Botti da orbi: Milano Whisky Festival medley

[Marco Zucchetti, rapace come solo un reporter d’assalto sa essere, è stato al Milano Whisky Festival: è anche tornato per raccontarcelo, quindi siamogli tutti profondamente grati, per cortesia]

La sensazione, domenica sera scorsa, una volta che il triplice fischio aveva chiuso il weekend del Marriott, era quella che ogni tifoso ha provato almeno una volta nella vita, tornando a casa dallo stadio dopo una vittoria: la soddisfazione dell’esserci stati.
La 14esima edizione del Milano Whisky Festival è volata via così, una finale vinta da tutti che ha lasciato parecchi sorrisi sui volti e parecchie scorie sui fegati dei 5400 visitatori. Due sale, trenta masterclass e degustazioni, +10% di ingressi, un omaggio da brividi a Giorgio D’Ambrosio e soprattutto un entusiasmo generale che non si vedeva dalla prima puntata di Colpo Grosso. Ma i momenti sono come le Special Release Diageo: se non sei lesto a coglierli passano e ciao. Dunque qui non si farà un riassunto del festival, perché chi c’era sa, e chi non c’era paga pegno: rimorsi, amarezza e vodka & Red Bull per almeno dodici mesi per espiare la colpa.
Non si redigerà neppure un The Best of, perché si farebbe torto a tanti e poi parecchie chicche arriveranno in recensione nelle prossime settimane su queste Facili pagine…
Orbene, queste Botti da Orbi dunque cosa saranno? Cose a caso? Assaggi saggi? Whisky per fiaschi? Cicchetti Zucchetti? Tutto questo, ovvero un medley senza pretese tra meraviglie, curiosità, capolavori e delizie che in qualche modo hanno lasciato il segno e che ricorderemo. E che sarà difficile riassaggiare.

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PORT CHARLOTTE 15 yo (2019, Chorlton, 54,9%)
Compagno di avventure del già citato Ben Nevis 23 dello stesso imbottigliatore, questo single cask di Bruichladdich torbato è stato fra i più ricercati al Festival, complice un anonimo che lo suggeriva a chiunque con l’insistenza di un Testimone di Geova…
Il fatto è che torbati col turbo come questo ce ne sono pochi. Il naso è impressionante, parte con le aringhe affumicate, i “kippers” che in Scozia ti propinano pure a colazione. La marinità è acre, fra il diesel dei pescherecci e il creosoto, le alghe e il cuoio bagnato. Poi col tempo si fa più aromatico e bifronte: da un lato cioccolato extra fondente e liquirizia, dall’altro erbe fresche che prendono il sopravvento (timo, salvia e menta). C’è perfino della lavanda, come se qualcuno si fosse perso fra Provenza e Islay.
Al palato è una bella sventola di sensazioni estreme. La liquirizia pura ti colpisce, il catrame e il legno bruciato ti stendono, il cioccolato fondente e le caldarroste ti resuscitano. Sei in balia degli elementi, nell’ottovolante di dolcezza e oleosità (nocciole e noci brasiliane) che si alternano sotto questo piccante e acre fumo di torba bruciata.
L’accoppiata peperoncino/braci prosegue nel finale, con liquirizia salata e goduriose caldarroste di nuovo.
Possente e completo, non cede niente alla comfort. Però ti lascia felicemente senza fiato, con le farfalle nello stomaco come dopo una cotta. E ti senti leggero davanti a tanta forza della natura. 91/100

