientali, un po’ più industriali. La suggestione aranciata sfocia nell’angostura. Il corpo è abbastanza pieno, parecchio caramello e vaniglia. Un che di legno verniciato fresco. Profilo non originalissimo.

F: speziatino, non particolarmente lungo. Di nuovo dolce e appiccicoso, caramello e miele millefiori, non si capisce bene se piacevole o no.

Beh, un whisky da consumare alla grande, senza troppe turbe esistenziali e filologiche. Il naso molto fruttato ti accalappia in un attimo, il palato mette invece l’accento su una dolcezza facile, che pur essendo banale aiuta la bevibilità. Uno di noi aveva ipotizzato un blended di qualità ed in effetti la dolcezza è da grain. Un altro ipotizzava uno Scotch in virgin oak e in effetti delle botti nuove vengono utilizzate. Insomma, un whisk(e)y da diporto, un 82/100.

Sottofondo musicale consigliato: Apicella & Berlusconi – Meglio ‘na canzone.

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Hyde ‘Stout Cask Finish’ (2019, OB, 46%)

Non faremo ancora il solito pippone sul whiskey irlandese, sulla rinascita, sul sourced whiskey eccetera eccetera. E però, con questo Hyde, vediamo una variazione sul tema: di fatto sono degli imbottigliatori indipendenti di whiskey irlandese, che però imbottigliano solo sotto il proprio marchio, senza dichiarare la distilleria d’origine. Sono degli affinatori, diciamo così; abbiamo ricevuto un set di samples e il primo ad averci incuriosito è stato questo Stout Cask Finish – vediamo un po’, partiamo un po’ prevenuti ma chissà. Scusate, il nome è abbastanza autoevidente, no?, si tratta di un whiskey finito per 6 mesi in botti ex-bourbon che per i precedenti tre avevano contenuto una Stout irlandese, la Cotton Bell. Se vi punge vaghezza, quel che è stato versato dentro a quelle botti è un mix di single grain (75%) di 6 anni in bourbon e di single malt (25%) sempre di 6 anni maturato però in sherry. Tanto vi dovevamo, ora si beva.

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N: non è forse il più espressivo dei whisky, e bisogna andarseli a cercare i descrittori. Una nota di crusca, un’altra di crosta di pastafrolla, un qualcosa di vanigliato; macedonia in lattina, a dar conto di una certa frutta distante. Un senso birroso e tostato, che ci fa ricordare che sì, in effetti era una botte di Stout.

P: dolcissimo, anzi: dolciastro. E amaro al contempo, anche. Incredibile! La gradazione è inesistente, riconosciamoglielo. Ha un guizzo molto Irish, con una freschezza quasi floreale, ma questa nota, accanto a una pera vivace, viene spazzato via da una sorsata di uno sciroppo amaro (e l’amaro è di pellicine delle mandorle). Pasta del pane.

F: anche qui indefinito, senza descrittori che emergano con chiarezza. Un vago limbo tra l’amaro della birra e il dolciastro di un distillato giovane, astratto. Poco di più. Pera acerba e limone, a testimoniare una qualche acidità.

Un po’ difficile da commentare: è un whiskey inconsistente, tutto sommato indefinibile, che non prende mai una direzione precisa e che però mai decide davvero di non prenderla, questa direzione. Ondivago e nel complesso poco persuasivo: confidiamo che le altre release, che assaggeremo prossimamente, possano essere più indicative dell’arte di affinare il whiskey della famiglia Hyde. Intanto, a questo appuntiamo un 74/100.

Sottofondo musicale consigliato: Beastie Boys – Alive.

Dunville ‘Three Crowns’ (2018, OB, 43,5%)

Ieri abbiamo assaggiato il Three Crowns peated di Dunville, ovvero il blended torbatino di Echlinville, neonata distilleria Irlandese che – bisogna riconoscerglielo – esibisce ottime intenzioni. Come al solito, anche in questo caso studiando il sito ufficiale non è chiaro se si tratti di whiskey distillato da loro (hanno iniziato a produrre nel 2013, pare, ma nella gamma ‘normale’ sono presenti un 12 e un 18 anni…) o di sourced whiskey, e francamente la cosa inizia ad essere seccante, cara la nostra verde Irlanda. Sospendiamo il giudizio su queste questioni, nella speranza che Waterford arrivi in fretta per sparigliare le carte nel gioco della trasparenza, e assaggiamo il Three Crowns normale, cioè un blended whiskey Irlandese non torbatino.

