Ardbeg 5 yo ‘Wee Beastie’ (2020, OB, 47,4%)

Finalmente anche noi ci mettiamo alla prova con l’ultimo nato nel core range di Ardbeg, e che già è stato salutato da squilli di trombe e grida di giubilo come l’alfiere del ritorno degli age statements in etichetta: dopo anni di whisky imbottigliati senza età dichiarata, perché presumibilmente ritenuti troppo giovani per essere apprezzati dal mercato, finalmente si trova il coraggio di scrivere “5 anni”, bello grande, forte e chiaro. La “bestiolina” (questo vuol dire Wee Beastie) è invecchiata in un mix di botti ex-bourbon ed ex-sherry Pedro Ximenez, ed è imbottigliato a 47,4%: la ricetta, sulla carta, ci fa pensare a un torbatone (ricordatevi che, tagliando con l’accetta, un whisky torbato più è giovane più è torbato!) piuttosto carico di sapore, vista la presenza di legni presumibilmente abbastanza aggressivi. Vediamo.

ardbeg_fronteN: molto piacevole, molto carico; la prima nota che ci viene in mente è quella del limone, fresco e ‘acidino’, ma c’è anche tanto limone bruciato. Cedro candito. Una quota balsamica di canfora e aghi di pino. Paradossalmente sembra come ‘poco’ torbato, ma è incredibilmente marino per contro: acciughe, pesce, aria di mare. Vaniglia. Il Pedro Ximenez carica, ok, con una dolcezza vanigliata e liquiriziosa molto intensa.

P: anche qui l’alcol non si sente per niente, ed è incredibilmente beverino. La torba resta relativamente gentile, anche se qui si fa decisamente più asfaltato. Più dolce, con brioche e vaniglia e ancora tantissima liquirizia; ancora un po’ balsamico. Ancora agrumi, agrumi dolci per lo più. Zucchero di canna.

F: cioccolato al latte, fumo acre molto persistente, pepe nero.

L’abbiamo detto per tanto tempo: brava Ardbeg, belle le tue release annuali per l’Ardbeg Day, ma sono dei nas giovani che costano una scarica. Perché non fare dei whisky giovani che costino il giusto? Ecco, è successo. Pare di vederli, ad Ardbeg, seduti al tavolo: “dev’essere torbato, dolce e beverino, e pazienza se non sarà un mostro d’eleganza!” – si sente che è un whisky ‘costruito’, studiato ad arte, ma è studiato bene. Certo, è in effetti una bestiolina e non un bestione, ma che ci vogliamo fare, va bene così… 85/100.

Sottofondo musicale consigliato: Kid Vicious – Palazzine.

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Smokehead ‘Sherry Bomb’ (2019, Ian MacLeod, 48%)

Insieme ad alcuni amici abbiamo organizzato un piccolo blind tasting su Zoom (il vero protagonista di questi tempi strani): ci siamo inviati a vicenda 4 samples, ciascuno siglato col nome di una città e un numero, senza dichiarare né il mittente né, soprattutto, il contenuto. Lunedì sera abbiamo affrontato la prima sessione di 7 assaggi: pian piano, nelle prossime settimane, pubblicheremo le recensioni che abbiamo scritto… Rigorosamente, lasciamo le note come le avevamo scritte, tenendo anche qui e là qualche speculazione sul possibile contenuto, se trascritte dallo scriba designato. Oggi partiamo da “Topeka“, che conteneva Smokehead ‘Sherry Bomb’, la versione invecchiata in sherry del celebre torbatone dal look aggressivo di casa Ian MacLeod. Il colore è un rame carico.

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N: si nota subito una punta sulfurea da botte sherry; poi una sostanza di carne alla griglia, in generale di maiale: bacon, cheeseburger, maiale in agrodolce… La torba c’è, ovviamente, ma resta tutto sommato integrata; braci della griglia. Giovane, con molta probabilità. Aceto sulla griglia. Ha una sua parte agrumata. Molto teso, interessante, certo un po’ ruffiano.

P: le promesse ruffiane del naso sono purtroppo confermate. Molto molto dolce, con una legnata di fumo di torba (per niente marina); sparisce però il tocco succulento del naso, che era una delle cose più interessanti. C’è una dolcezza da sherry PX molto appiccicosa, con marmellata di fragola e lamponi, arancia bruciata, zucchero sempre bruciato. Cioccolato al caramello – mars. Pesca al forno con amaretto. Tanta liquirizia. Complessivamente banalotto, molto carico.