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TEELING SINGLE MALT 24 yo (1991/2016, OB, 46%)
Stava lì, discreto nella sua modestia, un po’ discosto dai suoi chiassosi e colorati simili. Una bottiglia quadrata, austera come un dignitario prussiano. Si dà però il caso che – in semi-incognito – in quella bottiglia ci fosse il “Best single malt of the world” ai World Whisky Awards 2019, il primo Irish a vincere il premio e forse il più nobile e venerabile Irish in commercio: un Teeling distillato nel 1991 e imbottigliato nel 2016, dopo 20 anni passati in bourbon cask e 4 in Sauternes.
Teeling è di norma di una gentilezza irresistibile e anche qui non si tradisce. Solo che l’età porta in prima linea gli aromi più oleosi, tra le noci pecan e un tocco di cerino. È l’anticamera di classe a un naso elegantemente fruttato e assai dolce (gioie e dolori del Sauternes…): albicocche, pesche e pere sciroppate. Compare perfino un lieve fumo, anche se di torba non pare essercene.
In bocca è inaspettatamente frizzante: ha la vivacità di una cedrata o di un vino moscato e giuriamo che ancora non abbiamo iniziato con le libagioni di Natale. C’è anche del mandarino fresco. L’impatto è leggero, il legno ha cesellato ma non stravolto il distillato, imprimendo al massimo un retrogusto di liquirizia e pepe bianco. Curioso un tocco quasi metallico, di rame.
Il finale è forse la cartina tornasole delle differenze fra Irish e Scotch, perché rimane medio, fruttato e giocato sulle erbe dolci, un poco inferiore al resto. È l’unico difetto, in fondo. Perché per il resto questo Teeling forse non sarà il migliore del mondo, ma di sicuro sfoggia grazia e piacevolezza. 87/100

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TOBERMORY 23 yo Tokaij finish (1996/2019, Wilson & Morgan, 58,7%)
Come l’anno scorso (e come l’anno prima), il banchetto di Wilson & Morgan al Festival somiglia alle bacheche dei reduci dello Sbarco in Normandia: file di medaglie di tutti i metalli. Scegliere cosa citare fra queste schiere di malti onusti di gloria è difficile come rispondere su due piedi a chi vi chiede qual è il vostro libro preferito. Pensarci non si può, si va di istinto. E di istinto gli Orbi scelgono questo Tobermory 23 anni a grado pieno, finish in botti di Tokaji, che già durante il blind taste che gli è valso l’oro aveva impressionato tutti.
Fin dal naso si intuisce che non è bevuta per dilettanti. Si apre vinoso e sporchetto (cerino spento e rame), con un accenno di muffa non sgradevole. Poi, sostenuto da un’alcolicità potente che col tempo si addomestica, parte la sarabanda: pasta di liquirizia e mou da una parte, more, fichi secchi e prugne disidratate dall’altra. In mezzo una sensazione di spezie in polvere (pepe nero, cumino dei prati) e un tocco di brodo di carne, specialità della casa.
Se possibile in bocca è ancora più intenso, una supernova. La vinosità si fa dolce e da dessert, tra uvette, torta al madeira e noci pecan. Rimane la sensazione di frutta concentrata, marmellata di mirtilli e arancia disidratata. Oleoso, complicato, sfarfallano suggestioni di cacao amaro, polvere da sparo e fiammifero. Perfino dei Toscani nell’humidor. In cauda genium: spunta perfino la violetta.
Finale coerente e dolce, tra toffee, albicocche secche e di nuovo fiammifero.
Dicevamo dei libri: i gialli volano via, ma quelli che ti restano nel cuore sono i classici che affrontano i meandri della nostra anima. Questo non è un classico – intensissimo, sporco, il Tokaji può dividere – ma riesce a parlare di tutto senza stonare mai. 89/100