N: gelato alla crema con sopra Amarena Fabbri, anche malaga volendo. Meringata! Una nota agrumata, di limone, che gli dà freschezza, unitamente a una netta sensazione mentolata (con cioccolato: aftereight). Bordate di cocco. In generale però domina un senso di costruito, di gelato al gusto di qualcosa.

P: ancora un senso pannoso, cremoso, a richiamare i gelati: malaga, amarena, cocco. Molto dolce e carico, compatto con i legni in sherry che danno omogeneità al blend. Legno verde. Gelato Liuk. Abbiamo già detto gelato? Semplice, giovane, ma certamente molto ricco e molto carico.

F: rimane un cocco lungo lungo (per i latinisti tradurremo cocco diu), misto a panna.

Merita un assaggio, anche se è un Irish sicuramente sui generis. Poco sussurrato, anzi bello arrogante e un ottimo surrogato del gelato, se avete finito la Viennetta in freezer: 81/100. Sicuramente Serge non era di buon umore quando l’ha bevuto e lo stronca con grande entusiasmo.

Sottofondo musicale consigliato: Iggy Pop – Repo Man.

Dunville’s Three Crowns ‘Peated’ (2018, OB, 43,5%)

IMG_0018Come sempre Jim Murray – l’unico co-autore di una Bibbia insieme a un Altro che al whisky preferisce roveti ardenti e diluvi universali – ama stupire. Il suo 94.5/100 al “terzo whisky torbato d’Irlanda” ha fatto discutere. E noi che del franco confronto abbiamo fatto una religione siamo curiosi di capire se questo blended di single malt e single grain che ha subito un “marriage finish” in barili torbati sia davvero così entusiasmante. Prima però due coordinate: siamo in Ulster, terra che come insegna George Best con gli alcolici ha dimestichezza. Dunville’s è un marchio storico, “lo spirito di Belfast”. Per un secolo fu distillato nella capitale dell’Irlanda del Nord alle Royal Irish Distilleries. Poi, negli anni Trenta, la crisi e la chiusura. Triste storia. Finché ottant’anni dopo, nel 2015 la Echlinville Distillery non decise di riportare Dunville’s in vita con un core range che include un single malt 10 yo in PX e il blended Three Crowns. Happy ending, vediamo se è altrettanto felice il dram.

 

N: la prima nota è chiaramente di Barbour: tela cerata, nitida nitida, e non è perché siamo a due passi dal mare e a un tiro di schioppo dall’Isola di Man. Ha proprio note di gomma (boule dell’acqua calda), poi sentori di erbe aromatiche (origano e timo, potremmo spingerci a dire addirittura sedano). C’è poi una dolcezza di cedro, di agrumi semplici, di limone zuccherato, di canditi. Completa il quadretto una suggestione floreale di deodorante d’ambienti. Curioso, anche se tutto risulta un po’ artificiale, in realtà.

P: il corpo è un po’ esile, ma tutto sommato saporito, con una torba leggera ma molto catramosa e cenerosa. Che sotto sotto fa balenare qualcosa di più grasso, come della scamorza affumicata. Come al naso, non manca una dolcezza da grain, stavolta molto meno agrumata e tutta incentrata su miele (caramella al miele) e mela verde.

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F: breve tutto sommato, ricorda una mela verde caduta in un posacenere che di cenere ne ha poca. Dolcino e appena appena torbato.

Non ha particolari difetti, non si può dire che sia sgradevole né sbagliato. E considerando che il peated finish is the new black, lo stile è anche molto moderno e alla moda. Però tutto risulta ovattato e poco intenso e la mancanza di naturalezza è forse il suo limite più evidente. Apprezziamo la piacevolezza, ma nonostante la Bibbia ci smentisca, non gridiamo al capolavoro. Un piacevole everyday dram, questo sì. 80/100. Grazie a Beppe per il sample!