F: super dolce, abbastanza rapido e balsamico, fumo e caramello bruciato.

Il naso, tutto sommato promettente con la sua carica di grasso di maiale bruciato, è deluso dalle altre fasi, legate tra loro dal solo fatto di essere ipercariche: ma in fondo è un po’ indeciso, è uno nessuno e centomila. Non colpisce particolarmente, anche se non mostra un carattere particolarmente distintivo. Nel complesso ci è parso un po’ banalotto: non cattivo, per carità, ma non dice granché. Una bevuta che immaginiamo interessante soprattutto per chi si avvicina a questo stile di whisky, un po’ come il black metal sinfonico negli anni ’90: 82/100.

Sottofondo musicale consigliato: Dimmu Borgir – The Insight and the Catharsys.

Caol Ila 20 yo (1979/1999, Va.Ma. per Evicar, 46%)

Al Milano Whisky Festival del 2019 il banchetto di Martial Hernandez e del suo Winetip ha regalato emozioni a molti appassionati dei whisky di qualche decennio fa; tra le bottiglie presenti in mescita, Martial ci ha suggerito di provare un Caol Ila mai visto, un imbottigliamento privato per un’azienda, Evicar, fatto da Va.Ma., importatore di Bergamo con un ruolo importante nella diffusione dello scotch in Italia. La bottiglia era talmente “mai vista” che l’internet non ne serba memoria e l’unica foto che siamo riusciti a trovare era la nostra, fatta di fianco al sample per ricordarci cosa fosse. Vabbè. Questa bottiglia vale oggi come testimonianza di un passato aureo e assurdo, in cui a una qualsiasi azienda poteva venire in mente di alzare il telefono e chiedere “Ueeee, grande!, scusa non è che mi fai un barile di Caol Ila?” – e te lo facevano come niente, era una cosa normale. Whisky per le aziende, non gadget!

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N: molto erbaceo e molto oleoso, con note di olio di mandorle, mandorle verdi… Anche l’olio delle lampade, avete presente? Ha una patina di cera, oleosa, davvero pazzesca. Fumo quasi zero, c’è invece torba, c’è grasso di prosciutto (avete presente quel grasso morbido, aromatico…?). Note fruttate di clementini (non i mandarini, eh, più dolci), anche ananas – anzi, kiwi verde, molto insistente. Fiori bianchi: gelsomino o biancospino? In ogni caso, è un dram eccezionale, setoso e delicato.

P: mamma, che spettacolo straordinario. Incredibilmente fruttato e pieno, teso, non ha perso un grammo della sua potenza fruttata, mantiene tutta la vibrante acidità della frutta, che la rende viva nel bicchiere. Ancora kiwi, sicuramente, e carambola saporita; mandarino e soprattutto cedro, anche (olii essenziali di). Poi c’è un filino di legno molto elegante, integrato e delizioso; c’è anche un solo ricordo di fumo, mentre molto bene si sente una mineralità torbata che ci fa venire in mente una spiaggia di ciottoli – la cosa bella è che questa sensazione, intensa e deliziosa, arriva solo in un secondo momento, dopo l’esplosione fruttata.

F: lunghissimo, infinito, molto minerale e sapido, con un devastante fumo di candela spenta e un ritorno di quella frutta clamorosa del palato.

Sia levigato e setoso che ancora molto vivo e teso: la cosa impressionante, come spesso accade con whisky degli anni ’70, è la devastante freschezza della frutta, intensa ed esplosiva, succosissima. Vogliamo proprio spingerci a dire delle mostruosità? Ci ha fatto venire in mente un misto tra un vecchio Bowmore e un Old Clynelish. Vengano poi a dirci che Caol Ila è una brutta distilleria che fa whisky banale, se hanno il coraggio. 92/100.

Sottofondo musicale consigliato: Eugenio Finardi – Quasar.