glencadam 1982

GLENCADAM SINGLE CASK 33 YO (1982/2016, OB, 53%)
Arrivare a masterclass conclusa non è elegante. Soprattutto se il relatore ti accoglie con un “guardate che è finita eh!”. Ma la libera stampa ha la faccia tosta e il becco asciutto, quindi si installa lo stesso senza vergogna alcuna. Anche perché Iain Forteath, l’ambassador di Glencadam, è un uomo buono e condivide coi ritardatari due single cask: un vintage 1989 invecchiato 28 anni e questo 33enne classe 1982.
Ebbene, beve bene chi arriva ultimo. Complice il comune anno di nascita, subito scatta il feeling: al naso è stupefacente per la morbidezza tropicale e fruttata, tipica di certi lunghi invecchiamenti: guava, fragola, ananas maturo e banana. C’è una nota perfino acidina, rara in whisky over 30. Decisamente dolce, se uno chiude gli occhi si ritrova fra i morbidoni e i marshmallows delle bancarelle del luna park. Ma il tutto è ben bilanciato da un legno elegante (mobili smaltati) e da tocchi di noce.
Se i malti vecchietti sembrano dare tutto all’olfatto, qui il meglio arriva al palato, dove si fa polposo e succulento. Sfoggia una fine oleosità da frutta secca (mandorle) che si accompagna a un lato mentolato entusiasmante. Poi c’è la frutta, dalle prugne secche all’ananas ancora. Il legno si fa più presente, austero: chiodi di garofano e rovere, che prolungano un finale che nonostante la succosità allappa un po’.
Se Glencadam ha vinto due medaglie con il core range (oro al 17 anni in porto e argento al 21 anni), figuriamoci cosa potrebbe vincere con single cask come questo, in equilibrio fra frutta e barile come un’etoile del balletto sulle punte. 91/100

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MORTLACH 22 yo “GIORGIO D’AMBROSIO” (1997/2019, Silver Seal & S.P. Murat, 56,9%)
Se non si corresse il rischio di passare per blasfemi, si potrebbe dire che il sangue di Giorgio D’Ambsosio si fece whisky. La transustanziazione ha avuto luogo sabato sera, al termine della masterclass con gli imbottigliamenti Whisky for you, quando Simon Paul Murat – come una Raffaella Carrà meno snodata col tuca-tuca – piazza la carrambata. Ovvero un imbottigliamento celebrativo dedicato al padre adottivo di tutti gli appassionati milanesi di single malt: 141 bottiglie da un barile di Mortlach 22 anni selezionato in collaborazione con Max Righi. Sull’etichetta, un disegno di Giorgio che non gli rende del tutto giustizia: dal vivo è più bello e soprattutto nel disegno sembra che abbia il rossetto! Ma in fondo mica siamo critici d’arte, si lasci parlare il whisky!
Beh, qui si sta in religioso silenzio, perché fin da subito si capisce che siamo all’altezza del mito. Colpisce l’assenza dell’alcol e il primo naso di té infuso e carcadè, con un vortice aromatico di fragole mature e fiori di ibisco. Ma sotto sotto ecco l’anima Mortlach, di sherry monumentale dai toni scuri: cioccolato, poltrone in pelle, tabacco e perfino una nota di funghi shitake. Sembra di sentire Giorgio dire: “Ué, fa no el fenomeno!”. Ha ragione, quindi rientriamo nei ranghi e limitiamoci a dire che l’olfatto è maestoso, vinoso, per nulla dolce: cassetti chiusi, bitter all’arancia rossa e un che di Armagnac.
In bocca debutta tannico e astringente, bordate di liquirizia pura e cioccolato extra fondente. Il legno umido si fa più marcante e la vinosità prende il versante liquoroso. Prugne secche, di nuovo arancia rossa, marmellata di fragole bruciata e quella inconfondibile sfumatura carnosa, come di sugo d’arrosto.
Il finale è memorabile, tra legno, dolcezza liquorosa e marmellata di frutti rossi.
Dice Simon che il difficile non è ammirare Giorgio, ma trovare un whisky alla sua altezza. Missione compiuta, per un Mortlach come Madonnina comanda, dal naso e dal finale sontuosi. Un palato un filo astringente non gli impedisce di venire proiettato nell’Olimpo dei grandi, insieme a Rivera, Baresi e Maldini. 92/100