Sottofondo musicale consigliato: The Irish Rovers – Boys of Belfast 

West Cork 12 yo ‘Rum Cask’ (2019, OB, 46%)

West Cork Distillers, tra le millemila nuove realtà produttive del whiskey d’Irlanda, ha il merito di essere stata aperta ben prima che si intravedesse il boom in atto ora, avendo iniziato a riempire alambicchi nel 2003, anche se all’inizio non si dedicavano al nostro caro succo di malto. Vogliamo essere onesti: cercando informazioni online, sembra che abbiano iniziato a produrre whiskey dopo il 2007 (Compagnia dei Caraibi, che lo importa per l’Italia, dichiara 2008), e dunque non possiamo essere sicuri che questo 12 anni (finito in barili ex-Rum per meno di 4 mesi) sia frutto della loro produzione o – se la matematica non ci inganna – sia invece un sourced whiskey. Quella di West Cork pare gente seria, ma visto tutto il fumo negli occhi che normalmente viene gettato dai nuovi produttori irlandesi, ci permettiamo di mantenere un dubbio. Sapete chi non mente, invece, mai? Il bicchiere.

N: immaginate un mobile Ikea dolcissimo… Le note che arrivano pian piano sono di vaniglia, di zucchero a velo, di gelato industriale alla banana: molto semplici, molto nette. Poi, un senso di legno, di polish per legno, trementina, con note viniliche. Alla fine, l’orgoglio irlandese emerge con sentori di olio d’oliva, vegetali, erba fresca. Dopo un po’ troviamo anche note di mango disidratato.

P: più seducente del naso, comunque coerente ma deprivato di quella nota di polish che là era un po’ respingente. Vaniglia, vaniglia, budino alla vaniglia, poi vaniglia. Zucchero a velo, ancora banana. Un pasticcino alla crema con banana? Insomma, siamo lì coi descrittori.

F: non lunghissimo, ancora molto cremoso e vaniglioso, con qualche puntina amaricante dal legno.

Buono, per carità, ma in tutta franchezza molto semplice. Dominato da note dolcissime e zuccherine, vanigliose e bananose, appare in fin dei conti monodimensionale, anche se tutto sommato dignitoso e potabile. Non sappiamo dire se ne berremmo un secondo bicchiere. 80/100. Grazie a Davide per il sample.

Sottofondo musicale consigliato: Nicola Piovani – Il Marchese del Grillo.

Jameson Caskmates ‘Ipa Edition’ (2019, OB, 40%)

Jameson, lo sapete molto bene, è il whiskey irlandese più venduto al mondo: con una simpatica formula, il sito di Whisky Exchange lo presenta come “un blend irlandese incredibilmente popolare, con una certa affinità per la ginger ale”. Ma Jameson, che – lo ricordiamo ai distratti – viene prodotto da Midleton, è molto di più di questo, e di recente ha provato ad aggredire il mercato con Caskmates, una serie di edizioni speciali, caratterizzate da invecchiamenti in barili ‘inusuali’, ex-birra. Questo è appunto il caso: finish in barili che prima avevano contenuto birra Ipa. Vediamo…

N: davvero strano, qualcosa di mai sentito prima. Grande freschezza e spiccata acidità, tanto che ricorda più la birra Ipa che il whiskey. Tanto luppolo, erba fresca (proprio una cima di marijuana), pompelmo. Esibisce una dolcezza da caramella gommosa alla frutta (deliriamo con un “Fruit Joy alla mela verde”).

P: l’orsetto gommoso verde della Haribo arriva a gamba tesa e si impone con tanto zucchero. Anche torroncini al limone ricoperti di cioccolato bianco. È un bene o un male? Decidete voi. Limone e una nota amaricante da luppolo.

F: continua la nota leggermente amara e birrosa, contrappesata da cioccolato bianco. Fresco, quasi erbaceo, non molto lungo.

A sorpresa dobbiamo ammettere una certa piacevolezza nella bevuta. Le premesse non erano le migliori, ma il ricalcare così meticolosamente una birra Ipa, unito a una facilità di beva imbarazzante a 40 gradi, rendono questo Jameson uno scherzetto gradevole, un passatempo senza pretese che però strappa sorrisi: 79/100.