Lagavulin 12 yo (2019, OB, 56,5%)

Per un appassionato di whisky la fine dell’estate è soprattutto quel momento in cui si ritorna a casa e si aspetta l’uscita delle Special Release di Diageo. Dai, è inutile negarcelo. Anche dopo la fine degli imbottigliamenti annuali di Port Ellen e Brora, non mancano ogni anno le sorprese e i famosi petardoni, come li chiamerebbe qualcuno… Quest’anno, come chi ci segue sui social sa, uno di noi ha avuto la fortuna di partecipare alla presentazione ufficiale a Londra delle Special Release. Qualcuna l’abbiamo già recensita, certo (ad esempio, un Dalwhinnie 30 o il Mortlach 26 – sì, siamo gente semplice, ci accontentiamo di poco), ma adesso è venuto il momento di sputare sentenze sul classicone sempre presente, fin dalla prima edizione delle SR: Lagavulin 12 anni a grado pieno, per la prima volta con etichetta diversa da quella ‘classica’ di Laga – e per questo già oggetto di grandi critiche da parte dei collezionisti. A noi, se ci chiedete, piace anche quella nuova, perché il pennuto ci ispira subito simpatia – e soprattutto ci interessa il liquido. Ah: Corrado l’aveva già recensito su queste pagine, ma noi siamo gente spigolosa, e volevamo proprio dire anche la nostra.

lgvob.12yov45 (1)N: fin da subito troviamo tanta ‘dolcezza’ che presumibilmente arriva dal barile, con tanto zucchero a velo e tanta vaniglia; poi il classico lime zuccherato. Nel complesso però resta piuttosto fresco, erbaceo (timo e alloro bruciato), anche se rispetto ad altri lagadodicenni del passato non ci pare particolarmente ‘affilato’. Poi certo c’è la classica torba marina di Lagavulin: corda bagnata, salamoia, peschereccio. Limatura di ferro e officina, anche pesce affumicato (quale pesce? Orate, aringhe, sogliole? Scusate, siamo imprecisi). Con acqua, che aggiungiamo per dovere e non per necessità, dato che resta annusabilissimo anche senza, escono piacevolissime mela verde e lime.

P: bruciato e dolce, l’alcol non è ininfluente ma è ben integrato. Ancora erbe bruciate (alloro) e una massiccia vanigliosità. La frutta è totalmente assente: c’è magari un cenno di sorbetto al cedro, anche di caramella Rossana… Ma frutta, fresca, no. Dalla dolcezza vira alla marinità sapida, nel retronasale compaiono volute di fumo. La dolcezza “verde” è comunque pesante.

F: vaniglia e zucchero, verde e affumicato. Infinito.

Indubbiamente abbiamo assaggiato dei Laga 12 yo più nudi e acuminati, e onestamente un po’ ci eravamo appassionati a quel tipo di profilo, così poco sexy e pure così buono e affascinante. Quest’anno abbiamo l’impressione che la scelta dei ragazzi di Laga sia caduta su un whisky più morbido e levigato, dove il lato vanigliato e zuccherino sovrasta la torba marina e salmastra – diciamo un poco più piacione rispetto al passato. Rimane come leit motiv uno spartito di erbe bruciate che lo rende inconfondibile. Un classico intramontabile. 88/100. PS: è lo stesso voto che aveva dato Corrado. Koincidenzeee? Nn kredooooo!!!1!11!

Sottofondo musicale consigliato: Kryzys – Święty szczyt.

Caol Ila 8 yo (2011/2019, Lady of the Glen, 57%)

Da qualche tempo si aggira per le valli scozzesi una Signora, secondo alcuni molto elegante e raffinata, secondo altri una carampana sdentata e deforme, che vagando nella notte si intrufola nei magazzini delle distillerie e sottrae quelli di suo maggior gusto. C’è poi un tizio, Gregor Hannah, che deve aver stretto un patto con la Signora della Valle (che sarà una mezza strega ma è pur sempre china sul fatturato) per acquistare direttamente da lei il frutto delle sue razzie notturne. Gregor imbottiglia poi, pagando dazio all’oscura fornitrice, al nome di “Lady of The Glen”, la Signora della Valle. Oggi testiamo una di queste selezioni, ovvero un Caol Ila giovincello, di soli 8 anni, che ha trascorso l’ultima parte della sua maturazione in un barile ex-Amarone – non sappiamo il produttore del vino, sappiamo quello del legno, ovvero Veneta Botti, un bottaio del veronese. Si assaggi!