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BENRINNES 23 yo (1995/2019, Càrn Mòr, 48,8%)
Nel banchetto della mia fantasia, c’è un fottìo di whisketti, inventati da me… Prendendo in prestito il “Vitello dai piedi di balsa” di Elio, introduciamo un curioso esemplare di single malt color chinotto spuntato dal mondo di fiabe di Fabio Ermoli. Che come se fosse il terzo fratello Grimm sforna bottiglie da favola a destra e a manca. E dunque c’era una volta un Benrinnes 23 anni Càrn Mòr: si addormentò nel 1995, passò 23 anni in un hogshead di sherry, poi Ermoli coi suoi baffi lo svegliò. Fu vestito a festa e imbottigliato, poi arrivarono gli orchi del festival e il whisky finì. Ma per fortuna un gigante buono ne salvò un sample…
Foglie di té a iosa, a bizzeffe, a cascate. Le note di foglie umide (tabacco, anche) sono regine, e si portano appresso una corte di suggestioni simili, dal sandalo alla resina. Piuttosto unico, davvero. Se con un ideale rastrello si spazza via questo strato, sotto si trova della frutta essiccata: ciliegie e prugne, ma anche bucce di bergamotto. L’alcol non è pervenuto, mentre si fa strada un’aria floreale di magnolia. Col tempo cresce in maniera esponenziale l’albicocca secca. E finalmente spunta il legno, forse sottoforma di lucido da scarpe. Olfatto che meriterebbe ore di studio.
L’attacco al palato è succoso e sorprendente. Un colore così carico suggerirebbe un influsso mostruoso del legno. Invece non è né astringente, né tannico. L’albicocca è ancora sugli scudi, col suo tocco acidulo. Aumenta la dimensione dolce, resa da caramello, uvetta e marmellata di fragola. Lo sherry è vinoso e anche qui l’acidità non manca, come un vino di lamponi. Il rovere non sgomita, ma nel retrogusto torna il té, stavolta alla pesca. L’alcol è totalmente assente, il che è un bene. Ma forse un apostrofo di intensità in più avrebbe giovato.
Il finale è medio-lungo e coerente: té, pesca al forno, fragola e cioccolato fondente-ma-non-troppo.
Unisce una bevibilità impensabile a una complessità non comune, tutta giocata fra suggestioni di foglie di té e frutta gialla. Uno sherried malt che non stanca per nulla. E vissero tutti felici e contenti. 90/100

snSIERRA NORTE Mais morado (2019, NAS, OB, 45%)
Il primo whiskey messicano non si scorda mai. Viene da Oaxaca, terra di mezcal e divinità zapoteche che quando si infuriano di solito mandano serpenti mostruosi e schiere di spiriti agguerriti. Ragion per cui ci si accosta a questi imbottigliamenti con un misto di deferenza e curiosità esotica. L’idea è distillare separatamente i diversi tipi di mais atavico di queste montagne: noi si assaggia la versione dove l’85% del mash è a base mais viola (ci sono anche a base mais giallo, nero e bianco).
L’impatto al naso è un po’ spiazzante. Il mais c’è, le note di cereale dolce tipiche dei bourbon sono riconoscibili. Però sono come in chiaroscuro, ombreggiate da qualcosa di più sporco, tra la cantina e la iuta, le spezie e un che di legumi secchi. Non sgradevole, solo piuttosto imperscrutabile. In bocca però qualcosa va storto: l’alcol si avverte in maniera importante e la morbidezza che ci si aspetterebbe viene schiacciata dall’esuberanza del distillato giovane. Il “palato burroso e morbido” delle note ufficiali è un tantino ottimistico. C’è della banana, dell’angostura, vampate di vaniglia e zucchero caramellato. Il finale è sì medio-lungo, ma tutto incentrato sulla piccantezza alcolica.
Un whiskey dove il cereale imprime un carattere forte, peculiare, che lo differenzia dai bourbon. Coraggio da premiare, peccato che non abbia un’età (e una finezza) sufficiente per esprimere le potenzialità. Al contrario, in miscelazione la sensazione è che possa dare di più, consentendo un twist unico ai classici. Valeva la pena sperimentarlo, ma gli Orbi lo cedono volentieri ai baristi. Suerte! 74/100

Kinahan’s 10 yo (2018, OB, 46%)