Sottofondo musicale consigliato: Modena City Ramblers – The Great Song of Indifference.

Redbreast 12 Cask Strength (2017, OB, 58,2%)

Redbreast è uno dei nomi più apprezzati dal crescente pubblico di appassionati del whiskey irlandese: come in mille altri casi, si tratta di un marchio dietro cui si cela la più grossa grassa distilleria del quadrifoglio, cioè Midleton, casa del brand più celebre al mondo, Jameson. Tecnicamente, questa distilleria è incredibilmente interessante, perché dovendo produrre infiniti stili di whiskey ha attrezzature molto variegate, alambicchi a colonna, pot stills di forme e dimensioni differenti… Ve ne parleremmo per ore, ma non avendola mai visitata ci pare più honesto rimandare al reportage del buon whisky.com. Redbreast è una miscela di orzo maltato e non maltato distillato in pot still, la bottiglia che abbiamo tra le mani è il 12 anni a gradazione piena, batch B1/17.

Redbreast 12 CS B1/17? Dovrebbe, ma la foto è di un altro batch 🙁

N: fin dai primi approcci, si mostra molto carico e straripante: prima note seducenti di pralina al cocco, riso al latte, caramello… Poi note più ‘profonde’, che ci fanno venire in mente la liquirizia Haribo ripiena, perfino dei sentori di fragola e di datteri, molto intensi. Che ricchezza! Non mancano note più speziate, soprattutto dopo un po’, con cannella e chiodi di garofano.

P: qui esplode una vera bomba atomica di sapori, in cui man mano riconosciamo liquirizia pura, cioccolato (e volendo essere più precisi, i cioccolatini boeri), caramello. La parte sherried è avvincente, con una ciliegia sotto spirito devastante come Maicon nel 2010. Lamponi. Spezie anche qui, poi note erbacee e pepe nero.

F: lungo, lunghissimo. Fa salivare parecchio, con ricordi di liquirizia e frutta rossa; ancora boero e caramello.

Carico, certamente impegnativo per la gradazione e per la sensazione avvolgente che ti lascia: non lo definiremmo proprio un everyday dram, ma qualora vi fosse proposto, beh, non sognatevi di rifiutarlo. Uno dei migliori irlandesi assaggiati di recente, che si guadagna un solido 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: High on Fire – Bat Salad.

Kinahan’s 10 yo (2018, OB, 46%)

Questi sono tempi strani, per mille ragioni, tempi che appaiono la caricatura di loro stessi, come uno di quei meme che ricevi su whatsapp e non riesci a capire se siano davvero meme o se siano realtà, e tipicamente si rivelano realtà quanto più sono paradossali. Ah, i layers. È l’era del marketing spinto, lo sappiamo, e sta iniziando a saperlo anche il mondo del whiskey irlandese, in fermento e in conclamata rinascita: come sapete senz’altro, le distillerie effettivamente attive si contano sulle dita di un uomo non mutilato (per intenderci, Jaime Lannister non ce la fa a contarle tutte: siamo a 17, pare, di cui solo 5 attive da prima del 2013), mentre i marchi sono ormai una quantità invereconda, e ciascuno cerca di rifarsi una verginità esibendo supposte antiche tradizioni. Talora si leggono cose buffe, supercazzole da neolaureato in marketing, con numeri che mimano anni di fondazione di non si capisce bene che cosa. Oggi affrontiamo Kinahan’s 10 anni, un single malt whiskey prodotto non sappiamo dove (Midleton o Cooley, scommettiamo) e invecchiato in barili ex-bourbon, che intende celebrare la propria lunghissima tradizione, invero certo reale e nobile ma curiosamente interrotta per soli 94 anni tra il 1920 e il 2014, con in mezzo dettagli quali l’indipendenza irlandese e una guerra mondiale. Ah, per non farsi mancare nulla, il sito ufficiale comprende lo Zeitgeist e definisce Kinahan’s “il whiskey preferito da Jerry Thomas”, nientemeno. Oggi ci siamo svegliati polemici, lasciamo perdere e vediamo se nel bicchiere c’è ciccia. La bottiglia, bisogna dire, è molto bella.