N: molto curioso e interessante: sa di banana e inchiostro. Potremmo chiuderla qui, perché la banana è davvero totalizzante, ma solo per voi vogliamo impegnarci a fondo: e dunque mela rossa, sciroppo per la tosse, una torba particolarmente chimica, industriale per essere Caol Ila – ma sappiamo che spesso i torbati in vino rosso vanno in questa direzione.

P: pizzica un po’ l’alcol, ma è saporito e interessante, con note di… banana, naturalmente, ma anche tante caramelle gelee alla frutta nera (fruit joy alle more), bello salatino, poi ancora una torba molto cenerosa e chimica, plastica bruciata. Caramelle alla violetta, un cenno. La vinosità dell’Amarone è laterale, ma contribuisce a questo senso di profonda plasticosità del lato affumicato.

F: molto bruciato, ancora inchiostro e caramelle alle more. Fresco anche, mentolato.

Interessante, saporito, molto curioso, il vino non sovrasta e anzi pare esaltare la parte più ‘sporca’ e più spigolosa della torba. In generale non amiamo i finish in barili ex-vino, e non sarà questo l’imbottigliamento che ci fa ribaltare completamente il tavolo delle nostre convinzioni – ma non possiamo che riconoscergli le sue qualità: 84/100.

Sottofondo musicale consigliato: Kyuss – Hurricane.

Laphroaig 17 yo (1987/2005, Douglas Laing, 50%)

Qualcuno qui ha bevuto più di noi, eh?

Qualche mese fa abbiamo assaggiato un single cask ex-sherry di Laphroaig del 1987, selezionato e imbottigliato da Douglas Laing dopo 18 anni: oggi facciamo… quasi lo stesso, però si tratta di un barile differente. È un 17 anni, ed è il DL1710 – per gli amanti dei Gronchi Rosa, questo imbottigliamento è celebre (boh, non sapremmo: lo è davvero?) perché esibisce in etichetta un bellissimo errore, per cui si tratta di… un Laphraoig. D’altro canto che fosse difficile da scrivere l’abbiamo sempre saputo, in più se hai preparato l’etichetta dopo aver fatto degli assaggi direttamente dal barile, beh, un errorino ci sta. Ti perdoniamo, Douglas.

N: come sempre coi Laphroaig indipendenti, abbiamo a che fare con un profilo pazzesco, con note molto evidenti e tutto sommato inusuali di erbe amare (a ruota libera ci lasciamo suggestionare: quindi timo, ma pure rabarbaro, genziana e canfora). La torba è a suo modo gentile, dolce, e ricorda la carne di porco glassata e cotta sul barbecue. C’è anche un che di limone a dare ulteriore freschezza. Molto interessante, sbilanciato ma bilanciato in un certo senso.

P: l’alcol è assente, dev’essere rimasto tutto nel sangue di chi ha scritto l’etichetta. Dolce e fresco, praticamente mentolato. È ancora erbaceo, molto setoso e la torba segue questa falsariga, simulando l’erba bruciata. Poca, pochissima marinità. Non è uno sherry pesante, tutt’altro: resta fresco, con una bella mela rossa croccante e pesca tabacchiera. Un filo di sale, a dire il vero.

F: va avanti sciropposo e tanto dolce. Si ferma un attimo prima di apparire stucchevole. Fumo lungo (fumo piano, fumo solo pakistano, direbbero alcuni rimastoni con gli occhi arrossati), ma discreto.

Come l’etichetta avrebbe dovuto farci immaginare, si tratta di un Laphroaig atipico (non è medicinale né particolarmente marino): ma resta un piccolo capolavoro d’equilibrio tra alcol, erba, dolcezza e torba. Consigliato, se lo trovate ancora in asta da qualche parte. 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: Eagles of Death Metal – Careless Whisper.

Ardbeg An Oa (2019, OB, 46%)

Finalmente lo assaggiamo: entrato nel core range da un paio d’anni, An Oa (che si pronuncia An-ò, come se un francese pronunciasse in italiano una parte vitale ma considerata poco nobile e generalmente poco esposta alla salvifica luce solare) è un NAS di Ardbeg che si assume la responsabilità di fare da ingresso nella gamma della storica distilleria di Islay. È una miscela di PX e bourbon casks, il tutto finito in un marrying vat di quercia francese – queste le info conosciute, tanto vi dovevamo, adesso si beve.