Questi sono tempi strani, per mille ragioni, tempi che appaiono la caricatura di loro stessi, come uno di quei meme che ricevi su whatsapp e non riesci a capire se siano davvero meme o se siano realtà, e tipicamente si rivelano realtà quanto più sono paradossali. Ah, i layers. È l’era del marketing spinto, lo sappiamo, e sta iniziando a saperlo anche il mondo del whiskey irlandese, in fermento e in conclamata rinascita: come sapete senz’altro, le distillerie effettivamente attive si contano sulle dita di un uomo non mutilato (per intenderci, Jaime Lannister non ce la fa a contarle tutte: siamo a 17, pare, di cui solo 5 attive da prima del 2013), mentre i marchi sono ormai una quantità invereconda, e ciascuno cerca di rifarsi una verginità esibendo supposte antiche tradizioni. Talora si leggono cose buffe, supercazzole da neolaureato in marketing, con numeri che mimano anni di fondazione di non si capisce bene che cosa. Oggi affrontiamo Kinahan’s 10 anni, un single malt whiskey prodotto non sappiamo dove (Midleton o Cooley, scommettiamo) e invecchiato in barili ex-bourbon, che intende celebrare la propria lunghissima tradizione, invero certo reale e nobile ma curiosamente interrotta per soli 94 anni tra il 1920 e il 2014, con in mezzo dettagli quali l’indipendenza irlandese e una guerra mondiale. Ah, per non farsi mancare nulla, il sito ufficiale comprende lo Zeitgeist e definisce Kinahan’s “il whiskey preferito da Jerry Thomas”, nientemeno. Oggi ci siamo svegliati polemici, lasciamo perdere e vediamo se nel bicchiere c’è ciccia. La bottiglia, bisogna dire, è molto bella.

N: lasciando da parte una nota alcolica sulle prime un po’ troppo pungente, ecco un naso tutto bananoso: banana bread, gelato alla banana… Poi molto fruttato: mela gialla e pasticcino all’ananas. Legno fresco, con sentori di spacchettamento di mobile ikea. Caramelle zuccherinissime alla violetta.

P: Angelo ci sbalordisce con l’illuminante calembour: latte compensato. E in effetti è di una cremosità lattiginosa affiancata da un legnosità da… compensato. Resta un po’ alcolico, paradossalmente carico ma un po’ ‘vuoto’, se vogliamo. Aspartame.

F: hai l’amaro in bocca: chiude fruttato per un istante, lasciando poi spazio al legno amaro.

74/100, naso anche, a suo modo, promettente ma palato francamente disastroso. Una nota di merito che bisogna riconoscere a questo whiskey però c’è: ha stuzzicato la fantasia di Angelo e gli ha permesso di regalarci la formula “latte compensato” che, ne siamo certi, gli regalerà l’immortalità nell’Olimpo dei degustatori di distillati. A onor del vero, e per velare con un’ombra di aleatorietà ogni azione umana, ad altri è piaciuto di più. Speriamo fortemente che a questa sbornia di marchi segua presto una stabilizzazione, altrimenti il futuro del whiskey irlandese lo vediamo un po’ sfocato.

Sottofondo musicale consigliato: The Rumjacks – An Irish Pub Song.

Whisky Revolution “calendario avventato” – Day 4

Il “Calendario Avventato” al giorno n.4 ci regala l’irish whiskey Connemara Peated, imbottigliamento ufficiale a 40% distillato a Cooley, e questa è la nostraIMG-20181203-WA0010 recensione… Tenete conto che l’abbiamo assaggiato blind, alla cieca, e la sua identità ci è stata rivelata solo stamattina, pochi istanti prima di pubblicare questo post.