N: lasciando da parte una nota alcolica sulle prime un po’ troppo pungente, ecco un naso tutto bananoso: banana bread, gelato alla banana… Poi molto fruttato: mela gialla e pasticcino all’ananas. Legno fresco, con sentori di spacchettamento di mobile ikea. Caramelle zuccherinissime alla violetta.

P: Angelo ci sbalordisce con l’illuminante calembour: latte compensato. E in effetti è di una cremosità lattiginosa affiancata da un legnosità da… compensato. Resta un po’ alcolico, paradossalmente carico ma un po’ ‘vuoto’, se vogliamo. Aspartame.

F: hai l’amaro in bocca: chiude fruttato per un istante, lasciando poi spazio al legno amaro.

74/100, naso anche, a suo modo, promettente ma palato francamente disastroso. Una nota di merito che bisogna riconoscere a questo whiskey però c’è: ha stuzzicato la fantasia di Angelo e gli ha permesso di regalarci la formula “latte compensato” che, ne siamo certi, gli regalerà l’immortalità nell’Olimpo dei degustatori di distillati. A onor del vero, e per velare con un’ombra di aleatorietà ogni azione umana, ad altri è piaciuto di più. Speriamo fortemente che a questa sbornia di marchi segua presto una stabilizzazione, altrimenti il futuro del whiskey irlandese lo vediamo un po’ sfocato.

Sottofondo musicale consigliato: The Rumjacks – An Irish Pub Song.

Teeling Trois Rivieres (OB, 46%, 2018)

L’Irlanda si contende con la Scozia il primato dell’invenzione del whisky e vive assieme a questa un periodo di grande ascesa nell’800. Ma è un fatto che oggi in Scozia abbiamo più di 100 distillerie attive, mentre in Irlanda arriviamo a una decina; insomma qualcosa deve essere andato storto a partire dall’inizio del 1900, no? Ora non saremo certo noi ad annoiare voi con un estenuante racconto su quali furono le cause di questa decadenza, sia esterne al mondo del whiskey (leggasi la Storia) che interne (leggasi la prevalenza del modo scozzese di fare blended whisky); vi basti sapere che nel secondo dopoguerra, proprio mentre la Scozia attraversava una seconda età dell’oro (ripresa dei consumi, magazzini pieni dopo le Guerre, sostanziale nascita del fenomeno dei single malt), in Irlanda si viveva il momento più difficile: le ultime distillerie rimaste unirono le forze e si fusero creando Irish Distillers, e nel 1975 si arrivò praticamente a un monopolio. Da questo momento però, toccato il fondo in quanto a numero di realtà attive, le cose lentamente sono cambiate fino al momento attuale: ogni anno nascono nuove distillerie, anche artigianali, e le vendite cresono a doppia cifra. Avvicinandoci al dram di oggi, ad esempio, la Teeling distillery è stata (ri)fondata a Dublino nel 2015, dopo 125 anni che nessuno apriva più distillerie nella città che un tempo era una delle capitali mondiali del nostro caro distillato. Quel che assaggiamo oggi è un single malt invecchiato per 6 anni (dunque un whiskey acquistato da un’altra distilleria, visto che Teeling distilla solo da 4 anni) in botti ex bourbon e per 6 mesi in barili che hanno contenuto rhum Trois Rivieres, storica distilleria della Martinica. I finish in rum oggi non sono più così esotici come un tempo, ma davvero particolare è il fatto che in etichetta campeggi ben visibile il nome di Trois Rivieres, in quella che sembra essere a tutti gli effetti un’operazione di comarketing, se ci permettete il tecnicismo.

teeling-trois-rivieres-rhum-agricole-finish-whiskyN: il naso è a sopresa abbastanza educato, con una certa freschezza, note erbacee e qualche fiore di campo. Poi arrivano suggestioni ben più attese di pera e pasticceria (crema e vaniglia). Brioches.