N: beh, molto piacevole. Se dovessimo racchiudere il naso in un’immagine, è una versione ammorbidita dell’Ardbeg Ten, un po’ meno limonoso e un po’ meno marino – ma è molto piacevole. Morbido, fumo caldo, legno, falò; c’è anche un che di tela cerata, di Barbour. Si sente moderatamente la quota in sherry, con un po’ di mela rossa, poi c’è pure il bourbon con vaniglia, zucchero a velo, marshmallows bruciacchiati… Se si aggiunge un poco di limone, l’effetto è quello della Torta Paradiso.

P: un po’ blando complessivamente, ma ancora piacevole e morbidone. Aranciata zuccherata, forse un po’ di scorza; tantissima liquirizia, un po’ di banana… Cremoso, c’è sicuramente del toffee, ancora della mela, fumo ceneroso. Pare più ‘bruciato’ che ‘torbato’, per quel che vale un’affermazione del genere.

F: piuttosto lungo, anche se non troppo intenso.

Buono, piacevole, molto morbido – un whisky fatto per essere bevuto senza pensieri, senza troppe menate… Certo, l’Ardbeg che ci piace è molto più affilato, ma non stiamo a lamentarci troppo: d’altro canto il Ten degli ultimi anni è risalito sensibilmente come qualità, presto ne recensiremo un esemplare. Intanto, a questo An Oa appiccichiamo un 84/100.

Sottofondo musicale consigliato: Brunori Sas – Al di là dell’amore.

Caol Ila 15 yo (1980/1995, Sestante, 40%)

Perché confrontare due Caol Ila di decenni diversi? La vera domanda, caro lettore rompiballe, è “perché non farlo?”, e infatti noi lo facciamo. Oggi assaggiamo un Caol Ila del 1980, imbottigliato da Sestante 15 anni dopo a gradazione ridotta. Sestante è marchio dietro cui si celava il grande Rino Mainardi, pioniere del whisky in Italia e, a detta di quanti lo hanno conosciuto da vicino, il miglior naso di sempre – noi che lo abbiamo solo incrociato a una grigliata dobbiamo di certo riconoscergli che tutto quello che abbiamo assaggiato di suo era davvero eccellente.

N: clamoroso. Tropicale, erbaceo, balsamico, una torba lieve e integratissima… Boule dell’acqua calda delicatissima, poi aloe vera, foglie – una setosità erbacea seducente. Poi ananas, anzi: il succo ananas e aloe, se esiste (Zucchetti giura di sì), un po’ di cocco, un sacco di lime. Una punta di borotalco. E la cosa incredibile è che è un tutt’uno, pieno, compatto, tutto unito.

P: la coerenza fatta dram. Peccato fosse solo a 40%, un pelo d’intensità in più l’avrebbe reso indimenticabile. Tropicale ed erbaceo ancora, in più mostra una torba più evidente, con fumo, un senso di bruciato. Agrumi freschi, con note mentolate e leafy davvero incantevoli, setosi, delicati ma compatti.

F: erba fresca tagliata, un bruciato di cenere, forse un poco di canfora. Amaruccio, pulito, agrumato e con una timida sapidità che fa salivare.

Ma com’è che i whisky di Islay di quegli anni finiscono tutti per mostrare quelle note fruttate incredibili, com’è che esibiscono una torba vellutata, delicatissima… Notevole davvero. Questo Caol Ila ha cose che lo dovrebbero tenere a vette altissime di punteggio (il naso è clamoroso), resta un po’ giù solo per l’intensità al palato. 90/100.

Sottofondo musicale consigliato: Yuma – Smek (Rey & Kjavik rmx).

Bunnahabhain 25yo (1989/2015, Wilson&Morgan, 46,6%)

Bunnahabhain e Wilson & Morgan: un’accoppiata vincente, come sanno i frequentatori dei festival di whisky italiani. Tempo fa noi avevamo assaggiato un mostruoso 42 anni veramente da panico, e alcuni batch del celebre e fortunato “House Malt” nascondevano proprio del distillato di Bunna. Questo è un single cask imbottigliato tre anni fa da W&M: gli angeli si son presi una bella sbronza, se pensiamo che a 25 anni di età la gradazione è a poco più di 46%. Grazie ad Andrea, scimmia sovrana del Monkey Whisky Club, per il sample!