Whisky #4

47190330_1989759864655422_805425110960832512_nLa prima suggestione che ci investe è la marinità: salmastro, iodato e costiero (mare e olive verdi), esibisce fiero una torba ben chiara ma non totalizzante, anzi. Affianco abbiamo note agrumate e di un cereale caldo e zuccherino. Molto minerale. Al palato è non trascurabile il nostro stupore: ci aspettavamo torba decisa e spigoli acuminati, e invece ci accoglie un malto rotondo, semplice e morbido, con poco mare e fumo di torba presente ma delicato e una freschezza dolcina e floreale, con erba fresca, inattesa. La dolcezza è lievemente vanigliata e panosa, da pane al latte. Il finale non lungo, con un leggero ritorno del fumo, si ferma allo zucchero bianco.

Se dovessimo scommettere, diremmo Connemara, il torbato irlandese che usa eccezionalmente malto d’orzo torbato. Dopo l’apertura della casellina del calendario avventato, i nostri presagi sono confermati: è proprio Connemara Peated! Se non l’avete mai assaggiato, siete dei pazzi perchè è una chicca e costa sui 40 euro. A onor del vero lo avevamo già recensito qui, e ci era piaciuto di meno. Ma oggi con l’assaggio alla cieca secondo noi il voto giusto è 83/100.

Connemara ‘peated original’ (2017, OB, 40%)

Tra gli addetti ai lavori e non è oramai opinione diffusa che il whiskey irlandese, a lungo bistrattato durante il Secolo Breve, si appresti a prendersi una saporitissima rivincita nei confronti del whisky scozzese. Sono molte le aperture recenti di nuove distillerie e ancora di più sono i nuovi marchi, che si alimentano tramite l’acquisto di botti dalle distillerie storiche. Tra queste, anche se non proprio dalla storia secolare, figura Cooley, fondata nel 1987 e autrice dietro le quinte di ottimi singoli barili, acquistati e imbottigliati da realtà indipendenti più o meno famose. Cooley, che nel 2012 è stata acquistata da jim Beam, ha inoltre da tempo creato una linea di whiskey torbati, a partire dal qui presente Nas ‘original’. Questo malto è nato per sparigliare alcuni dei clichè più consolidati dell’industria del whiskey irlandese: è infatti torbato e distillato non tre, ma due volte. Ci sono tutte le premesse per una sapida recensione.

connemara-peated-single-maltN: schietto e semplice: impasto del pane, tanto limone; biscotti ai cereali (quelli al malto e miele, ad essere precisi); e poi la torba, che si sente bene, intensa anche se delicata, con un po’ di liquirizia e lontano legno bruciato. Un’indistinta aura floreale, soooo irish!

P: corpo debole, molto etereo. Piacevole, più dolce e fruttato del naso: ha note di carambola perfino, poi di mela gialla. Vaniglia. Ancora cereali. Ancora torba, non brutale ma presente. Sa di zucchero bianco, di sciroppo di zucchero.

F: slegati alcol (l’effetto è quello di un profumo vecchio) e una torba a metà tra il plasticoso e il legno bruciato. Dolcezza astratta, forse la parte meno convincente.

La nostra valutazione si ferma un po’ a sorpresa (e già immaginiamo i lettori sbigottiti) a 78/100. Al naso tutto sembra far pensare a un whisky senza pretese ma piacevole, irlandesemente easy. Tuttavia al palato e al finale si perde tra un corpo insufficiente e qualche smagliatura alcolica di troppo. D’altra parte è pur sempre vero che questo insolito irlandese torbato varcherà la soglia di casa vostra se sarete disposti a spendere circa 35 euro, il che lo rende comunque un prodottino dal buon rapporto qualità/prezzo, coi tempi che corrono.

Sottofondo musicale consigliato: The Cranberries – Linger

The Quiet Man 12 yo (2017, OB, 46%)

Vincitore del premio come miglior whisky di Scozia all’ultimo Spirit of Scotland è stato… un irlandese, paradosso logico che non abbiamo idea di come possa essere stato accolto da Pino, ma tant’è. L’irlandese in questione è A Quiet Man, marchio di sourced whisky: vale a dire che la distilleria non c’è ancora, la stanno costruendo a Derry, nell’Irlanda del Nord, ma nel frattempo la proprietà ne approfitta per comprare botti da distillerie attive (e non è che siano poi così tante lassù, si sa) e imbottigliarle con il proprio marchio. Prassi curiosa ma molto tipica per il whiskey irlandese: noi oggi assaggiamo il 12 anni, appena imbottigliato a 46%, e interamente invecchiato in botti ex-bourbon a primo riempimento.