P: l’alcol si sente un po’ troppo e in più il finish tende a passare all’incasso, appesantendo il tutto con tanto tanto zucchero. Ancora pera e poi yogurt alla banana. Non è legatissimo e qualcuno si butta e sentenzia: sughero.

F: e questo poco prima che il retrogusto si riveli come la parte meno riuscita di questo ardito esperimento. Slegato, dolce e succo di canna.

Se avete un amico con tante bottiglie di whisky e dovete fargli un regalo questo sicuramente non ce l’avrà. Lo stupore è garantito. Inoltre rimane un’esperienza particolare e gli amanti di Trois Rivieres non mancheranno di diventare paonazzi per l’eccitazione. Noi ci fermiamo a un corposo assaggio, reso possibile dall’estro dell’esimio Zucchetti, che una sera si è presentato come se nulla fosse addirittura con una bottiglia intera al seguito: 77/100.

Sottofondo musicale consigliato: Billie EilishIlomilo

The Quiet Man 8 yo (2018, OB, 40%)

Il mondo del whiskey irlandese vive oggi un momento di grande ripresa e non sono pochi gli investimenti in nuove distillerie e nuovi marchi messi in campo sia dalle multinazionali che da piccoli produttori o aspiranti tali. E così in questi ultimi anni sono state tante le novità e molti sono stati anche i marchi resuscitati dal glorioso passato del mondo Irish. Il copione è ormai consolidato: si annuncia la nascita di una nuova distilleria e si mettono sul mercato fin da subito ‘sourced whiskey’, ovverosia miscele di barili acquistati da altre distillerie già operanti. The Quiet Man, di proprietà di Niche Drinks, non fa eccezione, riscuotendo un discreto successo coi “suoi” primi whiskey (vinsero tra gli altri un premio col 12 yo al Festival di Roma!) e annunciando nel frattempo l’apertura nel 2020 di una distilleria a Londonderry, nell’Irlanda del Nord. C’è chi dice (la Bbc per essere precisi) che alla fine del 1800 questa cittadina detenesse il record mondiale di whiskey prodotto; e chi siamo noi per smentire anche un tale sproposito? Purtroppo però pare che i fasti del passato non torneranno tanto facilmente, visto che pochi mesi è stato annunciato il passo indietro sulla costruzione della distilleria, poco dopo che la statunitense Luxco ha acquistato la maggioranza delle azioni di Niche Drinks. Verrà mantenuto almeno il marchio The Quiet Man oppure calerà il sipario? Per ora è mistero insonsabile ma noi, gente semplice e facile alla bevuta, non ci angosciamo più di tanto e assaggiamo questo 8 anni distillato in pot still, invecchiato in soli barili ex-bourbon a primo riempimento.

the-quiet-man-8-years-old_1N: un naso verde come i prati d’Irlanda, e al contempo timido come le giovani contadine d’Irlanda (che poi però sarebbe Irlanda del Nord, e vai a sapere quanto e se sono timide quelle altre, di contadine). Basico, tutto su frutta mista e (soprattutto) caramelle miste alla frutta. Molto ingenuo, diciamo. Ci sono lime, cedro, mela verde, una pera piena e aromatica. C’è poi, pian piano, un che di lievito, di birra cruda. Semplice, piacevole, con un cenno minerale che promette bene (uno di noi dice ‘riesling’, non temete, è stato già ricoperto di insulti).

P: scalda un po’ l’alcol, cosa che non convince appieno. C’è su questo versante un che di cartone bagnato, misto a una dolcezza dozzinale e floreale, da caramella alla violetta. Davvero non sentiamo nient’altro.

F: breve, poco espressivo, vagamente erbaceo.

Un whiskey a due teste questo ottenne. Da una parte, un naso più che decente, franco e molto identitariamente Irish. D’altra, il palato si fa invece disastroso, ben lontano da quella piacevolezza spensierata e beverina che spesso cerchiamo in questo tipo di whiskey. Per noi la media fa 75/100, ma assaggiatelo anche voi, non fidatevi delle nostre menti malferme, anche perché si trova abbastanza facilmente nel Belpaese, qui ad esempio.

Sottofondo musicale consigliato: CLAVDIOCuore