N: profilo complessivamente fresco, seppure dalle tinte forti e dagli aromi intensi. Sicuramente un po’ di miele, poi frutta cotta, brioscia all’albicocca, pasta di mandorle. Non si può tacere il lato minerale, con pennellate di cera d’api, di terra bagnata, perfino un filino di fumino acre di torba. Seducente e affilato come sanno essere i Bunna di mezza età.

P: pur se a una gradazione naturalmente bassetta, si regala un corpo di tutto rispetto. Sorprende come quelle suggestioni minerali del naso qui si facciano ben più concrete, tramutandosi in solide realtà: tanta sapidità, sensazione di terra bagnata in aumento e ancora un po’ fumante. La dolcezza è succosa, sottile, con un po’ d’arancia (e scorzetta di) e una frutta giallarancione (al limite del tropicale: mela, succo pesca e mango con goccia di latte – non giudicateci). Ancora brioscina e miele.

F: rimane la cera, torna il fumo delicato ma alla grandissima, persiste la dolcezza da succo d’albicocca.

Anno dopo anno, bevuta dopo bevuta, Bunnahabhain si va affermando come una delle nostre distillerie preferite tra quelle isolane: unendo la rotondità e la piacevolezza a degli spigoli minerali e marine il risultato è spesso fantastico, e questo single cask non fa decisamente eccezione. Seducente e affilato, abbiamo scritto al naso, e confermiamo il giudizio: entusiasti incidiamo nella pietra il nostro 89/100.

Sottofondo musicale consigliato: Stoned Jesus – Thessalia.

Bowmore 12 yo (2017, OB, 40%)

Un tempo il Bowmore 12 anni era una bottiglia iconica, oggi lo è decisamente meno – ma di certo resta un punto di riferimento fondamentale, l’imbottigliamento, tra quelli con età dichiarata, di ingresso nell’offerta commerciale della prima distilleria ad avere avuto la licenza su Islay nel 1779. Oggi lo assaggiamo, finalmente, dispiaciuti di non poter dire che è non colorato e non filtrato a freddo, ma tant’è.

N: stereotypical Bowmore, nel senso migliore: il sale e il mare da un lato, la frutta tropicale dall’altro (maracuja e lime… profumosissimo!). E potremmo chiuderla qui. Ma lo sapete che siamo gente verbosa, quindi: mela gialla, del caramello salato. Ci sono note ‘sudate’, proprio di sudore, poi c’è una torba abbastanza fumosa, delicata come da stile di casa ma senza sembrare marginale. Una lieve nota balsamica, mentolata (forse salvia?, in ogni caso è un sentore che ci fa venire in mente quelle caramelle balsamiche alla frutta…), a completare un profilo piacevolissimo.

P: il corpo è molto esile, l’effetto è di un succo, incredibilmente beverino, ma anche un po’ ‘facilone’. Sostanzialmente privo di evoluzione, ripropone la dicotomia tra tropicalità acuta (di nuovo, maracuja) e marinità, con un costante tappeto, appena prima del limite del dolciastro, di caramello. Ci sono note di bevanda gassata, diremmo di chinotto, o forse di cedrata. Resta sempre in bilico, corre sempre il rischio di sembrare un po’ ‘finto’, costruito, troppo legnoso, e invece per fortuna si ferma ad un passo dal baratro.

F: non lunghissimo, piacevole, con fumo di torba piuttosto marcato e caramello (leggermente salato).

Normalmente, da bravi borghesotti, non accenniamo ai prezzi (che volgavità pavlave di danavo!), ma in questo caso dobbiamo avvertire che in commercio si trova attorno alle 35/40€, talvolta anche a meno: nel suo campionato, dunque, è senz’altro un top player. In assoluto forse no, ma merita una menzione – e un punticino in più – perché si lascia bere davvero volentieri, nonostante la relativa semplicità – e diciamo relativa perché Bowmore è tra i malti più complessi dell’isola, con la sua torba gentile, il suo mare, la sua frutta esuberante e tropicale. Tutte queste cose ci sono, e quindi 85/100.

Sottofondo musicale consigliato: Son Little – O Me O My.