N: vogliamo parlare di doppia anima? Sì, vogliamo. Una è senz’altro quella della botte ex-bourbon, e quindi parliamo di vaniglia, zucchero filato, torta paradiso – apporto molto carico e massiccio, ma non a tal punto da coprire la seconda anima, abbastanza particolare e forse inattesa. C’è infatti un senso di minerale, vagamente ‘terroso’, ed anche un qualcosa di erbaceo e ‘botanico’, tipo chinino, acqua tonica secca, cardamomo.

P: leggero e beverino, non nasconde una lieve alcolicità. Ripropone in maniera non pacchiana, ma certo totalizzante, quegli influssi da bourbon del naso: ancora torta appena sfornata (torta di mele e pere?), ancora vaniglia, ancora zucchero filato. Un miele particolarmente floreale?, violette glassate?, a dimostrare un lato leggermente floreale e rarefatto.

F: mediolungo e gradevole, su mele e pere e una banana inattesa (toh, ecco la frutta) e poi un astratto senso di dolcezza maltata.

80/100, molto semplice: buonino e beverino ma nulla di più. Necessitate d’altre parole?

Sottofondo musicale consigliato: Sean Rowe – Downwind.

Mad March Hare Recipe N. 27 (OB, 40%)

Oggi assaggiamo un distillato irlandese che, tecnicamente parlando, non è proprio whisky e nemmeno un whiskey. Oggi siamo così curiosi che ci beviamo un Poitin. Whaaaat?! Il Poitin è una bevanda tradizionale irlandese, ottenuta distillando con pot still un fermentato che può contenere in parti variabili cereali, grano, siero di latte, barbabietola da zucchero, melassa e patate. Paura, eh? In realtà questo Mad March Hare- la lepre marzolina di Alice nel Paese delle meraviglie- è prodotto a partire unicamente da orzo maltato, quindi si configura più come un classico new make spirit piuttosto che come una pozione ancestrale in grado di farci chiudere per sempre il blog.

mad-march-hare-bottle-shotN: l’alcol non si sente. Accantonate qualsiasi riferimento olfattivo appreso durante le vostre degustazioni e cercate di non lasciarvi spaventare da questo bizzarra bevanda. Praticamente odora quasi solo di funghi secchi lasciati a bagno nell’acqua. Avete presente l’odore penetrante di quell’acquetta torbida? Proprio quella. Solo in un secondo momento, emerge un certo senso di cereale macerato, umido e sdraiato sul malting floor.

P: alcol zero. Di una piattezza sconfortante, mentre a livello di descrittori si sente sicuramente di più il chicco d’orzo e un po’ meno quel senso di sporco che ricorda i funghi secchi. Comunque è qualcosa di completamente diverso da qualsiasi altro new make che abbiamo assaggiato, è molto meno dolce e più cerealoso. Per interderci, non troviamo certo i canditi ma piuttosto quel sapore di amido della pasta.

F: quale finale? In realtà è un ottimo pulisci bocca.

Probabilmente nella sua brutalità è un prodotto a suo modo raffinato, e a riprova di ciò bisogna ammettere che nasconde molto bene la componente alcolica. Par di capire che se miscelato potrebbe offrire degli spunti interessanti, e in effetti persino nel sito ufficiale c’è una sezione dedicata a consigli per mixologist. Noi in questo campo non azzardiamo previsioni, dal momento che i cocktail di tanto in tanto ci limitiamo a tracannarli. Sta di fatto che bevuto liscio è un’esperienza solo curiosa e nulla più: 60/100.

