Teeling Trois Rivieres (OB, 46%, 2018)

L’Irlanda si contende con la Scozia il primato dell’invenzione del whisky e vive assieme a questa un periodo di grande ascesa nell’800. Ma è un fatto che oggi in Scozia abbiamo più di 100 distillerie attive, mentre in Irlanda arriviamo a una decina; insomma qualcosa deve essere andato storto a partire dall’inizio del 1900, no? Ora non saremo certo noi ad annoiare voi con un estenuante racconto su quali furono le cause di questa decadenza, sia esterne al mondo del whiskey (leggasi la Storia) che interne (leggasi la prevalenza del modo scozzese di fare blended whisky); vi basti sapere che nel secondo dopoguerra, proprio mentre la Scozia attraversava una seconda età dell’oro (ripresa dei consumi, magazzini pieni dopo le Guerre, sostanziale nascita del fenomeno dei single malt), in Irlanda si viveva il momento più difficile: le ultime distillerie rimaste unirono le forze e si fusero creando Irish Distillers, e nel 1975 si arrivò praticamente a un monopolio. Da questo momento però, toccato il fondo in quanto a numero di realtà attive, le cose lentamente sono cambiate fino al momento attuale: ogni anno nascono nuove distillerie, anche artigianali, e le vendite cresono a doppia cifra. Avvicinandoci al dram di oggi, ad esempio, la Teeling distillery è stata (ri)fondata a Dublino nel 2015, dopo 125 anni che nessuno apriva più distillerie nella città che un tempo era una delle capitali mondiali del nostro caro distillato. Quel che assaggiamo oggi è un single malt invecchiato per 6 anni (dunque un whiskey acquistato da un’altra distilleria, visto che Teeling distilla solo da 4 anni) in botti ex bourbon e per 6 mesi in barili che hanno contenuto rhum Trois Rivieres, storica distilleria della Martinica. I finish in rum oggi non sono più così esotici come un tempo, ma davvero particolare è il fatto che in etichetta campeggi ben visibile il nome di Trois Rivieres, in quella che sembra essere a tutti gli effetti un’operazione di comarketing, se ci permettete il tecnicismo.

teeling-trois-rivieres-rhum-agricole-finish-whiskyN: il naso è a sopresa abbastanza educato, con una certa freschezza, note erbacee e qualche fiore di campo. Poi arrivano suggestioni ben più attese di pera e pasticceria (crema e vaniglia). Brioches.

P: l’alcol si sente un po’ troppo e in più il finish tende a passare all’incasso, appesantendo il tutto con tanto tanto zucchero. Ancora pera e poi yogurt alla banana. Non è legatissimo e qualcuno si butta e sentenzia: sughero.

F: e questo poco prima che il retrogusto si riveli come la parte meno riuscita di questo ardito esperimento. Slegato, dolce e succo di canna.

Se avete un amico con tante bottiglie di whisky e dovete fargli un regalo questo sicuramente non ce l’avrà. Lo stupore è garantito. Inoltre rimane un’esperienza particolare e gli amanti di Trois Rivieres non mancheranno di diventare paonazzi per l’eccitazione. Noi ci fermiamo a un corposo assaggio, reso possibile dall’estro dell’esimio Zucchetti, che una sera si è presentato come se nulla fosse addirittura con una bottiglia intera al seguito: 77/100.

Sottofondo musicale consigliato: Billie EilishIlomilo

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Limerick ‘Slaney Malt’ 23 yo (1991/2015, Adelphi, 59%)

New wave of irish single malt. Chi è nell’ambiente e davvero sa prevedere le tendenze del mercato, da tempo avverte che bisognerà tenere d’occhio i whiskey irlandesi, in futuro: tradizionalmente le poche distillerie del trifoglio rilasciano esigue e modeste espressioni, e anche i selezionatori indipendenti ne hanno spesso snobbato le velleità. Da qualche tempo, però, le cose stanno cambiando (non vi dice niente il fatto che Mark Reyner abbia abbandonato Bruichladdich per dedicarsi alla sperimentazione irlandese?) e anche ai festival di settore le bottiglie di irish whiskey non si limitano più al ‘solito’ Jameson. Adelphi, ad esempio, ha portato a Roma uno Slaney Malt (Cooley distillery), che abbiamo assaggiato con grande entusiasmo: ma eravamo ubriachi, probabilmente, quindi forse val la pena di riberlo ora, con calma. Occhio: si tratta del cask #8585 a 59%, tenete conto che c’è in commercio un’altra botte con le stesse specifiche (ma la gradazione è 58,1%).

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chiedete voi ad Adelphi perché sul loro sito la foto è tagliata così?

N: innanzitutto, a dispetto della gradazione si lascia avvicinare con una facilità sorprendente. Gli aromi sono di un’intensità davvero impressionante: accade uno dei nostri amati tsunami di suggestioni. Nella compattezza generale, partiamo dal lato fruttato: la tropicalità è francamente devastante, si alternano note di succo di frutta tropicale, e poi nello specifico mango maturo, maracuja, ananas (a fette, sciroppate). Rara una tale intensità tropicale… Poi, note di liquore alle noci; frutta secca (mandorle, ma anche proprio marzapane odorosissimo); caramello caldo, toffee. Un che di erbaceo e ‘mentolato’, tra l’eucalipto e il basilico: e anche quella punta floreale tipica degli irlandesi, punta che resiste anche di fronte a cotanta violenza. Con acqua, si sente ancora di più il lato ‘di botte’, con il bourbon in evidenza.

P: anche qui, l’impatto alcolico resta relativamente limitato. Domina la maracuja, clamorosamente clamorosa per intensità e pervasività: poi ananas e cocco, la guava (anzi: il succo di guava!), ancora sul versante tropicale; poi frutta secca di nuovo (castagne e noci). Ancora mentolato, ma qui più che la menta ci pare proprio di sentire una nota di basilico fresco (proprio la foglia azzannata d’estate). Con acqua diventa più cremoso, ma al tempo stesso si valorizzano quei richiami erbacei, quasi di erbe infuse, che già al naso parevano notevoli.

F: ‘grasso’ e tropicale, rimbalza tra noce e castagna da una parte e note di tropicalia infinite.

Mamma mia, che sorpresa. Si è forse capito che ci sono, qui e là, note tropicali? Perfetto equilibrio tra basilico e mango (?), intensità mostruosa: se non vi piace, non siete più nostri amici. 91/100. Grazie a Emanuele per il sample!

Sottofondo musicale consigliato: Dropkick Murphys – I’m Shipping Up to Boston.