Sottofondo musicale consigliato: Tame Impala – Half Full Glass Of Wine 

 

Knappogue Castle 1995 (2007, OB, 40%)

Ah, Irlanda Irlanda… Prati verdi, gruppi paramilitari, tassazione molto bassa per le imprese, folletti, ruderi, quadrifogli, incapacità di giocare a calcio nonostante Trapattoni e una spiccata propensione alla procreazione incontrollata. Fosse solo per questo, di Irlanda su whiskyfacile non ci occuperemmo, ma – attenzione! – l’Irlanda è la terra con la più lunga tradizione attestata di distillazione di cereali. Oggi mettiamo alla prova un Knappogue Castle (la distilleria è Bushmill’s) del 1995, imbottigliato nel 2007 a soli 40%.

knappogue-castle-1995-1N: sulle prime l’alcol è un po’ troppo in mostra, ed è un vero peccato perché per il resto esibisce quel parterre di ingenue lepidezze che la terra dei folletti spesso regala: erba falciata, mandorle, pera, folate di frutta tropicale. Molto profumato (bergamotto) e un senso di dolcezza carica (vaniglia).

P: fortunatamente meno alcolico e quindi di assoluta gradevolezza. Paga certo un corpicino esile esile, di masticabilità nulla, ma ripropone, in assoluta coerenza col naso, le stesse suggestioni di erba e fiori freschi, la stessa frutta, delicata e zuccherina allo stesso tempo. E quindi, soprattutto una bella mousse di pere, golosa, ancora mischiata alla pasta di mandorle e alla vaniglia. Cioccolato al latte.

F: pasta di mandorle, dolce ma abbastanza pulito. Erba.

80/100, bello e buono per carità, ma in fin dei conti debole debole di corpo, e tutto sommato semplice. Se lo trovate, magari a prezzo ragionevole, bevetelo perché è molto piacevole, anche se magari non avrà la forza di farvi correggere la vostra percezione dei whiskey irlandesi…

Sottofondo musicale consigliato: The Rumjacks – An Irish Pub Song.

Connemara Turf Mor (2010, OB, 58,2%)

Usciamo per un attimo dai confini della cara Scozia per assaggiare un whisky irlandese molto particolare, sfornato in edizione limitata dalla distilleria Cooley nel 2010, un anno prima della sua acquisizione da parte di Suntory. Questo imbottigliamento contiene malto torbato con una percentuale di fenoli di 58 ppm contro i 20 ppm delle uscite usuali della distilleria. A quel che ne sappiamo è l’imbottigliamento più torbato d’Irlanda. Ah, “turf mor” in irlandese significa “big peat”, fate voi…

irish_con8N: un whisky dall’intensità inaudita, ma su un profilo molto irlandese – ed è proprio questo che colpisce. Una muraglia di gomma fusa, solvente, cenere e gas di scarico si abbatte su una muraglia di limone, pera e vaniglia. In questa guerra senza quartiere, ogni elemento resiste indomito, andando a codificare un naso semplice, a suo modo ‘delicato’ e al contempo brutale.

P: limone, pasta di mandorle e noci; pera acerba, vaniglia, cedro candito e lime; gomma fusa. Ecco, provate a immaginare tutti questi sapori che vi devastano il palato con fiammate alcoliche contundenti. Poi aggiungeteci ancora un pizzico di violenza… ed ecco a grandi linee il profilo di questo whisky.

F: torba bella inorganica, gomma bruciata, disastro ambientale (?).

Se non sapete cosa fare una sera di queste e a un certo punto vi sentite tentati da un’esperienza estrema, evitate per una volta di legare la vostra compagna al letto e provate questo Connemara Turf Mor, un malto che è un viaggio di sola andata per l’inferno o per il paradiso (sul web si trovano infatti recensioni abbastanza contrastate, tra chi lo premia e chi esprime qualche riserva). Noi col voto ci fermiamo al purgatorio: 85/100.

Sottofondo musicale consigliato: NevermoreSound of silence a proposito di esperimenti estremi, ascoltatevi questa cover…